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mercoledì 15 gennaio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MANO NELLA MANO


Io guardo ad Heidelbach come a una divinità mentre a Könnecke come a un vicino di casa, per questo mi sembra perfetto questo quattro mani con Carla, che Heidelbach me l’ha fatto conoscere lei. 
Questo libro inizia come un film horror coi fiocchi con la leggiadra mano di Ole: una famigliola felice, mamma e papà che stanno per uscire e i due pargoli, Boris e Celeste che, mano nella mano, sulla porta di casa li salutano felici. 
Boris è pettinato bene, Celeste è a piedi nudi. 


I piedi nudi non fanno mai presagire quiete e calma. La prima battuta di papà è rivolta al nostro fratellone: “Fai il bravo con tua sorella, Boris” 
Perché papà dice a Boris di fare il bravo, mi chiedo. Ma ha visto i piedi nudi di Celeste? Ha visto? Forse Boris si vuole vendicare di tutte le malefatte di Celeste? 
La mamma aggiunge: “Sul tavolo in cucina ci sono sogliola e spinaci.” 
Sogliola e spinaci? Ma io dico questi due conoscono i loro figli? Temo di no. 
Giriamo pagina e infatti.


Nelle due pagine successive niente Heidelbach, nemmeno un segnetto piccolino, tutto Könnecke col suo tratto magistralmente pulito e precisamente espressivo. 
La tensione sale per noi lettori, perché se arriverà Heildelbach, e arriverà, chissà come la prenderanno i due frugoletti. 
La serata dei due fratelli rotola velocemente verso la storia della buona notte che sarà, eccerto, una storia da brividi. Ci siamo. 
Da questo momento in poi il libro ha una tavola a sinistra di Heidelbach e una a destra di Könnecke. Boris racconta storie sempre diverse, ma Celeste non sembra per niente toccata, anzi. Lo scambio di battute tra fratello e sorella è veloce, lampante, sbalorditivo. 
Tanto a sinistra il tempo pare fermo e fiabesco, così a destra il ritmo è incalzante e imprevedibile. 
Con pochi dialoghi Könnecke riesce a raccontarci esattamente come sono Boris e Celeste e qual è il loro rapporto: Boris è al bivio che lo porterà nel giro di poco nel mondo degli adulti, è agli sgoccioli dell’infanzia, Celeste invece è nel pieno dell’esplosione bambina: pare ascolti Boris e invece va a chiedergli di un particolare (apparentemente?) insignificante, improvvisamente si mette a saltare, a urlare, a giocare, piange, ride a crepapelle, si intenerisce è incontenibile nella sua imprevedibilità. 


Boris ha un obiettivo chiaro e preciso, Celeste sguscia via ogni secondo: due infanzie ben diverse raccontate in modo magistrale e divertente. 
Boris alza sempre più il tiro delle sue storie, lasciandosi alle spalle la paura di non far addormentare la sorella, ma raccogliendone la sfida (questo fanno i fratelli!). Tanto più lui diventa davvero il maestro dell’horror, tanto più lei si stacca dalla realtà per entrare in pieno nel mondo della sua fantasia. Boris e Celeste lottano a colpi di storie e alla fine Celeste avrà l’ultima parola: si sono divertiti in questa lotta. 
Continuo a pensare, Carla, che Boris e Celeste siano un po’ come Könnecke e Heidelbach e che anche loro si siano divertiti. 
Ma ci siamo divertite anche noi. Vorrà dire qualcosa? 

La genesi di questo libro nasce nella testa di Nikolaus Heidelbach e nasce dalla constatazione di una rivalità, un po' simile a quella tra Boris e Celeste, che di fatto esiste tra i due autori. 
Si conoscono e si stimano da più di vent'anni, ma le loro storie, i loro libri sono in qualche modo in competizione. Sempre. 
Condividono un genere - il libro illustrato - e un pubblico - i bambini. 
Così un giorno Heidelbach ragiona sul fatto che sarebbe divertente mettere sulle pagine di uno stesso libro la loro competizione. Suggerisce un soggetto all'amico Ole: un fratello maggiore racconta storie a una sorellina, che però si annoia. A questo punto Ole corregge di poco il tiro, suggerendo all'amico che le storie raccontate dal fratello maggiore siano tutte storie di paura. I due si mettono a lavorare in parallelo: Heidelbach aveva già un testo, ma quando gli arriva quello di Könnecke il suo si accartoccia e si butta da solo nel cestino. 
La cosa che convince entrambi a mettersi vicini sulla pagina è il senso finale dell'intera storia, ossia l'innegabile piacere che si prova nell'aver paura. Sensazione che i grandi sembrano voler negare, ma che invece i ragazzini cercano come l'aria. 
Se questo è lo scheletro, è inevitabile che a uno tocchi l'aspetto perturbante e all'altro la comicità della situazione. In questo senso, Heidelbach, ha dichiarato, si sente molto riconoscente nei confronti dell'amico e del suo testo così ricco, per il materiale così vario che gli mette a disposizione: fantasmi, animali giganti, figure deformi, creature che stanno nell'ombra, piante carnivore, draghi figure di pietra inquietanti, dame senza testa. E via andare... 
Così come si è creato uno felice scambio tra Colonia e Amburgo, così altrettanto naturalmente ne è nato uno tra Cantù e Roma. Io, per storia personale e affinità elettive, scrivo di Heidelbach e delle sue creature ad acquerello, ossia guardo solo le pagine di sinistra che, già solo a vederle affiancate, stridono un bel po' con il fumetto che occupa quelle di destra. A destra, un costante cicaleccio, a sinistra invece incombe il silenzio, un silenzio pieno di presagi. 
Si susseguono le tipiche immagini 'frizzate' di Heidelbach nell'istante prima che qualcosa succeda. 


