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lunedì 21 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DA COSA NASCE COSA [seconda e ultima parte] 


"Con un coltellino qualsiasi possiamo tagliare, aprire, dividere, sbucciare, perforare, separare, affilare, radere, incidere, modellare scuoiare, tagliarci (attenzione!) e fare del male (molta attenzione!). Non bisogna dimenticare che il coltello a serramanico è un'arma. 
Per questo molti adulti preferiscono che non sia alla portata dei bambini. Pensano che sia pericoloso. E in effetti può esserlo. Ma se impariamo a usarlo con cautela (senza fare sciocchezze), quante cose ci permette di fare!" 

Se non siete d'accordo con quanto esposto nelle righe sovrastanti, questo post e questo libro non fa per voi. Mollate subito e andate a farvi un giro. 
In caso diverso, sedetevi perché continuo a non essere breve. 
Ricordo distintamente quando, ero madre da poco più di un anno, vidi il figlio di amici di poco meno di tre anni con un cacciavite in mano e, alla mia perplessità se fosse prudente, mi venne risposto: certo, gli abbiamo insegnato come usarlo. 
Ecco. 


Questo libro va in quella direzione, senza paura. Ragione per la quale la scelta degli oggetti (che poi è il modo migliore per capire il pensiero di chi l'ha scritto) mi pare davvero attenta al pubblico di riferimento, ovvero i bambini curiosi e bellamente ignora i possibili timori di genitori benpensanti. 
Senza nessuna censura si parla di come uccidere le mosche e si discute di coltelli. 
Ci sono oggetti che fanno parte del loro parco giochi - la palla, il frisbee e forse il dado. Gli altri, che comunque appartengono al loro universo visivo, sono dentro per due ragioni diverse: da una parte è proprio molto interessante e utile capire come funzionano - il volante, il bottone - dall'altra sono così tanto apparentemente semplici da lasciare basiti nell'apprendere quanto in realtà complessi siano, fisica e chimica per capirne di più - il mattone, il liquido, e l'imbuto. 
Credo che se un ragazzino (come pure un adulto) finora non abbia dimostrato interesse per come lavora una tazza del gabinetto, vada preso per le orecchie e gli vada spiegato per benino. 


Sapere come funzionano le cose è un atto politico. 
Prevede, innanzi tutto, concentrazione e osservazione per essere capaci di valutare di quel determinato oggetto l'importanza, il suo valore sociale e tenere sempre a mente lo sforzo che ha richiesto inventarlo, costruirlo, manutenerlo. 
Se fossimo più consapevoli di come funziona la spazzatura, non avremmo i cassonetti che abbiamo... 
Lo stesso criterio va applicato sempre, o quasi sempre. 
Ma questa attitudine è poco praticata: la distrazione, il dare per scontato, il non curarsi e, più in generale, la fretta e la superficialità sono diffuse e remano contro. 
Chi ha voglia di soffermare lo sguardo e quindi il pensiero sul cestino del pane, ammesso che sia di giunco e non di plastica a stampo? 
Chi si soffermerebbe sul tragitto che si fa fare al filo per attaccare un bottone, se non colui che detto bottone sta attaccando? 


Chi si mette a ragionare sul fluire "innato" di un liquido? E sulla sua ferma volontà a non rimanere mai fermo? Leggere per credere: un trattatello di fisica che brilla per chiarezza. 
Non a caso nel prologo Gustavo Puerta Leisse sottolineava che "condividere le scoperte nel modo più accattivante possibile" forse è la chiave vincente di questo strano libro. 
Piccole pillole di saggezza si colgono qua e là sul significato della parola cosa, sulle onomatopee, sul calcolo delle probabilità, la distinzione, appunto, tra cosa e oggetto (si legga il mattone), tra attrezzo e strumento, il concetto di meccanismo, il concetto di contenitore... 


E quindi si arriva al gran finale: l'imbuto, che è anche il nome della casa editrice che i due autori un giorno di qualche anno fa hanno fondato: Ediciones Modernas El Embudo, ma è anche un simbolo! L'imbuto non è un contenitore, ma un elemento che è necessario al passaggio da un contenitore più grosso a tanti più piccoli. Quindi un imbuto, è un po' come l'uguale in matematica. 
L'imbuto ha anche fare con la fisica, con l'arte ed è nascosto dove meno te lo aspetti e anche noi nel nostro corpo ne abbiamo un certo numero... 
Mi debbo fermare. 
Questo è per dire che se questo libro invece di contenere quattordici diversi oggetti, ne avesse contenuto uno solo, l'imbuto, ripetuto quattordici volte, io lo avrei bevuto come un bicchiere d'acqua quando si ha sete! [fine]

Carla 

"Lezioni di cose. Un universo a portata di mano", Gustavo Puerta Leisse, Elena Odriozola (trad. Maura Romeo), Quinto Quarto 2025  "La sicurezza degli oggetti", in Cose spiegate bene, AA.VV. Iperborea 2025  "Toilet How it works" , David Macaulay, Sheila Keenan, Roaring Brook Press 2013  "Dieci splendidi oggetti morti", Massimo Mantellini, Einaudi 2020

venerdì 18 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DA COSA NASCE COSA [parte prima] 


"Una cosa è vedere e un'altra è osservare. Una cosa è sentire e un'altra è ascoltare. Una cosa è odorare e un'altra è annusare. Una cosa è toccare e un'altra è tastare. Una cosa è mangiare e un'altra è assaporare. La differenza tra le une e le altre sta nell'attenzione che vi poniamo." 

