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mercoledì 30 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

OGGI ERA OGGI 


Se uno scrittore scrive un libro per ragazzi e ragazze dagli undici anni che proprio nel momento più determinante e spaventoso del racconto, proprio quando Hex, uno dei protagonisti, ha la possibilità di salvarsi la vita, se questo scrittore dicevo non gli fa trovare l’oggetto magico perché Hex lo ha dimenticato nei pantaloni e i pantaloni li ha buttati da lavare e sono lì puliti e profumati sulla sua scrivania e quindi addio oggetto magico, se uno scrittore scrive tutto questo, per me è già nell’empireo. 
Se inoltre tale scrittore, che ha già scritto un romanzo riuscito e piacevole, si affianca a un illustratore della caratura di Levi Pinfold, beh, allora il suo libro è sicuramente da leggere. 
Racconterò della trama solo l’inizio, perché una delle caratteristiche più piacevoli di questo romanzo sono senz’altro i colpi di scena.


Harrold racconta la storia di Hex e Tommo, due amici per la pelle, che un pomeriggio si vedono inseguiti dalla piccola Sasha che vuole giocare con loro. I giochi dei ragazzini sono turbolenti e pericolosi il giusto, sta di fatto che Sasha cade e si rompe malamente un braccio. Panico. I due amici chiamano i soccorsi e tutto rientra, ma il giorno successivo Hex le prende dalla sorella maggiore di Sasha; mentre scappa il ragazzino trova rifugio in un antico cottage, che non aveva mai notato, dove vive la vecchissima signora Missus con la sua gigantesca cagnolona Leafy. Missus offre a Hex una ghianda: se vorrà vendicarsi di Maria, la sorella di Sasha, dovrà soltanto romperla e così lei e Leafy faranno in modo che Maria non esista più, la faranno scomparire, nessuno avrà mai memoria di lei. 
Hex ammutolito prende la ghianda ma sul più bello si accorge appunto che è sparita col risciacquo della lavatrice. 
Non vado oltre nell’anticipare la trama di questo romanzo pieno di colpi di scena incredibili. Dico solo che non riuscirete a staccarvi e che il libro diventerà sempre più complesso e i personaggi sempre più interconnessi, raggiungendo la profondità delle fiabe antiche. 
D'altronde delle fiabe ha diverse caratteristiche: l’oggetto magico, come abbiamo visto. La strega e l’animale aiutante. Il bosco: piccolo, come ci viene spesso detto nel libro, eppure così vasto da poter cambiare il mondo. Il divieto e l’infrazione del divieto. La lotta. 
Harrold però aggiunge un passaggio esplicito, una riflessione nel romanzo che riecheggia in tutte le pagine: cos’è la vendetta? Siamo sicuri che sia univoca la colpa? Ci farà stare meglio vendicarci? Nomina la vendetta, la circoscrive. Non la lascia nell’indeterminatezza tipica delle fiabe, vuole che i lettori ci pensino: “Aveva archiviato la propria vergona e l’aveva sostituita con l’astio”, scrive Harrold dopo la consegna della ghianda. 
A.F. Harrold è un poeta e si vede, si sente mentre con profondità riflette attraverso i pensieri dei giovani protagonisti, sempre in biblico tra come si sentono loro e come li vedono gli adulti, si vede da come maneggia i pensieri dei due ragazzini protagonisti, Tommo e Hex. 
Che splendore. 


