Visualizzazione post con etichetta bullismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bullismo. Mostra tutti i post

venerdì 3 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA PIOVRA

Un punto dopo l'altro
, Anne Becker (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Avevo il sedere almeno tanto freddo quanto le mie dita. Purtroppo non potevo tornare subito a casa, dovevo ancora andare a prendere il pane. 
Andare a prendere il pane era okay. Per me e Madame. Mi piaceva il fornaio. Il calore che c'era. Il profumo di pane e biscotti. Le parole sempre uguali: 'Un pane di segale, per favore'. 
 'Affettato?' 
'Intero'.
 Avevo dovuto esercitarmi per due mesi. Con Aaron. Prima doveva accompagnarmi. Poi era stato sufficiente che mi aspettasse davanti al negozio. A un certo punto Madame aveva iniziato ad addormentarsi quando andavo dal fornaio." 

Sono appena successe alcune cose importanti nella vita di Matea. Ha messo un 'maglione' fatto a maglia, tutto colorato, intorno al tronco e ai rami di un albero. E ha appena incontrato Riccarda - quella stramba che sta in classe sua da pochi giorni. Ma soprattutto le ha parlato: ben cinque parole che non hanno messo in allarme Madame Timidezza, la grande piovra che vive nella sua pancia e che le regola in modo molto attento e rigido le relazioni sociali. 
Matea è molto selettiva nelle sue interazioni con l'esterno: a casa tutto regolare, con madre, padre e fratello: lì si sente al sicuro. A scuola invece vige il silenzio assoluto, o quasi: l'unica con cui scambia sguardi eloquenti e una manciata di parole è Charlotte, la sua compagna di banco. I docenti capiscono e accettano, i compagni sfottono. 
Il suo passatempo è lavorare all'uncinetto o ai ferri tutta la lana che ha ereditato dalla vecchia Loose, sua vicina di casa con cui passava del magnifico tempo a sferruzzare e a chiacchierare. Ma adesso nella sua routine è comparso un elemento 'anomalo': Riccarda. Di lei non si sa quasi niente, a parte il fatto che - al contrario di Matea - non ha peli sulla lingua e sa farsi rispettare. Corazzata, Riccarda sembra essere indistruttibile... 
Questa è la storia di due ragazzine che faticano, per motivi molto diversi, a uniformarsi alle regole del mondo. Da una parte una piovra e dall'altra un gorilla, per entrambe l'uncinetto come sfiatatoio verso l'esterno. Dentro di loro c'è un sacco di movimento e queste sono due settimane della loro vita, un po' vicine un po' no. 

Secondo romanzo che leggo di Anne Becker e direi che, come il vino, con il passare del tempo, migliora. D'altronde lì eravamo di fronte a un esordio. Certe legnosità che mi pareva di aver trovato all'inizio del primo suo libro, La più bella nuotata della mia vita, qui sono sparite. E hanno ceduto il passo a una qual leggerezza diffusa. Molto piacevole.
Oggi come allora, lei racconta la fragilità di ragazzi in crescita. D'altronde è il suo mestiere. Oggi come allora, racconta ai suoi lettori che ci possono essere modi diversi di affrontare la vita e che tutti possono avere un loro senso. 
Le due ragazze si distinguono per caratteri molto diversi tra loro, ma entrambe si specchiano di fronte alla stessa realtà che parrebbe per entrambe essere un problema: il mondo di fuori. 
Una decisamente più fortunata dell'altra, perché può godere di una famiglia solida alle spalle, ma anche l'altra sa organizzare bei pacchetti di mischia quando gli altri cercano di chiuderla in un angolo. 
Tanto Matea quanto Riccarda sono lì a combattere per veder riconosciuta e rispettata la propria identità, la propria dimensione da parte degli altri. Il proprio diritto a essere felici.Lo fanno con modalità e approcci molto diversi: aggressiva Ricky e silenziosa Mats. Ma, a ben vedere, il loro fare i conti con sé stesse passa attraverso strade differenti, ma - sembra voler dire la Becker psicologa alla Becker scrittrice - nella vita vale tutto se l'obiettivo è star bene. 
A parte il bullismo, a parte la violenza, a parte l'emarginazione, a parte la precarietà dei rapporti umani, a parte tutto questo, c'è una cosa che mi pare interessante anche a livello puramente letterario: la grande piovra. Nella pancia della protagonista vive un polpo sbracato quasi tutto il tempo sul suo sofà. Si circonda di una serie di piccoli oggetti a cui ricorre a seconda delle necessità del momento, ma niente di più. Lei vive lì. 
Il più del tempo lo passa in allerta, perché il suo obiettivo è vegliare sul pericolo che per Mats rappresentano gli altri. Per capirci: quando questa ragazzina entra in contatto con persone che le sono sgradite, che la prendono in giro, che sono cattive con lei, la piovra, Madame Timidezza, è al massimo della sua espansione con tentacoli ovunque, tanto da spingere il cuore di Mats in gola. Mentre è capace addirittura di dormire sodo quando Matea chiacchiera con Ricky, di cui anche la piovra, ad evidenza, si fida ciecamente... E giustamente.
L'idea buona sta proprio nell'aver pensato di utilizzare la gestualità, i movimenti e i pensieri di una piovra immaginaria per dare conto in modo leggero, anche comico, di qualcosa che immaginario non è: i diversi stati d'animo di una ragazza in difficoltà. Se invece della simpaticissima piovra ci fossero lì sulla pagina flussi di coscienza e riflessioni, tutto sarebbe molto più pesante. 
Inutilmente più pesante. 

Carla

mercoledì 12 marzo 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA PENSA UN FRATELLO 


