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mercoledì 30 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL VILLAGGIO E LA CITTÀ' 


Siamo nel 2042 nel villaggio di Haven’s End, Rebecca è un'adolescente che comincia a farsi qualche domanda. E le sue domande che non riguardano tanto le relazioni con gli altri e il suo crescere e divenire adulta, bensì il posto dove crede di essere nata e dove è sicuramente cresciuta. Qualche dubbio si insinua relativamente ad un confine tracciato che non va in nessun modo varcato. Il limite che è proprio fisico, non morale, ma che implica un divieto non spiegato. Rebecca compie più di un tentativo di superarlo, ma è in seguito alla crudele e sproporzionata punizione che subisce che il desiderio di allontanarsi e di trovare una giustificazione prende forma. Scopre che il mondo, limitato, che ha conosciuto fino ad allora è molto diverso da quello, sconfinato, di fuori. Haven’s End è un villaggio che vive di una cultura contadina, di attività di sussistenza e che non conosce neanche l’elettricità. Nella fuga porterà con sé soltanto un messaggio (“è tutto un inganno”) e un nome: Aurora. È una traccia flebile, ma l’unica alla quale agganciarsi e che la condurrà in fondo a conoscere la verità sulla sua vita e su quel mondo nel quale è cresciuta. 
Ad affiancarla in un’impresa difficile e molto pericolosa ci sarà Tom, un ragazzo che prende a cuore la sua vicenda e che scopre insieme a lei una realtà che riguarda tutti, non di meno la sua vita e il suo intricato rapporto con il padre. Un romanzo distopico che propone i temi cari al genere, in primis la descrizione di un futuro non molto lontano in cui situazioni del nostro presente hanno subito una grande accelerata e condotto l’umanità alla deriva. La libertà è estremamente limitata e il controllo avviene con mezzi tecnologici sempre più raffinati. Come sempre in questi scenari, ad un destino che sembra ineluttabile, cercano di opporsi gruppi dissidenti clandestini, che anche in questa storia sono rappresentati dai Sommersi e che avranno un ruolo fondamentale per la comprensione del disegno eversivo alla base della città e del villaggio di Haven’s End. 
Sgardoli è autore prolifico che si è confrontato con diversi generi, proponendo sempre storie complesse, in grado di sollevare grandi questioni, allo scopo di interrogare i lettori sul presente, invitandoli a un’osservazione critica. Il genere della distopia in questo caso offre la formula perfetta per introdurre una delle questioni al momento più dibattute: il rapidissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale e le possibili conseguenze. Se il tema dell’uomo che rischia di essere sostituito dalle macchine ha da sempre rappresentato un topos del genere fantascientifico, qui l’argomento viene esplorato partendo dai paradossi di una possibile via di fuga: è possibile ripensare tutto questo processo riportando la vita a quel punto in cui ancora niente era cominciato? Allo scopo di comprendere se sia possibile invertire la rotta e assicurare al genere umano un campione di purezza che ne garantisca la sopravvivenza. Peccato però che le persone destinate a questo progetto di “esclusione dai pericoli” (ma anche dai possibili vantaggi del presente) non lo abbiano scelto. Da qui si dipana il tema centrale, che non è tanto il controllo della tecnologia, quanto la possibilità di decidere se affrontare o meno questa sfida. Insieme alla libertà di decisione, ossia al libero arbitrio, la questione grande riguarda inevitabilmente anche il potere e le forme di controllo. Chi detiene la conoscenza da sempre dispone dei mezzi per decidere, e chi è tenuto all'oscuro, privato della consapevolezza di sé, sarà ovviamente molto più facilmente controllabile. 
La riflessione che l’autore propone si muove sul piano del tempo e dello spazio. Il futuro spaventoso che cerca riparo in un passato impossibile da riprodurre. Lo spazio grande, frastagliato, ingovernabile, dei grandi agglomerati urbani che serba il segreto di una porzione protetta e intoccabile. Ma i confini in entrambi i casi sono permeabili e la città cupa e pericolosa nella quale si muovono i due ragazzi è descritta come una realtà che sopravvive a fatica e che si relaziona continuamente con i resti di un passato migliore che non è stata in grado di preservare. Come in un paese uscito da una guerra, Rebecca e Tom esplorano palazzi, ospedali, centri di ricerca ormai fatiscenti che sono spettri di un tempo neanche troppo lontano, ma è stato repentinamente allontanato. Il passato incombe su un presente che non lo ha superato ma che non può in nessun modo recuperarlo. Allo stesso modo, la semplicità e purezza anacronistica di un tempo ricreato artificialmente non può in nessun modo stabilire un dialogo con quello presente, perché sopravviva è necessario che sia confinato e sospeso in modo che non conosca crescita ed evoluzione. 
Ma c’è anche un’altra grande domanda che questa storia suggerisce: il controllo pervasivo da parte del potere di pochi è prerogativa delle società evolute e ipertecnologizzate? Rebecca in questa storia fugge da un mondo contadino in cui però il Consiglio decide leggi e divieti e dispone anche di mezzi violenti per assicurarsi che vengano rispettati. Piuttosto allora l’interrogativo deve riguardare i sistemi e le forme, i modi e non i meriti della questione. Il suggerimento, implicito nel romanzo, dichiarato nella postfazione, è quello di continuare a scandagliare il tempo che viviamo e a non accontentarci della narrazione comune. 
I romanzi di Sgardoli hanno sempre avuto l’ambizione di coinvolgere sollevando quesiti e questo non vi si sottrae. Tuttavia, rispetto ad altre storie, questo ha una costruzione della vicenda più lineare e meno complessa: i personaggi sono due, a loro si affianca solo un terzo, per una porzione di tempo, le loro vicende non impegnano il lettore così come invece è stato in altre situazioni. Viene solo da chiedersi se in questo caso lo scrittore non sia stato più spinto dall’esigenza di argomentare un problema (attuale e spinoso) in modo da includere anche i più giovani in un dibattito accesissimo. Intento certamente lodevole, considerata l’importanza enorme della sfida che il presente ci pone, ma che probabilmente ha decretato un sacrificio di quella parte del romanzo che per sua natura richiede una libertà maggiore e la possibilità anche di allontanarsi (magari per poco, non del tutto) dall’imperativo morale della storia.
Teodosia 

Haven’s End di Guido Sgardoli, San Paolo Edizioni 2026 

mercoledì 18 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL SOGNO ECOLOGISTA DI TIMOTHÉE


La prima volta che mi ha abbracciato eravamo sospesi a centoventi metri da terra e avevamo quindici uomini armati alle calcagna. Forse è per questo che per molto tempo non ho potuto avvicinarmi a lei senza avere un senso di vertigine. Oggi scrivo il suo nome in cima a quest'ultimo quadernetto stropicciato che mi resta. Fa freddo. Il fuoco non migliora la situazione. Non so come faccia a non gelare l'inchiostro della mia penna stilo. Quanto a questa storia, non ho abbastanza pagine per farne un romanzo. Bastano giusto per lasciare una traccia, la traccia blu di chi ha cambiato la mia vita e avrebbe potuto cambiare il mondo. Celeste. 

