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lunedì 12 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA RADICE UNICA

Cromosomi
, Fabian Negrin, Kalina Muhova 
Edizioni Corsare 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"2025 - Mi chiamo Lucia e, mamma mia, come sono diventata vecchia... 
1963 - Sembra ieri che con Giorgio andavamo a ballare ogni sabato sera. Due fan scatenati dei Beatles. E tutte le domeniche burraco con l'allegra compagnia di amici. Quante risate! 
1951 - Giorgio l'ho conosciuto a Ischia. Mi ricordo l'emozione la prima volta che lo vidi. L'incontro avvenne sulla spiaggia dell'albergo Vittorio. Quello dove, da quando ho memoria, passavo ogni estate con i miei genitori..." 

La sua mamma era molto ansiosa e quindi il tempo che Lucia poteva passare al sole facendo castelli di sabbia, nonostante il cappellino, era limitato. Il suo babbo invece le lasciava fare molte più cose, compresi i tuffi di testa. 


Di mestiere lui era fotografo ed era sempre in viaggio, sua madre invece era nata a Londra ed è lì che si erano conosciuti... 
Il nonno di Lucia che di professione era capitano di lungo corso e viaggiava con la sua nave lungo la rotta Londra - Hong Kong si era innamorato di una giovane cinese e l'aveva sposata contro il volere della famiglia (un Pinkerton controcorrente). E quindi non è un caso che la Lucia di partenza abbia un po' gli occhi a mandorla... 

Ed ecco che i cromosomi fanno la loro entrata in questa storia. 


Fabian Negrin costruisce un'esile architettura narrativa che sulla genetica poggia le fondamenta. In altre parole, i cromosomi che riempiono i risguardi sono lì a testimoniare un fatto importante: noi siamo la nostra storia. 
Loro sono la nostra storia trascorsa (e indiscutibilmente anche la nostra storia futura), scritta piccola piccola: contenitori preziosi di DNA, sono la biblioteca del codice genetico che ci appartiene e che ci distingue da chiunque altro. 
Detto questo, Fabian Negrin prova a dare nomi e a costruire a ritroso una storia fatta di tanti episodi di altrettante piccole storie, quelle di chi ci ha preceduto. 
La novantenne Lucia ripercorre così il suo albero genealogico: genitori, nonni e poi bisnonni e poi indietro fino all'epoca delle Crociate, attraverso quell'anello che la bisnonna di Lucia aveva a sua volta ereditato e che aveva attraversato la genealogia della sua famiglia. 
Si va sempre più indietro, fino ad arrivare a Nefertiti. E prima di lei? 
Una sequenza di altri uomini e donne che hanno depositato piccole tracce di sé in chi è venuto dopo. 
Ma un punto di partenza di questo lunghissimo percorso ci deve essere stato - di certo in Africa, dove l'umanità ha avuto origine, e di cui Lucia è esemplare. 
È intrigante l'idea di dare forma al percorso genetico che distingue ognuno di noi, ossia di rendere tangibile e visibile un concetto complesso in cui il tempo, lo spazio, la biologia sono i piloni necessari, accanto a quell'altro concetto che non è proprio facile raccontare e che fino a Mendel non aveva neanche un nome... 
A prescindere dalla capacità di superare una difficoltà oggettiva nel creare una struttura che si dimostri leggera e soprattutto maneggevole per chiunque, in questo libro mi pare di cogliere una questione altrettanto importante: noi siamo tutti molto mischiati e tanto più andiamo indietro, tanto più ci avviciniamo alla radice che è - con buona pace di molti - unica.
 

Il seme del nostro albero genealogico, parrebbe sottolineare Negrin, è uno. Qualcosa di simile all'albero Pando, con una differenza: lui, essendo albero, con il crescere è diventato bosco, noi, crescendo, siamo diventati umanità. 
Bell'idea, bella storia. E come sempre con Fabian Negrin, bel finale. 
Ma come rendere visivamente questo viaggio attraverso spazio e tempo senza renderlo una noiosa galleria di personaggi? 
E quindi la seconda architettura è quella che si è inventata Kalina Muhova. 
Lavora sulla pagina come se fosse un suo blocco di appunti. Una sorta di taccuino di schizzi, di appunti che poi "pulisce" per renderlo leggibile a tutti. 
Mi ricorda quella sensazione di imbarazzo quando in università qualcuno ti chiedeva gli appunti della lezione... L'ordine, o per meglio dire il disordine, personale non è facile da condividere, quindi Muhova mette in pulito i suoi "appunti" e il testo di Cromosomi assume una sua iconografia, trova un suo ritmo visivo. 
La prima cosa necessaria da fare è fissare le tappe del tempo. E Muhova lo fa con quel rettangolino in alto che diventa l'orologio di questa lunghissima storia. 
La seconda cosa da fare è dare facce ai personaggi. E Muhova lo fa e li fotografa entro boxini quadrati: le foto tessera di ciascuno disegnate. Non tutti ma quasi hanno la loro. 
Terza cosa da fare è creare i legami, le connessioni. E Muhova si inventa un bel sistema, immediato quanto visibile: una linea tratteggiata che collega Lucia alla sua casa, oppure Lucia e Giorgio a diciott'anni, Charles e Mei attraverso i continenti, un anello con il quadro che lo ritrae al dito di qualcuno. 
Quarta cosa da fare è creare gli scenari, i contesti per rendere tutto meno scheletrico. Così Muhova, sullo sfondo delle foto tessera, disegna uno sfumato di una battaglia di crociati, come pure rinomate spiagge campane, anni Cinquanta. 
Quinta cosa da fare è non seguire sempre detto schema. E Muhova gioca su formati di immagini piuttosto diversi e movimentati. Nefertiti vince una pagina intera, così come l'abbraccio d'amore tra Charles e la sua sposa cinese... 


