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venerdì 17 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GRANDE IMPERO

La parabola del panificio indipendente, Neil Packer (trad. Sara Saorin) 
Camelozampa 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Un giorno, il signore della grande fabbrica si recò al piccolo panificio. Disse quanto gli piaceva come si presentava quel negozio e si complimentò per come era esposta la merce nelle vetrinette. Disse anche quanto gli piaceva il profumo del pane fresco e aggiunse che doveva essere un lavoro tremendamente faticoso per una coppia anziana sfornare ogni giorno del pane così delizioso per tutta la città. Chiese loro se magari avrebbero voluto vendergli il negozio, ma i due panettieri risposero di no!" 

Prima, in quella città i panettieri erano molti e da tutte le panetterie arrivava sempre un profumo delizioso. Poi, con il passare del tempo e con l'arrivo della grande fabbrica, tutti i panettieri smisero di panificare e vendettero le loro botteghe al signore, il padrone della grande fabbrica che produceva in grande quantità pane tutto uguale: insipido, insapore, molliccio e gommoso. 
Solo la panetteria della coppia di anziani resistette, ma fare il pane per tutti coloro che non gradivano il pane della fabbrica - ed erano in molti - era davvero troppo per le loro forze. Così quando l'uomo della fabbrica tornò per una terza volta, loro non trovarono più il coraggio di opporsi e, in cambio di sei anni di crociera intorno al mondo, cedettero la loro attività. 


Ma un giorno tornarono nella loro città e, a casa, ricominciarono a farsi il pane. Il profumo, in uno con la notizia che erano rientrati, si propagò per l'aria e quindi la gente ricominciò a fare la fila davanti alla loro porta di casa per comprare il pane di nuovo delizioso. 



Ma se prima erano solo molto stanchi adesso erano anche davvero molto vecchi. 
Tuttavia un sistema per accontentare tutti c'era: diffondere la ricetta, in modo che ciascuno fosse così in grado di impastare e cuocere il proprio pane. E così andò. 
E la fabbrica chiuse e anche tutte le botteghe che fino a quel giorno avevano venduto quel pane insipido, insapore, molliccio e gommoso. 

Anche in questa seconda uscita italiana di Neil Packer accadono alcuni fenomeni che già con Unico nel suo genere erano stati notati. 
Qui come lì, la storia è esile e tutto sommato è la cosa meno intrigante del libro nel suo complesso. 
A parte il voler dire che i centri storici delle nostre città si stanno gentrificando, che l'omologazione è un fenomeno pericoloso e da combattere, a parte il voler dimostrare che nel piccolo si fanno cose più originali che nel grande, a parte voler ribadire che il pane di una piccola bottega, fatto con cura e sapienza "profuma", mentre quello di fabbrica è gommoso, mi pare che ancora una volta Neil Packer intorno a questo sia capace di costruire una struttura tridimensionale, il libro in sé, ben più stimolante e interessante. 


Se si allarga - anche di poco - l'orizzonte profetico di quanto la storia stessa racconta riguardo all'appiattimento di ogni diversità, nello specifico quella panificatoria, si potrebbe affermare che le cose fatte ad arte - compresi i libri - profumano, ovvero hanno un gusto migliore di quelle prodotte in serie e industrialmente. 
Questo è per dire che la morale della storia dei due vecchi panettieri, a me pare molto più efficacemente espressa nel libro in sé. La parabola del panificio indipendente, il libro come oggetto fisico, sta lì a dimostrarlo. 
E quindi un libro come una pagnotta, se fatto a regola d'arte, si distinguerà da un libro uscito da un'editoria un po' più commerciale: il pan bauletto non può competere con una buona pagnotta, impastata a dovere e cotta a legna. 
E allora Neil Packer fa le seguenti cose: si rende unico (!) e progetta un formato insolito, una stampa a due colori, una copertina battuta a secco, font originali, e una impaginazione canonica con blocchetti di testo e capolettera rosso, quindi con un effetto visivo molto 'tradizionale', vecchio stampo (!). E altrettanto classicamente, il testo mai si incontra con le immagini. Fanno eccezione tutte le diciture delle botteghe di pane, la cartellonistica e il frontespizio. 


Costruisce le singole tavole con grande raffinatezza, con elementi che talvolta escono dalla gabbia, con simmetrie interessanti e con quella prospettiva quasi zenitale e quella voluta riduzione della profondità di spazio che ci rimanda - anche con alcuni richiami precisi - alla storia di Arvo e del suo gatto, visto in Unico nel suo genere


Parecchi i riferimenti e una comune matrice espressionista tedesca con i suoi echi politico-sociali e, soprattutto, la cura lì come qui per il dettaglio. Anche infinitesimale.
Ma fa ancora di più, impasta, in squadra con Camelozampa, una storia dal gusto molto italiano, e infatti il libro nasce e lievita tutto in Veneto. Una storia che ruota intorno al pane e a una certa cultura del pane che ci appartiene (ma ruota intorno anche a una cultura del piccolo commercio e delle piccole botteghe che cercano di resistere all'impatto della grande distribuzione). Crea uno spazio apposito per accogliere la ricetta di Marco Sutto di Pane e Bontà 1921, combinazione di Portogruaro. Il libro viene stampato, con quella cura di altri tempi, da una delle ultime tipografie a Venezia, la Grafiche Veneziane che fa un lavoro egregio. Rispetto al suo predecessore, qui una sola cosa manca: se Unico nel suo genere, a volerlo leggere a fondo, si è rivelato una miniera di spunti per ulteriori ragionamenti anche molto divergenti, qui nella Parabola del panificio indipendente tutto sembra invece convergere verso una morale unica. 


