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lunedì 12 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA RADICE UNICA

Cromosomi
, Fabian Negrin, Kalina Muhova 
Edizioni Corsare 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"2025 - Mi chiamo Lucia e, mamma mia, come sono diventata vecchia... 
1963 - Sembra ieri che con Giorgio andavamo a ballare ogni sabato sera. Due fan scatenati dei Beatles. E tutte le domeniche burraco con l'allegra compagnia di amici. Quante risate! 
1951 - Giorgio l'ho conosciuto a Ischia. Mi ricordo l'emozione la prima volta che lo vidi. L'incontro avvenne sulla spiaggia dell'albergo Vittorio. Quello dove, da quando ho memoria, passavo ogni estate con i miei genitori..." 

La sua mamma era molto ansiosa e quindi il tempo che Lucia poteva passare al sole facendo castelli di sabbia, nonostante il cappellino, era limitato. Il suo babbo invece le lasciava fare molte più cose, compresi i tuffi di testa. 


Di mestiere lui era fotografo ed era sempre in viaggio, sua madre invece era nata a Londra ed è lì che si erano conosciuti... 
Il nonno di Lucia che di professione era capitano di lungo corso e viaggiava con la sua nave lungo la rotta Londra - Hong Kong si era innamorato di una giovane cinese e l'aveva sposata contro il volere della famiglia (un Pinkerton controcorrente). E quindi non è un caso che la Lucia di partenza abbia un po' gli occhi a mandorla... 

Ed ecco che i cromosomi fanno la loro entrata in questa storia. 


Fabian Negrin costruisce un'esile architettura narrativa che sulla genetica poggia le fondamenta. In altre parole, i cromosomi che riempiono i risguardi sono lì a testimoniare un fatto importante: noi siamo la nostra storia. 
Loro sono la nostra storia trascorsa (e indiscutibilmente anche la nostra storia futura), scritta piccola piccola: contenitori preziosi di DNA, sono la biblioteca del codice genetico che ci appartiene e che ci distingue da chiunque altro. 
Detto questo, Fabian Negrin prova a dare nomi e a costruire a ritroso una storia fatta di tanti episodi di altrettante piccole storie, quelle di chi ci ha preceduto. 
La novantenne Lucia ripercorre così il suo albero genealogico: genitori, nonni e poi bisnonni e poi indietro fino all'epoca delle Crociate, attraverso quell'anello che la bisnonna di Lucia aveva a sua volta ereditato e che aveva attraversato la genealogia della sua famiglia. 
Si va sempre più indietro, fino ad arrivare a Nefertiti. E prima di lei? 
Una sequenza di altri uomini e donne che hanno depositato piccole tracce di sé in chi è venuto dopo. 
Ma un punto di partenza di questo lunghissimo percorso ci deve essere stato - di certo in Africa, dove l'umanità ha avuto origine, e di cui Lucia è esemplare. 
È intrigante l'idea di dare forma al percorso genetico che distingue ognuno di noi, ossia di rendere tangibile e visibile un concetto complesso in cui il tempo, lo spazio, la biologia sono i piloni necessari, accanto a quell'altro concetto che non è proprio facile raccontare e che fino a Mendel non aveva neanche un nome... 
A prescindere dalla capacità di superare una difficoltà oggettiva nel creare una struttura che si dimostri leggera e soprattutto maneggevole per chiunque, in questo libro mi pare di cogliere una questione altrettanto importante: noi siamo tutti molto mischiati e tanto più andiamo indietro, tanto più ci avviciniamo alla radice che è - con buona pace di molti - unica.
 

Il seme del nostro albero genealogico, parrebbe sottolineare Negrin, è uno. Qualcosa di simile all'albero Pando, con una differenza: lui, essendo albero, con il crescere è diventato bosco, noi, crescendo, siamo diventati umanità. 
Bell'idea, bella storia. E come sempre con Fabian Negrin, bel finale. 
Ma come rendere visivamente questo viaggio attraverso spazio e tempo senza renderlo una noiosa galleria di personaggi? 
E quindi la seconda architettura è quella che si è inventata Kalina Muhova. 
Lavora sulla pagina come se fosse un suo blocco di appunti. Una sorta di taccuino di schizzi, di appunti che poi "pulisce" per renderlo leggibile a tutti. 
Mi ricorda quella sensazione di imbarazzo quando in università qualcuno ti chiedeva gli appunti della lezione... L'ordine, o per meglio dire il disordine, personale non è facile da condividere, quindi Muhova mette in pulito i suoi "appunti" e il testo di Cromosomi assume una sua iconografia, trova un suo ritmo visivo. 
La prima cosa necessaria da fare è fissare le tappe del tempo. E Muhova lo fa con quel rettangolino in alto che diventa l'orologio di questa lunghissima storia. 
La seconda cosa da fare è dare facce ai personaggi. E Muhova lo fa e li fotografa entro boxini quadrati: le foto tessera di ciascuno disegnate. Non tutti ma quasi hanno la loro. 
Terza cosa da fare è creare i legami, le connessioni. E Muhova si inventa un bel sistema, immediato quanto visibile: una linea tratteggiata che collega Lucia alla sua casa, oppure Lucia e Giorgio a diciott'anni, Charles e Mei attraverso i continenti, un anello con il quadro che lo ritrae al dito di qualcuno. 
Quarta cosa da fare è creare gli scenari, i contesti per rendere tutto meno scheletrico. Così Muhova, sullo sfondo delle foto tessera, disegna uno sfumato di una battaglia di crociati, come pure rinomate spiagge campane, anni Cinquanta. 
Quinta cosa da fare è non seguire sempre detto schema. E Muhova gioca su formati di immagini piuttosto diversi e movimentati. Nefertiti vince una pagina intera, così come l'abbraccio d'amore tra Charles e la sua sposa cinese... 


