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venerdì 14 settembre 2018

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


I MAGNIFICI CINQUE
The Tunnel, Anthony Browne
Julia Mac Rae Books 1989 (Walker Books 1992)


ILLUSTRATI

"Once upon a time there lived a sister and a brother who were not at all alike.
In every way they were different. The sister stayed inside on her own, reading and dreaming. The brother played outside with his friends, laughing and shouting, throwing and kicking, roughing and tumbling."

Sono diversi in tutto e sempre, anche di notte. Mentre lui dorme saporitamente lei rimane sveglia a sentire i rumori del buio. Qualche volta lui sgattaiola nella camera di lei per farle paura, perché sa che la poverina ha fifa del buio.


Due fatti così, per di più fratelli, a metterli insieme è guerra fissa. Finché un giorno la madre li obbliga a uscire e a fare qualcosa insieme e -soprattutto- a essere gentili l'un con l'altra. Camminano per strada, lei con il suo libro in mano, lui con il pallone al piede. Lui è il più grande e quindi decide: per far due tiri si ferma in un angolo più tranquillo, accanto a un mucchio di spazzatura. Lei si siede e legge, ma è spaventata da quel posto, lui si annoia da solo con il pallone. Non gli resta che esplorare i dintorni. Ed ecco che sul fondo di un muretto coperto di erba si apre la bocca di un tunnel.
Andiamo a vedere cosa c'è al di là! No, è pericoloso, non dovremmo farlo!


Il tunnel costituisce per antonomasia l'icona del passaggio. Un passaggio non solo in senso fisico, ma anche e soprattutto un passaggio iniziatico verso un altrove o verso una condizione diversa. E anche questo libro magnifico non fa eccezione: il tunnel è un luogo fisico angusto e buio da attraversare con un misto di curiosità e di paura. Curioso Jack, timorosa Rose. È lo stesso Anthony Browne a scrivere che quei due, così diversi, rappresentano le facce di una stessa medaglia; sono le due espressioni opposte di un unico sentire.
Nello stesso tempo, quel medesimo tunnel è elemento di raccordo tra un prima e un dopo. Di norma ciò che accade, attraversato il corridoio buio, ha a che fare poco con la realtà, lasciata all'entrata, ma moltissimo con l'immaginazione, il mistero. Addirittura con la magia; in questo senso non è un vezzo che l'incipit del libro sia preso a prestito dalle fiabe: once upon a time...
Davanti al Tunnel di Browne è impossibile non pensare alla porta seminascosta tra le foglie in un altro libro nodale The Garden of Abdul Gasazi scritto e illustrato da Chris Van Allsburg con dieci anni di anticipo rispetto a The Tunnel.
Per ragioni diverse, proprio in questi giorni i miei ragionamenti si stanno concentrando su questo tema: il passaggio, l'attraversamento di una immaginaria linea di confine che tiene separata la realtà da 'il resto'. E fino a questo momento mi pare che siano tutte degne di interesse le declinazioni che gli autori, a partire dal tunnel di Carroll all'armadio di Lewis, al giardino segreto di Burnett, fino a quello di Sendak che a Max chiede di varcare la soglia delle pareti di camera sua, hanno dato sull'argomento.
Nel medesimo tempo e nella medesima testa, la mia, si sta cercando di organizzare una quadra su Anthony Browne, in vista del Festival Tuttestorie a Cagliari, dove di lui si discuterà.
In sequenza ecco alcuni i nodi di interesse.


