Visualizzazione post con etichetta fiabe. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fiabe. Mostra tutti i post

venerdì 11 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL PUNTINO DI CONTATTO

Fin qui tutto bene!, Quentin Gréban 
Babalibri 2025 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni) 

"SULL’ARANCIA ERA POSATA UNA FARFALLA BLU. 
QUANDO IL FRUTTO CADE, LA FARFALLA VOLA VIA... 
«FIN QUI TUTTO BENE» DIRETE VOI... SÌ, MA ASCOLTATE IL RESTO! 
LA FARFALLA BLU ATTERRA POCO LONTANO, SUL MUSO DI UN TOPOLINO CHE DORME DELLA GROSSA. CON IL SUO DELICATO BATTITO D’ALI, GLI SOLLETICA IL NASO... ED ECCO CHE IL TOPO INIZIA A STARNUTIRE, E NON RIESCE PIÙ A FERMARSI. 
«FIN QUI TUTTO BENE» DIRETE VOI... SÌ, MA ASCOLTATE IL RESTO!" 

Chiaro il gioco? 
Il topo cerca un posto più tranquillo per poter smettere di starnutire. Così quando vede l'asino ci salta sopra, ma uno starnuto fa sobbalzare l'asino che, imbizzarrito, comincia a correre e a sballottare il mercante che ha in groppa, per poi schiantarsi su una pacifica mandria di cammelli che partono all'impazzata in tutte le direzioni. Compreso il mercato che mettono a soqquadro... babbucce spaiate, spezie rovesciate e tappeti a brandelli. 
Qui bisogna intervenire. La cittadinanza infuriata si rivolge al gran sultano che - nella sua infinita saggezza - emette una sentenza nei confronti dei cammelli che si scagionano facilmente, indicando l'asino come il vero colpevole che a sua volta fa il nome del topo.
Questa è la storia di una povera arancia che non poté discolparsi.


Ma poi diventa la storia di 10 pesanti cocomeri da regalare a un'innamorata che alla fine si ridurranno al nocciolo (!), pur mantenendo la loro attrattiva...

La frase Fin qui tutto bene! a me fa venire in mente il film francese L'odio, in cui si racconta che un uomo, precipitando dal 50 piano, per farsi coraggio, a tutti i piani ripeteva a sé stesso fin qui tutto bene... Il film francese, di Kassovitz, è un film durissimo quanto bellissimo. Un film dove davvero precipita. Quindi vedere questa frase che mi riporta a quella periferia parigina in bianco e nero e grigio in un Superbaba tutto rosa fa il suo bell'effetto. 
A separare immediatamente i due contesti ci pensano gli acquerelli sempre così luminosi di Gréban e il fatto che la storia, al suo interno, allude evidentemente all'effetto farfalla, quello di Turing e poi di Edward Lorenz, sul battito d'ali di una farfalla che potrebbe essere la causa di un uragano altrove... 
Ma per un puntino Gréban, Kassovitz e Lorenz sembrano proprio toccarsi, ossia in tutti i casi il senso ultimo della frase: sperare che le cose possano migliorare. 
Anche nel libro di Gréban l'appoggiarsi di una farfalla che poi diventa un precipitare rocambolesco di topi su asini e poi di asini su cammelli e quindi di cammelli su banchetti del mercato ha una sua ineluttabilità: tutto sta precipitando verso il peggio.
 

Ma siccome siamo in un libro per bambini e non in un film sull'emarginazione di una banlieue francese, e non stiamo discutendo di modelli matematici, tocca dare una seconda possibilità al destino e trovare una soluzione che rimetta tutto in ordine.
Gréban, che ambienta la storia in un Medio Oriente non meglio identificato - ma cammelli, suk, fez e sultani, scimitarre, archi e cupole islamici e teiere di metallo inciso farebbero oscillare tra Marocco e Turchia - affida al sultano il compito di far tornare tutto a posto, individuando il colpevole. 
E così come era andato crescendo il parapiglia sempre più grande, dalla metà in poi del libro si va a ritroso fino a tornare alla magnifica arancia di partenza. 
A voler proprio cercare il pelo nell'uovo, l'arancia, come tutti gli altri personaggi coinvolti, è frutto (!) di un meccanismo ineluttabile e più grande. 
Lei come gli altri sono concause. Il famoso concorso di colpa... 
Ma tant'è è lei sola a farne le spese. 
E perché? Perché è l'unica che non può difendersi al tribunale del gran sultano e quindi tanto meno prendersi la sua responsabilità, solo in quota parte.
 

La seconda storia, anche questa, ma per motivi diversi, andrebbe ben discussa. Come la precedente, anche qui è intorno a un frutto che si ruota: il cocomero. 
E, simmetrica al precedente crescendo, qui si assiste a un diminuendo dei cocomeri e a un crescendo delle dimensioni degli aiutanti del giovane innamorato. 
La grazia di queste due piccole storie sta proprio in questo loro essere circolari, nel loro interno ripetersi, nell'essere movimentate, ma pur sempre tiritere, utilissime per chi sia alle prime armi con la lettura.

Per entrambe però, a lettura fatta, si potrebbe aprire un bel dibattito. Discutere sulle responsabilità con la prima e con la seconda ragionare ed eventualmente ribellarsi all'idea che le ragazze siano tutte golose, sensibili, romantiche e con il cuore tenero e i maschi tutti... timidi.
Tzè.

Carla

venerdì 7 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN'ARCHITETTURA LEGGERA

Ossa che Cantano. Immagini ispirate alle fiabe dei fratelli Grimm
Shaun Tan (trad. Omar Martini) 
Tunué 2024 



NARRATIVA ILLUSTRATA 

"I DUE VIANDANTI 
Le montagne e le vallate non si incontrano mai, mentre le persone lo fanno spesso, soprattutto quelle buone e quelle cattive. Così accadde che le strada di un calzolaio e di un sarto si incrociassero durante i loro viaggi. Il sarto era un uomo bello e piccolo, sempre allegro e di buon umore. Quando vide il calzolaio arrivare dall'altra direzione, capì dai suoi attrezzi quale fosse il suo mestiere e decise di cantare una breve filastrocca per prenderlo in giro. Però il calzolaio non sapeva stare agli scherzi e fece una faccia accigliata come se avesse appena bevuto dell'aceto. Di sicuro sembrava che volesse afferrare il piccolo sarto per la collottola." 