Un incipit laconico e secco dal tono definitivo, che ci dà la sensazione che il tempo, come le pagine di quell’ultimo quaderno, stia per finire. Un incipit che ci fa entrare nella storia dalla fine (o quasi) per poi, con un flashback lungo quanto tutto il racconto, riportarci al presente. 
Dello scrivano narratore non sapremo mai il nome ma sapremo presto che ha 14 anni, che già a sei anni e mezzo aveva giurato a se stesso di non innamorarsi mai più (!) e che da allora, a parte andare a scuola, se ne sta a casa a disegnare carte geografiche del mondo intero sulle pareti della sua immensa casa. Niente altro. 
Nel frattempo si va a definire il contesto: una casa gigantesca e vuota, una madre che lavora ai piani alti di !ndustry – la più grande fabbrica del Paese – e che il ragazzo vede solo ogni 14 giorni nella sala d'aspetto del suo ufficio. 
Poi la città: torri di vetro di centinaia di piani per i ricchi e torri di mattoni di centinaia di piani per i poveri. La circolazione all'aria aperta è riservata al traffico motorizzato. Ascensori, corridoi e immensi centri commerciali dal nome !ntencity tra un palazzo e l'altro sono lo spazio di movimento per i pedoni. Benvenuti nel mondo di domani. 
Luogo e tempo sono sospesi in un mondo grigio e super inquinato abitato da vite isolate. A parte i pochi dialoghi con l’amico Bris, quello che si sente è un gran silenzio rotto solo dal monologo del narratore: una sorta di costante nostalgia aleggia tra le pagine. 
Succede però che la promessa di non cedere mai più ai travagli dell’amore non sarà mantenuta quando un giorno arriverà Celeste, una ragazzina che si presenta in classe per restarci un solo giorno e non tornarvi mai più. L’impellente desiderio di ritrovarla spingerà il ragazzo a cercarla seguendo l’unica traccia che lei ha lasciato: l'indirizzo della sua abitazione, all'ultimo piano di una torre-garage. Una volta ritrovata Celeste però, cominciano i guai e la storia prende un ritmo diverso: la ragazza è affetta da una strana malattia, una malattia che ha a che fare con l’inquinamento del pianeta e che deve rimanere nascosta al resto del mondo poiché metterebbe in questione l’intero sistema sociale. Una squadra di solerti medici farà sparire la ragazza nelle stanze di un ospedale super controllato. L’unica soluzione sarà quella di rapire Celeste e fuggire lontano affidando all’amico Bris il compito di svelare a tutti la causa di quella strana infermità. 
Se il nostro eroe riuscirà nell’impresa, non sarà qui svelato per lasciare a chi leggerà questa breve storia il gusto di un’avventura dall’esito inatteso. 
Possiamo dire però che vi ritroviamo un elemento di continuità con le altre storie di De Fombelle: la ricerca e la fuga. In un'intervista ai ragazzi e alle ragazze del festiva Mare di Libri, l’autore afferma: "Io utilizzo due motori: un motore posteriore, la fuga, e un motore anteriore, la conquista. Con questi due motori, io mi sento in sella ad una Lamborghini."
A parer mio però, nel caso di questa storia, non si tratta della migliore Lamborghini sulla quale De Fombelle ci abbia fatto viaggiare: l’esigenza di affrontare una precisa tematica, in questo caso quella ambientale, segna pesantemente l'esito della storia. In qualche modo lo riconosce lo stesso autore che nella citata intervista afferma: "L’idea che ha portato a questo libro è una piccolissima idea, un’idea minuscola, che diceva semplicemente: se il pianeta fosse una persona, avremmo voglia di salvarla? Tante volte le storie cominciano così, con un’idea infinitesimale, che poi si ispessisce, si sviluppa, fino a diventare un romanzo. È vero che nel romanzo di cui si parla, il messaggio era un po’ più pesante da portare, era preminente: ho creato, poi, la storia per trasmettere quel messaggio. Realizzo ora, rispondendovi, che è la sola volta che per me è andata così: con un messaggio e il problema di come trasmetterlo, con quale busta inviarlo ai lettori." 
Céleste, ma planète è stato pubblicato in Francia nel 2009 e arriva in Italia prima con l’edizione di San Paolo nel 2010 con il titolo Tu sei il mio mondo e ora, con Mondadori per la collana Ossigeno, con il titolo Il mio mondo è Celeste. 

Patrizia 

"Il mio mondo è Celeste", Timothée De Fombelle, trad. di Maria Bastanzetti, Mondadori 2026 
"Elevarsi vertiginosamente al di sopra del quotidiano: questa è la letteratura", intervista a Timothée De Fombelle, Rimini, Mare di Libri 2015 

mercoledì 11 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CORPO - FORMA – NORMA 

Lorenzo Ghetti arriva al terzo volume di un ragionamento sviluppato a fumetti cominciato nel 2018 con “Dove non sei tu”, poi con “In alto abbastanza” (2021) e ora con “La forma che mi hai dato”. Tutti usciti per Coconino Press. Un ragionamento, si diceva, che sposta le questioni dell’oggi in un tempo futuro e in un contesto fantascientifico dove, attraverso storie agite da giovani protagonisti, Lorenzo Ghetti mette in scena le dinamiche e i temi della costruzione delle identità individuali e collettive. 
Una sorta di trilogia, dunque, che tiene al cento l’adolescenza, le relazioni, gli affetti, i desideri, i corpi, l’immagine di sé, le costruzioni sociali, la tecnologia, l’idea di futuro. 


L’Isola, in cui ci porta con quest’ultimo racconto, è divisa in due parti separate e in tutto e per tutto diverse: c’è un fuori e c’è un dentro. Tra loro c’è un confine che non deve essere attraversato. 
Fuori vivono gli Esploratori, il loro spazio è aperto, connotato da una specie di super esposizione alla luce, i colori sono caldi e accesi e vanno dal giallo all’arancio al rosso. Uno spazio brulicante di corpi celati, quasi del tutto coperti da stole, veli e stracci. Dentro vivono gli Esemplari, in una torre alta e algida: le loro vite sono regolate da una ferrea e gerarchica disciplina, comunicano tra loro in maniera funzionale. Il loro spazio è chiuso, colorato con colori freddi che vanno dal blu al verde. Gli Esemplari indossano tute aderenti che evidenziano la forma dei corpi, perfetti nella loro “normalità”. 