A tutto questo si aggiunge la maestria di Levi Pinfold, che deve avere un rapporto speciale con i cani neri, ma direi con gli animali maestosi di ogni genere. 
Le sue illustrazioni viaggiano proprio in una terra di mezzo che è quella che mi immagino esista tra il torrente dove Sasha si rompe il braccio, e il cottage che solo i ragazzini vedono. In questa terra del limite le sue illustrazioni nascono dal nero del bosco, tratteggiano i ragazzini spesso di spalle e in movimento, lasciando più spazio alla vecchia Missus e a Leafy, che tanta parte hanno nelle dinamiche del libro. I ragazzini e le due creature d’altro canto parlano una stessa lingua, perché le ghiande vengono messe nelle tasche dei jeans e non lasciate nel cottage. 
La cittadina scarna e desolata dove vivono fa da contraltare al bosco scuro e nodoso di alberi millenari, le macchine vecchie, le finestre che anticipano il dentro o che riflettono il fuori. Tutti temi di Pinfold rafforzati dalla trama. A tratti pare che Harrold abbia pensato proprio a Pinfold nello scrivere. 
Con molta maestria lo scrittore inglese intesse una trama solida e avvincente a una riflessione profonda, fino a portarci a un finale di quelli che piacciono a noi, quelli che finiscono con una domanda. Dopo tutto quel combattere e pensare e addolorarsi e dimenticare, come sarà la vita dopo? 
C’è una frase verso la fine che dovrei scrivere e tenere sulla mia scrivania: 
“Oggi era oggi, e l’unica cosa da fare con i giorni è viverli.” 

Valentina

"Era tutto il nostro mondo”, A. F. Harrold, ill. Levi Pinfold, trad. Manuela Salvi, Mondadori, 2025 

mercoledì 25 settembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL ROSSO È (UN) GIALLO 


“Carla Stratos ha sedici anni, quattro piercing, tre tatuaggi e un gatto. 
Non sa ancora che quello che le darà più problemi fino alla fine è proprio il gatto. Carla vive in una casa al centro di Bologna. È la casa dei suoi zii e lei ci abita da quando è successa quella cosa. Ma non pensa volentieri al passato, a quando stava ancora in montagna e tutto il resto. 
Esiste solo il presente. Ora. Adesso. 
E adesso Carla ha 16 anni, fa il liceo artistico, vive dagli zii, ha quattro piercing e tre tatuaggi. E un gatto.” 

Carla dunque è ben piantata nel presente. Il passato, quella cosa, è qualcosa da scordare… 
E invece quello che l’aspetta è proprio un viaggio super avventuroso nella memoria, non nella sua. Ma in quella del gatto. 
E poi, certo, anche nella sua, scoprendo che il passato racconta il presente. 
È sempre bello soffermarsi sugli incipit delle storie di Davide Morosinotto e in questo caso apprezzare come, in pochissime righe e ben conchiuse, riesca a: 

 • scolpire davanti ai nostri occhi i tratti della protagonista 
 • localizzarla (e localizzarci) nello spazio 
 • localizzarci nel tempo facendoci intendere che c’è un prima (quella cosa), oltre al dopo che ci aspetta (siamo solo alla seconda pagina, del resto, e tutta la storia deve ancora accadere). 