Sesta cosa da fare è quella di rendere otticamente tutto molto interconnesso. E Muhova si inventa l'uso di un pantone magnifico (che mette a dura prova la grafica dell'editrice e ora lo scanner che no gli rende giustizia) che è un faro illuminato sugli scaffali delle librerie. Non puoi non vederlo.
Settima cosa da fare è quella di dare spessore iconografico a questa carrellata di esseri umani. E Muhova cura, magari non proprio sempre sempre, pettinature e abbigliamento e fisionomie. 
Il risultato, un libro interessante. 

 Carla

venerdì 12 aprile 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AL CANTO DEL NEGRIN 

Al canto del gallo, Fabian Negrin, Mariachiara Di Giorgio 
Edizioni Corsare, 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Tra un re e quello successivo, trascorrevano anni in cui a regnare erano soltanto il caos e la confusione, la rovina e lo scompiglio. 
Nell'attesa che i galli si mettessero d'accordo e annunciassero il nome del re, non c'era nessuno a ordinare la riparazione dei lampioni stradali o a deliberare la raccolta delle foglie secche che otturavano i fossati per lo scolo dell'acqua piovana, cosicché fango e sudiciume rendevano impraticabili le strade buie. 
I marciapiedi formicolavano di topi e topilavano di formiche che rosicchiavano la spazzatura che nessuno raccoglieva." 

Usanza strampalatissima quella di quel regno chissaddove in cui a ogni morte di sovrano erano i galli - non uno ma tutti all'unisono - a decretare il nome dell'erede al trono. 
Le possibilità che si accordassero per cantare lo stesso nome era bassina, vicina allo zero. E infatti per lunghi periodi, senza governo, tutto andava a scatafascio: lupi e tigri si aggiravano indisturbati per le strade. 
Il cattivo odore penetrava fin nelle case, non c'era legna per far fuoco, nei campi le coltivazioni marcivano e le scimmie si nutrivano indisturbate di mango e guanabana, mentre i malati non li curava più nessuno perché medici e infermieri non ricevevano stipendio da mesi e quindi scioperavano... 
Quando questa terribile situazione stava per raggiungere il suo estremo, allora qualcuno invocava per sé la corona, giurando al mondo di aver sentito chiaramente cantare i galli il suo nome, fosse Roberto o Carlo poco importa. Nascevano così le fazioni dell'uno e quelle dell'altro che se le davano di santa ragione fino ad arrivare alle armi pesanti, persino la dinamite! E alla fine uno dei due cedeva e l'altro governava su un popolo decimato. 


E così per qualche tempo tutto si rimetteva a posto. Si ripulivano le strade del regno, la gente tornava a lavorare, i malati guarivano, i campi erano di nuovo rigogliosi, le lavandaie sbiancavano nuovamente le tovaglie da mettere in tavola e i fornai rifacevano il pane da metterci sopra. Ma durava finché il sovrano restava in vita. E poi tutto ricominciava come prima... 
No, quando morì Carloberto I qualcosa effettivamente cambiò. 

Negrin alle tastiere e Di Giorgio ai pennelli, su uno stesso libro. Ah, beh beh... parecchio interessante.
Andiamo in ordine di altezza e partiamo da Fabian Negrin che scrive un testo che molto gli corrisponde: una buona idea di partenza, una bella metafora che tutto contiene, un bel gusto per il crescendo, il suo senso dell'ironia, il divertimento nel giocare con le parole, una punzecchiatina politica, un trionfatore finale, scelto nella categoria umana che lui preferisce. Di più non si può dire... 
Di rado, forse un'unica volta, Negrin ha affidato i suoi testi a illustratori che non fossero lui medesimo. Questo perché è un assoluto maestro nell'intrecciare alla perfezione le due lingue che conosce e parla a meraviglia: la scrittura e il disegno. Concepite in un'unica testa, anche con toni tra loro molto diversi, le due lingue si sono sempre molto ben armonizzate tra loro. E i risultati tutti li conoscono. 
I suoi testi illustrati da altri, a quel che mi consta, compaiono solo ne Il mondo invisibile e altri racconti, uno dei più bei libri di sempre. 


Qui accade di nuovo. La ragioni potrebbero essere varie: troppo lavoro e poco tempo, oppure la voglia di mettersi alla prova nel non fare quello che ha sempre fatto, oppure una richiesta di maggiore novità da parte dell'editrice, oppure ancora potrebbe essere un gesto simbolico per dare 'ufficialmente' merito a un talento. Un talento, quello di Mariachiara Di Giorgio, che libro dopo libro, da qualche anno si andato consolidando un bel po'. Una sorta di incoronazione (!), cresima, attestato... alla sua incontestata bravura. Come se ce ne fosse bisogno. 
Siano quali siano le ragioni che hanno portato Al canto del gallo a essere quello che è, poco importa. La cosa che appare evidente è che entrambi si sono presi il loro rispettivo spazio per dire e per divertirsi. 
Il dire: entrambi hanno detto tanto. 
Da un lato un testo che ha la cadenza della fiaba e come questa necessita di un respiro maggiore rispetto al discorso asciutto di un albo, un testo che ha voglia di dire qualcosa sul malgoverno. 


Dall'altra le figure di chi ha una gran voglia di disegnare il più possibile. Di riempire lo sguardo dei lettori con immagini anche molto diverse tra loro: scene di giorno, di notte, tavole grandi e dettagli minuti, soluzioni curiose, adulti e bambini, animali -topi grandi e tigri medie- ricchi e poveri, gente che corre e ragazzini che si squadrano, scorci di architetture.