La bambina sul ponte di corda ha davanti un fantasma, ma la cosa che più terrorizza, ovviamente non è il fantasma, ma è quella lama di coltello luccicante che la ragazzina brandisce volitiva. Cosa potrebbe tagliare? Le corde del ponte o il tessuto bianco del fantasma? 
Ecco, l'Heidelbach che conosciamo e amiamo e che tanto solletica i ragazzi e tanto destabilizza i grandi. Quel suo dono innato di saper essere, con un segno serissimo e sapientissimo, ironico, addirittura comico, ma nel contempo inquietante. Indubitabilmente attraente. 
Se Könnecke gli offre con il testo un rospo gigante, Heidelbach se lo immagina incombente e silente alle spalle di una ragazzina, così piccola che ha bisogno di uno sgabello per cuocere la sua padellata di zampe di rana... ignara. 
Per ogni tavola, si rinnova il perturbante, molto più che la paura pura, che si percepisce nell'immagine nel suo complesso, ma che spesso trova conferma negli sguardi in tralice dei protagonisti in scena: uno su tutti quello della principessa in posa che di quel bel fiore rosa, citato nel testo, avverte la potenziale e imminente pericolosità. 
Ah, Heidelbach e questa sua straordinaria capacità di lavorare sul dettaglio, su quell'angolino che nessuno aveva notato, per creare il brivido: un cubetto di ghiaccio lungo la spina dorsale, qualsiasi cosa disegni. Altro che i racconti di Boris che non incantano neanche Celeste... 
Quella bambina che nuota ignara di ciò che la profondità dell'acqua nasconde, è lui stesso a raccontarlo, ha qualcosa di orrorifico ma anche di molto sensuale: il modello ispiratore, per questa immagine in particolare, ci dice Heidelbach, è stato un film degli anni Cinquanta che in Italia è uscito con il titolo Il mostro della laguna nera. Va da sé che l'autore tedesco ne consiglia caldamente la visione... 


E dunque Valentina cara, mi pare così inaspettato e nello stesso tempo divertente essere qui a scrivere a quattro mani con te di uno dei miei autori preferiti che si è messo in coppia con un altrettanto amato autore, che qui, solo apparentemente, fa la parte di quello "lieve" e "scanzonato", ma al contrario si dimostra ancora una volta un profondo conoscitore delle emozioni che attraversano l'infanzia. E non solo. 
Dunque: divertimento e sorpresa, per questo pezzo di strada che facciamo assieme, credo abbiano guidato anche quei due. Così diversi nei loro linguaggi figurativi, così diversi nei loro testi eppure felicissimi di essere assieme. Un po' come capita a quei due fratelli così agli antipodi, eppure imprescindibili l'uno per l'altra e viceversa. Così come il "mio" Heidelbach, si sente riconoscente nei confronti di Könnecke per quel testo così stimolante e divertente, e per quei disegni così pieni di tenerezza e attenzione per l'infanzia, così io ti sono grata di aver accettato, in quel giorno di metà novembre in cui mi whatsappavi Heidelbach secondo me è tuo, di scrivere questa recensione a 4 mani. 
Chiuderei così: Könnecke e Heidelbach han dichiarato che se non fossero stati assieme mai ce l'avrebbero fatta. Possiamo pensare lo stesso di noi? 

Valentina & Carla 

"Niente draghi per Celeste", Nikolaus Heidelbach, Ole Könnecke
trad. Chiara Belliti, Beisler editore 2024

lunedì 1 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TIPI DA SPIAGGIA

Storie da spiaggia
, Edward Marshall, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier) 
Lupoguido 2024 


NARRATIVA  ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 
 
“'Volete sentire una storia?' chiese Lolly. 
'Ho portato il mio libro di lettura.' 
'Ottima idea' risposero i suoi amici. 
Il ratto vide il gatto e il cane. 'Io li vedo' disse il ratto. 
'Io vedo il gatto e il cane.' 
Il cane e il gatto videro il ratto. 'Noi vediamo il ratto' dissero. 
E questo è tutto. 
'E questa sarebbe una storia?' chiese Sam. 'Tutto qua?' chiese Spider.  'Tutto qua' rispose Lolly. 
'Non mi è piaciuta per niente' disse Sam. 
'Banale' disse Spider. 
'Io potrei inventare una storia molto più bella!' affermò Sam. 
'Figurati!' disse Lolly." 

Parte la sfida! In tre sulla spiaggia dove hanno appena fatto un lauto picnic a base di hot dog e limonata, non possono ancora fare il bagno. L'alternativa potrebbe essere quella di fare un pisolino, ma è verosimile che tre ragazzini, Lolly, Sam e Spider, apparentemente soli sulla spiaggia possano diligentemente riposare all'ombra aspettando l'ora canonica? L'idea di far correre il tempo, leggendo una storia viene a Lolly che in spiaggia si è portata il suo libro di lettura. 
Peccato che la storia sia quella storia! 


Così Sam lancia la sfida e racconta la sua di storia, a patto che essa contenga esattamente gli stessi personaggi di quella di Lolly: ratto, gatto e cane. Facile. 
La storia è più lunga, più avvincente, piena di suspense, mentre quella di Spider, il terzo sfidante, è un vero e proprio horror. 
Come è naturale che sia, corte o lunghe, banali o piene di sorprese, tutte e tre vengono presto dimenticate, sorpassate dal gioco successivo. 
E questo è tutto. 