Sesta cosa da fare è quella di rendere otticamente tutto molto interconnesso. E Muhova si inventa l'uso di un pantone magnifico (che mette a dura prova la grafica dell'editrice e ora lo scanner che no gli rende giustizia) che è un faro illuminato sugli scaffali delle librerie. Non puoi non vederlo.
Settima cosa da fare è quella di dare spessore iconografico a questa carrellata di esseri umani. E Muhova cura, magari non proprio sempre sempre, pettinature e abbigliamento e fisionomie. 
Il risultato, un libro interessante. 

 Carla

mercoledì 11 dicembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COME SI SCRIVE UNA STORIA 


Sophia Henry Winslow, di anni undici compiuti il 22 luglio, ha già nel suo nome una storia. 
Si chiama anche Henry perché dopo la sua nascita sua madre non avrebbe più potuto avere bambini: dunque le danno anche questo nome maschile, che già era nato nelle menti dei suoi genitori. 
La migliore amica di Sophia è Sophie, ha ottantotto anni, di cognome fa Gershowitz ed è sua vicina di casa. 
Sophia si fa chiamare Sophie, e un giorno accade che ascolti una conversazione dei suoi genitori in cui i due, preoccupati, parlano delle sempre più assidue dimenticanze dell’anziana Sophie e del fatto che il suo unico figlio a breve andrà da lei per portarla via con sé. 
Alla piccola Sophie questa storia non piace per nulla, si fa così prestare da Ralphie, un suo coetaneo figlio di un dottore, un grande manuale medico dal quale prendere dei test per mettere alla prova la memoria dell’amica. Il test dei test è: ricordare tre parole a distanza di dieci minuti. Ce la farà l’anziana Sophie? 
la piccola Sophie si rivolge direttamente ai lettori e fin dalle prime righe anche noi abbiamo un compito, ossia ricordare tre parole: casa, ombrello, mela. Il libro si apre immediatamente a una riflessione su cosa sia una storia. 
A pagina 11 la giovane Sophie ci dice: “Sai una cosa? Non è così difficile scrivere una storia. Ci vogliono tutte quelle cose ovvie: personaggi, ambientazione, dettagli della trama (cosa è successo, perché è successo, cosa succederà dopo) e, ovvio, un finale. E’ tutto, grossomodo.” 
Il libro in realtà, dimostra che beh, non è proprio così semplice, e quella ragazzina lo imparerà con noi. 
Ma lasciamoci portare, e seguiamo le sue tracce, perché il libro ricalca esattamente le orme narrative che Sophie ha deciso. 
PERSONAGGI: se dovessi pensare a chi somiglia la piccola Sophie, penserei a Lisa Simpson. Sì proprio lei, la piccola saccente dolce sensibile Lisa. In fondo non è da tutti fare delle battaglie contro il cibo spazzatura in mensa a nove anni. E nemmeno prendere sempre 10 nei temi. E nemmeno fare riflessioni profonde sul valore dell’amicizia. 
L’ottantenne Sophie invece è una dolce nonnina di origine polacca, che non sa come si pronunciano alcune parole in inglese, che beve il tè nel pomeriggio, che accoglie la piccola Sophie in casa sua. 
AMBIENTAZIONE: siamo in una via, ben precisa, Chocorua Street, famosa per essere stata oggetto di una maledizione da parte di un nativo americano. In Chocorua Street abitano Sophie e Sophie, Ralphie e Oliver. Ossia gli amici migliori della voce narrante. 
DETTAGLI DELLA TRAMA: Sophie sottopone Sophie anziana a vari test. Ma quello delle tre parole rimane il cardine nella mente della piccola. Si accorge così che le tre parole vengono ricordate solo se attivano dei ricordi precisi nella mente della vecchietta. E i ricordi che lei narra sulle tre parole – albero, tavolo, libro – sono ricordi del suo passato di ebrea polacca in tempo di guerra. 
E’ sì questo un libro che parla della memoria, certo. Della memoria individuale e collettiva, ok. Ma se dovessi dire cosa lo caratterizza maggiormente, allora direi che è un libro sul potere e la forza delle storie, della Storia. 
Fin da subito, la piccola Sophie si interroga su questo: sta scrivendo per noi lettori una storia e nel farlo si pone delle domande. E’, di fatto, una metanarrazione. Le citazioni di libri e film e serie tv è continua, a dirci come la nostra narrazione sia la somma di ciò che leggiamo osserviamo sentiamo. Mentre lo leggevo pensavo, ma questo è un ottimo libro per chi abbia voglia di scrivere: sempre nelle prime pagine Sophie piccola racconta di un incontro con un’autrice, noiosissimo (“Quanti soldi guadagni?”, “Ce l’hai un animale domestico?” – ah Lowry, mi sa che ne sai qualcosa…), fino a quando si desta dal torpore di fronte alla domanda di un bambino su quale sia il modo migliore di far cominciare un libro: “Inizia dal giorno che è diverso” risponde l’autrice. E così la giovane Sophie riprende le fila, narrando del suo giorno diverso e riflettendo sulla diversità dei giorni che la vita ti mette davanti. E sono giorni diversi anche quelli che racconta Sophie anziana nei tre piccoli capolavori che narra sulle tre parole che deve ricordare.
Insomma, Lois Lowry ha bene in mente che potere abbiano le storie, anche per far rivivere la Storia, che di quelle è fatta. La scrittura della Lowry è fantastica: scorrevole, divertente, emozionante. Scrive questo libro alla veneranda età di 86 anni e fa diventare la sua voce quella di una bambina di 11 anni e quella voce è vera. Così parlano le undicenni. infatti è una lettura perfetta per chi abbia quell'età.
Ma quale magia fa in modo che la Lowry sia così capace di tenere dentro di sé quella voce viva? Ecco, io da grande vorrei diventare come Lois Lowry: scrivere così, pensare così, essere così divertente. 

Valentina

PS: Vi ricordate le tre parole che dovevate tenere a mente all’inizio? 