Persino i riflessi nelle pozzanghere si riempiono di figure e dicono cose. 
Il divertirsi: entrambi si sono tolti il gusto di giocare. Il proverbiale 'sense of humor latino americano', altro che inglese, di Fabian Negrin è uno dei suoi marchi di fabbrica. Come mi è capitato di notare altrove, la circostanza che l'italiano non sia la sua lingua madre, sebbene lo parli meglio di molti autoctoni, gli permette di vedere nelle parole "ironie" su cui gli italiani passano noncuranti: i marciapiedi che formicolano di topi e topilano di formiche, è esemplare. 
Si è divertito nella capriola del finale, si è divertito a privilegiare i non privilegiati, e a far trionfare chi storicamente non trionfa mai, si è divertito a esagerare sempre tutto almeno un po' e sempre un po' di più, si è divertito nel trovare le ricercatezze della lingua delle fiabe... 
E Mariachiara Di Giorgio, invece di trovare una voce unica, si è divertita a trovarne cento diverse. Ha giocato spesso e volentieri con le possibilità che il testo le dava, ma si è anche divertita a dire a modo suo quel che il testo tace. E a giocare tra le ombre dei secondi piani e la nettezza del primo piano: dietro una battaglia all'ultima padella, davanti un ragazzino e una ragazzina con lo sguardo da OK Corral. Si è tolta il gusto di disegnare tutto il movimento possibile: dalle pozzanghere ai pennuti, dalle tovaglie al vento alla gente che va e viene. 
Si è divertita con il buio e l'ombra e con la luce e anche con la luce nel buio e la luce nella luce, mostrando quanto è in grado di fare. 


E poi mi pare si sia divertita a citare i grandi maestri del passato e anche un po' se stessa, per esempio in quel coccodrillo in fila per entrare a qualcosa di molto simile al pronto soccorso del Fatebenfratelli all'Isola Tiberina. E anche forse a scherzare con i lampioni e la luna e il suo suggestivo quanto improbabile riflesso... 
Ma si sa, i giochi con la luna li hanno fatti i più grandi (Sendak rules). 

Carla

mercoledì 29 novembre 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


OSCURE MINACCE


‘L’estate in cui Ethan salvò San Francisco’, di Gianluca Grechi, è pubblicata nella recente collana di narrativa per giovani adulti, Border, di Edizioni Corsare.
Non si tratta di un semplice romanzo d’avventura: si tratta di una storia che affonda le radici nella fantascienza e in alcuni temi ricorrenti, come l’invasione della Terra da parte degli alieni, che però non è detto provengano da un altro pianeta.
Il punto di partenza è dato dall’arresto del padre del giovane protagonista, Ethan; da quel momento si sono susseguiti eventi inquietanti e straordinari, dal ritrovamento di un cristallo verde dai poteri straordinari, a quello di un messaggio cifrato di origine militare. Per non parlare poi delle osservazioni astronomiche che il padre di Ethan, Peter, improvvisamente ha cominciato a fare, puntando un potente telescopio in un preciso quadrante di cielo.
Il nostro protagonista, che vive un momento non proprio brillante a scuola, è confortato e supportato dal suo amico del cuore Michael e da Abby, una ragazza intraprendente e molto più razionale di lui.
Ad aiutare i ragazzi, che cercano di venire a capo dell’enigma, c’è anche Tom, un veterano di guerra accompagnato dal suo inseparabile cane, diventato, come altri suoi commilitoni, un clochard.
Dopo diversi tentativi, i ragazzi riescono a decifrare il messaggio cifrato, che parla di un imminente attacco alla Terra da parte di alieni provenienti da un lontano pianeta, Kapteyn-B.
Ma la minaccia alla città di San Francisco viene veramente dallo spazio profondo, o si nasconde sotto terra, minando alle fondamenta gli edifici della metropoli americana?
Ai lettori e alle lettrici il compito di dipanare la matassa e scoprire chi è il vero colpevole dietro gli strani avvenimenti che si susseguono in quella città.
Naturalmente, protagonisti dell’azione sono i tre ragazzi, che, nel frattempo, devono gestire anche la loro vita di tutti i giorni, fatta di scuola, gare di scherma, scontri con gli inevitabili bulli.
Della trama in quanto tale non è possibile aggiungere altro, per non svelare i diversi colpi di scena che punteggiano la narrazione. Penso sia interessante notare quanto Grechi compie, pescando nel tradizionale repertorio della fantascienza, mescolando topoi diversi, dal macrocosmo al microcosmo.
Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che ai ragazzi spetti salvare il mondo, combattendo non solo contro il Nemico, ma anche contro l’ottusità degli adulti che non colgono quello che i ragazzi sanno vedere. Questo è spesso l’aspetto che appassiona maggiormente lettori e lettrici, che non faticano a considerarsi degli incompresi.
La lettura è scorrevole e sostenuta da un ritmo che non si arrende nemmeno nei passaggi più complicati. Sicuramente uno dei colpi di scena che caratterizzano il romanzo stupirà non poco lettrici e lettori che possono appassionarsi a questa storia a partire dai dodici anni.

Eleonora

“L’estate che Ethan salvò San Francisco”, G. Grechi, copertina di A. Mosca, Edizioni Corsare 2023


giovedì 13 aprile 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

COSÌ È LA VITA 

La principessa Lucciola
, Fabrizio Silei, Serena Viola 
Edizioni Corsare 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Non è per niente morta la principessa Lucciola. 
Eccola là con il suo vestito rosso e la coroncina in testa. 
Se la signora Dina avesse ancora gli occhi buoni, la vedrebbe anche lei ma, con gli occhi velati di bianco e le orecchie intasate, non scorge più le stelle e le lucciole più lontane, non ode più il frinire dei grilli farsi più lieve, e per lei, ogni anno, l'estate finisce prima del tempo." 

