Visualizzazione post con etichetta storie dell'assurdo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storie dell'assurdo. Mostra tutti i post

mercoledì 17 dicembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TEMPO SERENO CON SPORADICI ROVESCI DI MAIALI 


Piovono maiali di Shiro Yadama inaugura Tekuteku, la nuova collana di prime letture della casa editrice Kirakira che dalla sua nascita nel 2016 propone una selezione di albi illustrati di autori giapponesi poco conosciuti in Italia. 
Piovono maiali mi ha attratto subito per due motivi. 
In primo luogo per il titolo: beh, insomma, che piovano maiali è alquanto particolare, direi.
Perché piovono maiali? Cosa è successo? Come se ne esce? 
In secondo luogo, per la copertina.
Il piccolo non mi pare entusiasta del fatto che piovano maiali. Direi anzi che è molto preoccupato. C’entra qualcosa? Risolverà lui la questione? I maiali, al contrario, sono evidentemente molto felici. Che sia lui l’origine della pioggia maialosa? Andiamo a leggere.


Il libro è diviso in brevi capitoli, con le illustrazioni in bianco e nero di Yadama. 
Al racconto  in prima persona di Noriyasu Hatakeyama - chiamato Mezzafrana, anni otto - si alternano stralci del suo diario, scritto diligentemente in minuscolo e illustrato a matita.
 

Nori ha ascoltato i consigli della sua maestra Kazuko: ogni giorno scrivere una pagina di diario; non farlo vedere a nessuno, in modo da poter davvero scrivere la verità, senza paura e senza vergogna; infine non temere gli errori, ma attraversarli. 
Le prime pagine che Nori mostra a noi lettori sono davvero deliziose, e seguono perfettamente le tre indicazioni della maestra Kazuko. 
Peccato che di ritorno da scuola il piccolo sorprenda la mamma leggere proprio il suo amato diario. E qui accade una cosa interessante e che ritornerà più volte nel libro: la mamma non ascolta le proteste di Nori, cambia discorso, esce di scena. Nori dunque, e giustamente, se la prende e architetta una vendetta davvero astuta: non scriverà più ciò che è accaduto durante il giorno ma ciò che accadrà il giorno dopo. 
Peccato che ciò che scrive si avvera. 
Peccato che Nori non se ne accorga subito. Da qui prende il volo la parte del libro più divertente, dove i due poveri genitori si trovano ad avere a che fare con serpenti e tempura di matite, il tutto con un aplomb che descriverei come tipicamente giapponese. Fino ad arrivare al fatidico giorno della pioggia di maiali. 
Il libro ha proprio la voce del piccolo Nori, ma non solo poiché il diario è pieno dei suoi disegni che Yadama riproduce in maniera incredibile. 
Mi ha molto sorpresa e divertita questo mondo adulto che circonda il bambino che allo stesso tempo è prepotente nell’indifferenza alle sue preghiere, tanto quanto è succube del potere magico di Nori. Allo stesso tempo ho goduto del terreno di libertà che Nori attraversa scrivendo un Diario del Domani, lasciando libera la sua mente e anche prendendosi delle libertà nei confronti degli spioni, fosse anche sua madre. 
Il racconto è ricco di termini giapponesi che alla fine del volumetto appaiono in un glossario molto utile. Ci sono altre due pagine importanti alla fine, firmate da Yadama, dove lo scrittore invita a tenere un ‘diario di domani’ per allenare la mente verso terreni non scoperti, per pensare in modo originale, per non dare tutto per scontato, un ammonimento che oggi come non mai ci appare importante.
Questo libro è uscito in Giappone nel 1980 e dopo pochi giorni è andato subito esaurito. Da allora viene ristampato continuamente. 
Siamo davvero grati a Kira kira per questo testo e brindiamo alla sua nuova collana di prime letture per ragazzini e ragazzine intorno ai sette anni: in alto i calici! 
Che piovano maiali! 

Valentina 

"Piovono maiali", di Shiro Yadama, trad. Roberta Tiberi, Kira kira Edizioni 2025

venerdì 5 dicembre 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

STATE ATTENTI!

Ore 25:05, Guy Billout, Bernard Friot (trad. Chiara Carminati) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI 

"Quando comincia un viaggio, Jonas Bongo disfa la valigia e la infila nell'armadio. 
Poi esce di casa, vestito così com'è: in salopette, con una tuta da astronauta, in gonna e grembiule, non importa.
Non chiude a chiave la porta di casa, dimentica il cellulare, lascia il portafoglio. Tutte cose inutili. In particolare, non prende nessuna guida turistica: quello che vivrà e vedrà non è ancora esistito." 

Jonas Bongo non è neanche tanto sicuro che il suo nome sia Jonas Bongo. Lui potrebbe chiamarsi benissimo anche Walter Kingston, oppure Adina Kaufmann. 
Viaggiare leggero è il suo motto: calze buone, qualche foglio da disegno e molte paia di occhiali che possono servire per vedere quando non c'è nulla da vedere, per prevedere il tempo che farà o per guardare indietro nel tempo o ancora per registrare parole dette in silenzio o pensieri tenuti nascosti... 
Gli capita anche di perdersi, soprattutto quando usa il GPS, ma non è un problema perché tanto da qualche parte si arriva sempre. 


Gli capita anche di assistere a eventi straordinari e di fare incontri interessanti e se si ha pazienza è anche possibile fondersi con il paesaggio ed è così che una storia può cominciare... 
E anche finire. 

Questo è un po' il racconto che Bernard Friot ha ricamato intorno alle 70 tavole di Guy Billout. Questo è per dire che le immagini sono nate ben prima del testo. 
Chi sia il gigante Guy Billout non è da raccontare qui. E che tipo di immagini pazzesche sia in grado di concepire e realizzare è cosa altrettanto nota. 
Un tempo, fatte tutte a mano, adesso che ha più di settant'anni usa un po' di computer... Questo libro, che in francese è stato pubblicato nel 2024 con il titolo De minuit à quatorze heures, ossia Da mezzanotte alle due, ha come precedente illustre il libro Number 24, pubblicato nel 1973 da quell'altro genio assoluto di Harlin Quist, editore più che illuminato che negli anni Sessanta e Settanta in Usa pubblicava libri di gente come Guillermo Mordillo o Nicole Claveloux o Etienne Delessert.... 
In quel libro di quasi cinquant'anni fa, che all'epoca fece scalpore e vinse una valanga di premi, il seme dell'immagine surrealista stava mettendo radici. E così nel tempo sono stati pubblicati altri suoi libri che mai si discostano da questo suo modo di costruire le immagini. Fino ad arrivare alla summa che già dal titolo dice ai propri lettori di aguzzare lo sguardo. 
Ecco. 
Inserire un'anomalia e quindi aguzzare lo sguardo o la mente era anche il consiglio che dava sempre Milton Glaser a chiunque si ponesse di fronte a un'immagine o a un testo, sostenendo che solo così l'attenzione si sarebbe messa in allerta e solo così si sarebbe dato l'avvio a quella che potrebbe definirsi un'esperienza estetica.


