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venerdì 1 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi succede questo. Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO. 
Come esattamente un anno fa, prendendo il nome da un titolo da un meraviglioso racconto di Saki. 
E nasce dal desiderio di di togliere dall'oblio di un ripostiglio quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l' imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog. 
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera. 
Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piedi, Tutto cambia, Vacanze o ancora Oltre il giardino
Ma non è successo. 

Gli esploratori della sera, Anne Brouillard (trad. Paolo Cesari) 
orecchio acerbo 2024 


ALBI ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"La giornata sta finendo. È un po’ dolce e un po’ triste. 
Si sente il mormorio del mondo che si fonde nella notte: il rumore lontano di una strada, la musica di un carretto dei gelati, voci ovattate che si chiamano... 
Martino sa sempre dov’è Dudù. Con Mimì è diverso. 
Lei è lì. Poi non è più lì." 

Martino, il suo peluche Dudù e la gatta Mimì hanno giocato insieme per tutto il pomeriggio nel bosco che confina con il giardino di casa. Hanno inventato una capanna, hanno inventato una battuta di pesca, si sono arrampicati sull'albero per vedere il mondo dall'alto. 


Ma adesso è l'imbrunire. La luce del sole cala e Martino con il fedelissimo Dudù decidono di tornare verso casa. Solo Mimì si dirige altrove e sparisce... 
I gatti son così. Tra i tre è lei quella che ha il coraggio, la voglia e forse anche il bisogno di esplorare la notte. 
Martino e Dudù rientrano e vengono accolti e avvolti dalle luci della casa, da una cena con mamma e papà. E quando si fa l'ora di andare a dormire il piccolo Martino continua a sbirciare dalla finestra per cercare di vedere se la gatta Mimì stia tornando. 
Di lei nessuna traccia. Martino cede al sonno. 
Ma con il favore della notte, la notte fonda, la gatta silenziosa rientra, e con un lieve miagolio si annuncia e sale sul letto dove Martino dorme e Dudù veglia... 

A ogni estate c'è un libro di Anne Brouillard di cui parlare. 
E questo può solo essere un bene. 
L'anno passato, nel Ripostiglio del 23 agosto c'era Nino. 
Una storia che con questa ha molti punti di contatto. 
Lì come qui si ritrova la passione di Anne Brouillard per le storie dove mondi differenti si toccano e si penetrano a vicenda. Il mistero del bosco, il selvatico odore di una foresta confina con il mondo conosciuto che ci siamo costruiti: la nostra casa, i nostri affetti. 
Lì come qui ci sono personaggi che fanno la spola tra le ombre di un bosco e la tranquillità di una casa.
Lì come qui si esplora una zona di confine anche temporale. Il giorno finisce e comincia la notte. 


Lì come qui ciò che un adulto potrebbe credere inanimato, ossia un peluche, si rivela agli occhi dei bambini, come qualcosa di molto vero e molto vivo! 
Questi sono temi così cari ad Anne Brouillard che proprio non può fare a meno di farli entrare nelle sue storie. 
Il bambino Martino e il suo peluche, che porta un nome che non a caso allude al nome che hanno i pupazzi in Francia (in francese, doudou), sono esploratori a mezzo servizio. 
La vera esploratrice è naturalmente Mimì. 
Lei ha ancora più fresco di Martino il desiderio di sentirsi parte di una natura che la contenga. 
I bambini, e Peter Pan ce lo ha insegnato, quando nascono hanno molto chiaro il ricordo di essere parte di qualcosa di molto più grande di loro. 
Loro sanno, ovvero possono ancora ricordare, di appartenere alla natura, come un filo d'erba o come una puzzola. Il loro crescere, lentamente, li porta a dimenticare, ogni giorno che passa, questa loro selvatichezza. 
A tale proposito, illuminante come sempre il pensiero di Giorgia Grilli su questo stato dell'anima dell'infanzia. Da leggere. 
Questa condizione dell'infanzia, Anne Brouillard la conosce e la racconta da sempre. 
Qui però ne segna anche il percorso verso l'oblio. 
Martino e il suo peluche sentono di appartenere anche al mondo 'civilizzato' e usano il bosco come un parco giochi. 


Però non lo si può negare: c'è un'ora precisa in cui ciascuno di noi sente una sorta di malinconia, di struggimento, un richiamo forte che ci fa scegliere, sera dopo sera, tramonto dopo tramonto, la sicurezza di un rifugio caldo e illuminato. 
Noi, purtroppo, non siamo gatti (o almeno non lo siamo più...) 


Mimì invece è gatto e il mondo a cui appartiene di istinto è l'altro, ma un letto morbido, un bambino che ti coccola e una ciotola piena al tuo ritorno possono ben valere qualche compromesso... 

Carla

mercoledì 23 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ELOGIO DELLA CADUTA 

Una figura malinconica dalle guance smagrite, avvolta in una coperta variopinta, segue un gruppo eterogeneo di animali: un leone, un coniglio, un lupo, un tucano, un rospo. Quando li raggiunge porge loro una valigia trovata per strada, forse dimenticata proprio da qualcuno di loro.  

© Issa Watanabe #logosedizioni



Un coccodrillo, un formichiere, un rinoceronte e una giraffa sono accampati in una radura. Pentole, coperte e fagotti giacciono ai loro piedi. Un senso di sospensione e di precarietà aleggia attorno ai corpi che cercano di riposare. Nel sonno, i volti sono contriti. Chi è sveglio guarda lontano, nell’oscurità che incombe. 
Tra la figura allampanata e un enorme orso bianco ha luogo una conversazione, qualcosa che pare una contrattazione, un mercanteggiare necessario che lega a doppia mandata il rischio e la salvezza, il tentativo e il fallimento. 
Poi, si arriva al mare. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



La cosa più difficile per i grandi temi, ancor più quando sentiti come urgenti e attuali, è essere raccontati interi e vivi senza diventare dettami. È difficilissimo, specie quando gli interlocutori sono bambini, mantenere intatto il bisogno di dire senza dimenticare che l’ascolto, quello vero, non può essere forzato. Arduo, sempre, arrivare ai lettori senza che il grande tema venga colonizzato dall’opportunità, dall’ufficialità del messaggio, dall’opinione comune di ciò che va detto e sentito. Infine, rarissimo che il grande tema venga raccontato in modo sufficientemente ampio e poroso, affinché permanga, nell’ascoltatore, quella libertà di raccogliere in autonomia ciò che può ovvero: quella parte di messaggio che, per età, sensibilità ed esperienza di vita, egli può contenere. 
Issa Watanabe ha la misura e la sensibilità di porgere il racconto della migrazione forzata e della ferita – sentito come urgente, personale, intimo – senza dimenticare mai la presenza dell’ascoltatore, concependolo anzi nella sua interezza. L’illustratrice predispone tutto il meccanismo narrativo affinché chi si affaccia all’albo lo possa fare in modo libero, e lo fa allestendo una sorta di camera di scambio, dove il mistero non viene sacrificato e il messaggio rimane potente e cristallino, sospeso e a disposizione di una lettura personale.