Se questa differenza non siete in grado di coglierla, se nell'arco delle 24 ore di un giorno sono più le volte che vedete-sentite-odorate-toccate-mangiate di quelle in cui osservate-ascoltate-annusate-tastate-assaporate questo post e questi libri non fanno per voi. Mollate subito e andate a farvi un giro. 
In caso diverso, sedetevi perché non sarò breve. 
Tre premesse. 
La prima. Personalmente nutro un vero culto per le cose, gli oggetti (che diventa mania quando si tratti di contenitori). Ne apprezzo la forma, la funzione, ne riesco a immaginare ulteriori usi, se si rompono mi dispero e lo stesso accade se le perdo (lì partono immediatamente le novene a Sant'antonio, così ho imparato da mia madre. Sant'antonio mi ha fatto ritrovare un orecchino del Settecento smaltato incastrato tra due sanpietrini...). 
La seconda. Trovo fondamentale coltivare nei piccoli la curiosità per ciò che li circonda. Compresi gli oggetti, di cui loro (al pari della sottoscritta) amano circondarsi e amano raccogliere e collezionare. Molto spesso i bambini sono degli animisti laici, ovvero agli oggetti conferiscono nomi, caratteri, poteri. Ma questo ci porterebbe lontano. Insomma è un fatto che bambini e cose di norma vadano tra loro d'accordo (ad adulti piacendo). E quindi mi pare che il "mondo delle cose" possa essere un'ottima palestra per esercitare in loro giorno dopo giorno la curiosità, motore del mondo. I bambini, almeno un tempo, erano già per loro indole degli abili smontatori di oggetti, proprio per capirne i meccanismi. Vederli all'opera con la gente di Smonting (Tuttestorie 2023) è stato illuminante. 
La terza premessa è che io Elena Odriozola, basca classe 1967, la trovo proprio interessante. 
I suoi libri In Italia, se non ci fosse Lupo Guido, sarebbero inesistenti. 
Dunque, se esce un libro da lei illustrato che parla di cose, o meglio che racconta come queste funzionano oppure altre informazioni, frutto di quell'attenzione a cui alludeva l'autore nelle prime righe, non posso proprio fermarmi. 
Il libro in questione si intitola Lezioni di cose. Condivisibile anche l'impostazione: sono lezioni, senza paura di farsi maestri, da parte dell'autore che è Gustavo Puerta Leisse. In Italia esce per la casa editrice Quinto Quarto, che nel suo dna ha un altro elemento per me importante: parla ai bambini come potrebbe parlare agli adulti. Cosa che spesso rende i loro libri più interessanti e più sfidanti di altri, nel dare per assodato che la complessità è roba da bambini come da grandi. 
Si potranno forse limare qui e lì i lessici, si potranno scomporre più a fondo i concetti, ma la sostanza non deve cambiare. 
Lezioni di cose accende una serie di connessioni interessanti. 


La prima: c'è un libro che me lo ricorda moltissimo: nella collana Cose spiegate bene, edito da Iperborea con il Post, compare il titolo La sicurezza degli oggetti
I due libri condividono - grossomodo - l'impianto generale. 
Entrambi sparano in mille direzioni diverse altre suggestioni da seguire. Entrambi lavorano in modo monografico su alcuni oggetti, alcuni dei quali, evidentemente più iconici di altri, si trovano in entrambi: il coltellino svizzero, le monete. 


E siccome tra gli oggetti c'è anche il bidet e la sua controversa storia, non posso non andare alla seconda connessione: i meravigliosi libri di David Macaulay, il mio preferito: Toilet: how it works e gli altri dedicati all'occhio, all'aereo e poi all'ultimo The Way Things Work (Come funzionano le cose, nelle sue varie edizioni). Il suo pennino a china, la sua capacità di zoomare sugli oggetti, la sua rara ironia che gioca con la scala degli oggetti, tutto concorre a rendere i suoi libri veri e propri piccoli capolavori.


E ancora, terza connessione, visto che in La sicurezza degli oggetti si cita la scomparsa quasi totale delle cartoline, non posso non pensare al libro di Massimo Mantellini, Dieci splendidi oggetti morti, uno dei quali è proprio la lettera, la sorella maggiore della suddetta cartolina, accanto alle carte stradali, al telefono fisso... 


Accanto a tutte queste divagazioni, Lezioni di cose diventa il perno necessario per far ruotare tutto. 
In elenco ci sono quattordici piccole monografie su oggetti che sono nel contempo armi, attrezzi, strumenti, che al loro interno hanno meccanismi che li fanno funzionare. 
Sono tutti solidi, tranne uno che prende la forma del suo contenitore. L'ultimo, che chiude magnificamente un libro magnifico, è un oggetto simbolo per eccellenza. Ma se ne parlerà poi. 
Molti, si apprende durante la lettura, sono restati fuori: la matita, l'ombrello... 
Tra quelli in elenco, lascerei fuori il frisbee, perché lo odio avendolo preso sul labbro quando avevo quindici anni e il vaso da fiori che non mi dice granché. 
La rimanente dozzina me la sono bevuta come un bicchiere di acqua quando si ha sete. 
La cosa che più rende convincente il lavoro di Gustavo Puerta Leisse ed Elena Odriozola è il continuo variare percorso. 


Spesso, ma non sempre, si raccontano le diverse tipologie: la palla, oppure i bottoni e le diverse metodologie per attaccarli. Altre volte si gioca: con il dado si sono inventati un bel modo di divertire e ragionare sul concetto di probabilità e possibilità. 
Allo stesso tempo portano il lettore a osservare come i numeri disegnati su ogni faccia del dado sono disposti diversamente: per intenderci i sei pallini non riprendono i tre o i due ma si dispongono in coppie serrate, niente assimila il quattro a due volte il due... 
Altre volte si fa della grande ironia, si gioca con l'assurdo, con lo scacciamosche per esempio o con i volanti impossibili.
 

Di certo il pensiero e l'illustrazione si muovono di concerto: bella l'idea di elencare le diverse prese dei cucchiai di legno per girare la zuppa o per servire in tavola o per raschiare il fondo della pentola, accanto ai disegni di Odriozola che giocano facendoci vedere come un cucchiaio, per forma, sia anche una chitarra o un remo o forse uno specchio [continua] 

Carla

"Lezioni di cose. Un universo a portata di mano", Gustavo Puerta Leisse, Elena Odriozola (trad. Maura Romeo), Quinto Quarto 2025 
"La sicurezza degli oggetti", in Cose spiegate bene, AA.VV. Iperborea 2025 
"Toilet How it works" , David Macaulay, Sheila Keenan, Roaring Brook Press 2013 
"Dieci splendidi oggetti morti", Massimo Mantellini, Einaudi 2020

venerdì 11 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL PUNTINO DI CONTATTO

Fin qui tutto bene!, Quentin Gréban 
Babalibri 2025 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni) 

"SULL’ARANCIA ERA POSATA UNA FARFALLA BLU. 
QUANDO IL FRUTTO CADE, LA FARFALLA VOLA VIA... 
«FIN QUI TUTTO BENE» DIRETE VOI... SÌ, MA ASCOLTATE IL RESTO! 
LA FARFALLA BLU ATTERRA POCO LONTANO, SUL MUSO DI UN TOPOLINO CHE DORME DELLA GROSSA. CON IL SUO DELICATO BATTITO D’ALI, GLI SOLLETICA IL NASO... ED ECCO CHE IL TOPO INIZIA A STARNUTIRE, E NON RIESCE PIÙ A FERMARSI. 
«FIN QUI TUTTO BENE» DIRETE VOI... SÌ, MA ASCOLTATE IL RESTO!" 