In altre parole l'arte - rendendoci attenti, avrebbe fatto il suo gioco: avrebbe mosso, spostato, la mente di chi la stava guardando. 
Sono per inciso, forse sarà utile sapere che Guy Billout quando sbarcò negli Usa nel 1969, approdò nello studio grafico di Glaser, i Push Pin Studios. 
Della sua lezione, di Glaser intendo - l'arte rende attenti - Billout ne ha fatto un must. E questo suo libro, come molti altri precedenti, ne è la prova provata. 
L'editore francese - Sens dessus dessous - un nome un destino (!) nel 2024 mette insieme con Billout questa selezione di immagini che diventano quindi una sequenza, una sorta di narrazione, facendole diventare scene di una storia... 
Ma la storia non va solo raccontata per immagini. Il rischio che il lettore non scenda in agone per farlo è alto di questi tempi sciatti, distratti e superficiali. 
Quindi va scritta. E allora va cercata una penna felice che abbia la stessa scioltezza di mettersi sottosopra, che abbia lo stesso talento e predisposizione a inserire l'anomalia nel flusso di ciò che è quotidiano. 


Bernard Friot da sempre, sia nella sua scrittura in prosa - le sue magnifiche Histoires pressées - sia nella sua scrittura poetica è assoluto maestro dell'inaspettato, dell'insolito che si palesa all'improvviso. E che dunque si mostra in tutta la sua luminosità, come un lampo. 
Costruire una trama sui settanta scenari surreali, assurdi, improbabili, su settanta lampi, che Billout ha messo sulla pagina non avrebbe avuto alcun senso, mentre molto più interessante sarebbe stato confrontarsi sullo stesso piano dell'illustratore, ossia il surreale, ma a parole. 
Bella sfida! 
Il racconto di viaggio era - come dire - l'unico possibile. E così è stato. 
Ma una cosa di certo andava fatta: evitare come la peste la didascalia, per non uccidere un potenziale piccolo capolavoro. Così Friot ha capovolto anche lui i termini consueti del discorso. 


Laddove Billout mette il mare in cielo, Friot ci dice che il suo viaggiatore in partenza - peraltro pure lui con un profilo sfuggente parecchio - disfa la valigia e la lascia a casa. Laddove Billout sgonfia una ruota di legno di una carrozza, Friot sostiene che a occhi chiusi si vede molto meglio, laddove Billout pota con le aiuole anche i getti della fontana, Bernard Friot sostiene che il modo migliore per viaggiare è restare immobili... 


Di una cosa si deve però essere certi: dopo aver letto e guardato questo libro pieno di arte, il lettore non è più allo stesso posto di prima. 
Si è spostato. 

Carla

venerdì 27 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PIROTECNICO

Rosalie sogna... Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Rosalie sogna... ...di avere dei genitori diversi. 
Mamma elefantessa marina, invece, sogna un sub che si innamora di lei. 
Il piccolo polpo in basso a destra sogna di essere un supercattivo che spaventa i bimbi piccoli. L'impavida ragazzina sogna di essere una cantante d'opera." 

Ed effettivamente, da che era in acqua con la sua ciambella si ritrova, su un palcoscenico a cantare la sua aria wagneriana accanto ai due giganti. Uno di questi vorrebbe tornare a essere piccolo ma in compenso avere una fidanzata grande. La quale, a sua volta, sdraiata nel letto, sogna di non fare più errori nel mandare gli inviti per il suo compleanno. E infatti eccoli arrivare, tutti muniti di pacchetto con il fiocco, quattro grandi pinguini. Uno di loro porta un regalo speciale: un porcellino d'India che a sua volta sogna di andare a vivere in una famiglia terrificante. A ben vederli sono davvero terrificanti con quel loro teschio al posto di un viso paffuto, ma a loro poco importa del porcellino d'india perché hanno mire ben più elevate: dominare il mondo. Ah, il mondo, figuriamoci se anche lui non ha un suo sogno... che ne conservi la forma ma ne stravolga del tutto il percorso e il destino... 

Quelle che sono le qualità che rendono Heidelbach Heidelbach qui ci sono tutte. 
La qualità estetica. La capacità di costruire congegni esatti e perfetti e semplici. La qualità dalla sua ironia, a cui si lega il piacere del gioco visuale. Il suo gusto di indagare il lato oscuro del pensiero: è di raccontarlo per quello che è, con la sua consueta onestà, sogno dopo sogno. La sua capacità di mettere in dialogo immagine e testo per farli deflagrare. 

© Nikolaus Heidelbach

La qualità estetica non si scalfisce. 
Ogni tavola è una composizione in cui nulla è fuori posto, ogni superficie è trattata con la proverbiale cura che la rende percepibile anche al tatto. Le simmetrie, la palette dei colori, la resa dei volumi e dei corpi, la resa maniacalmente esatta dei dettagli: dagli sfondi con i suoi insoliti parati fino ai primi piani dei personaggi, tutto dalla presa elettrica al mostro che domina la pagina merita la stessa cura e attenzione, per lui. 
Il congegno narrativo che qui Heidelbach monta funziona così: c'è qualcuno che sogna, il sogno si materializza nel disegno successivo e nello scenario che lo accoglie c'è un particolare, diciamo così, marginale che a sua volta innesca il sogno successivo. Quindi succede che da un sogno si passa a una realizzazione che a sua volta dentro di sé contiene un altro sogno. 

© Nikolaus Heidelbach

In questa sequenza virtuosa, il libro in quanto tale ha i suoi giri di pagina, e di questo Heidelbach si serve per accentuare l'effetto sorpresa, perché rende inevitabile che ogni due sogni il lettore non sappia minimamente cosa lo aspetti. Non sappiamo nulla di che genitori desideri la piccola Rosalie, niente delle fattezze del supercattivo, né della fidanzata grande o ancora della famiglia terrificante. 
In Rosalie sogna... l'ironia, che in ogni tavola lascia traccia di sé, come succede anche negli altri suoi libri, è tutta nei dettagli. E dove altrimenti? 
Per citare un esempio: la piccola cantante lirica, ossia la piccola che sognava di diventarlo, si è portata dietro la sua ciambella per nuotare (che ovviamente non ha la solita testa di cigno o di paperella...) e la indossa con noncuranza sopra il costume di scena, cosa che effettivamente nella tetralogia dell'Oro del Reno potrebbe tornare utile... 
In ogni tavola c'è almeno un dettaglio che cattura la nostra attenzione e accende connessioni interessanti: la canalina passa fili, le carte da parati, il cerchietto della sirena... 
Qui, fin dal titolo, è dichiarata la direzione che la storia prende: si parla di sogni e quindi si entra a pieno titolo nel mondo onirico, nella sfera del desiderio, si vanno a esplorare gli angoli più reconditi. 
Come sempre accade, Heidelbach non si tira indietro, anzi -con la sua consueta onestà- mette giù sogni autentici. 
Esordisce, non a caso, come a mettere sul chi vive il mondo degli adulti, con il sogno della protagonista, Rosalie. E ci va giù dritto: Rosalie sogna dei genitori diversi (sul finale se ne intuisce anche il perché). 
E questo lo si apprende ancora nel frontespizio... Ma la sequenza dei sogni successivi continua a non essere zuccherina: mostri che stanno lì per spaventare, squali, pesci pilota parecchio dentuti, ma anche folletti che cercano chi li ama per quel che sono. Non mancano i diavoli, persone intelligenti, né i polpi, animali intelligenti, e i mostri giganti in film di mostri... 
Nonostante questo sia già moltissimo, la qualità che fin da subito Heidelbach aveva dimostrato di saper sfruttare, è il suo modo esplosivo di mettere insieme parola e immagine. 
Nel dialogo, o sarebbe meglio parlare di scontro aperto, che costruisce tra il poco testo e la grande tavola c'è un mondo intero che si spalanca. 