Per sapere come quei due andarono avanti insieme, dovete leggervi l'intera fiaba. Ma preparatevi, non sarà una passeggiata... 
Questo libro è fatto di settantacinque frammenti di settantacinque fiabe dei Grimm. Alcune molto conosciute, altre - come questa - molto meno. 
Per ciascuna di loro, Shaun Tan ha realizzato come "illustrazione" un vero e proprio piccolo set teatrale in cui una piccola scultura viene fotografata, con tanto di fondali e luci di scena.
 

Va precisato che l'immagine, ossia la fotografia della scultura, si riferisce solo alle poche righe prescelte in testi molto più lunghi e complessi, pieni di magie, trabocchetti, trasformazioni. Insomma quello che di solito è nelle fiabe. 
Il libro ha una genesi lontana. 
Nasce in Gran Bretagna con sole 50 fiabe riscritte da Philip Pullmann, in occasione del bicentenario della prima pubblicazioni delle Fiabe del focolare. Poi l'anno successivo in Germania, Aladin decide di comprare i diritti e viene chiesto a Shaun Tan di illustrarle tutte e cinquanta. E lui decide di costruire per ognuna di esse una scultura. 
Anna Patrucco Becchi le intercetta e ne scrive
Ma la cosa non si ferma all'edizione di Aladin. 


E per di più a Shaun Tan due vincoli stanno stretti in quel 2011, anno in cui realizza le sculture per il libro Grimms Märchen del 2013. Il fatto che il libro sia solo in lingua tedesca e che le sculture siano solo cinquanta. Quindi dal 2011 al 2013 ne realizza altre venticinque e decide per un'altra strategia narrativa, che gli corrisponde di più: non riscrive le fiabe prescelte, sa di non essere Gaiman o Pullmann, ma lavora per sottrazione, ossia inventa come al solito un'architettura leggera: ne tira fuori solo le parti che in qualche modo corrispondono alla sua illustrazione. O forse si potrebbe dire meglio: ne estrae solo quella parte, capace di rappresentare la fiaba per intero, e che per questo diventa per lui spunto ideale per creare l'immagine. 
Quel che ne nasce è un libro possibilmente ancora più interessante. 
Non solo perché le fiabe adesso sono settantacinque, e quindi anche le magnifiche sculture di corredo, ma perché in quel silenzio che si avvolge intorno alle due o tre frasi di ciascuna si nasconde un intero mondo da esplorare. 
La cosa che succede è che la fiaba non c'è, ma c'è la sua evocazione. 
E non a caso è lo stesso Shaun Tan che suggerisce ai suoi lettori di accettare la sfida e usare quelle poche parole come spunto di partenza per la creazione di un proprio racconto.
Un gioco non troppo dissimile da quello che fece Chris Van Allsburgh con Le cronache di Harris Burdick, altro libro - capolavoro, al pari di questo.
La magnanimità dell'editore australiano che lo ha pubblicato nel 2015 è stata quella di mettere in coda al libro settantacinque brevi sinossi che non superano mai le dieci righe. 
Inoltre Allen and Unwin concorda sulla scelta di prendere in squadra Neil Gaiman e Jack Zipes, nel frattempo diventati grandi amici di Shaun Tan. Loro costituiscono in questo libro le due sostruzioni imprescindibili quanto solide, che hanno permesso a Shaun Tan di avventurarsi in un terreno tutto sommato, inesplorato, e di poterlo fare con la sua consueta semplicità e profondità.


Non va sottovalutato il fatto che lui, da australiano, era obiettivamente un po' lontano dall'orbita europea dei Grimm. Cenerentola o Raperonzolo lui, all'epoca,  le ha conosciute solo attraverso le trasposizioni cinematografiche disneyane. 
Così è successo che Zipes si è preso l'incarico di fare luce sulla vicenda letteraria dei due fratelli e della loro raccolta - credo di non sbagliare dicendo che è il massimo esperto vivente dei Grimm; Gaiman invece - che è nello stesso tempo uno dei massimi scrittori viventi - si è assunto il compito di riflettere sul senso che la tradizione del racconto popolare o della fiaba abbia in una prospettiva antropologica. Nel mettere in fila una serie di incontrovertibili fatti, dà senso al grandissimo lavoro di Shaun Tan. Ne nota la capacità di essere nel contempo straniante e accogliente, di essere parsimonioso di parole e anche di forme. Un po' come succede nelle fiabe stesse: pochi tratti per definire i protagonisti. Di fatto sono i dettagli a dare spessore. 


Per essere chiari: Il sarto era un uomo bello e piccolo, sempre allegro e di buon umore [...] 
Però il calzolaio non sapeva stare agli scherzi e fece una faccia accigliata come se avesse appena bevuto dell'aceto. 
Ad evidenza realizza con una curva l'incedere e con un'altra curva le due opposte espressioni.
Ecco fatto!
Giustamente, a tal proposito, Gaiman nota il valore primordiale che hanno i testi delle fiabe e quindi sa perfettamente che ogni raffigurazione delle stesse porta con sé anche il suo limite.
Per questo, di Shaun Tan apprezza la capacità di togliere, riassumere, di sintetizzare in un gesto, in un dettaglio il senso ultimo del tutto. 
A tal proposito, suggerirei di guardare il lavoro fatto da Negrin quando ha illustrato le molte fiabe, da quelle siciliane a quelle danesi, per Donzelli. Delle poche prescelte, ha sempre tirato fuori una suggestione e non una descrizione di personaggi o fatti. Anche lui ha scelto la strada di evocare lo spirito dell'intera fiaba e non altro. 


