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venerdì 27 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PIROTECNICO

Rosalie sogna... Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Rosalie sogna... ...di avere dei genitori diversi. 
Mamma elefantessa marina, invece, sogna un sub che si innamora di lei. 
Il piccolo polpo in basso a destra sogna di essere un supercattivo che spaventa i bimbi piccoli. L'impavida ragazzina sogna di essere una cantante d'opera." 

Ed effettivamente, da che era in acqua con la sua ciambella si ritrova, su un palcoscenico a cantare la sua aria wagneriana accanto ai due giganti. Uno di questi vorrebbe tornare a essere piccolo ma in compenso avere una fidanzata grande. La quale, a sua volta, sdraiata nel letto, sogna di non fare più errori nel mandare gli inviti per il suo compleanno. E infatti eccoli arrivare, tutti muniti di pacchetto con il fiocco, quattro grandi pinguini. Uno di loro porta un regalo speciale: un porcellino d'India che a sua volta sogna di andare a vivere in una famiglia terrificante. A ben vederli sono davvero terrificanti con quel loro teschio al posto di un viso paffuto, ma a loro poco importa del porcellino d'india perché hanno mire ben più elevate: dominare il mondo. Ah, il mondo, figuriamoci se anche lui non ha un suo sogno... che ne conservi la forma ma ne stravolga del tutto il percorso e il destino... 

Quelle che sono le qualità che rendono Heidelbach Heidelbach qui ci sono tutte. 
La qualità estetica. La capacità di costruire congegni esatti e perfetti e semplici. La qualità dalla sua ironia, a cui si lega il piacere del gioco visuale. Il suo gusto di indagare il lato oscuro del pensiero: è di raccontarlo per quello che è, con la sua consueta onestà, sogno dopo sogno. La sua capacità di mettere in dialogo immagine e testo per farli deflagrare. 

© Nikolaus Heidelbach

La qualità estetica non si scalfisce. 
Ogni tavola è una composizione in cui nulla è fuori posto, ogni superficie è trattata con la proverbiale cura che la rende percepibile anche al tatto. Le simmetrie, la palette dei colori, la resa dei volumi e dei corpi, la resa maniacalmente esatta dei dettagli: dagli sfondi con i suoi insoliti parati fino ai primi piani dei personaggi, tutto dalla presa elettrica al mostro che domina la pagina merita la stessa cura e attenzione, per lui. 
Il congegno narrativo che qui Heidelbach monta funziona così: c'è qualcuno che sogna, il sogno si materializza nel disegno successivo e nello scenario che lo accoglie c'è un particolare, diciamo così, marginale che a sua volta innesca il sogno successivo. Quindi succede che da un sogno si passa a una realizzazione che a sua volta dentro di sé contiene un altro sogno. 

© Nikolaus Heidelbach

In questa sequenza virtuosa, il libro in quanto tale ha i suoi giri di pagina, e di questo Heidelbach si serve per accentuare l'effetto sorpresa, perché rende inevitabile che ogni due sogni il lettore non sappia minimamente cosa lo aspetti. Non sappiamo nulla di che genitori desideri la piccola Rosalie, niente delle fattezze del supercattivo, né della fidanzata grande o ancora della famiglia terrificante. 
In Rosalie sogna... l'ironia, che in ogni tavola lascia traccia di sé, come succede anche negli altri suoi libri, è tutta nei dettagli. E dove altrimenti? 
Per citare un esempio: la piccola cantante lirica, ossia la piccola che sognava di diventarlo, si è portata dietro la sua ciambella per nuotare (che ovviamente non ha la solita testa di cigno o di paperella...) e la indossa con noncuranza sopra il costume di scena, cosa che effettivamente nella tetralogia dell'Oro del Reno potrebbe tornare utile... 
In ogni tavola c'è almeno un dettaglio che cattura la nostra attenzione e accende connessioni interessanti: la canalina passa fili, le carte da parati, il cerchietto della sirena... 
Qui, fin dal titolo, è dichiarata la direzione che la storia prende: si parla di sogni e quindi si entra a pieno titolo nel mondo onirico, nella sfera del desiderio, si vanno a esplorare gli angoli più reconditi. 
Come sempre accade, Heidelbach non si tira indietro, anzi -con la sua consueta onestà- mette giù sogni autentici. 
Esordisce, non a caso, come a mettere sul chi vive il mondo degli adulti, con il sogno della protagonista, Rosalie. E ci va giù dritto: Rosalie sogna dei genitori diversi (sul finale se ne intuisce anche il perché). 
E questo lo si apprende ancora nel frontespizio... Ma la sequenza dei sogni successivi continua a non essere zuccherina: mostri che stanno lì per spaventare, squali, pesci pilota parecchio dentuti, ma anche folletti che cercano chi li ama per quel che sono. Non mancano i diavoli, persone intelligenti, né i polpi, animali intelligenti, e i mostri giganti in film di mostri... 
Nonostante questo sia già moltissimo, la qualità che fin da subito Heidelbach aveva dimostrato di saper sfruttare, è il suo modo esplosivo di mettere insieme parola e immagine. 
Nel dialogo, o sarebbe meglio parlare di scontro aperto, che costruisce tra il poco testo e la grande tavola c'è un mondo intero che si spalanca. 

