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mercoledì 23 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NESSUNA STREGONERIA, SOLO LETTERE E PAROLE. 

“Consegnò tali ricordi alla febbre. Offrì in dono l’oblio per avere in cambio una via d’uscita, una via per sopravvivere. 
E quando la febbre scese, quando alla fine si risvegliò nel mondo reale, portò con sé un’unica cosa: il suo nome. 
Beatrice.” 
 

Una bambina viene ritrovata raggomitolata da Fratello Edik, accanto alla capra Answelica nel fienile di un monastero. 
La capra in questione non è una qualunque, è temuta infatti da tutti i monaci dell’Ordine delle Cronache del Cordoglio per le sue violente testate e non viene abbattuta solo per il sospetto che il suo fantasma possa essere più pericoloso dell’animale in carne e ossa. Lo stupore di Fratello Edik è quindi grande quando si accorge che la capra protegge quella bambina che si rivela subito in pessime condizioni. Il suo nome è Beatrice e, a parte questo, non ricorda niente altro. 


Fratello Edik decide di accogliere la bambina e di camuffarla da monaco rasandole i capelli e coprendola con un saio. La verità sulla bambina si svelerà progressivamente e, a lui come a tutti i monaci timorosi, risulterà chiaro che potrebbe trattarsi di quella bambina che, secondo una profezia contenuta nelle Cronache del Cordoglio e che si è rivelata allo stesso monaco, sarà l’artefice di un grande cambiamento che porterà allo spodestamento dell’attuale re. 
Un racconto ambientato in un medioevo non precisato, in un periodo di tempo lontano in cui alle bambine era proibito imparare a leggere e a scrivere (invece Beatrice stranamente dimostra di possedere queste competenze) e in cui alle profezie veniva accordata grande importanza. 
Al centro di questo romanzo ci sono soprattutto due elementi: la parola e l’amore. A loro volta poi fortemente correlati. 
Le parole sono quelle lapidarie di una profezia che per quanto si voglia contestare e giudicare inattendibile, creano una tensione sottile ma resistente che si dipana lungo tutta la storia. Quelle parole affiancano anche quelle di un’altra storia, quella che Beatrice racconta al brigante e poi al re, la storia di una sirena con la coda ingioiellata, la stessa storia che ritorna come una promessa fatta a Fratello Edik e rimasta in sospeso. E ancora, quel racconto che ha i toni di una fiaba è poi incarnato dalla voce della bambina che in questo modo riesce a ritrovare la madre, il cui destino era rimasto sconosciuto.
La parola (l’incanto della storia) viene proposta come antidoto a un mondo che si è piegato alla barbarie e all’ignoranza. Beatrice rappresenta la vita che si rivela pian piano e solo grazie all’amore, quello di una capra a dir poco singolare, di un monaco sensibile alla bellezza e poco considerato dal resto dell’Ordine, di un ragazzino destinato a una vita di stenti e di un re che ha rinunciato alla propria corona.
I personaggi di questo romanzo costituiscono un gruppo assortito di reietti (per destino o per scelta) che hanno però intravisto in Beatrice una grande luce e per questo sono disposti ad accompagnarla nel viaggio che dovrebbe riportarla a casa, che si rivela molto complesso perché deve passare per prima cosa proprio dal luogo dal quale si fugge: ossia il castello di quel re che la insegue e che vorrebbe vederla morta. 
Beatrice non sa cosa potrà ricavare da questo incontro, ma sa bene che deve incrociare lo sguardo di quell’uomo che ha ucciso i suoi fratelli, non è la profezia a muovere i suoi passi, ma un destino che la chiama e che ha a che fare più con la sua dimensione umana e morale. 
Beatrice avrebbe voluto dire a quell’uomo: 
“Avete ucciso i miei fratelli. Avete cercato di ammazzarmi, ma avete fallito. 
Ora sono dinnanzi a voi. Avete fallito.” 
Ma non lo disse. Invece Beatrice aprì la bocca e disse soltanto: “C’era una volta”. 
C’era una volta.” 
Come affrontare a mani nude un uomo che si è fatto artefice di morte? Beatrice non lo sa, ma quando arriva quel momento non sa fare altro che raccontare. 