Le cose però non stanno così: l'estate è agli sgoccioli, è vero, ma ci sono ancora segnali che dicono che non è finita. Gli zigoli cantano, il grillo blu e il rospo gonfio sono ancora nell'erba. Le rondini volano ancora in giro. E le lucciole, anche loro brillano un altro po'. 
A quella bambina non piacciono le cose che finiscono e non tornano più. Non è la sola. 
Ed è per questo che interroga tutti per farsi rassicurare che il loro andarsene non è per sempre. Lei, che vive con la sua nonna perché il papà è sempre in viaggio -quella lucina rossa intermittente è l'aereo che lo porta in giro e da dove la saluta con la mano- lei, che la sua mamma non ce l'ha più. 
Lei, mentre corre nei prati, cercando di non dimenticare nessuno nei suoi saluti, si chiede e chiede.  
Le rondini non torneranno tutte, ma ce ne saranno di giovani, perché così è la vita, lo stesso accadrà con i grilli, mentre il rospo sarà lì ad aspettare che lei lo baci. Marameo! 
Spetterebbe alla scienza del merlo spiegare a una bambina cos'è la vita: matematica e probabilità di farcela: due terzi per un merlo e un terzo per un verme. Ma tanta lucidità di pensiero si inceppa nella domanda sulla pietà verso il verme... 
Verme salvo o verme mangiato, la lucciola principessa è chiara: l'estate finirà, ma, la rassicura, ce ne sarà un'altra e poi un'altra ancora. E nel frattempo, ogni volta che lei ci penserà, l'estate tornerà... 

In questa storia tutto si muove, tutto si accenna, tutto sfugge e, sotto sotto, brulica e fa brusio. 
Un brusio di fondo lo fanno le parole dette a mezza bocca, quelle che non vengono dette belle chiare, a voce alta. Frasi che si interrompono, accenni e allusioni. 
Ecco, tutto questo crea un vocio di sottofondo e un brulicare di pensieri intorno alla questione che la bambina e la sua nonna, e anche un po' la signora Dina sempre un po' goffa e incerta, vedono sospesa sulle loro teste a rabbuiare le giornate. Ma l'estate è più forte di qualsiasi cosa e riempie di sole, odori e sensazioni le giornate della bimbetta che corre avanti e indietro tra i prati, tra la realtà e quello che è il suo immaginario. 


Ricorda la sua mamma attraverso i sensi: la voce, il sapore di un gelato, il fiatone di una corsa e di una risata e nello stesso tempo scappa dai suoi pensieri per parlare con un rospo o con un corvo matematico, il cui cinismo merita di essere messo in discussione. 
Quindi, per riassumere, nel discorso di Silei che non ha certo un passo regolare, alla ricerca dell'ellissi - accelera e rallenta si illumina e si scurisce e ha molte voci dai volumi differenti - si alternano grandi domande, qualche risposta non definitiva e una, forse, superflua, diversi animali, molti suoni, diversi profumi e odori. 
Questo è quello che consegna all'illustratrice che è perfetta per questo ritmo. 
Di lei c'è stato modo di apprezzare quanto con la poesia ci sappia fare: è proprio il luogo perfetto in cui lei si sente di abitare. Mette in campo i suoi strumenti: il colore e le sue macchie, che oltre a solleticare lo sguardo, significano anche molto altro, il movimento di un corpo circoscritto da un segno di matita colorata che non si interrompe e non si stacca mai dal foglio finché non racchiude la forma e il volume voluti. E infine il suo illimitato repertorio di gesti pittorici: baffi di colore, gocce che sembrano casuali e mai lo sono. 


Lei è perfetta qui, perché di istinto si muove per ellissi e per accenni che aprono grandi scenari interpretativi. E allora due macchie rosse sono i gelati di mamma e figlia, racchiuse in una linea gialla piena di luce. Le lucciole diventano stelle, un aereo bianco si rispecchia in una canottiera estiva. 


La pagina del grillo blu è blu, la pagina del rospo verde è verde, la pagina della lucciola gialla è ocra. Una volpe si nasconde dietro una macchia verde. Un repertorio di mani magnifiche tracciate con un segno rosso, mani che nutrono i conigli e le galline e ne stringono, protettive, una di bambina. E su tutto la sua innegabile disinvoltura nel restituire movimento e volume ai corpi disegnati e quindi ad evidenza, bloccati sul foglio. 


Ecco tutto questo fa parte del linguaggio pittorico e, si può dire senza tema di smentita, poetico di Serena Viola. 
Bella idea quella di farla raccontare anche a lei, questa storia luminosa. 

Carla

mercoledì 13 aprile 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NESSUNO E' PERFETTO

L'indovinello della tigre, Fabian Negrin 
Edizioni Corsare 2022


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

" 'Guardate i miei occhi può uno così bello essere cattivo?' chiese la tigre. 
'Suvvia candide pecorelle, vi sporcherete tutte lì dentro.' 
La pecora più vicina all'entrata guardando gli occhi della belva le domandò: 'Ma se noi usciamo, bellissima tigre, non è che poi ci mangi?' 
'Mangiarvi? Io? Come potete pensare una cosa simile?' 'A chi mai può venire in mente una tale cattiveria?' si lamentò la tigre offesa. 
Commossa, la pecora uscì per consolarla ma appena fuori la tigre la divorò." 

Un gregge di pecore è nascosto all'interno di una miniera di carbone. All'entrata, troppo angusta per permetterle di entrare, c'è una tigre affamata. Il solo modo che ha per arrivare alle pecore è quello di convincerle a uscire da lì. Le pecore, seppure molto impaurite dalla presenza della belva, credono sempre alle sue parole, alle sue lusinghe. Il terrore sembra coglierle solo nel momento in cui la tigre le divora, una dopo l'altra: dal buio della miniera vedono quello che accade alla luce del sole. Ma sembra non essere sufficiente. 


Se la prima volta, a sentire la tigre, si è trattato di un malaugurato errore, la seconda morte è stata piuttosto un'illusione ottica, un miraggio. 
Poi arriva l'indovinello. 
In tutta onestà sono davvero pochi coloro che a un indovinello riescono a resistere. Le pecore non fanno eccezione. 
Un indovinello un po' in rima e un po' no che parla di sassolini, di lumache chiuse in casa, di cagnolini di guardia e di un topo con un sacco, di aragoste, di insalata e anche di un'amatissima crostata. 