C’è una questione sul bullismo che viene raccontata poco, ed è: come vivono gli amici, i genitori, i fratelli delle vittime. 
Cosa pensano? Come agiscono? Cosa dicono? Cosa sentono? Cosa vedono? 
Ecco, è quello che ho pensato leggendo L’unica via d’uscita di Oskar Kroon, autore svedese per ragazzi. 
La storia è narrata da Kaj, fratello minore di Krister, un ragazzino occhialuto, solitario e studioso. Krister è continuamente preso di mira da Sacke e dalla sua squadretta di amici. Kaj e Kristen condividono la scuola, la passione per Star Wars, la mancanza della mamma. 
Il libro è costruito con un classico climax ascendente in cui l’arroganza e la cattiveria di Sacke spingono la narrazione tanto quanto l’impotenza di Kaj e della sua amica Naima di fronte all’inazione di Kristen. Sacke si spingerà tanto avanti da arrivare a un punto di non ritorno, costringendo tutti ad agire in modo scomposto, come avviene quando ci si trova non più sotto un sasso che rotola, ma sotto una valanga. 
Diversi sono gli aspetti interessanti introdotti da Kroon.
Il primo è l’ambientazione: non è certo la Svezia di un immaginario stereotipato quella qui descritta, anzi, i luoghi sono ostili, disturbanti. D’altro canto fin dall’incipit del libro, Kroon ci toglie ogni dubbio: 
“Era tutto così triste. Con il fango e il freddo e tutte le cose che non servivano. Tutti gli oggetti che venivano buttati in un mucchio nella discarica, oppure venivano schiacciati in un container blu.” 
La discarica infatti è uno dei luoghi protagonisti, che fa da riparo a Krister: luogo di scarto e di creazione, luogo di periferia e da cui partire. 
La neve sporca, il fango della primavera che a stento avanza, la discarica, tutto ciò unito a quell’epiteto “topo di fogna”, che in modo alternato andrà di bocca in bocca, che passerà dal carnefice alla vittima, come fossimo davanti a un loop linguistico che non può essere risolto, proprio a testimoniare come guerra chiama guerra. 
Ed è qui l’altro punto interessante che Kroon descrive in modo molto realistico, ossia l’idea di vendetta. Piano piano nella mente di Kaj e Naima, angosciati dall’inazione del fratello, nasce l’idea di vendicarsi. Le vendette muovono azioni strane, spesso scomposte, è un attimo passare dalla parte della ragione a quella del torto: di questo fanno esperienza Kaj e Naima e il paradosso è che di nuovo è Krister a farne le spese. 
Kaj racconta della tristezza nel vedere il fratello sottomesso, suo fratello maggiore, allo stesso tempo cova rabbia e rancore, ma non ha gli strumenti per aiutarlo, è piccolo: Krister continua stoicamente a sottrarsi allo scontro diretto e Kaj non capisce. A un certo punto tutti stanno male e stanno tutti male in modo diverso, anche il padre coi suoi vani tentativi di venire a capo del comportamento dei figli. 
E’ proprio in questi passaggi che il libro scende in profondità e tocca il lettore. Perché Krister parla poco in tutto il romanzo, è tutto un racconto di Kaj che, portato all’esasperazione, si chiede perché il fratello sia così tanto strano. 
Perché è goffo? Perché non ha amici? Eppure loro due, i fratelli Kaj e Krister, venuti su a Moomin (il libro è pieno di riferimenti al mondo e ai libri della Jansson), sanno che ognuno ha diritto a essere ciò che è, e che non c’è bisogno di spiegarle certe cose. 
In questo lungo racconto di Kaj, ogni tanto si sente il bisogno della voce del fratello bullizzato. E questa mancanza, voluta e sottolineata dall’autore, è proprio ciò che manca ai suoi cari, la voce di Krister non c’è, lui continua a vivere subendo, e come Kaj, anche noi perdiamo la testa chiedendoci continuamente perché. 
Un evento catastrofico accade, una catarsi si potrebbe dire, dopo la quale il fumo che si era alzato, comincia a calare su tutti gli eroi tragici di questo atto, portandoci a una fine illuminante. 
La natura arriva, arriva sempre ed è salvifica. Ci sono questi fiorellini, che si chiamano anemoni dei boschi, che a un certo punto fioriscono, anche se c’è ancora neve sporca anche se il tuo mondo è bruciato un po’. 
E’ un libro sul bullismo, sì. Ma è soprattutto un libro sulla ricostruzione, sul richiamo della natura che timida appare, sull’amore tra fratelli. 
Un libro per chi ha 11 anni o anche di più. 
Kaj e Kristen la sera leggono I fratelli Cuordileone, della Astrid Lindgren, che per me è il suo capolavoro. Racconta la storia di due fratelli che si salvano in tutti i mondi che oltrepassano. Che è esattamente quello che hanno fatto Kaj e Kristen. 

Valentina 

"L’unica via d’uscita", Oskar Kroon, trad. Samanta K. Milton Knowles, Terre di Mezzo, 2024

lunedì 9 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ATTIMO FUGGE 
 
La formica rossa, Émilie Chazerand (trad. Silvia Turato) 
La nuova frontiera junior 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Eravamo emarginati, come due gemelli pestiferi. Lui perché era arabo, io perché ero io. Ci proteggevamo l’un l’altra. Bastava stare insieme, fianco a fianco, sempre. Noi due insieme ci attiravamo un sacco di nemici, ma non ci importava. Passavamo ore a sognare il giorno in cui saremmo stati grandi. Facevamo castelli nell’aria viziata delle nostre piccole camere. 
Architettavamo stratagemmi improbabili per diventare ora ricchi, ora famosi, ora tutti e due. 
'Vanno di pari passo, Vania, ricco e famoso!' 
'Ma no! Per niente!' 
'Ma sì!' 
'Ti dico di no, Pirach! Guarda: Madre Teresa è famosa ma non è ricca!' 
'Sempre più ricca di noi...' 
'O l’omino Michelin: è famoso, ma neanche lui è ricco!' 
'Perché neanche esiste!' 'Ma certo che esiste: lo puoi vedere.' 
'Non basta per esistere, che ti possano vedere.' " 

Vania Strudel (!) ha quindici anni, una ptosi all'occhio, un piccolo difetto alla palpebra che non sale del tutto e che lei cerca di coprire come può con un ciuffo di capelli, una madre che, quando lei aveva otto anni, a Parigi è scomparsa. 
Ha un padre che la riempie (a suo parere anche troppo) di affetto ma anche di piccoli animali impagliati (a suo parere anche troppi) perché di mestiere fa il tassidermista. E' una grande suonatrice di elicone nel tempo libero (e si esercita in cantina al buio), colleziona depliant di sciamani senegalesi e ha un solo solissimo grande amico fin dall'infanzia, Pierre-Rachid, detto Pirach, il cui nome è palese frutto dell'integrazione. Purtroppo lui parrebbe temporaneamente innamorato della sua peggiore nemica. 
Unico svago per Vania è la frequentazione di un vecchio vicino di casa, del tutto silenzioso, scampato ad Auschwitz, che imperturbabile ascolta i suoi monologhi quando lei gli fa da "babysitter" perché la legittima figlia è fuori per appuntamenti.... Costruisce e conserva in scatole da scarpe vuote modellini in cartone di scene di vita vissuta, e come amica ha Victoire che a sua volta ha un suo problemino che la tiene lontano dagli altri, la trimetilaminuria. 
Diciamo così che se Vania Strudel dovesse fare un bilancio della sua vita non avrebbe molti elementi per considerarsi una vincente, tra i vincenti. E infatti, allo stato attuale, non pensa proprio di esserlo. 
 E, come se non bastasse, sta per cominciare il suo primo anno di liceo. 
A parte il suo senso dell'umorismo irrefrenabile, che funziona da rimedio per mandar giù le molte cose che non vanno come lei vorrebbe, Vania Strudel è lì che cerca di crescere, di trovare un senso alla propria vita, di costruirsi una mappa affettiva degna di questo nome. 
Circondata da una schiera di umanità piuttosto variegata, con la quale lei interagisce a volte con slanci d'affetto, a volte con scatti di rabbia, a volte con lacrime a volte con grandi risate, a volte crudele a volte generosa, a volte disillusa a volte piena di aspettative, Vania Strudel è lì che, dall'alto dei suoi quindici anni, cerca di prendere le misure della complessità dell'esistenza. 
Ce la farà? Riuscirà a essere la formica rossa, di cui parla una misteriosa mail che ha ricevuto, ovvero troverà la spinta per smettere di essere una tra tanti, di rimanere nascosta agli altri, mimetizzata nella massa delle formiche nere? Smetterà di compiangersi, di non piacersi, di non credere in se stessa? Smetterà di sottomettersi, di non imporsi? Di farsi accettare per quello che sente di essere? Insomma, riuscirà a non avvizzire già a quindici anni? 
"Cosa stai aspettando per vivere?! Poi è adesso. Domani è subito. L’attimo fugge. Buon inizio di scuola, Vania." Fine della mail.