Così Morosinotto riesce a prenderci all’amo e all’amo rimarremo fino all’ultima pagina. 
Nelle vicinanze di casa di Carla è appena stato assassinato un uomo, un pericoloso narcotrafficante, e un corpo di polizia particolarmente specializzato sta cercando l’assassino. 
Unico testimone: il gatto. Per la precisione Cucco, il gatto di Carla, che spesso e volentieri se ne va girando per il quartiere ed è rientrato a casa lasciando zampate di sangue. 
La tecnologia investigativa ha messo a punto un dispositivo capace di accertare la veridicità dei testimoni o sospetti criminali, una sorta di macchina della verità che entra nella memoria di chi ha visto. Dunque ci si prepara a entrare nei ricordi di Cucco utilizzando il Dispositivo Mnemonico DM e inchiodare il colpevole. 
Nella memoria di Cucco entreranno in missione l’agente Due, l’agente Nove, Carla e Marco. 
Marco è il fidanzato di Carla, il suo punto di riferimento, “il cuscino che attutisce i suoi spigoli”, è con lei da prima che accadesse quella cosa
Molte cose accadranno in questo viaggio nella memoria che ci porterà a scoprire l’insospettabile assassino attraverso un incrocio di generi letterari, di storie e di accadimenti, di pericoli e di capovolgimenti, di prima e di dopo, come del resto Morosinotto ci ha già abituati a fare. 
Dunque questa storia è un giallo, un’avventura au bout de souffle e anche una storia di fantascienza (o esiste già la “Macchina Mnemonica 171” con il connesso “Dispositivo Mnemonico DM”?). 
Tra le righe della trama, sballottati tra un accadimento e l’altro, riusciamo anche ad attraversare il confine tra animale umano e non umano e come il gatto Cucco, vedremo giallo tutto ciò che è rosso (i gatti non vedono il rosso): gialli i mattoni di Bologna “la rossa”, giallo il sangue della scena del delitto; saremo capaci di fuggire con grandi balzi; vedremo le piante di casa come fosse una foresta… 
Una bella storia che raccoglie con successo la sfida della nuova collana editoriale che Mondadori sotto suggerimento di Alice Bigli ha studiato per i lettori dagli 11 ai 14 anni. 
Si chiama OSSIGENO e propone romanzi brevi da “leggere tutto d’un fiato” per avvicinare alle storie chi non è abituato alla lettura. Dunque solo 126 pagine con interlinea ampia e carattere grande a disposizione di Davide Morosinotto per sfoderare una storia avvincente che apre a interrogativi interessanti: una riflessione sul Male, su come qualunque, proprio qualunque persona possa sceglierlo e agirlo (il riferimento a La banalità del male è esplicito) e sulla vendetta che qui viene proposta come nelle fiabe classiche nella loro versione non edulcorata dalle recenti trascrizioni dove ai cattivi (le sorellastre di Cenerentola come la strega di Hänsel e Gretel, per esempio) capita di morire carbonizzati in un forno o con gli occhi cavati da uccelli vendicatori. 
In ultimo un accenno alla bella copertina illuminata da una luce gialla (per un giallo in cui si vede tutto giallo!) realizzata da Laura Perèz Granel. 

Patrizia

Noterella a margine: Gli altri titoli già usciti per la collana OSSIGENO: Scusa, ma resto qui di Alessandro Barbaglia; Il sentiero degli orsi di Francesco D’Adamo.  

“Il mio gatto ha visto l’assassino” D. Morosinotto, Mondadori 2024

mercoledì 11 marzo 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CHONI, CHANNA, NECHUNIA E GLI ALTRI

Un invito fatale. Una storia dal Talmud, Shoham Smith, Einat Tsarfati
(trad. Shulim Vogelmann)
Giuntina 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Un uomo ricco chiamò il suo servo e gli disse: Servo! La prossima settimana darò una cena. Vai a invitare tutti i miei amici, anche i semplici conoscenti.
Il panettiere. Il venditore di stoffe. Il lattaio. Il medico. Il venditore di vasi. Il falegname. Il vinaio. Gli addetti alle terme che mi insaponano la schiena. Il calzolaio. Il casaro. E anche Nehorai, Iochai, Nitai, Shammai, Dostai, Yakov Ben Levì, Ishmael ben Azai, Gamliel Ben Nethanel, Shimon Ben Uziel, Yochanan Bar Yonathan, Choni, Channa, Nechunia, Chalafta Ben Prachaia, Yehuda Bar Akashia, Eleazar Ben Meir. Farò vedere a tutti chi è l’uomo più ricco in città!"


Stava per dimenticarsi il suo carissimo amico Kamtza. Ora l'elenco pare davvero completo. Lo affida al suo servo che però fa un grave errore. Il primo, ma non l'ultimo. Sbaglia un nome importante (non si stenta a crederlo) e così invece di recapitarlo al caro Kamtza lo consegna all'inviso Bar Kamtza. Costui, dopo un primo momento di stupore, immagina che il gesto sia dovuto a un tentativo di riappacificazione quindi non solo decide di andare alla cena, ma ci va con le migliori intenzioni e un regalo più alto di lui. Sulla soglia della ricca casa, l'uomo ricco non crede ai suoi occhi, vedendoselo davanti. Infuriato, lo caccia. Ma Bar Kamtza indugia. Vorrebbe davvero fare la pace e si offre, per restare, di pagare la sua quota. L'uomo ricco, punto nell'orgoglio, rifiuta e anche tutti i presenti non prendono in alcun modo le parti né dell'uno né dell'altro.
Stallo. Bar Kamtza insiste, ma l'uomo ricco non molla e lo fa rotolare giù per le scale, rimandandolo indietro.
Per Bar Kamtza è rabbia vera e doppia: nei confronti dell'uomo ricco per il modo con cui lo ha trattato e nei confronti dei suoi invitati che non sono stati capaci di prendere le sue difese. La rabbia porta spesso con sé la vendetta. Anche in questo caso.