Ma torniamo a Gaiman. Di queste singole immagini lo affascina la qualità tattile, nonostante la loro bidimensionalità. Il desiderio che lui esprime - e che tutti provano nello sfogliare il libro - è quello di poterle tenere in mano, toccare. 
Ed è forse questa il filo comune che tiene insieme queste magnifiche settantacinque perle. 
Due cose sono a mio parere importanti da sapere. 
La prima: Shaun Tan finalmente si riconnette con la sua infanzia appassionata per la scultura (molto più che per il disegno o la pittura...). Tornano a galla i suoi ricordi di bambino levigatore di pietre, con l'intento di riuscire a cogliere una figura all'interno di una forma già data, quella della pietra che ha in mano. 
Quasta condizione gli ha insegnato a lavorare sulla semplicità, sul profilo evocativo. 
La seconda cosa ha a che fare con la scultura precolombiana e con quella inuit, che nei suoi viaggi ha avuto modo di conoscere e apprezzare.
Il fatto che indubitabilmente le due tradizioni si assomiglino nonostante la distanza è per Shaun Tan motivo di riflessione: l'arte dei primordi condivide qualcosa con le fiabe, che sono quanto di più diffuso al mondo ci sia. In fondo l'arte primitiva e le fiabe sono espressione di un archetipo
Il loro essere straordinariamente semplici e allo stesso tempo molto evocative, ha fatto il resto, nel ragionamento di Tan. 
E il risultato è questo libro pazzesco. 

Carla 

Noterella al margine. Va da sé che Shaun Tan nel 2015 ha messo in mostra a Melbourne le sue sculture. Ma siccome l'allestimento non è stato affatto semplice all'epoca, adesso è semplicemente impossibile riproporlo. Sculture a tutto tondo, non più alte di 40 cm, realizzate con materiali diversi: carta, argilla, vernice, cera, zucchero, sabbia, spago, fil di ferro, ramoscelli, fiori, bacche, tessuto, chiodi, legno, decorazioni da dolci... 
Quindi chi le ha viste allora, sappia di aver vissuto una esperienza irripetibile. Accidenti!

venerdì 1 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LE MILLE E UNA STORIA

Vorrei un'altra storia, Rascal, Michel Van Zeveren (trad. Tanguy Babled)
Babalibri 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"'E se ti raccontassi una bella storia, Carola? Una storia dolcissima per dormire tranquilla.' 
'D’accordo, papà, ti ascolto...' 
'C’era una volta un grazioso unicorno di nome Rosamundo. Era delicato come una carezza. 
Questo bell’unicorno viveva su un magnifico arcobaleno e...' 
'Ti fermo subito, papà! È un NO, NO, NO categorico! 
Ormai sono grande per le storie sdolcinate!'" 

Ed è vero. 
Sdraiata sul letto, nella sua salopette di jeans, altro che pigiama, Carola ha un tablet in mano. 


Biondina, dal piglio volitivo, apostrofa suo padre avvisandolo di non essere più disposta a sentire storie con bacini e cuoricini. Con grande sicurezza lo mette di fronte a un incontrovertibile fatto: se lei fosse stata maschio, lui mai e poi mai avrebbe esordito con una storia dolcissima e piena di unicorni e arcobaleni.
O no? 
Così l'unicorno esce di scena. 
La seconda proposta, quella storia del lupo famelico che non mangia da tre giorni e ronza intorno a un gregge di pecore, ha un altro difetto: turba la sua sensibilità. La notte potrebbe ricomparirle davanti la scena di una strage... 
Via, dunque, lupo e (quasi) tutte le pecore escono dalla ribalta. 
La terza storia, con la solita principessa strabella, strabionda, strastanga non va per altrettanti ovvi motivi... 
La storia dell'orco confligge con il suo recente vegetarianesimo... 
Insomma si prospetta una serata tutta in salita per quel giovane padre, volenteroso ma decisamente démodé nella scelta delle storie da raccontare alla figlia. 
A meno che... 

Ribelle, fin nella scelta del suo nom de plume, Rascal, nasconde - neanche troppo - tutto il suo modo di leggere il mondo nel suo personaggio Carola. 


Controcorrente, annoiata dalla solita tiritera, è in cerca di esperienze significative. Un po' come lo stesso Rascal racconta della sua infanzia scolastica: nulla dei programmi ministeriali lo interessava davvero, lui avrebbe voluto saper costruire una sedia, suonare uno strumento o usare correttamente un trapano, preparare il pane, fare un erbario, non far impazzire la maionese...e poi conoscere bene la poesia e la pittura a olio.... 
Amante di Prevert - il suo anarchismo dolce - e grato al suo professore in accademia che fu per lui quanto di meno pedagogico ci si potesse aspettare, Rascal comincia come disegnatore di manifesti per il teatro e di copertine poi approda al libro illustrato per i più piccoli. 
Fondamentale e illuminante il suo incontro con l'opera di Tomi Ungerer. 
E a ben vedere questa ragazzina potrebbe essere la stessa rapita dai Tre briganti... Stesso stile, e stessa grinta. Stesso rispetto per il lettore, stesso gusto di dire le cose come stanno, senza infingimenti, senza fiocchi e nastrini colorati... 
I bambini sono persone che non si lasciano ingannare dalla durezza del mondo, dalla sua complessità. Mi verrebbe da dire: chiedete a Carola, la quale pare saperne un bel po' di come va il mondo. 
Ma, tornando alla cursus honorum di Rascal, tutta la sua carriera, continua lui stesso a raccontare, è farcita di incontri importanti e tutti molto diversi tra loro (il suo catalogo di collaborazioni con i nomi più prestigiosi è stellare!). 
L'unica costante è quella di indirizzare ciascun testo a un determinato nome e non affidarlo al caso o alla scelta dell'editore. E questo modo di creare libri risulta molto evidente anche qui, in Vorrei un'altra storia