© Nikolaus Heidelbach

Già questo lo avevamo notato, parlando di Cosa fanno le bambine? , libro in cui Heidelbach appunto crea di nuovo quel bell'attrito tra ciò che lo scarno testo recita e la sua declinazione visuale. Antraut mangia un panino, nell'immagine che le corrisponde, lei affettivamente addenta un panino, ma tutto quello che le ruota intorno fa la differenza. 
Qui succede esattamente la stessa cosa: Rosalie sogna...dei genitori diversi. Ma si può? Ma quali? Anche qui c'è lo spazio vuoto (Sophie Van Der Linden ha scritto pagine memorabili su questo) in cui il lettore è chiamato a entrare. Si stupirà? Riderà? Avrà magari anche fatto una sua ipotesi, prima di girare la pagina? Penserà che desiderare genitori diversi non è cosa disdicevole, anzi? Quali avrebbe scelto per sé? O semplicemente si scandalizzerà? E a questo punto si potrebbe ipotizzare che un ragazzino ci andrebbe a nozze con detto sogno, un grande un po' meno. Ma questa è un'altra storia che ci porterebbe lontano. La relazione che tiene insieme questo testo e queste immagini è esplosiva, appunto. Nel senso che fa esplodere mille altri ragionamenti (il che è sempre un bene), ma fa scintille anche nel merito dei singoli sogni e soprattutto nella scelta visuale che ha previsto una direzione piuttosto che un'altra. E naturalmente nella sua concatenazione di soluzioni che superano ogni possibile previsione.

© Nikolaus Heidelbach

Piccoli che sognano di essere cattivi, il mondo che sogna di essere una palla da bowling, un rinoceronte si immagina squalo... 
E quindi il cerchio si chiude, perché è nel contesto, in ciò che è marginale, lateralerispetto al fuoco centrale, che avviene lo scarto. Qui addirittura è il dettaglio, il più delle volte totalmente out of topic, che diventa la scintilla ulteriore. 
Proprio come i fuochi d'artificio che, quando li vedi esplodere pensi è così bello che sarà l'ultimo e invece no. Qualcuno nel buio, nascosto, ha acceso la miccia del successivo! 
Lo stesso fa Heidelbach. 

 Carla

venerdì 23 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LO CHOC ESTETICO

Luise
, Nikolaus Heidelbach (tad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Luise trova il ragazzino molto interessante e gli si arrampica addosso. 
Dal canto suo Louis stenta a credere che dal mare possa arrivare una cosa tanto bella. 
 'Sono scappata di nascosto da mia madre' dice Luise. 'E se se ne accorge?' chiede Louis. 'Potrebbe volerci un po'' risponde Luise e si arrampica ancora più in alto. 
'Ehi, che cos'hai lì?' chiede la mamma di Louis. 'Niente' dice Louis 'solo delle alghe'. 
Poi si mette Luise sulla testa la ricopre di alghe e si dirige verso il telo da mare."

Luise ce la fa e, trasportata nel secchiello, arriva nella casa delle vacanze di Louis. Dormono vicini. Al principio lei nel secchiello lui nel letto. Poi lei si infila di soppiatto solo le coperte, ma la mattina dopo, al suo risveglio Louis la trova di nuovo nel secchiello con l'acqua. Ma sulle lenzuola si legge chiaramente un messaggio: vorrei venire con te. Il polpo Luise sa dunque scrivere e sa anche fare l'inchiostro. Il polpo Luise rimane con loro. Almeno per un po'.
Comincia così la loro allegra convivenza, sotto gli occhi condiscendenti della madre di Louis. Della madre di Luise invece si sono perse le tracce. 
Lasciata sul fondo del mare dal giovane polpo fuggiasco, starà ancora accudendo il resto della prole? O si sarà accorta che una manca all'appello? I polpi sono animali perspicaci, così la madre di Luise, non avendola trovata in mare capisce di doverla cercare sulla terraferma e per farlo va verso la più vicina stazione ferroviaria. 
Comincia così il suo viaggio, seguendo il suo fiuto, per ritrovare la giovane Luise... 

Come disse una volta Nicolas Jolivot, parlando di una parete verde di foglie su cui spiccava un convolvolo bianco fiorito, siamo di fronte a uno "choc estetico". 
I libri di Heidelbach sono davvero esperienze estetiche prima di qualsiasi altra cosa. 
Si rimane con gli occhi rapiti da quelle tavole piene di silenzio e piene di una perfezione formale davvero fuori dal comune. Non si tratta però di un realismo perfetto. A colpirci in tutta la sua perfezione è l'atmosfera che si respira in ogni pagina. 

© N. Heidelbach, Luise, #Logosedizioni

Nulla è mai fuori posto, tutto appare cristallizzato in un istante, e la cura per ogni dettaglio toglie il fiato. Gli occhi scorrono sugli ambienti, sui pochi arredi, sui vestiti, sulle capigliature di chi abita quegli spazi e a ogni occhiata si ha la percezione di essere attirati all'interno della pagina, perché possa essere capita e apprezzata fino in fondo. Ammesso che si possa. 
Nulla di esornativo o di meramente decorativo. Men che meno ci sono parti che potrebbero distrarre dalla focalizzazione. Al contrario, tutto sembra convergere in un punto solo, che è nello stesso tempo il nocciolo del senso e il fuoco visivo. 
Nella regolare alternanza delle tavole su Luise e sulla madre in cerca, l'immagine si fa densa e consistente e tutto assume un suo preciso significato, dando così spessore alla complessità del mondo e all'interpretazione che se ne vuole dare. 
Tanta perfezione non è esercizio di stile, ma assomiglia di più a una seduta di psicanalisi in cui il flusso dei pensieri deve muoversi in libertà per poi convergere su un punto. 
A ciascuno il proprio. 
Per questo i libri di Heidelbach non sono mai passeggiate di salute, ma sono strumenti narrativi esatti e complessi, con bei tuffi da fare nelle profondità di contenuto. 
Visivamente, negli scenari spariscono personaggi che potrebbero essere lì semplicemente in transito. La spiaggia dell'incontro è deserta; in lontananza solo una chiatta, un molo, un faro due ciabattine e un lembo di asciugamano. Nel mare solo la grande madre circondata dai piccoli polpi e solo un paio di attinie che segnano il movimento delle acque. Lo stesso per la tavola di madre e figlio (e polpo) in macchina o per quella che ritrae il polpo nel taxi... 
Il superfluo semplicemente sparisce. 
All'ordine sovrano che regna nelle immagini, corrisponde il corto circuito mentale che Heidelbach impone ai suoi lettori. 
La lingua di Heidelbach è spesso quella dell'ironia. 