Chiaro il gioco? 
Il topo cerca un posto più tranquillo per poter smettere di starnutire. Così quando vede l'asino ci salta sopra, ma uno starnuto fa sobbalzare l'asino che, imbizzarrito, comincia a correre e a sballottare il mercante che ha in groppa, per poi schiantarsi su una pacifica mandria di cammelli che partono all'impazzata in tutte le direzioni. Compreso il mercato che mettono a soqquadro... babbucce spaiate, spezie rovesciate e tappeti a brandelli. 
Qui bisogna intervenire. La cittadinanza infuriata si rivolge al gran sultano che - nella sua infinita saggezza - emette una sentenza nei confronti dei cammelli che si scagionano facilmente, indicando l'asino come il vero colpevole che a sua volta fa il nome del topo.
Questa è la storia di una povera arancia che non poté discolparsi.


Ma poi diventa la storia di 10 pesanti cocomeri da regalare a un'innamorata che alla fine si ridurranno al nocciolo (!), pur mantenendo la loro attrattiva...

La frase Fin qui tutto bene! a me fa venire in mente il film francese L'odio, in cui si racconta che un uomo, precipitando dal 50 piano, per farsi coraggio, a tutti i piani ripeteva a sé stesso fin qui tutto bene... Il film francese, di Kassovitz, è un film durissimo quanto bellissimo. Un film dove davvero precipita. Quindi vedere questa frase che mi riporta a quella periferia parigina in bianco e nero e grigio in un Superbaba tutto rosa fa il suo bell'effetto. 
A separare immediatamente i due contesti ci pensano gli acquerelli sempre così luminosi di Gréban e il fatto che la storia, al suo interno, allude evidentemente all'effetto farfalla, quello di Turing e poi di Edward Lorenz, sul battito d'ali di una farfalla che potrebbe essere la causa di un uragano altrove... 
Ma per un puntino Gréban, Kassovitz e Lorenz sembrano proprio toccarsi, ossia in tutti i casi il senso ultimo della frase: sperare che le cose possano migliorare. 
Anche nel libro di Gréban l'appoggiarsi di una farfalla che poi diventa un precipitare rocambolesco di topi su asini e poi di asini su cammelli e quindi di cammelli su banchetti del mercato ha una sua ineluttabilità: tutto sta precipitando verso il peggio.
 

Ma siccome siamo in un libro per bambini e non in un film sull'emarginazione di una banlieue francese, e non stiamo discutendo di modelli matematici, tocca dare una seconda possibilità al destino e trovare una soluzione che rimetta tutto in ordine.
Gréban, che ambienta la storia in un Medio Oriente non meglio identificato - ma cammelli, suk, fez e sultani, scimitarre, archi e cupole islamici e teiere di metallo inciso farebbero oscillare tra Marocco e Turchia - affida al sultano il compito di far tornare tutto a posto, individuando il colpevole. 
E così come era andato crescendo il parapiglia sempre più grande, dalla metà in poi del libro si va a ritroso fino a tornare alla magnifica arancia di partenza. 
A voler proprio cercare il pelo nell'uovo, l'arancia, come tutti gli altri personaggi coinvolti, è frutto (!) di un meccanismo ineluttabile e più grande. 
Lei come gli altri sono concause. Il famoso concorso di colpa... 
Ma tant'è è lei sola a farne le spese. 
E perché? Perché è l'unica che non può difendersi al tribunale del gran sultano e quindi tanto meno prendersi la sua responsabilità, solo in quota parte.
 

La seconda storia, anche questa, ma per motivi diversi, andrebbe ben discussa. Come la precedente, anche qui è intorno a un frutto che si ruota: il cocomero. 
E, simmetrica al precedente crescendo, qui si assiste a un diminuendo dei cocomeri e a un crescendo delle dimensioni degli aiutanti del giovane innamorato. 
La grazia di queste due piccole storie sta proprio in questo loro essere circolari, nel loro interno ripetersi, nell'essere movimentate, ma pur sempre tiritere, utilissime per chi sia alle prime armi con la lettura.

Per entrambe però, a lettura fatta, si potrebbe aprire un bel dibattito. Discutere sulle responsabilità con la prima e con la seconda ragionare ed eventualmente ribellarsi all'idea che le ragazze siano tutte golose, sensibili, romantiche e con il cuore tenero e i maschi tutti... timidi.
Tzè.

Carla

lunedì 7 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ARTISTS ARE TO WATCH 

"Puoi scrivere libri su qualsiasi cosa. Ad esempio, la frutta. La prima pagina potrebbe essere una banana, la seconda un'arancia e la terza delle ciliegie, e così via. Se non sai ancora scrivere, potresti semplicemente disegnare. Allora il libro potrebbe essere adatto soprattutto a qualcuno che non sa ancora leggere. 
Oppure potresti scrivere un libro per qualcuno che sa leggere solo una parola. Potresti disegnare un cavallo sulla prima pagina e scrivere CIAO, e la seconda pagina potrebbe essere un orso e scrivere CIAO, e la terza pagina potrebbe essere un gattino e scrivere CIAO, e la quarta potrebbe essere una scimmia e scrivere CIAO, fino a quanti ne vuoi. Alla fine forse potresti scrivere ADDIO, solo per divertimento..." 