Che Migranti sia un capolavoro non tocca certo a me dirlo. Il racconto del gruppo di animali che dopo essere partiti affrontano una traversata in mare e approdano – non tutti, non indenni – sulla desiderata sponda opposta è scarno ed essenziale. Diretto eppure sensibilissimo. Il proposito di raccontare ai bambini il fenomeno della migrazione forzata con i rischi, il dolore e la morte che essa comporta viene centrato al punto da poter essere fruito non solo da chi una migrazione non l’ha mai affrontata, ma anche da chi ha vissuto sulla propria pelle la terribile esperienza e cerca parole e immagini per concretizzare qualcosa che va al di là del raccontabile. 
Ma lo scavo fatto da Watanabe è ben più di questo. La questione dei migranti, emblematica e purificata, diventa il fenomeno macroscopico e visibile attraverso cui è possibile toccare, in quel modo specifico che accade nelle storie e negli albi, un moto interiore ed essenziale, arrivando a simboleggiare il processo vitale e sconvolgente del cambiamento e della crescita. Se questo rimane timido e sotteso in Migranti, emerge invece con precisa intenzionalità in Kintsugi.


Il titolo è già una dichiarazione di intenti, un chiaro riferimento alla tecnica giapponese di ricomporre i cocci del vasellame spezzato con l’oro. La pratica del kintsugi fa della ferita e della guarigione una occasione di esperienza, compattando in un atto di riparazione dall’esito estetico e poetico un percorso che, nella realtà, passa attraverso la fatica della caduta, della sopportazione e della ricostruzione. 
Un coniglio vestito di tutto punto si accosta a una tavola riccamente imbandita per bere una tazza di tè, quando un biancore di gesso irrompe tra i rami del suo commensale. Sconcertato dal cambiamento, il coniglio inciampa, perde fatalmente l’equilibrio, precipita in avanti senza rimedio fino a rovinare a terra; non per questo smette di cadere, anzi: oltrepassato il diaframma del suolo scende ancora più in basso, in cavità e antri sempre più misteriosi, in una oscurità senza rimedio che sembra annichilire ogni colore. E quando si arriva in fondo, ecco un altro confine, ecco l’acqua. Il coniglio si tuffa e con una lunghissima apnea affronta una discesa che richiede moltissimo coraggio e con questo si intenda la capacità di sostare nel disagio, nella scomodità, nell’incertezza dell’esito. 
Questo è forse il regalo di maggior caratura in questi due albi. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



Nelle interviste rilasciate dall’uscita di Migranti e reperibili in rete si capisce che Issa Watanabe ha un’altissima idea di infanzia e, in suo nome, rifiuta ogni banalizzazione. Le immagini che ha elaborato scaturiscono non tanto dalla diretta volontà di intrappolare nelle figure un messaggio chiaro, quanto dal bisogno di non voler arretrare di fronte ai fatti e allo stesso tempo di non deturpare la naturale propensione alla speranza. Tuttavia, è nell’integrità di affidarsi al proprio medium senza compromessi, nella scelta di affidarsi esclusivamente al disegno rinunciando alla parola che si sostanzia l’atto di fiducia rivoluzionaria e generativa - mi viene da dire quasi politica - che emerge dalle tavole, quando le si lascia parlare. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



Il racconto di Watanabe può dire la speranza in quanto esso stesso è intriso di fiducia in ciò che deve ancora avvenire. Sta nel suo non volersi far imbrigliare, nella capacità di lasciare accadere le cose senza l’ansia della spiegazione, nella propensione ad arretrare per concedere spazio al lettore, assumendosi il rischio che qualcosa in questo scambio vada perduto. Nell'opera di Watanabe il messaggio stesso affronta la traversata che ogni pensiero azzarda dal momento in cui nasce, quando minuscolo e indefinito parte per essere formulato, trasformato, espresso e ascoltato. Possibilmente, compreso. 
Ogni pensiero, ogni idea, ogni parola, nel lungo percorso tra la sua comparsa e la sua espressione, affronta il rischio della censura, dello scoraggiamento, del silenziamento. Similmente al grande marlin pescato lontanissimo dalla costa dal proverbiale pescatore hemingwayano (ancora barche, ancora acqua) non è affatto detto che arrivi alla bocca, alla penna, alla carta intero; non per questo bisogna rinunciare.

© Issa Watanabe #logosedizioni

Dopo la contrizione per chi è perito nella traversata, il gruppo di animali si volge e, pur dolente, trova davanti a sé una radura fiorita. Dopo essere scampato alla profondità del mare, il coniglio risale in superficie e ritrova i pezzi con cui ricomporre nuovi oggetti, nuova realtà.

© Issa Watanabe #logosedizioni



L’atto stesso di pensare e parlare e creare è un atto di ricomposizione ed assemblamento che la lettura di questi albi celebra dal suo più radicale prodromo, che è la caduta, lo spezzarsi. Ed è forse qui che si sostanzia la necessità del nero delle illustrazioni, una oscurità che oltre a raccontare la disperazione veste efficacemente anche quel momento dell’esistenza in cui iniziano tutte le cose, l’oscurità che precede la luce, dove si affronta, senza certezza d’esito, la traversata prima dell’approdo. 