Al centro della storia, al centro esatto del libro, scopriamo il Motore, un nucleo centrale che dà forma all’intero sistema sociale come ai singoli abitanti dell’Isola: un nucleo piatto, tondo, bianco, perfettamente vuoto, uno spazio che si legge per sottrazione in una doppia pagina densa di cavi, elettrodi e varia tecnologia. Quando i primi coloni arrivarono sull’Isola erano un unico equipaggio e furono gli Esploratori ad allontanarsi per primi dal Motore. I loro corpi mutarono a contatto col nuovo ambiente. Da quel momento l’esigenza primaria, per gli uni come per gli altri, sarà quella di preservare la normalità originaria. Gli Esploratori lavoreranno al servizio degli Esemplari per nutrirli e difenderli da eventuali e fantomatici attacchi esterni all’Isola. Gli Esemplari vigileranno sulla propria normalità tenendosi alla larga dal contatto con l’esterno. Un rito ciclicamente ripetuto, la “cerimonia del corpo”, servirà a rinsaldare il legame con la forma originaria dei corpi esemplari, quelli giusti. Nessun dubbio, nessun interrogativo, nessuna eccezione sarà ammessa. Nessuna rivolta. Nessun affetto dovrà mettere in discussione lo status quo. Ciascuno al suo posto, ciascuno schiavo della perfetta normalità, posseduta o anelata. 
Il passato, l’origine, diventerà l’unico motore del futuro. 


Ma… 
È davvero possibile vivere perché nulla cambi? Cosa è normale e cosa non lo è? Chi è il nemico e di chi lo è? Cosa fa di uno schiavo, uno schiavo e di un padrone, un padrone? Esiste una purezza contrapposta alla contaminazione? Cos’è che tiene insieme una società? E cosa tiene insieme un’identità? Le storie di Lorenzo Ghetti sono sempre generative di domande alle quali fortunatamente l’autore non dà risposte univoche. Ci pensa la storia stessa ad esplorare eventi e conseguenze. In questa storia arriveranno due personaggi: Mari, una Esemplare che tempo prima aveva deciso di abbandonare l’Isola e Figura, la cui forma non assomiglia a quella di nessuno, o meglio, può somigliare a quella di tutti perché può diventare come chiunque voglia che lui/lei sia. 


Mari è colorata in scala di Grigi. Figura è dello lo stesso bianco del Motore. Sono loro i personaggi che ci portano nella parte più enigmatica e ricca della storia: Mari ha cercato il coraggio di andare a guardare oltre l’Isola al di là delle forme date e conosciute; Figura non ha una forma propria ed è la capacità di totale contaminazione, il vuoto che può trasformarsi in ogni pieno. La forza del coraggio e la forza della trasformazione saranno deflagranti ed apriranno alla possibilità di un nuovo futuro: una nuova “coppia originaria”, se così possiamo dire, attraverserà un mare giallo e si inoltrerà fuori dalla pagina, nel mondo sconosciuto. 
Insomma una storia ricca di una complessità che trova corrispondenze nei contenuti come nella forma grafica: la scelta dei colori che identificano i personaggi e i contesti, la ripartizione delle vignette che crea un ritmo ogni volta diverso anche nel senso di lettura. Particolarmente interessante è il ragionamento grafico sulle forme geometriche: il cerchio che già appare in copertina ritagliato nella sovracoperta è inscritto sia in un quadrato che in un poligono. Anche la successione dei capitoli è segnata da forme geometriche inscritte in un cerchio: per il primo capitolo vi è solo una retta, per il secondo le rette diventano due incidentali, al terzo si chiuderanno in un triangolo e via via fino a costruire, capitolo dopo capitolo, un poligono con un numero sempre maggiore di lati… che nell’ultimo capitolo disegneranno un cerchio. Pure al centro del petto di Figura c’è un cerchio, vuoto, che con l’andare della storia, con l’avvicendarsi degli eventi sarà segnato, ogni volta di più, da rette che ne disegneranno spicchi. 
Trasformazione, conflitto, complessità, alterità, futuro. 


Una storia che scandaglia, su diversi piani, la costruzione dell’identità individuale e collettiva, il ciclo innovativo delle nuove generazioni e il conflitto che ne deriva, la potenza della ricerca interiore e della sperimentazione. Il tutto in uno scenario distopico, a cui Lorenzo Ghetti ci ha abituato già nei due titoli precedenti, caratterizzato da un segno grafico arrotondato che riesce a tratteggiare personaggi e ambienti familiari eppur futuristici. 
La ricchezza delle metafore, la molteplicità dei punti di vista, lo spessore dei profili individuali, la contrapposizione -niente affatto semplificata- tra individualità e normatività, la costruzione grafica del racconto che incastra vignette che zoomano e vignette che allargano lo sguardo con grande libertà nell’ingombro della pagina, l’originale utilizzo dei balloon, sono gli aspetti che, insieme agli altri che la sensibilità di chi leggerà potrà ritrovare, rendono questa graphic novel molto interessante e adatta alla lettura e alla riflessione di lettori e lettrici a partire dai 14 anni. 

 Patrizia 

 “La forma che mi hai dato”, Lorenzo Ghetti, Coconino Press - Fandango 2025 


mercoledì 21 febbraio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RACCONTARE STORIE PER DOMANI

Kosmos, Matteo Meschiari, Roger Olmos 
#Logosedizioni 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Non preoccuparti, disse una voce nella sua testa. 
Fu allora che vide una piccola ombra staccarsi dalla collina e coprire per un attimo il fuoco. Poi l'ombra avanzò lungo il viale e a un certo punto si fermò, come se volesse lasciare tra sé e Barra Tre uno spazio abbastanza ampio per battere in ritirata. 
Allora, disse la voce nella sua testa, mi presento, io sono Caliban, e no, non sono una cosa da mangiare. Sono un cane, e anche se tu non sai che cos'è un cane, e ci sono certamente dei cani terribili, e c'è anche chi i cani se li mangia, io non voglio farti niente di male e tu non ne farai a me. Adesso avvicinati al fuoco che ti presento gli altri." 