"Albero. Tavolo. Libro" Lois Lowry (trad. Dylan Rocknroll), 21lettere 2024 

lunedì 16 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN VIAGGIO BEN FATTO 

Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini
Pedro Alcalde, Merlín Alcalde, dipinti di Guim Tió (trad. Federico Taibi) 
L'Ippocampo 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Il concetto diventa immagine. 
Ma c’è qualcosa di molto più importante che pulsa in loro: una luce diversa e rivelatrice che illumina il mondo intorno a noi, il mondo-ambiente con le sue forme e i suoi colori, la sua vita, il suo sangue e il suo odore. 
È così che le metafore filosofiche cancellano i margini delle astrazioni che le motivano per invitarci a una riflessione continua e a chiederci se, in fin dei conti, il nostro modo di intendere il mondo e noi stessi non sia di fatto modellato essenzialmente proprio da loro, dalle nostre metafore." 

Prima che tutto cominci, su due colonne, Pedro Alcalde, Merlín Alcalde trovano una definizione di metafora. Per meglio dire, di metafora filosofica, ossia di quel particolare tipo di metafora che è concettuale e che funziona da ponte tra una parola o una frase che appartiene al pensiero di un filosofo e una immagine. In estrema sintesi, la metafora filosofica trasforma i concetti in figure. Per farlo deve per forza sconfinare dal mondo dell'astrazione per andare nel mondo del sensibile e lì prender forma in qualcosa di tangibile. 
E poi tutto comincia. 


Il pensiero filosofico, la sua storia attraverso i secoli, viene raccontata in breve e a ogni tappa prende forma di paesaggio, sempre un po' diverso, sempre attraversato da una umanità piccola. 
Sulla pagina di sinistra le parole e un simbolo grafico, ci torno, e su quella di destra la grande immagine, un quadro di Guim Tió. 
Il concetto del continuo movimento del mondo, panta rei, di Eraclito trova nella parola fiume, che poi diventa scorrere di un fiume, la sua rappresentazione tangibile. Oppure la ben nota caverna di Platone o il giardino di Epicuro dentro cui si coltivavano ortaggi, ma anche l'imperturbabilità e l'autosufficienza per arrivare alla felicità in un mondo che cambia...concetti che diventano luoghi. Sono due dozzine le immagini cardine che diventano icone di altrettante filosofie (e più precisamente dal fiume dei presocratici alla vita liquida di Bauman, chiudendo così una sorta di cerchio perfetto anche in senso visuale): tra le due immagini di Guim Tió, un minuscolo uomo che cammina non lontano dalla riva di un fiume e un altro uomo che si tuffa in uno specchio celeste non troppo dissimile. 


Tra questo principio e fine ci sono Hegel con la sua civetta, Marco Aurelio con la sua marionetta, Agostino con lo specchio, Hobbes e il lupo, Parmenide con la sfera, Arendt e il deserto, Benjamin con l'aura e Butler con la sua Matrix, matrice. 
E in mezzo noi, la nostra curiosità verso quel regolare quanto continuo passaggio da un linguaggio a un altro. E quando si arriva in fondo al percorso, senza essersene neanche accorti, abbiamo ascoltato una storia e l'abbiamo vista illustrata. 
Una storia unica che ci riguarda tutti. 

Questa è forse la ragione per cui, dopo lunghi tentennamenti, il libro Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini trova la sua posizione tra le varie rubriche di Lettura candita, non in quella più prevedibile, dedicata alla divulgazione - Fammi una domanda! - ma piuttosto tra i libri di narrativa. Ha prevalso il senso di unità - una unica grande e magnifica storia del pensiero - che ha, nonostante alcuni esiti da vero libro di divulgazione, una sua precisa volontà letteraria cui corrisponde una magnifica eco visuale. 


Pedro Alcalde, alla domanda sulla nascita di un libro del genere (liquido, nel suo genere?) ha risposto così: un viaje a lo largo de la historia de la filosofía que estuviera acompañado por imágenes que facilitaran su compresión. 
Ho voluto credergli e, dato che le storie di viaggi, sono letteratura, narrativa, eccoci qua. 
Padre e figlio condividono, almeno a vedere i loro cursus honorum,, una passione comune: la filosofia. Così hanno deciso di trovare assieme un filo rosso che tenesse assieme le singole storie dei singoli filosofi: la metafora era perfetta per il loro gioco. Insieme, come prima di ogni viaggio ben fatto, hanno individuato le tappe e il percorso tra partenza e arrivo. Poi si sono spartiti i compiti: ognuno ha approfondito la singola tappa scelta per poi ritrovarsi a condividerle e la soddisfazione, come dovrebbe essere alla fine di un viaggio ben fatto, è stata quella di riconoscere al proprio compagno il merito di aver portato un accrescimento all'esperienza in sé. 


A parte l'interesse che ha come sempre in una storia-catalogo la scelta dei due Alcalde, scelta che sta dietro ai nomi dei pensatori prescelti, ci sono un paio di cose che davvero colpiscono. 
Da una parte il grandissimo lavoro fatto da Guim Tió. che qua dimostra una maturità raggiunta a soli trentasette anni. 
Paesaggio come campo di colore, è lui stesso a definire così le sue tele. 
Paesaggi sgombri da tutto, a parte qualche omino piccolo o donna altrettanto minuta, spesso di spalle e volutamente assente ogni loro espressione. La grande discrepanza fra le dimensioni di una piccola quanto rara umanità che fa passeggiare nei suoi scenari, sembra voler trasmettere una sensazione di potenza del paesaggio, di una natura raccontata solo attraverso la sua essenza cromatica che la rende inevitabilmente molto vibrante e misteriosa, ma anche a segnare la presenza di un elemento differente, una sorta di contrappunto visuale. I colori stessi - pochi - contribuiscono a rafforzare il valore metaforico delle immagini, lo stesso sembra riuscire a fare la sparuta umanità. 
Bello, davvero.