La profezia come parola nutrita di una sostanza che non può che essere l’amore, come dire che le storie se non affondano nell’animo di chi le genera e racconta sono destinate a essere lettera morta. Quelle stesse lettere, invece possono rivelare una grandissima potenza se sono sostanziate da uno slancio autentico che muove la stessa vita. Beatrice ha imparato le lettere e le parole, le ha a sua volta insegnate al giovane Jack Dory per il quale sono diventate la chiave di accesso al mondo, rispetto al quale era avido di conoscenza. 
Di questo romanzo è difficile non amare la scrittura, prima ancora che la storia, quello stile narrativo caratterizzato a parole sempre molto misurate, periodo brevi come incisi, spesso anche ripetuti a sottolineare la pregnanza di quelle singole parole e la necessità di sceglierne senza abusarne. Anche i capitoli sono brevi e, sebbene quella narrata sia un’avventura che comporta spostamenti, viaggi, cambi di compagnia e di scenario, il ritmo non è mai concitato e la scrittura ha sempre un respiro ampio e disteso. 
Questo modo di scrivere permette di assistere allo spiegamento della storia come se fosse in un grande quadro, come se si disponesse in ampiezza più che nella linearità di un percorso. In questo grande affresco, le avventure raccontate hanno il sapore di un racconto incastonato in un’epoca sospesa e non collocabile cronologicamente. Qui, come in altri scritti di Kate DiCamillo, il contesto storico è solamente evocato nei suoi aspetti noti che contribuiscono a comporre un immaginario funzionale alla storia. La conclusione dichiara apertamente che la vicenda potrebbe essere ambientata anche in un tempo che deve ancora venire, potremmo addirittura parlare allora di un romanzo distopico, più che vagamente storico. Le iniziali miniate di ogni capitolo rimandano alle scritture realizzate dai monaci amanuensi, ma la scelta di utilizzarle sembra rimandare ancora una volta al valore delle lettere come forma di conoscenza e al contempo di contemplazione e godimento del bello. Non a caso è Fratello Edik ad avere il compito di realizzarle, quell’uomo dotato di un occhio ballerino che gli conferisce forse la capacità di vedere la bellezza ovunque. Meritano una menzione le illustrazioni che, sebbene in bianco e nero, arricchiscono ulteriormente il piacere della lettura. Sono di Sophie Blackall, autrice di fama internazionale e vincitrice per ben due volte della prestigiosa Caldecott Medal. Il suo tratto elegante e morbido restituisce luoghi silvestri dal sapore magico che non mancano però mai di sobrietà, così come gli elementi decorativi all’inizio di ogni capitolo impreziosiscono le pagine senza risultare mai stucchevoli. 
Un romanzo che saprà deliziare bambine e bambini a partire dai 10 anni. 

Teodosia

"La profezia di Beatrice", Kate DiCamillo, illustrazioni di Sophie Blackall, traduzione di Anna Patrucco Becchi, San Paolo 2024 


venerdì 8 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON PRECETTI, MA STORIE 

La vera storia della banda Hood, Wu Ming 4 
Bompiani 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'Se siete qui è perché non siete niente e non vi spetta niente. Eppure i cantastorie al villaggio cantano di voi. Dei re...dei cavalieri... dei santi e di Robin Hood che a Sherwood ha il suo regno senza corona e fa pagare il pedaggio a tutti quelli che passano. Una canzone mai sentita prima. Potete decidere di rimanere quello che siete, cioè niente. Oppure potete essere all'altezza delle canzoni e fare quello che nessuno ha mai osato fare.' 
Will scattò in piedi. 
'Queste sono le parole che mi piacciono. Abbiamo le frecce. Tante da sterminare un esercito.' Indicò Gisborne. 
'E lui ha un piano.'
'Come facciamo a fidarci?' domandò Much.
Will stava per ribattere. Poi guardò ancora Maud, la cui espressione valeva più delle parole: non precetti, ma storie." 

Un uomo che è stato crociato accanto a re Richard in Terra Santa, un crocesegnato,  sta dialogando con un pugno di ragazzini, la banda Hood, i nullaventi. Ognuno di loro, per ragioni diverse, ha scelto la macchia, la foresta, la latitanza. La loro casa adesso è la foresta, nell'ombra. Sono parecchi, e Robin è solo uno tra loro. Insieme sono la forza delle storie che su di loro si raccontano entro le mura delle città. I loro nemici giurati sono i signori, i nobili, più o meno corrotti, sono gli abitanti dei castelli e delle città, la legge, quella dei più potenti. Intorno al fitto quasi inespugnabile della grande foresta c'è una piccola rete di villaggi e un tessuto di abitanti, ma su tutto questo c'è la grande Storia che va avanti. 
Ecco: la Storia. Quella che tutti conoscono. Re Richard, Riccardo Cuodileone, è in Terra Santa per riconquistare Gerusalemme - ma sarà ancora vivo? o sarà tenuto prigioniero? Un fatto è certo: il trono d'Inghilterra è vacante e insidiato dal fratello John, Giovanni Senzaterra. Il popolo d'Inghilterra è allo stremo e ridotto in povertà, per le tasse che sono servite per pagare la III crociata prima e poi il riscatto per la liberazione di Richard. Intrighi di palazzo, schieramenti, tradimenti, su tutti la regia della Regina Eleonora d'Aquitania che aspetta che il suo figlio prediletto, Richard, torni a regnare e cancelli ogni velleità di governo al fratello John che trama con il re di Francia... 
Intrecciate alla grande Storia ci sono le piccole storie e una leggenda: quella di questa banda di ragazzi, autentici sopravvissuti, che hanno scelto di essere fuorilegge, perché braccati da chi ha più di loro. La piccola storia di un cavaliere solitario, che è fedele solo a se stesso; la piccola storia di un cieco, che "osserva" e riferisce. Le piccole storie di un buon numero di donne, da Lady Marian in giù: tutte, inevitabilmente, soggiogate. La piccola storia di un cantastorie, sorta di innesco di quella che sarà la leggenda di Robin Hood.... 