Via via le pecore tentano con le loro risposte, ma i continui errori costano loro molto caro. Fino al momento in cui la più sagace del gregge dà la risposta esatta. 
Il fatto è che la tigre ancora una volta non sa resistere e la mangia in un amen, salvo poi scusarsi per essersi distratta. La sequenza di abboccamenti della tigre non ha fine fino a sera, l'ora dell'ultima vittima. Satolla, a fine giornata, nell'abbeverarsi allo stagno, trova il suo destino. Fatale. 

Gli occhi della tigre e lo sguardo di Negrin. Ammalianti i primi, leale il secondo. 
Tanto la tigre è determinata ad arrivare con ogni mezzo possibile, quindi anche la più bieca disonestà, a ottenere il suo scopo, tanto Fabian Negrin si dimostra determinato a essere onesto nel raccontare la natura delle cose.
 

A costo di apparire scomodo, posizione per lui spesso confortevole, racconta qui - secondo il canone della favola - la natura di un animale, ma nello stesso tempo la natura di certa umanità. Sull'istinto di una tigre affamata non c'è bisogno di aggiungere molto. Nessuna commozione nei confronti del suo pranzo. Lo dice bene il 'proverbio islandese' che apre il libro: La tigre non ha un interruttore per spegnerla quando ci fa comodo... 
La tigre è tigre e fa la tigre. La sua furbizia è nella sua fame. Non ci sono distinguo da fare. 
Tuttavia, come in ogni favola, dietro quella tigre, dietro quelle parole seducenti e spesso bugiarde, si nasconde il potere, ossia la protervia di tutta quell'umanità scaltra che la esercita nei confronti dei più deboli, dei più ingenui, degli inermi. 
La furbizia, il ricorrere all'inganno, l'eloquio che confonde, sono tutti strumenti per arrivare al proprio obiettivo senza tenere conto di una complessità maggiore, senza considerare l'altro da sé. In sostanza, la furbizia della tigre sta nel cercare di soddisfare il suo più impellente e primario bisogno, senza curarsi troppo delle conseguenze.
 

In questo senso, la tigre della favola che Negrin inventa dimostra a tutti la sua furbizia, ma non la sua intelligenza. 
Nessuno è perfetto.
Ci sta quindi che lui per lei progetti quel finale senza scampo. E a ulteriore conferma porta in salvo, in extremis, anche le pecore che come unica colpa hanno avuto quella di essersi fidate. E dalla favola si arriva a un finale da fiaba. Ma questa è un'altra questione. 
Negrin ha molte espressioni, che si riconoscono diverse nei suoi tanti libri. Ma su una cosa dimostra di essere fortunatamente uguale a se stesso: coraggioso nel dire la verità. In questo senso, ha saputo mettere in crisi intere schiere di adulti disegnando le loro debolezze, i loro limiti e la loro estraneità patente nei confronti dell'infanzia. Di questa, invece, ha saputo vedere il coraggio e l'intraprendenza e la capacità immaginativa e una salvifica, quando consapevolmente esercitata, estraneità al mondo dei grandi. 
Di un genere a lui congeniale, la fiaba, ha sempre saputo e voluto rappresentare il lato 'oscuro', spesso inquietante, affilato e tagliente, proprio quell'aspetto che dall'inizio dei tempi ce l'ha resa necessaria. Negrin fa una scelta molto netta di campo. 
Altrettanto si può dire che faccia sul versante visivo. Un sottile ma tenace filo sembra tenere insieme questo libro a un altro di qualche anno fa, apprezzato mai abbastanza, La lingua in fiamme (2014) poesie e nonsense che sarebbero piaciuti ad Edward Lear. 
Qui come lì parrebbero vicine le scelte compositive, la tecnica (forse), la sintesi del tratto, la scelta di un colore guida, qui qualcosa come un pantone blu petrolio (mentre all'indovinello e ai risguardi è la carta a diventare verde e il disegno bianco) là invece le fiamme pretendevano il rosso. 
La grande qualità del disegno è evidente, in quella tigre che prende mille pose diverse, in perenne movimento, che quasi scompare o esce di scena e poi ritorna in primo piano senza mai perdere la sua forza corporea di grande e possente felino, compresa l'eleganza nel giorno delle ipotetiche nozze.
 

Ma il suo talento irriverente è anche nella resa del vello delle spaurite pecore, linea ondivaga, ghirigoro continuo, un po' confuso, tremebondo ed esitante che si distingue dalle righe sicure e nette della spregiudicata tigre. 

Carla 

lunedì 8 novembre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MEMORIE DI UN BAMBINO 

Avventure di un ottenne. Con due fratelli più grandi
Valentina Pellizzoni, Miriam Serafin 
Edizioni Corsare, 2021 



NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni in su) 

"Rimango lì, quei pomeriggi, seduto. Leggo i fumetti. Poi guardo dalla finestra. Mangio pane e marmellata. Mi risiedo sul divano. E alla fine mi decido. 
Grido verso le camere: 
'Qualcuno vuole giocare con me?'
Quando vogliono essere gentili, i miei fratelli rispondono: 
'No, sto facendo i compiti!' 
'No, sto guardando un video!' 
'No, adesso vado a farmi una doccia!' 
'Ma quante docce si fanno questi due?' 
Quando sono poco gentili con me rispondono: 
'No.' 
E basta." 
 