Questo scrive Ruth Krauss, nel capitolo su come si scrive un libro, in How to make an Earthquake, illustrato da Crockett Johnson e pubblicato nel 1954 da Harper. 
A me pare illuminante per 'fare luce' su due libri, che segnano il principio e la fine della sua collaborazione con Maurice Sendak: A hole is to dig, 1952 e Open House for Butterflies, 1960. 
Entrambi pubblicati all'epoca da Harper, sotto l'occhio vigile di Ursula Nordstrom, e ora usciti in Italia per Adelphi come Un buco è per scavare e Una casa per le farfalle, entrambi tradotti da Sergio Ruzzier. 
I due libri si rassomigliano molto: hanno lo stesso formato, lo stesso tipo di disegno a china, lo stesso passo. Entrambi parlano di quel qualsiasi cosa con cui ho aperto il ragionamento. 
Entrambi sono adatti per chi non sa ancora leggere, infatti brulicano di disegnini, e sono entrambi pensati anche per chi sa leggere anche una sola parola. Per esempio la parola buca, la parola farfalla, la parola bebè, la parola montagna. 
Il criterio che ha guidato Ruth Krauss è il medesimo, non a caso il titolo provvisorio era Definitions. L'idea di partenza è dello psicologo Arnold Gesell che osservando un bambino di 5 anni lo definisce un pragmatico, ossia il bambino di ogni oggetto coglie immediatamente l'uso, lo scopo. A horse is to ride, A fork is to eat. E a tal proposito, non si può non pensare al libro di Margaret Wise Brown The Important Book che va esattamente nella medesima direzione. 
Entrambe condividono una radice comune e una comune fonte di ispirazione : la pedagogia della Bank Street School (entrambe la frequentano ed entrambe prendono spunto dall'ascolto diretto dei bambini che sono tra i banchi di quella magnifica scuola). 


Dal 1950 al 1951 Ruth Krauss raccoglie il materiale, ossia annota frasi autentiche di bambini autentici e quando ne ha a sufficienza propone a Ursula Nordstrom di farne un libro. Lei ne è entusiasta. Ancora una volta è sotto i suoi occhi la straordinaria abilità di Krauss di tradurre poeticamente il parlato (e quindi il pensiero) dei bambini. 

 "Una faccia è per fare le facce. 
Una faccia è una cosa da avere sul davanti. 
I cani ci sono per baciare la gente.
Le mani ci sono per tenersi per mano. 
Una mano è da alzare quando vuoi che sia il tuo turno. 
Un buco è per scavare." 

In particolare quest'ultima frase è la risultante di un fulmineo dialogo sulla spiaggia tra Ruth Krauss e due bimbetti cinquenni che stanno lì a scavare, come se non ci fosse un domani. Alla domanda diretta della Krauss il primo dei due si allontana, guardandola come se fosse matta a fare una domanda tanto ovvia, mentre il secondo, più accomodante, le risponde lapidario: un buco è per scavare. 
Per Nordstrom, Krauss è l'autrice ideale, un amalgama insuperabile di umorismo, intelligenza, intuizione, anticonformismo, raffinatezza, grazia, sapienza, rigore. Un occhio infallibile che ha il dono di avere la misura esatta dell'infanzia e il senso dell'età adulta. 


Così comincia a pensare a un illustratore adatto. 
Lo propone a Nicolas Mordvinoff che però rifiuta l'offerta, trovandolo “frammentario ed elusivo” . Ed è a questo punto che Nordstrom pensa a Maurice Sendak, ventitré anni che ha già all'attivo qualche libro, uno dei quali con Harper. 
Sendak ama immediatamente quel testo che trova congeniale al suo spirito. 
 E sebbene si sia presentato all'incontro con Krauss molto nervoso, fra i due nasce subito un'intesa profonda e un rapporto molto complesso: Sendak è pieno di timore reverenziale e Krauss lo 'adotta', diventa la sua maestra severa ed esigente perché a fiuto ne percepisce l'enorme talento. Tutti i fine settimana, Sendak si carica i suoi disegni per andarli a sottoporre all'inflessibile giudizio di Ruth. Per sua fortuna, di Sendak, Crockett Johnson è sempre lì a tranquillizzarlo e a portarselo a fare un giro in barca rilassante, quando lei appare troppo critica sul suo lavoro settimanale. 
La Krauss ha capito che i disegnini di bambini un po' selvatici di Sendak sono perfetti per i suoi testi.
 

Al centro dei suoi libri lei mette sempre i bambini: mucchi, cataste, montagne di bambini; bambini sempre in movimento, in quella condizione assai indaffarata che è l'infanzia. 
Bambini che fanno cose, come scavare buchi, mangiare purè, ballare, viaggiare, andare in slittino, costruire castelli di sabbia, soffiarsi il naso, fischiare, volare a cavallo di un uccello, fare picnic, impilare sassi, guardare un libro, sedere su un gradino, baciarsi, scuotere uova di Pasqua, gridare, invitare farfalle a una festa notturna, essere identici al proprio amico del cuore, rimirarsi allo specchio, imitare cani (e gatti), fare angherie a fratelli piccoli, pensare assurdità, abbracciare fratelli piccoli, cantare bumpety bump, osservare facce, immaginare di essere un leone, regalare la propria coda a un scimmia, ascoltare un ruscello, parlare con un unicorno, porsi quesiti felicemente irrisolvibili, aspettare un amico, perdere sbadatamente il proprio elefante, mangiare insieme minestra di pollo, avere una gemella, correre, diventare un cavallo, litigare con sei fratelli, riparare dal freddo una bambola vestita leggera, andare dappertutto, ridere al telefono, gironzolare, filosofare, essere felici e molto altro. 
Va da sé che A Hole is to dig diventa subito un fenomeno culturale. Un libro epocale. 
La freschezza e l'ironia così come la falsa percezione sia un libro dolce e sentimentale sono tutti fattori che hanno contribuito al suo successo. 
Nel suo piccolo è un libro radicale in cui gli impulsi 'incivili' dei bambini sono preservati. Essere bambino voleva dire non avere potere, non avere voce, corretto nel parlare e costretto nell'agire. 
In A Hole is t dig si assiste alla garanzia di rispetto dei bambini, del loro fare e del loro parlare. 
Alla fine del 1957 la Nordstrom sancisce la sua stima nei confronti dei due organizzando un'edizione commemorativa del libro che a cinque anni dalla prima edizione ha venduto in totale 80.000 copie! 


