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mercoledì 26 febbraio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NON MALE PER UN PASSEROTTO DOMESTICO, NON MALE



“Esistono quarantanove tipi di passeri. Il passero domestico non è che uno dei tanti. Un uccellino insignificante. […] Fino a quando non lo guardi da vicino. Allora vedi che è anche particolare, che ha una striscia più scura sul petto, nella ali ha piume gialle, nere e marroni. […]
I passerotti volano via dal nido dopo diciassette giorni. Diciassette.
A Luvi quelle parole piacciono: volare via.”


Luvi è una bambina cresciuta insieme alla nonna, donna a servizio da sempre di due persone che non hanno mai dimostrato rispetto e affetto per lei. Così quando l'anziana muore, è naturale che Luvi prenda il suo posto e che continui a fare quello che la nonna ha fatto per un'intera vita: servire.
Ma Luvi decide di fuggire, senza un piano, senza alcuna prospettiva di miglioramento, lo fa solo sulla base di un forte istinto che la spinge ad allontanarsi da quella casa dove ormai non ha più nulla che la tenga legata. Conoscerà lungo il percorso una banda composta di tre bambini che come lei hanno compiuto questa scelta fuggendo da un orfanotrofio, incontrerà poi un maresciallo dal quale deve guardarsi e soprattutto conoscerà un barbiere gentile che l'accoglierà e sarà disposto ad accettare che si sveli pian piano a lui, come a se stessa prima di tutto, le sue doti speciali.
Il libro inizia dalla fine, ossia dal momento in cui si celebra il funerale della protagonista. In questo brevissimo primo capitolo che ha appunto il titolo Iniziamo dalla fine lo scrittore si rivolge direttamente al lettore svelandogli (parte) della conclusione della storia, ma soprattutto tranquillizzandolo sul fatto che non si tratta di una storia triste, come l'episodio in questione potrebbe far pensare. Ma se così non è, dunque viene da chiedersi cosa davvero accade e come Luvi giunga a inscenare (forse?) il suo funerale.
Comincia così la storia di una bambina che si pensa un passerotto domestico e come tale sa di essere assolutamente anonimo e privo di particolari talenti. Un passerotto che è cresciuto sempre in gabbia e che quindi non conosce i rischi, ma neanche i vantaggi, di una vita libera.
Come può pensare di affrontare una vita in autonomia una bambina di undici anni che ha conosciuto l'affetto solo di una persona e che ora può fare conto solo su stessa? Probabilmente saranno le privazioni e le frustrazioni trascorse che possono rappresentare la spinta a procedere. Luvi infatti impara ben presto a utilizzare nella pratica tutte quelle competenze domestiche acquisite, ma è soprattutto pensando a quello che non vuole più essere e a quello che non vuole più fare che troverà la forza per continuare. Quasi per caso Luvi (che continuamente si ripete di essere solo un uccellino domestico e una ladra per necessità) scopre di avere un grandissimo talento: salta così in alto che sembra volare. Il suo fisico esile le facilita l'impresa, ma la spinta importante le arriva dalla rabbia: Luvi ha bisogno di essere insultata, umiliata e quindi di alimentare una forza rabbiosa per poter spiccare il volo.
In questa prima esplorazione di sé e delle sue potenzialità la bambina conosce quelle parti che si fanno largo a furia di sgomitate, è ancora un uccellino che non è riuscito a spezzare completamente la corda che lo lega alla gabbia, ma le sta tentando tutte per poterci riuscire e le risorse arrivano proprio da dove non si crede, da quella parte deprecabile di noi alla quale non penseremmo.
Ci vuole tempo perchè Luvi comprenda che si può lavorare sui propri talenti, perché quello che ci viene concesso in dono va gestito e alimentato. Ma una persona, e un bambino in particolare, cresce e riesce a esprimersi al meglio se ha di fronte qualcuno disposto ad accoglierla e a lasciarle spazio. Persino l'identità sessuale viene negata, la fragilità che può derivare dal dichiararsi bambina viene nascosta, taciuta in attesa di un tempo in cui non generi più vergogna. Un tempo in cui i voli si possono tentare anche senza che la spinta provenga dalla rabbia, ma unicamente dalla capacità di attingere alle proprie forze.
Luvi è un romanzo lieve scritto in terza persona, ma con una focalizzazione interna, con un punto di vista cioè che corrisponde a quello del protagonista. I pensieri di Luvi, le sue riflessioni spesso tormentate, gli interrogativi che rivolge alla nonna, gli insulti al signor e alla signora Simmer responsabili della sua reclusione, sono sempre il fulcro attorno a cui si costruisce la narrazione. Così lo sguardo che la piccola posa sul mondo e sulle cose è da principio timido e timoroso, per poi aprirsi e diventare progressivamente più ampio, fino a includere persone, affetti e desideri che in origine temeva anche solo formulare.
Non stenteranno lettori a partire dai 10 anni a stringere un legame empatico con questa bambina, nonostante, anzi, in virtù proprio del fatto che le prove che affronta sono molto lontane da quelle che potrebbero incontrare loro. Stefan Boonom sceglie ambientazioni e tempi sospesi come quelli di una fiaba e dalla fiaba attinge anche topoi ed elementi fortemente evocativi: la stessa protagonista, orfana povera e vittima di individui crudeli, il bosco che lei attraversa durante la fuga e le permette di conoscere altri fanciulli come lei reietti dalla società, elementi magici che, pur non essendo centrali, contribuiscono a collocare l'intera vicenda in un contesto sempre sospeso tra il possibile e l'irreale, fino ad arrivare alle figure buone, nascoste come sempre tra i più umili (un barbiere, la figlia di un becchino).
Un romanzo da stringere forte al petto.

Teodosia

"Luvi. Storia di una ladra e di un uccellino" Stefan Boonen, illustrazioni di Dieter De Schutter (trad. di Laura Pignatti), Mondadori 2025





lunedì 24 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

OF BEARS AND MEN 

Il viaggio di Oregon, Rascal, Louis Joos (trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Finite le mie pagliacciate, lo riaccompagnavo nella sua gabbia. 
Una sera Oregon mi ha parlato. Come nelle fiabe... 
'Portami nel grande bosco, Duke'. Lì per lì non sono riuscito a rispondergli niente. 
Ma dopo, solo nella mia roulotte, ho capito che il suo posto era in mezzo a quelli come lui, in un bel bosco di abeti rossi. 
Chi lo sa? Magari avrei pure incontrato Biancaneve..." 