D'altronde è una parabola, giusto?

Carla

mercoledì 4 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI COLETTE E LE ALTRE, OVVERO LE GALLINE LETTERARIE 

Quando le galline avranno i denti, André Bouchard (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA per PICCOLI (dai 6 anni) 

"Una volta in piedi, Colette prepara la colazione: quattro chicchi di mais e un verme che manda giù in tutta fretta, senza scordare la sua dose di ghiaia per dare consistenza al guscio delle uova. Dopo si precipita in bagno per darsi una rapida sistemata con un po' d'acqua fredda e lavarsi i denti. E poi, via, schizza fuori di casa, per... 
TONINO 'Ma le galline non hanno i denti! Che storia è mai questa?' 
PAPÀ 'Appunto, è solo una storia. Tonino. Si potranno mettere in bocca i denti a una gallina anche solo per divertimento, no?' 
TONINO 'Invece no. Una gallina con i denti non esiste, e non è nemmeno divertente...'" 

La mattina della gallina così ricomincia. Senza lavarsi i denti ha anche guadagnato qualche minuto in più. Corre all'autobus che la porta in fabbrica dove deve produrre uova: dodici ore estenuanti con un ritmo di un uovo al minuto. Torna e a casa e stramazza sul divano, con un libro in mano (no niente libro, le galline non sanno leggere, obietta Tonino, il bambino che a letto prima di dormire ascolta il racconto che il padre sta inventando per lui.) No, davanti alla tv. 
La la mattina dopo, stesso tran tran e una brutta sorpresa: nessun uovo prodotto. Il licenziamento arriva immediato e con esso l'obbligo di presentarsi alla ditta Nuggets... Non vale l'ipotesi di farla volare, perché Tonino lo sa che le galline non volano, ma correre veloce invece le è concesso. 
Questa è la storia di quella povera gallina "letteraria" che decide di opporsi al suo mesto destino, rivendicando la propria autonomia nelle scelte. Con buona pace di chi invece di fare il saputello, dovrebbe solo pensare ad addormentarsi. 

Si prosegue a ragionare di galline con i denti, che evidentemente hanno un loro appeal in ambito letterario. 
Sulle galline diventate dentute dopo Chernobyl nessuno ha osato obiettare nulla: Tonino forse dormiva e suo padre non ha potuto leggergli il libro di Ervas e neppure quello di Bénédicte Guettier.
Qui purtroppo la gallina in questione si scontra con un bambino dall'immaginazione che va e viene. Gallina sull'autobus, tutto nella norma; gallina che legge, non sta su. 

© André Bouchard

Bouchard sfodera una delle sue storie di media lunghezza, che è costruita sulla metanarrazione, ossia una storia in cui c'è la storia e anche chi racconta la storia diventa storia a sua volta. 
Tra le costanti che hanno attraversato tutti i suoi libri c'è il suo senso dell'ironia che qui si esplica in entrambe le storie: quella di Colette e quella di Tonino e suo padre. Entrambe dovrebbero essere, su precisa richiesta di Tonino, storie vere. Così come recita l'incipit che riguarda entrambe e che compare in un luogo anomalo: la quarta di copertina. 
Altra costante è la capriola finale, che in questo caso è addirittura doppia.

© André Bouchard

Come già altre volte è capitato, Bouchard concepisce i suoi libri nell'uso che se ne può fare, ossia non si limita a considerare la storia che essi contengono, ma ne progetta sempre una ricaduta pratica, 'vivente', ossia ha sempre molto chiaro il lettore nell'atto di leggere le sue storie. E nel farlo, ne dà contezza nella scrittura stessa o nel disegno. Qui addirittura il lettore è in qualche modo coprotagonista al fianco della gallina Colette. 
Altrove ha invece messo temporaneamente a tacere la voce narrante per rivolgersi direttamente a chi ascolta. Circostanza questa che non può lasciare indifferente nessuno. 
Altra cosa che succede qui, come è già successa altrove, per la precisione in La famiglia Porelli: Bouchard racconta le classi disagiate. Lì c'erano dei poveracci senza lavoro, che vivevano di espedienti e si erano attrezzati in una specie di baraccopoli mesta, qui invece una gallina vessata, sfruttata e senza garanzie sindacali che ne tutelino i diritti fondamentali di lavoratrice. 

© André Bouchard

E come se non bastasse, anche la sua privacy è piuttosto a rischio... 
Però però però. Qui succede anche qualcosa che non ha corrispondenza alcuna con il testo. 
Si tratta di una storia che attraversa la vicenda di Colette, e lo fa solo a livello visivo. 
Il tacerne da parte dell'autore lascia campo libero a molteplici letture che hanno tuttavia un denominatore comune che con le questioni di genere ha parecchio a che fare. 

© André Bouchard

A voi, libera interpretazione. 