Che cosa fa di una storia, una buona storia? Le teorie sono moltissime e ruotano intorno a ingredienti tra loro molto differenti. 
Niente pistolotti, qui. Dico solo che per me la storia, perché io la consideri buona, deve essere soda a tal punto che mi diventi impossibile non sbatterci contro e, dopo l'impatto, farmi deviare, magari anche di un nientino, rispetto a quella che era la mia traiettoria originaria, ossia quella lungo la quale navigavo, prima di incontrarla, leggerla, ascoltarla. 
Insomma, in estrema sintesi, una buona storia mi dovrebbe portare dove non sapevo di voler (poter, saper ecc.ecc) andare. Come arrivarci e cosa farmi vedere durante il cammino lo faccio scegliere a chi scrive. Mi fido. 
In questo librino che negli Usa consigliano come 'palestra di allenamento' per primi lettori, Marshall - da Edward e da James -si toglie il gusto di raccontare - un po' come se fossero suoi 'esercizi di stile' tre diverse versioni di come un gatto,  un topo,  un cane si trovino a passare una porzione del loro tempo insieme. 
Curiosamente, sullo sfondo fa esattamente la medesima cosa: racconta, in una sorta di storia cornice, con la sua consueta andatura scanzonata, tre tipi da spiaggia, in balìa di se stessi che si trovano a passare, anche loro, una porzione del loro tempo insieme. Chi con gli occhiali da sole, chi con la paglietta, chi con un improbabile palloncino... E gli sguardi di Marshall fanno il resto.


Ora come ora, mi parrebbe davvero difficile scegliere quale delle tre piccole storie sia la migliore. La prima, quella di Lolly, è un meraviglioso nonsense. E, nonostante Spider la bolli come banale, non lo è affatto. E meno male che è scritta nel suo libro di lettura, perché a inventarla dal nulla e poi recitarla agli altri ce ne sarebbe voluto. E senza incepparsi. Provare per credere. 
Allora il nonsense ci porta in una direzione molto amata dai più piccoli che tanto più le cose sono strambe, tanto meglio è. I ragazzini maneggiano la follia e l'assurdo molto meglio di qualsiasi adulto e soprattutto non si spaventano, anzi prediligono, la stringatezza dei fatti, che mi consta essere peculiarità del ragionamento 'naturale' dell'infanzia. Almeno di quella dei tempi di Marshall. Seconda storia, quella di Sam. Una perfetta costruzione per accendere la curiosità di un lettore: la suspense. Mille volte ho scritto di come alcuni - per esempio Klassen in Questo non è il mio cappello - lavori come Hitchcock. 


Qui accade lo stesso: tutti sanno - tutti tranne il ratto - che il cibo preferito di un gatto è appunto un ratto. Per tutto il racconto di Sam fremiamo all'idea che quel gatto prima o poi lo inghiotta. Ma... il colpo di scena finale spariglia tutto e tutti - tranne Spider che avrebbe preferito un finale sanguinario - ridono rilassati. 
Il lieto fine, ci insegna Marshall nella sua lezione sulle buone storie, può andare bene per alcuni, ma va detto che se tutto invece finisse in tragedia sarebbe ancora meglio... 
Che tipo sia Spider è intuibile e quindi la storia che esce dal suo immaginario e dalla sua bocca è perfettamente in linea con il personaggio: un crescendo per gente dura dai nervi saldi... 


E questo è tutto. 


 Carla

venerdì 6 ottobre 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


INQUIETANTI STORIE DI PAURA


Biancoenero editore, casa editrice specializzata per l’utilizzo del font ad alta leggibilità, ha inaugurato una nuova interessante collana dal titolo Fifa Blu, storie di paura indirizzata a lettrici e lettori sopra i dieci anni. Doppiamente meritorio, perché amplia l’offerta editoriale in quello che ingiustamente viene considerato un ‘genere’ minore, il thriller o l’horror; e poi perché risponde alla domanda di letture ‘facilitate’, che non viene solo da lettrici e lettori dislessici, ma anche semplicemente lettori ancora alle prime armi, per vari motivi, a prescindere dall’età.
Ne ho scelti due, entrambi abbastanza paurosi e per la medesima fascia d’età, sopra i dodici anni: ‘Così imparate a uscire di notte’ di François Gravel e Martine Latulippe, e ‘Uccelli del malaugurio’, di Jocelyn Boisvert; gli autori sono franco-canadesi e propongono testi non troppo lunghi, ma ad alta intensità di paura.


In breve, le trame: ‘Così imparate a uscire di notte’, tradotto da Gabriella Baldanzi, vede come protagonisti Olivier e la sua amica Matilde, che una sera, mentre gironzolano indecisi se andare ad un festa oppure no, capitano in un cantiere, nella cui recinzione è stato praticato un foro. La curiosità è grande e i due non resistono alla tentazione di dare un’occhiata; in una buca spunta uno zainetto giallo, che contiene diversi oggetti, fra cui una bussola che sembra rotta e una maglietta verde a fiori. Il tutto sembra appartenere a una bambina, ma non una bambina qualunque: potrebbero essere oggetti appartenuti ad Iris, una bimba scomparsa anni prima. Interrompe le loro ricerche un uomo, all’apparenza un guardiano, che li avvicina tenendo al guinzaglio un temibile rottweiler. I due ragazzi, intimoriti, se la danno a gambe, lasciando lì lo zainetto, ma portandosi dietro la maglietta e la bussola.
L’uomo misterioso, di cui apprendiamo da subito le terribili propensioni omicide, segue Matilde fino a casa sua e sembra avere le peggiori intenzioni, che il lettore scopre nelle pagine, a fondo nero, a lui dedicate. Per fortuna arriva il lunedì e prima Olivier, poi Matilde, parlano con la polizia, che viene messa sulle tracce del colpevole di un caso irrisolto.
Naturalmente la storia non finisce qui e tiene incollato alle pagine anche il lettore o la lettrice più distratti; le pagine hanno l’aspetto di un dossier della polizia, riportando le deposizioni dei due ragazzi. Ci sono diagrammi, foto, ricostruzioni più o meno recenti, pagine di deposizioni e del diario di Matilde.