Duke e Oregon lavorano sotto lo stesso tendone. Uno è l'orso del circo, l'altro è il clown. Nano. 
Infelici entrambi, perché esibiti, come fenomeni, semplicemente per la loro natura.
Non lasciandosi bei ricordi alle spalle, i due partono per un lungo viaggio. 
Prima stazione, la fuliggine di Pittsburgh. Da lì si mettono in cammino con pochi soldi in tasca che finiscono presto. Dopo aver fatto tappa a Chicago e dopo aver mangiato un bel numero di hamburger, i due si rimettono in marcia verso ovest. Un passaggio sul camion di Spike diretto nell'Iowa e poi tanta strada a piedi: con ogni tempo, in mezzo alle grandi distese di mais e avanti lungo il fiume Platte, attraversano il Nebraska fino ad arrivare alle Montagne Rocciose.
 

Lì un po' di autostop e poi il 'cavallo di ferro' per fare l'ultimo tratto. 
E poi, al mattino al loro risveglio nel carro merci, appare ai loro occhi, proprio come nel sogno, L'Oregon, le sue montagne, le sue foreste. 
L'orso è finalmente a casa, adesso tocca a Duke trovare la propria. 
Come è bene che sia.

Non sembra possibile che Rascal e Joos, insieme così tante volte nei libri illustrati, abbiano potuto fare qui un brutto libro.


E infatti, in questo, che ha più di trent'anni e lo si può considerare un classico, magicamente ancora una volta accade. 
In questa lunga fuga, dall'est all'ovest degli Stati Uniti, da parte di due personaggi perdenti in cerca di riscatto, rivediamo un viaggio che ne richiama alla memoria tanti altri, visti in grandi film, letti in grandi romanzi. 
Si ritrova intatta, nel testo e nelle immagini, l'atmosfera della provincia americana: le grandi strade deserte, le distese a mais, le fattorie e i mulini a vento, la pompa di benzina nel nulla, tipologie umane consuete - attricetta, commesso viaggiatore e indiano ormai senza piume - il treno merci interminabile che attraversa flemmatico le lunghe distanze, e infine lei, la grande natura. Selvatica e magnifica. 


Qui le foreste dell'Oregon con il monte Hood sullo sfondo. E altrettanto inviolata è l'iconografia del viaggio. Una partenza di due che non hanno più niente da perdere andandosene. Anzi, è in libertà che ci guadagnano. Niente denaro in tasca, contano solo sul buon cuore di altri come loro, ossia persone che non hanno niente da perdere nel dargli una mano... 
Fatto salvo tutto questo che fa da scenario, che non è affatto poco (per la rievocazione di un immaginario già consolidato nei grandi e per la costruzione di un nuovo immaginario per i piccoli, che magari Steinbeck o Thelma e Louise non sanno chi siano, ma chissà che in un domani potrebbero goderne), Il viaggio di Oregon è capace di attraversare una grande questione ma sa anche trovare il suo senso in alcune piccolezze, che quasi quasi rischiano di passare inosservate. Quasi quasi. 
La grande questione è quella che muove un orso e un clown a cercare la propria felicità.
Le piccolezze, invece, qui di seguito, solo alcune. 


La costruzione di questa improbabile coppia, uno enorme e l'altro minuscolo. Così piccolo che lo si potrebbe paragonare a un bambino, cosa che Rascal peraltro, lieve lieve, fa più di una volta. 
Così grande eppure così fragile e sperduto, così piccolo eppure così determinato e sollecito. Solo a me tornano alla mente Lennie e George di Uomini e topi
La geografia solida dell'itinerario di cui ogni tappa è segnata. Sorge spontaneo il desiderio di seguire con il ditino sulla carta geografica il loro lungo percorso. 
Messi come punteggiatura una serie di riferimenti alle grandi questioni che negli anni hanno segnato e segnano tuttora la cultura americana: i nativi, gli afroamericani, le minoranze, i diversi.
Sia nel testo, per esempio con il breve dialogo tra il camionista nell'Iowa, con cui Duke discute di bianco e di nero, sia nelle immagini con il film nel motel e l'insegna stessa del motel. 
L'idea, spesso ormai considerata fuori moda, che una promessa è sempre una promessa. E come tale va mantenuta. I bambini e i clown lo sanno bene. 
E poi arriva il finale. 
Il finale è un buon finale perché è aperto verso un altro pezzo di strada da fare e ha un lieve sapore di malinconia. 
Come è bene che sia. 

Carla

lunedì 13 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SI NO FORSE

I fratelli Zzli, Alex Cousseau, Anne-Lise Boutin (trad. Federico Appel) 
Sinnos 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Un giorno, la mia amica pipistrella mi dice: 'Ho conosciuto dei tipi, sono viaggiatori e stanno cercando un posto dove vivere. Vengono da molto lontano e sono di buona compagnia. Perché non li accogli qui a casa tua?'. In effetti, perché no? 
Li incontro il giorno dopo. Sono tre. Alti. Forti. Sembrano delle rocce. Dei macigni. Delle montagne. 
Li distinguo a mala pena l’uno dall’altro. 
Cambiano solo per lo spessore e la lunghezza delle folte sopracciglia. 
Ed ecco come si presentano: 'Noi siamo i quattro fratelli Zzli'." 

A vederli non sono affatto quattro, quindi è normale che quella bambina che abita nella casa troppo grande e che un po' si annoia, chieda loro spiegazione di questo. Il primo risponde: Sì effettivamente siamo tre, il secondo replica, già con la bocca piena, il suo No e il terzo, forse ha la giusta risposta: siamo in tre ma forse ci chiamiamo così perché mangiamo per quattro!"
Ed effettivamente... 
La bambina non perde tempo e li soprannomina: Sì, No e Forse. 


Comincia così la loro piacevole convivenza: Sì, No e Forse, con i loro racconti e con la loro ingombrante presenza, riempiono la casa di parole e di risate. La bambina è proprio contenta e insieme decidono di organizzare una festa di benvenuto: ci sta! La casa prima triste e silenziosa ora appare tutta piena di luce e movimento e rumori di luogo pieno di vita, let's go party! Ma nonostante le frittelle in grande quantità nessuno dei vicini invitati si presenta. La bambina e la sua amica pipistrella indagano. Ai vicini questo nuovo arrivo, questa nuova presenza proprio non piacciono. Questi orsi hanno abitudini diverse, possono alterare il tran tran del bosco e forse possono essere addirittura pericolosi... 
Nel frattempo, le cose vanno molto diversamente perché Sì No e Forse si danno un gran da fare per migliorare la casa e il bosco circostante; aggiustare l'altalena, pulire dalla neve i tetti e mettere nuovi alveari in giardino. 
Ma si sa, le malelingue ci sono ovunque e le dicerie e i pregiudizi sono duri da demolire e così un giorno bussa alla porta un gendarme che chiede loro se hanno il permesso di fare tutto quello che stanno facendo: la loro risposta è la solita, Sì, No, Forse andrebbe chiesto alla bambina che, a giudicare da quanto scritto sul suo zerbino, dovrebbe chiamarsi - così pensano gli orsi - Ben Venuti...