© Nikolaus Heidelbach

Già questo lo avevamo notato, parlando di Cosa fanno le bambine? , libro in cui Heidelbach appunto crea di nuovo quel bell'attrito tra ciò che lo scarno testo recita e la sua declinazione visuale. Antraut mangia un panino, nell'immagine che le corrisponde, lei affettivamente addenta un panino, ma tutto quello che le ruota intorno fa la differenza. 
Qui succede esattamente la stessa cosa: Rosalie sogna...dei genitori diversi. Ma si può? Ma quali? Anche qui c'è lo spazio vuoto (Sophie Van Der Linden ha scritto pagine memorabili su questo) in cui il lettore è chiamato a entrare. Si stupirà? Riderà? Avrà magari anche fatto una sua ipotesi, prima di girare la pagina? Penserà che desiderare genitori diversi non è cosa disdicevole, anzi? Quali avrebbe scelto per sé? O semplicemente si scandalizzerà? E a questo punto si potrebbe ipotizzare che un ragazzino ci andrebbe a nozze con detto sogno, un grande un po' meno. Ma questa è un'altra storia che ci porterebbe lontano. La relazione che tiene insieme questo testo e queste immagini è esplosiva, appunto. Nel senso che fa esplodere mille altri ragionamenti (il che è sempre un bene), ma fa scintille anche nel merito dei singoli sogni e soprattutto nella scelta visuale che ha previsto una direzione piuttosto che un'altra. E naturalmente nella sua concatenazione di soluzioni che superano ogni possibile previsione.

© Nikolaus Heidelbach

Piccoli che sognano di essere cattivi, il mondo che sogna di essere una palla da bowling, un rinoceronte si immagina squalo... 
E quindi il cerchio si chiude, perché è nel contesto, in ciò che è marginale, lateralerispetto al fuoco centrale, che avviene lo scarto. Qui addirittura è il dettaglio, il più delle volte totalmente out of topic, che diventa la scintilla ulteriore. 
Proprio come i fuochi d'artificio che, quando li vedi esplodere pensi è così bello che sarà l'ultimo e invece no. Qualcuno nel buio, nascosto, ha acceso la miccia del successivo! 
Lo stesso fa Heidelbach. 

 Carla

venerdì 21 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VOCE DELL'A MARE 

Era sirena, Alice Rohrwacher, Lida Ziruffo 
Mondadori 2025 




NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"'L'avevo detto' sbuffava allora zia Angelica 'che questo ragazzino è come sua madre!' E sospirava. 
Perché questa somiglianza non era una cosa bella o brutta, era solo una cosa storta a cui rassegnarsi, come un fenomeno della natura più maestoso della montagna, più profondo del mare, contro il quale neanche le preghiere possono fare molto. 
La madre di Giuseppe era sparita quando lui era piccolo, e non era più tornata: si chiamava Fortunata, che nel paese si diceva Nata, e da ciò derivava anche il nome di Giuseppe, Peppi'Nata. 
Qualcuno diceva che era caduta cercando di superare la scogliera che divideva il paese dal mondo. Altri bisbigliavano che si era messa a cantare sullo scoglio, e l'avevano rapita i saraceni. 
Peppi'Nata era certo che sua madre si era trasformata in una sirena..." 

Lui, nonostante fosse non più grande di una sogliola, quando lei se ne andò, ricorda molto bene di quando sua madre, entrando in casa con lui in braccio, non vedeva l'ora di affondare le mani in un bacile pieno d'acqua fresca. Il suo sguardo, a quel punto, si rasserenava e, dal movimento delle dita, l'acqua si riempiva di pescetti, conchiglie, alghe e stelle marine. 
Giuseppe cresce badato dalle sue zie e in paese tutti pensano che sia un ragazzino un po' suonato, un buono a niente, perché si incanta lì davanti al mare, in un gran silenzio di parole. Per ore, per giornate. Ma lui non è storto. 
Lui sa bene perché lo fa: è innamorato. Il suo amore è tutto per un'onda, la sua onda. 


La riconoscerebbe tra milioni: piccola, increspata e felice anche lei di vederlo lì piantato sul bagnasciuga. Tra loro giocano a rincorrersi: lui all'ultimo momento scarta sempre e lei lo può solo sfiorare... prima di ripartire. Perché le onde tornano sempre, ma non prima di aver fatto un'altra volta il giro del mondo. 
E così Peppi'Nata, giorno dopo giorno, si fa ragazzo. Alto come un remo piantato nella sabbia, aspetta che lei ritorni... Fino al giorno in cui la decisione è presa: cambiarsi il maglione per indossare un abito migliore. Al proprio matrimonio non ci si può presentare malvestiti. E tra le mani, una bacinella. 
La sposa arriva, si increspa e freme, emozionata. 
Questa è una storia d'amore. 

Come storia d'amore porta il marchio di Alice Rohrwacher. 
Si muove infatti in una direzione molto intima, ai confini del sogno, sussurrata e molto distante dal chiasso.
Nel marchio Rohrwacher naturalmente c'è tra i protagonisti principali, il paesaggio. 
Quel luogo, di cui io non so riconoscere le coordinate geografiche, che forse non esistono, ma ne posso leggere con grande chiarezza le coordinate emotive. 
Siamo lontani del mondo frenetico e brulicante di persone e cose e relativi rumori. 
Qui siamo in una piccola comunità, una famiglia costruita su legami forti. Qui siamo a Puntapicco o Dostradi o U pelo: i tre nomi di una geografia letta come se fosse disegnata. 