Ma se così è andata, perché Open House for Butterflies - Una casa per le farfalle - esce solo nel 1960? Tutti e tre, Sendak Krauss e soprattutto Nordstrom patiscono la sindrome della seconda prova. 
Sendak, quando legge il testo, percepisce una sorta di seconda puntata di un capolavoro irripetibile. Avverte una certa mancanza di spontaneità che smentisce la vivacità del libro a cui ha lavorato alacremente tutto il 1951. 
I suoi personaggini non hanno più quella spontaneità, quella goffaggine, quella silliness. Ora gli sembrano come irrigiditi rispetto al primo libro. Inoltre percepisce la sempre maggiore fatica di Krauss a confrontarsi con i propri illustratori. 
 Anche Nordstrom dubita che il nuovo progetto, dal titolo provvisorio New Words for Old, possa dimostrarsi all'altezza del primo. 
Non le sembra che abbia la stessa freschezza (effettivamente...) e quindi suggerisce alla Krauss di continuare a lavorarci. 


Lei, piccata, sostenendone la medesima autenticità delle fonti e sei mesi di duro lavoro sul campo, lo difende. Ma tant'è. Il libro esce solo a otto anni di distanza. 

 "Nonsucco è una bella parola per quando hai un bicchiere di non succo. 
Canecane è una bella parola per quando vedi un cane che vedi anche allo specchio 
Io ho un bi-ciclo Io ho un tri-ciclo Io ho un rotto-ciclo. 
Rotto-ciclo è una bella parola da sapere." 

E nel frattempo, accade l'imprevedibile: Ruth Krauss, con il tempo che passa, smette di considerarsi un'autrice di libri per bambini. 
Ora, nel 1960, dice di sé di essere poeta, e come tale dichiara di non essere più sicura di nulla...
I guess I like Open House for Butterflies. I'm not sure, of course! 

 Carla 

Un buco è per scavare, Ruth Krauss, Maurice Sendak (trad. Sergio Ruzzier) Adelphi 2025 
Una casa per le farfalle, Ruth Krauss, Maurice Sendak (trad. Sergio Ruzzier) Adelphi 2025 
How to make an EarthquakeRuth Krauss, Crockett Johnson,  Harper 1954 
Crockett Johnson and Ruth Krauss: How an Unlikely Couple Found Love, Dodged the FBI, and Transformed Children's Literature, Philip Nel, University Press of Mississippi 2012

mercoledì 18 giugno 2025

FAMMI UNA DOMANDA !

UNO SGUARDO SGHEMBO 


Ultimo arrivato in casa Cocai Books, Fuori luogo rappresenta una nuova tappa di un cammino intrapreso dai due autori Valentina Gottardi e Maciej Michno (fondatori anche della casa editrice) e costituito da una di una serie di cinque albi divulgativi. Gli aspetti della natura presi in considerazione in tutti e cinque i titoli sono quelli più semplici e, in Fuori luogo in particolare, si racconta di quella parte di flora e fauna che abita le nostre città, ma della quale non abbiamo sufficiente consapevolezza. Porzioni piccole di vita, animale e vegetale, che in vario modo e con esiti differenti, cercano di ritagliarsi uno spazio e di aggiudicarsi del cibo in un contesto che non ha tenuto conto della loro presenza se non in misura marginale e spesso soltanto quando costituisce un problema. 
“Fuori luogo” è un’espressione che in italiano ha un’accezione soprattutto negativa, in una conversazione è per esempio un intervento dai toni e dai contenuti non in linea con il resto. Fuori luogo è anche letteralmente qualcosa che non si trova nello spazio circoscritto. 
Il sottotitolo del libro recita: Gli altri abitanti delle città. Ecco quel fuori e quel altri indicano la direzione verso cui lo sguardo viene condotto, alla ricerca cioè di quello che è meno evidente, dei margini, degli interstizi, delle pieghe. Lo spazio cioè non è solo quello che possiamo ripercorrere per intero da lontano, ma è anche quello che si scorge se accettiamo per esempio di abbassarci fino a terra, a osservare le crepe del suolo e le fessure tra i mattoni. E che non esclude possibili incontri imprevisti. Il libro si divide in 15 capitoli corrispondenti ognuno a una doppia pagina. Il titolo assegnato si riferisce al luogo o a un gruppo di specie animali. Fanno eccezione due sezioni, contraddistinte dalla pagina di colore fucsia, che suggeriscono una serie di misure da adottare per rendere alcuni ambienti comuni più accoglienti per gli animali. 


Pagina dopo pagina, luoghi diversi vengono esplorati partendo proprio dalla casa (in ogni sua parte), per poi allontanarsi progressivamente e considerarne altri come i garage, le soffitte, i viali e gli edifici antichi. Costruzioni tutte differenti, ognuna con caratteristiche proprie che le diverse specie di insetti e animali hanno evidentemente esplorato e poi scelto. 


Si arriva poi a esplorare quelle porzioni di natura che l’uomo ha addomesticato e introdotto negli ambienti urbani, ossia i parchi pubblici. A confronto con gli stessi boschi di città, qui la natura appare “ordinata e pulita” e perciò inospitale per gli animali. Come nel precedente albo Caduto, si menzionano quelle situazioni che la logica umana non può che giudicare negativamente e che invece la natura gestisce come occasione di ulteriore risorsa. Per esempio, le foglie cadute dall’albero, prontamente raccolte in un parco, in un bosco sono riparo per molti piccoli roditori e luogo in cui proliferare per tanti insetti. Senza considerare il fatto che quelle foglie, una volta decomposte (ad opera di organismi che in questo modo riescono a sopravvivere) diventano nutrimento prezioso per il terreno.
 