Il primo e il più significativo: le trasformazioni. Anthony Browne in molte occasioni ha dichiarato di essere sempre molto affascinato dalla trasformazione degli oggetti sotto gli occhi di un osservatore. In questo libro, che non è il più emblematico in tal senso, la trasformazione avviene massimamente, passato il tunnel, nel bosco che attraversa Rose. Senza voler contare la trasformazione che subisce Jack e la stessa Rose che da paurosa si trasforma in eroina. Il finale stesso si incardina su una metamorfosi.
La trasformazione in atto ha a che fare con il secondo nodo, ovvero con l'ambiguità di senso, o per meglio dire, di lettura.
A prescindere da ciò che avviene nel testo, è soprattutto nel disegno che la forma, trasformandosi, modificando i suoi contorni, assume un profilo che allo sguardo si rivela ambiguo. Questo genera nel lettore un interesse rinnovato (Milton Glaser, su questo ha incardinato la sua opera) e un'attenzione attiva. In The Tunnel gli alberi celano all'interno della loro silhouette figure di animali e parti del corpo umano, occhi occhieggianti e citazioni nonché molti altri profili di cui l'occhio in all'erta va in cerca. Trasformazione e ambiguità traggono origine da una passione innata di Browne: il gioco delle forme. Lo faceva da piccolo e non ha mai più smesso di girarci attorno: partire da un profilo di un oggetto e quindi trasformarlo per farlo diventare qualcos'altro. Può funzionare per similitudine oppure per addizione, ma il risultato non cambia. 


Che il gioco sia il registro prediletto di Browne lo testimoniano molti libri. A quello delle forme si deve aggiungere la ricerca delle differenze o delle analogie: immagini che differiscono tra loro solo per qualche dettaglio. Spesso, come per esempio in The Tunnel, si tratta di immagini che aprono o chiudono il libro, si pensi per esempio al gioco che fa con i risguardi.
Questi ultimi peraltro introducono il quarto argomento, ovvero la simbologia.
Rose ha dietro le spalle una carta da parati un po' vezzosa, come i ricami sul suo pullover, mentre Jack ha un duro muretto di mattoni (tema molto ricorrente nei suoi disegni). Oppure si pensi ai nomi dei protagonisti e alla loro allusività. Allusivo è il tessuto fitto di piccoli dettagli che come obiettivo ha quello di creare un'eco, una ridondanza su aspetti specifici. 


Per pura curiosità si contino i 'richiami' alla fiaba di Cappuccetto rosso.
Ed è qui che si arriva al quinto nodo: la relazione con i classici. In The Tunnel il riferimento, o addirittura l'omaggio a Carroll è sotto gli occhi di tutti, ma è con Cappuccetto rosso in particolare e con le fiabe in generale che Browne si sta confrontando, volutamente tacendolo nel testo. 


Riassumendo per punti, per chi abbia avuto la tenacia di leggere fino a qui e voglia verificare anche su altri libri di Browne la presenza dei 'magnifici' cinque, eccoli in sequenza
1) le trasformazioni
2) l'ambiguità
3) il gioco delle forme e il gioco di cercare le differenze
4) raccontar per simboli
5) il confronto con i classici

Altrimenti se ne riparla assieme a Tuttestorie....

Carla



venerdì 13 luglio 2018

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


LE FACCE DELLA MEDAGLIA

 Zagazoo, Quentin Blake (trad. Sara Saorin),
Camelozampa 2016
Michael Rosen's Sad Book, Michael Rosen, Quentin Blake,
Walker Books 2011



ILLUSTRATI

Considero questi due libri inseparabili. A tenerli insieme non è solo l'illustratore, quindi un segno unico riconoscibilissimo come quello di Quentin Blake, ma qualcosa di molto più profondo.
Sono, per meraviglia del destino, le facce di una stessa medaglia. Ognuno porta in sé qualcosa dell'altro pur non toccandosi.
Di quale medaglia si tratti, mi pare subito evidente: la vita, nelle sue due facce.
Da un lato Zagazoo è un inno gioioso a un nuovo bambino che arriva: pieno di sottile ironia, percepibile al meglio se si è già grandi, racconta un'esistenza, o meglio due, ovvero tre che si intrecciano per fare strada assieme. Un libro pieno di colore, speranza, allegria. Due giovani pieni di entusiasmo si vedono recapitare un pacco e all'interno c'è un bambino rosa che immediatamente ne catalizza ogni intenzione, ogni pensiero, ogni momento...