© Issa Watanabe #logosedizioni

Giorgia

“Migranti” Issa Watanabe, #logosedizioni 2020 
“Kintsugi” Issa Watanabe, #logosedizioni 2023 

lunedì 7 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ARTISTS ARE TO WATCH 

"Puoi scrivere libri su qualsiasi cosa. Ad esempio, la frutta. La prima pagina potrebbe essere una banana, la seconda un'arancia e la terza delle ciliegie, e così via. Se non sai ancora scrivere, potresti semplicemente disegnare. Allora il libro potrebbe essere adatto soprattutto a qualcuno che non sa ancora leggere. 
Oppure potresti scrivere un libro per qualcuno che sa leggere solo una parola. Potresti disegnare un cavallo sulla prima pagina e scrivere CIAO, e la seconda pagina potrebbe essere un orso e scrivere CIAO, e la terza pagina potrebbe essere un gattino e scrivere CIAO, e la quarta potrebbe essere una scimmia e scrivere CIAO, fino a quanti ne vuoi. Alla fine forse potresti scrivere ADDIO, solo per divertimento..." 


Questo scrive Ruth Krauss, nel capitolo su come si scrive un libro, in How to make an Earthquake, illustrato da Crockett Johnson e pubblicato nel 1954 da Harper. 
A me pare illuminante per 'fare luce' su due libri, che segnano il principio e la fine della sua collaborazione con Maurice Sendak: A hole is to dig, 1952 e Open House for Butterflies, 1960. 
Entrambi pubblicati all'epoca da Harper, sotto l'occhio vigile di Ursula Nordstrom, e ora usciti in Italia per Adelphi come Un buco è per scavare e Una casa per le farfalle, entrambi tradotti da Sergio Ruzzier. 
I due libri si rassomigliano molto: hanno lo stesso formato, lo stesso tipo di disegno a china, lo stesso passo. Entrambi parlano di quel qualsiasi cosa con cui ho aperto il ragionamento. 
Entrambi sono adatti per chi non sa ancora leggere, infatti brulicano di disegnini, e sono entrambi pensati anche per chi sa leggere anche una sola parola. Per esempio la parola buca, la parola farfalla, la parola bebè, la parola montagna. 
Il criterio che ha guidato Ruth Krauss è il medesimo, non a caso il titolo provvisorio era Definitions. L'idea di partenza è dello psicologo Arnold Gesell che osservando un bambino di 5 anni lo definisce un pragmatico, ossia il bambino di ogni oggetto coglie immediatamente l'uso, lo scopo. A horse is to ride, A fork is to eat. E a tal proposito, non si può non pensare al libro di Margaret Wise Brown The Important Book che va esattamente nella medesima direzione. 
Entrambe condividono una radice comune e una comune fonte di ispirazione : la pedagogia della Bank Street School (entrambe la frequentano ed entrambe prendono spunto dall'ascolto diretto dei bambini che sono tra i banchi di quella magnifica scuola). 


Dal 1950 al 1951 Ruth Krauss raccoglie il materiale, ossia annota frasi autentiche di bambini autentici e quando ne ha a sufficienza propone a Ursula Nordstrom di farne un libro. Lei ne è entusiasta. Ancora una volta è sotto i suoi occhi la straordinaria abilità di Krauss di tradurre poeticamente il parlato (e quindi il pensiero) dei bambini. 

 "Una faccia è per fare le facce. 
Una faccia è una cosa da avere sul davanti. 
I cani ci sono per baciare la gente.
Le mani ci sono per tenersi per mano. 
Una mano è da alzare quando vuoi che sia il tuo turno. 
Un buco è per scavare." 

In particolare quest'ultima frase è la risultante di un fulmineo dialogo sulla spiaggia tra Ruth Krauss e due bimbetti cinquenni che stanno lì a scavare, come se non ci fosse un domani. Alla domanda diretta della Krauss il primo dei due si allontana, guardandola come se fosse matta a fare una domanda tanto ovvia, mentre il secondo, più accomodante, le risponde lapidario: un buco è per scavare. 
Per Nordstrom, Krauss è l'autrice ideale, un amalgama insuperabile di umorismo, intelligenza, intuizione, anticonformismo, raffinatezza, grazia, sapienza, rigore. Un occhio infallibile che ha il dono di avere la misura esatta dell'infanzia e il senso dell'età adulta. 


Così comincia a pensare a un illustratore adatto. 
Lo propone a Nicolas Mordvinoff che però rifiuta l'offerta, trovandolo “frammentario ed elusivo” . Ed è a questo punto che Nordstrom pensa a Maurice Sendak, ventitré anni che ha già all'attivo qualche libro, uno dei quali con Harper. 
Sendak ama immediatamente quel testo che trova congeniale al suo spirito. 
 E sebbene si sia presentato all'incontro con Krauss molto nervoso, fra i due nasce subito un'intesa profonda e un rapporto molto complesso: Sendak è pieno di timore reverenziale e Krauss lo 'adotta', diventa la sua maestra severa ed esigente perché a fiuto ne percepisce l'enorme talento. Tutti i fine settimana, Sendak si carica i suoi disegni per andarli a sottoporre all'inflessibile giudizio di Ruth. Per sua fortuna, di Sendak, Crockett Johnson è sempre lì a tranquillizzarlo e a portarselo a fare un giro in barca rilassante, quando lei appare troppo critica sul suo lavoro settimanale. 
La Krauss ha capito che i disegnini di bambini un po' selvatici di Sendak sono perfetti per i suoi testi.
 