Solo pochi giorni fa, qualcuno mi ha interrogato sui massimi sistemi che ruotano intorno alla grande questione della letteratura per ragazzi, e di rimbalzo sulla lettura e i ragazzi. E la riflessione che mi è sgorgata spontanea è questa: forse per mettere insieme lettura e ragazzi la chiave potrebbe essere togliere il più possibile quel "per" tra le parole letteratura e ragazzi. 
Cerco di spiegarmi. Non è preoccupante il "per" in sé, anzi, ma lo è l'intento educativo che spesso e volentieri si nasconde dietro quella preposizione. Il resto è storia nota: un buon libro è un buon libro. Punto.
Sono stati in molti, me compresa, a gioire quando è nata la collana Oltre, perché tra i suoi intenti cardine dichiara: "di non voler insegnare nulla ai propri lettori", piuttosto vuole proporgli buone letture. Stop. 
E si sa che le buone letture hanno la capacità di emozionare, sovvertire opinioni, creare discussioni, porre domande "creare subbuglio", tutte cose messe in elenco dall'editore stesso. 
Ecco. Anche la terza uscita di questa collana sta in detto canone. 
Se per i due titoli precedenti si era individuato una sorta di carattere dominante che li definiva: la complessità dei legami per Il centro del mondo, il lato oscuro per Milly Vodović, qui è l'ironia il Leitmotiv. Vince su tutto questo sguardo spesso caustico, inaspettato, non convenzionale. Questo naturale umorismo ha la capacità di far passare in secondo piano tutta una serie di piccole cose non proprio convincenti del plot, come pure il profilo di un personaggio chiave, la madre grande assente. Inverosimiglianze sparse qua e là.
Robusti e ben torniti sono invece gli altri personaggi (anche quelli immaginari) che popolano il romanzo, su tutti Vania, Pierre-Rachid e il padre imbalsamatore. 
Émilie Chazerand mi pare anche capace, almeno in questo romanzo che in Francia ha venduto 37000 copie, di saper sorprendere il lettore e spesso e volentieri di farlo ridere di gusto. Doti rare. 
E' anche capace di saper mettere parecchia carne al fuoco - dall'abbandono alla scoperta del corpo, dall'essere vecchi all'essere bersaglio di qualcuno, dall'omosessualità al body shaming, dalla gelosia alla cattiveria, - senza mai perdere il filo e sempre con una dose diffusa di naturalezza e di leggerezza. 
Nessun pistolotto ma un bel po' monologhi o dialoghi, spesso esilaranti, ma anche profondi, che tengono incollati i lettori alla pagina. E a questo proposito è stata anche capace di aver sintetizzato in un unico ma indimenticabile faccia a faccia serrato, duro, diretto e quindi estremamente efficace, lo scontro tra due generazioni: tra un padre centrato e una figlia rabbiosa. Uno dei pezzi più interessanti in queste 300 pagine scarse di romanzo. 
Sarò sincera: qui, più che in alcuni dei suoi albi, mi è sembrato onesto, rispettoso (e non didascalico e men che meno educativo) l'intento di Émilie Chazerand: scrivere un libro che un giorno, magari proprio sua figlia, ma anche molti altri quindicenni come lei, potrebbe considerare come buon amico, come sostegno cui appoggiarsi mentre si procede a tentoni nel crescere. 
I buoni libri ogni tanto possono diventarlo.

Carla

lunedì 3 giugno 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN AMICO SPECIALE


Lenny è un ragazzino tutto sommato normale, se non fosse che è decisamente sovrappeso; frequenta la prima media ed è, inesorabilmente, oggetto dell’attenzione dei bulli, presenza inevitabile in ogni scuola. Pensa di non avere alcuna dote, anche se sa cantare molto bene; soprattutto è oppresso da un indicibile senso di colpa nei confronti del fratello Frankie, ritenendosi responsabile della sua situazione. Il romanzo di cui è protagonista è firmato da Brian Conaghan, apprezzato autore scozzese, e tradotto da Benedetta Reale per i tipi di Edt Giralangolo, con il titolo ‘Sotto un cielo di cartone’.
La prevedibile strategia di sopravvivenza di Lenny consiste nello stare alla larga il più possibile dalla scuola, dove, nella migliore delle ipotesi, è lo zimbello dei compagni di classe, con l’unica eccezione dell’amica Trisha Woods. Lenny è convinto che a casa, suo padre, camionista, e sua madre non se ne accorgano nemmeno, concentrati come sono a preoccuparsi per ‘il nostro Frankie’.
Nel corso di una di queste mattinate sconclusionate, un po’ a scuola e un po’ no, il ragazzino incontra Bruce, un senzatetto dalla casa di cartone, che vive accampato sulle sponde di un torrente, nel parco vicino alla scuola.
Da un’iniziale diffidenza, fra i due nasce una cauta amicizia, ciascuno con i propri segreti, ma con una istintiva solidarietà reciproca. Con l’aiuto di questo ‘svitato’ dal berretto di lana rosso, Lenny riuscirà a compiere il viaggio indispensabile che fino a quel momento sarebbe stato impossibile: andare da Frankie, nel nord della Scozia. Un viaggio necessario, ma non per questo meno doloroso.
Di questo romanzo, sulla cui trama non voglio dire di più, sono apprezzabili diversi aspetti. Fra tutti, mi ha colpito in modo particolare la capacità dell’autore di svelare il segreto di Lenny un po’ per volta, attraverso i flash dei suoi ricordi o le sue riflessioni sulla vicenda che ha creato la difficile situazione in famiglia. Il protagonista ci racconta in prima persona il suo quotidiano, la fatica di vivere in un mondo in cui non si è accettati, le improbabili strategie di sopravvivenza a scuola, dove forse l’unica acquisizione positiva è la scrittura di haiku.
Un frammento alla volta affiora il ricordo dell’episodio che ha portato Frankie così lontano e Lenny non può che sentirsene responsabile, così come è convinto che anche i genitori condividano questo suo giudizio.
Il viaggio è di per sé metafora di un percorso dentro se stessi alla ricerca della verità. E dunque, dopo una prodigiosa performance musicale per le vie di Glasgow, ecco la strana coppia partire per il nord della Scozia.
I personaggi descritti da Conaghan sono realistici, intensi, soprattutto i due personaggi principali, Lenny e Bruce: siamo con loro sotto una pioggia gelida a mangiare fish and chips e a interrogarci su un domani pieno di incognite. Bella la descrizione di questa amicizia improbabile fra due persone, lontanissime per età, ma vicine nell’avere entrambi dei conti in sospeso con il passato. Apprezzabile anche l’approccio dell’autore, che affronta con delicatezza e ironia situazioni drammatiche, spesso solo accennate.
L’unica pecca, se così si può dire, è un finale in cui si vuole risolvere tutto, ma proprio tutto, quando forse lasciare le situazioni più indeterminate sarebbe stato più plausibile.
Consiglio caldamente la lettura a ragazzi e ragazze di almeno dodici anni, che non temano la lunghezza del romanzo, ma ne sappiano apprezzarne le sfumature.