Barra Tre, questo è il diminutivo del suo nome completo che è CSU 956.072/3, ossia l'acronimo di Corpo Sostitutivo Umano, è sopravvissuto al veleno che doveva eliminare lui (o lei) e molti altri CSU buttati nella Grande Vasca. Relitti, ormai erano inservibili, che erano stati 'spenti' dalla fabbrica che li aveva progettati e poi costruiti. 
Barra Tre non soccombe come gli altri e la mattina successiva, sempre sotto una pioggia incessante, si alza in piedi e, con le poche forze che ha, si fa guidare dalla voce che sente nella testa, quella di un cane, Caliban, telepatico. Cane vecchio e un po' sciancato che lo conduce dagli altri che con lui vivono sulle colline del Cimitero delle Macchine. Ad aspettare Caliban ci sono infatti Je Rin, un vecchio clochard dalla lunga barba bianca e dall'incedere regale, nonostante sia vestito di stracci, in quel preciso momento occupato ai fornelli, e AP, un robot dalla forma di grande uovo metallico che fluttua a mezza altezza, smagliante nella conoscenza e nel pensiero, nonostante sia ormai molto scrostata la sua originaria verniciatura rossa. 
© Roger Olmos

Loro tre formano già un piccolo nucleo, una Compagnia Miracolosa, cui Barra Tre si aggiunge, felice di riempirsi un po' la pancia e soprattutto di non sentirsi più solo (o sola) per quel poco che gli resta da vivere. 
Questa è la loro storia. Questo è il loro viaggio, un paio di mesi dell'anno 2520, attraverso luoghi del pianeta, ormai quasi irriconoscibili se non per piccole tracce che affiorano qui e lì nella memoria di chi racconta e di chi legge. 

Il valore profetico - e quindi in qualche modo salvifico - di questa parabola ti aggancia e non ti molla fino alla fine. 
Un lungo racconto illustrato, o un breve romanzo, che mette insieme una sequenza di belle idee che, attraverso una altrettanto bella scrittura per parole e immagini, costruisce uno scenario complesso e articolato, che implica un bel po' di ragionamenti. 
Su tutto questo però si impone un ulteriore elemento, particolarmente interessante. 
Esiste, fin dalla prima pagina, un doppio valore della narrazioni, sia iconica sia testuale: da una parte si tratta di pura letteratura, pura finzione, ma dall'altra il lettore è messo di fronte a una riflessione antropologica alla quale non può sottrarsi. Toccando corde profonde, aggiunge in chi legge e in chi guarda inquietudine alla propria inquietudine. 

© Roger Olmos

Guai se non fosse così. Tuttavia, nello stesso tempo, tanto le immagini quanto il testo hanno la capacità di rischiarare possibili percorsi per uscirne incolumi. 
Le buone storie lo fanno!
La scrittura di Meschiari - che qui ancora una volta mette in campo le sue competenze professionali insieme a quelle più creative - fa una continua operazione di connessione tra il racconto in sé e il senso profondo di cui è intriso. 
All'unisono si muove Olmos, che non perde occasione di raccontare la finzione attraverso una realtà potenziata, ma riconoscibile in tutto e per tutto.
 
© Roger Olmos

Per poi chiudere con una tavola finale che si lascia indietro tutto il disastro fatto di macerie fin lì per offrire uno scenario di una Terra tutta nuova: luminosa, primordiale. 
Lo si può definire dunque parabola, fiaba, racconto epico, ma si lo si potrebbe chiamare anche e soprattutto mito: Kosmos ha la capacità di 'far vedere' le cose, senza per questo mai cadere nella didascalia. Il processo di passaggio da un'apocalisse a una genesi, da una fine a una nuova nascita, è palpabile. 

© Roger Olmos

E qui entrano in gioco ancora una volta l'antropologia di Meschiari e l'arte di Olmos. 
Da antropologo e narratore di storie, Meschiari riesce a mantenere quella necessaria lucidità di pensiero che fa diventare il suo racconto qualcosa che va ben oltre la pura distopia. Lo trasforma davvero in una narrazione che con il mito condivide chiarezza e luminosità. 
Da artista, Olmos dà forma a un immaginario che inquieta per quanto reale appare. E lo fa, nonostante le distorsioni. Per poi sciogliersi invece dentro uno scenario primigenio, che è aria pura. 
Mi pare di aver letto in una intervista a Meschiari che questa sua scelta di riflettere in chiave antropologica attraverso la letteratura di invenzione sia una sua modalità per indirizzare il pensiero scientifico verso una dimensione dichiaratamente immaginativa. Questo gli permette di raggiungere il suo obiettivo primario, ovvero l'esplorazione di ciò che è ancora ignoto. Ma mette in pratica anche il suo contrario, ovvero Meschiari è capace di permeare la letteratura di riflessioni antropologiche per dare ai suoi lettori una possibile chiave di lettura del mondo e del modo di starci dentro. 
Ed è forse in questa prospettiva che la lettura di Kosmos diventa strumento nelle mani di un lettore. Lettori di oggi, ma forse ancora di più di domani, visto il nome dato alla collana: La capsula del tempo.
Da una parte, le grandi questioni quali la terra come matrice comune, l'importanza dell'altro da noi, la necessità del mutuo soccorso, l'affermazione della propria identità, la lotta contro l'ingiustizia e la prevaricazione, il potere e le sue nefandezze, l'amicizia, l'affetto, la perdita e il suo superamento, la memoria... e potrei continuare. Tutte queste cose sono lì sulla pagina, intrecciate in un racconto che sa essere anche avventuroso e al tempo stesso sottilmente ironico. 

© Roger Olmos

Dall'altra parte irrompe l'immaginario di Roger Olmos che ha il potere di rendere su quella stessa pagina tutto drammaticamente visibile e indelebile. 