Ah, Benvenuti! Benvenuti a chi? 

L'argomento sotteso a questa storia è piuttosto chiaro, fin dal primo momento. I racconti di viaggio che questi tre orsi fanno alla bambina non lasciano dubbi, così come la reazione dei vicini di casa ostili ai nuovi arrivi è roba già vista, non solo nei libri, ma anche e sopratutto nella vita vera. Beh, è la questione del secolo, o forse di sempre. 
Chi arriva da fuori viene guardato con diffidenza, con sospetto. Viene tenuto a distanza, o comunque ai margini della comunità. Nella migliore delle ipotesi. Altrimenti, cacciato. 


Quello che colpisce in questo libro è la grazia, anche visiva, con cui tutto questo viene messo sul piatto della pagina. La questione, in verità, di aggraziato non ha proprio nulla. Eppure. Questi tre marcantoni, con cravatta e bretelle o pigiama a righe,  che riempiono le giornate di questa ragazzina, che fanno del loro meglio per migliorare ciò che li circonda sono molto ben consapevoli, ben più di lei che non c'è passata in mezzo, che alla discriminazione è molto difficile porre un freno. Eppure, loro sono felici di essere lì e cercano di dimostrarlo in ogni modo. Ma nel loro aggraziato modo di comportarsi, di fronte alla loro emarginazione, di fronte alla terra bruciata (!) che gli si fa intorno, mettono in conto anche di riprendere il cammino per cercare altrove un po' di pace e serenità. 
Andare con loro sembra essere la cosa giusta da fare. 
Sotto la folta pelliccia di questi tre orsi, si nascondono tutti quelli che cercano il loro posto nel modo, la loro piccola pace, la loro piccola felicità, in un posto diverso da quello in cui sono nati e cresciuti. 
Però questo libro, nello stesso tempo, solletica il lettore anche su un'altra questione, più sottile. Il ripetuto ritornello: Sì no forse... mi pare interessante. 
Al di là dell'essere un gioco divertente in una lettura condivisa, magari ad alta voce... 
Quindi, di istinto, lascerei da parte ciò che è più evidente (lo lascerei preferibilmente a quelli che usano i libri come strumenti per indirizzare le coscienze) e mi concentrerei su questo dettaglio, che sembra essere poco più che un gioco. 
Lascerei indietro i ragionamenti più generali e teorici sul dovere dell'accoglienza, dell'inclusione e andrei preferibilmente dritta a spiluccare la sequenza di quelle tre parole: Sì no, forse... 


Le tre risposte che gli orsi fratelli danno in sequenza sono un bel modo per mettere sempre davanti alle certezze che ognuno cerca di costruirsi, anche la terza possibilità, quella che presuppone il dubbio. Questo, oltre a essere un divertente ritornello è un buon suggerimento da tenere presente quando si cerca una risposta. L'arte del dubbio, ossia considerare nello scegliere da che parte stare - a favore o contro - altri scenari possibili, credo sia segno di cervello aperto, di pensiero libero. 


Parlarne, farebbe bene? Forse? No? Sì! 

Carla

mercoledì 4 settembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L'ARTE DEL PERDERSI


La storia inizia con una scatola e con la sfida che Jon lancia a Tin e Bas: devono indovinare cosa contiene senza ovviamente sbirciare. Con questo e con altre trovate che seguono, i tre provano a inventarsi una maniera di trascorrere il tempo, fino alla brillante idea di Tin di chiudere gli occhi e camminare fino a perdersi. In effetti è quello che poi gli capita, e a un certo punto si trovano a seguire percorsi con esiti differenti: lo smarrimento di Tin diventerà una sorta di fuga dagli adulti che vorranno riportarla a casa e, strada facendo, incontrerà la nonna che desiderava (e alla quale con l’immaginazione aveva anche dato vita); Bas farà invece la conoscenza di un grosso pachiderma in fuga dalla triste realtà di un circo. 
La conclusione vedrà un felice ritorno a casa dei tre che avranno nel frattempo guadagnato l’affetto di una nonna e quello di un elefante. 
Si può teorizzare uno smarrimento? 
Tin sembra conoscere esattamente le caratteristiche di questa pratica, non solo mette in atto una serie di passaggi che provocano effettivamente l’approdo in un posto sconosciuto (l’estero!), ma è a conoscenza per esempio di quello che compete a un bambino: gli smarrimenti dei piccoli non sono necessariamente corti, i suoi per lo meno sono sempre lunghissimi. 
Tin ha le caratteristiche di alcuni personaggi femminili che popolano le storie di questo importante autore olandese, a partire dalla serie di Madelief, fino ad arrivare a quella di Polleke. Tin è intraprendente, impavida, assolutamente convinta di sapere come ci si muove nel mondo e per nulla disposta a cedere a certe logiche del buon senso comune. 
Qui gli elementi del romanzo d’avventura vengono piegate al volere di una ragazzina che non si muove spinta da curiosità, e poi vittima delle circostanze finisce con lo smarrirsi. 
Tin parte per perdersi, senza però che a questo concetto lei attribuisca alcun senso altro se non quello di smarrire la strada di casa. 
Il titolo originale del libro è proprio Tin Toeval e l’arte di perdersi, nella traduzione in italiano questo argomento si spartisce lo spazio con quello della nonna, un personaggio sicuramente spassoso, ma la cui importanza evidentemente l’autore non pensava di sottolineare. Proprio perché il nucleo narrativo di questo romanzo è la logica gratuita dello smarrimento, che non rappresenta quindi solo l’innesco narrativo dell’avventura. 
Perché dei bambini scelgono di perdersi? Per nessuna ragione a dir il vero, se non il divertimento. Ci si perde perché questo ci allontana da casa e cosa potrebbe esserci di più elettrizzante di un pericolo scampato e poi di un ritorno a casa? 
Tin non è nuova a questa pratica, conosce i modi e coinvolge gli altri amici che, in modo un po’ più incosciente, accettano di stare al gioco. 
Ma la “professionista” è lei, la bambina che spinge l’impresa oltre, fino a sfuggire deliberatamente alla vista del padre che vorrebbe riportarla a casa. E anche questa scelta di non farsi intercettare è del tutto gratuita: Tin non fugge, come in tanti romanzi di avventure capita di leggere, perché ha commesso una marachella e teme di essere punita; no, lei scappa per il gusto di farlo, per lo stesso piecere che si prova giocando a rincorrersi in cortile. Qui cambia il contesto e si alza l’asticella del rischio. E, d’altro canto, sorprendendo non poco il papà di Job, il padre di Tin non dimostra di preoccuparsi troppo per le sorti della figlia, abituato com’è alle imprese ardue della figlia. 
C’è in tutto questo la spinta energica dei bambini a immaginarsi oltre il presente e il conosciuto, senza però alcun intento contestatorio, come accadrà invece durante l’adolescenza. 
In questo romanzo l’autore celebra l’infanzia nelle sue logiche di pensiero ancora lontane da quelle del mondo adulto che è comunque popolato anche di soggetti in dialogo aperto con questi bambini: la nonna cieca che Tin conoscerà e “adotterà” alla fine della storia, i due fornai che accolgono Job e Bas e offrono loro da mangiare in attesa che i genitori li raggiungano, lo stesso padre di Tin. 
I personaggi non bambini che però si affiancano nella storia e che rivestono un ruolo più importante, sono la nonna e l’elefante. 
La prima viene coinvolta nell’impresa da Tin e finisce con avere parte attiva nella storia. 
Il secondo incontra per caso il piccolo Bas e si lega a tal punto al bambino da difenderlo da chiunque voglia portarglielo via. Non capita certamente tutti i giorni di incontrare un elefante e questo, in particolare, decide per la fuga e si perde, come i bambini protagonisti. Ma differenza di questi, il suo intento è proprio quello di allontanarsi da una condizione di dolore (dalla quale poi, grazie proprio ai giovani protagonisti, riesce a riscattarsi). 
Gli animali, insieme ai nonni, costituiscono i soggetti che più di altri sono in grado di relazionarsi spontaneamente e in modo libero con i bambini e non è un caso che entrambi siano presenti in questa storia. Tuttavia, nonostante animali e vecchi qui abbiano caratteristiche assolutamente irresistibili, sono i bambini - i loro dialoghi, i loro giochi e la loro immaginazione - a rappresentare la parte più felice di questo breve romanzo. 
Non è una storia di contrasti e antagonismi questa, come lo sono molte altre scritte da questo autore. Qui il tono è quello della leggerezza e dell’avventura divertita e spensierata. 
Un libro perfetto per i bambini che hanno acquisito una discreta competenza di lettura autonoma, che può essere proposto anche ai più piccoli in lettura condivisa. 