E' uno dei pomeriggi di noia in cui neanche i giochi immaginari su e giù per lo schienale del grande divano, con travestimenti o senza, possono portarlo altrove a questo ragazzino di otto anni. Non che in quella casa manchino le occasioni per potersi divertire: vari gatti all'interno, quattro galline all'esterno, che razzolano spensierate un gran giardino, dove si possono trovare animali che fingono di essere morti, altri animali che invece sono vivi e vegeti, come api e vespe, lucertole con e senza coda, cavallette e grilli talpa. 
Però nei pomeriggi di noia sono proprio i due fratelli maggiori, Edo e Nico, a mancargli di più. Soprattutto perché il più piccolo di casa comincia ad avere il sospetto che le loro vite si stiano un po' differenziando. Un po' troppo, dal suo punto di vista, visto che il più grande, a quattordici anni, gira ormai con una fidanzata e il mediano, dall'alto dei suoi undici anni, deve studiare e studiare, magari sdraiato a pancia a terra con molti gatti intorno, però è sempre un gran studiare perché le medie non perdonano. 
Le giornate di questo ragazzino: a scuola, dove alterna la paura di dire a Cami che la ama alla sicurezza di dire ai compagni 'chiaro e tondo' che il suo colore preferito è il rosa; e poi a casa fuori in giardino con le sue bestie, dentro con il divano e due fratelli. Di sottofondo, ogni tanto, la voce del nonno. E giorno dopo giorno si cresce. 

La casa con le grandi finestre, il divano (enorme, a elle), il giardino intorno, i gatti, le galline, i fratelli (anche se con nomi diversi), il cesto dei travestimenti, il rosa, i fiori, i vestiti ereditati, la fidanzata, la filosofia, l'ironia, la voce di un anziano che gironzola nei pressi, i giri in bici con gli amici, le bambole e la cucinetta coi pentolini sono tutti pezzi di una infanzia vera che una madre con il talento per il racconto, con una buona capacità di osservazione e una rara sensibilità nel leggere le cose e nel togliersi di mezzo quando c'è da farlo, ha messo nero su bianco. E tutto questo è diventato un libro: con la copertina rosa in onore del protagonista. 
Piuttosto complicato provare a dirne qualcosa, lasciando fuori quella parte di sé che tutto questo lo ha visto di persona, ma ci si può provare. 
Sulla scrittura mi pare si riconfermi quella piacevole leggerezza, figlia del racconto orale, dalla quale però traspare, con lo scorrere delle pagine, una bella profondità di pensiero, cura e attenzione per ciò che le sta intorno, e anche una grande abilità a tenere a bada la sua voce da adulta. 
Di adulta osservatrice, direttamente interessata. 
Nessun cedimento al giudizio (ci sarebbe stato da stupirsi del contrario) o alla retorica. Solo di rado, qualche gigioneria, ossia qualche sovrabbondanza, che si dimentica presto, nel godersi qui e là un lessico che si può definire con sicurezza 'famigliare'. "Quando dice 'per favore' non tira un'aria serena..." 
Sul punto di vista, si può dire ogni bene: lo sguardo di chi scrive è attento e si focalizza con rigore sui tre fratelli, come è giusto che sia. 
Gli adulti, e in particolare i genitori, sono di fatto assenti, salvo intervenire per necessità per il trasporto di un figlio e di due mozziconi di denti in una tazzina piena di latte. L'unica voce matura è quella di un nonno che fisicamente non appare, ma la cui presenza interiore gioca un ruolo importante per quel ragazzino. Come accade anche in molte altre case. 
Il racconto che è organizzato in episodi quasi del tutto autoportanti, sette per la precisione, con una unica voce narrante, quella del piccolo, offre ai lettori un pezzettino della sua vita, dei suoi rapporti interpersonali con i fratelli, che evidentemente rappresentano e occupano una porzione importante e significativa delle sue ore di veglia. 
Grandiosi e struggenti sono i due racconti dedicati rispettivamente alla fidanzata e ai denti rotti. 
Nel primo c'è una verità incontrovertibile - i fratelli maggiori diventano grandi prima dei fratelli minori e qualcosa fa cric e li separa (almeno per un po'). Raccontata con grazia, attraverso una sequenza di piccoli gesti: il correre al frigo per cercare i wurstel da condividere come si fa di solito quando si accende un fuoco in giardino, il correre saltellando verso i due fidanzati, l'essere incenerito da uno sguardo, smettere di saltellare, rallentare e poi girarsi sui propri passi e tornare verso il frigo con i wurstel in mano... 
Nel secondo, invece, c'è incastonata una gemma luminosa di affetto (fraterno). 
La tristezza di Edo che, con i due denti rotti, seduto al tavolo di cucina si lamenta come un micio piccolo... "Quando Edo è triste gli si allargano gli occhi. Diventano enormi e tu, quando lo guardi, vedi solo i suoi occhi." 
Ecco, per chiudere il cerchio: come quelli di Edo triste, devo tornare ancora sugli occhi e sulla cura dello sguardo.
A guidare gli occhi, c'è lo sguardo e a guidare lo sguardo c'è la cura. 
Ancora una volta, sono proprio gli occhi che si allargano, che diventano enormi, gli strumenti che Valentina Pellizzoni ha utilizzato di più per scrivere questo testo. E se un cincino di cura in più ci fosse stata nella confezione, il libro tutto rosa sarebbe stato ancora più bello di quello che già è.
Attraverso le 'memorie' di questo bambino, leggendo cosa passa per la sua testa, ma anche scoprendo quale sia la sua percezione degli altri, in particolare di Edo e di Nico, o ancora nelle cose che quotidianamente fa con e senza di loro- dal passeggiare in lungo e in largo (saltare, scavalcare, cadere) sul divano al gironzolare per il giardino in cerca di cose vive che si muovono al farsi una partita a un gioco in scatola - l'adulto lettore si godrà, come avendolo davanti agli occhi, quello stato di grazia che è essere bambini tra bambini e essere fratelli tra fratelli. 
Naturalmente i lettori bambini, che invece in questo stato di grazia ci dentro fino al collo e non lo possono vedere, se ne infischieranno di tutto questo e andranno diritti a ridere (e anche un po' a pensare) delle (dis)avventure di uno di loro. 