Carla

venerdì 23 giugno 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


PIETRE NERE


Pubblicato per la prima volta nel 1984, arriva ora in Italia con la traduzione Valentina Freschi, il romanzo di Guus Kuijer ‘Le pietre nere’, pubblicato da Camelozampa.
Si tratta di un romanzo complesso, in cui si intrecciano tematiche importanti.
L’ambientazione, distopica, ci porta in un mondo rigidamente diviso in classi: i cavatori, i guardiani, i commercianti. Il personaggio principale, Dolon, appartiene alla stirpe dei cavatori e il suo destino, come quello del fratello gemello Omar, è segnato. Una volta raggiunti i quindici anni i ragazzi sono inseriti nell’eterno lavoro dei cavatori, portare le pietre nere, acquistate dai commercianti, in cima alla torre che stanno costruendo. Sono infatti convinti che, raggiunto il decimo piano, prenderà il via una nuova vita. La divisione in classi prevede, come è logico, divieti e punizioni per i trasgressori, espletate dai guardiani. I commercianti vivono nella ricchezza, lucrando sul commercio delle pietre nere e imbonendo gli ingenui cavatori. Chi si ribella è destinato a perdere la vita.
Sia Omar che Dolon sono ragazzi intelligenti e sensibili: il primo ha una forte inclinazione ad occuparsi di animali e piante, è un’anima sensibile e poetica del tutto inadatta alla vita del cavatore; Dolon si fa molte domande inquietanti sul senso di quello che vede accadere e spesso si rivolge ad un vecchio eremita, Dramok, che lo spinge a scappare. Questo avviene quando Omar viene ucciso dai guardiani e Dolon sente di non aver più nulla da perdere. Lo affianca Guida, una ragazza ribelle, figlia di commercianti. Insieme compiono un lungo cammino, durante il quale incontrano una tranquilla tribù nella foresta. Si uniscono agli indigeni, la cui vita scorre in armonia con la natura e all’insegna della gentilezza. Saranno presto raggiunti dagli emissari dei commercianti che provano a corrompere gli indigeni.
Dolon e Guida riprendono il cammino, fino ad arrivare all’ultima Torre, che scoprono essere stata abbandonata da tempo. La verità è sconvolgente per entrambi, sentono di doverla rivelare anche agli altri cavatori e iniziano il viaggio di ritorno, senza sapere se gli abitanti del villaggio da cui provengono saranno disposti ad ascoltarli.
Questa, in estrema sintesi, la trama, molto articolata e complessa. Altrettanto complesse le tematiche, che rimandano ad una visione di società totalmente dominata dal profitto, in cui i poveri, i cavatori, accettano il proprio destino di sfruttamento nel nome di un futuro radioso: ritratto che si può ben applicare a tutti i regimi totalitari, ma anche allo strapotere del denaro che tutto sovrasta nelle società occidentali.
Nello stesso modo si inserisce il tema della tribù isolata, lontana dai miti del popolo dei cavatori, che rimanda alla situazione di molte popolazioni indigene, che in varie parti del globo sono state corrotte dai falsi miti del mondo occidentale, facendosi sfruttare e perdendo la propria cultura.
In realtà, ad un certo punto, si inserisce anche il tema razziale, perché si scopre che i due protagonisti sono neri.
Come si vede, molto, moltissimo, forse anche troppo, all’interno di una struttura narrativa che spesso si dilunga in descrizioni e ripetizioni.
Sicuramente spunto di riflessioni anche importanti, questo è un testo non facile per i ragazzi e le ragazze abituati a strutture narrative più lineari; e forse non aiuta il fatto che oggi gli incubi che coltiviamo, tutti, giovani e meno giovani, parlano di altro: dell’esaurimento delle risorse, del cambiamento climatico, della fragilità della nostra specie.
Il tema che prevale su tutti è certamente quello della libertà di pensiero, la capacità di pensarsi oltre le presunte certezze di una società organizzata gerarchicamente, in cui il dubbio non è previsto.
Molto diverso dagli altri romanzi di Kuijer, sia per contenuto che per struttura narrativa, ‘Le pietre nere’ esplora il territorio del romanzo distopico, fornendo a lettrici e lettori, con almeno quattordici anni, notevoli spunti di riflessione.
Consigliato a chi ama la complessità e le riflessioni, anche cupe, sul mondo.

Eleonora

“Le pietre nere”, G. Kuijer, trad. V. Freschi, Camelozampa 2023


venerdì 28 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

(DON'T) LOOK UP! 

Undicesimo comandamento, Davide Calì, Tommaso Carozzi 
Kite Edizioni 2022 


 ILLUSTRATI 

 "Non sfidare la natura" 
 
Nei cieli di una metropoli, tra i grattacieli si fa largo, fluttuante nell'aria fumosa, il muso di una balena. La sua grande ombra si riflette al suolo su un tappeto di macchine intasate nel traffico. La gente per strada alza gli occhi al cielo, per questa oscurità improvvisa e inaspettata. Quello che i loro occhi vedono ha dell'incredibile: decine di grandi cetacei silenziosissimi attraversano il cielo, nuotano nell'aria, sgusciando tra i palazzi. Arrivano rasente i tetti delle auto, dalle finestre degli uffici li si possono guardare in quei loro occhietti sempre troppo piccoli. 
Un bambino dal finestrino della sua macchina le guarda affascinato. E al principio sono proprio queste le due emozioni che si diffondono tra la gente per strada con in mano il proprio cellulare per fotografare: meraviglia e terrore. Con lo scorrere del tempo, la notizia delle balene nel cielo di Melville, città dell'Australia, finisce sugli schermi delle televisioni. Allora non si tratta di un sogno collettivo - se lo dice anche la tv, deve essere vero! 


Mentre dietro i vetri, i cetacei continuano, imperterriti e pacifici, la loro invasione dello spazio aereo sulla città, le più alte cariche dello stato, compresi i vertici militari, studiano un piano per porre fine a questo assedio silenzioso. Scortato dai carri armati, un esercito di robusti balenieri marcia per le strade alla conquista di postazioni adatte per arpionare i cetacei e ucciderli. I colpi vanno a segno e hanno l'esito di far crollare i grandi mammiferi del mare su quello che c'è sotto: ora giacciono inanimati sui tetti dei palazzi, nei parcheggi affollati di macchine schiacciate, lungo le rive del ruscello nel giardino pubblico. 
Onore al merito, il generale a capo delle operazioni ha la sua medaglia e Melville parrebbe in salvo. Parrebbe... 

Quando si concepiscono storie di questo genere, di portata così archetipica e allo stesso visionaria, in qualche modo distopica, e lo si fa in assoluta assenza di parole guida (a parte il titolo e le quattro parole della quarta di copertina, che ci portano in una direzione precisa) si offre al lettore una occasione ghiotta per costruire subito una rete di riferimenti e per darne una propria e personale lettura. 
L'intento dal tono biblico di Calì, alias Cornelius per l'edizione francese, sembra dichiarato e ha a che fare con il rapporto malato tra uomo e natura. 
I termini, in qualche modo la lingua utilizzata, in cui la questione viene posta suonano perentori: come lo sono i comandamenti, legge fondante per il Cristianesimo. In qualche modo si sfiora l'apocalisse.