Teodosia 

"Ti perdi e trovi una nonna", G. Kuijer, trad. L. Draghi, Salani 2023


lunedì 24 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

HEIDELBACH: UN FATTO PER I RAGAZZINI 

Marina, Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2024 


ILLUSTRATI 

"L'abbiamo trovata in spiaggia mio fratello e io. 
L'abbiamo portata a casa. 
La mamma ha detto che poteva restare a vivere con noi. 
Le ho dato la mia camera e mi sono trasferito da mio fratello. 
L'abbiamo chiamata Marina." 

Marina è una ragazzina che per il momento non fa altro che annuire e scuotere il capo per dire sì o no. Non per questo resta esclusa dalle conversazioni casalinghe, anzi ascolta con attenzione e mangia di buon appetito, sopratutto il pesce. Piano piano comincia a parlare anche lei, poche parole isolate, ma fa rapidi progressi e quando un giorno, con il fratello minore, va al parco e un signore la prende in giro per il colore scuro della sua pelle lei gli addenta una coscia. Tocca scappare alla svelta. Marina fa il bagno con la porta chiusa, tutti i giorni. Un giorno ha cominciato a parlare come un fiume e non ha più smesso. Racconta cose magnifiche della sua vita nel mare: si chiama davvero Marina e suo padre è il re e sua madre la regina dei mari. Con le sue numerose sorelle viveva in castello magnifico con mille attrazioni. Ma poi un litigio con una delle sue sorelle principesse l'ha spinta a fuggire. Il fratello più grande alza gli occhi al cielo, la provoca e non le crede e, quando lei racconta quella che lui crede essere l'ennesima panzana, la offende dicendole che lei in mare non ci è mai stata... 

I libri di Heidelbach non sono mai facili (per i grandi, almeno). E neanche questo fa eccezione. Come sempre accade con le sue storie, la stratificazione di significati si presenta sempre molto impegnativa, a patto che la si voglia vedere e si desideri andare a vedere cosa c'è al di là di quel diffuso senso di inquietudine che gli adulti colgono e che caratterizza il poco testo e le immagini. Spesso, purtroppo, molti di loro, colti da questa vaga sensazione di disagio, si fanno spaventare e mettono giù il libro, dicendosi: naaa, non fa per me... figuriamoci per mio figlio... 
Questo è per dire che il sogno che Heidelbach in Italia sia un autore per tutti resta un sogno: una chimera. E chimera resta il fatto che capiti nelle mani giuste, quelle dei ragazzini. 

© Nikolaus Heidelbach

Tuttavia potrebbe capitare che qui passi qualche adulto più coraggioso e più illuminato. Qualcuno che i rari libri di Heidelbach che valicano le Alpi li aspetta fremente. 
E allora a quel qualcuno si può parlare di Marina
Andiamo a vedere la superficie e la profondità di questa storia. 
In superficie c'è una storia con un 'gancio' più facile, e molto evidente: la bambina emigrata da accogliere. Sempre in superficie ci sono tutti gli elementi consueti delle molte altre storie analoghe: è sola, ha difficoltà a comunicare, ha tratti somatici inconfondibili, su di lei lo stigma di essere diversa. Poi, di fronte alla domanda regina, che è spesso dietro a storie così : è arrivata qui, cosa ci facciamo, adesso (L'isola di Armin Greder docet)? Heidelbach si tuffa e va giù giù. 
Lui, che è lontano mille miglia da ogni retorica, sceglie di raccontare qualcosa di diverso, qualcosa che conosce molto bene: la mette letteralmente nelle mani di due ragazzini, fratelli, che la maneggiano fin dal principio ed è così che noi la conosciamo. Attraverso la loro relazione reciproca tutto assume spessore e senso. Con tutto quello che ne consegue. 
Si contano sulle dita di una mano quegli autori che se ne impipano della spiegazione, dell'insegnamento, della morale, in nome di una lealtà nei confronti dell'infanzia: Heidelbach dimostra ancora una volta di saper raccontare la potenza dell'infanzia con una onestà sconcertante. Sconcertante per i grandi, ovviamente. 
Ecco, questa è la sanissima inquietudine che attraversa le sue storie. 
Così Marina diventa un fatto di ragazzini. E come tale va letto. 
I due bambini, come spesso fanno i bambini, vanno dritti al punto e non si curano più di tanto delle farraginosità in cui potrebbero incappare: la trovano e la portano a casa. La mamma dice che può restare. Arriva una poliziotta e la madre gli inventa qualche scusa e quella se ne va. 