Raccontato da una nonna, in una sorta di storia-cornice, con l'intento di tener buoni i propri nipoti litigiosi, questo racconto che arriva dal Talmud, più che dare risposte, genera domande.
E questo è già di per sé un bene.


La prima grande questione ruota intorno alla capacità o volontà che ha ognuno di perdonare l'altro. E poi in nome di che lo si vuole fare? Ragionare su quanto questo possa costare in termini di orgoglio e giudizi altrui. Tra Bar Kamtza e l'uomo ricco, prendiamo immediatamente le parti del primo. Il secondo è un uomo tracotante, fino all'ultimo respiro. E' facile schierarsi, eppure. Eppure.
La lunga serie di invitati che assiste in silenzio al dialogo tra i due, non si pronuncia. Ed ecco la seconda questione che il libro pone. Tu da che parte stai? E quali sono le ragioni che ti fanno pendere da un lato piuttosto che dall'altro? La dozzina di personaggi rigorosamente in silenzio dà espressione al pensiero ad altrettante diverse posizioni, secondo una gamma di sfumature che metterebbero in crisi anche un filosofo.
E terza, ma non ultima, questione si pone riguardo alla scelta finale del Bar Kamtza ferito, nell'orgoglio e nel corpo. E anche di questo se ne potrebbe parlare per intere mezze ore.
A chiudere la questione delle questioni è la nonna stessa che, rivolgendosi ai nipoti ex belligeranti, esige da loro una morale.
Ecco. Mettere in mano il Talmud - seppure raccontato con l'acume e la leggerezza del fumetto da Shoham Smith - a Einat Tsarfati, significa necessariamente dargli un brio pop del tutto inaspettato.
E' così che si affaccia l'altro grande pregio di questo libro, l'aver affidato l'illustrazione a un'artista così originale e folle. Non solo è stata grandiosa l'idea, ma è altrettanto geniale e portentosa la declinazione che la Tsarfati dà all'intera vicenda. A partire dai suoi personaggi stilizzati, cetrioli con occhi naso bocche e gambette e braccina fragili, fino ad arrivare ai raffinati disegni dei decori della festa o della villa, fenicotteri inclusi.


Ironica in mille occasioni - dai villosi toraci che fuoriescono rispettivamente dal telo da bagno dell'uomo ricco e dal pigiamino di Bar Kamtza, fino alle diverse attrazioni della festa, danzatrici del ventre o zucchero filato compreso. 


Meravigliosa la tigre zerbino, vessillo di potere ostentato.
A tutto questo si aggiunge il colpo di genio finale tutto picassiano, allusione figurata di quanto la vendetta con i suoi esiti distruttivi sia portatrice del Male, quello con la M maiuscola.
Raffinata e pop sulla stessa pagina. Ricercata nel pattern (dalle vetrate al pigiama) e in generale dei decori, pop nella scelta dei colori che del contrasto fanno la loro forza. Dal blu profondo della notte, di alcuni fondi, e del magnifico palazzo, all'arancio, al giallo fino al rosa schocking dilagante e dominante: dai fenicotteri alle palme disposte in duplice filar.


Ancora una felice conferma per la Tsarfati che già aveva dimostrato grande stoffa e un bel po' di cose da dire ne I miei vicini.
Ah, Parpar una collana con diverse perle.

Carla

mercoledì 15 ottobre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


"THE REST IS SILENCE."