Eleonora

“Sotto un cielo di cartone”, B. Conaghan, Edt Giralangolo 2024



giovedì 4 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA STRANA PERSONCINA DI DODICI ANNI

Milly Vodović
, Nastasia Rugani (trad. Camilla Diez) 
La Nuova Frontiera Junior 2023 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Milly accende la torcia e, in ginocchio, si affretta a cercare in ogni incavo tra le rocce umide. Fiuta l'odore del metallo vicinissimo, avanza e finalmente posa la mano sul calcio freddo della rivoltella. Non ha mai tenuto un'arma da fuoco tra le dita. Sembra un piccone. Un piccone con i superpoteri. 
Sta per infilarla nello zaino, quando un rumore di passi fa scricchiolare la terra nel campo a due metri da lei. Istantaneamente il suo cuore si infervora e inciampa: è sola nel bel mezzo di un'oscura distesa selvaggia." 

È tornata, la notte seguente, sul luogo del fatto, a cercare quella rivoltella caduta dai jeans. 
Il giorno prima suo fratello maggiore Almaz ha avuto la sfortuna di incontrare Swan e Douglas, tra loro amici di infanzia, che hanno deciso di fargli passare un brutto quarto d'ora. Swan lo minaccia con una rivoltella, lo sfotte, lo prende a calci e piscia sul suo zaino in senso di estremo sfregio. Douglas assiste e ride e sfotte. 
Ma non è l'unico ad assistere alla scena: ci sono, non visti, anche Tarek e Milly, cugino e sorella di Almaz. Mentre Tarek pensa sia meglio non intervenire per salvare Almaz, Milly, dodici anni, ragazzina senza paure, entra in scena e in una breve colluttazione butta a terra Swan e gli rompe un braccio. 
Almaz è salvo, ma la situazione non è risolta perché Swan Cooper e Douglas Adams, non sono due qualsiasi, hanno alle spalle due famiglie potenti: il signor Cooper è padrone della fattoria dove vivono i Vodović e la signora Adams è la sceriffa di Birdtown. 
Alla periferia di una cittadina del sud degli Stati Uniti, vivono gli ultimi, e i Vodović tra questi. Fuggiti dalla guerra in Bosnia cercano di vivere onestamente, di non attirare l'attenzione della comunità locale. Sono uniti, si danno molte regole per non finire nei guai, vivono con quel poco che il nonno Deda guadagna facendo disinfestazioni, e Petra, madre vedova dei ragazzi, racimola facendo le pulizie. 
I grandi hanno un passato di guerra che li assedia, i ragazzi hanno piccoli e grandi sogni nel cassetto: Almaz, prima o poi diventerà presidente degli Stati Uniti per offrire a suo nonno una casa con piscina, dove riposarsi. È un bravo ragazzo, passa il suo tempo in biblioteca, è anche un bravo fratello e un bravo cugino. Fino al giorno in cui viene freddato davanti alla biblioteca con due pallottole nella pancia. Nessuno ha visto. Nessuno sa. Nessuno si chiede. 
Solo Milly cerca di trovare un senso al suo dolore nella ricerca disperata della verità. E per farlo attraversa, luminosa e a testa alta le miserie, i dolori e la pochezza di quel piccolo mondo che piano piano si svela davanti ai suoi occhi di ragazzina, lei che è fiera di essere 'una strana personcina di dodici anni'. 

Una densità di scrittura che lascia senza fiato. E diverse cose bellissime.
Questa è la sensazione che si prova leggendo questo libro, il secondo nella collana Oltre dedicata ai più grandi, dopo Il centro del mondo. Nonostante le sue 450 pagine, una passeggiata rispetto alle sole 190 di Milly Vodović. 
Lei, Milly, è la luce e la voce di questa storia nera nera, piena di ombre, costruita sulla vitalità di una ragazzina tanto ribelle e selvatica, quanto tenera e sensibile che si trova a dover fare i conti con il dolore, la solitudine e la durezza della realtà. Sorge spontaneo pensare che tanta lucidità di racconto arrivi da una vita vissuta. Ma non so. 
I suoi dodici anni l'hanno sempre aiutata a saltare più in alto, verso l'aria pura, anche e soprattutto nei confronti dell'orrore che ha segnato la sua famiglia. 
Lei non sa cosa ha significato la guerra da cui sono fuggiti: la Bosnia, gli affetti lasciati laggiù, per lei hanno il sapore del mito. Così come il padre mai conosciuto è interlocutore di molti suoi ragionamenti, tanto poco lo è sua madre o suo nonno, che invece hanno il torto di essere lì a darle mille regole. Eppure. 
Almaz, più grande di lei di almeno sei anni, lui sì che è un faro. E quando si spegne in quel modo assurdo e tragico, lei annaspa. E in questo suo cercare di restare a galla si aggrappa, ossia entra in un contatto profondo, lei non sa fare nulla con superficialità, con gli altri personaggi della storia: non molti in effetti, ma tutti molto complessi. 
Da una parte irrompe, complice un mazzo di fiori per scusarsi del braccio rotto, nel mondo di Swan che, lontano dal suo ricco padre, assiste la madre scrittrice e alla fine dei suoi giorni, consumata dalla malattia. 
Dall'altra si intrufola nella vita di Douglas, e in qualche modo gli si accoccola nel cuore. Riceve da lui un bacio furtivo e un cucciolo di cane, sottratto al tremendo fratello 'scoppiato'. Attraverso il suo sguardo limpido, i membri della sua famiglia, e poi Swan e Douglas e le loro bislacche famiglie, e ancora più in là, la società gretta e razzista della provincia profonda americana, prendono forma. 
Con durezza ma anche con grande onestà intellettuale le relazioni interpersonali, i dolori, le solitudini, le fragilità, addirittura le dolcezze, queste ultime così difficili da ammettere, escono allo scoperto. 
E Milly dall'alto dei suoi dodici anni, attraverso l'istinto che sempre la guida, capisce, piano piano, le ragioni, o meglio le non ragioni, di tutto quello che la circonda e che su di lei lascia un segno indelebile e definitivo. 
E nel farlo si lascia dietro l'infanzia e l'innocenza. 
Rugani lo ha dichiarato e ne ha fatto la spina dorsale della sua scrittura: non prendere mai in giro i bambini. In questa densità di questioni cruciali, due sono le valvole di sfogo che permettono di tirare il fiato: lo sfondo fantastico con opossum parlanti e albi illustrati premonitori e dall'altro i dialoghi tra nonno e nipote che strappano un sorriso per ironia e nitore che probabilmente arrivano da una storia personale, confermando il sospetto che dietro il piccolo sorriso di Nastasia Rugani ci sia quello potente di Milly. 

Carla

lunedì 5 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SI PUÒ SOLO MIGLIORARE... 

