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giovedì 24 agosto 2023

FAMMI UNA DOMANDA!


ANEDDOTI E NOTIZIE SULLA NATURA IN ITALIA


Entomologo e divulgatore, Gianumberto Accinelli torna in libreria con un interessante libro sulla natura in Italia: ‘Verde come l’Italia. Cento anni di storia del nostro paese attraverso i cambiamenti della natura’, pubblicato da Piemme.
L’andamento è aneddotico, presentando diversi casi che spaziano dalla intelligenza dei corvi all’obesità dei gabbiani, ma il filo conduttore è comune: mostrare ai giovani lettori e lettrici quanto il comportamento umano influenzi il mondo naturale e quanto questo possa costituire un problema per il nostro futuro.
A tenere insieme le diverse narrazioni, ogni capitolo racconta un diverso ‘caso’, c’è l’unità di luogo, parliamo della natura in Italia, e di tempo, l’ultimo secolo, un secolo che ha visto profonde trasformazioni, da paese agricolo a industriale.
Come in tutte le buone narrazioni divulgative, il libro di Accinelli rifugge dal sensazionalismo e presenta le situazioni anche critiche con oggettività, sfatando spesso leggende metropolitane.
Ad esempio, l’espansione dei lupi in pianura, soprattutto in Val Padana, non è dovuta ad una preoccupante espansione dei predatori, ma dal fatto che in quelle zone sono stati chiusi gli allevamenti di nutrie, per le pellicce, liberando gli animali in natura; le nutrie si sono adattate benissimo all’ambiente fluviale riproducendosi oltre modo e diventando, così, delle prede perfette, ben più facili da catturare rispetto agli ungulati, per i lupi. Insomma, i lupi in pianura ce li abbiamo portati noi.
Un altro aspetto interessante è rappresentato dall’introduzione di creature ‘aliene’ nel nostro ambiente. Un esempio noto a tutti è quello della zanzara tigre; meno conosciuti i casi di parassiti delle piante, la tingide del platano e la cicadella bisonte, che imperversarono nei primi anni ‘60 in Italia, portati, come si scoprì dopo, dalle navi e dai mezzi della Nato, provenienti dall’America.
Su questo interessante argomento, delle specie ‘aliene’ che si sono ben adattate dalle nostre parti, era già uscito il brillante libro di Editoriale Scienza ‘Per un pugno di ghiande’. 
Un ulteriore aspetto, in questo complesso rapporto fra natura e storia, natura e cambiamenti sociali, è rappresentato dagli effetti dell’urbanizzazione che, a partire dagli anni del boom economico degli anni Sessanta, ha modificato l’aspetto di montagne e campagne, lasciando spazio a specie animali e vegetali, e ha modificato anche l’aspetto delle città, dense di persone, di rifiuti e di animali che di questi si cibano.
Un esempio particolare è rappresentato dalla presenza dei gabbiani a Roma: le scelte dell’amministrazione capitolina, infatti, hanno determinato l’andamento della presenza dei pennuti in città, divenuta dilagante soprattutto dal 2013, anno in cui fu chiusa la discarica di Malagrotta. I gabbiani dovettero scegliere se tornare alla vita marina o approfittare dei debordanti cassonetti romani. Sappiamo bene com’è andata a finire. L’autore è convinto che una migliore gestione dei rifiuti, e già solo pensarla è un’azzardata utopia, e la presenza di qualche predatore, possa limitare, in futuro, la presenza prepotente dei gabbiani.
Da questi esempi e dagli altri presenti nel libro emerge un’immagine di complessità del rapporto che come comunità umana abbiamo con la natura; una complessità che andrebbe in primo luogo compresa e poi gestita. Mi auguro che tanti ragazzi e ragazze leggano questo libro, che consiglio a partire dai dieci anni, proprio per farsi carico di questa complessità, imparando a conoscerla e preparando un futuro meno incerto, comunque più consapevole.

Eleonora


“Verde come l’Italia”, G. Accinelli, Piemme 2023



mercoledì 20 gennaio 2021

FAMMI UNA DOMANDA!