Le immagini alternano stili diversi: al carattere pittorico e realistico di alcune (riservate per lo più ad animali e piante), si affiancano quelle realizzate con stile geometrico e fortemente grafico. La scelta in alcuni casi sembra giustificata dalla necessità di rimarcare la differenza di sostanza e di forma che i due mondi conviventi contengono; tuttavia la schematizzazione non è così netta e rigorosa, e sorge quindi il sospetto, diciamo, che la ragione di questa commistione sia di natura propriamente stilistica, che alla base ci sia piuttosto il gusto per la sperimentazione di nuovi accostamenti. 
Nelle ultime pagine del libro troviamo un glossario (presente, ad onore del vero, in molti altri libri divulgativi) e una bibliografia, consultabile inquadrando un QR code. E questa mi sembra cosa degnissima di considerazione, perché denota rispetto per l’intelligenza del giovane lettore e perché costituisce ulteriore riprova del rigore scientifico dei contenuti. 
La scommessa di questo libro e di tutta la collana è quella di reputare degno di approfondimento quello che riteniamo già conosciuto e il più delle volte inutile, se non detestabile. 
Questa scelta di campo comporta poi un ulteriore passaggio, di natura come dire “ideologica”: considerare ciò che si ostina a vivere, nonostante e in aperta opposizione all’apparente efficienza e perfezione inseguita dall’uomo, significa educare ad uno sguardo sghembo e soprattutto ammetterlo nel novero delle competenze auspicabili. Il contributo più significativo delle pubblicazioni di Cocai editore e di molti altri editori che non per vocazione iniziale hanno deciso di dedicarsi anche alle pubblicazioni scientifiche per ragazzi, è proprio nella scelta allargata degli argomenti, affrontati con un taglio narrativo originale. Se alla tradizione divulgativa per bambini e ragazzi appartengono libri per animali, piante e spazio, in quella attuale si affiancano a quei soggetti altri che hanno l’esplicito intento di problematizzarli, scoprendo il fianco a possibili contestazioni di quel sapere ritenuto granitico e indiscutibile. 
Certamente figli di un “movimento” che riguarda anche altri settori dell’editoria, questi riservati ai ragazzi hanno dimostrato forse uno spirito di iniziativa più spiccato e ci auguriamo che contribuiscano anche a una valutazione diversa del libro per ragazzi da parte di molti adulti. 
 Libro consigliato alle bambine e bambini a partire dagli 8 anni. 

Teodosia 

Fuori luogo di Valentina Gottardi e Maciej Michno, supervisione scientifica di Dario Miserocchi, Cocai books, 2025 

venerdì 13 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN POOL DI CERVELLI

Enigmi a tutti i piani. Criminali allo sbaraglio, Paul Martin 
(trad. Serena Tardioli) 
Il Castoro 2025 


LIBRO-GIOCO ILLUSTRATO (dai 6 anni)
 
"I Marmokki a palazzo. 
Quando il gruppo rock i Marmocchi soggiorna all'hotel Star Palace, porta sempre un gran scompiglio. Stamattina il cantante è stato tramortito e gli hanno rubato tutti i soldi del concerto della sera precedente. Gli unici ospiti dell'hotel sono i musicisti della band. 
Leggi le dichiarazioni dei testimoni e dei sospettati e osserva l'interno e l'esterno dell'hotel." 

Tre sono le domande: Dov'è il bottino? In quale camera soggiornano i componenti della band e naturalmente chi è il colpevole... 
Questo è il primo caso dei diciassette che uno dopo l'altro occorre risolvere. 
Le cose che l'investigatore/lettore ha in mano sono le dichiarazioni dei sospettati e dei testimoni e, naturalmente della vittima. A sentir loro tutti o quasi stavano provando il loro pezzo, chi al sax, chi al basso elettrico, chi alla batteria. Infatti nei corridoi c'era una bella baraonda che ha impedito alla signora delle pulizie di capire meglio cosa stesse succedendo. 
E, come se non bastasse, c'è stato anche un blackout doloso. A detta del custode, che è dovuto scendere nel seminterrato per riaccendere l'intero impianto, qualcuno deve aver provocato un corto circuito... 
I sospettati - Tim Zozzokkio, quel coatto di Jack Forzokkio, e le due ragazze del gruppo, Tina Birbokkio e Pam Bellokkio, e per ultimo Dan Fetokkio - hanno qualcosa da dire e, pezzetto dopo pezzetto, l'intero scenario si ricostruisce e diventa sempre più chiaro chi sia il colpevole. 

Il libro - GENIALE - funziona così. 
La pagina a dx è sempre divisa in due lungo la sua altezza. Da un lato c'è il breve antefatto e poi l'enigma, o meglio i tre enigmi. Nell'altra metà è disegnata la metà dello scenario, visto da fuori. 
La doppia pagina successiva, ai lati raccoglie le figure e le parole di vittima, testimoni e sospettati: un bel po' di testo. Al centro, ossia a dx e a sin del taglio centrale appare il lato interno dello scenario dove è avvenuto il crimine, in questo caso uno spaccato, una sezione dell'interno dell'albergo. 
Nella pagina successiva, c'è l'altra metà dello scenario esterno e un elenco di indizi che aiutano a risolvere il caso (quelli che in gergo si chiamano gli aiutini). 
La principale cosa che l'investigatore lettore deve fare è piegare le due pagine dedicate al caso dei Marmokki lungo la loro metà in modo che le due metà degli scenari esterni si ricompongano.
A dirlo a parole sembra una roba difficilissima, ma siccome, prima che tutto cominci c'è una bella spiega disegnata su come fare punto 1 punto 2 punto 3 ecc ecc anche i più legnosi capiranno e si divertiranno. 


Questo procedimento si ripete per ben 17 volte, quanti sono i casi da risolvere e ogni volta con scenari diversissimi: dai pompieri al saloon, tutto quello che ci si potrebbe immaginare in mezzo, ci sta! 
Ideona. 
Ho 65 anni e una certa esperienza e malizia nell'osservare i libri e quindi fibrillo di rado. Ma qui sono proprio saltata sulla sedia e son qui che mi centellino i casi e penso, accidenti sono s-o-l-o 17. 
Una bella idea che si irradia in diverse direzioni.


Chi l'ha pensata, e mi pare di capire dal frontespizio si tratti di un pool di cervelli, ha dovuto studiarla dal punto di vista grafico, la cartotecnica, ha dovuto progettare i singoli casi da risolvere, si è preso anche il gusto di fare un sacco di giochi con i nomi dei personaggi (e la traduttrice gli è andata dietro) e come si non bastasse ha creato una sorta di graduatoria di difficoltà caso per caso. 
Per esempio, il caso dei Marmokki, con il quale il libro si apre, è un grado basso, solo un teschio su tre. 


Tanti più sono i testimoni e minore il numero dei sospettati, tanto più il caso va considerato di facile soluzione, mentre se i sospettati sono addirittura otto, come nel caso Allarme al Museo, la soluzione è più complessa. Ovviamente. 
A tutto questo si deve aggiungere il disegno, che ha molti punti di tangenza con il fumetto, linguaggio di cui Martin è maestro in Francia. 
Ultima noterella. 
Cosa farne di un libro del genere? 
Da adulti, sbirciarci dentro e provare e risolvere i casi - senza farsi beccare, autodenunciandosi per aver piegato le pagine lungo la fustella. 
Con noncuranza, metterlo in mano a ragazzini e ragazzine perché passino una bella estate, facendo nel contempo un atto rivoluzionario: si facciano vedere con un libro in mano. 
E, magari, alla fine constatare con rammarico che sono stati più svegli di noi nel risolvere i casi. 