Il bambino cresce e, per ogni fase, ironizza Blake, c'è un animale corrispondente: pulcino di avvoltoio per il suo pianto stridente, poi passando il tempo, per le goffate fatte in casa diventa elefante e poi, passati altri anni facocero fino ad arrivare a essere un bel giovanotto, poi irascibile drago nell'adolescenza fino a essere cortese e premuroso con i suoi genitori anziani, sul finire della storia. Ecco, se fosse possibile immaginare che il personaggio di Zagazoo esca dal suo libro per andare in quello di Michael Rosen, quello stesso giovane uomo potrebbe impersonare Eddie, il compianto figlio di Michael Rosen. Il destino che Blake ha pensato per lui sarebbe diverso.
Mentre dall'altro lato Michael Rosen e sua moglie avrebbero sperato per loro di entrare dentro Zagazoo in modo da aspettarsi un destino da pellicani...ma la medaglia è fatta così.


In mezzo, come legante delle due facce di questo unico oggetto che è la vita, c'è quel colosso di Quentin Blake. Da un lato racconta una storia tutta sua, come spesso accade, concepita sul margine tra realtà e immaginazione. Come l'inarrivabile La nave d'erba anche in Zagazoo si parte da un punto di realtà per poi manipolarlo fino ad arrivare all'assurdo. E, in fase finale, il sapore del meraviglioso, non si sa neanche come, continua a rimanere in bocca al lettore. E nulla è più come prima.
Siamo di fronte al 'tempo sospeso' di una narrazione, alla forza del racconto.
Dall'altra parte c'è lo stesso Blake, il suo segno pieno di espressione, lo stesso ritmo variato e movimentato dall'alternarsi di testo e immagini che si mischiano. La stessa tecnica. Solo in una cosa differisce: in Zagazoo c'è uno spazio bianco in cui tutto può espandersi, in Michael Rosen's sad book quella cornice ha la missione di 'chiudere' entro un margine chiaro a tutti.


Il tono della storia è, ovviamente, completamente un altro.
In primo luogo colpisce la lucidità del racconto di Rosen che riesce a mettere nero su bianco il suo dolore nei confronti della morte. Con la delicatezza di un vero amico, Blake dà forma alla tristezza che si alterna alla gioia temporanea di un ricordo. Con silenzioso rispetto si ferma con l'eloquente vignetta bianca quando deve raffigurare l'assenza, il vuoto lasciato, cui Rosen allude. 


È un gran libro e forse anche qualcosa di più.
La cosa che però colpisce maggiormente è la capacità di raccontare per immagini con il medesimo 'armamentario' figurativo tanto la gioia, quanto il suo rovescio, la tristezza; tanto la vita quanto il suo contrario, la morte. La voce, profonda, è la stessa. 


Solo i migliori lo sanno fare.

Carla

Noterella al margine. A chi volesse cimentarsi suggerirei la lettura di entrambi, nella dovuta sequenza, con ragazzini e ragazzine. Il contrasto il più delle volte ha il merito di portare luce dove c'è ombra e ombra dove c'è luce. Se ne potrebbe poi parlare per giorni e giorni...

mercoledì 20 giugno 2018

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


 IT'S HOME!

The Wolf, the Duck & the Mouse, Mac Barnett, Jon Klassen
Walker books 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Early one morning, a mouse met a wolf, and he was quickly gobbled up.
'Oh woe!' said the mouse. 'Oh me! Here I am, caught in the belly of the beast. I fear this is the end'. 'Be quiet!' someone shouted. 'I'm trying to sleep.'
The mouse shrieked, Who's there?'"


Cammina tranquillo nel bosco il topo quando un lupo lo vede e lo inghiotte. Che guaio, povero me! pensa il topo dalla buia pancia del lupo. E mentre è lì che si commisera ode una voce che gli dice senza troppi convenevoli: sta zitto, sto cercando di dormire. Ed ecco che il topo scopre di non essere solo nella pancia del lupo, ma in compagnia di un'anatra che in quella pancia ci vive già da parecchio, considerati tutti i comfort di cui si circonda. Come se niente fosse per cena decidono per una minestra fatta a 4 mani. Poi dal topo arriva la grande domanda: ma non ti manca il fuori? E la risposta è spiazzante: perché mai. Quando ero fuori vivevo nel terrore di essere mangiata. Qui è una pacchia. Come darle torto...a tal punto che anche il topo decide di restare. 