© N. Heidelbach, Luise, #Logosedizioni

Infatti in Luise il punto di partenza è assurdo di per sé: un polpo cucciolo, una femmina fuggiasca, decide di far amicizia, o sarà già amore?, con un solitario ragazzino che è sulla battigia che guarda il mare, perché non sa ancora nuotare. Sua madre è pochi metri più indietro sul suo asciugamano. Se questo è l'assunto di partenza, tutto quelle che viene dopo è invece orchestrato secondo una logica più che stringente. Un po' lo stesso gioco - o corto circuito - che si verifica a ogni giro di pagina di Cosa fanno le bambine? e di Cosa fanno i bambini? 
Lì l'assurdo sta nella relazione tra il pochissimo testo e la grande immagine. 
Ma come accade lì, anche qui - intorno all'assurdo - ruota un meccanismo di assoluta logica: per cui, per esempio, il pacco di sale e la latta con le sardine perennemente con Louis e Luise (dalla vasca da bagno al picnic nel prato). Oppure le, seppure stringate, chiacchiere tra madri a tavola sulla loro condizione familiare, o ancora le sottoscrivibili parole dell'una e dell'altra circa il progetto educativo che entrambe hanno in mente per i loro rispettivi figlioli. Se la loro storia deve andare avanti, lui dovrà imparare a nuotare e lei dovrà imparare altre misteriose cose importanti per la vita di un polpo. 
E a questo punto l'assurdo, che ci fa sorridere e anche ridere e assaporare il grande mistero, ci è lievitato nelle mani e dobbiamo accettarlo come norma. 
Anzi è la norma. Il ragionamento messo in piedi da Heidelbach non fa una piega. 
Brevi approfondimenti su chi sia Louis e chi sia Luise e, soprattutto, quale sia la relazione che li tiene insieme, lo percepiamo quando lei scrive sulle lenzuola (!) la sua volontà di restare, quando incontrano i bulli per strada. Quale sia la relazione affettiva tra le due madri con la prole la apprendiamo cammin facendo. Capiamo quanto il polpo madre tenga alla fuggiasca, capiamo quanta autonomia di scelta sia data al piccolo Louis da parte della madre, capiamo anche che Luise è contenta di vedere che sua madre la ama (quello sfioramento di tentacoli sotto la tovaglia... o quella borsetta data in prestito).
Come per incanto, siamo di fronte a una bella storia d'amore o di amicizia tra un ragazzino piuttosto solo con una bella madre e un polpo femmina molto volitivo (!) con una madre altrettanto determinata ad amare la prole e a volerla proteggere.

© N. Heidelbach, Luise, #Logosedizioni

Siamo in un libro di Heidelbach quindi non possiamo dimenticare di andare a goderci i molti dettagli che mette a disposizione del vissuto di ogni lettore perché nel trovarli si accenda un ricordo personale e quindi un'emozione forte. 
A puro titolo accademico, il mio dettaglio ha a che fare con un tendaggio...

Carla

lunedì 17 marzo 2025

ECCEZION FATTA!

CRESCERE


Questo è proprio il caso di dirlo: una grande eccezione alla regola che vige, ossia un libro, una recensione. 
A distanza di sette anni dalla sua prima uscita e dalla recensione, in occasione del suo trentacinquesimo compleanno (in Svezia è stato pubblicato nel 1990), il Barbagianni pubblica in una nuova edizione questo magnifico libro, complice anche la festa del papà imminente. 
Le cose che lo differenziano dalla sua prima uscita sono queste: la traduzione, il titolo, il formato, la carta, il font e una breve introduzione dell'autrice. 
Tutti questi cambiamenti,  a mio parere,  sono sintomo di una maturazione, una crescita, da parte dell'editore. 
Alla sua prima edizione la casa editrice era agli inizi e pubblicava libri tra loro poco in sintonia: alcuni di questi interessanti e singolari, altri meno. 
Con il tempo si è cominciato a distinguere un profilo editoriale più definito e più coerente. 
Per esempio, accanto alla pubblicazione della serie di Hilo, di Nate, di Ramona, sono arrivati vari e bei romanzi di Beverly Cleary, gli albi illustrati da Daniela Pareschi. Così facendo, nel lettore si è creata una bella affezione e in qualche modo una piacevole sensazione di sentirsi a casa in una casa editrice. Che non è mai un male. 
Ma accanto a questi, in catalogo compaiono anche libri che "viaggiano da soli": penso a Piangete bambini, con le poesie di Alberto Masala e le tavole di Daniela Pareschi o, appunto, Else-Marie e i suoi sette papà
All'epoca, Pija Lindenbaum era qualcosa che spiccava per singolarità in quel catalogo ancora un po' incerto. Ma se avevi un po' di occhio non potevi non notare quanto questa autrice svedese avesse da dire. 
Già notata nel 2007 con le illustrazioni per Mirabell, di Astrid Lindgren e uscito con Motta Junior, in cui si raccontava di una bambola piuttosto orgogliosa e consapevole, nata come un cespo di insalata, nel giardino di una bimbetta, in seguito la Lindenbaum era uscita quasi del tutto dai radar. 
Ma con il libro di Else-Marie riappare e si riconferma la sua vena un po' folle che ha fatto del tutto è possibile un vero e proprio credo. 
Lei stessa ha sempre voluto ribadire che dietro quei sette papà non c'è nessuna interpretazione da cercare, se non quella che le sembrava molto buffo che una bambina potesse avere un tot di papà in miniatura al posto del consueto papà unico, ma formato standard. E a conferma di ciò spiega, nella nuova introduzione,  che il numero sette è dipeso solo dal fatto che su quella poltrona disegnata il numero giusto di papà seduti a leggere il giornale era sette: non uno di meno non uno di più. 
Per una volta almeno tutti rimettano dentro la cabala e accettino di buon grado il fatto che l'arte di narrare non ha confini stabiliti. 
Evviva, autori e autrici che così la pensano. Partono da una follia e intorno ci costruiscono il resto...