FRA MEMORIA E RICORDO



Quello di Lia Levi è un piccolo libro importante: ‘Il giorno della Memoria raccontato ai miei nipoti’, pubblicato da Piemme, è contemporaneamente un discorso impegnativo sul tema dell’antisemitismo e dell’Olocausto e, nello stesso tempo, il racconto dell’esperienza personale dell’autrice.
Il suo più grande pregio sta nell’affrontare questioni fondamentali per comprendere la nostra storia in termini semplici, immaginando un pubblico di ascoltatori costituito dai nipoti insieme a bambine e bambini, fra quelli incontrati nelle scuole.
Il primo punto è la definizione di memoria in senso storico, che è qualcosa di più di un insieme di ricordi, diventando patrimonio collettivo di una comunità. Per questo si è sentita la necessità di istituire il Giorno della Memoria, decretato dall’Onu nel 2005. Già qui ci si potrebbe chiedere perché sia passato tanto tempo da quando il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche varcarono i cancelli di Auschwitz, mostrando al mondo cosa era stato perpetrato nei confronti degli ebrei.
Ma le domande, i quesiti aperti sono molti e spesso le risposte possono essere fuorvianti: l’idea che la ‘soluzione finale’ fosse solo l’opera di un folle e non un’operazione scientificamente pianificata a tavolino, alla cui realizzazione si sono prestate migliaia di persone ‘normali’. La ‘straordinarietà’ dell’obbiettivo che questa operazione si proponeva, sterminare gli ebrei europei come ‘razza’, indicando in essi dei nemici irrecuperabili del Reich e della Germania. Dunque, Hitler incarna quello che si definisce il ‘male assoluto’, qualcosa di ulteriore e diverso rispetto alle innumerevoli atrocità che hanno attraversato la Storia.
Il tema delle origini dell’antisemitismo è estremamente complesso e qui se ne accennano alcuni aspetti, storici, psicologici, culturali. Mentre è estremamente interessante il discorso sull’Italia fascista, quella delle leggi razziali, dell’espulsione degli ebrei dalle professioni e dalle scuole: un’Italia solerte nel seguire l’ideologia nazista, così come la schedatura dei cittadini ebrei ha consentito ai nazisti di ricercare gli ebrei italiani. Triste dimostrazione non solo della subalternità del regime fascista al Terzo Reich, ma anche del profondo antisemitismo già presente nell’ideologia fascista.
Ecco che si arriva alle vicende personali di Lia Levi: è raggiunta dalle leggi razziali a Torino, dove vive; deve lasciare la sua scuola e iscriversi a una scuola ebraica; anche il padre perde il lavoro. La famiglia si trasferisce a Milano, poi cerca di raggiungere la Francia. Infine, Lia e i suoi arrivano a Roma. Qui, una telefonata provvidenziale li avvisa che devono fuggire al più presto, trovarsi un rifugio: è la vigilia del 16 ottobre 1943 e nella Roma occupata dai nazisti sta per avere luogo il rastrellamento del Ghetto e, come tutti sappiamo, dei mille mandati nei campi di sterminio ne sono tornati solo sedici.
Ma di tutto questo né Lia né la sua famiglia sanno nulla: le bambine sono ospitate in un convento di suore, raggiunte dopo qualche tempo dalla mamma. Il padre è nascosto altrove. Si cambia nome, si imparano le preghiere cattoliche, si aspetta che gli americani liberino Roma.
Che pericolo avevano corso realmente lo hanno saputo dopo e solo col tempo, leggendo per esempio i libri di Primo Levi, hanno compreso il baratro di orrore cui erano sfuggite.
Lia, che pure aveva dovuto nascondersi, cambiare nome, avere paura, si è sentita in colpa per non aver condiviso la sorte di quegli ebrei che avevano attraversato l’inferno.
Ma tutte le testimonianze che col tempo sono emerse e hanno svelato la sinistra grandezza dell’orrore messo in atto dal Reich hanno fatto sì che l’Olocausto divenisse memoria collettiva, non più solo degli ebrei e degli altri perseguitati, ma di tutti noi che vogliamo ascriverci a un mondo civile.
E’ per questo che ogni anno ci fermiamo un poco ad ascoltare il racconto degli ultimi testimoni, a leggere quanto è stato scritto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare quello che è stato, anche perché l’antisemitismo non è morto, come non lo sono le sotterranee ideologie naziste.
Sono grata a Lia Levi, che ho incontrato più volte nel corso degli anni, per questa testimonianza e per le importanti riflessioni che l’accompagnano, necessarie per affrontare con chiarezza, insieme a ragazze e ragazzi, temi sempre attuali, e decisivi per la nostra democrazia.
Lettura importante per capire la Shoah per ragazze e ragazzi dai dieci anni in poi.
 
Eleonora


“Il giorno della memoria”, L.Levi, Piemme 2021



venerdì 23 ottobre 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ARTISTI INVESTIGATORI

‘Paris Noir. Le indagini dei giovani artisti. L’autoritratto’, primo volume di una serie, è ambientato a Parigi nel 1856, una città in pieno fermento per la straordinaria rivoluzione urbanistica promossa da Haussmann, che di fatto piegò la città medievale ad una visione moderna della metropoli, fatta di grandi viali e piazze.
In questo ambiente così movimentato si incontrano due ragazzi e una ragazza: Pierre (Auguste) Renoir, Claude Monet e Berthe Morisot. I tre grandi artisti, destinati a rivoluzionare l’arte, sono immaginati qui come giovani talenti, ingabbiati nei loro ruoli sociali, ma attratti non solo dall’arte, ma anche dall’avventura. Il caso li fa inciampare in un delitto e da quel momento in poi diventano coraggiosi investigatori. A morire è il maestro di pittura di Pierre e Berthe, trovato morto in casa; i ragazzi non credono alla ricostruzione ufficiale, che propende per la morte naturale. Caso vuole che incappino in un curioso personaggio, da loro chiamato Tristesse La Presse, frequentatore assiduo di un locale situato di fronte alla casa del maestro defunto. Il caso è abbastanza complicato e per venirne a capo bisognerà ben interpretare l’ultimo quadro dipinto dal maestro scomparso e interrogare testimoni, visitare camere mortuarie, introdursi nell’appartamento del morto calandosi dal tetto. Il misterioso personaggio che li accompagna si rivelerà indispensabile nella soluzione dell’enigma: si tratta infatti di Auguste Dupin, si, proprio il protagonista del racconto di Poe, ‘I delitti della Rue Morgue’. E’ questa una circostanza fortunata, perché l’acume e i metodi investigativi di Dupin, uniti al coraggio e alla spavalderia dei ragazzi, riusciranno a svelare l’identità dell’assassino.
L’idea di utilizzare personaggi storici, immaginati in genere da ragazzi, come protagonisti di avventure non è certo originale, ma a fare la differenza c’è la coppia di autori: Pierdomenico Baccalario e Guido Sgardoli, che sanno maneggiare il genere avventuroso con grande esperienza e padronanza del meccanismo narrativo. Qui credo si siano proprio divertiti a ricostruire la Parigi ottocentesca, già in movimento e pronta ad accogliere i fermenti artistici che la caratterizzeranno nella seconda metà dell’Ottocento. Così come sono ricostruite con esattezza le biografie dei tre, compresa la passione di Monet per le caricature.
Nello stesso modo, c’è moltissima cura nella ricostruzione d’ambiente, dei caratteri dei personaggi minori, quegli stessi che popolano i quadri dei maestri impressionisti.