Mi pare sotto gli occhi di tutti il contributo che Michel Van Zeveren porta al racconto: senza i suoi disegni tutto si affievolirebbe di un bel po'. 
E lo stesso Rascal, a tal proposito, afferma che l'ispirazione non nasce solo dentro di sé, ma anche immaginando come l'illustratore potrebbe tradurre in immagine quel testo. 
Allora, visto che la storia ha questo tono così ironico, scegliere Van Zeveren è stata una scelta naturale. O forse è andata esattamente nel senso opposto? Poco importa. La cosa fondamentale è che la doppia voce che questi due hanno saputo così bene armonizzare, pagina dopo pagina sia sempre più convincente.
Ironico, esilarante, monello, Van Zeveren comincia fin da subito a ritagliarsi un suo ruolo e a raccontare per immagini ciò che il testo tace. 
A parte le pecore che sono fin da subito termometro di una incandescenza emotiva che si percepisce nell'aria. A parte questo, fin dalla prima doppia pagina costruisce un vero e proprio palcoscenico. 
Elementi fissi, o quasi, a sinistra, mentre a destra, intorno alla porta della stanza, crea ogni volta un tipo di contesto diverso: dall'arco dell'arcobaleno (i rami rosa della scena del lupo già si intravedono), fino all'arcatella gotica per la principessa che, per incanto, si trasforma poi in un portone in muratura a grandi bugne, con annesso tombino fumante, da cui a fatica spunta il testone dell'orco, fino ad arrivare in Cina con le sue ombre...
 

La scena finale, che appare dopo l'apoteosi del testo che è una pagina prima, diventa a sua volta l'apoteosi del disegno che, facendo schiantare dal ridere, tronca alla radice ogni possibile deriva mielosa... 
Geniale.

Carla

mercoledì 2 ottobre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DI ORSI, PRINCIPI E FUMETTI


La saga degli Orsi Nani del fumettista Émile Bravo torna di nuovo disponibile grazie alla casa editrice Logos che dall’estate del 2023 sta ripubblicando i titoli usciti più di dieci anni fa per Bao Publishing.
I protagonisti sono sette orsi nani che hanno delle caratteristiche a ben vedere molto affini alla loro natura di orsi: hanno uno spirito molto pratico, sono schietti, diretti, e cercano sempre di tornare il più velocemente possibile a una situazione di quiete e di riposo (o di pancia piena, come nel caso di La grande fame dei sette orsi nani). 

© Emile Bravo, La bianca addormentata e gli orsi nani, #Logosedizioni

Nel caso di La bianca addormentata e gli orsi nani, gli orsi si ritrovano, con molto disappunto, con una piacente ragazza che cerca di entrare nella loro casetta. La sciagurata racconta loro della sua matrigna cattiva che la vuole uccidere e chiede di essere accolta dai gentili orsi: 
“Farò tutto ciò che vorrete…”, prega la preoccupata principessa. 
“Le pulizie?” chiede uno degli orsi 
“Eh? Siete fuori di testa? Sono una principessa, io…” 
Parte così la ricerca del famigerato principe azzurro per togliersi da casa la principessa fannullona. 
Nel bosco il piccolo orso incaricato trova improbabili pennuti, castelli illuminati, ma soprattutto molti principi: uno che ha appena lasciato un ballo, uno bruttino che chiede di essere baciato, e poi anche una fata madrina bellissima ma dal carattere irascibile. 
La conclusione della fiaba, naturalmente, sarà alquanto originale. 
Due cose mi sono venute in mente leggendo (e ridendo nel contempo) il fumetto di Bravo. 
La prima è l’importanza dei fumetti come prime letture, e allo stesso tempo la fatica con cui si vendono fumetti in Italia in quanto prime letture. 
Negli anni passati sui fumetti si sono formate schiere di quelli che oggi vengono chiamati i ‘grandi lettori’, anni in cui, paradossalmente, c’era molta scarsità di ‘libri con le figure’. 
Oggi invece che i bambini e le bambine nuotano in un mare di proposte di albi illustrati, il fumetto non è ancora riuscito a fare da ponte tra questi e la categoria di romanzi definiti ‘prime letture’. 
Eppure il fumetto di Bravo è un ottimo esempio per capire perché questa categoria di libri andrebbe fatta entrare nelle scuole e nelle case con gran velocità. 
Andiamo così al secondo punto a cui ho pensato e che caratterizza questa serie di piccoli libri intitolata appunto Le mirabolanti avventure dei sette orsi nani
La caratteristica più avvincente della serie degli orsi nani è la miscellanea di personaggi famosi di fiabe altrettanto famose che si incontrano nelle pagine e che si susseguono senza sosta. 

