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venerdì 29 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

SCIOGLIERE IL NODO

Nessuno tranne me
, Sara Lundberg (trad. Maria Valeria D'Avino) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

" 'Mamma, la sai una cosa?' 'No, che cosa?' 
'Tu sei il molo. E io sono la barca.' 'Mhmm...' 
'E la barca è legata al molo con un nodo.' 'E guarda il nodo. È strettissimo.' 
'Ti aiuto?' 'No, ce la faccio.' 
'L’ho slegato.' 'Sì, ho visto. Tutto da solo.' 
'Nessuno lo sa fare...' " 

Nessuno tranne me! dice quel bambinetto biondo che, salito sul suo canotto si allontana dal molo e dalla sua mamma. Come lei gira lo sguardo, lui comincia a navigare verso l'ignoto, ovvero in una giungla verde e rigogliosa, tra mangrovie e ninfee, abitata da piccole creature alate, delle fate. Ora sono loro a seguire il suo viaggio. Lo guardano da un ponte o dal tetto di un palazzo mentre naviga tranquillo nelle acque di un un fiume in città. E quando il suo canotto arancione ne incontra un altro identico con sopra una bambina, tra mille altri canotti che si affastellano in un acqua park, succede qualcosa di imprevisto: la bambina cerca le sue mani per mettergli fra le dita un seme... La corrente però li separa e il bambino torna ad attraversare la giungla dove le fate continuano a vegliare su di lui, salvandolo dalle cascate e dalle belve feroci e rimettendolo sul giusto percorso che lo riporti verso acque più sicure e più conosciute. 
Là ci sarà qualcuno ad aspettarlo, qualcuno che non si è mai mosso da lì, proprio come fanno i moli...

Questo libro ha una genesi doppia. Ed è Sara Lundberg a raccontarla. 


Da una parte c'è una delle tavole che prima di essere illustrazione è stata quadro, andato in una sua mostra personale. Una visitatrice lo vede e se ne innamora, lo vuole acquistare: le ricorda suo figlio, che è andato a vivere da solo, lasciando la casa materna. Lei, che sente la sua nostalgia, racconta a Sara Lundberg che è lì nella galleria, ciò che lui da piccolo un giorno le aveva detto: 

" 'Mamma, la sai una cosa?' 'No, che cosa?' 
'Tu sei il molo. E io sono la barca.' 'Mhmm...' 
'E la barca è legata al molo con un nodo.' 'E guarda il nodo. È strettissimo.' 
'Ti aiuto?' 'No, ce la faccio.' 
'L’ho slegato.' 'Sì, ho visto. Tutto da solo.' 
'Nessuno lo sa fare...' " 

Sara Lundberg coglie immediatamente la bellezza e la profondità di questo dialogo tra mamma e figlio e chiede il permesso a quella visitatrice di costruirci intorno una storia. Permesso concesso, a patto di avere una dedica che ne testimoni la "maternità". 
L'altro punto di partenza è una committenza difficoltosa tra Sara Lundberg e un ospedale pediatrico svedese. Le sue pitture avrebbero dovuto abbellire gli spazi comuni, ma i troppi vincoli alla fine hanno fatto desistere artista e committente. Però i bozzetti e i disegni preparatori erano stati fatti e raffiguravano un viaggio attraverso giungle e grandi città... 


Il libro che è nato da queste due circostanze è un capolavoro sotto molti punti di vista. 
Fortunatamente in molti se ne sono accorti: dalla Fiera di Bologna che lo ha premiato quest'anno, fino all'ospedale svedese che ha rivisto le sue posizioni nei confronti di Sara Lundberg e della sua magnifica arte: ora i piccoli pazienti possono godere delle tavole così piene di meraviglia e di verde e di arancione e di fate bambine. 
Dal punto di vista figurativo è magnifico. 


La gestualità dei corpi, uno dei talenti di Sara Lundberg, riesce a raggiungere una espressività davvero notevole. Altrettanto si può dire per la sua sensibilità nei confronti del colore: quella copertina dove il verde della foresta racchiude la potenza esplosiva di quell'arancione è un risultato estetico davvero altissimo. 
Al centro un bambino splendente circondato dalla propria lussureggiante immaginazione. 
Il continuo cambio di prospettiva, la composizione, le velature nel dare il colore, la ricerca di immediatezza nel segno per creare emozione piuttosto che perfezione sono tutte cose cui Sara Lundberg ci ha abituato, ma qui succedono un po' di più e un po' meglio! 
Dietro tutto questo c'è la grande questione: quella del molo, del nodo e della navigazione in solitario... 
A proposito di questo, già in passato con un altro bel libro di Sara Lundberg, Un giorno sbadato, c'era stata l'occasione di parlare della relazione sana tra madri e figli. 
Lì il libro si apriva e si chiudeva con due immagini 'parlanti': una mamma capace di abbassarsi e girarsi per guardare negli occhi il proprio bambino, tenendolo per mano, ma anche di addormentarsi appallottolata sul divano con lui che gioca da solo lì accanto... 


Se si usa la stessa metafora della mamma e del figlio svedesi, non ci spostiamo di molto: il molo è sempre lì e la sua funzione è quella di rendere sicura la partenza e di accogliere chi torna... 
In tal modo i piccoli marinai saranno capaci di sciogliere con maggiore fiducia gli ormeggi per partire e andare. 

Carla

lunedì 7 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESPRESSIVO COME UN SASSO

Tre sassi, Olivier Tallec (trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2025


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Lassù in cima vivono tre sassi. 
Sono sempre stati lì, in cima alla montagna. 
Ogni mattina il vento gli fa venire i brividi, ammirano le cime delle montagne, contano le pecore nella valle e guardano spuntare le piante aromatiche. 
Lì possono vivere una bella vita da sassi. 
E tutti giorni aspettano il passaggio delle grandi taccole." 

Le grandi taccole sono brave a prevedere il tempo che cambia. Quando le vedi, puoi star certo che dopo poco inizierà a piovere. E anche quel giorno va così: passa la taccola e arriva il temporale. 
Questa volta è un temporale molto violento che con un fulmine squarcia la grande roccia dove i tre sassi vivono da sempre. E li fa precipitare. 
La loro corsa si ferma in un nido, quello della taccola. 
Il panorama non è molto diverso, a parte che lì protetti, i tre sassi non hanno più i brividi del vento. 