Cominciamo dalla traduzione. 
La cosa che succede quando a tradurre è Samanta K. Milton Knowles è la seguente: tutto si illumina e vibra un po' di più. Le va dato merito di saper trovare sempre il tono giusto da dare al pensiero e quindi alle parole dei bambini e bambine dei libri che traduce: un normale pezzo di torta, nelle sue mani diventa quello che è, ossia una treccia danese con la crema gialla. Secondo questa logica i nomi delle persone, i toponimi delle strade e dei luoghi, i titoli dei libri e dei fumetti letti in bagno diventano qualcosa di molto preciso e circostanziato e nulla va perso del nitore originario, sacrificato in nome di una lingua più universale, ma di certo meno efficace. 
Rimane da chiedersi perché se si fa una scelta del genere, coraggiosa e molto condivisibile, si senta poi l'esigenza di mettere nelle mani di una bambina svedese che mangia aringhe fritte una copia in italiano del Piccolo Principe e sul suo letto penda un diploma, ad evidenza, conseguito da noi. 
Passiamo al titolo: i papà non sono più sette, o meglio lo sono ancora ma non viene esplicitato già nel titolo. Questo significa ben due cose: una già detta, il numero dei papà (come pure il loro nome di battesimo) ha importanza relativa, e la seconda attesta che in un libro illustrato il testo, e ancora di più il suo titolo, non dovrebbe mai essere eccessivamente informativo, esplicativo e, possibilmente, rassicurante. Infatti nel titolo originale il numero dei papà non è per nulla citato. 
Riguardo al formato c'è poco da dire: è lievemente più piccolo rispetto alla prima edizione e a guardarlo ricorda di più l'edizione originale in svedese. 
Sulla scelta della carta invece è stato fatto un passo notevole: è stata abbandonata la carta lucida in favore di una patinata opaca che al tatto e alla resa finale del colore è molto più adatta. 
Sul font è stata fatta una scelta diversa. I pacchetti di testo sono tanti e hanno un grande impatto visivo. Non siamo di fronte a una quantità di testo tipica di un albo illustrato. Qui Pija Lindenbaum si è presa tutto il tempo necessario per raccontare la sua storia, quindi la scelta di utilizzare un font più elegante oltre che ad alta leggibilità e con un corpo lievemente più piccolo e quindi proporzionato al formato è stata proprio una bella idea!
Si cresce e si diventa grandi.

Carla

Pija Lindenbaum, "Else-Marie e i suoi Piccoli Papà" (trad. Samanta K. Milton Knowles), Il Barbagianni 2025

venerdì 28 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CANONE

Il giardino di Abdul Gazasi
, Chris Van Allsburg (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 


ILLUSTRATI 

"Un'ora dopo, Alan si svegliò di soprassalto perché Fritz gli aveva morso il naso. 
 Quel maleducato di un cane era pronto per la passeggiata pomeridiana. Così alan gli mise il collare e Fritz lo trascinò fuori di casa. Cammina, cammina, scoprirono un ponticello bianco a lato della strada. Alan lasciò che fosse Fritz a guidarlo dall'altra parte. 
Poco più avanti, oltrepassato il ponte, Alan si fermò a leggere un cartello. Diceva: IN QUESTO GIARDINO È ASSOLUTAMENTE VIETATISSIMO L'ACCESSO AI CANI. Firmato: ABDUL GAZASI, MAGO IN PENSIONE." 

Breve antefatto. Alan Mitz, un ragazzino in berretto e maglietta a righe, è stato scritturato dalla signorina Hester perché tenga compagnia e porti a spasso nel pomeriggio il suo cane Fritz, mentre lei è a far visita alla cugina Eunice, che l'ha espressamente pregata di non presentarsi a casa sua con il pestifero cagnetto. Fine dell'antefatto.

© Chris Van Allsburg

Dietro a quel cartello dal testo tanto chiaro quanto perentorio c'è un lungo muro ricoperto di edera che presenta, poco più in là, un sontuoso varco di accesso al giardino. Due statue di fanciulli lo fiancheggiano. Ritratti nell'atto di correre. 
Ora, però, chi sta sul serio correndo, è proprio il povero Alan. Ha appena visto Fritz che, sfilatosi il collare, fugge lungo il viale alberato che porta al giardino proibito. 
Il ragazzino si lancia all'inseguimento del cane e attraverso il grande parco, sentieri, prati e corsi d'acqua e cespugli potati ad arte, ormai stremato, arriva sotto l'imponente dimora del mago. Lui lo attende sulla porta e lo fa accomodare. 
Ed è nel magnifico salone, davanti al camino accesso, che apprende la inaspettata risposta, alla sua cortese domanda di riavere indietro il cagnetto. 
Abdul Gasazi odia i cani per quel che fanno nel suo giardino e quindi li trasforma in anatre. Ad Alan non resta che prendersi l'anatra sottobraccio e tornare verso casa. Ma quando il vento gli fa volar via il cappello dalla testa è l'anatra che lo recupera per poi allontanarsi e sparire in cielo. Senza cappello e soprattutto senza cane, deve solo tornare indietro con il cuore pesante per dare la cattiva notizia alla signorina Hester, che è già a casa e sta giocando con il suo cane Fritz. Dunque quel mago era un mago da palcoscenico e si è preso gioco di quel bambino, oppure? 

A sentire Van Allsburg, almeno al principio della sua lunga e magnifica carriera, tutto è successo un po' per caso. In particolare la sua prima decisione 'casuale' di finire in un'accademia d'arte e design. Guardatosi intorno, si è subito reso conto di non avere neanche un briciolo del talento dei suoi compagni, quindi decide di dedicarsi alla scultura. E così comincia a realizzare bellissime opere, cercando di elevare con la perfezione assoluta nella terza dimensione e nella ossessiva politura delle superfici soggetti in linea di massima pop o comunque appartenenti all'immaginario collettivo: dai cartoni animati, ai transatlantici nell'atto di affondare, fino ai grattacieli di NY. 
Ma nel realizzare queste sue prime opere si rende conto di una cosa importante che lo distingue da uno scultore puro: il desiderio insopprimibile di voler raccontare una storia, ossia la storia che intorno a quel determinato oggetto ruota. 
Sempre un po' per caso, decide che il disegno diventa il suo hobby e comincia a realizzare immagini migliori di quelle fatte al principio della sua accademia. Sono disegni che hanno la fissità di uno scatto fotografico (qualcosa che a me ricorda molto Heidelbach). 