© Emile Bravo, La bianca addormentata e gli orsi nani, #Logosedizioni


 
© Emile Bravo, La bianca addormentata e gli orsi nani, #Logosedizioni


In una forma di parodia, il racconto procede evidenziando caratteristiche dei personaggi in modo estremamente buffo: la fata madrina isterica, il principe ingessato di Cenerentola, i tre porcellini preoccupati dei soldi, eccetera. In questo carnevale di fiabe, in questo continuo passaggio del buono a cattivo e viceversa, gli orsi nani appaiono gli unici esseri di senno, preoccupati di liberarsi il prima possibile di questi scriteriati famosi delle fiabe, per tornare alla loro quieta realtà. 
Un bambino o una bambina che sta uscendo, non solo metaforicamente, dal mondo delle fiabe, che sta imparando a leggere in autonomia, a volte anche con molta fatica, non può che sentirsi premiato leggendo un fumetto che gli permette di non abbandonare ancora completamente la parte figurativa e allo stesso tempo di affrontare una tematica ‘adulta’ qual è quella della parodia e, ancor più in profondità, dell’ironia. 
In forma di albi illustrati molti autori hanno utilizzato questa formula dell’ibridazione e del mescolamento di fiabe famose: dallo Shrek di Steig, alla trilogia del coccodrillo di Mario Ramos, ai cartonati di Matthieu Maudet. 
Il passaggio alla forma del fumetto affina quest’arte della parodia che premia il sapere del lettore – i bambini sanno chi sono i personaggi – capovolgendo e stravolgendo le carte. 
I bambini diventano così grandi, perché leggono in autonomia, e ridono di ciò che avevano letto coi propri genitori, pronti a prendere il largo verso altri lidi. 
(Una chicca mi è venuta in mente scrivendo degli orsi nani: su Piccola Radio, i podcast di Radiotre per i più piccoli, c’è questa chicca che si intitola Chi ha rapito cappuccetto rosso? scritta da Italo Fasan (guarda caso anche lui fumettista) nel 1966 e interpretata da grandissimi attori tra i quali Vittorio Mezzogiorno. E’ un giallo in cui tutti i personaggi delle fiabe si mobilitano alla ricerca della scomparsa Cappuccetto. E’ divertentissima, e se siete in coda in auto, vi può pure aiutare a passare il tempo.)

Valentina 

"La bianca addormentata e gli orsi nani", E. Bravo (trad. F. Regattin), #Logosedizioni 2024

venerdì 30 agosto 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A VOLER CONTARE LE COSE INTERESSANTI

Una storia troppo corta, Davide Calì, Marianna Balducci 
Edt Giralangolo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"C’erano una volta 3 porcellini. 
Venne un lupo e uno dopo l’altro se li mangiò. FINE 
Che storia corta. La voglio più lunga! 
C’erano una volta 4 porcellini. 
Venne un lupo e uno dopo l’altro mangiò i primi tre. Poi mangiò anche il quarto, ma per quello ci mise un po’ di più perché era più grasso. FINE. 
Ma è sempre corta! Devono capitare delle cose!" 


I porcellini diventano 5, ma il lupo se li mangia, con dedizione, uno dopo l'altro. L'unica variante è la festa di carnevale che ha luogo nel bosco accanto. 
Protesta formale da parte dell'ascoltatore e lieve disappunto per questa intrusione carnascialesca. Quando i porcellini diventano 6 si scoprono le loro singole attitudini: ce n'è persino uno che sa andare sullo skate, circostanza che però non lo salva dalle fauci del lupo. 
Protesta formale da parte dell'ascoltatore e lieve perplessità sulla questione skate che in verità avrebbe dovuto metterlo al sicuro. 
I porcellini diventano 7 e prendono i colori dell'arcobaleno, ma nonostante questo il finale è tetro: nero, addirittura. 
Solita protesta formale. 
Quando diventano 8... no non diventano otto, ma direttamente 11: quanti ne servono per formare una squadra di calcio. Finale della partita 0 a 0 e lupo a pancia piena. 
Protesta formale. 
I porcellini aumentano: diventano quante sono le lettere dell'alfabeto della tastiera: quello completo di j,k,w,x e y! Ma niente. 
E così, si va avanti di decine e di centinaia e di cifre a tre zeri, tra una protesta formale e l'altra perché le storie che la misteriosa voce fuori campo racconta non superano mai le quattro righe di testo. Oltre a finire tutte immancabilmente in una gran carneficina. 
Finale a sorpresa. 

In questo libro, che si appoggia comodamente su una trama che tutti conoscono, succedono diverse cose interessanti.
A prescindere dal fatto che si rende necessaria lettura condivisa tra un grande e un piccolo.
A prescindere dalla scelta vincente di Calì di far ridere tutti, con il meccanismo di rilanciare sempre un po' di più, creando un crescendo sempre più esagerato che decolla verso assurdo. E di farlo chiamando dentro il bambino ascoltatore, che protesta dopo protesta, può fraternizzare con la voce che pretende di essere accontentata.


Le cose più interessanti io le trovo nelle pieghe. 
La prima è di nuovo nel testo: ovvero la capacità di chi scrive di mettere a disposizione di chi poi sarà lì a illustrare un bel po' di spazi di silenzio e nel contempo un bel po' di ganci a cui eventualmente appendersi con le proprie figure. In questo senso le cifre che Calì snocciola hanno tutte un preciso senso che serve a lui per costruire la pur esile trama, ma nello stesso tempo alludono a contesti che Balducci potrebbe, se vuole, seguire come sentierini da percorrere. 
I numeri 26 con allusione all'alfabeto, il numero 29 con riferimento a un calendario, il 101 con il suo collegamento cinematografico, sono esempi di questo bel modo di costruire la storia. 
L'altro fatto interessante è nel disegno, che compete altrettanto allegramente con il testo. 
La cifra della Balducci qui si riconferma. La commistione di fotografia di oggetti e il disegno che si aggiunge, sono l'espressione di quel suo sguardo originale sulla forma delle cose. Lei le reinterpreta spesso e volentieri attraverso un segno o una pennellata che si aggiunge, e questo rende la risultante finale inaspettata, e spesso divertente. 
In questo suo modo di lavorare, non so quanto consapevolmente, Balducci sa farsi apprezzare - altra cosa nelle pieghe - da tutti gli osservatori attenti, adulti compresi. L'aver capito che la qualità di un albo illustrato la si ottiene anche e soprattutto sapendo parlare, ovvero avendo cose da dire, a grandi o piccoli, è quindi siamo a tre cose interessanti. 
Altro motivo degno di nota è il fatto che Balducci sappia prendersi il suo spazio, quello dell'illustrazione, senza cederne neanche un cincino di troppo al testo. 


