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venerdì 16 ottobre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NERO SU BIANCO 

Paperboy il ragazzo dei giornali, Vince Vawter (trad. Giuseppe Iacobaci) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"L'ultimo giorno di prima media beccai Rat dritto in bocca con uno dei miei super-tiri. Per questo poi mi offrii di consegnare i giornali al posto suo permettendogli di passare il mese di luglio alla fattoria dei nonni appena fuori Memphis. Non avevo alcuna voglia di accollarmi quel lavoro, ma dopo avergli spaccato il labbro mi sembrava il minimo, Rat diceva che facevo troppo lo spaccone con quei super-tiri. Forse aveva ragione e dovevo sdebitarmi in qualche modo. 
Fu distribuendo i giornali casa per casa che conobbi un bel po' di gente nuova e vennero tutte quelle brutte cose. E anche alcune belle. Non mi sono fatto ancora un quadro completo e spero che mettere tutto nero su bianco mi aiuti." 

1959. Memphis, Tennessee. 
Questo è quanto mette nero su bianco con una vecchia macchina per scrivere questo ragazzino di undici anni. Tirare giù su un foglio, senza neanche una virgola, tutto quello che gli succede è il suo modo di combattere il problema che deve risolvere: la balbuzie. 
Parlare in modo fluido proprio non gli riesce, ma la logopedista gli ha insegnato il trucco dell'aria gentile - un breve respiro prima di pronunciare le lettere più difficili da far uscire. Funziona, ma non basta. Questo fa di lui - Bel Giovanotto (in originale Little Man) lo chiama la sua tata nera, Mam - un bambino con una passionaccia per il baseball, ma con pochi amici - in realtà solo Rat - e più in generale poche relazioni con il prossimo, eccezion fatta per padre, madre, Mam e la madre di Rat. Si può ben capire che un intero mese a consegnare giornali porta a porta, riscuotere gli abbonamenti il venerdì sia per lui una bella sfida: uscire così tanto allo scoperto per lui che è abituato a zigzagare con abilità tra le molte difficoltà quotidiane... 
E questo è il diario di quel mese di luglio in cui il Bel Giovanotto esce dal guscio. 

Vince Vawter per quarant'anni ha fatto il giornalista, fino ad arrivare a dirigere ed essere l'editore dell'Evansville Courier & Press, ossia ha fatto della parola scritta un suo canale privilegiato di comunicazione, e quindi non sembra essere solo un espediente letterario quello di mettere il Bel Giovanotto davanti a una vecchia macchina per scrivere. E, per inciso, Vawter, è balbuziente. Ragione per la quale, ed è lui stesso a dichiararlo, Paperboy è costruito su un bel po' di frammenti della sua propria infanzia. 
Ed è per questo che lui ha sentito forte l'urgenza di mettere nero su bianco la sua storia perché potesse diventare anche la storia di altri, visto che la balbuzie continua a essere qualcosa di misterioso e incomprensibile per chi non la viva in prima persona. 
Il libro è stato scritto nel 2013 e l'anno successivo vince l'Honor della Newbery Medal. Molte importanti associazioni ne riconoscono il valore, una su tutte, la Bank Street School che lo premia come migliore libro dell'anno. E Vawter da quel momento in poi diventa un vero e proprio testimone di una crociata per sensibilizzare, far conoscere e provare a convivere serenamente con la balbuzie. In estrema sintesi, lui va in giro a dire che dalla balbuzie non si guarisce mai del tutto, ma del tutto la si può superare. E lui ne è la prova provata. Se si torna alla storia in sé, forse val la pena ricordare qui le sue tre regole d'oro che hanno guidato la sua scrittura. 
1. Non scrivere un libro per ragazzi, ma raccontare loro una storia, invece. E mi pare lo abbia fatto. Egregiamente. Quanto egregiamente ha fatto chi lo ha tradotto in italiano! 
2. Scrivere un libro che non è ancora stato mai scritto. E probabilmente all'epoca, il 2013, non erano molti i romanzi, almeno in USA sull'argomento. Anche se, per esempio, Tartattà, di Fontanel & Boutavant è del 2006. Ma è vero e verissimo che quando esce un libro ben fatto sulla questione, a buttarcisi a pesce sono davvero in moltissimi. Il che comprova il punto 3.
3. Scrivere un libro che abbia una ragione per essere scritto. E di questo si è appena parlato. 
Detto questo, i pregi letterari di questo libro, a parte la sua missione, sulla quale lascerei ad altri le riflessioni, sono l'impianto, la leggerezza del tono, la galleria di personaggi di sfondo e in qualche misura il percorso trasformativo del Bel Giovanotto. 
Non esente del tutto dalla tentazione di cedere alla trappola del diventare talvolta didascalico - onestamente difficile non farlo, visti i presupposti - Paperboy ha un altro piccolo neo, che ha a che fare con il 'fattaccio' a cui si allude alla seconda riga e che si palesa in tutta la sua interezza a una trentina di pagine dal fondo. 
Insomma, scrivere un romanzo mettendo nero su bianco la propria storia è un terreno meno insidioso che voler scrivere di suspense e piccola criminalità di periferia... 

Carla

mercoledì 2 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TUTTE LE VARIETÀ DI FUNGHI


Fritz è un piccolo fungo della specie finferlo. Conduce una vita molto serena, in compagnia dei suoi genitori e di molti amici che frequenta abitualmente, in alcuni casi ama partecipare a giochi collettivi, insieme a molti altri funghi diversi, in altri casi preferisce la compagnia di pochi, in altri casi ancora predilige trascorrere del tempo con uno solo dei suoi amici, il più caro: Pig. Funghetto anche lui, ma della specie ovolaccio. E quella della specie non è l’unica differenza tra i due. Pig, infatti, ha un temperamento differente e, sebbene ami trascorrere del tempo anche solo con il suo migliore amico, non disdegna mai, ma proprio mai, le situazioni in cui si è in tanti, in cui c’è confusione; anzi, per lui rappresentano l’occasione per emergere ed essere al centro dell’attenzione. 
Fin qui nulla di strano. Senonché un giorno a Fritz (al quale evidentemente non sfugge la distanza tra sé e l’amico) viene in mente di provare a trascorrere un’intera giornata come Pig, lo affianca quindi in tutte le sue attività e non si tira indietro neanche quando i giochi e le avventure si protraggono oltre quello che lui avrebbe normalmente accettato. Ora Fritz comprende, forse avendone prova cogente, che per lui tutto questo può essere addirittura faticoso e quindi con grande serenità decide di defilarsi per un po’. 
Una storia apparentemente semplice, ma che l’autrice racconta compiendo delle scelte precise e non proprio scontate. 
Prima di tutto, sia Fritz che Pig vengono presentati con una scheda che sintetizza gli aspetti più importanti della loro vita: nome, gusti, abitudini. E questo fornisce allo stile narrativo già una precisa connotazione; infatti, il resto della storia procederà per frasi molto brevi strettamente vincolate al contenuto dell’immagine, rispetto alla quale forniranno una sorta di “chiave di lettura”. 


Le illustrazioni morbide, sinuose, dalla tavolozza calda (ma non necessariamente autunnale come la scelta dei funghi ci condurrebbe subito a immaginare, nel più classico dei luoghi comuni anche nei libri illustrati!) riempiono le pagine accompagnandoci nell’evoluzione della storia che procede senza stacchi né pause. 


La sobrietà e insieme l’accuratezza del linguaggio (che si deve, sono sicura, non poco alla traduzione di Chiara Carminati) contribuiscono a costruire un equilibrio solido, che permette alla storia di stare in piedi ed evita approdi di tipo moralistico. La vicenda di un fungo (un bambino) che, a differenza della maggior parte dei coetanei, cerca nell’arco della sua giornata momenti di silenzio, solitudine e apparente inattività, e che per di più si sforza di immaginarsi diverso da quello che non è, si espone teoricamente a un rischio, quello cioè di una chiusa moraleggiante che lo classificherebbe come diverso, e in quanto tale bisognoso di un riconoscimento e di una dichiarazione di accoglienza. Raccontare la storia di una scelta, compiuta per indole prima, per decisione consapevole poi, di assicurarsi degli spazi e dei momenti di assoluta solitudine, si potrebbe piegare facilmente a una ricomposizione pacificata di ogni differenza, che cessa di essere tale sotto l’egida del livellante sguardo buonista. 
Invece l’autrice percorre una strada diversa, evitando semplicemente di raccontare il pomeriggio di Fritz come metafora di un problema e di conseguenza sollevando la storia “dall’obbligo” di proporre una soluzione didascalica. 
La narrazione guadagna in questo modo in leggerezza e il pomeriggio dei due protagonisti acquista il sapore di un gioco tra bambini, dai tempi e modi non rigidi, ma disposti ad allargarsi e restringersi ogni volta in modo diverso. 
Mi pare che il senso di tutto il racconto sia soprattutto in un brevissimo dialogo. 
Il gruppo di funghi decide di giocare a nascondino, Fritz si nasconde ed è in questo momento, che lontano da tutti, tira un sospiro di sollievo. Quando, poco dopo, gli altri arrivano, urlano: - Trovato! - Ma lui risponderà: - A dire il vero… Non penso di sentirmi ancora pronto per essere trovato. -
Ecco, credo che questa frase sintetizzi il senso della libertà che Fritz rivendica per sé stesso di vivere la propria condizione di “perduto” in assoluta libertà, senza che questo debba necessariamente generare l’obbligo del soccorso. 