Quindi molto colore, molta azione e grande ritmo per una lettura piacevole anche per i più grandi, considerando la ricchezza di riferimenti su cui si basa; anche se gradiranno questa storia soprattutto lettrici e lettori dai nove, dieci anni.
Come dicevo all’inizio, questo è il primo romanzo di una serie e in genere serialità e qualità non vanno molto d’accordo; ma devo dire che l’esordio è incoraggiante, proprio per la cura con cui è stato scritto e ‘confezionato’, copertina, impaginazione e via discorrendo. Sarebbe bello se ce ne fossero di più di serie fatte con questa attenzione e rispetto per i giovani lettori.

Eleonora

“Paris Noir. Le indagini dei giovani artisti. L’autoritratto’, P. Baccalario e G: Sgardoli, Piemme 2020



venerdì 7 settembre 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


GIALLI D’EPOCA E NON SOLO

Come si è visto, la narrativa ‘di genere’ negli ultimi mesi si è arricchita di proposte: non solo fantasy, dunque, ma una discreta produzione, fra l’altro, di libri gialli o horror.
Diverse le tipologie dei libri, diverse le ambizioni di autori ed editori, ansiosi di trovare il nuovo filone d’oro della narrativa per ragazzi.
Una proposta un po’ diversa viene dalla Piemme, con una collana finalmente con una buona grafica e una buona impaginazione, pur con l’edizione direttamente in brossura. Si tratta della collana Giallo e Nero, arrivata da poco in libreria con quattro titoli, di cui tre sono ristampe e l’ultimo, ‘Cercasi commessa al Reparto Omicidi’ è invece una novità assoluta, firmata da Katherine Woodfine.
L’operazione condotta dall’autrice inglese si fonda sulla rivisitazione del classico romanzo giallo di stampo britannico, che vede in Agatha Christie e in Arthur Conan Doyle i principali esponenti; ma è evidente anche l’influenza di P.D. James, per la cura estrema dei dettagli e per l’attenta ricostruzione d’ambiente.
Veniamo alla trama: siamo nel 1909 a Londra, dove sta per aprire il grande magazzino Sinclair. Partecipiamo al grande evento attraverso gli occhi di una giovane commessa, Sophie Taylor, costretta a guadagnarsi da vivere a causa della morte prematura del padre. Veniamo condotti per mano da un reparto all’altro, fra cappellini e vestiti, mentre si sta allestendo anche una mostra di oggetti preziosi, fra cui un uccellino meccanico.
La descrizione dell’ambiente è minuziosa, così come dell’abbigliamento, lo stile di vita, la coesistenza, a poche strade dal centro, di alta società e bassifondi, in questo ricordando molto da vicino le memorabili descrizioni della Londra vittoriana da parte di Conan Doyle,
Sophie non è molto amata, proprio perché è una ragazza assai sveglia; riesce comunque a farsi degli amici: il goffo fattorino Billy e la ballerina, nonché modella, Lil; a questo terzetto, si aggiunge Joe, un ragazzo di strada, in fuga dalla temibile banda del Barone.
La notte prima dell’inaugurazione vien compiuta una rapina, con conseguente omicidio. Vengono trafugati gli oggetti preziosi messi in esposizione , per finalità che sconfinano nello spionaggio.
I ragazzi vengono coinvolti, anche loro malgrado, nelle indagini, e il finale sarà ricco, come vuole la tradizione dei romanzi d’azione, di colpi di scena.
L’autrice è molto brava nel mimetizzarsi con uno stile di scrittura ‘d’epoca’, che vive soprattutto di atmosfere, di sospetti, di pochi e risolutivi passaggi che portano alla felice conclusione. Anche Peacock, in ‘L’occhiodel corvo’ e nei romanzi che ne sono seguiti, aveva fatto un’operazione simile, riproducendo fedelmente le atmosfere di romanzi di Sherlock Holmes, con tonalità, ovviamente, più cupe.
Questo, invece, è un romanzo per certi versi più leggero, più ‘facile’ anche per la diversa descrizione del male. Presenta viceversa, altre difficoltà: le ragazzine, e i loro compagni maschi, sono poco avvezze a strutture narrative in cui al centro c’è la descrizione d’ambiente; ne deriva forse una qualche difficoltà di lettura in più. E’ comunque un testo adatto a lettrici e lettori a partire dai dieci anni.
Va segnalata la cura grafica, con la copertina e le immagini interne che introducono i diversi capitoli a cura di Julia Sarda.
Ricordo anche gli altri titoli della collana , che promette un bel recupero di testi di catalogo, provenienti da diversi editori del gruppo: ‘La strana scomparsa del signor Goody’, di Natalie Babbit, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1990, ‘L’ombra dello sciacallo’, di Didier Convard, pubblicato nel 1998, ‘Il gioco dell’assassino’ di Sandra Scoppettone (prima edizione 1991).