Credo di non dover spiegare Puntapicco se non con la parola promontorio alto e isolato, mentre Dostradi è il nome che prende per l'incrocio di due strade. Due in tutto: strada di sopra e strada a mare. E U pelo lo ha ricevuto perché, solo a guardarlo dal mare, il profilo del luogo ricorda una fanciulla sdraiata, con due colline al posto del seno. Il paese è steso proprio in quella parte che le donne nascondono tra le cosce... 
Descritto con una certa cura dalle parole di Alice Rohrwacher per farci arrivare odori e atmosfere del posto, nelle mani di Lida Ziruffo lo scenario si moltiplica e diventa vedute sui manifesti della proloco o in cartoline anni Sessanta. 
Intorno a Puntapicco c'è tanta acqua. Grande protagonista, anch'essa, delle tavole. All'alba al tramonto, blu profonda, chiusa in una insenatura. 


I protagonisti in carne e ossa sono pochi e non particolarmente descritti, seppure in una prosa che è anche un po' poesia, se non per i loro tratti di carattere. 
Il coro delle zie accudenti, meravigliose, il padre ruvido pescatore, e poi lui Peppi'Nata che entra a pieno titolo nella schiera dei personaggi che popolano i film di Alice Rohrwacher: da Arthur in giù, passando per Lazzaro e Gelsomina con le sue sorelle. Peppi'Nata è come loro: diverso da tutti. 
Delicato, ma sicuro.
Inevitabilmente attratto dal mare, in particolare da quell'onda che lui è sempre in grado di riconoscere tra mille e aspettare trepidante. Se ne innamora da bambino e continua ad amarla, senza ostacoli e ricambiato, anche dopo. 
Fino a qui la storia si muove nella sfera intima e personale ed emotiva di quel ragazzo - sta sempre lì davanti al mare a sognare? oppure è solo un po' suonato? questa è la vulgata su cui il mondo paesano blandamente si interroga. 
Ma da qui in poi tutto cambia: ciò che era sogno, ciò che era soffuso diventa magicamente affilato come sa essere solo la realtà. 
E c'è lo sposalizio e tutto il resto.
Realtà che adesso mostra le sue forme, le sue espressioni, che si possono vedere, toccare, sentire.


Faccio un paio di esempi: la bacinella per accogliere la liquida sposa, i petali di gelsomino e le roselline che le zie spargono sull'acqua increspata, il velo con cui avvolgono ciò che la contiene, il tragitto fino in chiesa e poi il prete-sindaco che riconosce in un sibilo con uno schiocco in fondo un sì convinto da parte della sposa. Tutto questo lo si vede, lo si sente e Lida Ziruffo lo disegna anche per i posteri. 
Della loro vita da sposi, finalmente soli, non diciamo nulla. 
Non sta bene sbirciare dal buco della serratura nelle case degli altri. 
Meno di venti righe che luccicano come madreperla. 
Ci basti sapere che si amano ancora. 
Bello e diverso. 

Carla

venerdì 24 gennaio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

IL CORAGGIO DELL'EDITRICE

In qualche modo, almeno visivamente, sono tanto distanti tra loro. 
Eppure. 

Da una parte c'è Ardore di Hye Won Kim: nero come la pece. Sulle sue pagine, dove una donna si muove, dalla prima pagina fino alla penultima brucia un fuoco vivo. 
Cambia in continuazione, si trasforma, come fa il fuoco, si ingigantisce, si divide in mille piste diverse, si fa portare dal vento, ringhia, ma non perde mai di luminosità. La donna lo insegue, lo acchiappa, sembra giocarci, lo stringe, lo tira a sé...
 

Dall'altra parte c'è Piccola lei di Sophie Caironi. Azzurro e rosa come un bel cielo al tramonto. Anche qui c'è una donna che vaga attraverso le pagine cercando qualcosa che ha perduto: cammina tra le montagne, si fa piccola in un bosco, leggera in aria, e poi giù sul sentiero ci appoggia i piedi. Persino nel mare dove nuota tra i coralli giganti in confronto a lei che è minuscola... 
Le cose che tengono insieme questi due libri. 
La prima, ad evidenza, è l'editrice che pubblica entrambe.
La seconda, in qualche modo dalla prima deriva: ossia la scelta coraggiosa di un'editrice di dedicare, a un pubblico che già da tempo è lì che legge, un oggetto - un albo illustrato - che di norma è concepito e pensato invece per primissimi lettori. 
Su questo ci sarebbe molto da dire perché sono davvero pochi gli editori che scommettono sull'opportunità di non sottrarre le immagini a tutti coloro che hanno già dimestichezza con la lettura, anche quella complessa, ma non per questo vogliono vedere l'illustrazione uscire dal loro orizzonte visivo... sacrificata sull'altare della parola scritta. 


Il coraggio di questi editori sta nel volersi opporre all'idea che le figure sono roba solo da bambini, o alle lamentele dei librai più convenzionali che non si saprebbero dove collocare con facilità e immediatezza libri del genere. E ancora contro quei genitori che puntano i piedi di fronte ai libri senza parole, a quelle mamma, papà ecc ecc che dicono no grazie ai libri con 'troppe' figure: "mio figlio sa già leggere... e vorrei qualcosa che lo tenesse occupato e in esercizio per più di cinque minuti..." Ah! 


Ecco a tutto questo rimediano quegli editori, qui un'editrice, che pubblicano libri come Ardore e Piccola lei, insieme a tanti altri. 
La terza ragione è di tipo strutturale. 
Entrambi gli albi si costruiscono, pagina dopo pagina, intorno a un mistero, che poi si svela immancabilmente nella penultima pagina. Il fiato si ferma per la sorpresa. Ed entrambi terminano nell'ultima, con il respiro che riprende. E questa è una delle tante opportunità che l'albo illustrato offre, proprio come oggetto fisico, ai suoi autori e autrici. C'è chi la sa utilizzare e chi invece arriva alla fine senza far sobbalzare nessuno. 
Ricordo con molta chiarezza che David Wiesner, da gigante dell'albo qual è, teorizzava la grande importanza che aveva per lui l'ultima pagina del libro: sempre tavola singola a sinistra, che arriva immancabilmente dopo un finale raccontato nella doppia pagina precedente, che ridecolla verso una prospettiva narrativa ancora ulteriore: una sorta di amo tirato verso il futuro.
 