Le pagine che seguono sono quelle del racconto del tempo che il piccolo fungo recupera in solitudine e che costituiscono l’unica maniera possibile per poter poi tornare con gli altri.


L’equilibrio tenuto per tutto il tempo da questo racconto, mi pare che mostri solo una crepa nel finale. 
I due amici, dopo il gioco a nascondino, decidono di mangiare un gelato insieme. Nella presentazione iniziale siamo stati informati, tra le altre cose, anche dei gusti di gelato preferiti di ognuno di loro. 
A questo punto, Pig prova per la prima volta ad assaggiare quello che Fritz prende sempre. Anche il più esuberante dei due compie lo sforzo di avvicinarsi all’altro, non proprio quello di provare a vivere la sua giornata, ma il suo gelato sì. 
Questo, a parziale risarcimento di Fritz, al quale l’onore e l’onere di pronunciare la frase: - Sono così felice che ci siano così tanti modi meravigliosi di essere diversi. –Una chiusura meno netta avrebbe forse consentito alla tensione leggera di questa storia di rimanere più alta, permettendole di gravitare intorno a un ventaglio di significati e rimandi più ampio. In questo modo finisce inevitabilmente per confluire nel novero (molto affollato) delle storie a celebrazione prosaica di tutte le differenze. 

Teodosia 

Fritz. Storia di un fungo di Kelsey Garrity-Riley (trad. di Chiara Carminati), Emme edizioni 2026 

mercoledì 15 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA PAURA DI CAMBIARE


Due sono gli elementi che mi hanno attratto subito della copertina di La straordinaria estate di Otto: la prima è stata l’illustrazione magistrale di Ole Könnecke, la seconda è stato il nome di Peter Stamm. Incerta sul fatto che fosse davvero quel Peter Stamm, sono andata a cercare. 
Sì, proprio lui: autore eccelso svizzero, pubblicato da Casagrande, tematiche affrontate spesso relazionali e assolutamente adulte. E così mi sono fiondata. 


Otto de’ Qualcosiis è un bambino che vive da solo col suo cane Asso – Asso de’ Cavalcaviis - in un castello enorme, composto da decine di stanze e da una galleria di ritratti dei suoi famosissimi avi. 
Otto e Asso in realtà non sono proprio soli, con loro vivono diversi aiutanti: la governante signora Weber (che compare all’improvviso), Jeno l’insegnante di scherma (ungherese, che parla ungherese e quindi incomprensibile), il giardiniere Claus e Jens, il cuoco e assaggiatore personale, innamorato di Catarina, parrucchiera di Otto. Ma Otto non va a scuola? No, Otto ha naturalmente un precettore, il professore Rosko, che ritiene che matematica e storia e fisica siano materie sopravvalutate. L’unica materia a cui si dedicano è la calligrafia. 
Cosa fa Otto tutto il giorno dunque, a parte scherma e calligrafia? Gestisce il castello e conta i suoi soldi. 
Il racconto svolta quando un pomeriggio Otto incontra una disinvolta ragazzina, nipote di Claus, di nome Nina, di dieci centimetri più alta del bambino. 


Il timido e principesco invito di Otto a visitare il castello determinerà il caos all’interno della sempre identica vita del ragazzino. Con Nina compariranno poi Paola e Marco a scombussolare ulteriormente la vita dell’abitudinario e nobile Otto. 
Dietro l’apparenza di una struttura narrativa non originalissima in realtà si nasconde un racconto forte, eversivo, che indaga con profondità temi scomodi. 
Esattamente lo specchio di ciò che Stamm fa nei suoi lavori per gli adulti. 
Il primo elemento che emerge si può riassumere nel motto della famiglia di Otto: “Semper idem”, che si può tradurre con un “Tutto come sempre”. Il ragazzino ha tutte le giornate uguali, nulla accade di inaspettato, anche la cura del castello è fatta più di riparazioni dell’esistente che di rivoluzioni architettoniche. 
Per curiosità cerco qualche notizia in più sul motto e scopro, su Wikipedia, che questa lapidaria frase era nello stemma del cardinale Alfredo Ottaviani. Ottaviani. 
Un cardinale “noto per il suo rigore e per aver incarnato la tradizione più forte della Chiesa Cattolica” (Wikipedia). 
Che cosa curiosa, ora mi spiego molti aspetti del libro. Senza dubbio la vita di Otto non ha molto di vitale prima di incontrare Nina, rinchiuso com’è nel ruolo di nobile adulto decadente. Questo filo rosso tra il motto di Otto bambino e quello del cardinale Ottaviani fa anche chiarezza su un altro aspetto che alla lettura avevo trovato effettivamente sorprendente: Paola, Nina e Marco frequentano il collegio di suore del paese, solo che Paola è figlia di una suora, la cui identità è però celata.


Il libro verte tutto su questo doppio mondo di certezze e di chiusura da una parte e sul continuo cambiamento, sulla libertà di movimento e di pensiero dall’altra. Mentre Otto ha un assaggiatore privato, Marco prende dall’alimentari dei suoi del cibo scaduto da condividere con gli amici. Mentre Otto ha un castello decadente come casa, Nina lo accoglie nel suo proprio castello, ossia una casa sull’albero con tanto di wc. 
Questa nuova vita fa interrogare Otto e mette in crisi tutta la sua esistenza. Soprattutto Otto capisce che all’introduzione di una variabile, a cascata ne succedono altre mille. Questo è a mio parere l’aspetto più interessante che il libro affronta e che racconta bene: Otto è combattuto tra la paura del cambiamento e l’ebbrezza che nasce dalle nuove esperienze. Oltretutto il disegno di Könnecke rafforza molto l’idea di questo bambino fuori dal mondo, con il suo sguardo perso e impaurito ma pur sempre come in attesa di qualcosa di bello. 
Il secondo aspetto interessante è l’assenza totale dei genitori. Non gli adulti, che di adulti è pieno il libro, ma proprio dei genitori. I quattro bambini per motivi diversi si ritrovano a vivere senza di loro, ogni tanto emerge un po’ di astio, ogni tanto si chiedono dove saranno, come se non fossero alla fine così essenziali. 
Nella seconda parte, una volta abbattute le perplessità di Otto sulla vita sempre uguale a sé stessa, il libro diventa un vero e proprio romanzo d’avventura e Otto finalmente torna bambino. 

Valentina 

La straordinaria estate di Otto, di Peter Stamm, ill. di Ole Könnecke, trad. di Claudia Valentini, Feltrinelli Kids 2026

mercoledì 8 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

CON AFFETTO, PAPÀ 


È il 3 marzo. Esattamente un anno prima, il papà di Lucas è stato cremato. 
Un intero anno senza suo padre ha svuotato la vita di Lucas come quella di sua madre: un Natale senza, un Capodanno senza, un compleanno senza, la prima media senza. In quella casa ormai sembra che manchi pure l’aria. 
Oggi è di nuovo il 3 marzo e Lucas riceve una scatola, una banale scatola da scarpe. "Me l'ha detto papà - dice la mamma- che dovevo dartela dopo un anno". 
Un anno. Un ciclo intero di stagioni, un ciclo intero di giorni. Ora può cominciarne un altro, e sarà scandito dal contenuto di questa scatola. 