La più bella nuotata della mia vita, Anne Becker (trad. Claudia Valentini) 
Uovonero 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"La gallina ha lanciato un acutissimo coccodè e si è messa a correre per tutto il giardino agitando le ali. E in quel momento ho visto Flo per la prima volta. A voler essere precisi non l'ho vista proprio tutta, anzi, ho scorto a malapena un piede e le unghie smaltate, una gamba ricoperta da almeno un migliaio di lentiggini e... be'... il sedere. Il resto era impigliato nella siepe." 

Jan ha appena traslocato con la sua famiglia: padre, madre, fratellino piccolo e sorella maggiore. 
Non è affatto contento. Diciamo che a tredici anni i cambiamenti - tutti - scombussolano sempre un po'. A Jan, un vero talento nel nuoto, ragazzino dislessico 'non dichiarato', lo aspettano una nuova scuola, dei nuovi compagni, una nuova piscina in cui allenarsi, un nuovo allenatore, nuovi amici (e nuovi rivali), una nuova casa e dei nuovi vicini. E Flo (che secondo il fratellino potrebbe essere il diminutivo di Flotta, Floscia, Flora) è proprio la sua nuova vicina di casa: coetanea, senza peli sulla lingua, ma con una grande testa di capelli rossi, una madre molto assente, un padre che fa quel che può, e - come animali da compagnia - due galline, di cui una spesso fuggiasca. 
Inseguire la suddetta gallina, placcarla e quindi tenerla in braccio non sono cose che a Jan riescono bene - almeno all'inizio, e l'effetto che ne sortisce è un volo sull'erba a pelle di leone. Per uno che vorrebbe non essere notato o, ancora di più, non essere bollato come imbranato, è proprio un bell'esordio, non c'è che dire. 
Ma da qui, si può solo migliorare... 
Se leggere e acchiappare galline non sono cose che a Jan riescano naturali, al contrario tuffarsi nel lago dal pontile gli viene molto bene. Talmente bene che nel diario di Flo (un quaderno pieno solo di grafici, ma lei è un drago in matematica), oltre ad annotare le cose che non vanno proprio come lei vorrebbe, Jan, i suoi ricci e i suoi tuffi sembrano essere il lato positivo delle sue giornate. 
Questo è tenero il racconto di un pezzetto della loro vita in comune, della loro fine dell'estate, dei loro primi giorni di scuola, dei loro primi no, dei loro primi sì, delle loro prime prove di innamoramento. 
Tra galline, amici leali, lavagnette illeggibili, bulletti, corse in bici e bagni notturni. 

Così come l'esordio di Jan nel suo nuovo mondo è segnato da una prevedibile insicurezza, altrettanto dimostra l'esordio di Anne Becker nella scrittura di un romanzo, che, almeno nelle prime pagine stenta a decollare. Ma come accade anche a Jan, che piano piano riesce a trovare in sé una propria sicurezza, una propria coerenza, altrettanto accade alla Becker che, con lo scorrere della narrazione, smette di appoggiarsi a una scrittura in cui tutto viene detto e apre invece una serie di varchi in cui il lettore possa entrare e ambientarsi nella storia. 
I suoi personaggi smettono di essere troppo 'canonici' e prevedibili e cominciano a muoversi con disinvoltura, assumendo così sempre maggiore spessore.
I suoi studi, la sua formazione e la sua professione sono la solida base su cui felicemente l'intero romanzo appoggia: in sostanza quando lei costruisce gli aspetti della dislessia di Jan sa molto bene di cosa racconta, visto che si occupa di didattica per allievi con bisogni speciali e visto che è li l'autrice di un libro che si intitola: Schreiben und Lesen kann jedes Kind: wenn man seinem Lerntyp berücksichtigt! E non credo di andare lontano se penso che dietro la simpatica e 'accogliente' nuova psicoterapeuta di Jan, la dottoressa Papendick con i suoi trucchetti, si nasconda il suo ideale di psicoterapeuta con un approccio alla dislessia che nella sua carriera ha probabilmente lei stessa elaborato, sperimentato e condiviso. Tutti dovrebbero poter contare su una Papendick accanto. 
Detto questo, sono due i principali meriti di questo romanzo di esordio. 
Il primo: essere riuscito a raccontare quanto sia facile poter nascondere, o sottovalutare o mal gestire un disturbo come la dislessia che, peraltro è molto più diffuso di quanto si possa pensare. 
E con questo non mi riferisco solo a chi la dislessia la vive in prima persona, ma anche a tutti quegli adulti con i quali i dislessici hanno a che fare quotidianamente che, per motivi anche tra loro molto diversi, stentano a coglierla e a volerne prendere atto. 
Quindi non si tratta solo del disagio di chi questa condizione la vive sulla propria pelle, come è il caso di Jan, che è abilissimo nel mantenere il segreto - peraltro è poi altrettanto bravo e pieno di coraggio e forza nel dichiararlo expressis verbis davanti alla sua classe, che ammutolisce; ma si tratta anche di quelle persone adulte che la condividono, come per esempio la sua insegnante di tedesco o la madre stessa, che in più di un caso sembra non saper essere all'altezza della situazione. 
Il secondo: l'autenticità, qui davvero poco didascalica, di alcune situazioni e relazioni interpersonali che sono spesso il motore, la forza propulsiva, che fa andare avanti la storia: quei famosi varchi cui si alludeva all'inizio. Sto pensando al rapporto che lega Jan alla sorella oppure al padre, che sa essere sempre affettuoso e comprensivo nei suoi confronti o alla madre, con le sue insicurezze. 
O ancora alla bella amicizia tra Jan e Fabi, vicino e discreto, sempre. 
E, naturalmente, penso anche alla burrascosa e spesso altalenante complicità e intesa che matura tra una maga della matematica e uno che a dorso non lo batte nessuno. 