La quarta ragione è invece tutta mia, o meglio è il frutto di un senso generale che mi pare di vedere in entrambe le storie e che io declino secondo il mio personale sentimento. Che poi sia un abbaglio poco importa, perché chi concepisce libri del genere non deve avere mai una unica lettura in tasca. Almeno spero. 
Tanto in Ardore, quanto in Piccola lei, le due protagoniste sono donne. 
Ed entrambe stanno inseguendo qualcosa. Questo 'qualcosa' è piccolo. 
Nel primo libro dietro il fuoco vivo c'è una ricerca, c'è l'impegno, la fatica di stare dietro alla vivacità: tutte cose che bruciano energie, le energie di una giovane donna. La vediamo spesso accucciata, piegata, con le braccia protese. La vediamo anche dormire a terra, tra mille giocattoli, dopo aver riempito due stendipanni, pieni di bucato...


Ebbene, nel primo libro tutto si svela nell'incontro, in un abbraccio magnifico e finale, di questa donna. Nel secondo libro, dietro quell'intricato intreccio di foglie, dietro le montagne, dietro gli sbuffi del vento, dietro i coralli e le attinie c'è di nuovo una donna in cerca. 
Qui le poche parole - che di là mancano del tutto - alludono al suo peregrinare in cerca di una direzione da prendere per poter arrivare a trovare ciò che cerca. 
Anche in Piccola lei c'è un incontro finale, nessun abbraccio ma un guardarsi negli occhi e riconoscersi. 
Se in Ardore l'incontro assume contorni chiari, seppure inaspettati e sorprendenti a posteriori, in Piccola lei l'incontro lascia molte piste aperte: la mia sta tutta in quelle orecchie. 
Grandi, piuttosto grandi e ritte, piuttosto ritte. 
 E non potrei, anche sforzandomi, trovarne una diversa. E' mia e di nessun altro.

Carla 

"Ardore", Hye Won Kim, Kite edizioni 2023 
"Piccola Lei", Sophie Caironi trad. Laura Costa, Kite edizioni 2024

lunedì 13 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

“WHAT DOES SHE DREAM OF?" 

Che cosa sogna il sole? Philip C. Stead, Erin E. Stead (trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Un mulo, una mucca, un pony stanno sulla soglia del fienile, aspettando il sorgere del sole. C’è silenzio in ogni cosa... nel legno umido del fienile, negli attrezzi appesi alle pareti, e in alto, nel cielo scuro.
Quando soffia la brezza, il segnavento fa un suono gnick-gnick-gnick, e c’è silenzio anche lì. 
'Il sole è in ritardo' dice Mulo. 'Anche la contadina' aggiunge Mucca. 
'Dovremmo parlare con Barbagianni' suggerisce Pony. 'Barbagianni saprà cosa fare.'" 

Non è una mattina come le altre. Il sole non è sorto. Sembrerebbe in ritardo. 
Gli animali della fattoria, si sa, sono abitudinari e quindi questo ritardo li ha messi in apprensione. 
Il Barbagianni va interpellato, perché, lui, le cose le vede dall'alto... 
E infatti Barbagianni, che è di poche parole, li illumina (!) con la sua risposta: devono mettersi in cammino e andare lontano. Ai confini del mondo ed è lì che dorme il sole. Necessario portarsi un gallo. Gli animali della fattoria, si sa, sono prudenti. 
La situazione però richiede un loro sforzo, una vera prova di coraggio. E così partono e, come succede sempre nei viaggi lunghi in buona compagnia, vien fatto di chiacchierare. E di farsi domande. 
Arrivati alla fine del mondo e alla fine delle domande, il gallo canta, il sole sorge e la contadina si sveglia e c'è la colazione per tutti. 

Ancora e fortunatamente un altro libro a voce bassa. Un libro a marchio Stead's
Come è sempre successo nelle loro storie sono i mezzi toni e le mezze tinte a raccontare. Tutto sfuma verso una indeterminatezza, una sorta di nebbiolina diffusa, visiva e narrativa. 


Non si ha mai la certezza di essere nella realtà, mentre spesso si ha quella di essere in un sogno o in una visione. Tutt'al più una visione sognata della realtà. 
In questa meravigliosa ambiguità e incertezza dei contorni si gioca anche l'identificazione di sole e contadina... Come a dire che per quei tre animali, in fondo, il sole e la contadina sono la stessa cosa. Come dar loro torto?
E ancora. Intorno al sogno ruota quel ripetersi di una medesima domanda, dal titolo italiano in poi. 
Qual è la materia dei sogni? Forse, a voler guardare in trasparenza, i sogni per loro tre son desideri...  
Più in evidenza, narrativamente e visivamente parlando, poi l'attenzione si sposta sul 'contenitore' dei sogni: la notte, il buio. 
Infatti, lo spunto di partenza, in particolare se si è mucca da latte, mulo gigante e cavallo in miniatura, ha del prodigioso: il passaggio dalla notte al giorno. Un passaggio che porta con sé una sorta di meraviglia inspiegabile ma che magicamente si ripropone con regolarità, rassicurando gli animi semplici. E quando l'orologio interno percepisce un inciampo, le orecchie si drizzano. Tutti i sensi si allertano. 
Ecco, i sensi. Qui, molto più che nei precedenti libri, tutto ruota intorno alla percezione. Suoni, odori e colori sono percettibili protagonisti del racconto. 
In questa prospettiva lavora Erin E. Stead mettendo un po' da parte il suo consueto uso del colore tenue, per andare incontro a quello che nella realtà si percepisce come il passaggio dal buio alla luce, dalla notte al giorno. 