 Carla

lunedì 12 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA RADICE UNICA

Cromosomi
, Fabian Negrin, Kalina Muhova 
Edizioni Corsare 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"2025 - Mi chiamo Lucia e, mamma mia, come sono diventata vecchia... 
1963 - Sembra ieri che con Giorgio andavamo a ballare ogni sabato sera. Due fan scatenati dei Beatles. E tutte le domeniche burraco con l'allegra compagnia di amici. Quante risate! 
1951 - Giorgio l'ho conosciuto a Ischia. Mi ricordo l'emozione la prima volta che lo vidi. L'incontro avvenne sulla spiaggia dell'albergo Vittorio. Quello dove, da quando ho memoria, passavo ogni estate con i miei genitori..." 

La sua mamma era molto ansiosa e quindi il tempo che Lucia poteva passare al sole facendo castelli di sabbia, nonostante il cappellino, era limitato. Il suo babbo invece le lasciava fare molte più cose, compresi i tuffi di testa. 


Di mestiere lui era fotografo ed era sempre in viaggio, sua madre invece era nata a Londra ed è lì che si erano conosciuti... 
Il nonno di Lucia che di professione era capitano di lungo corso e viaggiava con la sua nave lungo la rotta Londra - Hong Kong si era innamorato di una giovane cinese e l'aveva sposata contro il volere della famiglia (un Pinkerton controcorrente). E quindi non è un caso che la Lucia di partenza abbia un po' gli occhi a mandorla... 

Ed ecco che i cromosomi fanno la loro entrata in questa storia. 


Fabian Negrin costruisce un'esile architettura narrativa che sulla genetica poggia le fondamenta. In altre parole, i cromosomi che riempiono i risguardi sono lì a testimoniare un fatto importante: noi siamo la nostra storia. 
Loro sono la nostra storia trascorsa (e indiscutibilmente anche la nostra storia futura), scritta piccola piccola: contenitori preziosi di DNA, sono la biblioteca del codice genetico che ci appartiene e che ci distingue da chiunque altro. 
Detto questo, Fabian Negrin prova a dare nomi e a costruire a ritroso una storia fatta di tanti episodi di altrettante piccole storie, quelle di chi ci ha preceduto. 
La novantenne Lucia ripercorre così il suo albero genealogico: genitori, nonni e poi bisnonni e poi indietro fino all'epoca delle Crociate, attraverso quell'anello che la bisnonna di Lucia aveva a sua volta ereditato e che aveva attraversato la genealogia della sua famiglia. 
Si va sempre più indietro, fino ad arrivare a Nefertiti. E prima di lei? 
Una sequenza di altri uomini e donne che hanno depositato piccole tracce di sé in chi è venuto dopo. 
Ma un punto di partenza di questo lunghissimo percorso ci deve essere stato - di certo in Africa, dove l'umanità ha avuto origine, e di cui Lucia è esemplare. 
È intrigante l'idea di dare forma al percorso genetico che distingue ognuno di noi, ossia di rendere tangibile e visibile un concetto complesso in cui il tempo, lo spazio, la biologia sono i piloni necessari, accanto a quell'altro concetto che non è proprio facile raccontare e che fino a Mendel non aveva neanche un nome... 
A prescindere dalla capacità di superare una difficoltà oggettiva nel creare una struttura che si dimostri leggera e soprattutto maneggevole per chiunque, in questo libro mi pare di cogliere una questione altrettanto importante: noi siamo tutti molto mischiati e tanto più andiamo indietro, tanto più ci avviciniamo alla radice che è - con buona pace di molti - unica.
 

Il seme del nostro albero genealogico, parrebbe sottolineare Negrin, è uno. Qualcosa di simile all'albero Pando, con una differenza: lui, essendo albero, con il crescere è diventato bosco, noi, crescendo, siamo diventati umanità. 
Bell'idea, bella storia. E come sempre con Fabian Negrin, bel finale. 
Ma come rendere visivamente questo viaggio attraverso spazio e tempo senza renderlo una noiosa galleria di personaggi? 
E quindi la seconda architettura è quella che si è inventata Kalina Muhova. 
Lavora sulla pagina come se fosse un suo blocco di appunti. Una sorta di taccuino di schizzi, di appunti che poi "pulisce" per renderlo leggibile a tutti. 
Mi ricorda quella sensazione di imbarazzo quando in università qualcuno ti chiedeva gli appunti della lezione... L'ordine, o per meglio dire il disordine, personale non è facile da condividere, quindi Muhova mette in pulito i suoi "appunti" e il testo di Cromosomi assume una sua iconografia, trova un suo ritmo visivo. 
La prima cosa necessaria da fare è fissare le tappe del tempo. E Muhova lo fa con quel rettangolino in alto che diventa l'orologio di questa lunghissima storia. 
La seconda cosa da fare è dare facce ai personaggi. E Muhova lo fa e li fotografa entro boxini quadrati: le foto tessera di ciascuno disegnate. Non tutti ma quasi hanno la loro. 
Terza cosa da fare è creare i legami, le connessioni. E Muhova si inventa un bel sistema, immediato quanto visibile: una linea tratteggiata che collega Lucia alla sua casa, oppure Lucia e Giorgio a diciott'anni, Charles e Mei attraverso i continenti, un anello con il quadro che lo ritrae al dito di qualcuno. 
Quarta cosa da fare è creare gli scenari, i contesti per rendere tutto meno scheletrico. Così Muhova, sullo sfondo delle foto tessera, disegna uno sfumato di una battaglia di crociati, come pure rinomate spiagge campane, anni Cinquanta. 
Quinta cosa da fare è non seguire sempre detto schema. E Muhova gioca su formati di immagini piuttosto diversi e movimentati. Nefertiti vince una pagina intera, così come l'abbraccio d'amore tra Charles e la sua sposa cinese... 