Resta in ultimo da dire qualcosa su un elemento che non so in quanti valorizzeranno e che invece considero un piccolo capolavoro in un libro già bellissimo. 
Esiste una sorta di indice simbolico, che viaggia accanto a quello più classico di titolo e pagina corrispondente. Ognuno di questi simboli lo si ritrova poi in cima alle rispettive pagine ed è una sorta di icona della metafora stessa: uno spicchio grigio per la lama del rasoio di Occam, due cerchi rosa per la civetta di Hegel, quattro linee parallele per la marionetta di Marco Aurelio, un pentagono grigio con un vertice più chiaro per l'iceberg di Freud. 


Non so dire da quale testa sia uscita una idea e una sintesi del segno così efficace, tanto stupefacente. 
Parrebbe lontana anni luce dalla ricerca di atmosfere di Guim Tió, lontana dai suoi quadri che si fanno illustrazioni, diventando metafore esse stesse in un libro sulla metafora. Ma chissà. 
Forse la maternità spetta a quella grande grafica e designer che ha curato il progetto grafico e che è dietro la casa editrice català, Zahorí Books, Joana Casals? Forse. 

Carla

mercoledì 7 agosto 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

IN QUALI ALTRI MODI LA FOTOGRAFIA POTRA' SORPRENDERCI? 


Si può parlare di fotografia ai bambini in vari modi, ma ce ne vengono in mente soprattutto due: il manuale tecnico (e in commercio ce ne sono già) oppure il racconto della sua storia, dai primi tentativi agli ultimi straordinari esiti della tecnica. Cosa non facile quest’ultima, considerata la distanza siderale che intercorre tra le origini della fotografia e quello che oggi siamo abituati a maneggiare in grande quantità e con estrema disinvoltura, tanto che si fa fatica ad ammettere che si stia parlando della stessa cosa. 
Allora come colmare questo grande gap? 
Sarà sufficiente raccontare cosa hanno fatto F. Talbot e L. J. M. Daguerre nel diciannovesimo secolo e come questi tentativi siano stati di volta in volta elaborati? Evidentemente no, se ci sono dei bambini che potrebbero sapere poco di quello che nell’Ottocento in generale accadeva e soprattutto, potrebbero essere poco interessati a saperlo. 
Le autrici di questo libro, Elisa Lauzana e Irene Lazzarin, scelgono di fare entrare i bambini nel racconto storico, e non bambini in senso astratto, ma proprio quelli che hanno realmente contribuito alla realizzazione del libro, partecipando ai giochi che le due autrici hanno proposto e mettendo in scena un dialogo immaginato con i pionieri della fotografia. Aprendo le bandelle della copertina infatti si possono vedere i ritratti fotografici degli alunni della classe seconda con i quali le autrici hanno condotto questo divertente esperimento. 


I piani su cui la conversazione si sviluppa sono due: quello del dialogo tra i bambini che hanno partecipato a questo esperimento e le autrici, e quello aperto e mai concluso tra i protagonisti della storia della fotografia e i lettori di oggi. Ma non esiste una distinzione netta e i due piani, che si relazionano senza soluzione di continuità, contribuiscono a fornire a chi apre le pagine del libro la sensazione di prendere parte attiva alla costruzione dell’intreccio. 
Diversamente da quanto solitamente accade, il laboratorio non è stato progettato partendo dal contenuto del libro, ma è stato quest’ultimo a venire alla luce sulla scorta dalle suggestioni e stimoli provenienti dalle esperienze laboratoriali. 
Infatti le domande e i commenti riportati sono precisamente quelli che hanno formulato i giovani partecipanti, tanto che, come le autrici riportano nell’introduzione rivolta agli adulti, possono considerarsi a tutti gli effetti co-autori del libro. 
Il testo si snoda attraverso quattro capitoli: La camera oscura: dal disegno alla fotografia, Ritratti e costumi: dal dagherrotipo alla “carte de visite”, Raccontare la realtà: la fotografia come documento, Non solo realtà: la fotografia come arte. 
Nel primo, il racconto si svolge tutto a partire da una scatola dipinta di nero (la camera buisssima appunto) e sulle indicazioni precise di come costruirne una. Raccogliendo l’eredità rinascimentale degli studi sulla prospettiva e gli escamotage che Canaletto nel Settecento adottava per riprodurre fedelmente il paesaggio che vedeva dalla sua finestra, J. N. Niépce ha tentato i primi esperimenti di scrittura con la luce. I bambini hanno riprodotto quella situazione (utilizzando però della carta fotografica), i loro elaborati sono stati inseriti nelle pagine del libro e costituiscono, per ogni giovane lettore, degli esempi di stimolo per fare altrettanto. D’altro canto sfido chiunque a non provare meraviglia di fronte alla proiezione capovolta di un’immagine reale sulle pareti di una camera oscurata. Le suggestioni che possono nascere da una simile esperienza sono tantissime e vale davvero la pena provare insieme magari a un gruppo di piccoli curiosi. 
Il secondo capitolo mostra un passaggio importante. La fotografia si distacca dall’elaborato grafico e diviene mezzo autonomo di conservazione della memoria: il ritratto fotografico, così come lo è stato per secoli quello pittorico, rappresenta un nuovo incredibile mezzo per superare il tempo e consegnare ai posteri un’immagine realistica. Ma scoprire come venivano realizzati questi ritratti è altra cosa che semplicemente osservali. Perché, per esempio, le pose dei soggetti era tutte così somiglianti? Soprattutto come mai quelle persone assumevano atteggiamenti così rigidi e statici?


L’esposizione a quelli ingombranti apparecchi fotografici era estremamente lunga, si arrivava anche a venti minuti, durante i quali il soggetto doveva sforzarsi di rimanere immobile, pena una foto mossa. Quanto può essere bello allora proporre ai bambini di vestire i panni di uomini e donne vissuti più di un secolo fa e far provare loro a posare per una foto! Il gioco del travestimento non manca mai di suscitare entusiasmo, ma proposto in questo modo permette di riflettere anche su un aspetto della fotografia, il tempo di esposizione, che gli attuali sistemi per lo più regolano in automatico. 