© Nikolaus Heidelbach

E anche in questo Heidelbach si allinea a quel modo di leggere il mondo ed evita tutto quello che potrebbe solo appesantire il percorso verso il nocciolo della questione. 
Il più piccolo, il più bambino dei due, le fa spazio e soprattutto le crede (anche la madre dà a vedere di farlo, ma è tutt'altra cosa). 
Il fratello più grande, che purtroppo ha perso quella capacità di viaggiare sul crinale tra la realtà e l'immaginazione, tra il vero e il possibile, è l'ostacolo, il granello che inceppa il meccanismo... 
E Marina? Heidelbach come le dà vita? Con la stessa sensibilità profonda con cui ci ha raccontato i due fratelli tra loro e i due fratelli con lei. Non c'è una sola parola, o un solo gesto dei due fratelli, che un bambino vero non pronuncerebbe o non farebbe e quindi non riconoscerebbe come suo. L'ho detto fino allo sfinimento: Heidelbach è uno dei migliori narratori di infanzia (e di umanità tutta) che mi sia capitato di incrociare. E anche qui accade lo stesso.
 
© Nikolaus Heidelbach

Il bambino piccolo è tutto fede, il fratello maggiore è tutto disincanto. La madre è tutta cura. Il passante al parco è a suo modo un'icona, di una fetta di popolazione... 
E Marina, dunque? Qui Heidelbach va ancora più in profondità: ne dà un'immagine che tiene conto di un sacco di cose non dette. Cosa l'abbia spiaggiata il giorno in cui i due fratelli la incontrano, possiamo intuirlo - Heidelbach non lo dice di certo ma disegna una copertina e un frontespizio piuttosto eloquenti - di sicuro lei sta scappando da una realtà traumatica e sta cercando di costruirsi una nuova realtà, una nuova identità. E le uniche cose che ha per le mani sono le cose che la circondano. 

© Nikolaus Heidelbach

Forse il poster con la sirena che è sul suo letto rappresenta per lei un punto di partenza... Si tratta dell'unica via di scampo che è in grado di darsi per andare avanti. Ragion per cui i suoi racconti sembrano inverosimili, in quel loro essere specchio "sottomarino" del mondo terrestre che lei ora ha davanti: il regalo per il compleanno, i saldi nel centro commerciale Sirena, le litigate fra fratelli, i parchi, le piscine e gli ottovolanti compresi. Sembrano inverosimili, illogici e impossibili, nelle sue parole, ma sono invece quanto di più autentico e possibile ci possa essere. Rappresentano il desiderio di una ragazzina di inventarsi una verità alternativa, per rimuovere la verità fatta di dolore da cui è appena fuggita. 
Il finale: il finale è ancora più heidelbachiano di tutto il resto. Pieno di mistero, di cose non dette perché i lettori ci possano entrare per farci i conti. Un unico indizio lo dà nelle risposte dei due fratelli, fino all'ultimo quei due son diversi. 

Carla

lunedì 10 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL PASTORE E L'ASSASSINO

Il passo di ciascuno. Un racconto di montagna, Henri Meunier, Régis Lejonc
(trad. Maria Bastanzetti) 
Terre di Mezzo, 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"'E vedi, amico, per te sarà una stanzetta angusta, ma io, il sole e la montagna ci viviamo insieme da sempre. E non stiamo affatto stretti.'
'Non sono tuo amico' ringhiò l'assassino. 'E attento a quello che fai, o sei un uomo morto.' Avrebbe voluto che questa frase suonasse secca. Secca e definitiva. Come il tintinnio della pallottola che il pastore aveva gettato nella scodella dopo avergliela estratta dalla coscia. Ting. 
Ting, e poi silenzio." 

Il pastore, che vive in tutta solitudine tre le montagne con il suo gregge di pecore e il suo cane, non si intimidisce delle parole secche dell'uomo che è arrivato ferito alla sua porta. Si prende cura della sua ferita, estrae il proiettile dalla coscia, lo ricuce, lo medica e gli offre un letto e un tetto. 
L'obiettivo del pastore è quello di ritrovare la propria solitudine, l'obiettivo dell'assassino è quello di fuggire dalla milizia fascista che è in pianura. 
I due obiettivi, in qualche modo, coincidono. Così il pastore decide di aiutarlo. D'altronde che senso avrebbe l'averlo salvato per poi lasciarlo morire da solo nella traversata? Lui è il solo che conosce la strada e sa anche quanto quelle pareti rocciose siano pericolose. A lui spetta quindi ogni decisione in merito: la partenza dovrà essere prima che arrivi il grande freddo. Ma per tutto questo tempo l'assassino dovrà rimanere nascosto, in una grotta, un tempo abitata da una lince. Le milizie sono sulle sue tracce e il pastore sa il rischio che corre se lo trovano nella baita... 
Questo è l'avvincente racconto di un pastore che, nei suoi alpeggi, cura e nasconde un assassino ricercato. Insieme dovranno tentare di scalare la montagna per rifugiarsi dall'altra parte. 

Due protagonisti principali, il pastore e l'assassino, che il titolo originale francese - Le berger et l'assassin - sottolinea per il loro incarnare non tanto due singoli individui, quanto piuttosto il loro ruolo, la loro funzione, come pure il loro modo antitetico di stare nel mondo. 
Nel titolo italiano questo si perde, ma si guadagna un riferimento alla terza grande protagonista, incombente quanto maestosa, la montagna. Montagna che nell'immaginario di Lejonc diventa non un massiccio qualsiasi, ma quello che ha dominato la sua infanzia ad Annecy, in Alta Savoia, la Tournette. 