Amleto, William Shakespeare (Jan Hollm), Andrej Dugin
Salani 2014


ILLUSTRATO PER GRANDI (dai 10 anni)

"Lo spettro appare e scompare più volte, e ogni volta cresce il panico tra i soldati. Infine, malgrado la paura, questi osano chiedere allo spettro: 'chi sei e perché ci appari?' Ma prima che possa rispondere, il gallo canta annunciando il mattino. Nello stesso istante lo spettro del re defunto svanisce nella nebbia tra lo stupore delle guardie."

"SOMETHING IS ROTTEN IN THE STATE OF DENMARK". Il re di Danimarca è morto e un grave sospetto aleggia sulla sua scomparsa: forse il morso di un serpente, o forse è stato ucciso in una congiura di palazzo? Amleto, il figlio, lo piange e sospetta più di altri lo zio che, immediatamente, si è impossessato del trono vacante che sarebbe spettato all'erede diretto. 
Il repentino matrimonio con la regina Gertrude avvalora agli occhi di Amleto il sospetto. La conferma arriva dopo il toccante dialogo con lo spettro del padre che, inquieto, passeggia di notte lungo le mura del castello e reclama vendetta.
Sopraffatto dalla situazione, Amleto non trova la forza di vendicare il padre e ragiona sulla morte, soprattutto sulla propria. Vive in uno stato di grande confusione della mente che lo porta a rinnegare anche il suo amore per Ofelia, la figlia di Polonio, consigliere del re. 
 

Ma l'occasione per capire dov'è davvero la verità arriva -come un deus ex machina- da una compagnia di teatranti che mettono in scena per il nuovo re Claudio L'assassinio di Gonzago, qui altrimenti detta La trappola per topi. Il racconto fatto dallo spettro sulla mura è la trama di questo dramma.


Vista la reazione dello zio alla scena, ad Amleto adesso pare tutto chiaro. Il successivo duro contrasto con la madre porta all'involontaria uccisione di Polonio da parte di Amleto che continua ad essere considerato da tutti a corte, un folle. Accanto alla sua pazzia presunta, si aggiunge però quella drammaticamente autentica di Ofelia che porta con sé la vendetta del fratello Laerte, tornato ad Elsinore.
Un duello finale tra i due giovani, in cui il veleno scorre nei calici e sul filo delle lame, porta al trionfo della morte ma anche della verità.
Intrighi, fratricidi, bugie, assassini, sotterfugi, vendette, guerre alle porte, veleni, sconvolgimenti e pazzia sono tutti racchiusi entro le mura di un grigio castello sulla riva del mare, che la nebbia nasconde per gran parte del tempo.

La lettura della tragedia shakespeariana che Dugin ci dà è quella di un giovane che perde il suo affetto più caro e si ritrova solo, sconfitto e tradito.

Fin dalla copertina tutto appare molto chiaro: di spalle, con il capo abbassato, con la spada puntata verso il suolo, assorto, Amleto pare un ragazzo triste, addirittura un bambino,che tiene accanto a sé legato con un cordino rosso il suo giocattolo inutilizzato: la trappola per topi.
Intorno a questa trappola, vero oggetto simbolo dell'intera lettura figurativa di Dugin, ruotano i diversi scenari dove essa, ogni volta in scala diversa, fa la sua inquietante apparizione.
Un libro che brilla nonostante l'alto contenuto di cupezza che la narrazione di Shakespeare ha in sé.
Brilla, ovviamente e in primo luogo, perché è Shakespeare. Ma brilla anche per la riduzione del testo fatta da Hollm (cui rende merito la bella traduzione di Alessandro Peroni) che coraggiosamente lavora la materia come un abile tagliatore di pietre, sfaccettando e asciugando senza mai togliere nulla a ritmo e bellezza del testo shakespeariano. Questo talvolta compare citato come a voler ribadire il legame con quelle precise parole che sono all'origine di tutto questo.