Eleonora

“Cercasi commessa al Reparto Omicidi”, K., Woodfine, Piemme 2018




mercoledì 29 agosto 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


JONAS


Come ho avuto modo di sottolineare, con una qualche prudenza si stanno sviluppando produzioni che, nell’ampio settore della letteratura di genere, esplorano il territorio delle storie di paura.
Lo fa anche Francesco Carofiglio, che qui esordisce come autore per ragazzi, con ‘Jonas e il Mondo Nero’, pubblicato da Piemme con il marchio Battello a vapore, a fugare qualsiasi dubbio sui destinatari del romanzo.
Si tratta di un romanzo densissimo di riferimenti letterari, dai maestri della paura Stephen King e Neil Gaiman, a Carroll, alla Storia infinita di Ende alle suggestioni mostruose di Lovecraft. E questa ‘densità’ è sicuramente un punto di forza, ma nello stesso tempo anche un limite, per i troppi richiami a situazioni già descritte, ovviamente con modalità e stili diversi.
In breve, la trama: Jonas è un ragazzino, un dodicenne qualsiasi, dalla vita qualsiasi: pochi amici, una famiglia un po’ triste e strani presentimenti, che gli permettono di vedere creature oscure che si muovono in mezzo alle persone normali. Jonas è, ovviamente, un prescelto a sua insaputa, è l’unica persona che può impedire che i due mondi paralleli, quello che vivono le persone normali e l’oscuro mondo di sotto, entrino in contatto. Lui può impedire che il mondo dell’oscurità si impadronisca, nel Giorno degli Incroci, del mondo normale e lo travolga. Essendo lui ignaro del proprio ingrato compito, alcune creature dell’Extramondo, una sorta di mondo ‘di mezzo’, si occupano del suo addestramento e della sua protezione.
Abbiamo quindi un mondo al limite del distopico, un mondo freddo e grigio in cui l’oscurità ha cominciato ad insinuarsi; e un anti-eroe, Jonas che non è esattamente un ragazzo di successo: come non pensare a Standish  e al suo mondo sull’orlo della perdizione? La descrizione del personaggio principale è sicuramente una delle parti migliori del romanzo, con le sue piccole manie, la solitudine, la difficoltà a districarsi nel mondo dei sentimenti. Sembra del tutto inadatto a rivestire i panni dell’eroe e invece trova in se stesso la forza per affrontare la ‘prova’.
Il mondo dell’oscurità richiama moltissimo i mondi di Lovecraft, con tanto di porte e di guardiani che impediscono alle oscene mostruosità di invadere il mondo umano. Anche qui il mostruoso si annida appena un po’ più sotto del mondo normale, nelle oscure gallerie che si stendono sotto la città; anche qui l’oscurità si manifesta dove meno te l’aspetti, infiltrandosi in luoghi della vita quotidiana.
Se ricordate anche Guillermo del Toro, con Trollhunters, si era cimentato con questo schema di narrazione, con il mondo di sotto, in questo caso quello dei Troll rapitori di bambini, che si manifesta esattamente dove un bambino penserebbe , cioè sotto il suo letto; qui l’horror, con le descrizioni dei mostri, si mescola con una robusta dose di umorismo, che ovviamente cambia il tono di tutta la narrazione.
Carofiglio non segue certo questa strada, al contrario dipinge atmosfere via via più cupe e inquietanti, aggiungendo rivelazioni che rendono imminente il giorno fatale.
Nella sua densità letteraria, fatta di molte letture ‘di genere’, il romanzo può costituire un apri-porta non verso l’oscurità ma verso le sterminate praterie delle storie di mistero e di paura, con una bella dose di immaginazione.
Lo immagino adatto a lettrici e lettori già abbastanza allenati, a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Jonas e il mondo nero”, F. Carofiglio, Piemme 2018


lunedì 5 marzo 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IBOY


Lo spunto originale del romanzo di Kevin Brooks, brillante autore inglese che ha già firmato romanzi come Bunker Diary e L’estate del coniglio nero, colpisce di sicuro l’immaginario del giovane lettore o lettrice. L’idea di un iPhone lanciato dal trentesimo piano e che colpisce in testa il giovane protagonista, Tom, provocandogli qualcosa di più permanente di una ferita in testa, è sicuramente originale. I frammenti del chip del cellulare, in qualche modo, si fondono con il cervello del ragazzo, trasformandolo in un essere del tutto nuovo, capace di connettersi al mondo con il pensiero, di creare campi elettrici potentissimi, di affrontare la banda di teppisti che hanno stuprato l’amica del cuore, Lucy.
Già, perché quel cellulare è stato scaraventato fuori dalla finestra durante l’aggressione nei confronti di due fratelli, Ben e Lucy, dando il via ad una serie incontrollata di eventi.
Quando Tom si riprende, del tutto inconsapevole, ma per poco, dei suoi nuovi poteri, viene a sapere del dramma di Lucy, che dal giorno dell’aggressione non esce più di casa, non vuole vedere nessuno. Parallelamente alla presa di coscienza di ciò che è diventato, cresce in Tom il desiderio di fare giustizia, o di praticare la via pericolosa della vendetta. Connettendosi ai cellulari altrui riesce a recuperare il filmato dello stupro e a riconoscere gli aggressori, cui darà la caccia, trasformandosi in una sorta di ‘Terminator’.
Ma non mancano i colpi di scena, fino ad un finale che lascia aperta la strada a sviluppi futuri, perché il super cattivo, il capo dei della banda criminale che imperversa nel complesso popolare di Crow Lane riesce a cavarsela, nel pirotecnico scontro finale.
Come si vede, questo romanzo, dal ritmo stringente e dalle tematiche ‘pesanti’, attinge a piene mani ai miti della fantascienza classica, quella che, con altro spessore, indagava i confini fra umano e non umano, e a quelli dei super eroi dei fumetti, anche loro dotati di poteri estremi e di missioni di giustizia. Kevin Brooks attinge a questo repertorio con sapienza e mestiere, cogliendo le tendenze e i temi della letteratura Y.A. (Young Adult), con i connessi miti legati alla tecnologia, allo straniamento urbano, alla violenza ritualizzata dei video giochi, ma anche all’amore adolescenziale.
L’impressione che ho avuto, leggendo questo romanzo, è proprio che alla violenza estrema delle situazioni descritte, coerente con la descrizione dell’ambiente degradato in cui si attua, non corrispondesse una equivalente tensione emotiva. Mi è sembrato di leggere l’eccellente sceneggiatura di un video gioco, in cui il giocatore deve annientare i nemici di turno, che siano zombie o malvagi stupratori, in fondo è lo stesso. Non è un caso che da questo libro sia stato tratto un film da parte di Netlix. Non voglio con questo togliere niente alle capacità narrative di Brooks, che resta un grande costruttore di storie ‘nere’, ma sicuramente questo romanzo non mi sembra, dal punto di vista letterario, all’altezza dei precedenti, nonostante abbia apprezzato l’accurata, dolente descrizione del grande desolato quartiere popolare, in cui dettano legge le bande criminali.
E’ un romanzo pensato per i teenager, troppo crudo per essere proposto a ragazze e ragazzi al di sotto dei quattordici anni, anche se già a quella età di uccisioni ritualizzate attraverso i video games sono già più che esperti. Può essere proposto come valido romanzo ‘di genere’, un’escursione adrenalinica nel territorio della fantascienza al tempo degli iPhone.