Molteplici le ragioni per apprezzare questo libro. 
In ordine sparso sono: testo pieno di profondità, pensato per pubblico di lettori più grandi cui non sottrarre l'illustrazione, plot molto robusto, illustrazioni mozzafiato, scrittura letteraria e, last but not least, felicissima sintonia tra due autori. Qui alla loro sesta collaborazione in cui la felice intesa si declina in modi espressivi anche tra loro molto diversi: un esempio per tutti il bellissimo La mer et lui
Il valore 'filosofico' di questo racconto lo si intuisce (nel libro italiano, fin dal titolo, a scanso di equivoci) ben presto. 
Da una parte la solitudine del pastore: di chi ha deciso di fermarsi a metà di un sentiero, che verso valle porta all'abisso, e verso l'alto verso l'ignoto. Di chi ha deciso di tenersi lontano da tutte le cose, belle o brutte che siano, perché questo è il modo che conosce per vivere. 
Dall'altra quella di chi questo isolamento lo ha rotto, cambiando di fatto l'esistenza di una persona, anche solo con la sua presenza lì. 
Dentro la testa del pastore si forma l'idea, una delle tante, che assume subito il suo valore universale: non posso far finta che tu non esista e quindi per me niente sarà più come prima e dovrò misurare me stesso con questo... 
Eri ferito e io ti ho curato. Che senso ha curarti, per poi lasciarti morire?... 
E mi costringi a salire con te oppure a scendere per consegnarti ai miliziani. E a parità di rischi, direi che è più dignitoso scegliere l'ignoto all'infamia
La potenza del pensiero del pastore, uomo di poche e sagge parole, la sua logica tagliente, il suo granitico rispetto per tutto ciò che lo circonda, addomestica la passione proterva iniziale dell'assassino.


Questo gioco di relazione reciproca che si modifica con il passare del tempo è di grande interesse e mi ricorda un altro libro, un romanzo, amatissimo dai ragazzini di un po' di anni fa con un altro assassino dentro: Le lacrime dell'assassino. Di nuovo giocato su un binomio improbabile: un ragazzino e l'omicida dei suoi genitori, anche lì i lettori si godevano questo lento processo di assimilazione e mutuo aiuto tra due mondi estranei che si trasformavano nel loro entrare in contatto. Bellissimo e indimenticabile, anche quello. 


Qui come lì c'era un plot che stava così bene in piedi sulle proprie gambe, da non creare il minimo cedimento della fiducia da parte del lettore. Qui, Meunier si concede solo alcuni necessari riferimenti storici, per non scalfire l'universalità della situazione; peraltro non ne sarebbe servito nessuno ulteriore. La grande forza del contesto, in uno con la restituzione visiva, costruita emotivamente da Lejonc che si prende lo spazio per raccontarcelo a storia chiusa, danno vita a un magnifico riverbero tra testo e immagini. 
Su tutto, una scrittura apprezzabile nella sua immediatezza - molti dialoghi e rare digressioni sul contesto. Molte ellissi e silenzi nella narrazione che danno agio al lettore di abitarli, raccogliendo, cammin facendo, un bel po' di occasioni di riflessione. 
In montagna, nel silenzio, nella fermezza della pietra, i pensieri brillano.


E la linea chiara di Lejonc, tutta dedicata ai tagli delle rocce e solo in fondo alla cordata dei due, fa eco. 

 Carla

venerdì 19 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FIORDASOLI E GIRALISI 

L'alleanza dei bambini, Pija Lindenbaum (trad. Samanta K. Milton Knowles) 
Terre di mezzo 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"È quasi come la scuola materna, solo che nessuno ti viene a prendere. Qui ci divertiamo molto. 
Lacapa è quella alta, ovviamente. Ci sono tantissime bambine e bambini, forse mille. Abbiamo il permesso di andare in giro un po' come ci pare. Ma è vietato oltrepassare la linea bianca. 
Lacapa ha tracciato la linea bianca con la vernice, così sappiamo dov'è. Nessuno la oltrepassa, neanche Lacapa. 
Noi Fiordasoli abbiamo i calzini a righe." 

Su uno dei tanti cocuzzoli di tante montagne ci sono tre grandi case di legno: quella con le persiane rosse è dei Fiordasoli, mentre i Giralisi stanno in quella con le persiane verdi. La casa in mezzo viene usata come refettorio e per fare tutte le altre cose. Lacapa vive in una casetta da sola, sull'albero. 
Lì tutto lo decide Lacapa, così i bambini hanno un pensiero di meno... 
La mattina un po' di esercizio fisico, poi la colazione. Poi Fiordasoli e Giralisi si dividono: i primi vanno a fare tamburo, danza e poi pittura, mentre i secondi vanno a pelare le patate. Spesso vanno a passeggio insieme, guidati da Lacapa; anche quando piove e quando si torna a casa i Fiordasoli si tolgono gli stivali infangati e vanno sul tappeto elastico, mentre i Giralisi puliscono gli stivali di ciascuno. 
Al lago, quando c'è il sole, i primi vanno in barca e fanno il bagno mentre i secondi gonfiano salvagenti, braccioli e palloni da spiaggia. A tavola i Giralisi servono il pranzo e gli altri lo mangiano, dopo loro a lavare i piatti e calzini e i Fiordasoli a giocare a croquet. 
Nell'ora di relax alcuni stanno sdraiati a guardare il cielo, altri trasportano pietre... indovinate chi? 
Ecco, anche la Fiordasola narratrice: quella con il braccialetto che tiene nascosto, se ne è accorta: c'è un'ingiustizia in atto. Ma a quanto pare Lacapa ama le ingiustizie... 


Questa è la storia di una rivolta organizzata, ma anche un po' improvvisata, basata su un semplice sotterfugio che porta a una qualche confusione inaspettata. Complice una cecagna de Lacapa non preannunciata, la fuga può essere perseguita e la linea bianca superata... 

Tre colpi di genio in un unico libro! 
Il primo, e il più evidente: l'idea di raccontare come se niente fosse - e per di più in un libro per l'infanzia - l'ingiustizia. Così bell'e fatta. Senza spiegazioni, dettata -come si conviene a ogni buona ingiustizia- solo dall'uzzolino di chi detiene il potere. 
Il secondo ha a che fare con il tono del testo, complice una traduzione luminosa di Samanta K. Milton Knowles che non perde occasione per dimostrare le sue belle idee e la sua felice penna. 
Qui, in particolare, sono partiti applausi ai tre nomi intorno a cui tutto ruota: Lacapa, Fiordasoli e Giralisi. 
A proposito del testo, c'è da dire che una delle doti che vanno riconosciute alla Pija Lindenbaum è la capacità di andare dritta al punto, senza perdersi in spiegazioni che lei ritiene superflue. 
Per intenderci: con Else-Marie e i suoi sette piccoli papà, libro fulminante almeno quanto questo, lei non dà la minima spiegazione di perché quella ragazzina abbia 7 papà alti trenta centimetri: è così e basta. E tutto ruota invece sui curiosi 'siparietti' che una stranezza del genere può determinare. 
Qui scatta il medesimo meccanismo: dire pochissimo per far immaginare moltissimo. 