Festa grande nello stomaco del lupo che comincia ad accusare un forte imbarazzo di di pancia. Secondo spiazzamento: a offrire un rimedio al lupo ci pensa l'anatra medesima che però con una vena di opportunismo consiglia alla bestia di ingurgitare l'occorrente per una cena a lume di candela. 
Il lupo non migliora e i suoi lamenti arrivano alle orecchie di un cacciatore che cerca di ucciderlo ma lo manca. È ancora l'anatra a incitarlo alla fuga. Se si salva lui si salvano anche gli abitanti della sua pancia. Ma il lupo inciampa nelle radici e la fine dei tre è lì a un soffio, se non fosse che l'indomito topo si mette alla testa della riscossa, all'urlo di CARICA!

Sul finale è giusto tacere, ma si sappia che tutto nasce da un debito di riconoscenza.
Una meravigliosa fiaba, di quelle che questi due sono in grado di imbastire a quattro mani, con la giusta dose di menzogna dichiarata. Mac Barnett è il grande teorico della bugia di cui l'infanzia ha assoluta necessità.
Diamo loro ciò che non hanno: inventiamo per loro storie fatte di pura invenzione, facciamo in modo che anche solo per un'ora loro ci credano e gli vadano dietro. Diamoci come obiettivo il nutrimento per il loro immaginario.
Quali sono le qualità insindacabili di questo libro?


La prima. La prospettiva insolita. Non rammaricarsi per un topo ingoiato, né per l'anatra, ma al contrario constatare che nella sorte è sempre meglio saper cogliere i lati interessanti. A patto di avere uno sguardo allenato che permetta di saperli vedere. L'anatra e il topo lo hanno saputo fare.
La seconda. Il tono. Perfettamente in linea con il registro fiabesco si rivelano il contesto e il linguaggio che, in più di un caso, potrebbe essere uscito dalla penna di Perrault. Ma Mac Barnett riesce a essere nel contempo fiabesco e realistico. I migliori risultati in questo senso li ottiene, sterzando bruscamente da un ambito all'altro, come se niente fosse: I fear this is the end'. 'Be quiet!' someone shouted. 'I'm trying to sleep.'
La terza. Il linguaggio al servizio del pensiero. E alludo ad alcuni piccoli gioielli, quali per esempio la filosofia della papera riassunta in un rigo: I live well! I may have been swolled, but I have no intention of being eaten.
La quarta. Il colore e il segno, diversi in qualche modo dalla trilogia del cappello.
Rimane questo gusto di Klassen per i colori che nei libri per l'infanzia sono banditi: i grigi, i bruni e, più in generale, gli aranciati pallidi pallidi. Toni spenti, quanto di meno convenzionale ci sia nell'ambito degli albi illustrati. Eppure il risultato è lì sotto gli occhi di tutti: magnifico nella sua rarità.


La quinta. Il sense of humor. Non più risatine complici nel lettore che è consapevole ben prima del protagonista di quello che sta accadendo, come avviene nella trilogia del cappello o in Sam e Dave scavano una buca. No, qui si ride tutti assieme e a gran voce nel vedere rivoltarsi il mondo.
La sesta. La capacità di Klassen di punteggiare il non detto, o di 'cavalcare' con un'ironia sottile gli spunti di cui il suo amico Mac Barnett dissemina il testo.


La sua cifra si ritrova nell'essenzialità della descrizione degli spazi: l'acquerello 'sporco' per i fondi (come in Triangle), ma nello stesso tempo una serie di dettagli di arredo che, ne ho certezza, i bambini e le bambine sapranno notare per riderci sopra. Senza contare la sua maestria nel dare forma alle parole in modo mai scontato, mai convenzionale...


AMAZING!

Carla

Noterella al margine. Per Letti di notte a Roma in una graziosa libreria lo leggeremo insieme al suo omologo italiano, Casa pelosa. E ci sarà da ridere...

martedì 4 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Cara Formica, 
Hai ragione. È difficile accettare quello che accade sotto i nostri occhi. La Morte la sa davvero lunga a proposito di convivenza di sentimenti. E non potrebbe essere altrimenti. Lo pensavo proprio in uno di quei pomeriggi passati accanto a Tasso: lui era vicino, vicinissimo, forse non eravamo mai stati così prossimi, eppure era anche lontano, lontano a tal punto da non esistere più. Come affrontare questo contrasto?
Sai, mi hai fatto venire in mente un libro. Si intitola Hat Opa einen Anzug an?1 Anche questo libro viene dal Nord, e racconta come il piccolo Bruno affronta la morte di suo nonno.
La prima cosa che lo sconcerta è proprio il fatto che il nonno stia sdraiato nel letto con le scarpe addosso. Se ha le scarpe, pensa Bruno, dovrà avere anche l’abito che sempre indossava con quelle scarpe, e così si fa alzare dal papà per vedere il nonno. 