Nella carrellata di ritratti dei singoli personaggi salta immediato all'occhio il gioco, l'ennesimo, che Dugin fa con l'osservatore: sono tutti volti moderni 'incastonati' in un contesto seicentesco accuratamente studiato e riprodotto.
La sfida che Dugin accetta nell'illustrare Amleto, in questa riduzione per piccoli, nasce da un suo grande amore e rispetto per il teatro e per Shakespeare, in particolare, e il libro nasce nella mente di Dugin proprio come se fosse una messa in scena. Colto dominatore di una tecnica raffinatissima, già vista in passato nel in due fiabe dei Grimm, Sartorello coraggioso e Le penne del drago (entrambi per la collana Cavoli a merenda di Adelphi, 2002), e ancora in Le avventure di Abdì (Madonna, Feltrinelli 2004), sempre a fianco di Olga Dugina, in questo omaggio alla tragedia di Shakespeare, Dugin è in grado di creare, a livello figurativo (Hollm e il suo eccellente traduttore lo fanno con il testo), un legame immediato che attraversa quasi cinquecento anni di arte e di storia, come se niente fosse. Ma dietro a tutto, non dimentichiamolo, c'è il Bardo.

Carla

Noterella al margine. Illuminanti gli studi, le note e l'intervista a Dugin da parte di Ivan Canu che chiudono il libro.

lunedì 26 novembre 2012

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


VANGO


La lettura di Vango è sicuramente complessa: sia nel primo volume che nel secondo, uscito da poco, si intrecciano diversi piani temporali, con una tecnica di scrittura che contraddistingue Timothée de Fombelle. In entrambi i volumi, che raccontano la storia movimentata di un giovane rampollo dei Romanov, si accavallano le vicende di molti personaggi, alcuni ben definiti altri appena abbozzati, che si muovono freneticamente fra Parigi e New York, fra l’isola di Salina e l’Inghilterra. Molti dei nostri giovani lettori indietreggiano di fronte a due difficoltà: una, come si è detto, è data dalla complessità della trama, dal dover andare avanti e indietro nel tempo e nello spazio, l’altra riguarda l’ambientazione storica scelta, fra la rivoluzione russa e le seconda guerra mondiale.
Detto questo, rendiamo onore al merito: c’è, nel nostro autore, una grande padronanza della narrazione, che nel secondo volume si snoda con chiarezza; abbiamo di fronte un romanzo corale, in cui ciascun personaggio, compreso Iosif Vissarionovich Dzugasvili, detto Stalin, acquista la sua giusta collocazione in un mosaico di intrighi, avventure, passioni, amori sottaciuti, segreti.
Nel dipanarsi della vicenda, che passa dalla prima guerra mondiale alla Resistenza nella Francia occupata dai nazisti, perde importanza l’interrogativo che chiudeva il primo volume, cioè chi fosse Vango, che legami avesse con la Russia; e diventa sempre più importante la vicenda umana che lega il protagonista a Ethel o a Mademoiselle, a padre Zefiro o alla Talpa. Ciascun personaggio porta nel cuore un dolore, una perdita, una separazione; ognuno di loro per difendere i propri affetti, per mantenere le proprie promesse deve conservare il segreto, deve fuggire e nascondersi, deve ingannare un nemico onnipresente e alla fine sconfitto.
De Fombelle ha delle grandi capacità narrative, riesce a creare immagini che illuminano stati d’animo, situazioni, emozioni; la scrittura è scorrevole e il lessico curato e va dato merito alla traduttrice Maria Bastanzetti di aver conservato questa ricchezza; infine ha una grande padronanza del meccanismo narrativo, grazie anche, credo, al suo lavoro di autore teatrale e sceneggiatore, con un ritmo serrato e un intreccio costante dei piani narrativi. La parte finale del romanzo è geniale, nel riconnettere tutti fili, nel ricongiungere i personaggi che nel frattempo sono diventati qualcosa di diverso, nello spiazzare il lettore, convinto fino a poche pagine prima che il centro narrativo sia davvero scoprire chi sono i genitori del protagonista. A maggior ragione dispiace constatare la resistenza che i giovani lettori dimostrano nei confronti di questa romanzo, fuori dai consueti canoni della narrativa di genere.