Uno dei silenzi migliori brilla nella frase: "È quasi come la scuola materna, solo che nessuno ti viene a prendere." Dal che se ne deduce che si tratta di un orfanotrofio, circostanza confermata dalla presenza di Fiordasoli e Giralisi, entrambi nomi che se scomposti dicono moltissimo e vanno in quella stessa direzione. Per di più sono frutto di un semplice quanto magnifico scambio sillabico tra fiordalisi e girasoli, cui bisognava però pensare... E brava Samanta.
Il silenzio che la Lindenbaum usa come strumento narrativo riguarda anche la maggior parte delle attività che i Giralisi fanno. 
Qui entra in gioco il disegno che molto ci dice sulle loro continue corvé: molte delle loro attività di servizio non sono mai menzionate. 



E si potrebbe aprire una riflessione sul modo di raccontare per figure e parole - quindi anche in un albo come questo. Attraverso due linguaggi differenti che si potenziano a vicenda, ne constatiamo il loro funzionamento reciproco, come moltiplicatore di senso. Il fatto di essere tra loro a distanza, talvolta in contrasto, oppure armonici nel dire cose differenti, stimolano il lettore a infilarsi in questo spazio/intercapedine per potersi godere la storia e i suoi possibili significati da lì. Da dentro, tra parole e figure. 
Terzo colpo di genio sta nella modalità che i ragazzini architettano per ristabilire la giustizia e che poi li porta ad andarsene di lì: semplice ed efficace. 
Anche in questo caso cala il silenzio e si lascia intuire tutto attraverso i disegni che compaiono a libro finito (o non ancora incominciato), ossia i risguardi. Il testo in proposito è giustamente lapidario, così come strumentale è la pennichella della cana guardiana.


Su tutto si sparpagliano i bambini e le bambine, sempre un po' storti, con i nasi a patata, ma grande espressività, con zampette esili, distinti da vari colori di pelle, tutti però con capelli a scodella, ma rigorosamente chiusi nei loro grembiuloni celesti senza colletto o blu con colletto, a distinguere una volta di più, se ce ne fosse bisogno, la classe operaia dalla borghesia capitalista... 

Carla

mercoledì 8 febbraio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

INIZIA SEMPRE TUTTO CON UNA STORIA

Morris
, Bart Moeyaert, Sebastiaan Van Doninck (trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"'Qui' gridò Morris. L'animale si girò ancora un istante, poi fu come se venisse inghiottito dalla neve. Morris si girò a sinistra, e si girò a destra. Sperava di vedere muovere chiazze nere da qualche parte sulla neve. Ma quello che sperava Morris non successe. 
Houdini era scomparsa. 
Morris pensò quello che pensava molto spesso: che tutto cambia sempre, proprio quando non vuoi. Naturalmente allora tutto cambiò di nuovo. 
Smise di nevicare. 
E lui era lì, al freddo, senza cane." 

Morris vive - solo per un po' - con la sua nonna che va matta per la sua canetta sempre fuggiasca. E compito del bambino è quello di andarla a recuperare per bricchi, con due pezzi di salame in tasca. 
Anche questa volta, sotto una nevicata mai vista, Houdini si è divincolata dall'abbraccio e ora chissà dov'è. 
Così Morris, che ha imparato a conoscere quella montagna, nonostante la neve ovunque, prova a cercarla, ma al suo posto incontra un ragazzo con il suo montone, Ajax. 
Non è amicizia a prima vista: il ragazzo sembra un duro, ma Bart non dà segno di voler indietreggiare. E così, quando il vento diventa bufera, complice il rifugio di fortuna che condividono, le durezze tra i due parrebbero risolversi. Fino alla repentina partenza del ragazzo con il montone. 
La notte si sta avvicinando, lucine dal paese si stanno staccando per salire in montagna, Morris gli va incontro fino a incrociare sui suoi passi il gelido signor Peck con un sacco per le patate, in cui un cane prigioniero si sta divincolando. 
A Houdini è sempre bastato poco per scappare, ma questa volta la sua direzione non è verso la libertà ma verso la giacca calda di Morris. 
Al signor Peck, sfuggitogli il cane, tuttavia, piace avere una preda e Morris accucciato nella neve è perfetto. Non ha fatto però i conti con coloro che lì non dovrebbero essere: il ragazzo e il suo montone, o per meglio dire, suo figlio e il suo montone. 
E siccome è proprio vero che tutto cambia sempre, proprio quando non vuoi, quello che sembrava un finale di storia già segnato dal male non lo sarà. 

Accidenti, che potenza. 
Che Moeyaert sia un eccellente scrittore e la Pignatti la sua valente voce italiana per Sinnos, non credo vada ancora dimostrato, ma in Morris, con le sue scarse sessanta pagine, riesce a concentrare così tanto valore che diventa anche difficile ragionarci senza perdersi pezzi importanti lungo la strada. 
Forse la cosa che appare più evidente è la sua capacità di essere elusivo. In qualche modo dimostra di saper usare uno degli strumenti principali dello scrittore, ossia il silenzio. 
Moeyaert tace. Sa tacere quando è il momento giusto per farlo. Per esempio, avvolge nel silenzio le prime 5 pagine. Tace su quel 'è meglio così' e lascia a chi legge il compito di annodare i fili. 
Tace sull'abete più storto del solito e Van Doninck ci scherza su.
 

E fa tacere anche i suoi personaggi: un po' come accade a Morris che tiene per sé alcuni pensieri su Peck che, se detti, diventerebbero molto pericolosi. O ancora quando tace nel percepire il pianto sommesso del ragazzo tra i Ricci. 
Il silenzio porta con sé la pazienza. Infatti, silenziosa e paziente è la nonna quando Morris di notte si sente solo e piange; lei aspetta che il suo respiro si regolarizzi poi dice una frase qualsiasi, che le lenzuola hanno un profumo buono, e chiude con 'sogni d'oro Superman'. 
E paziente è anche Moeyaert nel respiro lungo e cadenzato (adatto per le storie di montagna) che dà alla sua storia e nel tempo che si prende per la scelta delle parole. Circostanza che porta inevitabilmente a testi in grado di toccare la perfezione. E allora perfetto è il contrasto tra Piccoletto e Superman. Illuminante quel 'quasi' che potrebbe passare inosservato a proposito dell'essere fortunati. Perfetto è il nome del cane.