Ecco. Dalla leggenda di Robin Hood parte Wu Ming 4 per fare due cose che gli riescono assai bene: scrivere un gran romanzo e riscrivere, appoggiato su fonti storiche, quello che è stato il mito di Robin Hood. 
Partiamo dal fondo: Robin Hood, così come ci è stato raccontato da certa letteratura e sopratutto da certo cinema, non è mai esistito: nessun superuomo, aitante, scattante, invincibile (talvolta in calzamaglia). Secondo le fonti, nelle ballate dell'epoca, e in molta buona letteratura e saggistica sul tema, non c'è traccia di questo supereroe invincibile e filantropo. Non c'è traccia della sua storia con Lady Marian, liberazione compresa. 
Questa, la molla che ha spinto Wu Ming 4 a studiare per bene la questione, a fissare una serie di punti storici e a restituire la sequenza dei fatti come presumibilmente devono essere accaduti. 
Ma Wu Ming 4 non è uno storico in senso stretto, ma è piuttosto un eccellente scrittore e così il suo intento di fare luce e chiarezza diventa un romanzo pazzesco. 
Per amor di verità, quindi succede che nella storia che racconta Wu Ming 4 Robin è un figurante, mentre protagonista assoluto è il gruppo, la banda Hood (dal titolo in poi). 
La sua leggenda nasce quindi da una voce che non è singola, ma corale. 
Per lo stesso amor di verità, Wu Ming 4 fa luce sulla condizione femminile alla fine del XII secolo in Inghilterra. E quindi conosciamo la ragazza vittima del birraio, il coraggio della serva di Lady Marian, Lady Marian stessa che nelle sue pagine diventa simbolo di intelligenza muliebre, da tenere segregata, appunto. La grande Eleonora che aleggia per tutto il romanzo, per poi comparire trionfalmente sulla scena, proprio sul finale. Conosciamo Maud, apparentemente l'unica femmina della banda che ha il ruolo di narratrice e custode di una fede incrollabile. Una mezzafata, piena di carisma, forza e mistero. Invincibile. Ma su di lei, ci torno. 
Per il medesimo amor di verità, racconta la Storia, quella con la esse maiuscola, per come è veramente andata: un caso su tutti il ruolo di grande regista che assegna alla regina Eleonora e il relativo piano della Corona di spremere un territorio, quella parte dell'Inghilterra (tra York e Nottingham) fino allo stremo per poter pagare la Crociata e il ritorno in patria del suo figlio sovrano. 
Ma La vera storia della banda Hood ha molto di più in sé. 
Innanzi tutto è una magnifica narrazione che spesso ha lo spessore di un racconto mitologico. Per questo, si serve di una serie di archetipi (nei ringraziamenti finali c'è un preciso omaggio): dal cervo che abita il bosco e che ogni tanto appare dal nulla, fino al cavaliere solitario Gisborne. 
E a proposito di mito e archetipi, non si può non notare che Wu Ming 4 lavori su un meraviglioso quanto efficace contrasto tra quello che è il mondo dei grandi, il mondo della civiltà, della ragione, della legge, della Storia cui contrappone quello della foresta, del mistero, dei bambini, della natura, del selvatico, delle storie. 
Solo a titolo di provocazione per continuare a ragionare sulla questione, che non è affatto marginale, rimanderei al saggio di Giorgia Grilli (Di cosa parlano i libri per bambini. La letteratura per l'infanzia come critica radicale, Donzelli 2021) o a quanto scrive Ursula K Le Guin a proposito della lingua padre e della lingua madre... (in I sogni si spiegano da soli, a cura di Veronica Raimo, Big Sur 2022).
Cosa condivide la visione di Wu Ming 4 con questi due saggi? L'ho appena detto: la contrapposizione fra infanzia e mondo adulto, tra natura e civiltà, tra selvatico e addomesticato, tra misterioso e razionale, tra storie e Storia, tra mito e realtà, tra ribellione e giogo, tra libertà e dominio.
Pieno di echi presi a prestito dalla grande letteratura, uno su tutti il Peter Pan di Barrie che su queste dicotomie si fonda (la giovane Maud è una Wendy perfetta e i ragazzi briganti, da Much al piccolo Ned, sono lo specchio dei Bimbi Sperduti), il romanzo va in molte direzioni diverse. 
A pagine di storia si alternano pagine d'amore (la più bella dichiarazione d'amore è a p. 166), pagine di intrighi e spionaggio, pagine di mitologia e superstizioni, pagine di puro racconto fantastico...
E per questa ragione va letto almeno cinque volte per apprezzarlo ben bene.