Fino ad esplodere nelle piume del gallo cui fa ecco il sonoro canto per il risveglio del sole. Quindi si parte e si va avanti per quasi tutte le tavole con grandi pennellate di acquarello, blu cobalto forse, per il cielo di fondo e per l'aria che tutto circonda. 
Solo alla fine scompare per lasciare posto a un tono di azzurro verde dei minuti prima che il sole si affacci e che poi diventa il rosa luminoso dell'alba, in cui la pennellata sparisce per lasciare il posto alle macchie di colore piene di acqua che le stempera. 


Fanno eccezione le pagine bianche che sono dedicate alle parole del Barbagianni, in cui l'azzurro è presente ma in tutt'altra forma. Sembra essere lì per non far perdere il legame con quel colore a livello visivo ed emotivo. 
E a proposito di bianco, sempre la Stead è capace di punteggiarlo qui e là, come veri e propri colpi di biacca, come si usava in antico, sulle superfici dei panneggi colorati. Qui, uno per tutti i nasi e criniera dei tre animali sotto la lampada accesa all'entrata del loro fienile. 


Tutto questo lavoro sui sensi lo si ritrova nel testo quando Philip C. Stead scrive del legno umido degli attrezzi appesi, del cielo scuro. Del rumore che fa il segnavento quando soffia un po' di vento. O il fruscio del granturco (Michael Rosen rules). Tutto questo è pieno di silenzio, così finisce la frase. 
E qui si accende una riflessione ulteriore: perché parlare di suoni e di silenzio che è l'assenza di suono? Io credo, ancora una volta, che il gioco stia proprio in questa loro esistenza reciproca. Un po' come dire che anche il silenzio lo si percepisce come un suono. E su questo, al pari di molte altre assenze che si percepiscono come presenze, ci sarebbe molto altro da dire. 
Un paio di ultime ragionamenti sui personaggi: le loro parole e la loro rappresentazione e il loro essere insieme. Il mulo, la mucca e il pony sono di fatto una squadra, fin dal principio. 


Qualcosa che ricorda, anche visivamente, i musicanti di Brema (con il gallo sulla schiena ancora di più). Almeno nel loro essere disorientati e prudenti in un mondo molto più grande di loro. 
E a proposito di grandezze, le loro misure in scala, ben lontane da quelle reali, non fanno altro ribadire senza dire il rapporto che li tiene insieme e il carattere di ciascuno. 
Non credo di doverlo spiegare qui, perché si capisce a occhio nudo. 
E ancora a proposito di personaggi, va detto che Philip Stead in un lavoro di cesello lessicale si concede, proprio in virtù di quella ambiguità di cui entrambi hanno voluto ammantare l'intera storia, un ulteriore, quasi impercettibile, ma significativo passetto più in là, che in italiano forse era troppo difficile seguire: il genere di appartenenza del sole. Che non a caso coincide con quello della contadina. Quando si parla di lei o del sole spariscono il neutro e il consueto maschile, mentre si illumina un magnifico femminile: What does she dream of? 

Carla

lunedì 26 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MAGNIFICA VERTIGINE

Bianca, Paul De Moor & Kaatje Vermeire (trad. Joy Jansen) 
Kite Edizioni 2022 


ALBI ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni)

"Da qualche parte c'è una grande terra bianca. 
Quella terra è circondata da un grande bianco mare. 
Tutti gli animali nella vasta terra bianca sono bianchi. 
Piccoli animali bianchi e grandi animali bianchi. 
La pioggia nella vasta terra bianca è bianca, ma la neve non lo è. 
C'è una grande casa bianca nella grande terra bianca." 

Al suo interno ci vive una bambina, Bianca (con sua sorella Alma). Nel giardino della casa crescono alberi bianchi e fiori bianchi. Le pareti sono bianche, così come sono bianchi i piatti, il tavolo e anche le mele e le pere. Persino le banane. 
La sua stanza, le sue bambole, il suo letto e il suo piumino: bianco. 
La cosa meravigliosa che accade è che nella sua finestra appare un grande quadro dove si vede una grande casa bianca... 
E anche quando sta per addormentarsi Bianca conta pecore bianche e quando prende sonno persino i suoi sogni sono bianchi: una grande terra bianca, circondata da un grande mare bianco dove abitano animali bianchi, piccoli e grandi. 
La pioggia è bianca, ma la neve no... 

Il testo che Paul De Moor ha scritto, quando un giorno davanti a un paesaggio innevato si è reso conto che la neve non era bianca, ma conteneva in sé molti altri colori, è tante cose diverse allo stesso tempo. 
Prima di tutto si tratta di un testo ipnotico, dove per più di novanta volte compare la parola bianco, il colore che tutto contiene, nelle sue diverse declinazioni - al maschile al femminile al singolare al plurale. Poi può essere definito un testo che ha le sembianze di una spirale, ovvero dimostra di avere un andamento 'circolare', pur avendo l'ardire di non ripassare mai per gli stessi punti esatti, ripercorrendo lo stesso perimetro, ma sempre con un leggero scarto rispetto alle volte precedenti. 
E ancora. Un testo che ha - in apparenza - la struttura di una matriosca, ossia dentro di sé contiene tante piccole riproduzioni di sé stesso. 