Carla

venerdì 18 dicembre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E ALLORA, NON RESTA CHE ANDARE

Avanti tutta! Guia Risari, Daniela Iride Murgia
Edizioni Corsare 2020



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Questa storia comincia in una giornata un po' inutile, in cui non sta accadendo niente di speciale e nessuno ha ancora sorriso. In giardino, contro l'albero, trovo due pali lunghissimi, così lunghi che non se ne vede la fine.

Ci penso un po' su e mi arrampico." 
 
Non sono due pali qualsiasi: hanno dei legnetti messi di traverso. Sono due trampoli. 
 
Ecco, metti due trampoli davanti a un bambino e lui cercherà di salirci. E tanto più in alto salirà, tanto più penserà di aver fatto la cosa giusta, ovvero vedere lontano, vedere dall'alto, vedere quello che fino a un minuto prima aveva solo potuto immaginare. La seconda cosa che farà quel bambino sarà di non essere solo in questa magnifica esperienza. Così, uno dopo l'altro, secondo un rigoroso ordine di affetto, farà salire con lui il suo cane, papà e mamma, gli amici, anche i più ingombranti, e poi un po' di persone che lui reputerà bisognose di quella visuale: un marinaio che cerca il mare, una ragazzina cieca e un pittore. Tutti, ma proprio tutti, saranno felicissimi di essersi arrampicati, anche papà e mamma che erano i più riottosi. E allora non resta altro che andare! 
 
Una trama scritta tutta al futuro, non credo sia un caso. Alzarsi e prendere la giusta distanza da questa pastoia, guardare altrove, guardare lontano e andare verso un futuro, che sia nuovo necessariamente, pieno di aria diversa, mai respirata finora. E magari fare tutto questo con una squadra ben scelta di compagni di avventura.
 

Se si tasta il polso dell'editoria, pare che il battito sia accelerato perché ha intensificato il passo, sta corricchiando più pimpante di prima. Se si tasta il polso di quella dedicata ai più piccoli la situazione è anche migliore. Non sono io quella che può fare analisi di mercato o sociologiche, ma più semplicemente posso immaginare che le circostanze in cui siamo tutti impastoiati abbiano suggerito a chi finora non aveva cercato nei libri una mappa per andare avanti, di provare un nuovo modo per farlo. Le librerie hanno lavorato sodo perché questo accadesse, il governo ha fatto molto per sostenere la circolazione dei libri, nelle case con porte e finestre chiuse o socchiuse le vie di fuga sono state delegate alle storie scritte. Questo immagino e non vorrei che qualcuno mi convincesse del contrario. E se così stanno le cose, è conseguenza quasi inevitabile che un certo numero di persone abbia capito che nei libri, nei buoni libri, quelli che contengono le buone storie, ci sono i trampoli necessari, per alzarsi e andare avanti. I buoni libri, e di questo nessuno mi farà recedere, sono strumenti utili per orientarsi, e quindi per imparare a camminare, anche stando fermi. Ci hanno detto di stare fermi e così il libro, in molti casi, si è reso necessario per continuare ad andare. In questa ottica Avanti tutta! ha un doppio merito: quello di essere una buona storia con solidi trampoli già incorporati e di indicare, sotto metafora, un'aria nuova da cercare. Un trampolino per fare un salto verso domani. Un domani pieno di cose nuove. Non so dire se sia una mia deformazione di interpretazione, ma mi pare che - con consapevolezze diverse forse - gli autori e gli editori stiano cercando di mettere nelle condizioni i bambini di progettare il domani, e quindi a tendere verso qualcosa di meglio di oggi. Non un generico Andrà tutto bene, ma un più consapevole : dont'hope, cope! (Ungerer rules.)
Non so se un bambino o una bambina coglieranno questa questione fino in fondo, ma mi auguro che la colgano gli adulti che sono quelli che, fino a prova contraria, i libri li scelgono e li comprano per i più piccoli senza portafoglio.
I bambini e le bambine percepiranno invece, molto di più di quanto potrà capitare agli adulti, la bellezza della scoperta, dell'avventura, ovvero dell'ignoto da esplorare che questa storia porta con sé. Troveranno affinità con il protagonista che fa salire un equipaggio di tutto rispetto: i motivi delle scelte sono di una logica inoppugnabile, come di norma è quella dell'infanzia. 
Proveranno il piacere di essere finalmente in alto, godranno di insolite prospettive visive, a loro negate finora.
Spalancheranno gli occhi di fronte a una esperienza che tutti vorrebbero vivere e li terranno spalancati guardando l'immaginario che propone loro Daniela Iride Murgia, sempre così diversa dagli altri, così bella, così colta, così ironica (i trampoli di un illustratore sono le sue matite...). Nel colore, nella forma, nell'iconografia. In ogni più piccolo dettaglio, nelle citazioni, nella meccaniche. Così necessaria per educare lo sguardo alla bellezza. Così esatta nei riferimenti. Davvero è capace di costruire una mappa visiva che sembra uscita dalle tasche di una biblioteca di un esploratore di un tempo passato, cosa che la rende sempre interessante. Piena di dettagli e dialoghi silenziosi tra le figure, uno per tutti il vestito della bambina cieca... con il pittore. 
 

Un panorama che è contemporaneamente esotico, e quotidiano che sa attingere da molti repertori diversi: palme da dattero e soldatini di piombo in divisa danese...ah, la Murgia.
 
 
Lunga vita ai libri che progettano un futuro migliore, Avanti tutta! tra i migliori.

Carla



lunedì 26 ottobre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CORAGGIO NELLE TASCHE
 
Il vestito di Lia, Sara Marconi, Daniela Costa 
Edizioni Corsare 2020 
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"Il corso di teatro non lo vuole fare, e sciare le dà il capogiro; le piace soltanto giocare con la sua amica Emma, suonare il pianoforte e leggere storie di animali. Per questo quel giovedì, la mamma, il papà, il nonno e anche la mamma di Emma si telefonano preoccupati: Chi le darà la notizia?"