Carla

lunedì 28 febbraio 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

VINCENT

Il nocciolo del romanzo firmato da Enne Koens ‘Sono Vincent e non ho paura’, pubblicato da Camelozampa, è il racconto di una fuga, per altro prevedibile, di un ragazzino ostaggio dei bulli che lo perseguitano. Qualcosa che abbiamo, quindi, già letto, ma con delle particolarità di rilievo.
Intanto il personaggio: Vincent ha undici anni, è all’ultimo anno delle elementari, è il classico ragazzino timido con genitori distratti che non colgono nulla dei suoi drammi scolastici. Lui, allora, si attrezza da solo ad affrontare una situazione sempre più insostenibile. Ha letto un discreto numero di manuali per la sopravvivenza le cui pagine e le cui citazioni introducono ciascun capitolo: si è costruito un kit di sopravvivenza che porta sempre addosso, pronto in ogni momento alla grande fuga. Vincent ha però dalla sua due amici: un gruppetto di quattro amici immaginari, un cavallino, uno scoiattolo, un coleottero e un verme, e l’ultima arrivata in classe, più grande di un anno, dalla storia esotica, surfista e palesemente anticonformista, Jasmijn, detta La Jas.
In realtà ha dalla sua parte anche la baby sitter Charlotte, con cui ha però un patto del silenzio, ragione per la quale i suoi genitori sono del tutto ignari delle quotidiane aggressioni subite dal figlio.
Questa è una situazione frequente nei gruppi di bambini e ragazzi: nel gruppo dei pari la cosa più vietata è la delazione, la denuncia degli episodi, più o meno gravi, di bullismo. In questo romanzo, in ogni caso, gli adulti, genitori e insegnanti, sono degli spettatori distratti e ininfluenti e quindi, come nella natura selvaggia, Vincent se la deve cavare da solo.
Da tempo si sta allenando fisicamente e mentalmente per affrontare la grande fuga, nel caso si rendesse necessaria; oltre alle quindici flessioni quotidiane, che in realtà non riescono ad irrobustirlo più di tanto, si sottopone ad un training psicologico per vincere quella paura che lo paralizza, che gli impedisce di reagire alle angherie.
L’occasione per mettere alla prova tutta questa preparazione si presenta al campo scuola, in cui, già dalla prima notte, i suoi nemici si scatenano. Eccolo dunque entrare in azione e fuggire nottetempo nella foresta vicina agli edifici. Ferito, confuso, impaurito, si inoltra nel bosco perdendosi per strada un po’ della sua preziosa attrezzatura. Tutto sembra più difficile, vissuto realmente, ma il suo motto è VdV, ovvero volontà di vivere, che fa affrontare qualsiasi difficoltà.
Dunque un personaggio che ispira tenerezza, per la fragilità e l’ingenuità che lo contraddistinguono; ma anche un ragazzino pieno di risorse, compresi i suoi ineffabili amici immaginari, determinato a sottrarsi, con i mezzi che ha, alla interminabile sequenza di prepotenze che ha subito; riesce, alla fine, a vincere le sue paure e ad affermare le sue ragioni in un mondo adulto davvero deprecabile.
Se Vincent riesce nel suo intento è anche grazie alla presenza di La Jas, anche lei fuori dal coro e anche lei contenta di affermare la sua preziosissima individualità. Costantemente il lettore e la lettrice sono invitati ad entrare nel mondo solitario di Vincent, nella sua ostinata e metodica ricerca di una via di fuga.
Un altro indiscutibile punto di forza del libro è la cura con cui è stato prodotto: dai caratteri ad alta leggibilità, al colore delle pagine che segnano l’inizio del libro e di ciascun capitolo, alle illustrazioni, discrete ed efficaci, di Martje Kuiper. Non solo i titoli dei capitoli e le pagine che li precedono, l’illustratrice interviene qui e là con piccole illustrazioni che riprendono l’andamento del racconto. Il romanzo è risultato finalista in due importanti premi , in Germania e in Olanda, e probabilmente sarà portato sul grande schermo.
La lettura è scorrevole ed avvincente, adatta a lettrici e lettori avventurosi a partire dai dieci anni.

Eleonora

“Sono Vincent e non ho paura”, E. Koens, ill. di M. Kuiper, Camelozampa 2022





mercoledì 28 luglio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RICKY BLOOM


Uno dei maggiori pericoli, quando ci si basa su storie vere, è quello di costruire una trama con una debordante finalità didascalica, direttamente o indirettamente volta a sottolineare ‘la morale della favola’.
Karol Ruth Silverstein raddoppia il rischio parlando della propria esperienza personale, l’essersi ammalata in adolescenza di artrite reumatoide.
Più e più volte abbiamo incontrato, nella letteratura per ragazzi, personaggi con difetti, limitazioni, traumi o caratteristiche tali da indurre la solitudine e l’isolamento. Primo fra tutti Wonder, ma anche Fish boy, Melody e così continuando; spesso l’intento dell’autore o dell’autrice è dare dignità e visibilità al sogno dell’emancipazione dai propri limiti.
Bene, in ‘Le parole di Erica Bloom’, pubblicato da Edt Giralangolo, questo non avviene e sono infinitamente grata all’autrice per la sobrietà e l’equilibrio con cui tratta una situazione, rara sì, ma estremamente invalidante.
La protagonista, Erica detta Ricky, si trova ad affrontare contemporaneamente la nuova condizione di malata e la separazione dei genitori. Vive nella ‘tana da scapolo’ del padre, dormendo su uno scomodissimo divano letto. Va in una nuova scuola dove è costretta a ripetere l’ultimo anno delle medie. Ma quando la conosciamo, in realtà sta marinando la scuola; da un mese sta a casa di nascosto, rannicchiata sullo scomodo divano, trovando sollievo in lunghi bagni caldi. La sua vita, dopo l’esplosione della malattia, è punteggiata dal dolore che ogni singola articolazione provoca muovendosi.
Ricky viene inevitabilmente scoperta, riportata nell’orrida scuola, dove si sente sbeffeggiata dai suoi compagni e non compresa dagli insegnanti. Per non perdere l’anno, dovrà recuperare tutto il tempo perso e nel farlo scoprirà che non tutti gli insegnanti sono ottusi, che non tutte le ragazze sono Barbie, sadicamente belle, che fra i ragazzi c’è qualcuno che la può capire.
Il racconto descrive con realismo il travaglio di una ragazzina che nel giro di poco tempo si trova catapultata in un’altra vita: la difficoltà a muoversi, la dipendenza da cure lunghissime e frustranti, la certezza che da quella malattia non si guarisce. La prima reazione, molto umana, è la vergogna: vergogna di essere lenta, goffa, di poter fare tanti movimenti prima naturali. La vergogna è la porta che consente ai bulli, e alle bulle, di esercitare il loro potere di interdizione, di esclusione. Dunque, vergogna e solitudine. La seconda reazione è la rabbia, che fa esplodere Ricky in un florilegio di parolacce, che sopra ogni cosa esprimono il suo rifiuto di contatto con il mondo.
Riappropriarsi delle parole, del loro senso e del loro valore; comprendere la violenza del silenzio fa parte di un percorso tracciato dal suo insegnante di riferimento, che con i suoi strumenti le consente di trovare le parole adatte per raccontare la sua situazione e i suoi sentimenti.
Come sempre, nel finale c’è forse un eccesso di ottimismo, necessaria compensazione di una situazione di per sé molto frustrante; ma quello che ho apprezzato di più di questo romanzo è l’ironia, il senso della misura, la capacità di declinare il dramma in commedia, esplorando con grande sensibilità la presa di coscienza di questa ragazzina.
Karol Ruth Silverstein ha una penna felice, la lettura scorre via veloce senza eccessi di enfasi, ma al contrario con meritevole leggerezza, fornendoci un realistico ritratto del mondo giovanile. Sono convinta che tante ragazze e ragazzi leggerebbero con piacere questo romanzo, che racconta la loro vita senza compiacimenti. Ma non so quante mamme e zie regalerebbero una storia così, con un argomento così difficile e con un linguaggio colorito, in cui il turpiloquio non è un’inutile volgarità, ma l’espressione di uno stato d’animo, di una effettiva impotenza di fronte ad un cambiamento così radicale.
Per questo, consiglio caldamente la lettura a ragazze e ragazzi dai quattordici anni in poi e la consiglio anche a quegli adulti che vogliano capire un po’ di più il mondo degli/delle adolescenti.
 