 
Da questo momento, il piccolo Bruno inizia un’indagine scientifica di quello che gli sta succedendo intorno, e sperimenta, vivendo ogni gesto che aderisce alla morte: la salma, il funerale, la sepoltura, il banchetto a seguire dove si mangiano würstel e si beve birra piangendo nel ricordare il nonno...per il suo occhio indagatore però non c’è il tempo di giudicare. Ogni cosa va osservata per quello che è, e soprattutto, ad ogni cosa va dato un nome.
Forse è questo atteggiamento scientifico che consente ai popoli del Nord un rapporto così intimo con la morte: sono capaci di chiamarla per nome, di viverla e celebrarla come un fatto della vita.
Anche le immagini sono sorprendenti per quello che si permettono di mostrare: il nonno morto nella bara, la bara che scende nella terra durante il funerale. Niente simbologie o allusioni, nessuna metafora.
Unica concessione, una barca, che serpeggia nelle immagini sussurrando piano di un viaggio, quasi a voler suggerire, che sì, chi muore se ne va, ma la Morte è più un affare dei vivi, che devono affrontarla con gli strumenti della vita. E in questa vita Bruno è sempre presente, piccolo, quasi fagocitato dal tratto materico e pesante delle illustrazioni, sì, ma in mezzo alle cose che accadono. 

 
Potrebbe sembrare di essere in un libro a tema, se non che la narrazione, seguendo senza imbarazzo la pulsazione del ragionare e indagare di Bruno, travalica i confini della semplice spiegazione e si trasforma in scoperta e avventura. In ogni pagina, una tappa del pensiero: la rabbia che il nonno se ne sia andato, la poltrona vuota del nonno, lo sconcerto di fronte al fatto che il nonno possa essere sia sotto terra sia nel cielo, la paura di dimenticare, il pensiero alienante della propria morte. Vicino a Bruno ci sono i grandi, che lo accompagnano spiegando con delicatezza quello che possono spiegare e ritraendosi con onestà quando loro stessi non hanno risposte. E sai cosa, Formica, mi ha sorpreso? I grandi in questo libro non danno nessuna risposta certa quando si tratta di parlare delle questioni spirituali, mettendosi proprio allo stesso livello di Bruno...
Quando Bruno ha conosciuto e sperimentato a sufficienza, riesce finalmente a concedersi la consolazione delle lacrime. E da quel momento, il tempo, che sembrava essersi fermato comincia di nuovo a fluire. Una bicicletta e via di nuovo verso la vita, i giochi al cimitero davanti alla tomba del nonno e dopo qualche mese, addirittura l’arrivo di un nuova vita, un cuginetto avvolto in una coperta che dimena i piedini già infilati in un paio di piccole scarpe.


Sai, sono contento di essere stato tanto tempo accanto a Tasso. Era l’unica cosa che potevo fare, anche se a una domanda non riesco a rispondere...dove sarà andato a finire, tutto quello che faceva di Tasso il mio amico?
Sai rispondere tu?

Scoiattolo

P.s. Mi è venuto in mente un altro libro, in cui due fratellini capitanati da una intraprendente sorella maggiore si inventano il gioco di seppellire animali morti che trovano nel bosco afoso e traboccante di luce estiva. I tre gioiscono attorno a ogni animaletto senza vita che capita sui loro passi...un bombo, un topolino, dei pesci, un gallo. Il gioco della sepoltura si ripete e si ripete fino ad assumere toni quasi irrispettosi...
Ma proprio sul far della sera i bambini trovano un merlo ferito che muore tra le loro mani. La Morte si fa per loro realtà, diventa un fatto che riescono a toccare.2