O forse sarebbe più corretto assimilarlo a un gioco di specchi che hanno la capacità di moltiplicare una immagine all'infinito? 
Di certo questa costruzione narrativa, che ha il tono di una poesia, dimostra da una parte di essere molto originale, ma dall'altra di essere altrettanto complessa. In assenza di scosse ed emozioni.
Un loop che ruota intorno al bianco. 
Non lo si può definire un testo costruito sull'immediatezza; al contrario le successive letture che richiede sembrano lì apposta per creare una sorta di magnifica vertigine. 
Un carattere che appare evidente, in questo suo continuo ripetersi ed evolversi (in una inspiegabile assenza di contraddizione interna!), è la grande fluidità che offre ai propri lettori. 
Ciascuno di loro, infatti, è all'entrata di un percorso labirintico ed è quindi chiamato a trovare un proprio bandolo di interpretazione, un vero e proprio 'filo di Arianna' per uscirne sano e salvo. E appagato. 
Diciamo che tutti i libri che meritano un bel po' di testa per essere capiti, così come tutti i libri che permettono al lettore di intraprendere un proprio percorso interpretativo personale, ecco i libri così di solito sono buoni libri. 
Anche se magari non si adattano a tutte le stagioni. 
E questa è forse una delle ragioni per cui Bianca di Paul De Moor ha trovato come illustratrice, non una qualsiasi, ma un'artista piena di talento, di coraggio e di immaginazione. 
Kaatje Vermeire, a parte la stima e l'amicizia che la lega a De Moor, ha tutte le qualità per confrontarsi con un testo del genere, e dargli una forma definitiva che però sia anche in grado di rispettarne la suddetta fluidità e il suo incedere cadenzato, tra ripetizione ed evoluzione. 
Come lei stessa dichiara in una intervista, per arrivare a costruire un immaginario figurativo di questo testo, ha dovuto leggerlo e rileggerlo molte e molte volte. Ha dovuto sudare parecchio. 


Poi, con le sue capacità e il suo coraggio, ne ha dato la sua personalissima lettura visuale. E, giocando con luci e ombre, ha creato profondità.
Ha dato corpo alle sue figure, laddove il testo le lasciava spazio per farlo: ha trovato soluzioni per una sorella che non si vede mai, ha dato un volto e un carattere e un immaginario a Bianca, le ha regalato un gatto, l'ha ritratta da mille angoli diversi, l'ha fatta uscire di casa, l'ha fatta correre nei prati; l'ha fatta ridere, le ha dato il buio e la luce, le ha dato dei giocattoli magnifici con cui giocare. 
E persino un paio di ali con cui uscire...



E come se non bastasse, si è anche districata a meraviglia sulla grande questione 'cromatica' di trovare una palette per tutto questo mare di bianco. 
In altre parole si è presa sulle proprie spalle la responsabilità di dare un colore, anzi molti colori, al bianco, arrivando a regalare dei veri e propri cieli notturni tersi e pieni di stelle o corruschi, ha dato colore all'acqua, alla neve, alla casa. 
E facendo tutto questo, in qualche modo ha permesso che il cerchio si chiudesse e si tornasse all'assunto di partenza dell'autore davanti alla neve. 
In sostanza il bianco (Munari ci vorrà perdonare, ma d'altronde lo stesso Crushiform pare confermarlo) è un colore senza colore. 


Un colore che esiste perché il nostro sguardo lo percepisce in ragione del fatto che racchiude in sé tutti i colori dello spettro visibile. 
Ecco: in Bianca la fisica tocca la poesia. 

Carla

venerdì 5 agosto 2022

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

MESCHENMOSER E BUSTER KEATON

Cik, Sebastian Meschenmoser 
Orecchio acerbo 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"I pulcini, ovviamente, avevano bisogno di una lampada termica e di un recinto vero e proprio. E di un nome. Ma dare il nome giusto a un pulcino non è così semplice. Come si fa a sapere se diventerà gallina o gallo? Ecco come è nata questa storia quasi vera: C’erano una volta sei pulcini in una scatola di cartone. I loro nomi erano Camilla, Calimera, Pola, Enrichetta, Ayla e Cik. Ogni giorno la mamma dava loro da mangiare." 

Fin dal principio Cik si dimostra quello con più aspirazioni di tutti - i cosiddetti sogni nel cassetto. 
Ha in progetto di diventare Capo Gallo e allora primeggerà in tutto: mangerà per primo e tutto quello che vorrà; Enrichetta sarà la sua compagna, e con lei faranno tante uova; lui la proteggerà, ma dovrà anche lasciarla a casa spesso per andare nelle pericolose missioni che il destino gli riserverà. 
E dopo aver sentito le storia che la mamma leggeva loro la sera sulla terribile volpe, Cik si convince anche che toccherà a lui difendere l'intero pollaio dagli attacchi dell'infido animale: sarà lui a metterla in fuga, quando lei cercherà di infilarsi nel pollaio per fare una delle sue razzie. 
Cik, ne è ormai certo, si distinguerà dagli altri per la sua cresta imponente e per la coda piena di lunghe e lucenti piume: entrambi vessilli di un eroe senza paura, quale lui si sente! 



Sebastian Meschenmoser, tranne la foto di ordinanza in cui accenna un blando sorriso, in tutte le altre immagini che lo ritraggono appare come un giovane e serio signore tedesco, con barba e occhiali. 
E sempre lievemente spettinato. 