Carla
 
Noterella al margine. Che poi tanto margine non è: grandiose sono tre cose. La lingua, la capacità di costruire un plot complesso ma sempre esatto nei suoi incastri (secondo la famosa legge, per la quale se compare una pistola, quella pistola prima o poi sparerà...), la capacità di far precipitare le situazioni con la stessa fulminea velocità di un film d'azione molto ben fatto.

mercoledì 24 aprile 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LUNGA VITA A ROBIN HOOD!


Il ritorno in libreria di Wu Ming 4 non può che essere una festa: l’autore emiliano pubblica con Bompiani ‘La vera storia della Banda Hood’ e già dal titolo possiamo capire che non ritroveremo la riproposizione di una leggenda raccontata in molti modi, ma una seria ricostruzione storica degli avvenimenti che circondarono le gesta di una banda di straccioni.
Siamo nell’Inghilterra della fine del XII secolo: Riccardo Cuordileone è partito per la Terza Crociata, per sottrarre al curdo Saladino il territorio di Gerusalemme.
Il fratello minore di Riccardo, Giovanni Senzaterra, congiura per sottrarre il trono al Crociato; nobili e funzionari del regno si dividono fra lealisti e cospiratori; fra questi ultimi il feroce sceriffo di Nottingham.
Questa fitta rete di tradimenti e congiure costituisce lo sfondo su cui si svolge l’azione che vede coinvolti, all’inizio, un gruppo di ragazzini, capitanati da Little John. Si tratta di un piccolo gruppo di ladruncoli, che ha scelto di vivere nella selvaggia foresta di Sherwood, un luogo non solo naturalmente insidioso, ma anche pervaso da presenze sovrannaturali. Questo gruppo di ragazzi sassoni si adatta perfettamente alla vita nella foresta, animato com’è da un miscuglio sincretico di credenze religiose e di miti ancestrali. A questo gruppo si unisce, a un certo punto, un cavaliere crociato, reduce dalla spedizione in Terrasanta e decisamente incline alle trame e ai complotti: fedele a Re Riccardo e alla Regina Madre, conquista la fiducia dei cospiratori e si fa inviare nelle terre di Robin Hood, più termine generico che personaggio vero e proprio. Lì convince i ragazzi a compiere il colpo grosso, rapinare il convoglio che porta le nuove tasse richieste per pagare il riscatto del Re, prigioniero del duca d’Austria. Li aiuta, li addestra, ben sapendo che al di là dell’effimero successo, questa impresa segnerà la fine della banda. Il suo vero obbiettivo è smascherare i cospiratori, giusto in vista del ritorno del Re legittimo.
Quindi un doppio gioco che alla fine indicherà il destino di ciascuno.
Grande avventura, dunque, ma anche molto di più.
Questo romanzo, piuttosto breve, si segnala per diversi aspetti; l’individuazione dei personaggi, con la creazione di una carrellata di figure che risponde sia alle necessità narrative che al rigore storico: dal mendicante cieco al cantastorie, da Lady Marian alla schiera di cupi nobili normanni, attaccati al proprio potere più che alla stessa vita; Maud, la giovane mezzafata che segue John nella foresta; fino allo stesso Gisborne, il crociato.
La ricostruzione storica è accurata e puntuale, rende conto dell’ambiente di corte, intessuto di tradimenti e vendette, della crudeltà e della violenza della guerra, così come delle lotte intestine fra lealisti e cospiratori. Ma tiene fermo il punto di vista degli ultimi, dei poveracci che campano di poco e quel poco lo devono dividere con chi esige le tasse; i poveri, gli ultimi sono destinati a subire violenze e sopraffazioni, ma sono anche pronti a prendersi la loro vendetta, a sollevare quel vessillo di rivolta che le leggendarie imprese della banda Hood rappresenta.
Proprio la trasformazione di una storia, la cui veridicità è ipotetica, in leggenda trasforma il racconto in un’epopea, che trascende però dal singolo personaggio per farne una vicenda collettiva: la lotta fra ricchi e poveri, fra sassoni e normanni, fra lealisti e congiurati. Vicende che possono ben trasporsi in altri contesti e in altre epoche.
Due ultime osservazioni: il puntuale riferimento all’eccidio di ebrei londinesi, in occasione dell’incoronazione di Riccardo, che apre il romanzo con una descrizione breve e cruda, colpendo il lettore con durezza; un incipit di notevole effetto.
La frase, contenuta in un dialogo fra Gisborne e il mendicante cieco, ‘Se il mondo non è sempre stato com’è, allora può essere diverso’, mi sembra il vessillo che possiamo ancora afferrare, nonostante tutto.
Possiamo considerare ‘La vera storia della Banda Hood’ un romanzo per ragazzi? Questo suggerisce la collocazione a Bologna nello stand Giunti nella parte riservata a Bompiani. Personalmente ritengo che il romanzo sia per tutti, lettrici e lettori di ogni età a partire dai quindici anni. Prevedo non poche difficoltà nella lettura per i riferimenti storici, che non sono mero contorno, ma parte essenziale della narrazione. Suggerisco una lettura collettiva, partecipata, che chiarisca i punti oscuri e metta in luce l’innegabile forza di questo romanzo.