Elusivo, paziente, ma anche sapiente. 
Moeyaert infatti racconta una storia che è quella, unica, ma all'interno di questa trama singolare incastona perle di sapienza, per renderla ancora più bella e duratura, così come la nonna di Morris cuce assieme i suoi quadrati di stoffa che si trasformano in qualcosa di bello e destinato a durare: coperte patchwork. 
Ecco, le perle di saggezza che Moeyaert dissemina qui e là tutti le possono riconoscere, quindi sono universali. Ti colpiscono per essere così perfette nella loro rotondità e lucentezza. La prima: inizia sempre tutto con una storia. La seconda: quando piangi da solo, in segreto, non finisci mai del tutto il pianto. La terza: se taci, scompari a metà. La quarta: una cosa che serve è tenere alto il mento. La quinta: con un nome esisti più che senza
Elusivo, paziente, sapiente, ma anche evocativo.


In questo racconto, complice anche 'l'impressionismo' delle tavole, i sensi sono sempre in all'erta: senti il freddo che sale, vedi la luce che va giù, percepisci il rumore del silenzio, senti un cane in lontananza, vedi la nevicata potente, ti scaldi al calore di una casa, vedi le lucine che salgono dal paese, ti sembra di assaggiare la torta di pere e annusare la cannella e toccare il pezzo di salame. 
Elusivo, paziente, sapiente, evocativo, ma anche metaforico. 
Mi verrebbe da dire che se non sai essere metaforico, è inutile che tu scriva libri che poi finiranno in giovani mani. 
Per brevità è meglio elencare. La prima: lo sportello nelle nuvole. La seconda: nell'aria non c'era nemmeno posto per l'aria. La terza: lo schiocco dello schiaffo, che spegne di colpo tutte le lucine. La quarta: trasformare le parole in una specie di gomma americana e, ultima, in questa giornata di febbraio piena di gelo una pecora porta tre giacche, un montone probabilmente anche quattro
Beato il montone e beato chi legge Morris. 

Carla

venerdì 27 maggio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BALLATA AMOROSA 

Bimbo birbone e la sua mamma, Barbro Lindgren, Eva Eriksson 
(trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2022 


ILLUSTRATI PER PER PICCOLI (dai 4 anni) 

 "Col bimbo le toccava giocare a nascondino 
e mai che alla mattina lui fosse nel lettino. 
Fin dentro all'orologio o in cima a chissà cosa
 doveva la sua mamma cercarlo tutta ansiosa! 
In una notte calma, quel bimbo temerario
 si arrampicò in silenzio fin sopra il lampadario..." 

Che non sia un bambino tranquillo lo si intuisce subito. Il fatto è che a lui vengono ogni tanto delle idee pazze: un tuffo a testa prima nella schiuma nell'acquaio; o ancora sparire dentro il water giù di sotto per poi riemergere in men che non si dica; oppure arrostire salsicce di maiale e arrivare a un cincino dal dar fuoco alla casetta. Addirittura un giorno sparire per delle ore per poi tornare a casa e "veder con i suoi occhi il bene che le mamme vogliono ai marmocchi". 

Il loro gioco è tutto lì: scappare per poi farsi ritrovare (magari bagnato fradicio fin sulla testa). Combinarne di ogni per misurare i propri confini, e nello stesso tempo per misurare quanto sicuro sia l'affetto di una mamma. 


Il libro oscilla con andamento regolare: con un bambino che si spinge un po' più in là e una mamma che lo recupera e lo riporta al punto di partenza: tra questi due limiti si susseguono intermezzi vari che hanno a che fare con il quotidiano, eccezion fatta per l'incontro con il lupo leccatore. 
Questa piacevole andatura cadenzata, di uno scappa&acchiappa davvero esilarante, si accentua ancora di più grazie a un testo concepito tutto in rima e più precisamente, laddove è possibile, in rime baciate, sonore e gustose.
In una lettura condivisa, questo lo rende una vera goduria per piccole e grandi orecchie. 


Ma la ragione che fa di questo piccolo libro un gran libro è ancora una volta l'abilità di questa autrice di raccontare i bambini per quello che sono. 
Il paragone con Dove scappi coniglietto? - un libro concepito da un'altra autrice che ha saputo guardare l'infanzia con sguardo limpido e saputo trovare la lingua adatta per raccontarla, Margaret Wise Brown - sorge spontaneo. 
Sebbene lì la rima non ci sia, tuttavia il gioco di botta e risposta, che qui si concretizza in birbonata e recupero con abbraccio, lì trae origine addirittura dal modello di una ballata amorosa dei trovatori provenzali. 
Lì un coniglietto trova via via diverse soluzioni per fuggire alle quali la mamma risponde sempre in modo adeguato: "Se tu mi rincorri' disse il coniglietto, 'io divento un pesce in un ruscello e scappo via da te a nuoto.' 'Se tu diventi un pesce in un ruscello' disse la mamma, 'io allora divento un pescatore e vengo a pescarti.' 
Se diventi pesce, mi faccio acqua, se diventi fiore mi faccio giardiniere... E via andare. 
Il gioco di relazione è esattamente lo stesso. E questo è un fatto. 


Tuttavia non deve sfuggire il dettaglio che in entrambe le autrici ci sia sempre stata una precisa quanto programmatica volontà di dare voce letteraria a chi voce non ha: l'infante! E nel farlo, entrambe hanno saputo mettere a tacere la loro, di voce, quella di donne adulte, per dare fiato a quella che può essere solo quella di un bambino. 
E' cosa nota che la Wise Brown frequentasse la Bank Street School di NY e non c'era libro che lei avesse in mente che non passasse il vaglio dei piccoletti di quella scuola. La Lindgren, in questo libro in particolare, ma si è cercato di dimostrarlo anche altrove, ha voluto dare voce a una bambina in particolare, Ola Ullstrand di cinque anni, citata in tutta lealtà, come l'ideatrice del racconto. 
Entrambe, anche se a parecchi decenni l'una dall'altra, hanno raccontato quella precisa spinta che hanno i piccoli piccoli, di misurarsi con il mondo circostante, avendo ben chiaro che la mamma è sempre lì che ronza nei dintorni. Non è necessario sottolineare che questo tipo di relazione è molto 'animalesca', e porta in sé un'affinità che ci tiene insieme, mammiferi tra mammiferi. 
Forse è davvero in questo aspetto che si nasconde la bellezza incontestabile di un testo del genere. 
Quel bambino, al pari del suo omologo coniglio, tira fuori tutto il suo potenziale bestiale, salta, gira, fugge, si arrampica, si appende sicuro che tanto poi alla tana qualcuno che gli vuole bene e che tiene tanto tanto a lui, lo ricondurrà. In qualche modo. 


Magari portandolo proprio per la collottola, o quasi! 
Gran libro. 

Carla