Al centro dei suoi libri lei mette sempre i bambini: mucchi, cataste, montagne di bambini; bambini sempre in movimento, in quella condizione assai indaffarata che è l'infanzia. 
Bambini che fanno cose, come scavare buchi, mangiare purè, ballare, viaggiare, andare in slittino, costruire castelli di sabbia, soffiarsi il naso, fischiare, volare a cavallo di un uccello, fare picnic, impilare sassi, guardare un libro, sedere su un gradino, baciarsi, scuotere uova di Pasqua, gridare, invitare farfalle a una festa notturna, essere identici al proprio amico del cuore, rimirarsi allo specchio, imitare cani (e gatti), fare angherie a fratelli piccoli, pensare assurdità, abbracciare fratelli piccoli, cantare bumpety bump, osservare facce, immaginare di essere un leone, regalare la propria coda a un scimmia, ascoltare un ruscello, parlare con un unicorno, porsi quesiti felicemente irrisolvibili, aspettare un amico, perdere sbadatamente il proprio elefante, mangiare insieme minestra di pollo, avere una gemella, correre, diventare un cavallo, litigare con sei fratelli, riparare dal freddo una bambola vestita leggera, andare dappertutto, ridere al telefono, gironzolare, filosofare, essere felici e molto altro. 
Va da sé che A Hole is to dig diventa subito un fenomeno culturale. Un libro epocale. 
La freschezza e l'ironia così come la falsa percezione sia un libro dolce e sentimentale sono tutti fattori che hanno contribuito al suo successo. 
Nel suo piccolo è un libro radicale in cui gli impulsi 'incivili' dei bambini sono preservati. Essere bambino voleva dire non avere potere, non avere voce, corretto nel parlare e costretto nell'agire. 
In A Hole is t dig si assiste alla garanzia di rispetto dei bambini, del loro fare e del loro parlare. 
Alla fine del 1957 la Nordstrom sancisce la sua stima nei confronti dei due organizzando un'edizione commemorativa del libro che a cinque anni dalla prima edizione ha venduto in totale 80.000 copie! 


Ma se così è andata, perché Open House for Butterflies - Una casa per le farfalle - esce solo nel 1960? Tutti e tre, Sendak Krauss e soprattutto Nordstrom patiscono la sindrome della seconda prova. 
Sendak, quando legge il testo, percepisce una sorta di seconda puntata di un capolavoro irripetibile. Avverte una certa mancanza di spontaneità che smentisce la vivacità del libro a cui ha lavorato alacremente tutto il 1951. 
I suoi personaggini non hanno più quella spontaneità, quella goffaggine, quella silliness. Ora gli sembrano come irrigiditi rispetto al primo libro. Inoltre percepisce la sempre maggiore fatica di Krauss a confrontarsi con i propri illustratori. 
 Anche Nordstrom dubita che il nuovo progetto, dal titolo provvisorio New Words for Old, possa dimostrarsi all'altezza del primo. 
Non le sembra che abbia la stessa freschezza (effettivamente...) e quindi suggerisce alla Krauss di continuare a lavorarci. 


Lei, piccata, sostenendone la medesima autenticità delle fonti e sei mesi di duro lavoro sul campo, lo difende. Ma tant'è. Il libro esce solo a otto anni di distanza. 

 "Nonsucco è una bella parola per quando hai un bicchiere di non succo. 
Canecane è una bella parola per quando vedi un cane che vedi anche allo specchio 
Io ho un bi-ciclo Io ho un tri-ciclo Io ho un rotto-ciclo. 
Rotto-ciclo è una bella parola da sapere." 

E nel frattempo, accade l'imprevedibile: Ruth Krauss, con il tempo che passa, smette di considerarsi un'autrice di libri per bambini. 
Ora, nel 1960, dice di sé di essere poeta, e come tale dichiara di non essere più sicura di nulla...
I guess I like Open House for Butterflies. I'm not sure, of course! 

 Carla 

Un buco è per scavare, Ruth Krauss, Maurice Sendak (trad. Sergio Ruzzier) Adelphi 2025 
Una casa per le farfalle, Ruth Krauss, Maurice Sendak (trad. Sergio Ruzzier) Adelphi 2025 
How to make an EarthquakeRuth Krauss, Crockett Johnson,  Harper 1954 
Crockett Johnson and Ruth Krauss: How an Unlikely Couple Found Love, Dodged the FBI, and Transformed Children's Literature, Philip Nel, University Press of Mississippi 2012

mercoledì 2 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

A QUATTRO A QUATTRO 


Escono quattro alla volta queste piccole storie di Pension Lepic per la Collana Parole per Posta. 
È da poco arrivata in libreria la seconda quartina: La tovaglia bianca di Françoise Legendre, Colla e io di Mathis, Charly di Sarah Turoche-Dromery e Pensa a mangiare! di Mikaël Ollivier. 
I titoli sono mutuati dalla Collection Petite Poche dell’editore francese Thierry Magnier e propone dei brevissimi racconti, da leggersi in meno di quindici minuti. Sono stampati in un (piccolo) formato che gli consente di essere inseriti in una normale busta da lettera: l’invito infatti è quello di condividerli una volta letti e le ultime pagine sono predisposte per tracciare il viaggio che ogni storia farà, di lettore in lettore.