Ah, caro Scoiattolo, se lo sapessi avrei la chiave per aprire la porta della serenità. Non ce l'ho, mi spiace. Ma il tuo libro che racconta e illustra le tappe di esplorazione del piccolo Bruno mi pare centri un paio di punti nodali della questione: quella rabbia incontenibile di fronte al torto che ci pare di subire nel veder andar via persone a cui vogliamo bene e il vuoto, anche fisico, che si genera inevitabilmente con quella partenza.
Io ricordo molto bene la mia rabbia, tu ti sei arrabbiato con l'amico Tasso, lì sdraiato?, e ricordo molto bene anche la rabbia che si trova nel libro di Michael Rosen3 (ti ricordi, no? lo scrittore di libri per bambini, il papà di A caccia dell'orso), scritto a 4 anni di distanza dalla morte del figlio diciottenne. Nel suo caso, a rabbia si deve essere aggiunta rabbia perché la perdita di un figlio ha in sé qualcosa di aberrante, in quel suo essere prematura e, in qualche modo, innaturale. Non credi?
La rabbia chiama spesso un urlo e quel libro lì è davvero un grido di dolore di un uomo triste che il suo caro amico, Quentin Blake, con rispetto e tenerezza, ha cercato di rappresentare. E' un libro che brilla per raggelante lucidità.
Esordisce con una faccia sorridente di Michael che fa finta di essere allegro e poi tutto annega nel grigio.


Il colore arriva solo nei rabbiosi ricordi di un passato comune - come hai osato andartene, e morire e per questo farmi sentire così triste? Come ti sei permesso? Il ragazzo non può replicare, non può dire nulla, semplicemente perché lui lì a rispondere non c'è. Al suo posto c'è il silenzio: una vignetta vuota. Quentin Blake riassume in quattro linee l'assenza. L'assenza, come vedi, ritorna. 

 
Nel tuo libro di Bruno c'era la poltrona del nonno vuota, qui c'è una vignetta bianca. E a proposito di assenza, mi viene in mente un altro grande libro, indovina? anche questo non pubblicato in Italia, The heart and the Bottle, uno dei pochi di Jeffers che, temo, faticherà a valicare le Alpi... Anche qui il vuoto, il buco, l'assenza è ben evidente. 4
A voler trovare altre tangenze anche qui, nel titolo, torna il cuore, e torna anche un nonno -categoria un po' sotto scacco nell'editoria funeraria pensata per bambini, non ti pare?
Bene, questo nonno dai pantaloni turchesi passa il suo tempo a fomentare e poi soddisfare le mille curiosità della sua intraprendente nipote. Insieme esplorano, indagano, si avventurano nello spazio, nel mondo vegetale e in quello animale: di solito, lui seduto con un libro in mano, e lei che gli ronza intorno come un'ape curiosa. Poi un giorno quella poltrona resta vuota. La bambina smette di ronzare, si ferma, si siede in contemplazione silenziosa di fronte a quel vuoto inaspettato, illuminato dalla tagliente luce lunare che filtra da una finestra: è la presa di coscienza che adesso lei è sola. 
 

E come la rabbia genera grida, la solitudine genera insicurezza. Quel suo cuore abbandonato ha bisogno di mettersi in salvo, almeno per un po'. La soluzione immaginifica di Jeffers è una bottiglia di vetro trasparente entro cui custodire il proprio cuore, portandolo appeso al collo, così non si deve neanche troppo spostare dallo sterno, suo abitacolo consueto.
Al principio sembra funzionare, ma il cuore, col passare del tempo inevitabilmente, cresce e rimane intrappolato. Ancora una volta, nulla è più come prima... 
Ho bisogno di fermarmi anch'io come la bambina, a pensare, Scoiattolo! E per farlo provo a tirare due somme e guardare le cose dall'alto: se traccio una mappa geografico culturale di bei libri su questa storia del morire noi, come insetti e roditori di matrice italica, ne siamo perennemente fuori. Non sarà che è un po' un tabù, in lungo e in largo, in su e in giù per lasoleggiata penisola?
Se così è, dai, togliamoci il gusto di continuare a parlarne liberamente ancora per un po', ti va?
Domani ti scrivo, aspettatelo!