Prendi un biglietto alla volta, in ordine. Inizia dal numero 1. Non più di un biglietto a settimana. Ma non devi per forza aprirne uno tutte le settimane. Tra uno e l’altro puoi prenderti tutto il tempo che vuoi. 
 Con affetto, papà 
 
Ci sono dentro le 16 lettere che il padre ha scritto per lui,16 messaggi che possono essere brevissimi (messaggio n. 1: Ciao, Luca) o molto più lunghi, possono contenere riflessioni, semplici domande, una chiave con un indirizzo dove recarsi o missioni da eseguire, per esempio terminare la costruzione della casa sull'albero che hanno dovuto interrompere Con la sopravvenuta malattia. Le indicazioni possono arrivare a essere anche super dettagliate (utilizza le viti a testa di cigno. È importante che usi viti a testa di cigno) salvo poi scoprire in ferramenta che le viti a testa di cigno proprio non esistono. 
C’è molta ironia in questa storia che potrebbe sempre pericolosamente cadere nel melenso ma che invece non lo fa. 
Lucas è un tipo simpatico, ha i suoi compagni di classe, compreso Sleppa il bullo, ha i suoi prof, ha una sonora cotta per Eva e ha doti di apprendimento parecchio spiccate per cui il suo cervello è capace di contenere una serie svariatissima di dati, di fatti, nozioni che lui comincia a elencare tra sé e sé nei momenti in cui l'emozione potrebbe sopraffarlo. 

Ho un sacco di libri pieni di questo tipo di fatti, curiosità che non ti fanno venire da piangere, come ad esempio il numero di specie di uccelli canterini esistenti o che il twatwa è un uccello canterino del Suriname che qui da noi si chiama semplicemente becco grosso. Ma twatwa e un nome molto più bello. Sono tutte informazioni che mi ficco in testa in modo da poterci pensare quando è necessario. Al funerale di papà ho recitato a mente tutta la linea del tempo dei dinosauri. 

E poi Lucas (e quindi la sua autrice) sa raccontare davvero bene: la sua voce, pagina per pagina, ci dice la quotidianità scandita dall'apertura dei biglietti e dalle vicende legate alla realizzazione di quanto scritto dal padre, ma è anche costantemente inframmezzata da un flusso di pensieri che ci portano avanti e indietro nei suoi ricordi e nella sua immaginazione, liste di nozioni incluse. Questo incedere del racconto produce in chi legge una particolare forma di ascolto, che risulta molto intimo e al tempo stesso capace di osservare ed apprezzare tutti gli altri personaggi che entrano nel racconto. 
E poi non mancano le avventure. 
Perché questi bigliettini hanno il potere di fare accadere cose, anche impensabili, quelle che possono capitare quando si esce dalla propria zona di comfort, che in questo caso è il lutto per la perdita del padre e la nostalgia per la vita come era prima. A ogni biglietto sembra aprirsi più spazio, la casa stessa si trasforma. Così può accadere che il tipo del ferramenta, una volta constatata l’inesistenza delle viti a testa di cigno, si offra di aiutarlo a terminare la costruzione della casetta sull'albero, o che la mamma si ritinga i capelli, o che la vicina lo coinvolga in un furto mentre il suo sogno d'amore con Eva pare infrangersi proprio contro il fascino aggressivo di Sleppa. Può accadere che arrivi un cane, un nonno, un occhio nero, un incendio...
Vita, insomma, rimessa in moto, ingranaggio dopo ingranaggio. Mai cupo anzi avventuroso, questo romanzo sulla morte, si può proprio dirlo, è pieno di vita e può essere proposto a lettrici e lettori a partire dai 10 anni. 

Patrizia 

16 lettere per Lucas, Marlies Slegers, trad. Valentina Freschi, Il Castoro 2024 

venerdì 3 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA PIOVRA

Un punto dopo l'altro
, Anne Becker (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Avevo il sedere almeno tanto freddo quanto le mie dita. Purtroppo non potevo tornare subito a casa, dovevo ancora andare a prendere il pane. 
Andare a prendere il pane era okay. Per me e Madame. Mi piaceva il fornaio. Il calore che c'era. Il profumo di pane e biscotti. Le parole sempre uguali: 'Un pane di segale, per favore'. 
 'Affettato?' 
'Intero'.
 Avevo dovuto esercitarmi per due mesi. Con Aaron. Prima doveva accompagnarmi. Poi era stato sufficiente che mi aspettasse davanti al negozio. A un certo punto Madame aveva iniziato ad addormentarsi quando andavo dal fornaio." 

Sono appena successe alcune cose importanti nella vita di Matea. Ha messo un 'maglione' fatto a maglia, tutto colorato, intorno al tronco e ai rami di un albero. E ha appena incontrato Riccarda - quella stramba che sta in classe sua da pochi giorni. Ma soprattutto le ha parlato: ben cinque parole che non hanno messo in allarme Madame Timidezza, la grande piovra che vive nella sua pancia e che le regola in modo molto attento e rigido le relazioni sociali. 
Matea è molto selettiva nelle sue interazioni con l'esterno: a casa tutto regolare, con madre, padre e fratello: lì si sente al sicuro. A scuola invece vige il silenzio assoluto, o quasi: l'unica con cui scambia sguardi eloquenti e una manciata di parole è Charlotte, la sua compagna di banco. I docenti capiscono e accettano, i compagni sfottono. 
Il suo passatempo è lavorare all'uncinetto o ai ferri tutta la lana che ha ereditato dalla vecchia Loose, sua vicina di casa con cui passava del magnifico tempo a sferruzzare e a chiacchierare. Ma adesso nella sua routine è comparso un elemento 'anomalo': Riccarda. Di lei non si sa quasi niente, a parte il fatto che - al contrario di Matea - non ha peli sulla lingua e sa farsi rispettare. Corazzata, Riccarda sembra essere indistruttibile... 
Questa è la storia di due ragazzine che faticano, per motivi molto diversi, a uniformarsi alle regole del mondo. Da una parte una piovra e dall'altra un gorilla, per entrambe l'uncinetto come sfiatatoio verso l'esterno. Dentro di loro c'è un sacco di movimento e queste sono due settimane della loro vita, un po' vicine un po' no. 

Secondo romanzo che leggo di Anne Becker e direi che, come il vino, con il passare del tempo, migliora. D'altronde lì eravamo di fronte a un esordio. Certe legnosità che mi pareva di aver trovato all'inizio del primo suo libro, La più bella nuotata della mia vita, qui sono sparite. E hanno ceduto il passo a una qual leggerezza diffusa. Molto piacevole.
Oggi come allora, lei racconta la fragilità di ragazzi in crescita. D'altronde è il suo mestiere. Oggi come allora, racconta ai suoi lettori che ci possono essere modi diversi di affrontare la vita e che tutti possono avere un loro senso. 
Le due ragazze si distinguono per caratteri molto diversi tra loro, ma entrambe si specchiano di fronte alla stessa realtà che parrebbe per entrambe essere un problema: il mondo di fuori. 
Una decisamente più fortunata dell'altra, perché può godere di una famiglia solida alle spalle, ma anche l'altra sa organizzare bei pacchetti di mischia quando gli altri cercano di chiuderla in un angolo. 
Tanto Matea quanto Riccarda sono lì a combattere per veder riconosciuta e rispettata la propria identità, la propria dimensione da parte degli altri. Il proprio diritto a essere felici.Lo fanno con modalità e approcci molto diversi: aggressiva Ricky e silenziosa Mats. Ma, a ben vedere, il loro fare i conti con sé stesse passa attraverso strade differenti, ma - sembra voler dire la Becker psicologa alla Becker scrittrice - nella vita vale tutto se l'obiettivo è star bene. 
A parte il bullismo, a parte la violenza, a parte l'emarginazione, a parte la precarietà dei rapporti umani, a parte tutto questo, c'è una cosa che mi pare interessante anche a livello puramente letterario: la grande piovra. Nella pancia della protagonista vive un polpo sbracato quasi tutto il tempo sul suo sofà. Si circonda di una serie di piccoli oggetti a cui ricorre a seconda delle necessità del momento, ma niente di più. Lei vive lì. 
Il più del tempo lo passa in allerta, perché il suo obiettivo è vegliare sul pericolo che per Mats rappresentano gli altri. Per capirci: quando questa ragazzina entra in contatto con persone che le sono sgradite, che la prendono in giro, che sono cattive con lei, la piovra, Madame Timidezza, è al massimo della sua espansione con tentacoli ovunque, tanto da spingere il cuore di Mats in gola. Mentre è capace addirittura di dormire sodo quando Matea chiacchiera con Ricky, di cui anche la piovra, ad evidenza, si fida ciecamente... E giustamente.
L'idea buona sta proprio nell'aver pensato di utilizzare la gestualità, i movimenti e i pensieri di una piovra immaginaria per dare conto in modo leggero, anche comico, di qualcosa che immaginario non è: i diversi stati d'animo di una ragazza in difficoltà. Se invece della simpaticissima piovra ci fossero lì sulla pagina flussi di coscienza e riflessioni, tutto sarebbe molto più pesante. 
Inutilmente più pesante. 