© Chris Van Allsburg

Il loro dinamismo non è nell'immagine, ma nello scarto che esiste tra questa e il titolo che dà a ciascuna (Burdick rules). Lì in mezzo c'è la storia. E se a questo si aggiunge una sorta di bizzarria, una piccola o grande anomalia, un qualcosa che il nostro sguardo non riconosce come consueto, ecco che questo immediatamente accende l'interesse e fa decollare l'immaginazione del lettore, che - non può farne a meno - cerca di trovare un senso. E se il senso tocca l'assurdo, il gioco è fatto! 
Su questo bisogna tornare alla fine. 
Sua moglie vede questi disegni per hobby e ne apprezza la qualità narrativa: sono illustrazioni, a tutti gli effetti. E per convincerlo che forse come artista potrebbe guardare in quella direzione, lei che fa la maestra, porta a casa una scatola di libri illustrati. La delusione di Van Allsburg è forte perché ne coglie subito l'aspetto didascalico e semplificatorio di quei disegni, di quei testi: gli sembrano cartoline, non illustrazioni. Ma nella scatola c'è un libro che, invece, lo colpisce in positivo ed è di Maurice Sendak: quella, lui la riconosce come arte. Dalla qual cosa deduce che può esistere arte anche nell'illustrazione. Non solo storielline da imbonitori di bambini, non solo storie con coniglietti che parlano come coniglietti. 
Non demorde in quel suo naturale gusto per l'anomalia, l'ambiguità tra titolo e immagine. Questa è la sua via. A patto naturalmente che sia lui l'unico autore, ossia che dalla medesima testa escano le immagini e le parole. 
E così è andata. 

© Chris Van Allsburg

Il suo primo libro, che è questo, anno 1979, vince subito un premio importante la Caldecott Honor, ossia un gradino sotto la Caldecott medal. E vende come il pane. 
A parte la soddisfazione in sé, questa circostanza lo conforta, ben più degli affettuosi consigli di una moglie maestra. E così va avanti: migliora la tecnica, migliora la qualità del tratto - peraltro già altissima - dei suoi disegni. 
E scrive e disegna. 
Ma quell'idea originaria, quella sua propensione naturale a farsi le domande giuste di fronte a una immagine persiste. E così le sue narrazioni si sviluppano intorno alle possibili risposte. 
Per Il giardino di Abdul Gazasi l'immagine è quella di un ragazzino che insegue un cane che prima aveva al guinzaglio e che adesso invece è in fuga in mezzo a opere d'arte topiaria. 
Effettivamente le risposte costruiscono la storia, ma il gusto per l'ambiguità, anche quello, non lo perde mai. Per non parlare del mistero che avvolge quel giardino, a partire dal tunnel di accesso. 
Ma se da un lato le storie ambigue per bambini non sono molti gli adulti a volerle scrivere e pubblicare, va anche detto che proprio in quella loro ambiguità un'altra categoria umana, i bambini appunto, ci sguazzano felici. 

© Chris Van Allsburg

Ragione per la quale Van Allsburg è uno dei migliori della categoria. 
Ragione per la quale questo libro lo si può considerare un canone, un modello da prendere a paradigma. In quel finale, sul quale taccio, c'è una bizzarria che porta con sé la sorpresa, lo stupore. L'immaginazione schizza a mille per cercare il famoso senso... 
Ecco, i libri indimenticabili si fanno così. 

Carla 

Noterella al margine. Forse è il caso di rimarcare il fatto che questo libro contiene, oltre alla già citata presenza di circostanze ambigue, anche altre costanti che attraversano i suoi libri. Le metto in sequenza disordinata: il surreale, il cane, la magia, il sense of humor, l'ironia tagliente, il testo lungo e complesso, l'illusione, il culto per la forma anche fuori scala e fuori contesto, il mistero, la sorpresa, la predilezione per il bianco e nero, che talvolta vira.

lunedì 17 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TUTTO QUI!

Il piede di Freki, Pija Lindenbaum (trad. Samanta K. Milton Knowles) 
Terre di Mezzo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Quando Freki è andato a letto, quella sera, aveva le scarpe ai piedi. 
Erano nuovissime. Molto veloci, ma anche belle.Proprio quelle che desiderava. 
Di notte, Freki ha sognato di correre e riuscire a scappare da Ove, il cane del vicino. 
La mattina dopo Freki scopre che una delle scarpe è scomparsa. 
A guardare meglio, vede che è svanito anche il piede." 

La ricerca della scarpa comincia subito, ancora con il pigiama addosso, nel bidone, sotto il letto, nell'armadietto del bagno o dietro il water. 
In verità una sua logica questa fuga ce l'ha: la scarpa, annoiata da un'intera notte sotto le coperte, ha deciso di fuggire. Certo, ragiona tra sé Freki, non deve essersi ricordata che con lei, ossia dentro di lei, c'era anche il piede...
 

Il problema viene posto anche alla madre, nella consueta sequenza: scarpa fuggita, con piede dentro. Lei, che è in cucina a dar la pappa al fratellino di Freki, non pare scomporsi più del necessario. Tuttavia, mentre finisce di asciugarsi i capelli, dà al suo figlio maggiore due cose importanti: la merenda e il consiglio di guardarsi dal cane Ove. 
Comincia così la passeggiata claudicante di Freki attraverso la città in cerca della sua scarpa e, incidentalmente, del suo piede sinistro. Attacca i cartelli che ha preparato e fa incontri illuminanti. Ma della scarpa ancora nessuna traccia. Che sia stato l'accalappiascarpe a trovarla per primo? Ma esiste poi? Oppure potrebbe essere caduta in acqua o finita all'amo di quel pescatore. Ma no. 
Neanche lungo il sentiero che attraversa il bosco c'è la sua scarpa fuggita. Men che meno il piede. In compenso c'è una ragazzina con il berretto rosso che lo rassicura che l'accalappiascarpe è tutta un'invenzione dei grandi... 
Palestra, calzolaio, sotto le auto parcheggiate: niente da fare scarpa e piede sembrano essersi volatilizzati... 

Ancora e ancora e ancora Pija Lindenbaum! Non ce n'è mai abbastanza
La cosa che succede qui non è poi molto dissimile da quello che avevamo visto succedere in Else-Marie e i suoi sette papà. In un contesto di assoluta normalità, nella vita quotidiana di un bambino o di una bambina si incista qualcosa di assolutamente distante dalla realtà e quindi totalmente assurdo. 
Lì c'erano sette papà alti come un birillo, che in squadra si comportavano come veri e propri padri, qui invece ci sono una scarpa con relativo piede calzante che spariscono dalla circolazione. Dopo essersi staccati dalla caviglia di un ragazzino, entusiasta delle sue scarpe nuove. Qui come lì, allora come oggi, si fa buon viso a cattivo gioco e il guaio magicamente si dissolve nel nulla. 


Là la piccola Else-Marie in trepidazione per i possibili commenti dei suoi compagni di classe che hanno un solo papà a grandezza naturale, nel vedere lei circondata da ben sette papà ma bonsai, decide di dormirci sopra. 
Qui Frike, visto che della scarpa e del piede non se ne vede neanche l'ombra, decide che forse il tempo possa essere impiegato meglio che inseguire qualcosa o qualcuno che non vuole farsi trovare e prendere... 
Meglio andare al bosco e giocare a legnetti con la bambina dal berretto rosso! 
Beh, i bambini sono economici. Me lo diceva sempre il pediatra di mia figlia ogni volta che mettevo sul fuoco un'ansia diversa e lui provava a rassicurarmi sul fatto che i bambini sanno molto bene trovare in autonomia la loro strada. Che di solito è la più dritta, quindi la più economica, in termini di sforzo. 
Le cose belle che accadono in questo libro, a parte il colpo di genio di averla concepita, una storia del genere: così tanto assurda quanto autentica nei suoi risvolti umani, sono nelle pieghe, ma non solo. 
Provo a metterne una decina in elenco, così come entrano in scena, poi ognuno giudicherà per sé. 
La prima: la passione universale che tutti i bambini del pianeta dimostrano nei confronti delle scarpe. Possibilmente nuove.
La seconda: la stanza buia di Frike, vista dall'alto. 