Le copertine sono bellissime (e molto diverse da quelle francesi): per la prima quartina, firmate da Katy Couprie, per la seconda quartina da Tiziana Romanin la quale ha pensato bene di collegarle in un unico disegno che tiene insieme i quattro titoli, suggerendo l’idea che le storie sono sempre tutte tessute insieme in un unico grande affresco che è quello dell’esperienza di vivere. 
Allora proviamo a seguire questo affresco. 
E cominciamo dalla storia di una tovaglia. Siamo nel 1910 e Jeanne sta ricamando un tessuto per confezionare la tovaglia del matrimonio della nipote Anne. I capitoli seguono gli anni, la storia e la Storia, passando di generazione in generazione, di guerra in guerra fino a tornare a Jeanne, una piccola Jeanne che nel 2014, dopo 70 anni e 4 generazioni ascolterà la storia di quella tovaglia che nella sua trama e nel suo ordito ha trattenuto le vite e gli eventi, ed è arrivata fino a lei. Poiché da questa parte del mondo siamo abituati a far scorrere la lettura da sinistra verso desta pure quando leggiamo le immagini, arriviamo a raccontare la seconda copertina. 
Qui troviamo una volpe immobile, rannicchiata sulla riva di quello che potrebbe sembrare un corso d’acqua, ed è la volpe che Lucas e il suo fratellino Colla (così soprannominato perché, come spesso accade, non si scolla mai dal fratellone più grande) incontreranno durante una passeggiata. La volpe effettivamente è morta stecchita già preda di mosche voraci. Dunque è una storia di fratellanza, di infanzie che si tengono allacciate per far fronte ad eventi più grandi di loro, ché quando la vita non scorre proprio liscia c’è bisogno di coraggio. 
La leggerezza della scrittura di Mathis dà a Lucas e a Colla la capacità di guardare la vita così com’è, di attraversarla pure quando le risposte non ci sono, e di incrociare le dita quando pare che…dai, potrebbe funzionare. 
Continuiamo a seguire l’affresco in senso orario e arriviamo alla terza copertina che raffigura due uccelli in volo tra cielo e terra, insieme e liberi. Il titolo è Charly . Il narratore è Sam, un ragazzino che per questa estate sta lavorando alla pensione estiva della sua famiglia. Tutto scorre come sempre, i soliti anziani ospiti rendono le sue giornate abbastanza routinarie ma va molto meglio quando, insieme a dei nuovi ospiti - la famiglia Dupont - arriverà Charly, un ragazzino della sua stessa età con il quale scoprirà di condividere davvero tante passioni: i Lego, Dungeons & Dragon, le passeggiate nella natura estrema. Le giornate passano piacevolmente, la condivisione crea una bella e sincera amicizia… peccato che le apparenze a volte ingannino, e i pregiudizi pure! Alla partenza dei Dupont, Sam farà una scoperta che lo obbligherà a rivedere la sua visione del mondo…e ne sarà capace. 
La quarta copertina raffigura una bambina seduta coi gomiti sulle ginocchia e il mento poggiato sulle mani: osserva e pensa. È Emma che pensa al nonno che è stato appena calato in una grande buca. E la domanda si impone imperiosa e grande: ma che si vive a fare se poi bisogna morire? Il padre, la madre, la maestra, la nonna, tutti saranno interrogati, e l’indagine esistenziale della piccola Emma non si placherà con nessuna delle risposte che gli adulti proveranno a formulare. 
Emma pensa e domanda, gli adulti sono sfiniti, le loro occhiaie si fanno sempre più visibili; le diverse risposte vengono vagliate, messe a confronto, generano altre domande. Ma Emma pensa e osserva, e un giorno di pioggia, quando un arcobaleno appare per poi scomparire, la piccola grande pensatrice riuscirà a chiudere il cerchio dei suoi pensieri. 
Negli otto racconti fin qui pubblicati troviamo sempre storie di grandi domande, di infanzie colte in frangenti che rivelano la loro forza fragile e salda al tempo stesso, la capacità indomita di fare esperienza della vita e di costruire autonomamente senso e significato, di non dare niente per scontato: è questo che fa di questa collana una miniera di piccole perle. 


Ne leggiamo di ancor più belle nella prima quartina pubblicata nel 2024: Vedi alla voce felicità di Mathis, Appena un tocco di Hanno, Il grande mistero di Mikaël Ollivier, e L’uomo senza un orecchio, una storiella che pare fare eccezione: nessuna infanzia a raccontare ma un uomo burlone a cui manca un orecchio e che per tutta la vita, alle domande dei conoscenti sul come e perché di orecchie ne ha una sola, risponderà ogni volta con una storia diversa, avventurosa e incredibile ogni volta di più. 
La firma è di Jean-Claude Mourlevat, che conosciamo per la grande capacità immaginativa e per lo spirito ironico e burlone di uno che di clownerie ne sa un bel po’. 
Allora ci affidiamo a queste brevi storie di Parole per Posta confidando nel fatto che ci faranno pensare e sorridere (che è il modo più interessante di attraversare i giorni), e che potranno viaggiare e contagiare da vicino e da lontano senza grossi limiti di età, da 8 a 108 anni. 

Patrizia 

La tovaglia bianca di Françoise Legendre, trad. Livia Rocchi, Pension Lepic, 2025 Colla e io di Mathis, trad. Livia Rocchi, Pension Lepic 2025 
Charly di Sarah Turoche-Dromery, trad. Ettore Malotti, Pension Lepic 2025 
Pensa a mangiare! di Mikaël Ollivier, trad. Angelo Petrosino, Pension Lepic 2025 


mercoledì 25 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

WHERE ARE YOU? 

Tra le figure magiche del folklore europeo, lo gnomo è quella con cui l’umano condivide di più: certo è molto piccolo e vive molto a lungo, ma ha una struttura corporea simile alla nostra, analoghe strutture familiari, cammina eretto, non dispone di arti magiche ma utilizza tecnologie e collabora con gli animali. Questa rassomiglianza, pur essendo la base del suo fascino, rischia anche di renderci insensibili a quei particolari che ce lo farebbero conoscere davvero. Succede questo, quando le differenze sono sottili: si tende a non vedere, a semplificare, a ricondurre tutto a ciò che conosciamo meglio. 


Con “Tutto quello che c’è da sapere sugli gnomi da città” ci troviamo di fronte a una versione più attuale del classico “Gnomi”. Apparso nel 1976, “Gnomi” si presentava come un vero e proprio trattato enciclopedico (il primo in età moderna, stando alle fonti!) che restituiva un’approfondita ed esauriente ricerca sugli gnomi: dimensioni, cenni storici, aree geografiche di diffusione, aspetto fisico e fisiologico, usi e costumi. Questi gnomi – accuratamente osservati, descritti, misurati, rendicontati - erano quelli della foresta, un contesto oltre-soglia che li confinava in un altrove immaginario. La loro esistenza, pur prendendo corpo e sostanza grazie alle spettacolari illustrazioni iperrealistiche, rimaneva (e rimane) magica e fatata proprio grazie alla sostanziale impossibilità di verifica. 


In “Tutto quello che c’è da sapere sugli gnomi da città” l’illustratrice Loes Riphagen adotta lo stesso taglio fanta-divulgativo e la stessa minuziosa attenzione per documentare tutti gli aspetti che caratterizzano la vita quotidiana di queste piccole creature: tecnologie, strumenti, struttura familiare e abitudini domestiche; la quotidianità insomma, i rapporti con gli insetti e i piccoli animali, gli spostamenti, i pericoli e le strategie per evitarli. Ma visto che il piccolo popolo, quello che un tempo viveva nei boschi, si è spostato nei paesi e nelle città, è lì che l’albo ci porta: tra case, strade, giardini. Posti che frequentiamo abitualmente, che crediamo di conoscere e magari persino di controllare. 


In più, a fare da guida non è – come nel caso di “Gnomi”- un illustratore adulto in avanscoperta per conto degli umani e a sua volta condotto da un autorevole gnomo altrettanto adulto. Per noi c’è la piccola Kik, è una gnometta ragazzina esperta della propria realtà quel che basta per raccontarla, ma ancora dotata della necessaria meraviglia per farci davvero entrare, aprire bene gli occhi e vedere. 