Eleonora

“iBoy”, K. Brooks, Piemme 2017















lunedì 9 ottobre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


THE STONE


La più recente prova di Guido Sgardoli, The Stone. La settima pietra, è un tuffo nel genere fantasy, con non pochi accenni horror. Mi viene da dire: finalmente. Finalmente un romanzo 'di genere' che introduce i giovani lettori e lettrici dentro i canoni più classici della letteratura fantasy e lo fa con ambientazione, linguaggio, cardini narrativi studiati con cura e incastonati a rendere l'affresco di una comunità, gli abitanti di un'isoletta irlandese, come se fosse presente e nota a tutti i lettori.
La trama, che si sviluppa in tre parti, ha un protagonista assoluto, il giovane Liam, affiancato dal suo gruppo di amici. E' lui a trovare un frammento misterioso nei pressi di un faro in cui si è, forse, suicidato l'amico farista. Da qui iniziano, in parallelo, le indagini di Liam e compagni e, nello stesso tempo, una serie di eventi tragici e misteriosi. In realtà tutto è iniziato qualche mese prima, con la morte, forse, accidentale della mamma di Liam, ma questo il ragazzo lo scoprirà nel corso delle indagini.
Tutto ruota intorno a dei frammenti di pietra che paiono appartenere a un gruppo di megaliti disposti in cerchio, le Sei Sorelle, posti in un isolotto collegato da una sottile striscia di terra. Liam e compagni vengono a conoscenza di una leggenda che parla di una maledizione lanciata da un druido, che si riverbera attraverso i secoli, incarnandosi via via in persone diverse, votate a perseguitare l'ignara popolazione dell'isola di Levermoir.
Ma se emerge la potenza del Male, non può che esistere anche il contraltare, qualcuno che si erge a difesa della comunità.
Non entro ulteriormente nello svolgimento della trama, densa di colpi di scena, così come sono molti e ben caratterizzati i personaggi che affollano queste pagine, rivestendo di volta in volta il ruolo della vittima e del carnefice. Infatti, il potere della Settima Pietra sta proprio nel governare i destini degli uomini, portandoli ad azioni che mai avrebbero compiuto. Questo è uno degli aspetti salienti di questo romanzo: la presenza inquietante e subdola di questa entità malvagia che ha il potere di trasformare le persone, di spingerle ad azioni abiette; si può ovviamente discutere su questa immagine del Male, che diventa persona e seduce gli esseri umani. E' un'immagine ovviamente assoluta, priva di sfumature, di contraddizioni; ma, d'altra parte, questo è uno dei cardini della narrativa fantasy, l'eterna lotta fra il Bene e il Male, risolta a fil di spada e di eroiche imprese. E anche di questo le ragazze e i ragazzi hanno bisogno, nutrendosi di gloriose avventure e di grandi certezze.
Personalmente ho apprezzato, di questo romanzo, la cura notevole con cui l'autore ha voluto dare concretezza al mondo di Levermoir, l'attenzione alle tradizioni celtiche e, più di tutto, nella prima parte, la descrizione dei primi indizi, dei primi dubbi, con i personaggi che progressivamente acquistano spessore. La descrizione di quella situazione in cui in realtà il bene e il male ancora si confondono e traggono in inganno: la normalità che ospita le inquietanti presenze, atmosfera cara a quello Stephen King che l'autore esplicitamente richiama.
E' un romanzo impegnativo, ma avvincente, con colpi di scena e continui cambi di prospettiva, con un ritmo che riesce a mantenersi per tutte le 500 e passa pagine. Ma è anche una storia di amicizia e di coraggio, di legami forti di affetto e solidarietà. Forse qualche ingenuità nell'individuazione dei personaggi positivi e negativi, forse qualche disgrazia di troppo, ma nel complesso consiglio caldamente The Stone a tutte le ragazze e i ragazzi, dai tredici anni in poi, che vogliano immergersi nelle atmosfere del romanzo fantasy.

Eleonora

“The Stone. La settima Pietra”, G. Sgardoli, Piemme 2017


venerdì 20 febbraio 2015

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


PICCOLA

Questa è una rubrica che segnala essenzialmente novità interessanti, tuttavia per una volta voglio fare un'eccezione e segnalo una ristampa: si tratta del testo di Genevieve Brisac, Petite, tradotto e pubblicato dalla Casa Editrice E.Elle nel '95 nella collana Frontiere, con il titolo Piccola e riproposto, nella stessa traduzione di Annamaria Sommariva, dalla Piemme col titolo originale francese.