Con la messa in scena dei bambini, la fotografia diventa già racconto; superare la staticità di una posa è già immaginare una situazione in divenire, una premessa e uno sviluppo. Le autrici hanno quindi invitato i bambini a scegliere degli scatti, ad accostarli con un criterio narrativo o espositivo e così facendo gli hanno coinvolti nella composizione di un racconto per immagini. E le storie possono essere quelle reali o possono essere quelle inventate che nascono semplicemente dalla suggestione di una immagine.


Gli ultimi due capitoli del libro narrano del grande salto compiuto dalla fotografia nel momento in cui la pratica è uscita dai limiti angusti dello studio ed è diventata portavoce di fatti ed eventi anche molto lontani. Diventata testimonianza e documentazione di popoli e luoghi sconosciuti, contribuisce ad allargare l’universo del conosciuto e di conseguenza dell’immaginato.


Nelle ultime pagine il racconto si sviluppa intorno a quel dialogo tuttora aperto tra un’immagine fedele alla realtà e una che allontanandosi prova a reinventarla. Si può facilmente intuire che il dibattito tra le autrici e i bambini sia stato molto acceso e a dimostrazione di questo ci sono le numerose riflessioni riportate in una conversazione intavolata, tra gli altri, con Julia Margaret Cameron, donna pioniera di una fotografia audace, di una sperimentazione impavida, che considera l’errore un’occasione più che un inciampo. Muovendo dai tentativi della Cameron il libro invita i bambini a sperimentare, a provare a utilizzare materiali diversi come vetri, plastiche imballaggi che possano modificare la visione degli oggetti, a lavorare sulla deformazione e sulla rielaborazione. 
La strada che si vuole indicare è quella della ricerca di uno sguardo differente e che si eserciti a trovare modi e sentieri non ancora battuti. 
Il libro può essere proposto a partire dai 6 anni.

Teodosia  

"La camera buisssima. Viaggio alle origini della fotografia tra storie, invenzioni ed esperimenti" E. Lauzana, I. Lazzarin, Quinto Quarto 2023

mercoledì 12 giugno 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

LA GRAVITAZIONE È COME AMORE 


Stardust è un libro importante e ambizioso, perché si muove su un terreno molto battuto recentemente e pretende di farlo con una forma e un linguaggio tutt’altro che comune. 
Si potrebbe sintetizzare l’argomento affermando che Stardust parla di cambiamento climatico. 
Ma come tutte le sintesi, anche questa rischierebbe di essere limitativa, banalizzante e in parte fuorviante. 
Perché il tema invece è complesso e perché il libro rifugge dal tentativo di ridurlo a poche frasi ad effetto. 
Trattandosi di un libro illustrato che possiede una parte informativa, ma una ben più ampia narrativa e in versi, l’autrice avrebbe potuto procedere soltanto sul sentiero dell’aggancio empatico: le sue immagini molto forti lo avrebbero permesso e lei ne sarebbe venuta fuori sicuramente molto bene. 
E invece sceglie di parlare al lettore in modo differente, di chiamarlo direttamente in causa, di rivolgersi a lui e alla sua storia. 
Partiamo dal prologo che vi invito caldamente a non saltare, ma a leggere con attenzione. 
Qui Hannah racconta di se stessa: è il suo compleanno e un suo amico le chiede quale sia la cosa che le fa più paura. Ritorna allora al suo passato, alla sua infanzia e cerca di ripercorrere quelle che erano i suoi timori di allora. Non la paura della morte, bensì dell’età adulta, perché questa avrebbe segnato un abbandono, un distacco da cose e persone. La paura di cambiare, di svegliarsi e scoprire di essere qualcosa di diverso, di non riconoscersi più. 
Da una dimensione così intima e personale il discorso si sposta improvvisamente sul nostro pianeta: e se anche la Terra si svegliasse e si accorgesse di essere diversa, irrimediabilmente diversa? 
Da una vocazione per il ricordo, da un’ossessione per qualcosa che non riusciamo più a trattenere (il tempo, esattamente quell’istante presente, quell’essere giovane ora come non lo sarò più) il libro parte e si dipana in tre parti, tre lettere: la prima rivolta alla Terra, la seconda al lettore, la terza al bambino del futuro non ancora nato. 
Ancora il tempo, il passato lontanissimo, il presente tormentato, sfuggente, interrogato, il futuro sperato, immaginato. 


Alla Terra l’autrice si rivolge come farebbe con suo nonno, una persona amata e di cui capisce che deve prendersi cura. Ma come si può curare senza conoscere? L’Arnesen racconta di un lungo lavoro di ricerca condotto proprio sulla storia del nostro pianeta e di questo lungo studio riporta alcuni dati: dall’esplosione iniziale alle prime forme di vita, alle varie ere geologiche, fino ad arrivare alla nostra, diversa e unica, perché la prima in assoluto in cui una specie (quella umana) sia riuscita a predominare sulle altre. 
La lettera accorata alla Terra si sviluppa in un continuo cambiamento di prospettiva, da uno sguardo lontanissimo che abbraccia una storia antica e remota, ad uno che si fa vicinissimo, al cospetto del lettore, relativo al suo quotidiano e alla dimensione umana. È come se si riuscisse ad essere nello spazio e a guardare alla nostra casa come si farebbe affettuosamente con una persona cara, per poi precipitare repentinamente verso il basso, verso la nostra e personale porzione microscopica di spazio e tempo. Un viaggio vertiginoso che Hannah Arnesen ci consente di compiere attraverso i suoi incredibili acquerelli, tavole che descrivono e raccontano di vite lontane e scomparse, ma che, stranamente, non suscitano mai nostalgia o malinconia. Non c’è mai in questo libro il ripiegamento sul rammarico, ma una richiesta mossa al lettore a rimanere sempre vigile, a non cedere al sentimentalismo. 
Cosa siamo noi? Siamo fatti della stessa acqua che da milioni di anni circola sul pianeta, quella stessa che proviene a sua volta dall’Universo, siamo fatti esattamente della stessa materia delle stelle, siamo nati dalla frammentazione e parcellizzazione di corpi celesti. Da questa consapevolezza si muove in nostro sguardo sul presente. 