Carla 

Noterella al margine. Parrebbe che si siano magicamente verificate le condizioni per costruirsi un proprio "cofanetto Bouchard", dal quale resta escluso per motivi di ingombro Al luuuuuuupo!

lunedì 15 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI MEDUSE E DI VACCHE 

Dacca toxic, Catherine Fradier (trad. Ilaria Piperno e Sante Bandirali) 
Uovonero 2023 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"'Non voglio ferirti Sacha, ma in certi momenti sei così... bizzarro. È chiaro che sei molto intelligente, dipende da qualcos'altro...' 
'Da una neurodivergenza. Sono autistico. Un autistico di livello 1.' 
'Che roba è?' 
'È una forma di autismo senza deficit di intelligenza, né ritardo nel linguaggio. Significa avere difficoltà a comunicare, a comprendere i codici sociali, a decifrare le emozioni. Questa è anche la spiegazione del mio interesse e della mia tendenza ad appassionarmi esageratamente a temi molto specifici. E spiega molte altre cose...' 
Di colpo mi sento esausto, resto in silenzio. E mi alzo in piedi. 
'Vado a dormire, questa conversazione mi ha fatto stancare. Buona notte Sultana.'" 

Sultana è una ragazzina ricoverata nel Rifugio, il campo base in cui la madre di Sacha, medico, opera. Sacha segue sua madre in tutte le sue missioni all'estero, dal giorno in cui lei ha deciso di ritirarlo da scuola perché vittima di feroci atti di bullismo. 
A Parigi, madre e figlio, ci stanno ben poco: la maggior parte del tempo sono in giro per il mondo a cercare di portare aiuto dove ce ne sia bisogno. 
Ora sono Dacca, capitale del Bangladesh. Megalopoli inquinata e piena di contraddizioni sociali. Quella con cui madre e figlio Sourieau entrano in contatto è lo slum di Hazaribagh, in cui c'è la più grande conceria a cielo aperto del Bangladesh, ne raccoglie al suo interno almeno novanta. 
Condizioni di lavoro impensabili, inquinamento da prodotti tossici e bambini, soprattutto bambini sfruttati che ci lavorano almeno dodici ore al giorno per sette giorni la settimana. Bambini la cui pelle si brucia con gli acidi che maneggiano senza nessuna precauzione. Aria mefitica per i prodotti per la concia e per l'assoluta mancanza di una qualsiasi norma igienica della baraccopoli che è sorta intorno alle concerie. 
Un inferno. Che la madre cerca di risparmiare a Sacha il quale, nel centro, fa la sua vita di sempre, con la sua tenda Quechua, in cui rintanarsi, con Sophie che ne coltiva l'istruzione e ne riempie le giornate, quando sua madre è fuori per prestare il suo aiuto sul campo. 
Ma se Sacha viene prudentemente tenuto lontano da quell'orrore quotidiano, è proprio quello stesso orrore che gli si para davanti con l'arrivo di Anil prima e di Sultana poi. 
Sono entrambi reduci di incidenti alla conceria, entrambi arrivano in condizioni disastrose e senza più voglia di andare avanti: Anil ha perso le gambe e Sultana è stata colpita da uno schizzo di acido sul viso, che le ha fatto perdere un occhio e le ha sfigurato la parte alta del viso. 
Per scalfire il silenzio e la depressione di entrambi entra in gioco Sacha e il suo libro sulle meduse che ha il merito di 'riaccendere' Anil, che presto torna nel gruppo e lascia l'infermeria. 
Mentre il silenzio e la totale apatia di questa ragazzina si interrompe, per incanto e in modo del tutto inatteso, con un sorriso e una mano che si protende verso di lui, con una richiesta precisa nei suoi confronti: basta parlare di meduse... 
Questa è la storia piuttosto avventurosa di una neurotipica sfigurata dall'acido e un neurodivergente che si impegna parecchio perché lei in quella conceria non ci debba più tornare. 

Una bella conferma, dopo Una piccola cosa senza importanza che nel 2021 si era rivelato già molto convincente per diverse ragioni. 
Le stesse ragioni che rendono anche questo secondo titolo qualcosa di molto particolare, letterariamente parlando. 
Qui in modo ancora più evidente che nel primo romanzo, Catherine Fradier fotografa una realtà, anzi due, anzi tre con una lucidità che sa essere anche maledettamente dolorosa. 
Lo sguardo divergente di Sacha, che continua ad avere la sua tenda rifugio, che continua a non mangiare cose marroni, è lo sguardo dominante che attraversa la storia a cui Fradier - andando dritta per la sua strada - abitua i suoi lettori. 
A questa nuova prospettiva di visuale ci si conforma immediatamente, arrivando addirittura a convenire, al fianco di Sacha, che il nostro modo di ragionare da neurotipici non è sempre il migliore e il più efficace. 
Il valore benefico di questo sguardo non credo di doverlo spiegare. 
La seconda realtà consistente che qui viene messa in luce è la situazione dello sfruttamento del lavoro minorile e contemporaneamente le condizioni di inquinamento in cui questi piccoli schiavi si trovano costretti a vivere. Così il caso di Dacca diventa, con le sue crudezze, bandiera di molte altre tremende realtà in cui l'infanzia viene sfigurata. 
Ecco, se qualcuno fosse in cerca di letteratura d'evasione, questo non è il libro adatto. 
La terza realtà che Catherine Fradier mette sulla pagina, ci riguarda ancora più da vicino. Quella che all'inizio sembra essere una storia marginale, laterale rispetto alla situazione delle concerie di Hazaribagh e alla storia-guida di Sultana, irrompe nella seconda metà del libro e lasciando una forte traccia di sé. 
Il fratello di Sultana, Dilip, non lavora come la sorella in una conceria, ma in un mattatoio ed è intorno a questo luogo di sangue e dolore che ruota la parte avventurosa, cui Tradier non rinuncia mai. 
Nonostante la costruzione narrativa non lasci scampo al lettore che resta incollato alle pagine che corrono verso il finale, travolgendolo, ecco, nonostante questo, mentre si è lì che si corre sui risciò attraverso le strade notturne di Dacca, si attraversano incolumi fiumi di liquami e scarti chimici tossici, arriva - una mazzata alle spalle che ci atterra. 
 A tutti quelli che si aspettano che la letteratura sia palestra indolore in cui allenarsi alla vita, beh, sappiano che non è sempre così. 
Se se ne vuole uscire incolumi, in fondo basterebbe chiudere il libro e fare altro. 
Ecco, così come già mi era capitato con Safran Foer, Se niente importa, anche ora con Tradier - che peraltro proprio da Safran Foer si dice illuminata - se chiudo il libro, non riesco a fare altro. 
La mia coscienza è lì che mi guarda e allora faccio voto di non voler più avere una bistecca davanti. Mai più. 
Duro, crudo, impietoso (è forse l'unico modo per accendere l'attenzione di un popolo di 'distratti' e scuotere le loro coscienze?) è il racconto di una notte in quel mattatoio da parte di Sacha che ne attraversa i tremendi meccanismi di morte, guardandoli e raccontandoli con quella precisione matematica che caratterizza il suo modo di mettere in ordine i fatti. 
Talmente indicibili, che è meglio scriverli in uno dei suoi tanti Moleskine. 
Un libro necessario. 