Lia è una bambina timida e molte cose le fanno paura. Eppure la notizia le va assolutamente data.
Il papà pensa che mangiando un gelato forse la notizia sarà meno aspra. Purtroppo quel giorno piove, niente passeggiata con gelato.
Il nonno pensa che in mezzo a un bel racconto, infilare la notizia la farà sembrare meno spaventosa. Ma Lia si alza sul più bello e quando torna è il coraggio del nonno a essere svanito.
Non resta che la mamma. D'altronde - si sa - le maggior parte delle mamme hanno coraggio da vendere e non si spaventano davanti a nulla, o quasi. Così prende in braccio la piccola Lia e, tutto di un fiato, le dice che il concerto di pianoforte per la fine del corso è lì a un passo: domenica.
Chiude gli occhi e aspetta di essere investita dall'elenco di tutte le paure della sua bambina e da un perentorio: no! Non se ne parla, io su quel palco non ci salgo.
E invece... Avvolta e protetta nel suo vestito nuovo, quello con le tasche, Lia si sente bella e forte. Sul palco, davanti a tutti, avrà con sé anche un pianoforte e, questo lo sanno persino le rondini, la musica che lei è capace di farne uscire la riempirà così tanto di gioia, che per timidezza e timori bisognerà aspettare un altro tempo.


La percezione, lo sguardo in particolare ma anche gli altri sensi sono coinvolti, per quanto uno ne possa studiare i meccanismi, anche quelli chimico/fisici del cervello, mantiene sempre una sua porzione di mistero. Quindi per quanto uno si sforzi di razionalizzare, di mantenere un oggettiva distanza per poter valutare un oggetto - un libro in questo caso - per quello che è, ad alterare l'analisi subentrano fattori che arrivano da luoghi e tempi diversi.
Qui di seguito, il breve elenco di fattori che hanno alterato l'oggettività di giudizio.
 

Il primo: irrompe dalla memoria - per molte altre cose molto macilenta - il vestito del compleanno di mia figlia Margherita per i suoi 5 anni. Con le tasche, color rosso papavero con fiori stampati qui e là. E largo, che se girava veloce su se stessa si apriva come quello di un derviscio.
Il secondo: quella stessa Margherita che a ogni compleanno fino almeno ai 6 anni compiuti proibiva con pianti dirotti tutte le canzoncine o coretti o anche solo sguardi concentrati su di lei al momento del soffio sulla torta di compleanno.
Il terzo: quella stessa Margherita, che a vent'anni si vergognava a ordinare una pizza per telefono, durante la sua discussione di laurea magistrale alla facoltà di chimica a Bologna (con il tocco e la toga e con un biglietto aereo per la Spagna e un dottorato in tasca) che padroneggiava davanti a un pubblico vario il puntatore laser su molecole sconosciute quanto deliziose, sotto il profilo grafico, nonché su composti dai nomi impronunciabili, ma da lei amatissimi.
Il quarto: la commozione costante che da sempre mi genera la vista dei papaveri. Sia singoli, sia a campi, sia a bordo strada, in filari.
 

Qui di seguito, il meno breve elenco di cose che mi hanno riportato il più possibile a riconquistare una qualche oggettività di giudizio.
In rigoroso ordine di entrata.
Il primo: i colori della copertina. Quattro in particolare, a coppie. Il bianco non troppo bianco del fondo e il nero non troppo nero di matita del pianoforte. I due colori del vestito: opposti e messi con sapienza vicini a suggerire all'occhio di passare da uno all'altro e di goderne in uno dei suoi giochi preferiti: caldo freddo caldo freddo... Buona sensibilità e gusto.
Il secondo: i risguardi. Occupati con intelligenza da una sequenza di topini vestiti che stanno per accomodarsi (forse) nella storia e stanno invitando lo sguardo a pedinarli. Ciò preannuncia che dell'oggetto libro nulla resterà indietro.
Il terzo: la carta. Uso mano, direi. Che è un piacere sfogliare le pagine. E che è anche un atto di rispetto nei confronti dei propri lettori.
Il quarto: la musicalità del testo. le prime quattro righe - che per crudeltà qui non sono scritte - suonano.
 

Il quinto: la conferma che i topi non erano lì per caso, ma a costruire micro racconti paralleli alla storia principale. Ciò conferma un disegno che sa raccontare a sua volta e non si limita ad appoggiarsi solo sul testo.
Il sesto: un disegno che invade lo spazio, domina la pagina in mille diversi tagli di prospettiva, gente che esce o entra dal taglio del foglio, zoom sui dettagli, sequenze di movimento. Ma anche e soprattutto capace di essere nel contempo immaginifico -con animali e piante che sono quasi pattern- come pure attento al dettaglio della realtà raccontata. Di nuovo una gioia per gli occhi che vanno dal generale al particolare e viceversa.
Il settimo: le buone letture del nonno.
L'ottavo: un testo pulito da ogni decorazione che corre dritto al punto senza sbavature didascaliche. Una bella sorpresa che sembra così ben messa lì sul finale, da far supporre che Sara Marconi ne sappia parecchio dello stupore che ci riservano i bambini e le bambine. In altre parole, che abbia la giusta sensibilità per saper raccontare l'infanzia.
 
 
 
Il nono: una buona capacità di regolare in modo diverso il ritmo delle tavole con ogni mezzo a disposizione di un illustratore, e farlo in buona armonia con il testo.
Il decimo: la questione intorno a cui tutto ruota. Anzi le questioni. Da una parte il racconto sincero di una timidezza riconosciuta e protetta dai grandi e dall'altra l'inaspettato coraggio di una bambina che della sua passione fa il suo destriero che la porterà lontano. 
 

Che sia la musica o sia la chimica, l'importante è che ci sia.
 

Carla
 
Noterella al margine. Ce ne sarebbe anche un undicesimo: il formato del libro è esattamente uguale al piatto del mio scanner.