Formica

 
1A. Fried, J. Gleich, Hat Opa einen Anzug an?, Hanser 1997
2U. Nilsson, E. Eriksson, Die beste Beerdigungen der Welt, Beltz 2016
3M. Rosen, Q. Blake, Michael Rosen's sad book, Walker 2011
4O. Jeffers, The heart and the bottle, HarperCollins 2010

venerdì 26 luglio 2013

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)


PADRE E FIGLIA


A new year’s reunion, Yu Li-Qiong,Zhu Cheng-Liang
Walker Books Ltd 2011
 

Nella sconfinata Repubblica Popolare Cinese si contano a milioni i lavoratori che lasciano il proprio villaggio o città per lavorare altrove gran parte dell’anno. Il papà della piccola Maomao costruisce grandi case lontano dalla propria, talmente lontano da poter fare ritorno solo una volta ogni dodici mesi, in tempo per festeggiare il coloratissimo capodanno. 


Tutto avviene in fretta, perché potrà sostare solo qualche giorno, tutto avviene come di consueto, secondo un cerimoniale intimo e lieto. Eppure, per Maomao ogni volta c’è da reimparare l’alfabeto dell’affetto filiale, che si dipana attraverso la condivisione di gesti e parole semplici, ma non per questo meno intensi e sorprendenti. Tanto per cominciare, quando arriva, il padre è quasi irriconoscibile sotto la coltre di una fitta barba, dunque bisognerà fidarsi delle sue grandi braccia per potervisi abbandonare. E il fatto che dispensi immediatamente doni molto graditi non lo esonera da un’ opportuna sosta dal barbiere, primo tassello del puzzle da ricomporre, come in un gioco di continua riscoperta.  

Maomao, dapprima vagamente perplessa, lo segue con curiosità e gli si fa via via più complice nel disbrigo di alcune piccole e grandi faccende. Dalle visite di rito in occasione del capodanno, alla manutenzione della casa – che bisogna restaurare, perché possa attraversare l’anno nuovo in sicurezza – alla preparazione dei dolcetti di riso in cui verrà nascosta una monetina bene augurante. Chi all’indomani la troverà avrà un anno molto fortunato. Tocca a Maomao mordere il metallo nascosto dal soffice impasto, urrà! Cosicché per tutto il giorno la piccola porterà fiera con sé il prezioso amuleto, a costo poi di perderlo correndo con gli amici nella neve… Un vero guaio, stranamente affine – nella inconsolabile disperazione che ne consegue – alla mortificazione della lontananza da un padre tanto affettuoso quanto amato, che Maomao ritrova e perde, perde e ritrova con rinnovato dolore e profonda felicità ogni volta. Ma la sera, spogliandosi per andare a letto, la moneta tintinna cadendo a terra dall’interno del giaccone.



Nulla è perso dunque, si può tornare a vivere confidando nella buona sorte. Anche se all’indomani il padre dovrà di nuovo preparare il bagaglio e lasciare Maomao (e la sua graziosissima mamma, che le volge le spalle per non farsi vedere mentre piange), c’è di che sperare. Un intero nuovo anno di prove da superare e di incanti da celebrare. L’amore e la vita non sono forse medaglie a due facce? L’importante è avere coraggio e coltivare il talento dell’attesa e della scoperta.



Tra padre e figlia, di mano in mano, corre la monetina. Lunga la strada, sempre dolce e il ritorno…

Miglior libro illustrato del 2011 nella classifica del New York Times (tra gli altri riconoscimenti ottenuti) il libro, pubblicato in Cina nel 2008, è un impasto di colore vibrante e caldo per mano dell’artista Zhu Cheng-Liang. Lo apro spesso per riempirmi gli occhi con le sue pennellate sature e morbide, pervase da una tenerezza appena malinconica e molto viva e penso (a torto?) che dopo decenni in cui il popolo cinese ha vestito panni di un’uniforme carta da zucchero e si è privato di molta bellezza… qui si riaccende il colore delle antiche lacche, delle lane e delle lanterne, delle soffici e multicolori trapunte, dei festoni e dei dragoni di carta. Proprio come un allegro, scoppiettante fuoco domestico, che non brucia ma riscalda con costanza e in profondità.



Daniela (Tordi)