Dunque è un testo con una lunga storia, la prima edizione francese è del '60, e ha evidentemente qualcosa che lo rende decisamente attuale: parla di anoressia.
La protagonista, Genevieve, detta Nouk, a tredici anni smette di mangiare. Lo fa come per una decisione stabilita e applica il suo piano di progressiva eliminazione del cibo con precisione scientifica, ingannando sistematicamente i familiari.
Applica la simulazione, il vomito controllato, esplora diversi modi di occultare la sua sorda ribellione, ruba nei negozi, rimpinza la sorella minore di dolcetti proibiti, si riempie le tasche di caramelle, mangiate e vomitate anche queste. Provoca i genitori e ne rifiuta l'aiuto.
E' una vera discesa all'inferno quella che Genevieve Brisac descive con minuzia da entomologa, descrivendo stati d'animo, pensieri, ferree regole di vita fatte apposta per distruggerla. Descrive soprattutto l'ossessione mentale legata al corpo, il corpo femminile non ancora adulto, il rifiuto radicale della sessualità, la ricerca della perfezione attraverso la negazione della corporeità.
Tema pesante, testimonianza drammatica e complessa, che mi sembra però essere ancora vivissima: sul corpo delle ragazze, delle bambine si combatte una grande battaglia, sul loro essere quasi donne; un corpo che si vuole perfetto, cristallizzato nel momento della sua massima bellezza e purezza. Già, perché l'ossessione del corpo 'incontaminato', del corpo perfetto non riguarda solo chi, tragicamente, percorre la via del rifiuto del cibo. Ma attraversa le vite di tantissime ragazze, di riflesso da un'immagine sociale che così le vuole.
Se il corpo è il terreno di uno scontro, che rischia di essere mortale, l'altro aspetto chiave è il rapporto madre-figlia, nodo inestricabile, che travalica la consapevolezza e attinge alle reciproche identità.
Di libri che raccontano queste esperienze ne sono stati scritti parecchi, uscirà a breve per Vallardi una testimonianza di una madre coinvolta nella spirale autodistruttiva della figlia.
Ricordo, in particolare, Niente mi basta, di Giusi Quarenghi; ma devo dire che questo libro colpisce: perché è scarno, in certi momenti respingente; perché non concede niente al bisogno di spiegazione, di assoluzione che la lettrice vorrebbe. E' una sorta di specchio, deformato, che ci parla di ossessioni e di paure, di solitudine. Alla fine anche di speranza.
Per questa sua durezza, lo considero un testo adatto a lettrici con più di quattordici anni, anche per la sua complessità, che alterna pagine in prima e in terza persona.
E' però anche un libro 'necessario', proprio per i richiami inquietanti al nostro presente e all'immagine femminile che non è molto diversa da cinquant'anni a questa parte.

Eleonora

“Petite”, G. Brisac, Piemme 2015

lunedì 26 gennaio 2015

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


 RICORDARE ANCORA



Il rito della memoria ha in sé il rischio della retorica, delle parole scontate, della ripetizione ovvia dei luoghi comuni, di un senso comune acritico e, appunto, rituale.
Ogni anno, con l'approssimarsi della Giornata della Memoria, si ripresenta il dubbio di inserirsi nel fiume di citazioni, dichiarazioni, proclami.
Nonostante questo rischio, da cui nessuno è esente, credo che la memoria storica sia uno dei pochi baluardi contro l'inverno dello spirito, in cui viviamo da molti anni. Di questo inverno e delle sue incredibili smemoratezze abbiamo dimostrazioni quotidiane, oltre alle lugubri recrudescenze di fenomeni che credevamo sepolti.
Da questa consapevolezza deriva il dovere morale di ricordare la Shoah e di tramandare questo ricordo ai più giovani, figli di una generazione nata lontano dall'ultima guerra mondiale combattuta in territorio europeo, e fonte di indicibili orrori.
Ma come ricordare, senza trasmettere il peso di un'angoscia insostenibile, ingiusta nei confronti di bambini e bambine, ragazzi e ragazze che di questi orrori non sono certo responsabili?
In questi giorni vi proporrò due testi, secondo me efficaci nel descrivere ciò che è stato.
Il primo è scritto sulla base delle memorie di Liliana Segre, raccolte da Daniela Palumbo per l'editore Piemme.
Fino a quando la mia stella brillerà è il racconto di una vita normale: una bambina di una famiglia ebrea, orfana di madre e circondata dall'affetto del papà e dei nonni paterni e materni; una vita borghese, che si sgretola sotto l'effetto delle leggi razziali del '38, con l'espulsione da scuola, con l'inevitabile cambiamento della qualità della vita, piena di divieti e censure. Essere ebreo equivale ad essere diverso, inferiore, privato di molti diritti.
E', come ben sappiamo, solo l'inizio di una tragedia immensa: chi capisce subito la direzione inevitabile verso cui si sta precipitando, riesce a fuggire; chi non crede all'abisso nazista, troppo tardi cerca la via di fuga, aiutato, a volte, dalla solidarietà di chi non ha venduto la propria coscienza ai vincitori del momento. Il punto di non ritorno è la nascita della Repubblica di Salò, quando la caccia agli ebrei, ai partigiani diventa sistematica. Liliana e parte della sua famiglia tentano, senza successo, la fuga, vengono catturati, imprigionati, trasferiti ad Auschwitz.
Ecco, il male assoluto e la sua concreta realizzazione nella 'soluzione finale'.
E' possibile raccontare l'annientamento di ogni umanità, la sistematica e pianificata distruzione della vita e della dignità di milioni di esseri umani?
Giustamente, nel racconto dedicato ai ragazzi e alle ragazze, si evita il riferimento diretto agli aspetti più crudeli di quella esperienza: Liliana racconta i suoi sentimenti, il legame col padre, che non rivedrà più, lo sforzo di rimanere viva, di non piangere, di non farsi coinvolgere dall'universo disumano del campo di concentramento; racconta i pensieri che l'hanno aiutata a sopravvivere, i pochi legami affettivi.
Si comprende perfettamente perché tanti sopravvissuti non abbiano voluto raccontare, o comunque non subito. Per fortuna, sono state raccolte tante testimonianze che ancora oggi si oppongono all'oblio.
E' una lettura non facile, doverosamente accompagnata da adeguate spiegazioni, e adatta a giovani lettori e lettrici a partire dai dodici anni.