L’altro, ‘Uccelli del malaugurio’, tradotto da Flavio Sorrentino, rimanda chiaramente al capolavoro cinematografico di Alfed Hitchcock, ‘Gli Uccelli’. Qui, abbiamo una famiglia in vacanza, che si sta dirigendo verso un selvaggio Parco Naturale, naturalmente in Canada. La strada che percorrono, lontana dall’autostrada, è pressoché deserta, mentre all’orizzonte compaiono nubi tempestose. La singolarità è rappresentata dal fatto che alcuni uccelli, grigi e neri, sembrano seguirli. Appena decidono di fare una breve sosta, Dan viene spiato da un uccello e, successivamente, si scatena un vero e proprio attacco nei confronti della macchina, che nel frattempo ha finito la benzina. Gli uccelli si sono radunati e in questo caso, lo stormo di storni non evoca riflessioni fisico-filosofiche, ma una grande paura. Dan, il più piccolo, Dafne, la sorella maggiore quattordicenne e i genitori sono chiusi in macchina, mentre si avvicina la tempesta. Non si può davvero svelare lo sviluppo della narrazione, che scorre veloce e intensa. Qui la Natura, ben lungi dall’essere idilliaca, mostra il suo lato più inquietante e misterioso, quello che alimenta leggende e storie di paura, come questa.


Entrambi i romanzi, brevi il giusto, hanno una struttura lineare e una narrazione diretta, semplice, senza complessità linguistiche e strutturali. Oltre al font, hanno un’impaginazione vivace, arricchita dalle illustrazioni. Rappresentano una bella novità, che incontrerà sicuramente il favore di un pubblico finora poco ascoltato.
Consiglio la lettura a chi, a partire dai dodici anni, non teme orchi e uccelli neri, che almeno nei libri possono essere facilmente sconfitti.

Eleonora


“Così imparate a uscire di notte”, F. Gravel e M. Latulippe, trad. G. Baldanzi, Biancoenero edizioni 2023
“Uccelli del malaugurio”, J. Boisvert, trad. F. Sorrentino, Biancoenero edizioni 2023



lunedì 23 gennaio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL BENE E IL SUO DOPPIO


Francesco Carofiglio, non nuovo alle incursioni nella letteratura per ragazzi, inaugura una nuova serie dedicata ai Cattivi con un romanzo di difficile collocazione, ‘Mister H.’, pubblicato nella collana Up di Feltrinelli.
Tutta la narrazione è un esplicito omaggio a romanzi e autori del genere gotico, o horror: richiamato esplicitamente ‘Lo strano caso del dottor Jekyll e del Signor Hyde’, di Stevenson, fra le pagine compaiono citazioni di Poe, di Lovecraft, personaggi tratti dai romanzi di Conan Doyle e di Stoker, come se Carofiglio volesse richiamarsi idealmente a questa corposa e importante eredità nell’indagare il confine fra il Bene e il Male.
Il protagonista di questa storia, Leonardo Byron Palamides, è un giovane londinese di ritorno, nel 1929, in patria dopo un soggiorno negli Stati uniti, dove ha avuto modo di frequentare il maestro Houdini; a Londra invece, ritorna agli studi di medicina e di quella nuova corrente di pensiero analitico che risale a Jung. Il giovane è affascinato dal mondo dei sogni, e degli incubi, e in qualche modo attratto da quello che chiameremmo paranormale. A trascinarlo nel mondo al di là della realtà è una giovane paziente, Lilith, che pare essere in connessione con il mondo dei morti.
Quello che viene volontariamente o meno evocato è qualcosa che attiene al caso di Jekyll e Hyde, la coesistenza nello stesso corpo di due personalità, di cui una votata felicemente al Male.
Lo stesso protagonista si sente travolto da forze interiori che lui stesso pensava di ignorare: siamo a pieno nel territorio del perturbante, in cui è difficile distinguere sogni, incubi e realtà, proiezioni e azioni, impulsi e scelte razionali e, ovviamente , il Bene dal Male.
‘Cattivi. Mister H.’ è una storia gotica, densa di apparizioni, segnali ambigui, personaggi che alludono a mondi paralleli; e come tale andrebbe letta da lettrici e lettori giovani, probabilmente non in grado di raccogliere le molliche di pane, i segnali che qui e là richiamano altre storie, a una tradizione letteraria che ancora non hanno avuto il modo di esplorare, se non in parte.
Nello stesso tempo è una lettura intrigante per chi quelle letture le ha fatte, le ha sedimentate, sono entrate a far parte anche del lessico quotidiano.
Il tema è inquietante, andando a esplorare quell’ambiguità che è propria di ciascun essere umano, in cui convivono pulsioni e tendenze contraddittorie; così come è inquietante il mondo onirico, altrettanto è la realtà in cui si muovono persone crudeli e senza scrupoli.
Dicevo all’inizio che si tratta di un romanzo di difficile collocazione, proprio per i diversi livelli di lettura che lo contraddistinguono; un passaggio nel genere horror, un invito a esplorare la letteratura che questo genere ha nutrito, per i lettori più giovani; una interessante rivisitazione di un genere per il lettore o la lettrice più esperti.
Attualizzare Mister Hyde e portarlo nella Londra degli anni ‘30 è uno spunto interessante che piacerà a lettrici e lettori di almeno quattordici anni.