La seconda lettera è rivolta al lettore. Il tono cambia, l’autrice ci interpella in modo perentorio e non allusivo. Non più un abbraccio affettuoso, ma una chiamata in causa, un interrogativo serrato. 
“Perché è così difficile guardare in faccia la realtà?” 
Questa seconda parte del libro ha dei toni (anche cromatici) decisamente differenti dalla prima. Il viaggio nel presente è una discesa verso gli inferi, verso il nero profondo: non più colori danzanti sulla pagina, non più spazi ampi e ariosi, ma luoghi angusti, oggetti piccoli e vicini. 
Non più versi di amore, ma domande esplicite. 
Il presente in questo capitolo è quello delle scelte che compiamo abitualmente, a partire dalle nostre più insospettabili consuetudini. Ma anche in questo caso Arnesen non si limita ad un’esposizione didascalica, ma ogni parte del suo discorso si aggancia al suo vissuto, alle sue amicizie, al dialogo intrapreso con i ragazzi più o meno giovani. Fino all’elaborazione della domanda cruciale, quella che sposta il pensiero in avanti: “Dove c’è speranza?” 


Perché del tempo fa parte un passato, un presente e quindi anche un futuro, e perché sprofondando si matura il desiderio di risalire, di ritrovare la luce. 
La terza parte del libro è una lettera a un bambino non ancora nato, il messaggio di speranza che gli consegneremo non è quello superficiale del “andrà tutto bene”, ma quello di un impegno e di una forza che intende adoperarsi perché le cose davvero procedano diversamente. 
“La speranza richiede l’azione; l’azione è impossibile senza la speranza”. 
Questo libro si inserisce coraggiosamente in un ambito editoriale dal quale nell’ultimo periodo sono arrivate le novità più interessanti. La divulgazione scientifica per ragazzi sta conoscendo una nuova vita, dal momento in cui ha abbandonato la forma espositiva tradizionale, quella che voleva i libri informativi per bambini e ragazzi progettati allo stesso modo di quelli per adulti, ma in una forma “semplificata”. Rispetto a questo settore in fermento, Stardust può essere considerato un testo divulgativo. 
Ma la sua unicità risiede proprio nel fatto che non si esaurisce in un contesto riconoscibile e facilmente identificabile. Questo potrebbe essere per alcuni versi un limite (soprattutto se ragioniamo in termini di mercato), ma costituire insieme anche la sua forza, perché Stardust semplicemente si propone di parlare a tutti i lettori che accettino di lasciarsi stupire e di aprirsi a una esperienza di lettura inedita. 

Teodosia 

"Stardust. Polvere di stelle",  H. Arnesen, trad. L Cangemi, Orecchio Acerbo 2024 

mercoledì 29 maggio 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

QUANTO FORTE BATTE IL CUORE


Un viaggio multidisciplinare nell’anatomia umana viene proposto da Noemi Fabra, autrice e illustratrice catalana: si tratta di ‘Un cuore. Storia, scienza e tanto amore’, pubblicato in Italia da Nomos Edizioni.
L’oggetto, come dichiara il titolo, è il cuore, visto dal punto di vista anatomico, letterario, antropologico, storico.
In primo luogo c’è la descrizione dell’anatomia e della fisiologia di uno degli organi più importanti del nostro corpo: al centro del torace, fra sterno e colonna vertebrale. Governa il flusso di sangue verso e da i polmoni e poi verso tutto il corpo. L’autrice lo racconta nel suo sviluppo, a partire dalla gestazione, per poi confrontarlo con i fenomenali organi cardiaci delle altre specie: chi, come noi, ha un solo cuore e chi ne due o più.
Come è noto, al cuore sono state attribuite, nel corso del tempo e nelle diverse civiltà, funzioni disparate: al tempo dei Faraoni, il cuore era l’unico organo a rimanere nel corpo mummificato, perché Osiride lo potesse pesare e stabilire la purezza dell’anima del defunto. Per altre culture, per esempio quella cinese, il cuore è sede della coscienza e della saggezza; per il sufismo, il battito del cuore è al centro dell’ipnotica danza rituale che tutti conosciamo.


L’associazione cuore-sentimenti è ben presente nella nostra cultura, al di là di quello che sappiamo sulle reali funzioni di questo organo. Il cuore come sede simbolica dell’amore, rappresentato dalla classica immagine, per altro ispirata al seme di silfio, perdura tuttora, nell’iconografia come nel linguaggio: ‘parlare con il cuore’, ‘avere il cuore spezzato’. Che dire poi dei cuori di Keith Haring, usati così spesso come elementi decorativi. Se l’immagine dei cuoricini può risultare banale, l’autrice ci ricorda l’origine ‘colta’ di questo simbolo dei più nobili sentimenti, rimandando alle grandi storie d’amore nella Storia.


Dunque, l’autrice propone uno sguardo a 360 gradi su una parte così simbolicamente importante del nostro corpo e lo fa utilizzando la vivacità delle illustrazioni, un’impaginazione non scontata, che affianca pagine in cui il testo prevale ad altre dedicate alla sola illustrazione. Concepito così, il libro può incuriosire bambini e bambine che amino la scienza, ma anche la storia, o le immagini iconiche del mondo contemporaneo, nelle sue diverse manifestazioni.
Mai noioso, può essere proposto a giovani lettori e lettrici a partire dagli otto anni. L’unico neo, non citare le fonti e non proporre una bibliografia a chi avesse voglia di approfondimenti.