Eleonora

Fino a quando la mia stella brillerà”, L. Segre con D. Palumbo, Piemme 2015

martedì 11 marzo 2014

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CONIGLIO NERO
Ecco qui un buon emulo di Stephen King, Kevin Brooks con il suo L’Estate del Coniglio Nero, pubblicato da Piemme nella collana Freeway, che pubblica narrativa di genere dedicata soprattutto agli adolescenti, o quasi. Questa è una di quelle collane che fanno impazzire i librai, perché sono, come dire, di frontiera, al confine fra un genere e altro, fra una fascia d’età e l’altra. E questo romanzo esprime in pieno questa ambiguità e questa difficoltà di collocazione. Indiscutibilmente a tinte forti, con allusioni al sesso, alla droga e all’alcol, ma nello stesso tempo privo delle connotazioni tipiche dell’horror, o del realismo esplicito di molti romanzi di genere e non. Dunque un romanzo per ragazzi, dai quattordici anni in poi, ma godibile anche per un adulto. La trama è presto detta, un gruppo di ragazzi , un tempo, amici, si ritrova prima della partenza di due di loro. A questa serata speciale partecipano il protagonista, Pete, e il suo amico del cuore Raymond, da tutti considerato uno ‘strano’, che vive isolato dagli altri, convinto di conversare con il suo coniglio nero. La serata, fra oscuri presagi, finisce in un luna park e nel corso della notte due ragazzi spariscono, Raymond e Stella, una giovane star anche lei ex compagna di scuola del gruppo. Stella viene ritovata morta, Pete fa le sue indagini parallele per trovare e proteggere Raymond. Le indagini mostrano però quanto le loro vite siano lontane dall’infanzia, quanto siano cambiati e quanto siano pieni di segreti.
Al di là del ritmo serrato, che sostiene con facilità le quattrocento pagine, al di là dell’atmosfera coinvolgente, fra il thriller e il mistery, ho trovato efficace la descrizione di quel difficile momento in cui ci si ritrova improvvisamente grandi, ci si lasciano alle spalle le modalità infantili e si entra nel mondo reale, dove ogni errore si paga in prima persona. Mi ha ricordato, per certi versi, L'estate del coprifuoco di Daniel Kraus, uscito tre anni fa. Tutte le dinamiche riguardano il cerchio di adolescenti, il mondo adulto non comprende quello che succede, i genitori scoprono di non conoscere veramente i propri figli. Il protagonista, che caparbiamente ignora le raccomandazioni paterne, deve affrontare la paura, i suoi stessi errori per arrivare allo scioglimento del nodo che racchiude la verità.
Al centro del romanzo, l’amicizia fra il protagonista e Raymond, il ragazzo perso nel suo mondo ‘parallelo’; mostra come sia un sentimento fondante dell’adolescenza e, potrei dire, ben oltre. Pete è molto protettivo nei confronti del suo amico d'infanzia, è forse l'unico a non considerarlo un ritardato e magari condivide con lui la capacità di ascoltare i conigli. Nel nome di questa forte amicizia, vengono superati i limiti del consueto, del buon senso e anche della legge, come si conviene al mondo ribelle dell'adolescenza.
Eleonora
“L’estate del Coniglio Nero”, K. Brooks, Piemme 2014


venerdì 31 agosto 2012

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

NELLE PIEGHE DEL TEMPO, 
CERCANDO ANGELICHE CREATURE



Quando ho finito di leggere il romanzo di Madeleine L’Engle, Nelle pieghe del tempo, mi sono chiesta perché mai l’editore Giunti sia andato a ripescare una storia degli anni ’60 che ripropone le tematiche della fantascienza di quegli anni. Romanzo premiato a suo tempo e di cui è uscita anche una versione cinematografica; ma lontana anni luce dalla sensibilità dei ragazzi di oggi. In realtà questa pubblicazione è stata accolta con favore, proprio perché ripesca un testo di grande successo di quegli anni. La trama: tre ragazzini, un po’ strani, in realtà molto dotati, figli di due scienziati, per ritrovare e salvare il padre, sono costretti a seguire, giustappunto nelle pieghe del tempo, tre strani personaggi, la signora Chi, la signora Quale e la signora Cosè; insieme troveranno il padre dei ragazzi, rapito da un’entità aliena che controlla le menti e ha l’aspetto, indovinate, di un grosso cattivissimo encefalo (nel senso proprio di cervello). Non vi dico quale sarà l’arma letale che metterà al tappeto il perfido, posso dirvi che a me sono cadute le braccia. Un po’ di fisica quantistica, un po’ di esoterismo new age, tanti tanti buoni sentimenti. Sarà perché sono stata consumatrice vorace di storie di fantascienza, non sono riuscita a farmi prendere da una storia che di quel genere letterario prende gli aspetti forse più datati, senza rendere giustizia ai molteplici spunti che in tale narrativa sono presenti, e attualissimi.


Ma non contenta di questa deludente lettura, so che sarò smentita e che mi si dimostrerà che è un gran capolavoro, sono andata alla ricerca di altre creature ‘metafisiche’, all’interno di un romanzo di qualche anno fa di Neal Shusterman, scrittore americano già molto apprezzato: si tratta di Everlost, primo di una trilogia, dalla classificazione difficile, non fantasy, non fantascienza, non romanzo realistico, fondato com’è sulla descrizione di un mondo parallelo in cui sostano le anime che, dopo la morte, per motivi diversi non vanno subito dove devono andare. Nonostante il tema delle ‘anime disperse’ sia molto presente nella produzione americana, compresa quella televisiva, ho apprezzato molto che l’autore sorvolasse con eleganza sulla definitiva loro destinazione.
Everlost, dunque, è un non luogo per eccellenza, che accoglie, forse per l’eternità i bambini e i ragazzini che sono rimasti sospesi fra due mondi; è anche un luogo di paure, di mostri, veri o presunti, di zone morte, ovvero edifici, oggetti, luoghi che sono migrati dal modo reale a questo mondo sospeso; il gruppo più consistente delle anime bambine si riunisce proprio nel fantasma delle Torri Gemelle, la quintessenza della tragedia collettiva dell’America contemporanea. Devo dire che questo forse è il lato più interessante di un romanzo d’avventura raccontato con abilità da un autore sicuramente capace di tenere il lettore ancorato alla narrazione: mi è sembrato il tentativo di tener vivo il ricordo di un evento traumatico e nello stesso tempo di proporre lo scioglimento del nodo di dolore, dicendo, ci sono ancora, esiste un luogo della memoria che conserva il ricordo di quello che era, delle persone che sono morte così inutilmente.
Nello stesso modo ho trovato interessante la descrizione dei diversi modi di affrontare una condizione per nulla felice, di eterna sospensione fra due mondi: c’è chi si rassegna, c’è chi si ribella, chi diventa un mostro e chi riesce a risalire dal centro della terra con la forza della disperazione. Se si riesce a superare il momento di diffidenza nei confronti di ambientazioni molto in voga nella letteratura per teenager (angeli, più o meno caduti, streghe innamorate, per non parlare di vampiri e licantropi), ne viene fuori una storia che si legge con piacere, con i meccanismi oliati dell’avventura.