Ad esempio la faccenda delle mani: sembrano tanto simili alle nostre, eppure gli gnomi di città hanno quattro dita. E la questione del cranio: quello degli gnomi cresce per tutta la vita all’interno del noto berretto rosso, finendo per assumerne la stessa forma conica. E per quanto riguarda l’ombelico: se a noi sembra ovvio che stia sul davanti, per Kik, ecco è altrettanto ovvio averlo sulla schiena. Più cose veniamo a sapere sulla vita degli gnomi di città più aumenta anche la consapevolezza di non conoscere del tutto quei luoghi che consideriamo “nostri”.


Non è facile per nessuno vedere davvero la realtà di ogni giorno. Distinguere come specifico quello che appare come scontato, realizzare quanto sia sorprendente quello che si ripresenta ogni giorno uguale, e misterioso quello che tende a essere fatto rientrare nell’ordinario. E intendo: la propria stanza da letto, la propria tazza della colazione, il tragitto casa scuola, gli insetti che evitiamo (chissà poi perché?). Anche le minutaglie in cui ci imbattiamo in ogni momento del giorno: i bastoncini del gelato, i frammenti di elastico, i tappi a corona delle bottiglie: forse sono molto di più che semplici rifiuti da scostare con la punta del piede. 


Questo albo lavora in direzione contraria: informa per moltiplicare i possibili accessi allo stupore, accumula particolari per indebolire il confine dell’oggettività delle cose reali, fornendo attraverso il linguaggio pur preciso della gnoma narratrice gli strumenti per esercitare attivamente la meraviglia. Perché tutte le cose potrebbero non essere solo quello che sembrano. Ogni frammento potrebbe essere un tesoro. Tutti i pertugi e gli angoli inaccessibili potrebbero essere soglie. E chissà poi cosa succede davvero, sotto i gradini e tra gli interstizi dei muri, oltre le pareti di casa e sotto i pavimenti. 


Stando a Kik, gli gnomi sono reali e vivono tra noi, dove noi non riusciamo ad arrivare, utilizzano lo spazio che è anche nostro ma ad altezze diverse, con altri strumenti e altre sensibilità. Ed è nell’esperienza straniante di questo spazio prossimo che esula dal nostro dominio, che si amplifica la possibilità di ricominciare a osservare le cose con uno sguardo più attento. Cosa ne è di una semplice passeggiata quando si viene a sapere che tombini e grondaie potrebbero essere l’ingresso di una dimora degli gnomi di città? Cosa diventa una scala, una volta saputo che sotto i gradini potrebbe abitare un’intera famiglia di gnomi? E quanto a lungo è necessario osservare un uccello che sfreccia nel cielo, se si ha il sospetto che sulla sua groppa potrebbe starci un minuscolo scolaro?


Particolare attenzione viene data ai travestimenti e alle metodologie che consentono di passare tra gli umani senza farsi vedere. Che sia da topo o da corvo, il travestimento viene annoverato tra le dotazioni di uso quotidiano. È qui che l’albo si sdoppia: raccontando di fatto la necessità dei piccoli – gnomi o bambini - di attuare un mascheramento a salvaguardia della propria integrità in un contesto di convivenza così prossima.
 

Non sarà un caso che, in mezzo alle dettagliate informazioni rese per buone e definitive da Kik, l’illustratrice consegni al lettore con apparente leggerezza l’unica domanda di tutto l’albo, la più trasversale: where are you? Dove sei? Una richiesta di collocazione che non riguarda soltanto gli gnomi, poiché la risposta, la definizione del nostro posto nel mondo procede di pari passo con l’individuazione puntuale e accurata degli altri, quelli che non fanno parte della quotidianità individuale ma che la percorrono assieme a noi, fianco a fianco, lontani eppure vicinissimi. Basta pensare agli animali delle città, alle diverse etnie che della stessa città fanno un uso diverso, basta pensare ai bambini, all’inaccessibilità di quel mondo piccolo che scorre assieme a tutti gli altri, dappertutto, con i propri usi e costumi e tradizioni trasmesse tra pari. Un mondo parallelo, forse davvero troppo simile al nostro, che presenta sottili differenze e che per nostra fortuna, conserva un carattere indomabile capace ancora di mettere in discussione chi crede un po’ troppo di aver visto tutto. 


Giorgia

 “Tutto quello che c’è da sapere sugli gnomi di città”, Loes Riphagen, (Trad. Valentina Franchi), Terre di mezzo 2025
“Gnomi”, Wil Huygen, Rien Poortvliet, (Trad. Maria Duca Buitoni), Mondadori 2018 


mercoledì 21 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN CUOCO (IN FAMIGLIA) FA SEMPRE COMODO 