Eleonora

“Un cuore. Storia, scienza e tanto amore”, N. Fabra, Nomos Edizioni 2024





 

mercoledì 24 aprile 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LUNGA VITA A ROBIN HOOD!


Il ritorno in libreria di Wu Ming 4 non può che essere una festa: l’autore emiliano pubblica con Bompiani ‘La vera storia della Banda Hood’ e già dal titolo possiamo capire che non ritroveremo la riproposizione di una leggenda raccontata in molti modi, ma una seria ricostruzione storica degli avvenimenti che circondarono le gesta di una banda di straccioni.
Siamo nell’Inghilterra della fine del XII secolo: Riccardo Cuordileone è partito per la Terza Crociata, per sottrarre al curdo Saladino il territorio di Gerusalemme.
Il fratello minore di Riccardo, Giovanni Senzaterra, congiura per sottrarre il trono al Crociato; nobili e funzionari del regno si dividono fra lealisti e cospiratori; fra questi ultimi il feroce sceriffo di Nottingham.
Questa fitta rete di tradimenti e congiure costituisce lo sfondo su cui si svolge l’azione che vede coinvolti, all’inizio, un gruppo di ragazzini, capitanati da Little John. Si tratta di un piccolo gruppo di ladruncoli, che ha scelto di vivere nella selvaggia foresta di Sherwood, un luogo non solo naturalmente insidioso, ma anche pervaso da presenze sovrannaturali. Questo gruppo di ragazzi sassoni si adatta perfettamente alla vita nella foresta, animato com’è da un miscuglio sincretico di credenze religiose e di miti ancestrali. A questo gruppo si unisce, a un certo punto, un cavaliere crociato, reduce dalla spedizione in Terrasanta e decisamente incline alle trame e ai complotti: fedele a Re Riccardo e alla Regina Madre, conquista la fiducia dei cospiratori e si fa inviare nelle terre di Robin Hood, più termine generico che personaggio vero e proprio. Lì convince i ragazzi a compiere il colpo grosso, rapinare il convoglio che porta le nuove tasse richieste per pagare il riscatto del Re, prigioniero del duca d’Austria. Li aiuta, li addestra, ben sapendo che al di là dell’effimero successo, questa impresa segnerà la fine della banda. Il suo vero obbiettivo è smascherare i cospiratori, giusto in vista del ritorno del Re legittimo.
Quindi un doppio gioco che alla fine indicherà il destino di ciascuno.
Grande avventura, dunque, ma anche molto di più.
Questo romanzo, piuttosto breve, si segnala per diversi aspetti; l’individuazione dei personaggi, con la creazione di una carrellata di figure che risponde sia alle necessità narrative che al rigore storico: dal mendicante cieco al cantastorie, da Lady Marian alla schiera di cupi nobili normanni, attaccati al proprio potere più che alla stessa vita; Maud, la giovane mezzafata che segue John nella foresta; fino allo stesso Gisborne, il crociato.
La ricostruzione storica è accurata e puntuale, rende conto dell’ambiente di corte, intessuto di tradimenti e vendette, della crudeltà e della violenza della guerra, così come delle lotte intestine fra lealisti e cospiratori. Ma tiene fermo il punto di vista degli ultimi, dei poveracci che campano di poco e quel poco lo devono dividere con chi esige le tasse; i poveri, gli ultimi sono destinati a subire violenze e sopraffazioni, ma sono anche pronti a prendersi la loro vendetta, a sollevare quel vessillo di rivolta che le leggendarie imprese della banda Hood rappresenta.
Proprio la trasformazione di una storia, la cui veridicità è ipotetica, in leggenda trasforma il racconto in un’epopea, che trascende però dal singolo personaggio per farne una vicenda collettiva: la lotta fra ricchi e poveri, fra sassoni e normanni, fra lealisti e congiurati. Vicende che possono ben trasporsi in altri contesti e in altre epoche.
Due ultime osservazioni: il puntuale riferimento all’eccidio di ebrei londinesi, in occasione dell’incoronazione di Riccardo, che apre il romanzo con una descrizione breve e cruda, colpendo il lettore con durezza; un incipit di notevole effetto.
La frase, contenuta in un dialogo fra Gisborne e il mendicante cieco, ‘Se il mondo non è sempre stato com’è, allora può essere diverso’, mi sembra il vessillo che possiamo ancora afferrare, nonostante tutto.
Possiamo considerare ‘La vera storia della Banda Hood’ un romanzo per ragazzi? Questo suggerisce la collocazione a Bologna nello stand Giunti nella parte riservata a Bompiani. Personalmente ritengo che il romanzo sia per tutti, lettrici e lettori di ogni età a partire dai quindici anni. Prevedo non poche difficoltà nella lettura per i riferimenti storici, che non sono mero contorno, ma parte essenziale della narrazione. Suggerisco una lettura collettiva, partecipata, che chiarisca i punti oscuri e metta in luce l’innegabile forza di questo romanzo.

Eleonora

“La vera storia della Banda Hood”, Wu Ming 4, Bompiani 2024






 

venerdì 19 aprile 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

CHI ERANO I PIRATI?