Eleonora

“Cattivi. Mister H.”, F. Carofiglio, ill. di D. Fachechi, Feltrinelli 2022



venerdì 26 agosto 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PONTE DEL DIAVOLO


Daniele Nicastro, nel suo inquietante ‘Il ponte dei cani suicidi’, pubblicato da Pelledoca editore, compie un’eccellente operazione di sincretismo, mettendo insieme due leggende, entrambe basate su tradizioni antiche, per dare vita ad un’autentica storia di paura.
La prima è legata ad uno dei tanti ponti ‘del Diavolo’, in questo caso quello sul fiume Lys, in Val d’Aosta. Qui c’è una bella leggenda riguardante la contesa fra San Martino e il Diavolo, che pretendeva vittime per concedere il passaggio sul ponte; Diavolo che naturalmente viene gabbato dal Santo, grazie al sacrificio di un cane. L’altra è invece di origine scozzese e riguarda un ponte da cui si sarebbero lanciati numerosi animali, fra cui parecchi cani.
Nel paese in cui è ambientata la nostra storia, in effetti i cani spariscono. Ad indagare su questo mistero sono una ragazza, Serena, ambientalista in erba, e Martino, nomen omen, un undicenne ipo udente con un meraviglioso meticcio al guinzaglio, Rumo.
Martino è un personaggio particolarmente interessante, una sorta di anti-eroe, che spesso si sottrae alle prove che il destino gli riserva, ma nello stesso tempo è determinato a risolvere l’enigma dei cani scomparsi. Martino non sente bene, ha gli apparecchi acustici e si aiuta leggendo le labbra delle persone, ma sente la voce della Bestia che emerge dalle oscurità del ponte quando gli si avvicina con il suo cane. La Bestia vuole proprio lui e fino a che non potrà averlo si prenderà i cani del paese.
I due ragazzi brancolano nel buio, non sanno spiegarsi le sparizioni di cani, i salti nel vuoto di alcuni di loro e quindi cercano consiglio prima nel folklore, con la leggenda del ponte del Diavolo, poi nella scienza, ma non riescono a trovare una soluzione. Non resta per Martino, se vuole salvare almeno Rumo, che affrontare le sue stesse paure, combattendo quella Bestia oscura che simboleggia tutto ciò che non conosciamo o non comprendiamo.
Può far conto sulla sua amica Serena, che quanto a coraggio e determinazione lo sovrasta decisamente, e su un amuleto per affrontare lo scontro finale.
Gli adulti in questa storia sono personaggi di contorno, che assistono, il più delle volte, senza capire. Ma, d’altra parte, questa dell’undicenne Martino, è una storia di formazione, di crescita, in cui il perno narrativo è rappresentato dalla necessità di affrontare le proprie paure per poter affrontare poi le prove che la vita sottopone.
L’ambientazione invernale, il buio, la pioggia rendono ancor più cupa la storia che sembra avvolgere i personaggi in un gelido abbraccio.
Questa è una storia di paura e l’autore lo dichiara, a partire dall’incipit; è una storia in cui non tutto si risolve, non tutto viene chiarito, proprio perché si muove in una zona d’ombra al confine fra il razionale e l’irrazionale. E questo è sicuramente un suo pregio, lasciando a lettrici e lettori il compito di interpretare il testo; un altro punto di forza sta proprio nel protagonista, nella sua fragilità e nei suoi dubbi.
La lettura è consigliata a ragazze e ragazzi capaci di specchiarsi nelle proprie paure, a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Il ponte dei cani suicidi”, D. Nicastro, Pelledoca editore 2022



mercoledì 3 agosto 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SEGRETI INQUIETANTI


Il romanzo breve di Thórarinn Leifsson, ‘Il segreto di papà. Romanzo per ragazzi con genitori problematici’, pubblicato da Salani, è improntato a quello che comunemente chiamiamo humor nero: la storia che racconta, infatti, potrebbe essere in chiave horror, se non avesse un impianto nettamente umoristico.
Sidda e suo fratello nascondono un terribile segreto, anche se la loro più grande aspirazione sarebbe vivere una vita normale, normalissima: il loro papà, Björn, non è solo stravagante, alieno a qualsiasi forma di igiene, dotato di un ventre prominente, esibito in ogni occasione; lui è un cannibale, un vero cannibale che sfrutta ogni occasione per mangiarsi qualche essere umano.
I due ragazzini sono molto combattuti fra l’affetto e l’orrore, ma direi più il disappunto per le abitudini alimentari del genitore. La mamma lavora tutto il giorno, come venditrice telefonica di qualsiasi prodotto, e annega nel super lavoro la frustrazione di non essere riuscita a far cambiare abitudini alimentari al marito.
Sul conto di Björn indaga un investigatore, chiamato da tutti, e per ovvi motivi, Viddi Nicotina, che inutilmente cerca prove relative alla sparizione di numerose persone, fra cui il coordinatore scolastico dei ragazzi.
Ma alla fine arriva la goccia che fa traboccare il vaso della pazienza familiare: Björn cerca di infilare nel forno il grasso, appetitoso amico dei figli, Bjössi. A quel punto, cade qualsiasi complicità e i figli denunciano il padre, che viene processato e condannato a morte. Inutile dire che escogiterà una fuga degna del suo stile, preparata mangiando fagioli e verdure marce in quantità industriale.
Lo stile di Leifsson, apprezzato scrittore e illustratore islandese, è volutamente grottesco, intriso di sottolineature dei caratteri dei personaggi volte all’assurdo; d’altra parte fornisce una galleria di personaggi tutti votati all’eccesso, con l’eccezione dei due protagonisti, che tanto aspirano alla normalità.
Se per certi versi può ricordare Roald Dahl, personalmente mi ha ricordato tanto la famiglia Dalverme del romanzo ‘Matilde’, mi sembra in realtà più vicino a Walliams, per esempio  ‘Zia malefica’ o ‘Polpette di topo’: con l’autore inglese condivide la sottolineatura caricaturale dei personaggi e delle situazioni, con ampio uso di situazioni repellenti e disgustose, che peraltro fanno tanto ridere ragazzini e ragazzine intorno ai dieci, undici anni.
Il sottotesto viene esplicitato dall’autore più o meno a metà romanzo, in un passaggio in cui accenna a tutti quei segreti inconfessabili che i genitori nascondono ai propri figli: senza pensare agli eccessi, è sufficiente pensare alle bugie, alle ipocrisie, ai piccoli delitti quotidiani che contraddicono l’immagine dei genitori come persone irreprensibili.
In ogni famiglia ci sono segreti, piccoli e grandi, e in genere non è piacevole per i figli scoprirli. Meglio, quindi, riderci su, pensando a situazioni davvero imbarazzanti.
La lettura è divertente, scorrevole e breve, indicata per questi giorni di vacanza che non vogliono troppo impegno per lettrici e lettori di almeno dieci anni.