Ma quando la taccola si accorge della loro presenza, li sbatte fuori e loro precipitano ancora più in basso. Tra il muschio e l'erba non si sta poi male, anche se non si sente più il vento, né si vedono crescere le erbe aromatiche. Ma si possono contare le pecore e guardare le cime delle montagne. Ma dal basso. 
Nel momento in cui i tre sassi possono dirsi ormai felicemente inseriti nel loro nuovo scenario, arriva una talpa, che di nuovo, con il suo scavare alla cieca, li fa precipitare ancora più in basso, in una radura e da lì la lepre fa il resto perché li piazza nelle acque di un torrente. Ed è lì che incontrano la lingua di un cane molto assetato che li spinge verso il precipizio e da lì... 

Una delle caratteristiche dei disegni di Olivier Tallec è l'espressività. 
Lo sguardo di Lupo e Lupetto, o quello di Scoiattolo, o ancora le sue pecore, il suo bambino che incrocia lo sguardo del cane. Ma hanno occhi anche i suoi alberi.
È un efficace modo di trasmettere senso senza dover tirare fuori neanche una parola. 
I neonati lo sanno bene perché anche per loro interpretare lo sguardo è misura necessaria di sopravvivenza. Come andare in bici, una volta che lo sai fare è per sempre: leggere le espressioni di un volto è cosa che si impara da subito ed è bene non dimenticarla, anzi è meglio tenerne sempre conto. Può servire. 
Ma qui i protagonisti assoluti della storia sono tre sassi, quanto di meno espressivo ci sia al mondo. Eppure. 
Tallec accetta la sfida e correda i tre di espressione. Due occhioni tondi su ciascuno. 


Occhi che spiccano nelle magnifiche tavole piene di sfumature di verdi e di blu, sia che siano rocce sfaccettate di alte montagne, o picchi isolati come Meteore, sia che siano foreste o prati, sia che siano acque correnti. Dal blu al verde, passando per il verde petrolio.
E come se non fosse sufficiente, a quegli stessi tre sassi gli dà anche carattere e, in qualche modo, solletica il lettore a immaginare il  tipo di ruolo che ognuno parrebbe avere e quindi sulle loro relazioni reciproche.


Le uniche cose che l'immagine ci dice è che sono di dimensione e colore diversi. 
In compenso sappiamo che in cima allo sperone di roccia dove vivono da sempre, sono felici. Perché da lì possono vedere (!), possono percepire il vento, visto che hanno dei brividi. La loro superficie è sensibile quanto la nostra pelle, vista l'espressione che assume il sasso maggiore nei confronti dell'insetto che gli cammina sopra, noncurante. 
Sanno anche contare e sanno leggere i segni della natura: taccola=temporale in arrivo. Tutto ciò che è stato detto finora è materia necessaria perché la storia dei tre sassi diventi quella che è, ossia si trasformi in un racconto in grado di far sorridere, ma di dire anche molto altro. 
Su cosa sia questo molto altro, forse si può tacere, mentre sulle modalità che usa per arrivare a una conclusione degna di questo nome, val la pena di spendere due parole. 


È noto a tutti, che le fiabe in cui la ripetizione di una situazione è di fatto la spina dorsale della stessa, dai Tre porcellini in su, sono quelle più adatte al pubblico dei più piccoli. Per loro è di grande soddisfazione apprendere una reiterazione di un gesto, di una situazione, e si sentono immediatamente ingaggiati a partecipare. Si tratta di un sistema infallibile per la comprensione, la memorizzazione e per la comicità intrinseca. 
Insomma, ripetere funziona sempre, basta cambiare piccoli dettagli. 
Tallec tutto questo lo sa molto bene e se ne serve per dire con assoluta leggerezza quel molto altro. 
I sassi, infatti, precipitano dallo sperone, poi dal nido, poi dal muschio, poi dalla radura, poi nel torrente... 
E ogni volta, il testo diventa un ritornello. 
Un ritornello che fa ridere, che suona e che dice, per l'appunto, anche molto altro.
Sarò muta come un sasso. 

Carla

lunedì 24 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

OF BEARS AND MEN 

Il viaggio di Oregon, Rascal, Louis Joos (trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Finite le mie pagliacciate, lo riaccompagnavo nella sua gabbia. 
Una sera Oregon mi ha parlato. Come nelle fiabe... 
'Portami nel grande bosco, Duke'. Lì per lì non sono riuscito a rispondergli niente. 
Ma dopo, solo nella mia roulotte, ho capito che il suo posto era in mezzo a quelli come lui, in un bel bosco di abeti rossi. 
Chi lo sa? Magari avrei pure incontrato Biancaneve..." 

Duke e Oregon lavorano sotto lo stesso tendone. Uno è l'orso del circo, l'altro è il clown. Nano. 
Infelici entrambi, perché esibiti, come fenomeni, semplicemente per la loro natura.
Non lasciandosi bei ricordi alle spalle, i due partono per un lungo viaggio. 
Prima stazione, la fuliggine di Pittsburgh. Da lì si mettono in cammino con pochi soldi in tasca che finiscono presto. Dopo aver fatto tappa a Chicago e dopo aver mangiato un bel numero di hamburger, i due si rimettono in marcia verso ovest. Un passaggio sul camion di Spike diretto nell'Iowa e poi tanta strada a piedi: con ogni tempo, in mezzo alle grandi distese di mais e avanti lungo il fiume Platte, attraversano il Nebraska fino ad arrivare alle Montagne Rocciose.
 

Lì un po' di autostop e poi il 'cavallo di ferro' per fare l'ultimo tratto. 
E poi, al mattino al loro risveglio nel carro merci, appare ai loro occhi, proprio come nel sogno, L'Oregon, le sue montagne, le sue foreste. 
L'orso è finalmente a casa, adesso tocca a Duke trovare la propria. 
Come è bene che sia.

Non sembra possibile che Rascal e Joos, insieme così tante volte nei libri illustrati, abbiano potuto fare qui un brutto libro.