Eleonora


“Le parole di Erica Bloom”, K.R. Silverstein, Edt Giralangolo 2021



lunedì 5 luglio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RAGAZZI SELVAGGI


Sembra una storia come altre, dedicate al tema del bullismo, ma non lo è: ‘Ragazzi selvaggi’ di Luca Azzolini, pubblicato recentemente da De Agostini, è un esperimento ben riuscito di trasformare un’esperienza vissuta in un testo letterario che va ben oltre la testimonianza di fatti realmente avvenuti e più o meno trasfigurati.
Seguiamo le storie di tre personaggi: Luca, che racconta la sua parte di storia in prima persona, è un ragazzino che ha vissuto i tre anni delle scuole medie come un incubo, conta i giorni che lo separano dalla fine dell’ultimo anno sperando di rendersi invisibile alla banda di bulli che lo ha preso di mira; poi c’è il soggetto collettivo, i bulli della stessa classe di Luca, quattro ragazzi che per motivi diversi non possono che recitare la parte che si sono ritagliati: i ragazzi senza limiti e senza regole, alle cui angherie tutti devono sottostare; infine, c’è Mattia, un ragazzino di prima, che riesce a trovare il coraggio di ribellarsi, spalleggiato com’è da tutta la sua classe; a lui la vita sembra sorridere, con il primo amore che sboccia e un grande talento fra le mani.
Ogni giorno, segnato come pagina di un almanacco, vede queste tre voci intrecciarsi, con un’altalena di sentimenti, di emozioni, di tradimenti e di confessioni, nel microcosmo di un gruppo di ragazzine e ragazzini che vivono in un paese in provincia di Mantova, fra il Mincio e il Po.
Siamo nel 1997, diversi da oggi i giochi, le compilation di brani musicali, gli idoli televisivi.
Ma le dinamiche all’interno di un gruppo di ragazzi sono sempre quelle: la sopraffazione, la sfida continua a superare tutti i limiti possibili, e dall’altra le vittime, maschi o femmine che siano, così desolatamente indifesi di fronte alla prepotenza. In mezzo, i tanti spettatori, adulti o coetanei, che non vedono, non capiscono, non immaginano il lato tragico di una dinamica che sembra doversi riproporre all’infinito.
L’azione si compie tutta nel mese di maggio, quindi a poche settimane dalla fine della scuola; Luca cerca di sfuggire alle trappole dei suoi persecutori, grazie anche all’appoggio della sua unica amica , Marika. La banda di bulli si ingegna a trovare sempre nuovi modi per umiliare le proprie vittime, mentre Mattia insegue il sogno di quel sentimento così potente e sconosciuto che lo lega a Clara, sua compagna di scuola.
Solo che Marika, ad un certo punto, si ribella pubblicamente, Luca non la sostiene, anzi rivela un suo segreto. Marika verrà punita, ma deve esserlo anche Luca. Massimo, Alberto, Lorenzo e Mirco passano le giornate a cercare di trovare lo scherzo più grande che sia mai stato realizzato in quella scuola. Ma quello che hanno in mente non è una goliardata, vogliono sabotare la bici di Luca, solo che Luca negli ultimi giorni non esce nemmeno di casa e quindi cambiano obbiettivo.
Le storie di bullismo non sono certo rare e spesso mostrano un tono didascalico, ben attente a separare il bene dal male. Qui c’è un’importante dose di autenticità, una presa diretta sugli stati d’animo, le dinamiche incontrollate, l’incosciente superficialità dei ragazzini che rende il racconto vivo, credibile, efficace.
E’ un racconto ad altezza ragazzi, il mondo adulto è uno spettatore alquanto inconsapevole e distante. Non ci sono dei veri cattivi, gli stessi bulli ci appaiono piccoli, spaventati aspiranti gangster da quattro soldi e pagheranno il prezzo delle loro imprese.
Le vittime, viste con l’occhio adulto, hanno la soluzione a portata di mano, ma è proprio questo il brutto dell’essere giovani, insicuri, inesperti e molto soli: le vittime, ragazze o ragazzi che siano, non riescono a vedere quanto siano fragili i loro stessi carnefici, resi forti solo dalla paura altrui.
Ho trovato anche molto bella la ricostruzione d’ambiente, la bassa padana con il suo paesaggio così dominato dall’acqua, le sue campagne , le biciclette che volano sugli argini.
Luca Azzolini ha al suo attivo numerosi romanzi fantasy e di avventura, dedicati a ragazze e ragazzi. Qui mi sembra saldamente e felicemente ancorato alla realtà.
Consiglio la lettura a ragazze e ragazzi, che vogliano guardarsi un po’ allo specchio, a partire dai dodici anni; ma lo consiglio anche a genitori e insegnanti che abbiano voglia di aprire gli occhi.

Eleonora


“Ragazzi selvaggi”, L. Azzolini, De Agostini 2021



venerdì 18 giugno 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE, NON AVERE 
 
Una specie di scintilla, Elle McNicoll (trad. Sante Bandirali)
Uovonero 2021


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni)
 
"'La storia che il signor Patterson stava raccontando mi faceva... era difficile da ascoltare. Quindi avevo bisogno di autostimolazione, ma siccome sapevo che non potevo farlo... mi sono fatta prendere dal panico.' Audrey annuisce, ma so che ancora non lo capisce del tutto. Penso che per le persone neurotipiche debba essere difficile immaginare un modo completamente diverso di pensare e di sentire. Un modo potenziato dove tutto è più forte, più luminoso. Migliore. Peggiore."


Audrey, la sua nuova compagna di classe, ha appena assistito a qualcosa che non sa spiegarsi: un forte malessere di Addie durante il racconto del signor Patterson su alcune donne che molti anni prima erano state condannate per stregoneria a Juniper. Per come è fatta Audrey, non ha senso elucubrarci sopra, ma piuttosto chiedere ad Addie una spiegazione di tutto ciò.
La spiegazione è lì sotto i suoi occhi: Addie è una ragazzina autistica che ha una sensibilità differente dai neurotipici e che, nel sentire i dettagli della storia di queste donne accusate ingiustamente di stregoneria solo sulla base di presunte loro diversità nel modo di comportarsi, fa immediatamente sue le loro sofferenze: si immedesima in quella condizione che riconosce un po' come sua. E' un po' come se riuscisse a vederle, a sentirle, con una sensibilità molto più forte di chiunque altro.
Addie, in ogni minuto della sua esistenza, si misura con l'esterno e ne verifica la capacità di essere più o meno compresa, nella sua diversità. Ovviamente in famiglia lei è e si sente capita - con la sorella maggiore Keedie ha un feeling tutto particolare, essendo anche lei autistica.
Nella sua vita sociale le cose però non sono affatto semplici e tranquille: un'insegnante ottusa e gretta le rende la vita scolastica semplicemente insopportabile, i compagni di classe la bersagliano spesso e volentieri, la sua ex migliore amica Jenna, in coppia con la perfida Emily che l'ha soppiantata, la prendono di mira e la vessano con una crudeltà. Al contrario, il bibliotecario e l'insegnante di teatro sanno entrare in sintonia con lei e con loro è una bellezza parlare e aprire il proprio cuore.
Questo è il racconto in prima persona di Addie, della sua vita di relazione all'interno di una piccola comunità, il villaggio di Juniper, alla periferia di Edimburgo, dove cercare di essere se stessi non sembra così facile. Ma è anche la storia di una sua personale battaglia, che combatte al fianco della sua amica Audrey e della sua famiglia, perché a tutte quelle donne, che la società condannò come streghe solo sulla base del fatto che erano diverse, sia riconosciuta giustizia e onore.