Eleonora

Nelle pieghe del tempo”, M. L’Engle, Giunti 2012
Everlost”, N. Shusterman, Piemme 2009

venerdì 16 marzo 2012

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


LA STORIA, LE STORIE



Di solito funziona poco, raccontare la Storia, gli avvenimenti che hanno segnato generazioni, attraverso racconti d’occasione: il fine pedagogico travalica il senso narrativo. Sembrava essere proprio il caso di La stella nel pugno di Robert Sharenow, collana Freeway della Piemme, uscito in concomitanza con la Giornata della Memoria. Devo dire che il libro racconta una bella storia, basata su un episodio realmente accaduto: il pugile tedesco Max Schmeling prima sconfisse e poi fu sonoramente battuto dal pugile americano Joe Lewis, afroamericano. Questa sconfitta gli costò l’emarginazione nel regime nazista. Schmeling protesse e aiutò a fuggire due fratellini ebrei e su questo episodio viene costruita la chiave di tutto il romanzo; fin qui l’aspetto storico, ma il protagonista vero è il personaggio d’invenzione, il giovane ebreo Karl Stern, costretto a crescere nella Germania che diventava sempre più prona all’ideologia del Terzo Reich. Un ragazzino gracile, figlio di un mercante d’arte, oggetto fin da subito dello scherno e delle angherie dei bulli in camicia bruna. Un amico del padre è proprio il pugile più famoso di tutta la Germania e, dopo un pestaggio subito da Karl, promette di insegnargli la boxe. E così sarà: Karl, nell’atmosfera sempre più cupa di una Germania ormai integralmente nazista e dedita alla persecuzione sistematica degli ebrei, diventa un giovane campione, nascondendo la propria condizione grazie all’aspetto quasi ariano, fino a che il gioco si rompe e la violenza sterminatrice del nazismo cancella ogni speranza di affrancamento. Solo l’amicizia di Schmeling metterà in salvo Karl e la sorellina su una nave diretta negli Stati Uniti. L’America, d’altra parte, per Karl è un mito, patria di pugili di tutte le razze (velo pietoso sulla segregazione razziale) e di supereroi protagonisti dei suoi amati fumetti. La storia tiene, anche se con qualche stanchezza nel finale, e ha i suoi momenti migliori nel descrivere la difficile crescita di Karl, la sua volontà di affrancamento attraverso lo sport, in un mondo adulto per lo più indifferente o ostile, con poche eccezioni. Intenso e delicato il rapporto fra Karl e la sorella più piccola, con la quale imbastisce una storia a fumetti in cui loro due si rappresentano come un uccellino (Spatz) e un topolino (Winzig), personaggi di una storia di Otto Berg. Ben descritti anche i personaggi secondari, dai frequentatori del club pugilistico, alla coraggiosa Contessa, un omosessuale amico del padre. Certo, il fine è dichiarato, dimostrare che anche nei tempi più bui la solidarietà umana è l’unico collante che impedisce di cadere nel totale imbarbarimento. E forse c’è anche una certa ingenuità nel racconto, ma la storia comunque appassiona, rende in modo efficace la mutazione che un regime totalitario induce nella coscienza della maggioranza degli individui.



Tema analogo, e più vicino a noi storicamente, ne Il ragazzo di Berlino, romanzo di quel Dowswell che già aveva firmato Ausländer. Qui siamo a Berlino est negli anni ’70, il protagonista è un giovane, Alex, attratto da quel poco che sa del mondo al di là del muro e soprattutto dalla musica che riesce ad ascoltare di straforo. Su di lui e sulla sua famiglia incombe la Stasi, la famigerata polizia politica della Germania di Honecker. La storia del protagonista e della sorella, della sua fidanzata, si intreccia con quella dell’oscuro ed inquietante persecutore, un nazista che si è fortunosamente riciclato nella Stasi , appropriandosi dell’identità di un altro. Alla fine Alex e la sua famiglia riusciranno a scappare e a liberarsi dai ricatti e dalle violenze della polizia segreta, conquistandosi la speranza di una vita normale. La storia ha un ritmo incalzante, da spy story, i cattivi sono davvero cattivi e anche le comparse non scherzano, ma i riferimenti storici (compresi quelli alla Banda Baader -Meinhof) sono lontani dalle cognizioni dei ragazzi di 13/14 anni; è un libro che richiede un lungo antefatto di spiegazione storica, magari anche un po’ più articolato di quanto non si intenda nel libro. L’accenno alla Rote Armme Fraktion è troppo superficiale, così come lo è la rassicurante divisione fra buoni e cattivi. Forse è un libro troppo complicato per un ragazzino delle medie e troppo poco per chi, quattro o cinque anni dopo, ha gli strumenti e le nozioni storiche per comprenderlo a pieno.

Eleonora

La stella nel pugno”, R. Sharenow, Piemme 2012
Il ragazzo di Berlino”, P. Dowswell, Feltrinelli 2012