E infatti, in questo, che ha più di trent'anni e lo si può considerare un classico, magicamente ancora una volta accade. 
In questa lunga fuga, dall'est all'ovest degli Stati Uniti, da parte di due personaggi perdenti in cerca di riscatto, rivediamo un viaggio che ne richiama alla memoria tanti altri, visti in grandi film, letti in grandi romanzi. 
Si ritrova intatta, nel testo e nelle immagini, l'atmosfera della provincia americana: le grandi strade deserte, le distese a mais, le fattorie e i mulini a vento, la pompa di benzina nel nulla, tipologie umane consuete - attricetta, commesso viaggiatore e indiano ormai senza piume - il treno merci interminabile che attraversa flemmatico le lunghe distanze, e infine lei, la grande natura. Selvatica e magnifica. 


Qui le foreste dell'Oregon con il monte Hood sullo sfondo. E altrettanto inviolata è l'iconografia del viaggio. Una partenza di due che non hanno più niente da perdere andandosene. Anzi, è in libertà che ci guadagnano. Niente denaro in tasca, contano solo sul buon cuore di altri come loro, ossia persone che non hanno niente da perdere nel dargli una mano... 
Fatto salvo tutto questo che fa da scenario, che non è affatto poco (per la rievocazione di un immaginario già consolidato nei grandi e per la costruzione di un nuovo immaginario per i piccoli, che magari Steinbeck o Thelma e Louise non sanno chi siano, ma chissà che in un domani potrebbero goderne), Il viaggio di Oregon è capace di attraversare una grande questione ma sa anche trovare il suo senso in alcune piccolezze, che quasi quasi rischiano di passare inosservate. Quasi quasi. 
La grande questione è quella che muove un orso e un clown a cercare la propria felicità.
Le piccolezze, invece, qui di seguito, solo alcune. 


La costruzione di questa improbabile coppia, uno enorme e l'altro minuscolo. Così piccolo che lo si potrebbe paragonare a un bambino, cosa che Rascal peraltro, lieve lieve, fa più di una volta. 
Così grande eppure così fragile e sperduto, così piccolo eppure così determinato e sollecito. Solo a me tornano alla mente Lennie e George di Uomini e topi
La geografia solida dell'itinerario di cui ogni tappa è segnata. Sorge spontaneo il desiderio di seguire con il ditino sulla carta geografica il loro lungo percorso. 
Messi come punteggiatura una serie di riferimenti alle grandi questioni che negli anni hanno segnato e segnano tuttora la cultura americana: i nativi, gli afroamericani, le minoranze, i diversi.
Sia nel testo, per esempio con il breve dialogo tra il camionista nell'Iowa, con cui Duke discute di bianco e di nero, sia nelle immagini con il film nel motel e l'insegna stessa del motel. 
L'idea, spesso ormai considerata fuori moda, che una promessa è sempre una promessa. E come tale va mantenuta. I bambini e i clown lo sanno bene. 
E poi arriva il finale. 
Il finale è un buon finale perché è aperto verso un altro pezzo di strada da fare e ha un lieve sapore di malinconia. 
Come è bene che sia. 

Carla

lunedì 10 febbraio 2025

FAMMI UNA DOMANDA!

STARE E (RE)STARE AL MONDO


Tutto quello che fa Cruschiform assume importanza ai miei occhi. 
Personalmente la cosa che trovo più affascinante nei suoi libri che conosco è, in primis, la sua capacità di catalogare, ossia di leggere e sistematizzare porzioni importanti del mondo, guardandone le caratteristiche. E restituendocele, dopo averle ragionate. 
E, in secondo luogo, mi piacciono proprio questi ragionamenti, ossia i criteri di catalogazione che utilizza, perché spesso non sono convenzionali. 
I cataloghi, lo avrò ripetuto mille molte, li trovo oggetti pieni di fascino. Mi piace sfogliarli e vedere come la realtà può declinarsi, ma soprattutto mi piace scoprire i criteri di visione che hanno guidato il catalogatore, nella scelta. 
Questo perché un catalogo non è un semplice elenco, ma una rielaborazione sistematica e selezionata di materiale omogeneo. E questo prevede necessariamente una scelta, una selezione. Infatti, la cosa che mi attira di un catalogo è il suo non essere mai esaustivo, mai completo, il suo essere per questo potenzialmente infinitamente implementabile (cfr. La vertigine della lista di Umberto Eco). 
Il catalogo di una mostra per esempio è l'esito finale di una scelta da parte dei curatori, che hanno scelto quell'opera d'arte e non un'altra per precisi motivi: cronologici, di stile, di argomento. Non ci sarà l'opera omnia di quell'artista. 
Il catalogo di una biblioteca contiene tutti i titoli presenti sugli scaffali di quel luogo, ma per ovvie ragioni essi sono la risultante di precise scelte da parte dei bibliotecari: questo libro sì, lo prendiamo e lo cataloghiamo, e questo libro no. Resta fuori dal catalogo.


Ecco, il pensiero che sta dietro queste scelte mi interessa. E il pensiero di Cruschiform che sta dietro i suoi cataloghi, mi interessa in modo particolare. 
Amo, a distanza di tanto tempo, Colorama come il primo giorno. 
Adesso c'è da amare un altro catalogo, un magnifico repertorio di semi. 
Si potrebbe ragionare sul perché colori e adesso semi. 
Beh, io me lo sono spiegata così: godono entrambi di immaginari immensi e tutti e due hanno molto a che fare con la vita. 
Ma torniamo ai criteri. 
Se si prova a capire quale sia quello che l'ha guidata nella scelta, direi che la parola Odissea sia imprescindibile. 
Difatti Cruschiform non lavora su criteri strettamente botanici: tipologia della pianta, forma, misura, provenienza, ma piuttosto sul tipo di sistema utilizzato per la diffusione. 
Con quella parola "odissea" lei di fatto orienta le scelte in base alla partenza e al viaggio pericoloso e ignoto, prendendo in esame il tipo di stratagemma che ogni pianta ha elaborato per non estinguersi e, possibilmente, per espandersi il più possibile, così da mettere al sicuro la specie. 
L'eco delle parole di Mancuso sul fatto che dalle piante si dovrebbe imparare come stare (e restare) al mondo... Ma vabbè. 
Dieci diversi macro sistemi che lei ha individuato e con i quali ha ordinato e messo a sistema 146 diverse piante. 
Ciascuna di loro è quella che è, ma è anche un po' Ulisse... 
All'interno di queste ha fatto una ulteriore scelta: ad alcune dedica le due pagine iniziali di ogni macro gruppo. Per i sei-otto semi che sono tutti assieme in una unica pagina a destra, a sinistra - sotto la grande definizione del sistema di diffusione che le tiene assieme, compaiono numerate brevi boxini. 