Christine Nöstlinger è stata una scrittrice assai prolifica, in Italia numerosi suoi romanzi sono stati pubblicati da importanti editori, eppure questo che racconta una porzione importante della sua infanzia non era mai arrivato. Pubblicato per la prima volta nel 1973, grazie a San Paolo questo libro raggiunge i giovani lettori italiani ed è una grande gioia che una scrittura come questa possa essere conosciuta e goduta a decenni di distanza dalla sua stesura. 
Originaria di Vienna, la Nöstlinger racconta del periodo conclusivo della seconda guerra mondiale, di quel momento in cui, sotto i bombardamenti degli alleati, cominciava a serpeggiare sempre più consistente il sospetto che i tedeschi stessero perdendo e che prima o poi avrebbero abbandonato la terra invasa. 
Chi ci sarà dopo di loro? Il mondo post bellico a chi farà spazio? Ci saranno i russi, ma chi sono questi soldati che arrivano da lontano e contro cui molti degli stessi austriaci assoldati nelle milizie sottomesse al Führer hanno dovuto combattere in Russia? 
Non sono solo i bambini a costruire leggende e racconti che aiutino a interpretare una realtà complessa, sono gli stessi adulti che si rintanano dietro il baluardo eretto contro il nemico, un po’ per convincersi di essere nel giusto, un po’ perché come sempre ciò che non si conosce, spaventa. 
E così in questi racconti i russi diventano capaci delle peggiori nefandezze, esseri abbietti dai quali conviene fuggire, ma che non si può evitare di incontrare e conoscere. 
E l’infanzia come può sopravvivere in un universo completamente sconvolto dal conflitto armato? 
Gli episodi narrati in prima persona da Christel ci restituiscono un’età tutt’altro che estranea a quello che accade, testimone attiva e propositiva. I bambini qui sono protagonisti di operazioni di incredibile resistenza: lo spazio virtuale e immaginato del gioco continua ad avere ancora piena legittimità, a sgomitare tra le storture adulte per riuscire a ritagliarsi una concreta e assolutamente brillante presenza. E così non mancherà di stupire con quale abilità la Nöstlinger sia riuscita a riportarci con dovizia di particolari l’universo emotivo di chi, come evidentemente è capitato a lei per prima, può rimanere completamente paralizzato in mezzo a un campo, sotto un bombardamento, incapace di muovere le gambe e di fuggire, accanto a una serie strepitosa di momenti in cui il gioco, le invenzioni, le lotte e le fughe della vivace protagonista incollano il lettore alla pagina, deliziandolo e spesso divertendolo moltissimo. 
A suo modo, i bambini si aggrappano a quello che hanno e non è mica detto che sia buono. In un quotidiano in cui gli adulti sono impegnati nella difficile impresa di sopravvivere, loro godono semplicemente di un margine di autonomia maggiore, ma solo di poco, eppure è quel tanto sufficiente a Christel, per esempio, per fuggire di casa, superare un posto di blocco e andare a trovare i nonni che si sono rifiutati di trasferirsi in un luogo forse più sicuro. 
La storia inizia con un bombardamento e la protagonista, diversamente da quello che sarebbe logico e opportuno fare, approfitta della parziale sordità della nonna per non riferirle dell’allarme appena annunciato alla radio perché questo significherebbe rifugiarsi in cantina, luogo che la bambina detesta profondamente. Cominciare un romanzo con una nonna che impreca sonoramente contro Hitler (rischiando non poco) e una bambina che pur di non finire in cantina mette a repentaglio la propria vita e quella dell’anziana significa chiarire da subito alcuni aspetti della storia che stiamo per leggere. 
Nessun ritratto edificante né tantomeno compassionevole dell’infanzia vittima della guerra, nessun gesto eroico compiuto da persone delle quali non si risparmiano lati umani, quanto meschinità. 
Tra i tanti personaggi della storia c’è n’è uno che merita un capitolo a parte: Cohn. 
“Più tardi mia sorella disse che il cuoco era la persona più brutta che avesse mai visto. Hildeard disse che il cuoco era la persona più puzzolente che avesse mai odorato e mia madre disse che era la persona più folle che avesse mai sentito. Per me è stato in ogni caso la persona più brutta, puzzolente e folle che abbia mai amato. L’ho amato veramente e spero che lui se ne sia accorto. A parte me infatti nessuno lo amava, neanche i russi.” Sarto e cuoco per necessità in periodo di guerra, rappresenta per Chris, tra le altre cose, l’antidoto alla noia dei vuoti pomeriggi: paziente fino all’inverosimile, Cohn nonostante il suo poverissimo tedesco, tollera la compagnia della bambina per lunghe ore e accetta di credere anche alle sue storie più bizzarre. Vien da pensare che la componente fantastica che manca in questo romanzo, abbia trovato nei tratti di quest’uomo la maniera per proporsi sotto mentite spoglie. Quasi un elfo venuto da un mondo altro, non accettato dalla parte di umanità che si ritiene sana (e che quindi è idonea alla guerra), Cohn è un soldato che non combatte, che baratta la sua sopravvivenza con della brodaglia improponibile. 
Cosa ci restituisce la Nöstlinger? La descrizione di una stagione storica che imprime alle persone e ai luoghi un’accelerazione improvvisa e un approdo a volte infelice. E lo fa con una scrittura che nonostante risalga a una cinquantina di anni fa, non ha perduto alcuna freschezza, scegliendo di sposare interamente una narrazione realistica che nulla concede all’elaborazione fantastica se non nella misura di una creazione a un uso e consumo della protagonista. 
L’infanzia ritratta della Nöstlinger non è necessariamente buona, ma non potremmo certamente definirla neanche cattiva. E non è perché il contesto bellico ci inviti a giustificare comportamenti poco opportuni, semplicemente perché lo sguardo che si posa su questa umanità ha sospeso il suo giudizio. 
La scrittura è quella di un’adulta che si sforza di ritornare ai giorni di cui vuole parlare e questa particolare scelta comporta delle dirette conseguenze: in primis l’assoluta parzialità della narrazione che non si ricava unicamente dal punto di vista assunto sulle cose, ma prima ancora sulla scelta di chi coinvolgere e chi invece giudicare superfluo. 
La maestria della scrittura è in questa operazione di equilibrismo tra le parti alla luce di quello che si intende restituire. 
La Vienna della fine del 1945 c’è nell’attendibilità degli episodi storici riportati, non è appunto solo uno sfondo, ma una componente assolutamente centrale del racconto e il modo in cui il personaggio di Christel si compone sotto gli occhi del lettore è tutta nella districata relazione con quei luoghi, quelle persone e i fatti di quegli anni.
Un libro che proporrei a lettori a partire dagli undici anni.

Teodosia

Nel ducato in fiamme di Christine Nöstlinger, traduzione di Anna Petrucco Becchi, 
San Paolo 2025. 

mercoledì 2 aprile 2025

ECCEZION FATTA!

…il piede che si informicola è sempre tuo… 


Le tre ragazze che cambiano -  Franca, Carmela e Tommasina - sono tre sorelle. Un giorno la maggiore, Franca, registra la perturbante sensazione che qualcosa in lei sia cambiato. A nulla pare servire l’approfondita analisi comparativa fatta con le sorelle. Ciò che Franca sente non assomiglia affatto all’approssimarsi del crepuscolo la domenica sera e di certo non ha nulla a che fare con l’essere scoperti a dire una bugia, e nemmeno assomiglia a quando il piede ti si informicola e non riesci più poggiarlo a terra… 


Per dare un nome alla specialissima sensazione, Franca propone alle sorelle di andare a cercare una Regina meravigliosa che, stando a un sogno fatto qualche notte precedente, starebbe nella grotta al centro del bosco, oltre la recinzione del giardino. Di nascosto da tutti, Franca si trova alla testa di questa inebriante avventura seguita a ruota dalle due sorelline.