Eleonora

“La vera storia della Banda Hood”, Wu Ming 4, Bompiani 2024






 

lunedì 18 dicembre 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SAN MARCO


Da un episodio storico preciso, la sottrazione da parte di due mercanti veneziani delle reliquie di San Marco, conservate ad Alessandria d’Egitto, prende spunto il secondo romanzo che Davide Morosinotto dedica alla saga dei Da Mar.
Siamo nel gennaio dell’anno 828, in una Venezia non ancora grande, contesa da bizantini e seguaci dell’Imperatore; qui avviene un complotto che porta all’incarcerazione di un noto mercante, Giovanni Da Mar, lontano erede di quel Pietro protagonista de ‘Il figlio del mare’ .
Il cadavere di un funzionario bizantino, Berengario, viene fatto ritrovare vicino alla Casa Da Mar, in modo da coinvolgere il mercante in un ipotetico complotto, che, ovviamente, ne causa la carcerazione.
Ma non è Giovanni Da Mar il protagonista del romanzo, quanto sua figlia Angela, alta, forte, abituata ad andare per mare, il più delle volte di nascosto. È lei, infatti, a scoprire il cadavere e a doversi nascondere presso la casa di un commerciante amico del padre. Rinchiusa in una soffitta, non è però sola: a farle compagnia c’è la presenza immateriale del Santo, cioè di San Marco. Non solo, la ragazza riesce anche a fare conoscenza con i figli del mercante, Andrea e Matteo.
Per salvare l’onore del padre e ridare dignità a Casa Da Mar, Angela non può che imbarcarsi, travestendosi da maschio, in una delle navi, guidate dai due mercanti, Bon da Metameuco e Rustico da Turricello. A spiegarle la natura della spedizione è un misterioso monaco: si tratta di recuperare le reliquie di San Marco, conservate ad Alessandria d’Egitto, per riportarle a Venezia; ma per consegnarle a chi? A contendersele c’è il doge legato a Bisanzio e il vescovo di Aquileia, vicino all’Impero.
Dunque Angela si trova invischiata in un gioco di spie, di tradimenti, di disvelamenti davvero troppo complessi per una ragazzina, per quanto possa essere intelligente e intraprendente.
Dunque parte per Alessandria, portandosi dietro quella mezza medaglia che dà origine al suo casato, e da lì si dipana un’avventura che coinvolge anche i due ragazzi, Andrea e Matteo, che si contendono, fra l’altro, il cuore di Angela.
Come in ogni buon romanzo d’avventura, si susseguono i colpi di scena, le battaglie navali, gli inganni e i contro inganni; i personaggi principali sono come ingranaggi di un meccanismo narrativo che ne cambia la natura, da fedeli amici a traditori e vice versa. L’unico punto di riferimento di Angela, coraggiosa e tenace come pochi, è la voce del Santo, che la indirizza e la guida in questo labirinto di inganni.
Come vada interpretata questa presenza immateriale è scelta del lettore: può pensarla come espressione di una religiosità ingenua, oppure come parte di un dialogo interiore. Il fatto è che non ha un ruolo secondario nello svolgimento dell’azione ed esprime ragionamenti piuttosto improbabili per essere il frutto di un ragionamento ad alta voce di un’adolescente. È anche vero che lo sfondo di questo racconto è rappresentato anche dalla devozione popolare nei confronti di San Marco, protettore della città di Venezia, col suo potente simbolo del leone alato.
Come nel romanzo precedente, anche qui la ricostruzione storica è minuziosa, attenta ai dettagli, ma non è mai pedante. Il lettore o la lettrice poco curiosi possono leggere il romanzo come una bella storia d’avventura, ma io consiglierei di leggere e approfondire, di cercare i nessi e gli indizi nascosti, di scoprire o riscoprire il fascino di una città incantata come Venezia.
Come nel precedente romanzo, le illustrazioni sono di Lucrezia Buganè e accompagnano il racconto come tavole di un libro miniato, di cui riprendono anche i capo lettera che aprono ciascun capitolo.
Lettura caldamente consigliata a partire dai dodici anni.