Ad altre, che lei evidentemente giudica più interessanti, dedica una pagina intera, talvolta la doppia, e un titolo evocativo cui fanno seguito grossomodo sei righe che, pur non perdendo il sentiero della scienza botanica, danno di quel seme e del suo sistema una lettura piuttosto evocativa. In tal modo la magnolia diventa una cornucopia, la carota un nido al vento, il vischio un ingegnoso parassita, il fiordaliso il pane delle formiche e l'avocado è un bambino viziato. 


Credo che qui sia la chiave del successo di ogni buon divulgatore: quello di non perdere mai di vista il rigore e la verità nei confronti dell'oggetto di cui si parla, e nello stesso tempo quello di renderlo qualcos'altro, trasformarlo in qualcosa di evocativo, di metaforico, di simbolico. E quindi di comprensibile a molti, se non a tutti. 
E qui l'Odissea ci sta alla perfezione. 
In sostanza, e ancora una volta sotto metafora come fa anche Cruschiform, il divulgatore scienziato sa dove si trova il traguardo e conosce anche bene la via maestra che la scienza ha fatto per raggiungerlo, ma può decidere di prendere anche altri sentieri, deviazioni meno faticose e più consone, per portarci persone che di scienza non sanno. Bambini, in testa. 
In altre parole, deve incrociare tra loro i due linguaggi. 
Da qualche tempo mi capita di chiacchierare con un signore che di mestiere fa l'astrofisico e che ha deciso di fare con me un po' di strada, ogni tanto ci perdiamo ben inteso, ma la sua ricerca verso questi sentieri alternativi, uno di questi che lui predilige è la letteratura per ragazzi, mi pare divertente. 
Ecco, Cruschiform fa questo, ma per mestiere. 
E quindi qui ha trasformato in Odissea il viaggio dei semi. 
Una tassonomia simile a quella vista in Animali bellissimi! 
Quelli che viaggiano nell'aria, quelli che si fanno portare dal vento, quelli che vanno sul pelo dell'acqua, quelli che hanno bisogno del fuoco, quelli che senza le formiche sono spacciati, quelli che transitano nell'intestino degli uccelli (contenti loro...), quelli che si infilano nel pelo, quelli che hanno fatto della gravità la loro modalità, quelli che sono sparati lontano e infine quelli che siamo noi a portare qui e là... 
Ma siccome Cruschiform è Cruschiform qui la sua lettura non convenzionale si espande anche alle parti del libro: per intenderci, gli indici ragionati diventano Scorciatoie, e quello alfabetico si intitola Da una lettera all'altra. 
Da vedere sono tutte le scelte grafiche del libro - a partire dalla sovracoperta forata, alla font che utilizza, al color fiordaliso che si diffonde dai risguardi in poi. 
E naturalmente su tutto, il suo disegno di semoni e semini che, proporzionalmente hanno tutti il necessario spazio nella figura.
 

Leggermente stilizzati per tirarne fuori al meglio il loro carattere precipuo. Ma questa è storia nota. 
Libro necessario per crescere con menti avventurose, come quelle delle piante. 

Carla 

"L'odissea dei semi", Cruschiform (trad. Giulia Olga Fasoli) L'ippocampo 2024

mercoledì 29 gennaio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MUOVERSI LUNGO GLI ASSI CARTESIANI


“La nonna abita molto lontano. La campagna è quasi in capo al mondo. 
Quando ci si sposta da un punto all'altro del mondo, si fa un viaggio” 

Una bambina viene accompagnata dalla madre a prendere il treno. Il lungo viaggio che segue la porterà a casa della nonna. 
Una storia tanto semplice quanto può essere tracciare una linea da un punto di partenza a uno di arrivo, quella stessa linea che in effetti percorre interamente le pagine del libro, sempre da destra a sinistra, sempre a segnare il percorso sulle rotaie, compiuto da un treno a bordo del quale l'unico viso che compare è quello della piccola protagonista. 


Lo spazio e il tempo sono gli assi cartesiani che definiscono il procedere in generale di un'intera esistenza e sono ovviamente la cornice entro la quale si sviluppa anche questo come tutti i racconti. Eppure in questo caso la loro importanza risulta maggiore, tanto che questo albo può essere di fatto considerato una riflessione più ampia di come lo spazio e il tempo possano essere percepiti e vissuti, a seconda dell'età e della situazione contingente attraversata. 
Il formato orizzontale (cm 31 x 18,6) di questo libro è inusuale, viene normalmente scelto nel caso in cui possa fornire un importante supporto alla “narrazione” (esempi celebri sono L'onda e Ombra di Suzy Lee) e in questo caso lo fa sicuramente. La storia si sviluppa lungo il tempo di un percorco ferroviario, al centro della pagina è sempre lo stesso convoglio dalla forma allungata che conferisce all'immagine il senso di uno spostamento veloce, percepito in virtù di un ordine di lettura che va da sinistra a destra e che spinge il lettore a cercare velocemente il seguito nella pagina successiva. 
Viene quasi naturale immaginare le pagine aperte e continue, come in un leporello, che mostri l'intero viaggio dalla bambina, lungo tutti i paesaggi attraversati. La linea dei binari attraversa la pagina sempre in senso orizzontale, perché il punto di vista del lettore è ortogonale alla linea di orizzonte, per cui del treno e dei binari noi abbiamo sempre presente un profilo, mai che ci sia un cambio di prospettiva che consenta per esempio di percepire una curva o lo stesso volume del treno. 
Verrebbe da dire, con linguaggio in uso negli audiovisivi, una sorta di piano sequenza con camera fissa, sempre alla stessa altezza e che si muove proprio alla stessa velocità del mezzo ripreso. Non perdiamo mai di vista il soggetto, mai la sua collocazione precisa e centrale rispetto al contesto, mai ci sfugge il viso della piccola bambina. 