 Carla

lunedì 18 febbraio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TOK! TOK! TOK!

Cicala, Shaun Tan (trad. Marco Ruffo Bernardini)
Tunué 2018


ILLUSTRATI

"Cicala in alto edificio lavora.
Immissione dati. Diciassette anni.
Malattie: mai. Errori: mai.
Tok! Tok! Tok!

Diciassette anni. Promozioni: niente.
Risorse umane dice: Cicala non umana.
Risorse: niente.
Tok! Tok! Tok!"



Cicala non ha a disposizione neanche il bagno. Deve fare dodici isolati verso il centro e il tempo usato gli è detratto dalla busta paga. Nell'ufficio dove Cicala lavora, cellette in muratura senza soffitto, i colleghi umani non portano a termine mai il lavoro e tocca a lei farlo. Non la amano, anzi la disprezzano. Il suo stipendio non le basta per pagare l'affitto di un appartamento, così vive nell'intercapedine di un muro di quello stesso ufficio, senza che la Compagnia lo sappia. Ovviamente. Dopo diciassette anni passati così, arriva la pensione: niente festa solo l'ordine di lasciare libero il suo posto. Senza lavoro, senza soldi, senza casa a cicala non resta che il tetto di un edificio abbastanza alto.
È arrivato il momento di dire addio a tutto questo...


Sull'angolo del cornicione Cicala guarda in avanti. E poi da quel grigio diffuso che è stata la sua esistenza fino a quel momento, Cicala muta. Da insetto con sei zampine, tre per lato, chiuse in una camicia bianca e in un completo grigio, atte solo a scavare e diteggiare su una tastiera, sul suo dorso spaccato e pieno di luce 'interiore' tira fuori finalmente il suo corpo nuovo e alato.
Altro che suicidio. Metamorfosi e rinascita a una vita libera. Non prima però di aver rivolto un ultimo pensiero agli Umani. 
No, non un pensiero, una risata.

Sarà una risata che vi seppellirà: 1905 fotografia dell'arresto di un anarcosindacalista a Parigi durante uno sciopero. Lo sghignazzo della classe operaia. 


A braccia aperte, ride. Con la sua camicia bianca in primo piano, tenuto per la giacca da due poliziotti, l'operaio viene avanti con sicurezza e ride, trascinandosi dietro la macchia scura dei due gendarmi in uniforme.
Pronunciata probabilmente da Bakunin alla fine dell'Ottocento, attraversa il pensiero anarchico ed è poi ripresa nel Sessantotto e scritta sui muri nel Settantasette, è la frase che si legge sotto questa foto (diventata poi un manifesto).
Quella risata diventa simbolo, estremo e infallibile.
È lo sberleffo di chi si sente fino all'ultimo libero nei confronti di ogni potere.
In questa direzione, la risata di Cicala, e di tutte le cicale che nella foresta cantano, è il simbolo della libertà nei confronti dell'oppressione.


Shaun Tan vola, è il caso di dirlo, sempre altissimo.
In un libro di poche pagine, in una rapida sequenza di frasi compresse crea un'icona di enorme potenza. Ed è lo stesso Tan a dirci che tanto del suo lavoro intorno a Cicala è stato quello di togliere, togliere, togliere. Per arrivare a mettere su carta solo il necessario. Infatti Cicala è immediatamente un'icona.
Da qualsiasi punto si voglia partire per ragionarci intorno, si trovano agganci che ne consolidano il senso e lo status di simbolo.
Uno. La cicala, animale che per eccellenza rappresenta la pigrizia, qui è lavoratore instancabile. Con riscatto finale.
Shaun Tan non ha paura di affondare le mani nel mito, nella favola di sempre, per darne una sua lettura e spiegazione originale.
Sarà difficile, da adesso in poi, d'estate, tra le cicale che friniscono, non andare con il pensiero alla sua Cicala libera e in pensione. E sarà difficile non sentirsi, con le dovute proporzioni, presi in giro come membri di quella stessa umanità che le libere cicale irridono.
Due. Il suo essere insetto chiuso in un abito umano e stritolato da una vita asfittica, fatta di ingranaggi in sequenza e la sua metamorfosi (al contrario) a mio parere ha il 'profumo' di Kafka. Kafkiana è la situazione, Kafkiana è la trasformazione, kafkiano il suo vivere al margine, il suo essere sempre a un passo dalla sua distruzione da parte del sistema, dal potere. Ma se kafkiano è lo spunto, molto più universale è la sua lettura del personaggio Cicala. È all'istante simbolo, icona, di tutti coloro che vivono lontano dai coni di luce, che sono laterali rispetto al mainstream, che vivono nell'ombra - 'nelle intercapedini' della vita sociale. Sono moltissimi i dettagli che si colgono nei disegni che a questo genere di persone e situazioni alludono.