Eleonora


“Vango. Un principe senza regno”, T. De Fombelle, San Paolo 2012
“Vango. Tra cielo e terra”, T. De Fombelle, San Paolo 2011




lunedì 20 febbraio 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MENTIRE E' UN'ARTE

VOGLIO IL MIO CAPPELLO! Jon Klassen
Zoolibri, 2012

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)


"Il mio cappello è sparito. Lo voglio indietro.
Hai visto il mio cappello?
No. Non ho visto il tuo cappello.
Ok. Grazie comunque.

Hai visto il mio cappello?
No. Non ho visto un cappello da queste parti.
Ok. Grazie comunque.

Hai visto il mio cappello?
No. Perché me lo chiedi?
Non l'ho visto!
Non ho visto cappelli!
Nessun cappello!
Da nessuna parte!...."

Un orso con la faccia da marmotta gira come un automa nel bosco in cerca del suo cappello perduto. Scusa hai visto il mio cappello? Lo chiede alla volpe, lo chiede alla rana, al serpente, alla tartaruga e anche al leprotto. Nessuno l'ha visto e la risposta è quasi sempre la stessa. No, non ho visto il tuo cappello. Solo il cervo interrompe questo mantra un po' ipnotico e chiede all'orso come era fatto il suo cappello. Era rosso e appuntito..risponde l'orso e solo nel dirlo gli torna alla mente un'immagine che gli farà ritrovare il suo cappello e fare uno spuntino fuori programma...



Albo illustrato di qualità, ma crudele nell'intimo, che sposa la tesi secondo cui vanno puniti in modo esemplare i bugiardi, ladri di cappelli rossi appuntiti. Ma la semplicità estrema, pura essenzialità,  di Voglio il mio cappello! fa di più: mette il lettore in quella particolare e bellissima condizione di suspense che Hitchkock tanto teorizzò e contraddistinse molti suoi capolavori. La suspense, come di certo sapete anche voi, si ottiene mettendo lo spettatore, in questo caso il lettore, a conoscenza di fatti di cui non è a conoscenza il personaggio sulla scena, o in questo particolare caso, un orso un po' alienato (o forse solo molto triste per la perdita del suo cappello); il lettore così si trova in uno stato di ansiosa attesa che lo incita a un dialogo impossibile con il protagonista della storia. 'Scemo di un orso, ma non lo hai visto il tuo cappello, come l'ho visto io???'
Ma il gioco non si esaurisce in questo: c'è una sottile ironia che attraversa tutto il libro e che si focalizza sulle singole risposte asciutte che ognuno dà all'orso in cerca e sugli sguardi reciproci. Divertente e sottile è la chiave di lettura per definire un bugiardo, uno con la cattiva coscienza. Solo chi sa di essere in mala fede e ha, al contrario, bisogno di dimostrare al mondo il proprio candore darà risposte 'stonate' , che appunto nascondono qualcosa.
Bugiardi di tutto il mondo, attenti! C'è ancora molto da imparare: mentire è un'arte sopraffina. Certo, a voler essere crudeli fino in fondo, questo libro potrebbe ben essere utilizzato da grandi e piccoli come manuale o eserciziario, per ottenere senza sforzo la patente del bugiardo o, al contrario, dello scopritore di mentitori.
Bella idea ha avuto Jon Klassen, giovane e talentuoso illustratore canadese (ora importato in California) e realizzatore di belle animazioni, per chiamare dentro i suoi piccoli lettori. Se si pensa che questo è il suo primo libro in cui compare anche come autore di testi, c'è da aspettarsi solo grandi cose da lui!

Carla

Accurata in ogni dettaglio, dal carattere tipografico, alla scelta dei colori con cui è giocato lo script (che si riscontra anche se un po' diversa nella versione americana pubblicata da Candlewick), l'edizione di Zoolibri.