Si parte dai panorami cittadini, affollati, ma nella loro restituzione grafica mai caotici, per passare progressivamente a scenari sempre più distesi. Le tappe sono ben scandite e tracciano con meticolosità i luoghi che solitamente si incontrano nei grandi agglomerati urbani: centro scintillante di vetrine e insegne, periferie man mano meno variegate, ma che nel disegno conservano una nota di ironia sottile (e persino i grandi raccordi autostradali finiscono per assumere l'aspetto di divertenti e tutt'altro che alienanti labirinti).  


Nei luoghi sempre più lontani dal centro ecco che la natura ricompare e la storia scivola in scenari fantastici e il viaggio che la bambina compie non è soltanto verso la casa della nonna, perché per arrivarci deve attraversare dei mondi e incontrare delle creature fantastiche (castelli in bilico su dirupi improbabili, torri di difficile se non impossibile accesso, animali di natura indefinita). 


Germano Zullo e Albertine hanno all'attivo moltissimi libri, di lei abbiamo imparato a riconoscere immediatamente il segno morbido e mai spigoloso, come le qualità pittoriche e cromatiche.
In questa storia invece la scelta va a favore di un grafismo pulito e di una bicromia quasi assoluta (nessun colore a eccezione di quei pochi del treno!). Le illustrazioni sono solo disegnate, la linea non è quindi solo quella che definisce e distingue un convoglio da un altro, ma è in questo albo realmente la protagonista, unica, leggera ed elastica, e definisce un movimento (un tempo) e uno spazio che non ha volume. L'impalpabile consistenza di ogni luogo attraversato da una linea che separa il sopra e il sotto ma che non definisce profondità alcuna permette all'autore di svuotare di concretezza effettiva quei luoghi e di trasformarli in sentieri lungo i quali il pensiero si snoda come il filo di un gomitolo. Un pensiero che, neanche a dirlo, si concentra sul tempo e sullo spazio! Lo sguardo fisso in avanti, totalmente aliena a quello che la circonda, nel suo monologo la protagonista riflette sulla distanza che la separa dalla casa della nonna (che insieme alla propria sono i posti che conosce meglio) e sulle distanze assai maggiori che ha voglia di percorrere durante la sua vita. La sua mente vola lontano, lontanissimo, e con l'audacia incosciente dell'infanzia arriva a includere l'ovunque, il qui e là di luogo esistente. A nulla vale la precisazione degli adulti (“Ma la mamma e la nonna dicono che è impossibile viaggiare ovunque”), perché quello del desiderio è il motore più forte e ora, ora che si è bambini, è l'unico che conta, al di là di qualsiasi ragionevole contestazione. 
D'altro canto se arrivare a casa della nonna significa arrivare in capo al mondo e lei riesce a farlo tranquillamente da sola, cosa può esserci di così strano e impossibile da realizzare nel visitare tutto il mondo?
Che lo spazio e il tempo siano valori relativi e non assoluti l'abbiamo ampiamente appreso, concedere all'infanzia il diritto di esprimerlo può aiutarci a ricordarlo. 
Quella della bambina è una riflessione alternata alle risposte della madre e della nonna. Come in un preciso contrappunto, a ogni pensiero connotato come infantile (nel senso dell'infanzia) corrisponde uno opposto e contrario maturato da un adulto. Ma la libertà della bambina è tutta nell'ammettere l'incomprensione di certe affermazioni, che le giungono come moniti, e l'ambizione di mantenere qualcosa di questo presente che si vorrebbe estendere all'infinito, fino a includere un'intera esistenza, che riesca a conservare il ritmo dell'infanzia come privilegio assoluto. Solo in questo modo la bambina potrebbe arrivare a destinazione nello spazio (dalla nonna e nell'ovunque) e nel tempo (l'età adulta) e riaffermare la propria verità: “Vedete! Vedete che è possibile!” E così anche lei, come la ben nota Cappuccetto rosso, compie un viaggio verso la casa della nonna. 
Qui siamo in Giappone, le distanze sono maggiori, i mezzi notevolmente più potenti. Ma anche qui, come in ogni viaggio che si rispetti, si assiste a una evoluzione, anche qui come nella famosa fiaba, la protagonista vive le tappe della propria crescita in una relazione inevitabilmente stretta con il mandato del mondo adulto in qualche modo disatteso. 

Teodosia

"Linea 135", Germano Zullo e Albertine. (Trad. di Francesca Novajra), Il gatto verde edizioni 2024 
 

lunedì 6 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E' SEMPRE VERO

I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"La donna avvicinò il viso tondo e triste al finestrino dell'auto. 'Fate i bravi' si raccomandò. 
'Capito? Voi piccoli state a sentire Dicey. Capito?' 
'Sì, mamma' risposero. 
'Allora va bene.' Si mise la tracolla della borsa sulla spalla e si allontanò, ciabattando con i sandali che avevano i cinturini rotti, i gomiti ben visibili attraverso i buchi del maglione troppo grande, i jeans scoloriti e sformati. Quando la sua sagoma scomparve tra la folla dei clienti che si accalcavano al centro commerciale quel sabato mattina, i tre bambini più piccoli si sporsero istintivamente in avanti, verso i sedili anteriori, dove stava seduta Dicey. Lei aveva tredici anni ed era capace di leggere le cartine stradali. 
'Perché ci siamo fermati qui?' chiese James. 'La spesa l'aveva già fatta. Non c'è motivo.' James aveva dieci anni e pretendeva che tutto avesse una chiara motivazione. 
'Non lo so. Hai sentito anche tu quel che ha detto, no?' 
'Lei ha detto solo "adesso ci fermiamo qui" ma non ha spiegato perché."