La Regina della Grotta è il primo albo di cui Júlia Sardà, prolifica illustratrice di cui abbiamo conosciuto il tratto in La famiglia Lista, è autrice integrale. Si tratta di con una storia di formazione tutta al femminile, un viaggio iniziatico che prende il via in quel momento dell’infanzia in cui tutte le certezze della propria quotidianità vengono scompaginate e appare un’insoddisfazione inebriante che impone di essere esplorata. 


La crescita e lo sconvolgimento del mutare sono spesso raccontate assecondando una istintiva tensione verso l’alto e il fuori, forse pensando al seme che dalla terra spinge alla luce, o allo sguardo bambino, che da altezza pavimento si alza, ampliando il proprio raggio di azione fino a portarsi sempre più lontano. Ne La Regina della Grotta, Sardà decide di procedere in direzione un po’ diversa: non solo le tre sorelle - come in ogni fiaba che si rispetti - si addentrano nel bosco, non solo si destreggiano un intrico sempre più fitto di alberi, fronde e tronchi, da cui occhieggiano misteriose creature. Il viaggio di Tommasina, Carmela e Franca continua dove apparentemente non è più possibile andare: le bambine diventano minuscole e tutto ciò che popola i piani più bassi diventa enorme. 



Sardà espande a piena pagina tutto ciò che popola il sottobosco: ingigantisce le texture dei bruchi e delle ali degli insetti, mostra nel dettaglio le pelli butterate dei rospi, toglie dall’ombra bisce e insetti notturni, lumache, pesci gatto, pipistrelli e monetine, funghi, ragnatele e radici, evocando le tenebre del sottoterra, le streghe, i demoni e le orchesse impegnate in un pic-nic a base di pesce crudo e zampe di gallina. Guidate dalla determinazione di Franca, le tre sorelle partecipano alla frenetica attività delle formiche, accompagnano il funerale di un topo, e via discendendo, in un tripudio di presenze oniriche e inquietanti pericoli, fino ad arrivare alla famigerata grotta, un antro buio più buio della loro stessa cantina da cui fuoriesce uno strano fetore. 


Qui, Franca incontra la Regina. Si tratta di un doppio, sporco, spettinato e selvaggio con cui darsi a frenetici giochi di riconoscimento e danze, talmente strette che la Franca di superficie e la Franca del sottoterra sembrano riunirsi per tornare a essere una sola. E se è vero come è vero che ci troviamo nell’ambito del racconto di formazione non è possibile ignorare che abbandonare l’infanzia per una bambina coincide non solo con il cambiamento di interessi, ma anche con una impattante maturazione del corpo: la comparsa del seno, il primo ciclo, il sangue, l’odore non più neutro. Sardà, che è autrice non conformista e coraggiosa, trova nelle illustrazioni il modo di evocare questo aspetto della ricerca: la presenza umida e soffocante della foresta, il fiorire rutilante e spugnoso dei fiori, l’allusione alla marcescenza che ha luogo negli strati più profondi del suolo, l’abbondare del colore rosso. Il secondo aspetto interessante dell’albo è proprio questo, il saper raccontare un viaggio iniziatico femminile senza ignorarne nessun aspetto, riallacciandosi alla capacità della favola tradizionale di non esplicitare ma anche di non escludere mai la totalità del processo. 


Il terzo aspetto interessante di La Regina della Grotta è come la storia del mutamento venga declinata per ognuna delle sorelle, nel rispetto della peculiarità della loro età. Non è infatti un caso se Franca ha il capo libero mentre Carmela e Tommasina indossano copricapi e cappucci. Non è un caso se le due bambine più piccole sentono che quello che Franca ha trovato non è affare per loro e che non siano interessate a ulteriori liberissimi giochi a cui Franca e la Regina della Grotta le esortano con entusiasmo. Al cospetto dell’altra Franca la triade si incrina. E se Carmela, la sorella di mezzo, sente riverberare embrionalmente alcune delle istanze di Franca, Tommasina, ancora pienamente bambina, è semplicemente spaventata, ha freddo e fame ed è stanca. Alla fine sono i sensi più basilari ad avere la meglio. 


Tommasina e Carmela tornano a casa da sole, e trovano il cibo buonissimo, il bagno deliziosamente caldo. Il letto dove sprofondano, poi, è più soffice che mai. Ma se Tommasina, stremata dall’avventura, dorme profondamente, Carmela è inquieta, consapevole di aver lasciato la sorella ad avventure a lei sconosciute. Attende che Franca rincasi. E quando questo accade le tre si ritrovano riunite sotto le stesse lenzuola: Tommasina perfettamente inconsapevole, Carmela in trepidante ascolto, Franca sporca e scompigliata con addosso ancora l’odore sconosciuto delle nuove esperienze fatte in solitaria. Chiuse in un unico cerchio, tre distinte fasi di ogni cambiamento. 
 

Se all’inizio dell’avventura assistiamo a un moltiplicarsi di particolari e al proliferare di inquadrature capaci di ingrandire ogni dettaglio, il ritorno alla normalità è scandito dalla scelta di forme geometriche basilari che permettono all’ebrezza della giornata di placarsi e alle nuove scoperte di essere messe a dimora. “Mi sembra di non sentire più quella strana sensazione” afferma Franca stringendo le mani a Carmela. E vi è una nuova consapevolezza che si infila sotto le lenzuola, il sospetto che il cambiamento sia davvero una sorta di fame, che davvero disorienti come fanno i capelli elettrici che non si staccano dalle guance, che davvero sia simile a quando si è scoperti a dire una bugia. Che mutare sia proprio come il crepuscolo la domenica sera, o ancora più precisamente, come aveva ipotizzato Tommasina per non sentirsi esclusa: come quando ti si informicola il piede e non sembra più tuo. Ma poi lo poggi a terra, e scopri che tuo non ha mai smesso di esserlo. 


Giorgia

 “La Regina della Grotta”, Júlia Sardà, (trad. Giulia Rizzo), L’Ippocampo 2023