Carla

mercoledì 3 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

KLINGE REGALA ALL’UMANITÀ DOMANDE DAVVERO INTRIGANTI 


La follia è quella condizione mentale che si può incontrare in alcune fasi della vita, magari si supera e si torna a una sana normalità, magari invece si conservano alcuni aspetti di quella modalità stramba di guardare le cose e le persone che possono risultare utili. Forse le fasi della vita in cui si è maggiormente disposti ad accettarla di buon grado sono l’adolescenza e la terza età, in modo certamente diverso: nel primo caso, la follia è uno stratagemma che può essere necessario al fine di distanziare un mondo (quello adulto) che non si vuole accettare come approdo inevitabile; nel secondo caso, per rimarcare una presunta superiorità a quello stesso mondo dal quale ci si sente esclusi e rifiutati. 
L’adolescente e l’anziano condividono uno spazio a latere, marginale, rispetto al quale inventano, progettano soluzioni e forme d’essere originali. Il primo rincorre un corpo che vorrebbe adulto e che fatica invece ancora a riconoscere; il secondo quel corpo cerca di superarlo in tutti i modi, cercando di dimenticarne i limiti di forza e di decoro. 


Sono tanti i libri per ragazzi che raccontano della spontanea complicità tra nonni e bambini, più rari sono quelli in cui l’affinità si instaura tra un anziano e un adolescente. Forse perché una relazione di questo tipo prevede la costruzione di una zona di convivenza decisamente più problematica, i due soggetti, infatti, mettono in campo forze ed energie che si sviluppano in direzioni imprevedibili. 
La scrittura allora deve fare leva su alcune qualità come il senso dell’ironia e dell’assurdo, portare all’estremo elementi comuni ma che, esasperati, diventano decisamente interessanti e aiutano a fare luce sulla quotidianità dall’aspetto altrimenti sbiadito. 


Il romanzo di Dita Zipfel, autrice tedesca molto amata in patria, mette in campo una ragazza quasi adolescente e un anziano con qualche rotella fuori posto. La giovane Lucie conosce l’uomo grazie a un suo annuncio in cui cercherebbe un dogsitter. Lucie sta cercando disperatamente di racimolare i soldi che le consentirebbero di andare a Berlino. Questa offerta di lavoro sembra perfetta e quindi si reca a casa dell’uomo per proporsi. Peccato che poi questo cane a cui l’annuncio faceva riferimento in realtà non esista e che l’uomo anziano abbia cercato solo qualcuno disposto a trascrivere le sue ricette. 
Klinge, così si chiama l’uomo, appare da subito una persona fuori dal comune, tratta Lucie in maniera sgarbata, si ostina a chiamarla “ragazzina” e non con il suo nome, perché lei dovrebbe sceglierne un altro e non accontentarsi di quello che i genitori hanno deciso per lei. È convinto che ci sia qualcuno lo stia segretamente seguendo e spiando per rubargli quelle ricette; lui ritiene in realtà pozioni magiche. 


Lucie, dopo un’iniziale perplessità, accetta l’incarico (non fosse altro perché non ha un’alternativa); è certa di trovarsi di fronte una persona che lei deve semplicemente assecondare e accontentare nelle richieste a volte bizzarre. Ma sebbene dimostri di essere una ragazza assolutamente giudiziosa e che procede cercando di comprendere tutto della vita riducendo ogni situazione a uno schema chiaro e inoppugnabile, le follie di Klinge finiscono per coinvolgerla realmente. Così, messa a conoscenza delle proprietà di quello che sembra essere un pomodoro in barattolo, ma che Klinge sostiene trattarsi di un cuore di drago, Lucie deciderà di sottrarlo all’uomo e di utilizzarlo come base per una pozione magica che faccia innamorare di sé il ragazzo più corteggiato della classe. 
Ovviamente le cose prenderanno un’altra piega e di qui in avanti gli eventi ai quali assistiamo hanno dell’assurdo e vengono raccontati in prima persona da Lucie in modo da risultare comunque plausibili e giustificabili. Lucie abita alternativamente il mondo di Klinge fatto di draghi e fenici, di cospirazioni e inseguimenti segreti, e quello della sua famiglia sulla quale si infrange tutta la sua fragilità e rabbia. 
Ha una madre gentile e premurosa che ha però compiuto agli occhi di sua figlia l’errore di unirsi a un uomo insopportabile che non riesce in nessun modo a collimare con il resto della famiglia. C’è poi un fratello che sta crescendo e con il quale Lucie non riesce più a trovare la stessa complicità di un tempo. Rispetto al contesto familiare, quello del folle creatore di pozioni magiche, appare un mondo non solo più divertente, ma sicuramente più facile da accogliere, nonostante conservi margini oscuri e indecifrabili. 
Ed è qui il nocciolo della questione: per capire il mondo cosa occorre in fondo? Un approccio analitico e deduttivo, che è quello di cui Lucie è naturalmente dotata (costruisce facilmente griglie ed elenchi che sintetizzano pregi e difetti di ognuno) e che sicuramente rappresenta un approdo rassicurante; o piuttosto qualcosa che dal reale invece è completamente sganciato e che soprattutto non ha alcuna pretesa di esaurirlo in una descrizione o in precise soluzioni? 


Il mondo di Klinge e quello di Michi, compagno della madre, mieloso, sdolcinato, appiccicoso, falsamente accogliente, sono entrambi agli antipodi di quello al quale Lucie è ancorata. Lei compirà il grande passo di riuscire a guardarli da lontano, godendo dell’eredità di cui ognuno di loro riesce a farle dono, quando ammetterà che possa esserci anche nel secondo un po’ della follia presente nel primo. E dunque quando riconoscerà che esistono le sfumature e non solo i bianchi e neri. È quello che la maggior parte degli adolescenti fatica a vedere. 
Il racconto di questa crescita è affidato a una scrittura sempre molto misurata che fa dell’ironia la sua nota più evidente, supportata non poco dalle felici illustrazioni di Rán Flygenring: bicromatiche, dal forte gusto grafico, anch’esse sintetiche e sicuramente divertenti, non costituiscono solo un rinforzo, ma spesso accolgono parti di testo, come fossero pagine di un diario della protagonista. La scrittura in prima persona e le illustrazioni proposte come disegni della stessa protagonista contribuiscono a conferire a questo romanzo il sapore di una confessione leggera ma mai banale, di una confidenza sincera e in alcuni casi timorosa, come quella di chi fatica a riconoscersi ma non per questo rinuncia a prendersi anche un po’ in giro. 
Una storia che ragazze e ragazzi a partire dai 10 anni troveranno divertente e stimolante. 

Teodosia 

Come la follia mi ha spiegato il mondo, Dita Zipfel, Rán Flygenring, (trad. Claudia Valentini), Rizzoli 2026 


mercoledì 12 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CONDANNARE IL PIACERE 


“Ho voluto essere libera, e lo sono. Sola anche. Molto sola. Lo ero già un po’, prima. Prima dello sbarco dell’armata di faccine che fanno vibrare il mio telefono. Lo ero perché avevo deciso di ascoltarmi. Dal primo dito che ho lasciato scivolare tra le cosce a otto anni, per trovarci un tesoro, fino ad oggi. Ho deciso di ascoltare ciò che batte dentro di me. Scegliere la libertà significa scegliere la solitudine. E arriva un momento in cui non è più una scelta. 
Viene un momento in cui non puoi più tornare indietro. Lo sai, lo sai dall’inizio. Ma davanti a questo plotone di esecuzione, quando li guardi dritto negli occhi e vedi soltanto cieca obbedienza e voglia di sangue, allora lo sai. Lo sai davvero, intendo. Sai che sei sola. E che sei libera.” 