Questo è l'inizio della storia di questi quattro fratelli, i Tillerman: Sammy di sei anni, Maybeth di nove, James di dieci e Dicey, tredicenne. 
La loro madre si è appena allontanata dalla macchina. Si è diretta verso il centro commerciale, ma da loro non è più tornata. I quattro ragazzini, prima aspettano, ma con il passare delle ore, realizzano che qualcosa deve essere successo e che da questo momento in poi se la devono cavare da soli, o per meglio dire, sono passati sotto la guida della loro sorella maggiore. 'State a sentire Dicey', è stata l'ultima indicazione della madre, l'ultima frase cui appendersi... 
Quella mattina erano partiti tutti per andare a Bridgeport dalla zia Cilla, una prozia che forse li avrebbe potuti aiutare. Lei è l'unica parente che ha mantenuto un contatto con loro: una cartolina a Natale, tutti gli anni. Ma poi in quella fatidica mattina qualcosa è andato storto. Adesso Dicey, con pochi dollari in tasca, si trova sulle spalle la solitudine e la responsabilità dei suoi fratelli. Piuttosto che cercare aiuto tra gli adulti, con il terrore che, in assenza di madre, li possano dividere, decide di mantenere il progetto originario, quello di andare a Bridgeport. 
Ma a piedi. 
Questo è il loro lungo viaggio attraverso la provincia americana, dal Connecticut al Maryland, tra parenti e gente sconosciuta, tra brave persone e malviventi. Sempre con una manciata di monete in tasca. 
Questo è il loro modo di misurare se stessi, di imparare a cavarsela, il loro modo di fare i conti con la realtà, a volte anche molto dura. 
Obiettivi da raggiungere: fare squadra e trovare finalmente un po' di serenità e un posto dove potersi sentire di nuovo a casa. 
Riuscire finalmente a provare il senso di appartenenza, senza il quale si vive maluccio.

Questo libro ha più quarant'anni e più di quattrocento pagine. 
Cynthia Voigt lo ha pubblicato, con il titolo Homecoming, nel 1981. Ambientato nell'America dei primi anni Settanta restituisce in pieno la temperie di quegli anni e  delle storie on-the-road. Nella letteratura per ragazzi sono innumerevoli gli esempi e tutti - necessariamente - devono partire da un elemento determinato e comune: la solitudine, l'abbandono, la fuga, la scomparsa di tutti i punti di riferimento su cui di solito un ragazzino - qui quattro fratelli - può fare affidamento: gli adulti, o per meglio dire, una famiglia, quale che sia. 
Cynthia Voigt si inserisce alla perfezione nella cornice di storie del genere. 
Dalla riga cinque già si intuisce che quella madre è in difficoltà. Quel suo abbigliamento sdrucito, quel suo sguardo triste, quella sua frase sibillina sono tutti segnali che la direzione che la storia sta prendendo è quella di un abbandono. 
Ci siamo. La storia on-the-road può cominciare. 
Il passo successivo, nei romanzi di bambini soli diretti chissaddove, prevede la costruzione e il relativo crescendo del lato avventuroso della vicenda. 
Il modello prevede, di norma, diverse prove da superare, attraverso le quali i protagonisti crescono, consolidano il loro coraggio e la personale consapevolezza e soprattutto misurano la complessità della realtà e delle relazioni interpersonali. 
E anche in questo, I Tillerman rispetta il canone. 
E allora dove si trova l'originalità? In due cose principalmente: nelle cento pagine finali e nella compattezza che questa piccola squadra dimostra di avere per arrivare a vincere. 
La bellezza dei Tillerman non sta tanto nel loro avventuroso viaggio, quanto piuttosto nel loro essere i Tillerman. Nessun Tillerman escluso, si intende. 
Lo spessore del libro si percepisce proprio in questo loro diversissimo modo di reagire agli eventi. In tale prospettiva si costruisce, pagina dopo pagina fin quasi alla fine, lo spessore dei personaggi. Si impara a conoscerli e a familiarizzare con loro. Si impara a capire cosa stiano cercando, si apprezza la differenza di percorsi che scelgono per arrivare all'obiettivo comune. 
Ognuno di loro si distingue rispetto alle situazioni: si passa dalla mitezza di Maybeth che viene scambiata spesso e volentieri per stupidità, alla lucidità del pensiero di James, che ogni mattina si sveglia e pronuncia la frase è sempre vero, passando per il grande senso pratico e la determinazione senza scrupoli di Sammy, che lo porta più volte a un millimetro da guai seri. E poi c'è Dicey che tiene in mano il loro destino comune, dimostrando di saper governare con sapienza la barra del timone. Anche in senso letterale... 
Si susseguono i fatti, si generano le singole strategie di reazione. Di volta in volta, esse si intrecciano generando trame e situazioni sempre differenti. E con lo scorrere del tempo le loro relazioni interpersonali mutano, ma inevitabilmente si consolidano. E il risultato finale è un pacchetto di mischia invincibile. 
Due parole ora sulle cento pagine finali. Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! 

Carla

venerdì 18 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ARCHITETTURA DI UN LIBRO

Il libro azzurro, Germano Zullo, Albertine 
Bompiani 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"'Hai paura Séraphine?' 
'No, certo che no! Con il libro azzurro non c'è da aver paura... Ma è comunque l'ora che le bestioline escono dai loro nascondigli per sgranocchiare.'
'Le senti sgranocchiare?' 
'Credo di sì... E tu, papà le senti?' 
'Non sono sicuro.' 
'Fanno croc croc croc.' 
'Uhm, adesso le sento... croc croc croc.' 
'Meglio non disturbarle troppo: magari si arrabbiano.' 
'Hai ragione, Séraphine... Andiamo avanti!' '
Andiamo verso la città o verso i campi?' 
'Prenderei la strada che passa per i campi, questa volta.' 
'Anch'io papà, per i campi.'" 