Intendo dire che quel pallottoliere, fino a che l'oggetto in sé glielo permette e poi solo le sue palline, che lei non lo fa mai uscire di scena e che diventa appunto il suo personale palcoscenico in cui muovere i porcellini, è tutta farina del suo sacco. 
Con questa sicurezza che compare fin dalla prima illustrazione Balducci fa la quarta cosa interessante, ovvero decide di volta in volta a quale gancio di Calì appendersi e a quale no. Per esempio i 101 porcellini non risentono del riferimento alla ben più nota Carica, ma offrono un divertente repertorio di comparse in attesa di scrittura. Quindi lei sa perfettamente di poter decidere di raccontare tutto quello su cui sapientemente Calì tace. E lo fa. Con molto gusto, si direbbe. 
A questo proposito i dettagli diventano la chiave di lettura di molte tavole. Dal ritratto di Calì nei risguardi in poi. Per esempio le singole soluzioni che trova quando si parla di arcobaleni o quando si gioca sui mesi di febbraio negli anni bisestili oppure ancora quando decide di 'interpretare' la lista di nomi dalla A alla Zeta che Calì mette giù.


O ancora quando, lasciandoci nel dubbio su quello che stiamo vedendo, racconta a modo suo la raggiunta sazietà del lupo. Siamo di fronte a un estremo atto di gentilezza del maialino azzurro o a uno di assoluta perfidia? 


Mi augurerei si tratti di sana vendetta, di certo è la quinta cosa interessante!

Carla

Noterella al margine. Come in ogni buona somma, se le cose dovessero essere andate tutte al contrario, ovvero essere stato Calì ad aver scritto il suo testo sulle immagini della Balducci, il risultato finale non cambierebbe. 

lunedì 26 agosto 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LE VIE DELLA RISCRITTURA

Il lupo cattolico e altre storie, Alex Pardi 
Marcos y Marcos 2024 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"'Ciao' disse 'E tu chi sei?' 
Il lupo che era ancora sovrappensiero e comunque non era abituato a tanta disinvoltura, fu colto di sorpresa. 
'Io? Io sono il lupo catt...' iniziò a dire, ma riuscì a mordersi la lingua, proprio all'ultimo, tossì un paio di volte, e continuò: 'Cattolico. Sì sono il lupo cattolico'. E fece un bel sorriso. 
'Oh!' disse Cappuccio. 'Un lupo religioso! Forte!' 
'Già!' disse il lupo." 

Come vuole la consuetudine, fu poi il lupo a chiedere alla bambina chi fosse e lei con assoluta sicurezza e anche un po' di fierezza, rispose che il suo nome era Cappuccio e non era più una bambina. Stava andando da Nonna Lea a portare due focaccette e soprattutto a fare rifornimento di marmellata di cipolle di cui era ghiottissima. Tutto questa storia che Cappuccio raccontò in poche parole prima di andarsene per la sua strada, fece venire in mente al lupo la ben più nota fiaba e quindi indicò a Cappuccio una scorciatoia, ma lei non lo ascoltò nemmeno. Fu lui a decidere di seguirla e poi di superarla al momento opportuno per arrivare prima di lei e fare pranzo con la nonna e poi merenda con Cappuccio in persona. E mentre - faticosamente, molto faticosamente - cercava di arrivare a destinazione (ma dov'era mai questa casa della nonna?), elaborava il suo piano e si esercitava a imitare la voce della ragazzina per prendere in castagna la nonna e farsi aprire. Non servì perché quando arrivò, la nonna gli aprì la porta e Cappuccio - che nel frattempo era già arrivata e l'aveva aiutata a spaccare un po' di legna - nel vederlo lo riconobbe  - Ciao! Nonna, lui è il lupo cattolico!
E lui, nel suo nuovo ruolo, cosa avrebbe potuto rispondere se non un classicissimo Sempre sia lodato

Ecco. Quando qualcuno ha una bella idea, è sempre cosa buona e giusta segnalarla. 
A me pare che Alex Pardi, dietro al suo lupo, qui abbia avuto un bel guizzo, trasformando, con una arguta capriola di senso, il catt di catt-ivo in un molto meno pericoloso (?!) catt-olico. E poi, giustamente, gli è andato dietro. Quindi il lupo che lui racconta, già un po' in disarmo di suo, è ancora furbetto, ma deve adattarsi alla circostanza e da feroce predatore si trasforma un mite pastore di anime, nonché in un valente giocatore di carte. Contento di avere finalmente compagnia e buone amicizie, ogni settimana si ripresenta tutto azzimato e con qualche regaletto per nonna e nipote per giocare con loro a grattanaso, strozza e coppino. 
Le vie del signore e della scrittura sono infinite. 
Come infinite - o quasi - sono le riscritture delle fiabe. 
In questo tipo di storie, tuttavia, la differenza tra il buon artigianato e il bel libro la fa l'originalità del punto di vista e naturalmente la qualità dello stile. 
Direi che Alex Pardi qui ha dimostrato, almeno nella maggioranza dei casi, di saper essere all'altezza. 
Nelle sei fiabe rivisitate (in verità alcune sono costruite non su fiabe precise ma su archetipi che a quel mondo appartengono, i draghi, per esempio) lui ha fatto una scelta di campo e di sguardo: divertirsi e divertire.
Gioca con le parole - dal cattolico del lupo ad Anselmo e Greta con la loro pasticciera strega, nonché ufficialmente zia ricca - e, più in generale, con la nomenclatura di personaggi e luoghi che spesso e volentieri fa davvero ridere. 
Ma gioca e si diverte anche con il senso più profondo che a ogni racconto vuole dare. E anche in questo l'ironia continua a essere la sua cifra. 
Sebbene non sempre con lo stesso risultato, Pardi nella maggioranza delle storie ha saputo trovare un suo originale nodo di senso, rielaborando quello di partenza, e ribaltandolo per dire qualcosa di più denso. 
In sostanza, ne Il lupo cattolico e altre storie, come in ogni buona fiaba, pur con quella cercata vena ironica che le attraversa, continuano a fare luce sulle pochezze e sui vizi dell'umano genere. Necessariamente, tutto intorno, Pardi ha dovuto costruire anche molto altro, allontanandosi di fatto dal canone originario, ma sapendo comunque mantenere della fiaba il linguaggio, nonostante lunghezza e complessità delle sue trame.Tutti i suoi personaggi, diciamo così, originali hanno un loro senso di esistere nel plot, ma sono capaci anche di mantenere un loro habitus tipico, ovvero quel loro essere simboli, icone fuori dal tempo: penso ai vari re e regine, conti e contesse, alla sindacalista Bianca, al coraggioso Arturo o ai naturalisti Camillo e Nasturzia o al generoso e balbuziente Saverio. 
Così di fiaba in fiaba, di archetipo in archetipo, chi legge riconosce, tra un sorriso e una risata, quel che c'è da riconoscere. E, nel frattempo, può decidere di andare anche oltre. 
Ed è proprio in questo oltre mi pare di cogliere un'altra scelta di Pardi: una voluta attenzione e stima nei confronti di una categoria umana che più di altre nelle sue storie brilla. I bambini che, come in ogni fiaba classica, stanno lì a cimentarsi e soprattutto a sfidare e superare gli ostacoli (qui anche le convenzioni e certi stereotipi) del mondo degli adulti, in particolare di quelli che decidono per loro e che comandano, cioè quasi tutti. 