Quando si scrivono libri di divulgazione capita, a volte, di dover sfatare alcuni miti. É esattamente quello che fa l’autrice russa Ekaterina Stepanenko, tradotta da Tatiana Pepe per i tipi di Caissa Italia, nel bel libro ‘Tutta la verità sui Pirati’, illustrato da Polja Plavinskaja.
La figura del pirata ha alimentato storie paurose e avventurose, ambientate nei luoghi più esotici del mondo; e intorno alle vite di questi fuorilegge sono cresciute leggende che vivono tuttora.
Quello che svela questo libro ben illustrato e molto documentato è che in realtà molte delle cose che attribuiamo ai pirati in realtà non sono vere, complice la lettura de ‘L’Isola del Tesoro’ di Stevenson.
Predoni sono esistiti già nell’antichità, da quando il mar Mediterraneo è stato solcato da navi di mercanti; e nei secoli non sono mai mancate imbarcazioni pirata, che hanno allargato il loro raggio d’azione dalle coste europee a quelle africane, asiatiche, americane.
Quanto ai miti sfatati, cominciamo dal più clamoroso: la bandiera nera col teschio, chiamata il Jolly Roger, non era il vessillo universale della pirateria, ogni ciurma aveva il suo, ovviamente inquietante il necessario. Spesso le navi pirata non erano grandi e armate oltre ogni limite: più importante era la velocità e la destrezza della ciurma, che navigava, si può ben dire, con strumenti approssimativi.
Non tutti i pirati erano nemici dell’ordine costituito: i corsari erano al soldo di Re e Regine, nel fare la guerra ‘sporca’ ai concorrenti commerciali.
La vita di bordo era decisamente difficile: era facile morire per le ferite mal curate, per le infezioni portate dai ratti, per la pessima alimentazione; l’accurata descrizione degli strumenti di bordo, dei farmaci che spesso si riducevano all’alcol nelle sue varie forme, all’alimentazione povera di vitamine smonta l’immagine ‘eroica’ del pirata, che tutto sopportava per vedere almeno, alla fine, la distribuzione equa del bottino. Parliamo poi di tesori: le cronache raccontano dei lasciti dei pirati più famosi, che hanno pensato bene di nascondere i loro beni in luoghi talmente inaccessibili che tuttora non sono stati trovati.
La pirateria era cosa da uomini, con le dovute eccezioni: la francese Jeanne de Belleville, l’irlandese Grace O’Malley, la cinese Zhèng Shì, che, come sappiamo, ha ispirato il romanzo di Morosinotto, ‘La più grande’.
Un altro mito da sfatare è quello dell’onnipresente pappagallo appollaiato sulla spalla del pirata. In realtà pappagalli, e altri volatili, erano merce facile da mantenere in vita per essere venduta sulla terraferma.
In sintesi, l’immagine della pirateria attraverso i secoli perde un po’ del suo fascino, ma acquista molto in realismo, dando una ricostruzione attendibile non solo della vita dei fuorilegge, ma anche delle tecniche della navigazione, dei conflitti commerciali, delle armi, dei farmaci, degli stili di vita dei marinai.
Una ricostruzione storica affascinante e attendibile allo stesso tempo, con la preziosa revisione specialistica. Rappresenta anche uno sguardo sul presente, dato che la pirateria non è affatto finita e continua a entrare nelle cronache anche belliche.
Consiglio caldamente la lettura di questo bel libro illustrato sia a chi è attratto dalle avventure marinare sia a chi è interessato alla ricostruzione storica della vita nei secoli passati; può essere letto a partire dai sette anni, ma anche i più grandi troveranno notizie e osservazioni interessanti.

Eleonora

“Tutta la verità sui pirati”, E. Stepanenko, ill. P. Plavinskaja, trad. T. Pepe, Caissa Italia 2024





lunedì 18 marzo 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

ROSSO


Preceduto da ‘Blu’, è in libreria da pochi mesi ‘Rosso’, scritto ed illustrato da Cristiana Valentini e pubblicato da Editoriale Scienza.
Il libro esprime un approccio multidisciplinare al tema della storia dei colori: c’è una spiegazione squisitamente tecnica, ma per niente noiosa, che racconta l’evoluzione dei pigmenti utilizzati per realizzare il colore, c’è la storia della simbologia legata al suo uso, c’è qualche accenno di storia dell’arte.
Il ‘rosso’, nella forma delle terre argillose, è il primo colore utilizzato nella preistoria e rappresenta una costante nello sviluppo delle civiltà: spesso simbolo di potere, o di fortuna e prosperità, è arrivato fino ai giorni nostri, acquisendo valore politico, simbolo delle rivoluzioni socialiste, o commerciale, trasformando il Babbo Natale dai molti colori nell’omone vestito di rosso, grazie a una pubblicità degli anni ‘30.
Oltre a un approccio storico, e antropologico, è molto interessante il racconto dell’evoluzione dei pigmenti utilizzati nella produzione delle diverse sfumature di rosso: dal cremisi, o scarlatto, prodotto dai Greci e dai Romani a partire dalla femmina di cocciniglia, al porpora, sempre di derivazione animale, usato dai fenici, al rosso carminio, derivato dalla lavorazione delle uova di cocciniglia, tipica del Messico, al cinabro, o vermiglione, pigmento di origine minerale usato da Cinesi, Greci e Romani. Fino ad arrivare alla rivoluzione della chimica, che nell’Ottocento ha consentito di produrre svariati pigmenti di sintesi.
Al ‘rosso’ sono state attribuite valenze diverse: simbolo di potere e di status, colore augurale in Oriente, è stato in realtà anche associato al male, all’inferno con le sue fiamme.
L’autrice utilizza una sequenza di doppie pagine che esauriscono ciascuna un argomento, collocando il testo, stampato a caratteri di diversa dimensione, all’interno della grande tavola che lo ospita. Nonostante la terminologia sia precisa e in parte specialistica, non si intravedono particolari difficoltà di lettura, tutto viene spiegato in modo chiaro e lineare. Lettrici e lettori più piccoli possono divertirsi nello scoprire usi e costumi delle diverse epoche storiche, i più grandi possono approfondire anche gli aspetti tecnici. Non guasta, in ciascuna tavola, la presenza di un discreto cerca-trova, che invita lettrici e lettori a guardare con attenzione le immagini.
Pensato per curiosi appassionati di storia e di arte, a partire dai dieci anni, il libro si presta, con una lettura guidata, a essere utilizzato anche dai bambine e bambini un po’ più piccoli.

Eleonora

“Rosso”, C. Valentini, Editoriale Scienza 2024