Interno sera. Padre e figlia dialogano sul far dell'ora di andare a dormire. 
Il padre, secondo quanto dice sua figlia, ha preso in mano un libro, il libro azzurro, perché lo vuole leggere alla sua bambina. Il libro azzurro, è lei stessa a dichiararlo, è il suo preferito. 
Tutto comincia nel buio della notte che i due scorgono attraverso la porta di casa... Il loro cammino pare dirigersi verso il mare, attraverso una scorciatoia: la scorciatoia di Séraphine che ha il pregio di portare sia al mare sia alla montagna, ma anche alla città e ai paesini. O anche fino alla giungla tropicale. 
Rischiarati dalla luce della luna, forse, si incamminano con l'intento di perdersi... 
Steccato dopo steccato, l'unica strada da fare è dritto verso l'alto, a zig zag. Ed effettivamente è il percorso che funziona perché gli steccati sono dietro e davanti laghetti, serpenti mansueti, foreste e poi un gufo che, appollaiato su un ramo, sta raccontando una storia ai suoi piccoli (lui pure) per addormentarli. 
Un albero grande grande e vecchissimo, "avrà più di duemila anni, Séraphine", li accoglie tra le sue maestose radici ed è bello sdraiarsi insieme lì sotto. E magari schiacciare un pisolino... 
Ma sarà ancora più bello risvegliarsi lì e trovare la mamma e con lei proseguire il viaggio e il racconto... 

Il libro azzurro, se non capisco male, ha davvero un interessante impianto architettonico che lo tiene su e che è anche difficile descrivere a parole. 
Partiamo da quello che gli occhi vedono: un grande libro rilegato che è, ovviamente, azzurro nella copertina. Se lo sia apre, dopo i risguardi blu c'è la pagina del frontespizio con una scimmia, forse, che Albertine ha disegnato nell'atto di leggere un libro. Nella pagina successiva, nel bianco assoluto della carta, avanzano verso il lettore padre e madre e al centro tra loro, tenendone uno per mano, Séraphine con un libro blu sottobraccio. 


Poi la storia comincia ed è raccontata solo attraverso un dialogo serrato tra padre (e poi madre) e figlia: la figura ritrae giocattoli rossi sparsi su pavimento azzurro. Poi le parole tacciono e vediamo l'una sotto le coperte e l'altro seduto sul bordo del letto. Il libro blu, azzurro nella versione italiana, è tra loro ed entrambi non hanno la postura del relax di quel momento, sono entrambi pronti a uno scatto, e si guardano dritto negli occhi. 
Più che a dormire, sembrano entrambi pronti a partire. 
Che intesa e che fremito tra quei due!


A questo punto il libro prosegue, visivamente parlando, come un albo illustrato molto regolare: testo e tavola singola che preannuncia lo scenario, cui segue la doppia tavola senza testo in cui compaiono i due viandanti... cadenzato, ma nulla di insolito. 
Salvo un piccolo dettaglio, che giustamente gli editori nelle loro sinossi, fanno finta di ignorare per non far girar la testa e confondere i futuri lettori. 
Il testo che compone il libro azzurro che abbiamo in mano, se diamo retta alle parole di padre e figlia, e di madre e figlia dalla metà in poi, si costruisce narrando. La loro passeggiata che prende forma istante dopo istante è il testo del libro reale, ma di certo non lo è del libro azzurro che è protagonista della storia. 
Giustamente gli editori scrivono che questo libro è un omaggio a quel momento della giornata in cui un bambino è con un genitore che ha l'intento (spesso la vana speranza) di accompagnarlo verso il sonno, attraverso la lettura di una storia. 
Ma Il libro azzurro è anche un'altra cosa: è la prova provata che la letteratura, e più in generale il racconto, e quello illustrato ancora di più, ha un potenziale di soluzioni che davvero non ha confini. 
Qui noi leggiamo una storia che solo per finta è scritta così nel libro che abita la storia: Séraphine ci illude a p. 1 e fino alla fine noi le andiamo dietro, facendo finta che...


Ma quello che le nostre orecchie sentono e i nostri occhi vedono è il frutto di una invenzione, di un gioco tra padre (e madre) e figlia, che ogni sera pare rinnovarsi, magicamente solo con l'atto di prendere in mano il libro blu, come se quell'oggetto fosse di per sé un generatore di storie: per il solo fatto di esistere - disegnato - tra padre (e madre) e figlia fa partire il loro condiviso viaggio fantastico. 
Chi vuole, ne tragga una morale. 
Io mi limito a notare: che architettura, accidenti! 
Detto questo, che è la mia medaglia al valore da appuntare sul petto dei due autori, forse vale la pena di dire qualcosa sul contributo dell'uno e dell'altra per la realizzazione del libro nel suo insieme. 
Zullo scrive. Solo dialoghi belli serrati, anche se talvolta un po' retorici. E attraverso questo continuo botta e risposta mi pare si possano conoscere padre, madre e ragazzina. I dialoghi e la sequenza dei fatti cui alludono sono intrisi di assurdo, di fantasticherie. Mi ricorda un po' quel modo di concatenare pensieri che si fa quando si è sul punto di lasciarsi andare al sonno. E non solo quando si è bambini, si intende. 
Detto questo, mi parrebbe di leggere tra tutto quel testo, seppure talvolta sovrabbondanti, un entusiasmo senza se e senza ma del padre e un'intesa di genere tra figlia e madre e sul finale il bisogno della seconda di ricondurre la prima a una qualche forma di ordine, di routine e di sonno notturno e duraturo...  
Forse tutto questo lo vedo solo io, ma mi piace crederci. 


Albertine disegna. Luminosa e anche lei non sempre risolta, comunque davanti a un compito arduo: quello di non poter anticipare nulla con le immagini, nulla di quel tantissimo che viene detto. E dato che il testo è corposo, un po' troppo lungo, ma comunque costruito su continui rilanci, lei con le figure deve aspettare. 
Della soluzione che escogita si è già detto: testo tavola singola con lo scenario, a seguire doppia tavola, appunto. 
Ma, il cambio di passo si verifica quando arriva il sonno di Séraphine, e scende il silenzio. Qui si prende tutto lo spazio necessario per far arrivare le citate giraffe ed elefanti, che finalmente entrano in scena e il padre sparisce da sotto l'albero... Una sorta di gioco-intervallo. Poi una capriola di senso e, girata la pagina, si riparte: sulle radici, la bambina, il libro blu e la madre (per par condicio?) 