Eleonora

“La ladra del vento”, D. Morosinotto, ill. di L. Buganè, Mondadori 2023



venerdì 4 giugno 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL LUMINOSO MEDIOEVO

Il trionfo della Morte, Matteo Gubellini
Scomodincanti, 2021


ILLUSTRATI
 
"Mentre l’esercito gaudente se ne stava in ammollo nel turchese, una figura sottile sbirciava nascosta tra gli alberi.
Era la Morte, scura scura. Davanti a lei un esercito beato tramortito dal vino, e soprattutto disarmato!
La Morte quel giorno era ancora a digiuno, neanche un cadavere aveva raccolto nel suo paniere, e guardando l’esercito pensò: 'che boccone prelibato per un re in vena di conquiste!' E si rammentò che in una città non troppo distante regnava un sovrano crudelissimo, e altresì ambizioso: Re Crudo."


Così la Morte che per metter gente nel suo paniere ha bisogno che le cose vadano in un certo modo - insomma ci devono essere le giuste condizioni per per poi intervenire con la propria falce - pensa che sia Re Crudo il suo compare ideale. Lui è cattivo e assetato di potere e non si tirerà indietro all'idea di avere vittoria facile sull'esercito ubriaco di Re Luciano che festeggia la recente vittoria, sguazzando disarmato nel laghetto.
 
 
Purtroppo però, proprio quel giorno l'esercito del perfido sovrano è in libera uscita e la Morte non solo non ottiene la carneficina sperata, ma addirittura viene cacciata in malo modo perché ha osato declinare l'invito a pranzo del permaloso sovrano, che a ben vedere, sarà pure re, ma è anche pieno di difetti.
Sconsolata, si aggira per i colli, ormai convinta che la giornata è persa. E allora, persa per persa, tanto vale accettare l'invito dei soldati ubriaconi a godersi anche lei una bottiglia di buon vino e un bel bagno al lago. Saranno stati i pensieri foschi, o forse sarà stato il vino, ma la Morte per un attimo si dimenticò di un particolare non del tutto irrilevante: se ti tuffi in un laghetto turchese, è meglio sapere come stare a galla...


Sciocchi e frettolosi si dimostreranno tutti coloro che pensano che la Morte possa davvero finire i suoi giorni così. D'altronde è cosa risaputa che la Morte (e il Peggio) non muoiono mai! Le cose andranno come devono andare, ma da questa parte è doveroso che sull'argomento il silenzio cali.
Al contrario, è altrettanto doveroso dire almeno un paio di cose su questo nuovo libro di Matteo Gubellini, che esce dalla sua 'officina' di Scomodincanti.
La prima e la più evidente di cui parlare è il tono scanzonato, picaresco della storia.
 
 
L'intero impianto si regge su un grande equivoco che ruota intorno alla parola 'trionfo'. Nell'immaginario e nel senso comune il trionfo è sinonimo di vittoria schiacciante. E quello della Morte, in particolare, allude alla sua inevitabile supremazia nei confronti di tutto ciò che è vivo. Senza esclusione di colpi e senza riguardi: e sotto a chi tocca.
Le immagini che lo raffigurano sono spesso in collegamento con i Giudizi Universali, sulle grandi pareti affrescate, le controfacciate delle chiese del Medioevo (così quando esci dopo la funzione religiosa, te ne vai con questo bel memento mori negli occhi...).
La Morte, ritratta spesso a cavallo, ma sempre scheletrica con il suo mantello e il suo cappuccio e l'immancabile falce, diventa di grande attualità alla metà del Trecento, dopo la Peste nera del 1348, per ovvie ragioni. In questi affreschi o tele sono tre le costanti: un grande parapiglia brulicante di persone su cui la Morte e i suoi soldati trionfano, un evidente interclassismo delle vittime e un diffuso gusto per il macabro, il comico e il grottesco.
 