Carla

venerdì 12 aprile 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AL CANTO DEL NEGRIN 

Al canto del gallo, Fabian Negrin, Mariachiara Di Giorgio 
Edizioni Corsare, 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Tra un re e quello successivo, trascorrevano anni in cui a regnare erano soltanto il caos e la confusione, la rovina e lo scompiglio. 
Nell'attesa che i galli si mettessero d'accordo e annunciassero il nome del re, non c'era nessuno a ordinare la riparazione dei lampioni stradali o a deliberare la raccolta delle foglie secche che otturavano i fossati per lo scolo dell'acqua piovana, cosicché fango e sudiciume rendevano impraticabili le strade buie. 
I marciapiedi formicolavano di topi e topilavano di formiche che rosicchiavano la spazzatura che nessuno raccoglieva." 

Usanza strampalatissima quella di quel regno chissaddove in cui a ogni morte di sovrano erano i galli - non uno ma tutti all'unisono - a decretare il nome dell'erede al trono. 
Le possibilità che si accordassero per cantare lo stesso nome era bassina, vicina allo zero. E infatti per lunghi periodi, senza governo, tutto andava a scatafascio: lupi e tigri si aggiravano indisturbati per le strade. 
Il cattivo odore penetrava fin nelle case, non c'era legna per far fuoco, nei campi le coltivazioni marcivano e le scimmie si nutrivano indisturbate di mango e guanabana, mentre i malati non li curava più nessuno perché medici e infermieri non ricevevano stipendio da mesi e quindi scioperavano... 
Quando questa terribile situazione stava per raggiungere il suo estremo, allora qualcuno invocava per sé la corona, giurando al mondo di aver sentito chiaramente cantare i galli il suo nome, fosse Roberto o Carlo poco importa. Nascevano così le fazioni dell'uno e quelle dell'altro che se le davano di santa ragione fino ad arrivare alle armi pesanti, persino la dinamite! E alla fine uno dei due cedeva e l'altro governava su un popolo decimato. 


E così per qualche tempo tutto si rimetteva a posto. Si ripulivano le strade del regno, la gente tornava a lavorare, i malati guarivano, i campi erano di nuovo rigogliosi, le lavandaie sbiancavano nuovamente le tovaglie da mettere in tavola e i fornai rifacevano il pane da metterci sopra. Ma durava finché il sovrano restava in vita. E poi tutto ricominciava come prima... 
No, quando morì Carloberto I qualcosa effettivamente cambiò. 

Negrin alle tastiere e Di Giorgio ai pennelli, su uno stesso libro. Ah, beh beh... parecchio interessante.
Andiamo in ordine di altezza e partiamo da Fabian Negrin che scrive un testo che molto gli corrisponde: una buona idea di partenza, una bella metafora che tutto contiene, un bel gusto per il crescendo, il suo senso dell'ironia, il divertimento nel giocare con le parole, una punzecchiatina politica, un trionfatore finale, scelto nella categoria umana che lui preferisce. Di più non si può dire... 
Di rado, forse un'unica volta, Negrin ha affidato i suoi testi a illustratori che non fossero lui medesimo. Questo perché è un assoluto maestro nell'intrecciare alla perfezione le due lingue che conosce e parla a meraviglia: la scrittura e il disegno. Concepite in un'unica testa, anche con toni tra loro molto diversi, le due lingue si sono sempre molto ben armonizzate tra loro. E i risultati tutti li conoscono. 
I suoi testi illustrati da altri, a quel che mi consta, compaiono solo ne Il mondo invisibile e altri racconti, uno dei più bei libri di sempre. 


Qui accade di nuovo. La ragioni potrebbero essere varie: troppo lavoro e poco tempo, oppure la voglia di mettersi alla prova nel non fare quello che ha sempre fatto, oppure una richiesta di maggiore novità da parte dell'editrice, oppure ancora potrebbe essere un gesto simbolico per dare 'ufficialmente' merito a un talento. Un talento, quello di Mariachiara Di Giorgio, che libro dopo libro, da qualche anno si andato consolidando un bel po'. Una sorta di incoronazione (!), cresima, attestato... alla sua incontestata bravura. Come se ce ne fosse bisogno. 
Siano quali siano le ragioni che hanno portato Al canto del gallo a essere quello che è, poco importa. La cosa che appare evidente è che entrambi si sono presi il loro rispettivo spazio per dire e per divertirsi. 
Il dire: entrambi hanno detto tanto. 
Da un lato un testo che ha la cadenza della fiaba e come questa necessita di un respiro maggiore rispetto al discorso asciutto di un albo, un testo che ha voglia di dire qualcosa sul malgoverno. 