Eleonora


“Il segreto di papà. Romanzo per ragazzi con genitori problematici”, T. Leifsson, trad. S. Cosimini, Salani 2022



lunedì 20 settembre 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA CASA DI CENERE



Non è la prima ‘casa’ che accoglie bambini e bambine smarrite che incontriamo nel nostro percorso letterario: ‘La Casa di Cenere’, scritto da Angharad Walker, qui al suo esordio narrativo, ricorda le diverse case per ragazzi speciali, da Miss Peregrine alle storie degli ‘Avengers’, ma ancor di più ‘La casa degli anni scomparsi’ del genio Clive Barker. 
Anche la ‘Casa’ di cenere è, infatti avvolta nel mistero e rappresenta il rifugio sicuro per ragazzini e ragazzine dalle origini oscure.
Qui però, non ci sono presenze adulte rassicuranti, salvo quella del Direttore, che si palesa via telefono sempre più raramente. Uno dei due protagonisti, Sol, diminutivo di Solitudine, ci arriva quasi per caso, mandato lì da un medico, in seguito ad una diagnosi incerta. Appena arrivato incontra Indi, diminutivo di Indipendenza, un ragazzino che lo introduce alle regole della Casa.
Più di qualsiasi altra cosa, e qui siamo agli antipodi di Barker, è necessario vivere e agire in base ai diversi aspetti della Bontà, rappresentati dai nomi dei vari bambini.
Quindi, fra loro, gli abitanti di questa casa, le cui pareti sembrano fatte di cenere, devono mostrare amicizia, solidarietà, giustizia e così via.
Che ci sia qualcosa di storto in questo quadretto che comunque idilliaco non è, visto che ragazzini e ragazzine vivono sostanzialmente nella sporcizia, dormono nelle serre della casa e devono provvedere al proprio sostentamento, appare subito chiaro, fra domande senza risposta e dogmi implausibili di cui sono infarciti i discorsi dei ragazzini. Il lato oscuro, detto anche in senso letterale, emerge drammaticamente quando compare il Dottore, un presunto medico che impone a Sol un’operazione alla schiena, fonte dei suoi terribili dolori, da cui esce con le gambe paralizzate. Così, con lo scorrere delle pagine, scopriamo che il Dottore non è che una delle personalità del Direttore, il cui lato bonario e caritatevole ha finito per soccombere di fronte a quello sadico.
Sal vuole fuggire, Indi e gli altri ragazzi no; in una notte drammatica in cui il Dottore psicotico ha sguinzagliato i suoi orridi mastini, Sal e Indi riescono a fuggire, ma nessuno, nel mondo ‘reale’, crede alla loro storia e quindi nessuno tenta di salvare gli altri ragazzi; ma non tutto è perduto.
Il punto di partenza di questo romanzo della giovane autrice inglese non è particolarmente originale e rischia di sfigurare rispetto ad altre storie costruite con maggiore sapienza o baciate dalla popolarità (le due cose non coincidono affatto). Tuttavia non si può non riconoscere l’efficacia della costruzione d’ambiente, il mondo isolato della Casa di cenere, con le sue improbabilità fisiche e con la sua truppa di ragazzini malconci, ma molto determinati.
In storie come queste, a meno di non essere dei veri maestri del genere, non è tanto la raffinata costruzione psicologica dei personaggi ad essere determinante, quanto un’atmosfera che faccia crescere inquietudine nella lettrice e nel lettore, concentrati sul mistero dei Direttore scomparso e dei tentativi di fuga di Sol e Indi. Naturalmente, i ragazzini più ostili al nostro protagonista saranno proprio quelli che lo aiuteranno a scappare, devo dire con eccessiva prevedibilità.
Se in Barker la leva con cui il ‘male’ esercita la sua attrattiva è rappresentata dai desideri dei bambini, dal loro eterno sogno del ‘Paese dei Balocchi’, qui il collante che tiene insieme questo gruppo di ragazze e ragazzi è la solitudine: privati della loro memoria, inconsapevoli delle proprie origini, conoscono solamente l’universo claustrofobico della Casa, destinati, forse, a salvare il mondo, nel delirio del direttore benefattore, anche più inquietante della sua versione sadica.
Questo è un romanzo che scorre via facilmente, scritto con un discreto mestiere, che tiene incollato il lettore e la lettrice alla pagina, ammiccando di volta in volta al fantasy, all’horror, alle ambientazioni distopiche.
Lettura comunque interessante per lettrici e lettori, a partire dai dodici anni, che vogliano avvicinarsi alla letteratura di genere, senza eccessive inquietudini.