Lo spazio del viaggio con papà e lo spazio del viaggio con mamma è calcolato con svizzera precisione: in quel tempo e in quello spazio esatti, ma su percorsi ogni volta differenti, si può partire dalla realtà per poi anche tornare, in quella stessa realtà, o quasi. 
Le belle storie lasciano tracce dietro di loro.


Buona notte, buona notte! 

Carla

venerdì 11 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

THE BOOK OF WONDER

Monsterium
, Junaida (trad. Asuka Ozumi) 
L'ippocampo 2024 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Sin dall’alba dei tempi, il Monsterium era in viaggio per monti e per valli con a bordo le più strane creature. 
In una notte calma e silenziosa, mentre il Monsterium russava della grossa, la strana combriccola sgattaiolò via nel mondo di fuori. 
Cammina cammina, i mostri giunsero in una bella città e si misero a gironzolare per le strade. 
A quella vista grandi e piccini corsero a rifugiarsi in fretta e furia dentro casa." 

I genitori rapidi portano i loro bambini al sicuro e chiudono a chiave le porte delle case. 
Uscire è loro proibito. Le strade della città sono molto pericolose, a detta dei grandi. 
Quei tre fratellini però non ci stanno volentieri rinchiusi dietro i vetri di una finestra, dietro il legno di una porta. 


Il fatto è che per giorni e giorni i mostri vagano lenti lenti per le vie. 
I tre piccoli sono davvero stufi e quindi decidono di "evadere" con gli strumenti che hanno: uno scatolone di cartone sembra proprio una corriera che li porterà in un salto fuori di lì. 
Poi un palloncino potrebbe diventare una mongolfiera che dal cielo fa vedere loro il mondo dall'alto. Comincia così il loro viaggio tra cielo e terra, tra arcobaleni e alberi altissimi. 
Poi una voce molto terrena urla: il bagno è prooontooo! Ma il viaggio prosegue. Adesso li spinge ad arrivare fin negli abissi più profondi dove, un rumore sordo e indecifrabile, una sorta di bisbiglio costante attira la loro attenzione... 

Ecco. Gli abissi più profondi sono - quasi inevitabilmente - il luogo ideale per entrare in contatto con il mistero che avvolge la storia di questa città, invasa pacificamente da una schiera di mostri che ciabattano sul selciato delle vie cittadine. Da giorni e giorni. 


Complice il cambio di scenario nella giornata di quei tre solari bimbetti, che adesso devono farsi il bagno, i due mondi, che i grandi hanno cercato di tenere separati con ogni mezzo, si toccano, si incontrano e si piacciono. 
Va da sé che ciò che è mostruoso per un adulto lo è molto di meno per un bambino di larghe vedute... 
Questo è il primo libro che approda in Italia. Junaida, artista giapponese, verrebbe da dire un esteta della carta stampata, dal 2011 - anno più anno meno - pubblica delle vere meravigliose fantasmagorie visive. 
La maggior parte delle quali out of print. 
Il libro Monsterium viene pubblicato in Giappone nel 2020. 
A giudicare dai libri che lo seguono e da quelli che lo hanno preceduto, sembra rappresentare una piccola eccezione nello schema piuttosto consueto di Junaida: è un libro con un testo e una narrazione, seppur molto misteriosa e suscettibile di diverse chiavi di lettura, ma pur sempre una narrazione. 
A partire da Undarkness del 2021 fino a risalire a ritroso fino al 2011 con Train Rain Rainbow (un magnifico titolo per un leporello che lascia davvero senza fiato e che nelle sue figure fa esattamente la stessa cosa che fa con il titolo: le trasforma) i suoi libri sono piuttosto silenziosi. 
Si tratta - nella stragrande maggioranza dei casi - di veri e propri cataloghi, repertori di figure, ossia sequenze di immagini che occupano la singola pagina o la doppia e sono tenute insieme da un filo rosso tematico: da Lapis - Motion of the Silence (2015) fino a Home (2013) o Hug, di un anno precedente. Tutti, ma proprio tutti potrebbero stare perfettamente sotto un paio di titoli che ha dato già a 2 suoi libri: The Book of Wonder (2011) e Imaginarium (2019). Quest'ultimo è anche oggetto di una sua mostra personale. Tutti infatti raccontano un ricchissimo, strabordante, immaginario e tutti sono libri della meraviglia, Imaginarium e Book of Wonder, appunto. 
Monsterium, ammesso che si possa parlare di debolezza, ha nel testo il suo tassello meno robusto. Al contrario, le immagini sono in linea con gli altri libri precedenti in cui Junaida costruisce un fittissimo intreccio di forme che sembra avere radici nel Surrealismo, ma anche in autori con Escher, soprattutto per il suo gusto per la costruzione impossibile, assurda eppure riconoscibile nei singoli dettagli che la compongono. Il piano e lo spazio spesso si confondono. 
Anche qui è di nuovo un repertorio di forme, capaci di alludere a immaginari anche molto diversi tra loro.
Alcune sue costanti ritornano: il gusto per la visione dall'alto che è una sua cifra anche in Monsterium compare per dare corpo al silenzioso e lento corteo dei mostri. Il gusto per le architetture impossibili.
E ancora: grande manovratore del colore, gioca sul nero per la copertina irresistibile, e per "il fuori", ossia il cielo della città invasa e per il mare. 
A questo corrisponde una sorta di technicolor per le scene del "dentro", gli interni in cui i protagonisti danno vita al loro viaggio immaginato. 


Ma in assoluto la parte migliore è un altro suo Leitmotiv,  il "catalogo" di mostri che, in un primo momento, sono nascosti nel loro Monsterium, sorta di grande palazzo su sei zampe (la baba jaga qui non credo sia casuale citarla) e poi, fuggiti alla chetichella mentre il loro palazzo su zampe dorme, si snodano in un corteo composito come una variopinta sfilata di carnevale. 
Nessuno di loro inquieta, nessuno di loro fa paura, nessuno di loro è orrendo. Al contrario, il sentimento che generano nel lettore è quello della curiosità mescolata a una diffusa tenerezza.  


E questo lo sanno molto meglio i bambini dei grandi.
Come spesso succede. 

Carla