Tre. Il linguaggio. È sincopato e anomalo. Per almeno due ragioni: da un lato dà voce a una relazione di tipo meccanico, molto più che interpersonale tra Cicala e Uomini. Dall'altro, ed è agghiacciante sentire la propria voce leggerlo, è la lingua dello straniero. Di colui che ha un vocabolario limitato e quindi limitante, in cui si perde ogni sfumatura (la bellezza delle lingue) per rimanere attaccato a un codice arido quanto disperato per arrivare a essere capito. Questo discorso andrebbe ampliato ben di più, perché necessariamente richiama lo straniamento su cui Tan tante volte, dall'Approdo in poi, torna a ragionare. Muoversi in un contesto estraneo, di cui non si conoscono (o riconoscono) forme, ritmi, tempi, luoghi e linguaggi, non è forse il fiume carsico che attraversa The Arrival?


Quattro (legato indissolubilmente al tre). L'appartenenza. Cicala è un'anomalia: un Insetto in un mondo di Umani. È diverso e come tale va trattato. Non a caso spesso Tan ragiona sull'invasione del pianeta da parte di creature 'diverse'. Uno per tutti: Rabbits. In questo senso, lui crea una sorta di immagine distorta di una umanità autoreferenziale, per mettere sul piatto la questione. Ognuno sarà libero di trovare le proprie risposte, ammesso che ci siano. Questa è la prova regina che siamo di fronte a un gran libro. 
And last but least, cinque. Il nesso fortissimo con il reale comportamento in natura delle cicale: la loro muta avviene in occasione della maturità (o della pensione). Con le due zampe anteriori adatte allo scavo del terreno (o alla tastiera di un computer) escono dal suolo (o dall'ufficio) e cercano un albero (o un alto edificio) dove arrampicarsi ed effettuare la muta. Lasciano definitivamente l'involucro ninfale e, dopo qualche ora, sono pronte per il primo volo. E la prima risata.


Carla


Noterella al margine. Come spesso accade, Shaun Tan anche per Cicala ha ricreato 'in vitro' dei piccoli scenari entro cui fa muovere il personaggio principale (un modellino tridimensionale e modificabile nei gesti), lo ha fotografato come se fosse su un set per studiarne l'incidenza della luce, e quindi ha usato le foto per la realizzazione delle tavole definitive. 



Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

mercoledì 26 settembre 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’ODORE DEL FERRO


Non è proprio recentissimo, ma forse proprio per questo mi piace ripescarlo fra le belle uscite editoriali di quest’anno: sto parlando di ‘La prima cosa fu l’odore del ferro’, racconto scritto e illustrato da Sonia Maria Luce Possentini, che Rrose Selavy pubblica con una introduzione di Maurizio Landini.
Racconta i tre anni che l’autrice ha passato lavorando in una fonderia nell’Emilia fra pianura e Appennino; esperienza che non ci si aspetterebbe nella biografia di una delle più brave e premiate illustratrici italiane. Ma per necessità e per curiosità, ha dovuto imparare la dura realtà della fabbrica, i suoi ritmi totalizzanti, entrare e uscire col buio; gli odori, quello del ferro su tutto, che si stampa sulla pelle e impregna ogni oggetto della fabbrica; la solidarietà e la distanza dagli altri operai, tutti maschi, la vita comune e l’alterità.


Tre anni sono lunghi, se son fatti di buio e di fatica, di odori persistenti e di ritmi sempre uguali, senza comprendere se quella è proprio la strada giusta.
La nonna, la persona che maggiormente la comprende, le dice che bisogna saper fare tutto e imparare da ogni esperienza, essere pronti ai casi della vita e lo dice a ragion veduta, lei che ha visto due guerre, momenti buoni e momenti tragici. Imparare a fare tutto, anche quello che non piace, anche quello che non appartiene al futuro, come suggeriscono i sogni e le fantasie che strenuamente resistono.


Poi arriva il messaggero di speranza, un cane nero che gironzola intorno alla fabbrica e che con Sonia instaura subito un rapporto di complicità: lui che si accuccia vicino agli scarponi da lavoro, che si fa abbracciare e alla fine indica la via di una nuova vita.
Cosa mi ha colpito di questo libro: in primo luogo, il racconto onesto, in presa diretta, del lavoro di fabbrica, del lavoro manuale, della sua fatica, dei suoi odori, della sua etica; poche cose uniscono più del lavoro, del lavorare insieme, il condividere ogni giorno la pesantezza materiale e quella del comando, la gerarchia spersonalizzante. E vediamo ogni giorno l’effetto del disperdersi di questa etica del lavoro, del difendersi tutti insieme e del lavorare onestamente.
In secondo luogo, ho trovato efficace la rappresentazione di una scelta di vita non facile: la vita in una fabbrica dal lavoro durissimo non è cosa da ragazze e misurarsi con questo non è poca cosa; misurare le proprie capacità, la propria resistenza, la distanza e la vicinanza con gli altri operai. Cosa si è disposti a fare per sopravvivere, quali prove si è in grado di affrontare senza dimenticare i propri sogni, per quanto ancora vaghi.