Il nocciolo della questione, ossia l'approccio violento e rapace che l'umanità dimostra di avere nei confronti del pianeta su cui vive, è un tema molto caro a Davide Calì che da tempo crea occasioni, e quindi concepisce e racconta storie, mosso evidentemente dall'urgenza di porre la questione nelle mani e nelle orecchie di chi ha il merito di volerle ascoltare. 
Lo ha fatto per esempio, anche in una chiave decisamente più ironica di questo Undicesimo comandamento, con L'isola delle ombre. Mi piacerebbe non considerare una coincidenza il fatto che i riferimenti all'Australia, nella città di Melville, siano tanto in quel libro, quanto in questo. Molto più certa è, invece, la sua profonda riflessione sull'impatto dell'uomo nei confronti della natura, in particolare il mondo animale, riflessione maturata, è lui a raccontarlo, tornato da un lungo soggiorno in l'Australia qualche anno fa. 
Intorno a tutto questo non si può non cogliere il piacere e la volontà di avere uno sguardo visionario, che sposta tutto su un registro 'letterario' che ne smussa le inevitabili asperità e il rischio di diventare didascalico e troppo prescrittivo.
 

La scelta di raccontare questa storia senza parole, come si diceva, lascia aperta la porta a tutta una serie di fecondi ragionamenti, ognuno con radici e riferimenti diversi. 
Primo fra tutti, spicca quello di Tommaso Carozzi, che qui giganteggia (oltre a molto altro, per tecnica, per capacità di restituire la luce, per sensibilità nei tagli prospettici e nella composizione) al suo primo albo. 
A parte il dichiarato intento di connettersi a doppio filo con Herman Melville e il suo Moby Dick, citato qui e lì, nei balenieri come nei cingolati, c'è chi ha colto affinità con la storia per eccellenza del kolossal americano, King Kong del 1933; si può vedere un omaggio all'America di Hopper, al Surrealismo degli oggetti in volo di Magritte, oppure cogliere legami con l'immaginario di David Wiesner, nel concepire un attacco silenzioso quanto incredibile, dal cielo a una umanità che resta, almeno in un primo momento, inebetita. Per non parlare del finale... 
Si ispira anche a certa letteratura di fantascienza, fino a diventare profetico nei confronti del soggetto del film Don't look up! : in fondo il grido d'allarme, l'atmosfera di stupore misto a terrore, e il tipo di reazione messa in campo per risolvere il problema non sembrano tra loro molto distanti.
 

Ma questo voluto silenzio, al pari di quel tipo di bianco e nero dato dalla grafite, porta con sé anche molto altro. In primo luogo riflette la condizione umana nei confronti della natura. Lo dice molto chiaramente Davide Calì, affermando che la natura non usa parole per esprimersi e per colpirci. 
Inoltre il silenzio e il volo (l'alternanza di visione dall'alto e dal basso), in questo libro, non fanno che sottolineare la potenza di quei cetacei in aria e la pochezza delle prime razioni scomposte degli uomini, minuscoli al suolo. 
Fino a un preciso momento, ossia a quello della reazione violenta e prevaricatrice che, almeno temporaneamente, fa pensare a una vittoria schiacciante dell'uomo. 
Le balene, enormi ma di fatto inermi, planano morbide nei loro profili, sulla città senza evidenti intenti bellicosi, ma immediatamente accendono nell'immaginario delle persone che disegna Carozzi e in noi che le vediamo, finita l'incredulità,  lo stesso terrore negli occhi che dovettero generare i bombardieri in guerra o quei due aerei di linea che sono entrati, in una bella giornata di sole, dentro un paio di grattacieli di New York. 


Libri così ben concepiti e realizzati sono necessari. 

Carla

venerdì 17 dicembre 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN WESTERN DISTOPICO


Jonathan Stroud è un autore inglese famoso soprattutto per due serie di romanzi fantasy di discreto successo: la tetralogia di Bartimeus e la serie di Lockwood & Co. Quest’anno ha pubblicato con Mondadori, che ha utilizzato per la traduzione il talento di Licia Troisi, un nuovo romanzo, con un’ambientazione nettamente diversa: ‘La leggenda di Scarlett & Browne. Vivi secondo le regole o da fuorilegge muori’.
In realtà il romanzo mescola molti generi, dal western al fantasy, alle visioni distopiche della fantascienza, senza negarsi i super poteri da ‘ragazzi speciali’.
L’azione si svolge in una Gran Bretagna sconvolta da eventi drammatici che ne hanno cambiato e contaminato ambienti e creature viventi. La grande opulenta civiltà di un tempo non esiste più: al suo posto territori contaminati, creature mutanti, tutte ferocissime e gigantesche, fra cui anche esseri umani cannibali; le città sono poche, asserragliate entro mura inespugnabili, in cui si amministra una giustizia approssimativa e crudele. Solo che qui, invece di descrivere l’epopea di una conquista, tralasciandone il feroce sterminio di cui è stata portatrice, l’autore ci porta in un mondo post apocalittico, cupo, desolato, in cui spicca subito il prorompente personaggio di Scarlett, audace fuorilegge, rapinatrice di banche e valida pistolera. Sul suo accidentato percorso incontra Albert Browne, un ragazzo dall’apparenza inoffensiva, che lei salva dall’attacco di un orso gigantesco. Lei ha appena compiuto una rapina in banca, è in fuga; anche lui lo è, da una specie di prigione in cui vengono ‘curati’ i ragazzi portatori di di qualche super potere. Albert non solo è telepatico, ma, in alcune circostanze, sviluppa una potenza distruttrice formidabile. Un po’ come gli Avengers, solo che qui la direttrice non ha nulla di rassicurante.
Comincia così la loro fuga insieme verso le Isole Libere, dove Albert crede di poter essere accettato nonostante le sue doti particolari. Naturalmente sarà una fuga piena di colpi di scena, di incontri con creature straordinarie, mentre la perfida direttrice Calloway li insegue con i suoi scagnozzi fino alla fine del mondo.
Come si vede si usano a piene mani i canoni del romanzo d’avventura, del romanzo distopico, dell’universo fantastico del fantasy, con alcune venature horror, mantenendo sempre un ritmo incalzante che utilizza forse anche troppo l’alternarsi di colpi di scena in cui i fronti si capovolgono e le parti si invertono. C’è dunque soprattutto moltissimo mestiere nella stesura di questo romanzo, ma c’è anche qualcosa di più: Stroud sicuramente ha una grande capacità nel creare mondi, nel dargli spessore, una credibilità, anche se esagera un po’ nel creare orsi giganti, lupi giganti, lontre giganti, tutti incomparabilmente pericolosi. Crea anche dei personaggi a tutto tondo, con una loro coerenza interna, che rispetta, per altro, i canoni del genere: stiamo parlando di banditi, che sono però i ‘buoni’ della situazione, e il lettore e la lettrice non si aspettano in questo caso un grande approfondimento psicologico.
Si tratta dunque di un buon romanzo di genere, che piacerà soprattutto a lettrici e lettori amanti dell’avventura, che non si facciano turbare dal cupo futuro che viene immaginato.
Lettura consigliata a partire dai dodici anni.