Ecco un altro titolo della collana L’ardeur, dell’editore francese Thierry Magnier. 
Avevamo già apprezzato il primo romanzo uscito in Italia per Terre di Mezzo. 
Ora è la giovanissima casa editrice Faros che – come si legge nella home del sito – decide di offrire a lettrici e lettori adolescenti e young adult quei romanzi di qualità con cui poter scoprire con semplicità l’universo della sessualità e del corpo, senza falsi pudori e senza moralismi. 
Queen Kong è firmato da Hélène Vignal - autrice già tradotta da Camelozampa (Troppa fortuna, nel 2011 e Diario di un ragazzo invisibile nel 2022) - ed è un lungo monologo fatto di voce e rumori. 
La voce è di una ragazza diciassettenne di cui non conosciamo il nome. Una tra tante. Una voce che rischia costantemente di essere sopraffatta da rumori incalzanti e prepotenti. 
Dall’alto, il rumore delle pale di un elicottero che gira sopra la sua casa per controllare e sanzionare un gruppo di ragazzi che hanno occupato il bosco impedendo la costruzione di un grande albergo. Dal basso, il rumore che viene dalla sua stanza e le riempie la testa: è il tintinnìo delle notifiche sul suo cellulare. Sono i suoi amici (ex) che le inviano insulti, per controllare e sanzionare il suo comportamento. Elicottero e cellulare. Sembrano due mondi separati, ma la storia ci chiarirà che non lo sono perché in comune hanno il controllo e la sanzione, in effetti. 
Lei ha deciso con lucidità e curiosità di conoscere il suo corpo e la sua sessualità, sa che il suo corpo sa procurarle un piacere intenso, una specie di estasi. Ascoltare il suo corpo diventa una ricerca determinata, serena e consapevole. Da bambina le bastava farlo da sola, ora capisce che può spingersi più in là: esplorare il sesso, ascoltare il suo corpo e quello dell’altro. Ma più in là è pieno zeppo di tabù, di schemi prestabiliti e stereotipati. Perché lei non cerca l’“amore”, come tutte le sue coetanee. Non insegue sogni romantici e preconfezionati, non ci pensa proprio a condurre la sua ricerca conformandosi ai vincoli imposti dalla società e dagli stereotipi sull’amore e sul sesso, quelli in cui ogni adolescente, maschio o femmina, cresce e su cui impronta il proprio immaginario. 
“Se vuoi sesso senza amore, se vuoi separare le due cose, se vuoi il tempo di capirci qualcosa, devi essere pronta a pagarne il conto. Nessuno te lo permetterà. Soprattutto se sei una ragazza.”
Ecco qual è il problema. Il gruppo dei pari non accetta. Eppure nella voce non c’è trasgressione né provocazione. 
Il monologo ripercorre gli incontri con i quattro ragazzi che ha scelto, quattro esperienze diverse nelle quali misura se stessa e l’altro, impara, capisce quello che cerca di volta in volta, quello che vuole e quello che non vuole. Ma l’ultimo incontro sarà particolarmente offensivo. Intanto i messaggi sul cellulare incalzano, si fanno sempre più ingiuriosi, sempre più violenti ed è lì che, quasi istintivamente, nasce la rivolta perché “là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che ti salva”. 
Come una novella King Kong, si inerpicherà su quella collina occupata dai manifestanti: un’arrampicata selvaggia e disperata (“Sono King Kong, in carne e ossa, e la ragazza nella sua mano sono io… Mi sento gridare. Delle grida da belva, delle grida da scimmia gigante che non vuole essere abbattuta”). La voce si libera in un urlo che alla sanzione e al controllo risponderà con la lotta. 
Dunque una storia individuale che si inserisce in un più ampio scenario di critica sociale richiamando il saggio-pamphlet, King Kong Théorie, pubblicato in Francia nel 2006 e tradotto in Italia nel 2019 da Fandango. Un saggio che, firmato dalla punk-femminista Virginie Despentes, analizza e denuncia senza mezzi termini come il potere nelle società capitaliste determini le identità di genere ingabbiandole in schemi produttivi funzionali al mantenimento dell’ordine sociale costituito, anche quando pare consentire la massima libertà di scelta. 
Premiato con la Pépite d'Or dal Salon du livre et de la presse jeunesse di Montreuil nel 2021, Queen Kong è un romanzo interessante e necessario per il modo in cui affronta le tematiche della sessualità adolescenziale (ma, direi, non solo adolescenziale) e per il potenziale di libertà e di liberazione che è in grado di offrire ai lettori e alle lettrici a partire dai 15 anni. 

Patrizia 

Noterella al margine. Il testo pubblicato da Faros è stato tradotto dal francese da un gruppo costituito da uno studente e cinque studentesse durante il Corso universitario di Lingua e Traduzione Francese presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna nel 2024. 
Nella Nota del traduttore e delle traduttrici si dà conto della “dimensione collaborativa della pratica traduttiva in ambito letterario”, pratica che ha consentito di affrontare un testo non semplice sia per lo stile adottato sia per le tematiche affrontate, dovendo fare i conti con i tabù impliciti della nostra lingua. E dunque, così concludono: “Più che un semplice esercizio di traduzione, questo lavoro è stato un invito ad aprire un dibattito necessario. Sarebbe auspicabile che anche in Italia si avviasse un percorso di sensibilizzazione ed educazione capace di parlare ai giovani in maniera diretta e rispettosa, così da stimolare un dialogo che oggi appare ancora troppo silenziato”. 

“Queen Kong”, Hélène Vignal, trad. di Rebecca Balzano, Maria Grazia Coppola, Gaëlle Dellamaria, Luca Lemoni,Cecilia Tarquini, Apoorva Yadav e Licia Reggiani (professoressa associata di Lingua e traduzione francese), Faros edizioni 2025 

mercoledì 24 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

A VOLTE LA STRANEZZA E’ UN FENOMENO LOCALE 


È Florian, il protagonista dell’ultimo libro pubblicato da Camelozampa di Guus Kuijer, che pensa che la stranezza a volte sia un fenomeno locale: per esempio, dice, capita che stia per arrivare un temporale e invece si ferma in Belgio. 
Florian pensa a questa cosa della stranezza un giorno in cui un piccolo passero decide di posarsi sulla sua testa, a lui pare che la stranezza sia cosa solo sua, invece il libro trabocca di personaggi strani. 
Forse la stranezza è un fenomeno locale e interessa soprattutto l’incrocio della Charles Darwinstraat, dove vive la signora Raaphorst, una nonnina che condivide con Florian Nico, il passero che sta sulle loro teste.
Florian conosce la nonnina perché si chiede dove se ne vada Nico quando non sta con lui e lui se ne va sulla testa dell’anziana donna che ogni tanto scambia Florian per suo figlio. Dal momento in cui Nico decide di stare sulla testa di Florian, al bambino capitano tantissime cose, tra cui l’amore appassionato di Katja, una compagna di scuola di un anno più grande e di due spanne più alta. 
Ciò che accade, come spesso succede nei libri di Kuijer, è molto semplice: con lui non ci troviamo mai tanto in trame complicate, quanto piuttosto in profonde trame di relazione. Florian e Katja cercano di aiutare la sempre più svagata e solitaria nonnina, fin quando la situazione non degenera. 
Florian, via via che il libro avanza, si convince sempre più che la sua testa funzioni solo con Nico, senza di lui si sente perso, confuso. Il ragazzino ha dieci anni ed è esattamente all’inizio di quell’età di mezzo in cui usciti dall’infanzia si comincia ad attraversare il mondo adulto con orgoglio e paura. Certo gli adulti che lo circondano non sono molto rassicuranti: c’è, appunto, la nonnina di cui prendersi cura; c’è la maestra Petronella che lo rimprovera sempre per la sua aria svagata e i suoi infiniti sbadigli; ci sono i genitori di Florian che non fanno altro che battibeccare, per quanto lo facciano con ironia. 
A chi può affidarsi dunque Florian? 
Nico offre una strada. 
In realtà il piccolo passero è il primo, non l’unico, a offrire un’ala di salvezza. 
La mente di Florian attinge a tutto il mondo animale per raccontare ciò che sta succedendo, ma soprattutto per raccontare se stesso: dentro di sé ha degli elefanti che passano dall’essere rosa ed enormi quando sta con Katja, per poi tramutarsi in grigi e pesanti e immobili quando è preoccupato. Poi ci sono i conigli, nell’ultima meravigliosa metafora che utilizza per spiegare che gli animali si adattano al mondo che cambia, è così che dai conigli derivano le lepri e forse anche lui dovrebbe farlo quel salto di adattamento che un po’ lo spaventa. 
Anche Florian è un animaletto, che non sa bene cosa fare e perché, e cerca di agganciarsi a tutti i possibili appigli il mondo gli ponga di fronte. A volte si fa trascinare da Katja, che al contrario di lui, è attenta, presente, sul pezzo diremmo, che in un attimo trova soluzioni, che sa chi è. A volte soccombe alla maestra e decide di scappare, oppure cambia discorso quando i suoi cominciano a discutere. Nonostante ciò, Florian non demorde mai e continua nel libro il suo soliloquio a tentare di capirsi: 
“In mezzo al cortile, solo tra tutti quei bambini che giocavano, Florian capì che doveva inventarsi e che solo dopo sarebbe stato qualcuno”. 
Il nostro eroe dunque per inventarsi passa attraverso la solitudine, senza Nico, senza amici, e comincia a definirsi. 
Il libro si accompagna alle illustrazioni della bravissima Alessandra Lazzarin, che ci conducono tra i corpi dei protagonisti, ma soprattutto tra le loro posture, così aderenti all’idea che ci siamo fatti di questi personaggi strambi della Charles Darwinstraat. 
Sono da anni una grande estimatrice di Kuijer: penso abbia scritto e descritto l’infanzia in modo impeccabile, alternando il tono serio a quello buffo, addentrandosi come pochi altri nella mente di ragazzini e ragazzine.
Anche questo libro procede sui pensieri di Florian, con poche parti descrittive ma con uno sguardo tagliente e veloce sul mondo. Il dialogo la fa da padrone perché è proprio nell’altro, che sia un altro animale o umano, che i protagonisti di Kuijer trovano loro stessi. Il sorriso non vi lascia mai, nei suoi libri, così come la tenerezza, sentimento così poco di moda in questi tempi. 
Chiuderei con la frase del libro, adatto dai 10 anni in su,  che meglio sintetizza come mi sono sentita alla lettura di questo breve e intenso romanzo: 
“A volte qualcuno diceva qualcosa che ti faceva venire la pelle d’oca, non di fuori ma di dentro. La pelle d’oca al cuore.” 