 
C’è poi la presenza di questo cane nero, che diventa suo malgrado il grimaldello per cambiare vita, voltare le spalle per sempre al mondo della fabbrica e cominciare una nuova avventura. Bella la sintonia fra i due, entrambi sottoposti al comando, entrambi desiderosi di fuga. In fondo, sono poche le parole dedicate a questo incontro, ma rendono alla perfezione il parlarsi senza parole, il condividere il richiamo del profumo del vento e del guardare lontano.
Questo racconto è materiale incandescente, proprio perché parla di vita vera, di un’esperienza forte ed è reso da immagini in cui domina il grigio, un grigio sporco, con pochi tratti di bruno, che evoca l’ambiente della fabbrica e il suo odore. Immagini nello stile della Possentini, che alludono e descrivono, creano atmosfere che più di tante parole restituiscono l’idea di fatica e di sporco, di sudore e stanchezza, fino al colore, chiaro, che si intravede sul finale.
Proprio perché è un racconto onesto, capace di rara sintesi e del tutto alieno alla retorica, non è pensato per i bambini e le bambine; ma lo userei per raccontare loro, e ai ragazzi e alle ragazze più grandi, un’esperienza di vita che ha molto da insegnare sul lavoro e le sue leggi, sul comando, che significa dover obbedire a una logica e un ritmo estranei. 
C’è un grande bisogno di aderire anche alla realtà e alla sua durezza.


Eleonora

“La prima cosa fu l’odore del ferro”, S.M.L. Possentini, Rrose Selavy 2018


venerdì 10 febbraio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL FALEGNAME

Insieme con papà, Bruna Barros
Il Leone verde edizioni 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

In un'officina un bambinetto tutto nero sta giocando con un videogioco mentre il suo papà, tutto nero anche lui,  in piedi al tavolo da lavoro sta studiando un progetto. Ha chiodi, sega e tavole di legno. 
E un bel metro a stecca giallo. 


Voltate le spalle, per prendere il legno, quel metro si anima e le sue due astine diventano improvvisamente le fauci spalancate di un serpente...
Di fronte a un serpente che ti sibila vicino, qualsiasi videogioco perde di interesse.
Ma quel metro, così giallo e così invitante e polimorfo, è una tentazione irresistibile.
Se piegato a dovere quel metro può diventare molte cose: una casa, un'automobile, un elefante e anche un albero sotto cui sedersi. E ogni volta il metro si allunga, magicamente le stecche aumentano per permettere al disegno inventato da quel bambino di esistere.


Fino ad arrivare a disegnare, segmento dopo segmento, una balena che dal suo sfiato comincia a spruzzare grandi gocce di acqua.
Dall'acqua che sale si può scappare in barca, remando, remando meglio se con papà... per andare più spediti basterebbe issare la vela.

Il metro a stecca è oggetto dalle grandi potenzialità se messo nelle mani giuste. E' una linea spezzata che disegna nello spazio. Disegna qualsiasi cosa sia capace di accettare lungo il suo profilo piccole fratture angolari, gli snodi.
Così accade che le mani giuste siano di quel bambino che forse si stava anche un po' annoiando, messo lì in un angolo.
Il gioco parte in solitario, ma subito diventa a due, un bambino e il suo papà, che decidono di fare assieme un bel salto nell'immaginazione.
Parecchie sono le cose da notare. Prima fra tutte, il silenzio delle parole che raccontano un dialogo affettuoso fatto di piccoli gesti significativi: il venirsi incontro di un piccolo con un grande. Una mano che si tende, una risata all'unisono, un braccio sulla spalle.
Ulteriore particolare che colpisce è lo stile del disegno: grafico, sintetico, che gode ne prendersi alcune libertà, nei tagli, nel moltiplicarsi del motivo della grande goccia o nella visione zenitale del tavolo da lavoro ingombro di tanti strumenti.


Cambia il colore, il giallo ocra trova nel blu il suo complementare e lo sguardo di chi legge ne gode.
La sostanza della storia risiede in una idea che conta su illustri antecedenti: in primo luogo il disegno dei propri desideri che si dipana dalla matita viola di Harold e diventa magicamente realtà. Un dei libri migliori sul potere dell'immaginazione, per mano del genio che fu Krocket Johnson. Altro nodo di senso la condivisione di un viaggio immaginario che sancisce la coincidenza di tragitto e di traguardo tra un bambino e il suo papà. 


Tutto questo raccontato con pochi gesti, poche pagine silenziose, ma di grande efficacia comunicativa, nella scelta cromatica, nella precisione del segno, nella imprevedibilità di un lessico ancora poco diffuso nei libri per i più piccoli che, negli ancora rari casi, si è sempre dimostrato perfettamente all'altezza di essere capito e apprezzato anche in mani più piccole.
In questa prospettiva è interessante il lavoro di ricerca che sta portando avanti Il leone verde che, per missione, ha quella di rivolgersi a un pubblico di lettori bebè.
Unico neo è la scelta del titolo italiano che ancora una volta conferma un inutile desiderio di essere capiti da tutti e a tutti i costi e subito, correndo il rischio di cadere nella didascalia. Il titolo originale O marceneiro, il falegname, avrebbe lasciato più ombra intorno al contenuto, cosa che di solito fa bene al libro: lo fa aprire per vedere cosa si nasconde dentro...