Questo è un libro che cresce con lentezza, ma che dimostra di avere una sua forza interna in grado di 'spostare' il lettore, ovvero di creare in lui una differenza tra il prima e il dopo. E questo, per un libro, è un buon risultato.
Si fa fatica per tutte le centottanta pagine a digerire alcuni personaggi e, alle volte, risulta difficile dare loro una parvenza di autenticità perché sono davvero nauseanti nel loro modo di fare. Tuttavia, tutto questo sembra avere una sua ragion d'essere in una prospettiva di maggiore respiro in cui la voce di Addie abbia modo di esprimersi in tutte le sue sfumature. Insomma, occorre un termine di paragone che sia immediatamente leggibile come in contraddizione e oppositivo al personaggio di Addie. Ed è esattamente quello che accade. Il racconto assume spessore proprio in questo continuo stridere tra chi si reputa normale, e su questa normalità costruisce il proprio potere, e chi invece sa riconoscere la propria unicità, e sulla consapevolezza di sé, costruisce la propria sicurezza.
Attraverso il suo sguardo che è differente, camminandole dietro lungo strade mai percorse finora, si riescono a palpare luci, colori ed elettricità nell'aria, si riescono a percepire le sensazioni, si impara un codice interpretativo e comunicativo 'altro', si riescono a seguire quelli che sono i modi di interpretare la realtà di chi è autistico.
L'esperienza non può lasciare indifferenti, per due ragioni che si compenetrano. La prima ha a che fare con l'apprendimento: stiamo di fatto imparando una nuova lingua, ma forse sarebbe più corretto dire una nuova cultura, in tutte le sue sfaccettature; la seconda ha a che fare con l'immedesimazione. In questo caso, il fatto che Elle McNicoll sia effettivamente una 'neurodivergente' produce in chi legge una tale onda di autenticità che risulterebbe davvero complicato non arrivare a 'sentire' in modo empatico quello che prova Addie. E questo non vuole dire solo che il lettore prende le sue parti di fronte alle ingiustizie cui viene di continuo esposta, ma molto più profondamente il lettore si irrigidisce con lei, quando qualcuno la abbraccia troppo a lungo, si preoccupa con lei quando qualcuno alza troppo il tono della voce, socchiude gli occhi con lei quando c'è una luce che sfarfalla...
Bella e utile esperienza.


Carla

mercoledì 5 maggio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NELLA SUA PELLE


‘The skin I’m in’ è il titolo originale del romanzo pubblicato nel 1998 dalla scrittrice afro-americana
Sharon G. Flake; Giunti lo traduce nel sottotitolo, ‘Il colore della mia pelle’. La scelta editoriale coglie l’attimo, l’attenzione alle tensioni razziali, così forti negli ultimi anni negli Stati Uniti e non solo.
Il romanzo racconta la storia di Maleeka Madison, tredicenne dalla pelle molto scura, che frequenta una scuola non certo di prim’ordine e del suo incontro con un’insegnante dall’aspetto non proprio comune e dai modi piuttosto irrituali. Le vicende di Maleeka, che ci parla in prima persona, sono piuttosto complicate: è orfana di padre, la madre ha faticato non poco a riprendersi dal lutto, grazie anche alle improbabili attività di sarta; a scuola non è popolare e sopravvive grazie a Charlese, ragazzina viziata e decisamente prepotente, che si serve dell’amica per superare le prove scolastiche, ma sottoponendola continuamente a ricatti e soprusi.
Poi c’è John-John, che ha avuto una cotta per lei e si è sentito respinto e si si vendica schernendola in continuazione.
La verità è che la ragazza non si piace: si vede troppo scura, troppo alta, troppo magra; non le piacciono i vestiti che le cuce la madre, non le piacciono le ‘amiche’ di Charlese, un giro di bulle di periferia. In compenso le piace la matematica e, grazie ai metodi poco convenzionali della professoressa Saunders, scopre anche che le piace scrivere.
E poi c’è un ragazzo, Caleb, che timidamente le si avvicina.
Ovviamente, non stiamo parlando di una scuola qualsiasi, ma di una di quelle scuole di periferia, non troppo costose, che raccolgono alunni e alunne dei quartieri poveri; intorno alla scuola, strade malfamate, teppisti, paure e coraggio che si tengono a braccetto.
Maleeka ci racconta tutto questo in un’altalena di stati d’animo, che alternano la speranza di una vita diversa, normale, alla sensazione di essere chiusa in trappola, all’interno di contesti violenti da cui non riesce a sfuggire. Proprio per la sua difficoltà a reagire ed allontanarsi da Charlese e le sue amiche, si fa coinvolgere in un atto di vandalismo dentro la scuola. Ma non tutti credono alla versione ufficiale dei fatti e quindi forse ci sarà per lei una possibilità di riscatto.
Come ambientazione e tematiche, questo romanzo si affianca a quelli, decisamente successivi in termini temporali, di Reynolds, in particolare a ‘Ghost’ , a dimostrazione che venti anni non sono riusciti a modificare in modo significativo la condizione degli afro-americani poveri: in entrambi i romanzi sono raccontate famiglie monoparentali, difficoltà economiche, un contesto sociale pericoloso e spesso violento.
Maleeka ci racconta, però, qualcosa di in più: la difficoltà di amarsi quando si ha la pelle nera, troppo scura, troppo lontana dall’ideale di bellezza rappresentato dalle ragazze caucasiche. Non stare bene nella propria pelle, vedersi brutta, introiettando un pregiudizio negativo, direttamente o indirettamente razzista. Ma come tanti romanzi ci hanno raccontato, la discriminazione per le peculiarità di alcuni individui non riguarda solo il colore della pelle: scoprirlo per la protagonista di questo romanzo è anche l’inizio di un percorso di accettazione di sé.
Anche qui, come in altre storie, la scuola è il principale strumento di emancipazione messo a disposizione dei più giovani; spesso ce ne dimentichiamo, anche qui, ora, accade che una pandemia allontani dal percorso scolastico quei ragazzi e quelle ragazze più fragili, che non riescono a condividere le magnifiche sorti e progressive della tecnologia.
Non stiamo parlando, dunque di condizioni astratte e distanti: discriminazioni, bullismo, precarietà economica, fragilità delle famiglie più esposte economicamente, sono condizioni che continuano a presentarsi soprattutto nelle periferie delle grandi città. Tanti ragazzi e ragazze sono lasciati soli ad affrontare problemi troppo grandi per loro.
Singolare, dunque, l’attualità di questo romanzo, anche al di là del suo contesto specifico; è un romanzo imperfetto, con un ricorso in alcuni punti eccessivo a metafore e paragoni; ma è una storia molto viva, vicina alla sensibilità di giovani lettori elettrici, dai dodici anni in poi, scritta con uno stile diretto, esplicito, e con un grande ritmo narrativo.
Vale la pena leggerlo.
 
Eleonora


“The skin I’m in. Il colore della mia pelle”, S. G. Flake, Giunti 2021