Sesta cosa da fare è quella di rendere otticamente tutto molto interconnesso. E Muhova si inventa l'uso di un pantone magnifico (che mette a dura prova la grafica dell'editrice e ora lo scanner che no gli rende giustizia) che è un faro illuminato sugli scaffali delle librerie. Non puoi non vederlo.
Settima cosa da fare è quella di dare spessore iconografico a questa carrellata di esseri umani. E Muhova cura, magari non proprio sempre sempre, pettinature e abbigliamento e fisionomie. 
Il risultato, un libro interessante. 

 Carla

lunedì 5 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CLICK!

Abbi coraggio!, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) 
Uovonero 2025 


POESIA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"È troppa la paura 
mi blocca, mi circonda, 
è qui, mi paralizza, 
è forte, è profonda. 
È buio questo posto 
non so che cosa fare: 
restare qui non posso 
ma non so dove andare.
Non so cosa mi aspetta. 
Mi stringe nel suo morso 
quest'ansia che ha la forma 
di un gigantesco orso."

Bambinetta che cammina in un bosco. Al principio, si china a guardare il terreno. Ma quando l'intrico dei rami si fa più fitto, lei - che vediamo in trasparenza tra il fitto degli alberi - si ferma e ascolta. 


Sa di non potersi fermare, ma non sa che strada pigliare. E questa è la sua paura che cresce. Accelera il passo perché è proprio quella paura che le fa credere ci sia un orso alle sue spalle. La paura è come l'orso: c'è davvero. 
Se ne percepisce l'ombra che entra in scena e poi incombe sulla fuga di quella piccolina. Lei continua a correre, fino ad arrivare a una radura, dove, con le mani tra i capelli, disperata, non sa che in direzione andare: persino la sua ombra sembra confondersi e voler tornare indietro. E poi il buio delle immagini e solo parole in un crescendo di paura: 

annaspo, farfuglio, barcollo, oscillo... 
indugio, tentenno, arranco, vacillo. 

Il buio sta scendendo, nel bosco che si fa più rado c'è la luna piena che lo illumina. Lo rischiara a sufficienza perché la bambina trovi il coraggio di invertire la rotta, ossia fermarsi e girarsi verso il grande muso dell'orso. L'incitazione dell'animale - o forse della paura stessa - la rassicura e la cosa giusta che la bambina fa è quella di guardare l'orso negli occhi. Che forse vuol proprio dire fermarsi e guardare la paura per far arrivare il coraggio... 

E due! Il mondo è rosso - che usciva nel 2022 - aveva delle qualità così evidenti, almeno per me, che non poteva passare inosservato. E infatti non è successo
Le cose che all'epoca parevano convincenti erano almeno tre: la capacità di Teckentrup di usare colore, luce (ovvero ombra) e forme in movimento per creare in chi legge un ulteriore movimento, ma emotivo. 


La sua seconda abilità stava nell'uso calibrato al grammo del peso delle parole. Cesellate sulla pagina, senza sbavature. Laddove l'immagine accelerava, altrettanto battente si faceva la parola che, in alcuni momenti topici, aveva la forza di prendersi tutta la scena. 


Tutto corrisponde, anche in questo secondo libro. 
Il terzo valore ha a che fare con la questione sollevata. Lì era la rabbia qui è la paura! 
Quindi - confermate anche in questo secondo libro qualità e sapienza nell'organizzare le immagini sul foglio, qui come lì ci sono pagine di solo testo che hanno bisogno di lasciare per un momento da parte le suggestioni visive - mi pare davvero importante e condivisibile il lavoro fatto sul nucleo di senso che Britta Teckentrup mette nelle mani dei suoi lettori. 
Come anche per il libro precedente, la questione "paura" è spinosa e piena di rischi di far precipitare tutto entro i confini di una delle innumerevoli soluzioni consolatorie che si propinano ai bambini. 


Il fatto di rappresentare la questione attraverso un modo tanto leale e trasparente, pur usando una delle metafore più consuete, il bosco e il suo più grande abitante, l'orso, già questo mi parrebbe un buon motivo per festeggiare. 
Mi spiego: nelle misurate parole di Britta Teckentrup il bosco rimane bosco, non si incattivisce e non si trasforma per terrorizzare la bambina e anche l'orso fa l'orso, ossia la insegue. 
Ed è proprio qui che si sente il click, l'interruttore che accende la luce sul pensiero di chi scrive: bimba, attenta, che quell'orso mi sa che è la tua paura! 
E se così è, la cosa che ti può capitare potrebbe essere quella che stai per vedere: smettere di scappare, girarsi e guardarlo l'orso, o guardarla negli occhi la paura. Ed è proprio lì che arriva quella sensazione che ogni persona dovrebbe aver sperimentato almeno una volta nella vita: la forza del coraggio, o meglio ancora la forza del coraggio di aver avuto paura. 
A guardarsi dentro, giovani o vecchi che si sia, mi sento di sostenere che le cose vanno esattamente così come ci vengono raccontate in Abbi coraggio!
Fuor di metafora, non c'è una sola parola, un solo passaggio in cui ciascuno di noi, non possa riconoscere proprie esperienze trascorse. 
La paura fa correre, ma non si può correre sempre (alcuni lo fanno) e quindi tocca fermarsi, girarsi e affrontare il problema. E nel preciso momento in cui questo accade, da paurosi si diventa coraggiosi. 


Non credo sia banale, la cosa. Ragionare che coraggio e paura stanno in un unico pacchetto è - a mio avviso - una grande verità. Come pure sostenere, fin dal titolo, che la chiave non sta nel non aver paura, ma nel trovare da qualche parte un briciolo di coraggio per fermare la corsa. 
In tutta onestà, nessun coraggioso può dire di sé di non essere mai stato anche un fifone. Capito il meccanismo, il resto viene da sé. 
Provare per credere. 

Carla 

Noterella al margine. Per quel che può valere, io ho fatto un gioco con me stessa: ho provato a ricordarmi una mia paura e ho provato a vedere, verso dopo verso, se mi ci potevo vedere dentro a quel crescendo di ansia e poi terrore. E tutto corrispondeva alla perfezione. E poi, mi sono anche vista fermarmi, nel momento in cui ho guardato "il mio orso" negli occhi. Ed è allora che la paura si è ammansita, lasciando spazio a un coraggio che mi son trovata in mano. E così sono andata avanti. 


Perché non giocarci anche con dei bambini?