Valentina 

“Florian” di Guus Kuijer, ill. di Alessandra Lazzarin, trad. Valentina Freschi, Camelozampa 2025 

mercoledì 9 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’AMICA MIGLIORE DI TUTTE


“Non ci saremmo mai dimenticate l’una dell’altra ovvio, ma la mancanza si sarebbe affievolita e le cose non sarebbero mai tornate come prima, perché quel periodo era finito.” 

Marie ha concluso la scuola primaria, l’aspetta un nuovo ciclo che coinciderà anche con un trasloco in un’altra città, sua madre infatti per ragioni lavorative si sposta con la famiglia in un paese in fase di costruzione e per l’esattezza in un quartiere in cui molti lotti di case sono ancora da realizzare e gli abitanti attendono anche la costruzione di un primo supermercato. 
La prospettiva di un cambiamento di vita così importante spaventa Marie soprattutto perché significa allontanarsi dalla sua migliore amica, Zoe, con la quale ha condiviso fino ad ora giochi e pensieri da quando erano alla scuola di infanzia. Zoe per lei è la migliore amica quasi sorella, per lei che non ne possiede una di sangue. 
Ma la frustrazione e la tristezza per questo distacco forzato sembrano essere presto dimenticati quando Marie conosce un’altra ragazzina poco più grande di lei, Yente, che abita a pochi passi dalla sua nuova abitazione e che dimostra sin da subito di possedere una personalità molto diversa da quella di Zoe; il rapporto che instaurerà con Marie sarà turbolento, laddove quello con l’altra amica era segnato da momenti soprattutto di condivisione e gioco sereno. D’altro canto tra le due ragazzine ci sono tre anni di differenza che in questo momento della vita possono essere davvero tanti: se da un lato si vive ancora molto forte il desiderio del gioco scanzonato e sfrenato, dall’altro l’affacciarsi di nuove inquietudini e curiosità possono compromettere la tenuta di un rapporto. 
Yente è intrepida e coinvolge Marie in situazioni e giochi spesso anche molto pericolosi, il suo rapporto con i genitori è burrascoso e gli adulti si trovano nella difficile situazione di contenere una ragazzina vulcanica che spesso è preda di crisi di rabbia e accetta mal volentieri qualsiasi tipo di regole e limitazioni. Marie di contro proviene da un contesto familiare completamente diverso, i suoi genitori non si sono mai arrabbiati, lei si è sempre dimostrata attenta e rispettosa. Eppure la ragazzina minuta e dallo sguardo tagliente esercita sulla protagonista una forte attrazione. La relazione che si instaura è tutt’altro che rassicurante, Marie è continuamente messa alla prova, tanto che in più di un’occasione si chiede se debba continuare ad incontrarla. Ma i pomeriggi trascorsi in giochi e corse a perdifiato hanno tramutato un’estate che si prevedeva noiosa e vuota in una vacanza entusiasmante, Marie non riesce ad allontanare quella che è diventata di fatto la sua nuova migliore amica. Ma fino a quando questo avviene nei limiti della loro relazione esclusiva Marie non ne assume consapevolezza e i turbamenti vissuti vengono presto dimenticati e soppiantati da altri di grande allegria. 
Tutto cambia quando il cerchio del gioco si allarga, quando non sono più due bambine a confrontarsi con i fumetti e le caramelle consumate in una buca di esclusiva conoscenza e frequentazione. I nascondigli, che in infanzia rappresentano il baluardo contro il mondo esterno e rispetto al quale delimitano i confini di un tempo e di una vita speciale e fantastica, perdono completamente la loro eccezionalità quando vengono violati e una buca allora torna a essere semplicemente una zona scavata nel terreno che può essere svelata e aperta a tutti. 
Il patto tra amici si rompe, il mondo esterno irrompe gli amici non bastano più a sé stessi. 
L’equilibrio perfetto del gioco si incrina e allora per la prima volta si soffre davanti a un tradimento e l’esclusività di una relazione non è più possibile. Yente è una ragazzina inquieta, per sua natura instabile e che ora si affaccia su un momento della vita che di per sé coincide con la riscrittura della propria persona. E così oscilla tra un mondo infantile rappresentato da Marie (i giochi, le confidenze ingenue) e uno in cui vorrebbe riconoscersi come grande e frequentare anche ragazzi che la considerino come tale.
La sua irruenza non le consente trapassi morbidi, ma solo strattoni improvvisi che creano subbuglio e sofferenza. Ha bisogno di rilanciare continuamente la sfida, non abbassa mai la guardia. 
Sebbene questo personaggio riesca a coinvolgere il lettore e a tenere alta la tensione rispetto a quello che deciderà di fare e o di dire, la qualità più alta della scrittura di Enne Koens mi pare si misuri proprio nell’escludere qualsiasi forma di psicologismo. In un altro tipo di romanzo probabilmente assisteremmo a descrizioni che prendendo per mano il lettore con l’esplicito intento di condurlo verso una riflessione (commiserata) delle inquietudini adolescenziali rispetto alle quali val bene godersi le spiegazioni che in qualche modo vanno per la maggiore al momento.
Niente di tutto questo invece in un romanzo nel quale lo sguardo e la valutazione di un adulto riesce a tenersi a debita distanza, accostandosi e misurandosi invece con quello della protagonista che è stata opportunamente pensata più giovane dell’altra di qualche anno, giusto quello che occorre per godere di una fascinazione inevitabile e al contempo di una complicità ancora possibile. 
L’argomento affrontato è delicato e non esclude nella sua narrazione anche aspetti meno superficiali, tuttavia sceglie di rimanere un passo indietro rispetto a qualsiasi discorso conclusivo e lasciando invece al lettore il grande piacere di assistere a una costruzione della storia lacunosa nel senso buono del termine. 
 

Vale la pena annotare anche una scelta non comune, quella cioè di inserire un breve componimento in versi a introdurre ognuna delle tre parti in cui il romanzo è diviso che, stampata su una pagina di colore giallo (unico colore oltre al grigio), apre il sipario sul racconto di un’estate della quale introduce gli aspetti salienti senza anticiparne alcuno. Romanzo che farà piacevolmente compagnia a lettrici e lettori a partire dai dieci anni. 