Quel gran nero attraversato dai profili di mobilio e suppellettili fatti a matita azzurra. 
La terza: l'ordine di priorità dei fatti. Mi manca una scarpa, ah mi manca anche il piede che c'era dentro. Non fa una grinza, soprattutto se è vera la prima delle cose belle. 
La quarta: tale ordine è lo stesso che applica la madre di Frike. 
La quinta: la scena di vita casalinga, in cui si vede una signora lievemente 'sformata' dalla vita che tenta invano di far mangiare un piccoletto che esprime tutto il suo disgusto di fronte al pappone che ha nel piatto davanti. Un piccolo capolavoro, quell'asciugamano sulle spalle per non inzupparsi la vestaglia, a doccia fatta. Asciugamano che poi diventa protagonista assoluto nella tavola successiva.


La sesta: l'incontro con un signore con gli stivali con gli speroni e un cordino di cuoio al collo e un orologio da polso al polso e il carrello della spesa: peccato sia un tasso. Un gentiluomo, tasso cow-boy? 
La settima: il piccolo Freki nel grande bosco. 
L'ottava: l'argomentazione inoppugnabile della poliziotta in partenza per le ferie: te la devi cavare da solo! 
La nona: come risolvere, senza dannarsi, il problema di piede e scarpa mancanti. 
Tutto qui? Tutto qui!

Carla

lunedì 11 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUEL CHE SI VEDE, È?

Conigli micro spaziali, Alessio Alcini 
Camelozampa 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Era una noiosa domenica mattina quando vidi tre piccole astronavi entrare nella porta finestra della cucina e atterrare in soggiorno. 
I mini sportelli delle astronavi si aprirono con piccoli schiocchi metallici. Ne uscirono delle creature molto simili a conigli, ma piccole come topi.
'Chi siete? Cosa sta succedendo?'" 

La cosa che successe dopo fu un diffuso squittio che con la dovuta attenzione fu decodificato nella testa del giovane padrone di casa come un discorso articolato con il quale lo si informava su identità e avvenimenti. 
"Siamo quello che vedi, ossia dei conigli micro spaziali." 
La ragione della loro presenza lì era la necessità di trovare in fretta del succo d'arancia. Ragion per cui i conigli si dirigono con sicurezza verso il cestino della frutta e della verdura e ravanano cercando arance. Purtroppo, solo pere, limoni, pomodori, cipolle e zucche. 


L'unica soluzione è andare a fare la spesa. Ma come ingannare l'attesa fino al ritorno del papà con le tanto attese arance? Mangiare? Pregare? Leggere? Ballare? 

In questa micro storia, sono principalmente tre le cose che mi colpiscono favorevolmente. Due di valore oggettivo e una molto soggettiva.


Quella soggettiva è il largo uso del colore arancione. Visto il tema, ci sta tutto. E io me ne compiaccio, di riflesso. 
Le due oggettive sono da una parte il disegno, ovvero la sua qualità e dall'altra il racconto, ossia la sequenza dei fatti. Si potrebbe anche aggiungere un terzo ulteriore valore nel tono perentorio e assertivo che mi pare si possa cogliere nelle poche dichiarazioni da parte dei conigli e che fa scintille con il contesto. 
Ecco. Questa micro storia, davvero molto piccola e senza particolari significati reconditi da scoprire, è costruita sui contrasti tra cose. E sulle scintille essi che provocano. Il primo contrasto, forse il più evidente, è tra il tipo di disegno e il tipo di testo. Il primo è estremamente realistico (infatti il talento di Alcini era stato messo al servizio del catalogo di animali in pericolo, stilato con la grazia piena di sapienza di Serenella Quarello: Estintopedia). 
Il secondo, al contrario, è estremamente irrealistico. Visionario. 
Ci torniamo. 
Altro contrasto patente sta nel tipo di ambientazione: da un lato un appartamento, il più normale possibile, così tipico da diventare ordinario, e dall'altro una flottiglia di astronavi e astronauti estremamente originali, diremmo senza tema, unici. 


Spieghiamo: nella prima tavola si notano tutta una serie di dettagli, assolutamente non casuali: le tapparelle - a me ricordano quelle di plastica leggere (che con la prima grandinata sono crivellate di buchi), il carrellino a ripiani con verdure e frutta più o meno lasciate lì ad invecchiare sotto il tavolo della cucina con le sue zampone cilindriche (sono certa che sotto la tovaglia, 90% di plastica perché si pulisce meglio, c'è un piano di formica). Accanto al lavello, appeso a uno di quei gancetti autoincollanti, uno strofinaccio a quadretti con la sua etichetta, un ramaiolo che sicuramente è appeso per il suo manico che termina a gancio, un portaposate, che - sono certa - ha un po' di acquetta accumulata sul fondo... 
Non credo di dover continuare. Ecco in questa cucina, che potrebbe essere la cucina di milioni di persone, smaccatamente consueta, volano in planata, arrivati da chissà dove, tre diversi modelli di velivoli, molto originali per forma e contenuto. Sebbene gli abitanti della casa non si mostrino, li possiamo immaginare in pantofole muoversi tra cucina e soggiorno, è domenica, con vestiti comodi, forse addirittura ancora in pigiama. E in contrasto con loro c'è un equipaggio di sette conigli con caschi e tutte aerospaziali. Non esattamente la cosa più usuale. 
Bel contrasto, con scintille. 


Passiamo al secondo contrasto, che è più sottile, ossia tra un disegno che fa del credibile la sua forza e un testo che fa dell'incredibile la sua forza. I conigli e tutto quello che li circonda sono raffigurati con una buona percentuale di realismo, sono conigli molto credibili come conigli, peccato che raccontino un fatto del tutto irreale, un atterraggio di fortuna in una cucina qualsiasi. 
Bel contrasto, di nuovo. 
A questo proposito si potrebbe ricordare quanto racconta David Wiesner che, su questo contrasto magnifico, ha concepito quasi tutti i suoi libri. Da Martedì in poi. La costante che li attraversa tutti è proprio quella a cui sembra ispirarsi Alcini. Fermo restando che Wiesner è Wiesner e le sue storie non sono micro storie, ma veri capolavori. 
Wiesner parte sempre da un dato di realtà, un realismo esasperato e studiato in ogni minimo dettaglio. Con una logica ferrea porta piano piano i suoi lettori a credergli a tal punto che poi può permettersi di far loro vedere l'impossibile, come se fosse vero. 
Io credo che Alcini abbia 'studiato' Wiesner. Presumo lo abbia fatto, visto che concepisce una storia che un po' ricalca quella di Mr. Wuffles (in Italia come Mr. Ubik!). 
Anche lì c'è un atterraggio di fortuna di un'astronave in avaria, guidata da piccoli alieni che entrano in contatto con formiche evolute e con un gatto che ricalca alla perfezione l'originale felino di casa Wiesner. 
Il vero Wuffles, per il maniacale gusto per l'esattezza del suo proprietario, si è portato attaccata al collo una telecamerina per giorni per permettere a Wiesner di vedere come vede un vero gatto... 
Ma questa è un'altra storia...