Matteo Gubellini a questo sapore irriverente non rinuncia, giustamente, e si allinea anche nei toni del testo che sono quelli dell'oralità, del 'cunto'. Circostanza questa che rende questa storia 'perfetta' per essere letta - o meglio recitata - a voce alta. Una collana di piccole parole/perla sono sparse qui e là con sapienza e arguzia.
Dalla tradizione arriva anche l'iconografia della Morte, a cavallo, secca secca, con un bel teschio sul collo, il mantello e la falce d'ordinanza. 
 

Ma anche in questo caso, Gubellini non può fare a meno di aggiungere una serie di dettagli comici e grotteschi, che chi vuole se li trova.
I personaggi, tanto i soldati dell'esercito, quanto i sudditi di Re Crudo, brulicano in modo scomposto sulle rive del lago e in città al comparire della Morte, e ricordano parecchio i loro omologhi dipinti da Brugel, ma anche quelli un po' raffazzonati che Enrico Maria Salerno, con lo sguardo profetico, invitava a transitare in fila longobarda sullo cavalcone.
Matteo Gubellini è però Matteo Gubellini quindi non può per questo rinunciare all'altra sua cifra, quella metafisica, e così colloca tutta questa varia umanità entro scenari che, se svuotati del movimento, restituiscono volumi puri per le architetture, non importa se disseminate nelle morbide colline, o in città. Non è forse questo un altro modo di tenersi legato a quel 'luminoso' Medioevo, ovvero alla pittura dei maestri, di Piero in particolare?
Detto tutto questo, resta un fatto incontrovertibile: Matteo Gubellini ha sempre qualcosa da raccontare e qui lo fa divertendosi, forse anche più del solito. 
 
 
 
E noi, con lui.
 
Carla

 

 


mercoledì 9 dicembre 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ALDOBRANDO


Eccoci nuovamente alle prese con un fumetto: ‘Aldobrando’, sceneggiatura di Gipi e disegno di Luigi Critone, pubblicato da Coconino Press. ‘Aldobrando’ non è pensato come fumetto per ragazzi, tuttavia può essere proposto ai giovani lettori e lettrici come una bella lettura, ben scritta, ben disegnata, confezionata graficamente con grande cura, arrivata in Italia dopo il successo francese.
‘Aldobrando’ riprende l’ambientazione medievale, con molte licenze poetiche, del gioco di carte ‘Bruti’, che Gipi aveva realizzato tempo fa: maghi, uomini di corte, vassalli e paggi, donzelle virtuose; tutto raccontato con realismo e poesia nello stesso tempo.
Si tratta, in effetti, di un romanzo di formazione, che vede un bimbetto affidato dal padre, prossimo alla morte, a uno strego, che lo alleva nella sua casupola. Arriva però il giorno in cui deve affrontare una prova, ma la fallisce, provocando, almeno così pare, una ferita al mago. Per porre rimedio a questo incidente, Aldobrando deve partire alla ricerca di un’erba medicinale.
 
 
Ecco che comincia il suo viaggio nel mondo adulto, un mondo fatto di prepotenze e ingiustizie. Suo malgrado, si trova coinvolto in una congiura di palazzo, viene trascinato nelle segrete, dove attende il suo destino: qui incontra l’Ucciditore, un uomo buono e fortissimo, che, per reagire alle violente ingiustizie subite, è diventato un assassino; la sua amata, una schiava della principessa Bianca, lo aiuta a liberarsi. Per Aldobrando e la felice coppia ritrovata inizia una nuova vita, che però dura poco. Per salvare la principessa Bianca, i tre tornano a palazzo e lì finalmente si chiude l’era delle ingiustizie del re.
Aldobrando porta con sé un anello, riconosciuto dalla principessa Bianca. Ma il fatto che non venga data una spiegazione definitiva del significato del monile fa sperare che ci sia un seguito.
Come dicevo all’inizio, l’ambientazione pensata da Gipi è quella del gioco di carte fantasy da lui creato e da cui aveva anche tratto un primo fumetto, in cui son già presenti molti personaggi che ritroviamo in questo lavoro in cui l’autore si è ritagliato il ruolo di sceneggiatore, lasciando il disegno a Luigi Critone, caratterizzato da un tratto decisamente più realistico e meno intimo. Il giovanottone del fumetto originario diventa un ragazzetto mingherlino, per niente avvezzo alle cose del mondo, portatore di un candore e di un’ingenuità disarmanti. Ogni passaggio, il diventare scudiero, la reclusione nelle segrete, l’azione risolutiva finale, segna una crescita, una presa d’atto delle brutture del mondo, e nello stesso tempo il desiderio di non chinare la testa.
Aldobrando è un personaggio che alterna fasi di tranquillità ad altre movimentate, pericolose, è costretto a scelte importanti che solo un viaggio come quello raccontato poteva rendere possibili.
La resa delle situazioni, degli stati d’animo è data anche dall’accorta coloritura ad acquarello, realizzata da Francesco Daniele e Claudia Palescandolo, che assecondano il meticoloso disegno di Critone.
Le lettrici e i lettori più giovani troveranno in questo fumetto non solo le avventure di un ragazzino digiuno del mondo e costretto ad attraversarlo; troveranno anche una dissacrante immagine del potere, incarnato dal re e dalla sua corte, fatta di burocrati, di servi adulatori e di traditori. I singoli ritratti sono magistrali, mostrando, di volta in volta, vigliaccheria, ottusità, doppiezza come tratti fondamentali dei comportamenti degli uomini di corte. Di contro, i personaggi positivi, dalla Principessa Bianca all’Ucciditore, sono figure, almeno apparentemente, senza ombre; d’altra parte, lo schema narrativo del fantasy prevede, in linea di massima, una netta demarcazione fra il bene e il male.
Detto tutto questo, mi sembra di poter suggerire caldamente questa lettura a ragazze e ragazzi che vogliano avvicinarsi al fumetto d’autore, con una lettura divertente e appassionante.
Un bel regalo di Natale.
 