Carla

Noterella al margine. Io con il metro a stecca ci gioco tuttora.

giovedì 25 settembre 2014

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


UNA FAVOLA AL TEMPO DELLA CRISI


Lo sfondo di questa storia è una cosa seria: la città di Dublino è travolta dalla crisi economica, la stessa che sta soffocando anche noi; se i dati macroeconomici possono sembrare una cosa astratta, gli effetti sulla vita delle singole persone diventano qualcosa di concretissimo: disoccupazione, precarietà, vite spezzate. Cose serie, quindi cose da ridere, almeno per il nostro autore.
Ritorna la formula magica di Roddy Doyle che in All'inseguimento del Cane Nero, pur senza uguagliarlo, ricorda il mitico Trattamento Ridarelli: abbiamo il mondo dal punto di vista dei bambini, gli unici in grado di vederlo con occhi nuovi; abbiamo una cornice di animali parlanti e solidali, perché si sa che i bambini possiedono l'anello di Re Salomone; abbiamo un'azione continua, una lunga corsa all'inseguimento del Cane Nero. Se vi ricordate gli indimenticabili gabbiani, disgustati dal merluzzo, che accompagnavano la strada del signor Mack, non potrete che sorridere, ritrovandoli qui, ancora starnazzanti.
Gloria e Raymond sono due ragazzini intraprendenti, che amano sgusciare sotto il tavolo per ascoltare le chiacchiere dei grandi; una sera però si percepiscono solo mormorii, ovvero il bisbiglio dei discorsi troppo seri o dolorosi. Tutta la famiglia è preoccupata per lo zio Ben, che ha perso il lavoro ed è venuto a vivere a casa del fratello. È la nonna, un po' sorda, ma per niente rimbambita, a fare la diagnosi: il Cane Nero della depressione si è impossessato dell'ossobuffo di Dublino. Papà, mamme, zii, fratelli e sorelle sono preda della tristezza, della rinuncia, dell'avvilimento: hanno perso il lavoro, magari anche la casa e non sanno come fare. Questo è il terreno di caccia del Cane Nero: la disperazione e lo sconforto, e i bambini rischiano di esserne travolti, vittime ancora una volta delle storture del mondo dei grandi.
Da qui l'eroica decisione dei nostri ragazzini di andare in cerca di questo misterioso quadrupede, fatto di nuvola, ma anche di carne. Durante questa lunga e pericolosa caccia notturna si aggregano via via altri ragazzini, anche loro mossi dal desiderio di aiutare un parente, il papà, un fratello maggiore, una zia.
A loro spetta il compito di salvare la città, perché solo i ragazzini sono portatori di futuro; dunque questi piccoli eroi si riuniscono e si mettono sulle tracce del nemico d'ombra, che ha rubato l'ossobuffo di Dublino, ovvero l'allegria, la speranza, la capacità di ridere anche quando le cose vanno male.
Una lunga interminabile corsa attraverso la città, per salvarla dalla tristezza, ridandole quello spirito unico, che può consentire di affrontare le avversità.

Ancora uno sguardo sovversivo, provocatorio: il mondo occidentale che affonda nella crisi, distrugge le vite, mina la coesistenza civile, disarma il lavoro, principale fonte di dignità e di riconoscimento sociale; dove finisce il lavoro inizia il degrado, la povertà, l'assenza di solidarietà. Ma come raccontarlo ai bambini, spettatori incolpevoli di questa crisi? Doyle riesce a raccontarlo ai suoi lettori infondendo la necessaria speranza che a questa situazione si può reagire, la si può sovvertire, ritrovando il senso dello stare insieme e del darsi una mano. Forse più che di depressione, avrei parlato di rassegnazione, il dare per scontato l'immodificabilità dello stato di cose presenti; mi sembra sia uno dei connotati più tristi della vita di tanti/e ragazzi/e.
Il mondo salvato dai ragazzini? Come slogan troverei più appropriato E una risata vi seppellirà.