Carla

lunedì 2 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LEGATI A UN GRANELLO DI SABBIA

Il castello di sabbia, Einat Tsarfati (trad. Giusy Scarfone) 
Il Castoro, 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Mi piacciono i castelli. 
Così ne ho costruito uno di sabbia. E non un castello qualunque. 
Un vero castello, con cupole, torri e un fossato per i coccodrilli. 
E grandi finestre vista mare." 

Esistono due grandi tipologie di castelli di sabbia. Ogni bambino lo sa: quelli 'qualunque' e quelli 'speciali'. Quello che questa bambina sulla spiaggia, vicina al suo ombrellone, dove la mamma è sdraiata a leggere un libro, sta costruendo appartiene alla seconda categoria: quelli speciali che naturalmente attirano l'attenzione. Ed essendo un castello, i primi ad accorgersene e a interessarsi a lui, sono proprio re e regine. Arrivano a frotte, da ogni angolo del mondo e, a guardarli bene, anche da ogni epoca. La Regina Elisabetta, grande assente, è rappresentata da uno dei suoi amatissimi corgi. 
Il castello si riempie, si affolla di gente coronata e di relativi regi bagagli. Tutti si guardano in giro molto ammirati: sabbia purissima, ogni dettaglio architettonico è curato. E si sente anche la risacca del mare...


Nella grande Sala da Pranzo viene servito il gelato: tutti i gusti a tutte le ore. La sera nella Sala da ballo c'è la grande festa. E' semplicemente fantastico perché tutti ballano, e tutti in modo differente, secondo usi e passioni personali (anche gli intrusi...). 
I problemi arrivano la mattina seguente quando, a colazione, la sabbia comincia a farsi sentire: nel cibo prima di tutto e poi un po' ovunque. Nelle armature, nelle piante esotiche della serra che stanno appassendo, nelle serrature dei bauli, tra le lenzuola. 
Il disappunto generale che sfocia in rabbia - si lamentano tutti da Raperonzolo a Giulio Cesare - suggerisce alla bambina architetta, un'idea geniale quanto definitiva per ovviare al problema... 

Einat Sarfati è una che non va persa di vista. 
E' facile perché non sono poi molti i suoi libri che circolano nel mondo (in Italia sono quattro: Un invito fatale; I miei vicini; Potrebbe andare peggio! e Potrebbe andare molto peggio!), e quelli che ci sono paiono tutti molto convincenti. 
Le ragioni che la rendono speciale si ritrovano nella maggior parte delle sue storie, come se fossero appunto cifre per lei irrinunciabili. 
Una costante è il suo sense of humor, sempre tagliente e sempre virato verso l'assurdo. Presumo che i più piccoli lo possano cogliere, di sicuro i grandi ci potranno sguazzare dentro (la presenza nel castello di sabbia della Regina Vittoria sta lì per gli adulti o tutt'al più per i dotti bambini britannici, ma va bene così). Questo divertimento nasce evidentemente da una sua personale gioia nel disegnare ciò che disegna, e questa felicità diffusa rende il suo lavoro, oltre che piacevole per tutti, anche molto potente. Un po' come se le cose che ha da dire fossero così impellenti per lei che poco le importa a chi siano dirette. Insomma, quando scrive e disegna non ha in testa un lettore preciso, ma ha molto più semplicemente il bisogno di raccontare. E' lei la sua prima lettrice convinta! 
Il gusto per l'assurdo è la sua lingua. 


Dopo aver trovato lo spunto di partenza (un palazzo da esplorare, un viaggio in barca o un castello di sabbia), la direzione che sceglie di prendere le è proprio naturale ed è spesso simile nei libri in cui è autrice unica: partire da un punto che sia reale e consueto e poi procedere con l'accumulo di personaggi, sempre un po' imperfetti, situazioni, sempre un po' improbabili, contesti che, per aggiunte sempre più esagerate e sempre più lontane dal reale, sfogano in un tripudio di follia. 
Un gioco che è sempre divertente e che i bambini che si esercitano a misurare il mondo e la loro capacità di immaginarlo fanno in continuazione. Questo meccanismo, almeno con me, è garanzia di successo. 
Un terzo Leitmotiv nei suoi libri è naturale conseguenza espressiva del suo gusto per il rilanciare sempre oltre. Le sue pagine illustrate si strutturano via via in un crescendo di personaggi, particolari e dettagli. 


Il risultato qui, per esempio, sono doppie pagine con almeno una trentina tra monarchi e imperatori, ciascuno caratterizzato a suo modo e molto allusivo, saturano il fondo. O ancora si apre allo sguardo curioso del lettore una sezione dell'intero castello di sabbia con circa una settantina di ambienti, ciascuno caratterizzato da un arredo precipuo che ne attesta l'uso: dalle camere da letto, alle sale da ballo, dai corpi scale, alle biblioteche, dalle cucine alle wunderkammer, dalla sala giostra per i più piccoli al vano ascensore, dalle stalle alle dispense. Va da sé che molti di questi ambienti, laddove possibile, contengono una serie di guizzi comici che non sto qui a dire. 
Nell'esplorazione, attitudine che Tsarfati suggerisce ai suoi lettori, c'è sempre un personaggio guida. 
Qui - come nel precedente pubblicato da Il Castoro, I miei vicini - è una bambina, la medesima bambina (appassionata di tessuti con le stelle) che è il motore trainante. 
Lì esploratrice del suo condomino, qui ingegnere-architetto sul bagnasciuga.


Con lo stesso intento dei migliori costruttori di Wimmelbücher, Tsarfati crea una serie di personaggi che ritornano (qui per esempio come nel precedente, andrebbe cercato un criceto. Ma io suggerisco, anche molto altro), ma la cosa che la distingue è lo sguardo sempre ironico - nei confronti della società - che è capace di mettere in ogni più piccolo dettaglio. 
E, sottile ma fondamentale, tra tutto questo fitto intreccio di peculiarità proprie della Tsarfati, si scorge un filo che non manca mai: se lo si segue si ha il senso più profondo della storia, che - visto il tema - ha a che fare con il granello (o i granelli) di sabbia che inceppano in modo irreparabile un meccanismo che andava alla perfezione. 


Tocca ricominciare? 

Carla