Teodosia 

"Quell’estate con Yente" Enne Koens, Maartje Kuiper, (trad. Olga Amagliani), Camelozampa 2025 

mercoledì 7 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TOPO DI CITTÀ, RAGAZZO DI CAMPAGNA


Elwyn Brooks White era un tipo particolare. Lavorava al The New Yorker come redattore e nel 1945 decide di scrivere un libro per bambini che a una prima lettura aveva destato qualche preoccupazione all’editore, il titolo era Stuart Little – Le avventure di un topolino coraggioso. 
Questo è l’incipit del libro: 
“Quando la moglie del signor Federico Little mise al mondo il suo secondo figlio, tutti notarono che non era più grosso di un topo. E in verità di un topo aveva molte caratteristiche: non più alto di cinque centimetri, ne possedeva il naso aguzzo, la coda, i baffetti e le maniere timide e piacenti.” 
Si può ben capire cosa avesse fatto saltare sulla sedia l’editore, il quale cercò di convincere White a cambiare questo inizio brusco, che insomma forse non era cosa socialmente accettabile che un’amabile e benestante signora newyorkese facesse nascere un topo. Insomma, certe cose non si fanno. 
White allora lavorò un po’ di cesello sulle prime righe, tolse due parole là due parole qua e ricompose la frase in modo più sfumato, ma rimanendo ben saldo sulle origini del piccolo protagonista. 
D’altro canto, per decenni il suo manuale di grammatica fu usato da tutte le scuole di scrittura degli Stati uniti: diciamo che White sapeva come usare le parole. Addirittura uno dei più grandi scrittori americani, Kurt Vonnegut, disse che White era uno dei più ammirevoli litterally stylish che gli Stati Uniti avessero prodotto. 
Stuart Little, come si evince dall’incipit, racconta la vita di un piccolo topino educato di città: un topino colto, un po’ maniacale nella cura della sua persona e delle cose, vagamente nevrotico, amante dell’avventura, incapace di stare fermo, curioso, spiritoso, romantico, insomma un vero topino newyorkese. 
Le prime avventure di Stuart sono molto ordinarie direi, ossia sono esattamente quel tipo di avventure che se io fossi stata la madre del topino gli avrei senz’altro fatto provare: per esempio riprendere un anello caduto nel tubo di scarico della vasca da bagno, oppure far funzionare quel martelletto del pianoforte al momento giusto nel modo giusto, infilando il proprio figlioletto tra le corde. 
Ma per un giovane topo avventuroso, queste sono sciocchezze e così Stuart si concentra su Central Park dove finalmente può salire a bordo di un veliero (giocattolo) e salpare verso il mare (il laghetto) in burrasca. 
Ma la vera avventura si presenta con un’uccellina di nome Margalo. La descrizione del primo incontro con Stuart ci dà l’idea della grande capacità narrativa di White, tanto elogiata da Vonnegut:
“Il mio nome è Margalo – rispose l’uccellina con una voce morbida e musicale – Vengo da dolci pasture tenere, da campi folti di grano zecchino, da boschi ricchi di capelvenere, da prati sparsi di cardo turchino; vengo da valli con acque chiare, amo la vita e adoro fischiare.” 
Ma Margalo a New York è solo di passaggio e così un giorno vola verso nord. Questo dà l’occasione al nostro topino per nuove avventure: con un’auto nuova fiammante (una macchinina, sempre giocattolo) andrà finalmente alla scoperta del mondo. 
E. B. White amava molto New York, le era riconoscente, ma era anche un ragazzo di campagna, adorava gli animali, era un tipo timido e riflessivo. Queste due sue anime di riversano perfettamente in Stuart. Penso anzi che lui volesse avere di Stuart la sfrontatezza unita alla più franca gentilezza. Appena Stuart vede qualcuno in difficoltà, senza nemmeno pensarci, si ferma e chiede e ascolta, quasi che le sue fattezze e la sua statura (poco più di cinque centimetri, ripete orgoglioso) non segnassero una differenza col mondo. 
Stuart intende vivere al massimo, occupare ogni secondo: si innamora senza pregiudizi di qualsiasi forma di essere vivente, aiuta grandi omoni seduti a bordo strada, affronta onde gigantesche di laghetti in apparenza placidi. Ma Stuart sa anche fermarsi e gustarsi il momento, come quando, giunto in un placido villaggio all’ombra degli olmi, si ferma a gustarsi un bicchiere di salsapariglia, in un brano narrativo di una bellezza cristallina. 
Stuart è un (piccolo) paradosso, è un bambino cresciuto in fretta – si sa che l’infanzia dei topini dura un zic – in un mondo di adulti alti che però del mondo sanno molto poco. E la dimostrazione della sua precoce saggezza la dimostrerà tutta nel suo breve lavoro di supplenza in una scuola elementare. Con uno stile elegante ma semplice, con una cesellatura magistrale sulle parole, White ci racconta del piccolo Stuart che affronta tutte le avventure in cui sulla carta dovrebbe uscire perdente, come un vero eroe, ma senza l’arroganza che a volte accompagna i vincenti. Lui non si accorge di essere uno di loro, tanto è impegnato a vivere, a guardare, a risolvere i problemi, ad amare. 
Libro perfetto dai 9 anni in poi.

Valentina


"Stuart Little – Le avventure di un topolino coraggioso”, E.B. White, ill. Garth Williams, trad. Dino Segre, Nord Sud Edizioni, 2025

martedì 22 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VARCARE LA PORTA

Max e Nigel
, Antonio Manzini
Sellerio 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"Non ho seguito una parola della lezione di matematica, e neanche quella dopo di inglese. La ricreazione la passiamo seduti al banco controllati da Italia, che è la collaboratrice scolastica del piano. Cinque settimane così e diventiamo pazzi. A malapena si può chiacchierare col vicino di banco. Me lo sogno di scambiare due parole con Roberto Tardioli o Wheng Chen che stanno due file dopo di me. Di guardare Tiziana, Lorella e sperare...ma sperare che? Se solo provano a parlarmi divento rosso e non riesco più a spiccicare parola. È già successo e hanno riso di me. Guardo Cecere e Marinelli. Cecere scarabocchia fogli. Marinelli fa il duro, ha un coltellino e ci incide il piano del banco. Solo perché ha un fratello di 14 anni. Altrimenti varrebbe poco o niente." 

Breve antefatto. 
In quella I media è appena successa una cosa: sul lato posteriore della lavagna qualcuno ha disegnato un maiale e sotto ha aggiunto Corini maiale. Corini Anna, colpevole di avere un naso schiacciato, diventa per questo bersaglio dei peggiori. La prof si arrabbia, chiama il preside e lui chiede al colpevole di uscire allo scoperto: silenzio in aula. Sentenza emessa: 5 settimane senza ricreazione.
Fine dell'antefatto. 
A raccontare è Max Pagani, di nonno irlandese, amico per la pelle di Nigel, keniota, con la testa piena di dred. 
La famiglia di Max è piccolissima: vive con sua madre, che fa la segretaria e si ammazza di lavoro. C'è saltuariamente anche un padre, separato, che si affaccia ogni 2 o 3 settimane. Non è proprio la sua passione, al momento. 
La famiglia di Nigel al contrario è numerosissima: 5 fratelli e 2 sorelle più madre e padre: tutti arrivano dal Kenya. 
Loro due sono inseparabili, cosa che gli fa vincere il soprannome di Maxibon. 
Con loro, in tutte le loro chiacchiere e spesso anche nelle loro uscite, ci sono anche Roberto e Wheng, cosa che gli fa vincere un altro soprannome: i 4 desperados. In perenne adorazione delle ragazzine della classe e non solo, perennemente respinti, questi quattro fanno squadra di fronte alle durezze di quell'età. E soprattutto passano parecchio tempo assieme, perché il resto del mondo pare ignorarli o, peggio, prenderli di mira. 
Queste le loro avventure, talune investigative, almeno un paio, e altre con fini diversi. 
Un pugnetto di undicenni in azione. 