Eleonora

All'inseguimento del cane nero”, R. Doyle, Guanda 2014



giovedì 24 luglio 2014

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IL MIRACOLO DELLA YURTA


Il nuovo romanzo di Marie-Aude Murail non è recentissimo, è stato infatti pubblicato in Francia nel 2009 e viene ora tradotto dalla Giunti nella collana Extra, col titolo Crack! Un anno in crisi; eppure descrive con incomparabile maestria e con la consueta, complice, ironia lo spirito del tempo, di questi tempi incerti e del futuro che tarda ad affacciarsi.
Protagonisti i quattro membri della famiglia Doinel: il papà, Marc, dirige una filiale di autotrasporti, protegge come può i suoi collaboratori da una feroce ristrutturazione aziendale; la mamma, Nadine, lavora in una scuola materna, è sovrastata dal lavoro e dalla responsabilità e affronta quotidianamente la sua orda di piccoli barbari, cercando di catturarli con le canzoncine e i riti quotidiani; non riesce ad essere una madre presente come lo vorrebbe. La figlia più grande, Charline, detta Charlie, è letteralmente persa nei manga, il filo conduttore delle sue giornate sono le vicissitudini dei personaggi ambigui, un po’ perversi, dalla sessualità incerta e il più delle volte posseduti da demoni. Esteban, il figlio minore, mingherlino, è vittima del bullismo dei compagni, fino a quando interviene una psicologa dall’aspetto quasi inquietante.
Insomma qui si parla di noi, del lavoro in cui non ci si riesce a riconoscere, del lavoro che perde dignità e senso, di ragazzi lasciati anche un po’ soli ad affrontare un mondo spiazzante e che si rifugiano dove possono, anche nell’immaginario fasullo di un mondo lontano. Tutti molto fragili, incerti su ciò che si vorrebbe essere. Ma, si sa, le cose cambiano, la vita irrompe, costringe ad affrontare le cose che non vanno, propone nuovi incontri, suggerisce svolte.
A questo punto il sogno che ciascuno di loro ha nascostamente coltivato, e che è lo stesso per tutti e quattro, può improvvisamente prendere forma, modularsi in modo realistico. Il sogno? Una yurta mongola, una grande tenda piantata in mezzo alla natura, simbolo neanche tanto nascosto di un’altra possibile vita. Un chiamarsi fuori collettivo e plurale dalle regole insostenibili della modernità. Il bello è che questo sogno apparentemente irrealistico prenderà poi una forma più che concreta.
Se l’idea guida, lasciare tutto e andare via, non è ovviamente originalissima ed è stata trattata in molti modi, lo diventa nella penna della Murail, come sempre abilissima nel raccontare con penna leggera, con garbo e delicato umorismo, le contraddizioni e le angosce del nostro presente. Così l’incerta identità sessuale di molti/e adolescenti viene raccontata attraverso le iperboliche, implausibili, grottesche vicende dei personaggi manga; il bullismo, sempre più diffuso, si risolve con l’intervento di una tristissima ma efficace psicologa; e il mondo del lavoro, la sua disumanizzazione, i miti dell’efficienza e della produttività che macinano le vite delle persone, viene descritto con realismo e, nello stesso tempo, con un umorismo che sconfina nel grottesco.
E’ facile specchiarsi in questo romanzo e lo è sicuramente anche per ragazzi e ragazze alle soglie dell’adolescenza; si ride spesso, ci si riconosce, si finisce la lettura con un pizzico di pessimismo in meno; il messaggio, per quanto non originale, va sempre bene e più che mai oggi va sottolineato e ribadito: i sogni, o se vogliamo l’utopia, aiutano a vivere, proprio perché suggeriscono un diverso modo, e possibile, di stare al mondo, senza fuggire, senza piegarsi.

Eleonora

Crack! Un anno in crisi”, M.A. Murail , Giunti 2014

martedì 15 aprile 2014

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FERRIERA

Bello, essenziale, necessario. Non verrebbe da aggiungere altro. Ma bisogna parlarne, per descrivere un lavoro ben riuscito, di intenso contenuto, non solo emotivo, e graficamente impeccabile.
Pia Valentinis racconta la vita del padre; succede di farlo, da adulti, guardandosi alle spalle e cercando d capire qualcosa che nell’infanzia non era possibile comprendere. La racconta con sobrietà, risalendo all'indietro nella storia della famiglia.
Mario, che allevava canarini e lucherini e amava guardarli e ascoltarli, aveva avuto una vita dura. Comincia a lavorare da piccolo, in fabbrica, poi emigrante in Australia, anche lì a lavorare in fabbrica, cercando di amalgamare dialetto friulano e inglese, imparato a malapena, in una lingua comprensibile. Ma l’Australia è troppo grande e così ritorna, ma sempre per fare quel mestiere, va a lavorare in una acciaieria, che adesso non c'è più, sostituita da un centro commerciale.
 

La parte in cui viene raccontata la vita di fabbrica mi è sembrata la più densa anche di riflessioni sul nostro comune passato. La vita di fabbrica, nella sua estrema durezza, implicava un gigantesco noi, un’identità collettiva fortissima che aveva due cardini: la dignità del lavoro e la solidarietà. E dignità del lavoro voleva anche dire l'orgoglio di saper fare, saper fare con le mani, di avere un ruolo nell'immenso meccanismo sociale. Che fine hanno fatto questi valori cardine di una società che sapeva affrontare le diseguaglianze, magari con durezza, ma con un grande ideale collettivo? Ho l’impressione che abbiano fatto la stessa fine dei luoghi, le fabbriche, che li hanno ospitati e fatti crescere. La nostra società liquida non ammette deroghe all’individualismo e alla corsa all’autoaffermazione; ci siamo ritrovati soli, di fronte alle difficoltà, di fronte al ‘padrone’, senza nemmeno rendercene conto.
Chi è cresciuto in quella dimensione di vita, in quel sistema di valori non può accettare il nostro più triste presente, apparentemente opulento, ma solo per pochi. Una storia operaia, fatta di povertà, durezza, ma anche di poesia, come la passione per gli uccelli canori dimostra, raccontata con sobrietà e misura, con quel po’ di giusta commozione nel ricordare quei momenti, nella vecchiaia dei genitori, quando si prova a parlarsi e a dirsi quello che non si è mai detto.
Bella prova d’autore, una graphic novel trans-generazionale, suggestiva per chi ha ricordi da condividere di un’epoca tramontata, importante per quei ragazzi e ragazze che non ne hanno nozione.

Eleonora
“Ferriera”, P. Valentinis, Coconino press 2014