Eleonora


‘La casa di cenere’, A. Walker, Rizzoli 2021


mercoledì 15 settembre 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

OROLOGI E AUTOMI


Un nuovo interessante recupero di un testo non più reperibile: si tratta di un Pullman d’annata, con ‘L’orologio meccanico’, ‘The clockwork’, scritto nel lontano 1996, con una prima traduzione italiana del 2003, a opera di Mondadori, che ora Salani ripropone con la stessa traduzione di Maria Bastanzetti.
Il maestro del fantasy gioca qui con una storia che oscilla fra l’horror e la fiaba, che, per altro, hanno non pochi punti in comune.
La storia è suddivisa in tre parti: la prima e la terza descrivono l’azione, la seconda incastona nel racconto il significativo antefatto, che motiva lo svolgimento tragico degli eventi e costituisce la base per lo scioglimento del dramma nel lieto fine.
Se questo già costituisce una particolarità, perché costringe il lettore o lettrice a trovarsi da solo le risposte alle domande che sicuramente nascono nella prima parte, Pullman aggiunge, quasi pagina per pagina, dei riquadri in cui spiega, approfondisce, analizza dei passaggi contenuti nel testo, un continuo dentro e fuori dal racconto che chiarisce al lettore che stiamo leggendo una storia particolare.
Il cuore, bisogna dirlo, di questo mirabile racconto lungo è rappresentato dalla meccanica: la meccanica degli orologi, la meccanica degli automi, la meccanica del racconto.
Orologi e automi meccanici, espressione del meccanicismo sei-settecentesco, funzionano alla meraviglia grazie al movimento di leve, di molle e di ruote incastrate l’una nell’altra. Una volta avviato il meccanismo, esso procede autonomamente, esattamente come un racconto, in cui, date le premesse, lo svolgimento non può che procedere verso il necessario finale.
Ed è quello che succede qui: siamo in un villaggio, alla vigilia dell’esordio dell’apprendista orologiaio, che dovrà aggiungere una nuova figura meccanica alla serie già presente nella torre dell’orologio. Siamo nella taverna, il giovane apprendista, Karl, è disperato perché non ha ancora creato il suo automa; nella locanda arriva anche Fritz, che ogni sera regala una storia al proprio uditorio. Quella di questa sera però è talmente inquietante che Fritz non riesce a trovare un finale adeguato. La storia parla del principe Otto e del suo figlioletto Florian: in pieno inverno la carrozza che li trasportava irrompe nel palazzo nobiliare. Purtroppo il principe era deceduto, ma nonostante questo aveva continuato a spronare i cavalli; il piccolo Florian, invece, sembrava sano e salvo. Lo stupore per questo evento non può che accrescersi quando il medico di corte scopre che nel petto del principe Otto batteva un cuore meccanico. Il medico, incuriosito dallo stupefacente cuore meccanico, pensa di consultare il dottor Kalmenius, esperto costruttore di automi. E proprio mentre Fritz è a questo punto della storia, ecco arrivare nella locanda proprio lui, il misterioso Kalmenius. Tutti fuggono dalla locanda, salvo Karl, troppo preso dalla sua disperazione.
Kalmenius propone a Karl di fornirgli l’automa perfetto per il giorno dopo, un piccolo cavaliere con una spada affilatissima. La macchina perfetta, al suono di una certa parola, diventa un assassino feroce, che solo una melodia infantile può fermare.
Scendere a patti con il dottor Kalmenius assomiglia molto a un patto col diavolo, ma è una proposta troppo allettante per il giovane Karl perché lui riesca a rifiutare.
C’è dunque un antefatto e un successivo svolgimento da queste premesse: inevitabilmente un personaggio verrà punito in punta di lama, per la sua avidità e spregiudicatezza; le creature pure di cuore, e qui c’è anche un riferimento letterale, avranno il sopravvento.
La narrazione dunque, segue il suo inesorabile destino: le azioni di un personaggio non possono che decretarne il destino, che sia tragico o felice. L’arco narrativo di ciascun personaggio procede con la precisione di un orologio e il lettore o la lettrice non possono che constatarne l’inevitabilità.
Pullman costruisce una piccola storia perfetta, densissima di riferimenti filosofici e stilistici, invita il lettore e la lettrice a seguirlo in un giro di giostra in cui i personaggi entrano ed escono, recitando la loro parte alla perfezione.
Lettura impegnativa, consigliata caldamente, per ragazze e ragazzi, dagli undici anni in poi, che sappiano leggere fra le righe e cogliere tutta la ricchezza di una storia gotica per niente rassicurante.

Eleonora

"L'orologio meccanico", P. Pullman, Salani 2021



lunedì 21 giugno 2021

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

 STORIE DI PAURA E DI MISTERO


‘La stanza 13’, a suo modo, è considerato un classico dell’horror per ragazzi; richiama le storie di fantasmi, genere molto presente nella letteratura inglese, con quella caratteristica miscela di realismo e sovrannaturale. Robert Swindells lo ha scritto nel 1989, mentre la traduzione italiana, dovuta a Mondadori, segue di due anni.
 

Protagonista di questo romanzo breve è Fliss, dodicenne della scuola media della cittadina di Elsworth, nello Yorkshire, ma l’azione si svolge a Whitby, dove tutta la sua classe è in gita scolastica, per visitare, in particolare, l’antica abbazia. 
 