Eleonora
 
“Aldobrando”, Gipi e L. Critone, Coconino Press 2020




 

mercoledì 2 ottobre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)



UNA BELLA SORPRESA


Non mi capita spesso di essere colpita dall’originalità di una storia, ma è quello che mi è successo leggendo ‘Storia di Boy’, un’interessante vicenda ambientata nel 1350 fra la Francia e l’Italia, protagonisti un ragazzo, che forse tale non è, e un pellegrino che puzza di zolfo.
In sostanza è la storia della ricerca affannosa di una serie di reliquie legate a San Pietro, costola, dente,pollice, alluce, polvere, teschio, tomba.
Questa cantilena un po’ macabra fa da filo conduttore alle vicende dei due, Ragazzo e Secundus, che visitano via via chiese e conventi, frequentano locande, sfuggono a briganti, a bande di soldati di ventura,
a branchi di lupi.
In realtà, Ragazzo, oltre ad avere una gobba, che lui nasconde ostinatamente, parla la lingua degli animali, li comprende e comunica con loro; sa di essere diverso, ma non accetta questo fatto e segue l’inquietante pellegrino a caccia di quelle reliquie per raggiungere Roma e lì chiedere la grazia a San Pietro di poter essere un ragazzo normale.
Anche Secundus ha una storia da raccontare: ha perso moglie e figlio nel corso di un’epidemia e per raggiungerli è disposto a gabbare anche Satana.
Nel corso della storia via via si chiariscono i contorni dei due personaggi e si comprende chi siano realmente, ma non è la rivelazione della natura dei due, l’aspetto più interessante di questo romanzo.
Ho trovato ben fatta la ricostruzione del mondo medievale, con le sue credenze e le sue ossessioni, la sua povertà e la sua fede, che comunque pervade la narrazione. Così come è efficace la descrizione del cammino che Ragazzo e Secundus compiono dalla Francia centrale verso Roma, una città che non aveva niente della opulenta grandiosità della città imperiale. Accurate le descrizioni dei personaggi, da Milord,
preso dai suoi tornei, incapace di vivere senza la guerra, alla folla di monaci, sguatteri, mendicanti, soldati e briganti che ci restituiscono un’immagine viva della vita medievale. Altrettanto vivi i personaggi
animali, che dialogano con il protagonista così come la loro natura consente, presi dalle loro beghe, dalla fame, dalla paura e dalla forza. L’autrice stessa racconta come si sia ispirata alle sue esperienze dirette
con diversi animali, compresi gli stormi di storni che in autunno disegnano strane geometrie nel cielo di Roma.
Impossibile spiegare oltre la trama, anche se credo sia abbastanza chiara; trovo che questa sia una bella prova della scrittrice statunitense Catherine Gilbert Murdock  che credo ami molto il Medioevo; è anche molto curata la veste grafica, con una bella sovracopertina e i capitoli contrassegnati dalle illustrazioni di Ian Schoenherr. Non a caso il libro è stato dichiarato Newbery Honor Book per il 2019.
Curioso come la Giunti, casa editrice avvezza a pubblicare linee editoriali squisitamente commerciali, ami costellare il suo catalogo di piccole perle sparse, come i libri della Murail e come questo romanzo, la cui lettura consiglio a ragazze e ragazzi avventurosi a partire dagli undici anni.

Eleonora

“Storia di Boy”, C. Gilbert Murdock, Giunti 2019