Eleonora

"La leggenda di Scarlett e Browne. Vivi secondo le regole o da fuorilegge muori",
J. Stroud, Mondadori 2021


lunedì 20 settembre 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA CASA DI CENERE



Non è la prima ‘casa’ che accoglie bambini e bambine smarrite che incontriamo nel nostro percorso letterario: ‘La Casa di Cenere’, scritto da Angharad Walker, qui al suo esordio narrativo, ricorda le diverse case per ragazzi speciali, da Miss Peregrine alle storie degli ‘Avengers’, ma ancor di più ‘La casa degli anni scomparsi’ del genio Clive Barker. 
Anche la ‘Casa’ di cenere è, infatti avvolta nel mistero e rappresenta il rifugio sicuro per ragazzini e ragazzine dalle origini oscure.
Qui però, non ci sono presenze adulte rassicuranti, salvo quella del Direttore, che si palesa via telefono sempre più raramente. Uno dei due protagonisti, Sol, diminutivo di Solitudine, ci arriva quasi per caso, mandato lì da un medico, in seguito ad una diagnosi incerta. Appena arrivato incontra Indi, diminutivo di Indipendenza, un ragazzino che lo introduce alle regole della Casa.
Più di qualsiasi altra cosa, e qui siamo agli antipodi di Barker, è necessario vivere e agire in base ai diversi aspetti della Bontà, rappresentati dai nomi dei vari bambini.
Quindi, fra loro, gli abitanti di questa casa, le cui pareti sembrano fatte di cenere, devono mostrare amicizia, solidarietà, giustizia e così via.
Che ci sia qualcosa di storto in questo quadretto che comunque idilliaco non è, visto che ragazzini e ragazzine vivono sostanzialmente nella sporcizia, dormono nelle serre della casa e devono provvedere al proprio sostentamento, appare subito chiaro, fra domande senza risposta e dogmi implausibili di cui sono infarciti i discorsi dei ragazzini. Il lato oscuro, detto anche in senso letterale, emerge drammaticamente quando compare il Dottore, un presunto medico che impone a Sol un’operazione alla schiena, fonte dei suoi terribili dolori, da cui esce con le gambe paralizzate. Così, con lo scorrere delle pagine, scopriamo che il Dottore non è che una delle personalità del Direttore, il cui lato bonario e caritatevole ha finito per soccombere di fronte a quello sadico.
Sal vuole fuggire, Indi e gli altri ragazzi no; in una notte drammatica in cui il Dottore psicotico ha sguinzagliato i suoi orridi mastini, Sal e Indi riescono a fuggire, ma nessuno, nel mondo ‘reale’, crede alla loro storia e quindi nessuno tenta di salvare gli altri ragazzi; ma non tutto è perduto.
Il punto di partenza di questo romanzo della giovane autrice inglese non è particolarmente originale e rischia di sfigurare rispetto ad altre storie costruite con maggiore sapienza o baciate dalla popolarità (le due cose non coincidono affatto). Tuttavia non si può non riconoscere l’efficacia della costruzione d’ambiente, il mondo isolato della Casa di cenere, con le sue improbabilità fisiche e con la sua truppa di ragazzini malconci, ma molto determinati.
In storie come queste, a meno di non essere dei veri maestri del genere, non è tanto la raffinata costruzione psicologica dei personaggi ad essere determinante, quanto un’atmosfera che faccia crescere inquietudine nella lettrice e nel lettore, concentrati sul mistero dei Direttore scomparso e dei tentativi di fuga di Sol e Indi. Naturalmente, i ragazzini più ostili al nostro protagonista saranno proprio quelli che lo aiuteranno a scappare, devo dire con eccessiva prevedibilità.
Se in Barker la leva con cui il ‘male’ esercita la sua attrattiva è rappresentata dai desideri dei bambini, dal loro eterno sogno del ‘Paese dei Balocchi’, qui il collante che tiene insieme questo gruppo di ragazze e ragazzi è la solitudine: privati della loro memoria, inconsapevoli delle proprie origini, conoscono solamente l’universo claustrofobico della Casa, destinati, forse, a salvare il mondo, nel delirio del direttore benefattore, anche più inquietante della sua versione sadica.
Questo è un romanzo che scorre via facilmente, scritto con un discreto mestiere, che tiene incollato il lettore e la lettrice alla pagina, ammiccando di volta in volta al fantasy, all’horror, alle ambientazioni distopiche.
Lettura comunque interessante per lettrici e lettori, a partire dai dodici anni, che vogliano avvicinarsi alla letteratura di genere, senza eccessive inquietudini.

Eleonora


‘La casa di cenere’, A. Walker, Rizzoli 2021


venerdì 19 giugno 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FALCI


Primo di una trilogia, ‘Falce’, di Neal Shusterman, è un romanzo distopico, ambientato in un futuro lontano, in cui la vita dell’umanità è gestita da un sistema informatico, Thunderhead, che ha messo fine ai governi, alla politica, alle guerre. Ma c’è un problema: l’umanità è diventata immortale, ciascun individuo può rigenerarsi, e quindi ringiovanire, tutte le volte che vuole; non esistono incidenti o malattie che possano mettere fine alla vita di un essere umano. Ma questi fortunati esseri umani continuano, più o meno stancamente, a riprodursi e quindi qualcuno deve assumersi l’ingrato compito di ridurre la pressione demografica.
C’è una sorta di Confraternita che si occupa di questa attività, chiamata ‘spigolatura’: la Compagnia delle Falci. Si tratta di persone che praticano una sorta di omicidio legalizzato, ponendosi al di sopra della legge. Temuti e adulati, svolgono il loro mestiere con modalità diverse: chi con compassione verso le proprie vittime, chi con efferato sadismo.
Entriamo nel mondo delle Falci grazie ai due protagonisti del romanzo, Rowan e Citra, scelti entrambi dal Maestro Faraday come apprendisti. Ne seguiamo l’apprendistato che consiste nello studiare le armi, le tecniche di uccisione, la storia di questa lugubre confraternita.
La Compagnia delle Falci, come si può immaginare, è un luogo di potere, che ciascuno dei componenti esercita come crede, vivendo nel lusso o nell’estrema povertà; e ci sono anche lotte di potere all’interno del gruppo, contrapponendo una vecchia guardia, improntata a un’etica rigorosa, e i seguaci del Maestro Goddard, che vuole togliere ogni limite alla ‘spigolatura’.
Faraday e Goddard sono nemici giurati e quest’ultimo riesce a mettere una contro l’altro i due apprendisti di Faraday, che nella prova finale del loro apprendistato dovranno affrontarsi e quello che soccomberà dovrà essere ‘spigolato’ dall’altro.
Per impedire questo, Maestro Faraday si suicida; ma l’esito del suo gesto è diverso. Rowan deve seguire Maestro Goddard, che lo addestrerà alle più raffinate tecniche di morte; Citra seguirà Madame Curie, molto vicina al vecchio Maestro Faraday.
L’intreccio si arricchisce sempre di più di colpi di scena e cambiamenti di fronte, che costringono il lettore a restare incollato alla pagina.