La cosa strana dentro cui mi è capitato di inciampare alla fiera di Bologna è stata questa: con una mia amica non riuscivamo a trovarci nel grande padiglione 29, così alzo lo sguardo e le dico: sono davanti allo stand di Sellerio, 1 B/4. Lì per lì non ci penso e poi mi dico: che cosa ci fa Sellerio alla BCBF? 
La risposta è questo libro, numero uno di una nuova collana (il numero 2 è di Andrea Camilleri: Guardie e ladri, ma non l'ho letto), che si intitola La memoria dei ragazzi. 
Anche Sellerio, il magnifico Sellerio, sente la necessità di entrare nel rutilante mondo dell'editoria per ragazzi. 
La porta è sempre aperta, o forse sarebbe più giusto dire, spalancata, vista l'espansione del settore... 
E l'accesso attraverso quella porta, non lo si nega a nessuno. Men che meno a un editore così tanto interessante, così tanto raffinato, così tanto... tanto. 
In perfetto stile Sellerio escono piccoli libri - il formato è identico ai piccoli Sellerio blu, che costituiscono l'immaginario di ciascuno di noi, quando sentiamo il nome Sellerio, e occupano interi ripiani di librerie. Persino la carta ha la medesima qualità dei libri che appartengono a genitori e nonni. 
La grafica non cambia di molto, ma si movimenta e colora, tenendo conto che si rivolge appunto ai figli e ai nipoti di quelli che hanno comprato e letto i magnifici libri blu. Dei piccoli disegni in bianco e nero qui e lì, che non spostano nulla, ma stanno lì a dimostrare che non si sta tenendo in mano un Sellerio da grandi. 
L'altra costante sembrerebbero essere gli autori, almeno le prime due uscite pescano nel loro catalogo: Manzini e Camilleri. 
Il nome della collana, La memoria dei ragazzi, anch'essa si congiunge in modo diretto con il nome della collana dei libri blu, La memoria. 
Ecco. Ed è proprio questa parola "ragazzi" che mi fa riflettere. 
Scrivere per ragazzi. Scrivere per adulti. 
Col tempo e la militanza e con l'aiuto di altre belle teste che hanno scritto libri illuminanti in proposito, sono arrivata a concludere che scrivere buone storie per bambini non sia diverso, e men che meno più facile, che scrivere buone storie per adulti. 
Non è detto che se hai scritto buone storie da grandi, tu sappia farlo con eguale efficacia, scrivendo per bambini. 
Senza lungaggini, rimanderei ai 10 punti + 1 che emergono dalla lettura di un libro che di questo si occupa, La porta segreta. 
Tuttavia, in estrema sintesi, mi sentirei di ribadire che l'impegno e lo sforzo, la cura, l'onestà, il rispetto dell'intelligenza di chi ci legge dovranno essere spesi in egual misura. 
E qui, nella fattispecie, tali impegno e sforzo ecc ecc. andrebbero pretesi per la collana Memoria, tanto quanto per quella Memoria dei ragazzi. 
Anzi, possibilmente, lo sforzo dovrebbe essere maggiore perché un grande che scrive per un grande sa a chi si rivolge, mentre un grande che si rivolge a un piccolo, non può saperlo. 
Almeno non fino in fondo. 
E poi arrivano le domande sull'adulto che scrive per ragazzi: sarà capace, nel farlo, di silenziarsi e, in quanto adulto, astenersi dal dare ai suoi piccoli lettori buoni consigli sulla vita e su come viverla? 
Sarà capace di scegliere di mettere nelle sue storie quegli argomenti, quelle questioni che sono di fatto universali, e lo sono a tal punto da non lasciarci mai, neanche da grandi o da vecchi? 
Sarà capace di non cadere negli stereotipi o in una sua idea preconcetta di cosa sia essere piccoli in crescita? 
Sarà capace di non scimmiottare infanzie e adolescenze solo per blandire i propri lettori? 
O altrimenti, sarà capace di scriverne con cognizione di causa, ovvero premurandosi di verificare la propria onestà nell'attingere alla propria di infanzia/adolescenza e quindi volerne raccontare un po'? 
Ecco. Sarà capace? 
E dunque: è condizione sufficiente essere scrittore di fama per intraprendere, così come ha fatto con i grandi, una serie di racconti per ragazzi, che abbiano un vago gusto di quello che tanto era piaciuto alle madri e ai padri di detti ragazzi? 
No, non lo è. 

Carla

lunedì 31 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL DISEGNANTE D(E)I BREMA  

Voglio andare senza rotelle!, Tobias Giacomazzi 
Kalandraka 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Voglio andare in bicicletta senza rotelle! dice Ettore sbuffando. 
- Come fa il signor Renato, che è in grado di mantenere l'equilibrio anche con il giornale sotto il braccio. 
Voglio andare senza rotelle! 
- O come la signora Adelaide che carica di spesa non cade. 
Voglio andare senza rotelle!"

Ettore è un ranocchio. Un ranocchio con un bel caratterino, pantaloncini, maglietta e sandali tedeschi. E un ridicolo caschetto che tiene in equilibrio sulla testa. A cavallo della sua biciclettina rossa con rotelle, smania perché vede i grandi che, per una ragione o per l'altra, in bicicletta ci vanno con stile e sicurezza. 


E tutti senza rotelle: chi ci va a far la spesa, chi la usa per lavoro, chi per sport, chi pedala sul filo sotto il tendone di un circo. 
Tanto insiste e tanto frigna, che alla fine qualcuno toglie finalmente le rotelle alla sua biciclettina. Ma come tutti quelli che vanno in bici sanno, senza rotelle e senza sostegno non è proprio facilissimo andare senza cadere. E come sempre accade, dopo due pedalate, finisce zampe all'aria. Il tono della sua voce non è più lo stesso. Ora spiagnucolante e pieno di vergogna, chiede - per favore - l'aiuto di qualcuno. Di qualcuno o di tutti? 

Tobias Giacomazzi, al suo primo albo, è lì che si divide tra due passioni. 
Da una parte l'illustrazione (si è diplomato all'Accademia di Macerata, se non ho capito male con Maurizio Quarello) e dall'altra la musica (è padre fondatore della band indie-folk-rock I Brema di cui è voce e chitarra acustica). 
Questo "Brema" che appare nel suo lato musicale, a ben vedere, sembrerebbe riverberare anche nella storia di Ettore che sul concetto che è l'unione che fa la forza ha un po' il suo nocciolo di senso. 
Il libro è tra i finalisti del premio Compostela e Kalandraka lo pubblica. 
Come nella fiaba dei Grimm, anche qui ci sono quattro cose che, se prese singolarmente, poco possono contare, ma che se invece diventano parte di un progetto unitario, così come accade al vecchio gallo, al cane e al gatto e all'asino dei Musicanti, fanno crescere il valore e il risultato del progetto. 
La prima sta nel segno, la seconda sta nel colore, la terza sta nei dettagli la quarta sta nell'uso dello spazio immaginato e in quello che realmente che un albo concede. 


Il segno. La mano sinistra di Giacomazzi mi pare sappia ben disegnare. 
Ovviamente possono piacere più o meno nelle loro forme un po' caricaturali, un po' esagerati, tuttavia i personaggi sembrano convincenti, compreso il canarino in gabbia. 
Ognuno di loro prende il corpo di un animale, secondo una logica di buon senso - il postino è un piccione, il funambolo è un fenicottero, il ciclista un asciutto grillo. E la formosa massaia? - e di ciascuno la corporatura diventa elemento importante. Così come importante è il fatto che ciascuno di loro vesta panni presi dagli armadi delle persone. 
E qui entra in gioco il terzo elemento: i dettagli. 


Davanti a tutti, il primissimo piano della zampa di Ettore al momento della sua prima pedalata senza rotelle: con quei sandalini tedeschi o imitazione degli stessi, ma a minor costo. Ma a parte questo, Giacomazzi si diverte a mettere su ogni singola tavola piccoli personaggi che tra loro mettono in piedi scenette: il gatto con la coda nella trappola per topi, il topo sulla corda del funambolo sono tutti dettagli comici a uso e consumo di chi guarda con gusto le figure, ossia i bambini.
Lo spazio. Partiamo da quello reale che un libro offre. Il bordo della pagina e il giro della stessa: due limiti, ma anche due opportunità per chi illustra di mettersi alla prova. Tobias Giacomazzi cavalca la tigre e quindi, sul suo colpo di teatro finale decide di sfruttare al meglio il breve silenzio e il piccolo blackout visivo che si verifica puntuale a ogni giro di pagina. 


Per quanto riguarda lo spazio immaginato, parrebbe che Giacomazzi, oltre a saper ben disegnare, sia capace anche di costruire belle prospettive, scorci sempre un po' arditi, e architetture di un certo garbo, con finestre e portoni architravati e strombati. 
Ed è proprio in questa cura per il dettaglio architettonico, per i volumi squadrati, per la ricerca di movimento dei piani che azzarderei l'ipotesi che tra i suoi maestri ci sia stata anche Claudia Palmarucci che, sottilmente sottilmente, mi pare trasparire anche nella tecnica e nelle scelte cromatiche: le ombreggiature e i mezzi toni caldi dell'edilizia storica. Quella vera. 
Ma forse ho preso solo una cantonata. O forse no.

Carla