Sia che lo ritraggano mentre dipinge una delle tavole per l'Unendliche Geschichte, sia che accarezzi un giovane cervo imbalsamato, o tenga in braccio un pinguino, o sia seduto tra le sue tele, sia che abbia pulcini fin sulla testa: lui non accenna mai a un sorriso. 
Sembra che sappia che far ridere è un affare molto serio. 
In quasi tutte queste immagini, il suo viso appare imperturbabile, con uno sguardo distante, uno sguardo che punta all'orizzonte. 
Quello stesso sguardo che aveva Buster Keaton. Quello che in gergo si chiama deadpan. La comicità che nasce dal fatto che si ride perché nessuno ride. 


Se non sapessimo chi è, difficilmente potremmo credere che libri come Gordon und Tapir, Lo scoiattolo e la luna, Quei dannati sette capretti e adesso Cik siano usciti dalla testa di un signore così serio. 
Eppure. 
La sua imperturbabilità intride tutti i suoi personaggi: tutti serissimi nel loro ruolo. 
E tutti i suoi libri sono tenuti insieme da questo filo rosso. 
Serio e seriamente preoccupato si dimostra lo scoiattolo convinto di avere la luna davanti alla sua tana, serio e assertivo il lupo che rigoverna la casa dei sette capretti, serio e volitivo (!) il pulcino che punta a diventare gallo. 
La serietà impera in tutti i suoi libri eppure, non mi risulta che ne esistano esempi in cui i lettori, grandi o piccoli che siano, non scoppino in risate fragorose e non saltino almeno una volta sulla sedia per lo stupore. Possibilmente alla fine delle storie che racconta. 
E come Buster Keaton aveva capito molto bene, vedendo che la gente al cinema si sbellicava molto di più alle sue facce inespressive, piuttosto che a quelle sofferenti o arrabbiate, tanto più Meschenmoser dà vita a personaggi che si prendono così tanto sul serio che i lettori non possono fare a meno di ridere di loro! 


Il lato vero della storia di Cik che è quasi vera sta nella professione della moglie che mette insieme, da pedagogista, bambini e animali (api e polli). 
Purtroppo una volpe, a Kreuzberg nel centro di Berlino,  ha fatto una strage nella sua scuola quindi a casa Meschenmoser hanno deciso di prendere dei pulcini per allevarli perché si abituassero il prima possibile alla convivenza con gli umani e non avessero paura dei bambini. 
Come nella storia, li hanno 'battezzati' e come nella storia qualcosa è andata diversamente da come avevano supposto. 
Un fatto però era certo: i polli hanno tra loro caratteri molto diversi. 
E una mamma può essere tale anche con barba e baffi.


Questa circostanza ha suggerito a Meschenmoser di ragionare, con quella profonda serietà e lungimiranza di sguardo che ha, sulla questione dei generi. A voi, scoprire con quanto garbo e senso dell'ironia lo faccia. 
A prescindere da questo suo modo, questa sua prospettiva sempre originale di affrontare anche grandi questioni, Meschenmoser andrebbe portato sempre in palmo di mano per la altissima qualità del suo disegno. 
Si dice cosa nota che lui, accanto alla sua attività di autore/illustratore, abbia una solidissima carriera come artista/pittore. 
Qui in Cik, come anche negli altri albi citati, lascia da parte l'olio - tecnica che richiede un tempo lungo di realizzazione - e opta per la matita e i pastelli. 
Questa storia va veloce e grafite e matite colorate si rivelano vincenti. 
Le stesse 3 tavole a colori, a più colori (+ una in B/N), dedicate ai sogni di Cik, sono diversissime anche come impostazione nella pagina: sono una citazione precisa dei vari stili che contraddistinguono diverse tipologie di fumetto nel corso del tempo, da Little Nemo di Winsor McCay per la prima sequenza a quella dei supereroi della Marvel nella terza. 

Mentre la seconda è una citazione disneyana. 
Insomma qualcosa di molto simile a quello che fa Wiesner (Uisner) nei Tre porcellini quando li fa entrare in un libro dozzinale di filastrocche o in un libro di storie di cavalieri e draghi... 
Attraversare, in scioltezza, i diversi immaginari. Non è roba da tutti.
La quarta sequenza - rigorosamente in bianco e nero ha una chiave tutta sua che esula dal fumetto e si connette invece al cinema: ad Alien in particolare, dove per la prima volta è un'eroina al femminile, Sigourney Weaver,  a risolvere la situazione! 
Insomma il gioco è fatto e il cerchio - per definizione perfetto - si chiude! 

Carla

mercoledì 22 settembre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN LIBRO PERFETTO

Un seme di carota, Ruth Krauss, Crockett Johnson (trad. Lisa Topi)
Topipittori 2021


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"Il bambino piantò un seme di carota.
La mamma gli disse: 'Non credo che germoglierà'.
Il papà gli disse: 'Non credo che germoglierà'.
E su fratello gli disse: 'Non germoglierà.'"
 
Intorno al cartellino con il disegno di una carota il bambino ogni giorno toglie le erbacce e annaffia il terreno, lì ha piantato il suo seme. Nulla germoglia e sua madre, suo padre e suo fratello continuano a dirgli che da lì non sarebbe spuntato mai nulla. Ma il bambino va avanti a curare il suo seme e il suo pezzettino di terra, finché un giorno qualcosa si muove, spuntano delle alte foglie e una carota. Proprio come lui l'aveva immaginata: grande, grandissima che ci è voluta la carriola per portarla via.
 