Sia l’editore americano che quello italiano, Mondadori, che ha pubblicato il romanzo nella collana Oscar Fantastica, hanno dato a questo libro una veste editoriale particolare: il formato più grande, la sovracopertina-poster, il bordo nero delle pagine, tutto a sottolineare la particolarità del romanzo, che ha alcune caratteristiche che lo avvicinano ai romanzi distopici che nel recente passato hanno caratterizzato la letteratura per giovani adulti: i giovanissimi inseriti in una società solo in apparenza pacificata, che delega a chi di dovere la gestione legale della violenza; gli stessi giovanissimi su cui pesa la responsabilità di cambiare il mondo e di salvarlo. Un altro aspetto tipico delle visioni distopiche è il governo del mondo da parte di una Intelligenza Artificiale, l’unica capace di gestire razionalmente le umane passioni.
C’è però in più la capacità visionaria di un autore di spessore come Neal Shusterman, che, pur dilungandosi forse troppo nella parte iniziale, costruisce un universo claustrofobico in un mondo in apparenza liberissimo. Fra le righe di questo mondo inventato, c’è la riflessione su cosa diventerebbe un’umanità immortale, priva di slanci e di passioni, percorsa solo dal brivido di paura che nasce quando si incontra una Falce per strada; e si ragiona molto sul paradosso di una società liberata dal bisogno e dalla morte eppure sottoposta all’arbitrio, squisitamente umano, della morte scelta a tavolino. Esiste un modo etico di esercitare questo potere? Ci si addentra, dunque, nella riflessione sul rapporto fra le libertà individuali, posso scegliere di essere in un modo o nell’altro, e un potere impersonale, qui rappresentato da un super-governo gestito da un’Intelligenza Artificiale.
Immaginare un mondo liberato dal bisogno e dalla morte e renderlo un incubo è un esercizio già percorso nella letteratura fantastica e pur sempre interessante, che costringe il lettore a riflettere su quella che potrebbe essere la comprensibile aspirazione di molti.
Lettura consigliata a lettrici e lettori maturi a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“Falce. Libro 1 della Trilogia della Falce”, N. Shusterman, Mondadori 2020



mercoledì 11 dicembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FUTURO POSSIBILE


Una coppia di gran classe, Neal Shusterman con il figlio Jarrod, affronta la non facile impresa di costruire un romanzo distopico dal profilo evidentemente realistico. Un futuro prossimo, un futuro percepito come possibile. In ‘Dry’, pubblicato da Il Castoro con il marchio Hot Spot, i due autori immaginano nel nostro presente, quindi non un astratto scenario futuribile, una situazione estrema nella California del sud.
Arriva il giorno dell’Ultima Goccia’, quando dai rubinetti della contea non esce più acqua. E non per qualche ora. A raccontare i drammatici eventi che ne seguono sono i diversi personaggi, tutti adolescenti: Alyssa con il fratellino Garrett, Kelton, il cui padre si prepara da tempo, ma inutilmente, alle catastrofi, la stravagante Jacqui e poi via via altri personaggi.
Se le prime ore dall’Ultima Goccia sono ancora guidate da scelte razionali e comportamenti civili, col passare delle ore tutto precipita in una guerra di tutti contro tutti, alla ricerca delle ultime scorte di acqua rimaste.
Quando finiscono anche quelle, la cittadina in cui è ambientato il romanzo si popola di disperati disposti a tutto: chi cerca di fuggire, chi ruba e saccheggia, chi aspetta civilmente che arrivino i soccorsi.
I nostri ragazzi, dopo l’assalto subito nella casa del padre di Kelton, cercano di raggiungere il rifugio che il padre ha costruito vicino a un lago. E’ una fuga disperata, piena di insidie, di incontri pericolosi e di accese rivalità all’interno del gruppo. Quando, dopo numerosi colpi di scena, sono sul punto di arrivare all’agognato lago, si trovano circondati da un pauroso incendio. Tutto sembra perduto, ma, ancora una volta, un finale quasi lieto fa riunire tutti i personaggi o quasi.
Neal Shusterman e il figlio, di professione sceneggiatore, hanno un grande mestiere e imbastiscono una storia che tiene il ritmo, in un crescendo di situazioni drammatiche e di colpi di scena. Si vede anche troppo bene come la struttura narrativa sia stata pensata anche per la realizzazione cinematografica, che in qualche modo influenza i tempi, le caratterizzazioni, il ritmo.
Non è necessariamente un male, anche se, trattandosi di linguaggi diversi, ne viene fuori qualche forzatura, come il finale in cui tutti si ritrovano.
D’altra parte, in questo romanzo risiede un grande pregio, quello di mettere davanti al naso di lettrici e lettori adolescenti uno scenario improbabile, ma possibile: la scarsità d’acqua, gli incendi estesissimi, che hanno realmente devastato la California, rappresentano uno dei tanti aspetti delle situazioni estreme che alimentano l’immaginario, soprattutto cinematografico, ma anche le cronache dei giornali. Quindi nonviene raccontata un’invasione di zombie, ma lo stravolgimento delle regole sociali e dei rapporti umani in un momento di grave crisi.
E’ un filone ben presente nella narrativa, qui realizzato con grande mestiere: il continuo cambiamento di prospettiva, per cui in ogni capitolo i diversi personaggi raccontano un pezzo di storia, permette alla lettrice e al lettore di cogliere le dinamiche di gruppo, i non detti, gli obbiettivi anche inconfessabili di ciascuno.
E’ una lettura avvincente, che lega il lettore alla pagina, costretto a inseguire le vane speranze e i patetici tentativi dei vari personaggi.
Consiglierei la lettura a ragazze e ragazzi, dai quattordici anni in poi, amanti delle serie televisive (di qualità), del buon cinema d’azione, che hanno voglia di immergersi per qualche ora in un incubo futuribile.

Eleonora

“Dry”, N. e J. Shusterman, Il Castoro 2019