La partenza di Fliss, il cui nome completo è Felicity, è funestata da un incubo inquietante; anche l’arrivo a destinazione è disseminato di strani indizi che sembrano anticipare qualcosa di pauroso. La ragazzina e alcune amiche alloggia all’ultimo piano di un hotel e già la prima notte sente strani rumori e, quando lei esce dalla propria stanza, nota che sulla porta dell’ultima camera, uno sgabuzzino, è comparso il numero 13. Il giorno dopo non può che confidare i suoi timori all’amica Lisa e a Gary Bazzard e David Trotter, detto Trott. Grazie ai loro appostamenti notturni, scoprono che una loro compagna, Ellie-May, si introduce nella stanza 13; la ragazzina di giorno è sempre stanca e sembra ammalata.
Nel frattempo i ragazzi raccolgono vari oggetti, del tutto inconsapevoli dell’uso che me faranno.
Come in tutti i buoni romanzi di paura, anche qui alcuni personaggi, in particolare una vecchia pazza che sembra essere l’unica a conoscere la verità sull’albergo, compiono la loro metamorfosi, l’arco narrativo che li porta a essere, da presenze inquietanti, imprevisti alleati contro il Male.
Perché è proprio questa la lotta che si svolge nottetempo nella stanza 13, in cui un vampiro viene alla fine annientato da un paletto dalla forma di un bastoncino di zucchero e una croce ricavata da un aquilone. Anche la protagonista e i suoi amici si trasformano in coraggiosi paladini del Bene, animati da una forza che non appartiene solo a loro.
Questa impostazione ‘metafisica’, il Bene e il Male che periodicamente si affrontano attraverso le loro incarnazioni, è ancora più evidente in ‘Nel ventre del drago’, scritto nel 1993 e ora tradotto, sempre da Mondadori, nella collana Contemporanea.
 

I protagonisti sono gli stessi del romanzo precedente, di un anno più grandi. Devono organizzare una recita che racconti una delle leggende più importanti del luogo, quella della santa Ceridwen che, poco prima dell’anno Mille, sconfisse il drago che terrorizzava la cittadina. In realtà, da quel poco che sono riuscita a ricostruire, Ceridwen è una divinità celtica, cui sono legati numerosi racconti; non sono riuscita a trovare riferimenti a una versione cristiana di questo personaggio, ma potrebbe essere un contributo creativo dell’autore.
Questa volta lo schema narrativo vede Fliss, che nella recita deve impersonare la santa, contrapposta ai suoi amici, Lisa, Ellie-May, Gary e Trot, che impersonano il drago, cioè danno vita all’elaborato costume che lo rappresenta. Solo che, come si vuole in tutte le storie di paura, i giorni che precedono la rappresentazione sono punteggiati di misteriose apparizioni, eventi inquietanti, aggressioni, che sembrano avere a che fare proprio con i quattro amici di Fliss, travestiti da drago.
Qui è ancora più evidente quanto Fliss, nel momento in cui affronta il drago, che si incarna nel drago di cartapesta, non è solo lei, ma è portatrice di una forza sovrannaturale. E, d’altra parte, il sovrannaturale in queste storie è il cardine della narrazione, con una evidente polarizzazione di natura morale. Il Bene e il Male prendono ogni volta forme diverse, costringendo i ragazzini a dare vita a uno scontro che non può avere fine.
Questo secondo romanzo, animato dal gruppo di ragazzini della scuola di Elsworth, è molto più legato del precedente al patrimonio culturale inglese, anche se la ‘cristianizzazione’ della leggenda lo rende ben comprensibile a tutti i giovani lettori e lettrici che amino le storie di paura. In entrambi i romanzi, il mondo adulto assiste inconsapevole, con le poche eccezioni di figure marginali, la pazza di ‘La stanza 13’, o il barbone de ‘Nel ventre del drago’, alle prove straordinarie sostenute da questo manipolo di ragazze e ragazzi, che riescono a decifrare i segni del Male che i grandi non riescono a scorgere.
Al di là di queste considerazioni, questi due romanzi incarnano alla perfezione il genere horror, con tutte le sue implicazioni: inquietudine, segnali ricorrenti di presenze malefiche, paura crescente, solitudine dell’eroe: è Fliss che affonda il paletto, di zucchero, nel petto del vampiro, è Fliss che sconfigge il drago. Nell’essere rivolti a ragazze e ragazzi delle scuole medie, non hanno nulla di eccessivamente esplicito, o morboso. Sono storie ben strutturate, con un uso sapiente della suspense in un crescendo di tensione che facilita la lettura veloce.
Ottime letture estive, che familiarizzano con un genere letterario che spesso appassiona anche i lettori e le lettrici più giovani.
 
Eleonora


Noterelle al margine. Il titolo originale del secondo romanzo è ‘Inside the worm’, laddove il drago, perché di un drago stiamo parlando, è chiamato ‘verme’. Nel libro si accenna al fatto che gli antichi Anglosassoni chiamassero così draghi e altri mostri rettiliformi. Trovo la cosa singolare, ma non sono riuscita a trovare una spiegazione di questo curioso accostamento.
‘La stanza 13’ ha ottenuto il premio Red House Children’s Book Award, mentre il romanzo di Swindells che ha vinto la Carnegie Medal nel 1993, ‘Stone cold’, non è stato ancora tradotto.

 

“La stanza 13”, R. Swindells, Mondadori 1991, in Oscar junior dal 2015
“Nel ventre del drago”, R. Swindells, Mondadori 2021