"Few stories are completely perfect" said the lion. "That's true" said Ellen, leaving the playroom.
Ecco uno dei tanti dialoghi tra la bambina Ellen e il suo leone di pezza (C. Johnson, Ellen's Lion, Harper 1959; The Lion's Own Story, Harper 1963) che Philip Nel cita nella sua introduzione al libro Crockett Johnson and Ruth Krauss - How a Unlikely Couple Found Love, Dodged the FBI, and Transformed Children's Literature (2012)
Prese così come sono, queste esatte parole possono introdurre anche ciò che si vuole dire qui.
Esistono dei libri che sono così luminosi e perfetti che dovrebbero essere presi a modello da intere generazioni di autori di letteratura illustrata. E anche da legioni di esperti, alla perenne ricerca del libro 'perfetto'.
L'interessante storia della genesi di questo libro la si può seguire, ancora una volta, nel libro di Nel. Come successe anche altre volte (A hole is to dig), Ruth Krauss lo immaginò come se fosse stato un dialogo tra lei e il suo vicino di casa cinquenne. 
 

Un testo di un centinaio di parole che Crockett Johnson, il marito, illustrò per costruire un prototipo da sottoporre alla Ursula Nordstrom. A lei piacque e il progetto andò avanti. Quello che successe a
The Carrot Seed tra il 1944, anno in cui firmarono il contratto con Harper, e il 1945, anno della pubblicazione si può riassumere in tre punti.
Il primo: la Nordstrom trovò la storia geniale e non propose nessun cambiamento al testo, lo stesso accadde con le illustrazioni, a parte un suggerimento sullo sguardo che il bambino doveva avere: lì la Nordstrom suggerì a Crockett Johnson di dare al bambino non uno sguardo sorpreso e dubbioso ma uno sguardo attraversato da una somma sicurezza interiore.
 

Johnson ci lavorò e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Il secondo: l'ufficio marketing di Harper, fece un clamoroso errore di valutazione, pensando che sarebbe stato più utile accompagnare il libro con la dicitura illustrated by Crockett Johnson and written by his wife. Mettere in maggiore evidenza il nome di Crockett Johnson, lo stranoto fumettista di Barnaby, rispetto a quello della moglie, Ruth Krauss, quasi esordiente nel mondo della letteratura per l'infanzia, scatenò la furia dell'autrice che la considerò imbarazzante e offensiva perché implicitamente si affermava che il libro non era stato illustrato perché lo si riteneva un buon libro, ma perché la ragione affettiva aveva prevalso. La Nordstrom corresse il tiro dell'ufficio marketing e il problema si risolse, con una soluzione che è sotto gli occhi di tutti.
 

Il terzo: Johnson, prima che il libro andasse in stampa, esercitò la sua maniacale e proverbiale meticolosità e si assicurò che i colori fossero solo: marrone, rosso, verde e (forse) beige chiaro. Su quest'ultimo aveva lui stesso dei dubbi, così lo stampatore lo tolse e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
 

Quello che successe dopo il 1945 ha molto a che fare con la perfezione cui si alludeva all'inizio e si può riassumere in altri tre punti.
Il primo: fu un immediato successo. Dalla critica fu subito definito come una perfetta 'parabola' che arrivava al cuore di grandi e piccoli, fu considerata perfetta la scelta dell'illustratore(!), fu portato a esempio di sintesi perfetta, tanto nelle cento parole di Ruth Krauss, quanto nella linea riassuntiva e pura di Crockett Johnson.
Il secondo: per la portata del messaggio, diventò un vero fenomeno editoriale, una bandiera. Una copia fu mandata alla Conferenza mondiale delle Nazioni a San Francisco dove 50 stati erano lì riuniti per redigere e firmare la carta e diventare l'Onu che tutti oggi conosciamo. Il presidente di una famosa casa ingegneristica ne spedì un centinaio di copie ai suoi dirigenti, che a loro volta ne spedirono altre ai loro colleghi e impiegati. La Chiesa cattolica, tra le letture consigliate, aggiunse The carrot seed, accompagnandolo con la frase: abbiate fede e vedrete i risultati.
Terzo: un vicino di casa di Ruth Krauss lo definì a swell book, con una morale inoppugnabile secondo la quale è meglio non fidarsi mai degli altri, neanche dei propri genitori.
 

A me che arrivo buona ultima su questo libro restano da fare solo due cose.
La prima: gioire che finalmente anche i bambini italiani possano avere questa meraviglia per le mani, una meraviglia piena di senso raccontata con parole e disegni di una chiarezza disarmante. Una storia che ruota intorno a un fatterello, ma che ha la potenza di un testo di filosofia morale. Sulle ragioni perché ci abbia messo quasi ottant'anni ad attraversare l'oceano, è meglio tacere. Gioisco della traduzione e della scelta del titolo che saggiamente slitta di poco rispetto all'originale, del fatto che nella copertina e nel frontespizio, come nella prima edizione americana, il nome di Ruth Krauss sia poco più grande di quello di Crockett Johnson.
La seconda: sostenere che i disegni e i testi possono essere considerati un canone, i primi per come sono distribuiti sulla pagina, per la loro estrema sintesi di segno e colore e nel contempo per la loro forte comunicabilità espressiva, piccoli dettagli nei gesti che si amplificano nel vissuto di ciascuno: quella mano interlocutoria della mamma, cui fa eco un testo possibilista, quella mano perentoria del fratello, cui fa eco un testo lapidario. 
 

Ecco.


Carla