Dall'altra le figure di chi ha una gran voglia di disegnare il più possibile. Di riempire lo sguardo dei lettori con immagini anche molto diverse tra loro: scene di giorno, di notte, tavole grandi e dettagli minuti, soluzioni curiose, adulti e bambini, animali -topi grandi e tigri medie- ricchi e poveri, gente che corre e ragazzini che si squadrano, scorci di architetture.


Persino i riflessi nelle pozzanghere si riempiono di figure e dicono cose. 
Il divertirsi: entrambi si sono tolti il gusto di giocare. Il proverbiale 'sense of humor latino americano', altro che inglese, di Fabian Negrin è uno dei suoi marchi di fabbrica. Come mi è capitato di notare altrove, la circostanza che l'italiano non sia la sua lingua madre, sebbene lo parli meglio di molti autoctoni, gli permette di vedere nelle parole "ironie" su cui gli italiani passano noncuranti: i marciapiedi che formicolano di topi e topilano di formiche, è esemplare. 
Si è divertito nella capriola del finale, si è divertito a privilegiare i non privilegiati, e a far trionfare chi storicamente non trionfa mai, si è divertito a esagerare sempre tutto almeno un po' e sempre un po' di più, si è divertito nel trovare le ricercatezze della lingua delle fiabe... 
E Mariachiara Di Giorgio, invece di trovare una voce unica, si è divertita a trovarne cento diverse. Ha giocato spesso e volentieri con le possibilità che il testo le dava, ma si è anche divertita a dire a modo suo quel che il testo tace. E a giocare tra le ombre dei secondi piani e la nettezza del primo piano: dietro una battaglia all'ultima padella, davanti un ragazzino e una ragazzina con lo sguardo da OK Corral. Si è tolta il gusto di disegnare tutto il movimento possibile: dalle pozzanghere ai pennuti, dalle tovaglie al vento alla gente che va e viene. 
Si è divertita con il buio e l'ombra e con la luce e anche con la luce nel buio e la luce nella luce, mostrando quanto è in grado di fare. 


E poi mi pare si sia divertita a citare i grandi maestri del passato e anche un po' se stessa, per esempio in quel coccodrillo in fila per entrare a qualcosa di molto simile al pronto soccorso del Fatebenfratelli all'Isola Tiberina. E anche forse a scherzare con i lampioni e la luna e il suo suggestivo quanto improbabile riflesso... 
Ma si sa, i giochi con la luna li hanno fatti i più grandi (Sendak rules). 

Carla

venerdì 19 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

COSI' DOVREBBE ESSERE 

Streghetta Nocciola. Un anno nella foresta, Phoebe Wahl 
(trad. Libreria Radice Labirinto) 
Il Castoro 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Un pomeriggio, mentre Streghetta Nocciola stava tornando a casa, trovò qualcosa di insolito. Un uovo abbandonato! pensò la piccola strega. 
Aspettò un po' per vedere se qualcuno sarebbe venuto a reclamarlo. Poi, decise di far rotolare l'uovo fino a casa sua. 
Dopo averlo osservato, ascoltato e avergli dato qualche colpetto, Streghetta Nocciola costruì un nido per l'uovo vicino al fuoco e andò a letto." 

Al risveglio l'uovo si era rotto e ne era uscito un pulcino. Un pulcino di gufo che aveva anche già un nome. Come capita a quasi tutti i piccoli, diventò grande in men che non si dica. Addirittura troppo per la piccola casa di Nocciola. Il gufo quindi andò a vivere all'esterno, sul tetto. E lì cominciò a fare le sue prime prove di volo e planata. Finché una notte, ormai sicuro di sé, portò anche Nocciola a farsi un bel giro. 
Di lì a poco, in un'altra bella notte buia un altro gufo si affacciò e si mise ad aspettarlo ai margini della foresta. Partirono insieme e quando, il mattino dopo, la piccola Nocciola gli portò la colazione come al solito, lui non si presentò. Lei capì, lanciò un bacio verso il cielo e pensò che sarebbe stato bello un giorno rincontrarsi. 


Con l'arrivo del bel caldo estivo nel bosco Nocciola è combattuta tra il dovere e l'ozio, mentre l'autunno porta scompiglio e paura diffusa nel bosco, ma anche un interessante nuovo incontro mentre l'inverno la vede sempre in giro per essere d'aiuto agli altri abitanti, ma quando una tormenta di neve le cancella la strada verso casa è lei ad avere bisogno di qualcuno. Che arriva dal cielo e così il cerchio si chiude.

Quattro storie che hanno per protagonista questa minuscola e rotondetta piccola strega, molto simile a una nocciola, effettivamente. 
Questo libro è pieno di bellezze, davvero tante. 
Si può provare a snocciolarne alcune. 
La più evidente è la tantezza o tantitudine, ossia c'è proprio tanta ma tanta roba dentro. Così tanta che il formato del libro, già bello grande, fatica a contenerla tutta: persino i risguardi sono fitti di cose da vedere, di informazioni da raccogliere: una mappa per orientarsi. 
Il disegno è tanto: grandi e pieni di dettagli. 


I colori sono traboccanti. Belli, pastosi, suggestivi. I cieli notturni sono pieni di scuro, e le giornate estive sono piene di chiaro. Le notti e i cieli all'imbrunire sono velati di blu. La nevicata notturna che si fa tormenta può definirsi esemplare. 
Tantissimi sono anche i dettagli che movimentano le tavole: gli interni delle case che Nocciola visita nel suo consueto giro di compiti da svolgere sono una continua scoperta per gli occhi. 
I personaggi sono innumerevoli. Brulicano, ognuno a suo modo, ognuno con le proprie attività, nel tessuto di un bosco, di un ruscello, di un lago. Conigli appena nati alla pesa, topi che navigano, rane che timonano e nell'aria volano libellule e creature fantastiche. Ciascuno ha una sua caratteristica peculiare che lo rende riconoscibile. Il piccolo troll su tutti. 
Tanta è anche lei, Nocciola, felicemente e orgogliosamente rotonda: nelle mezze stagioni con i pantaloni a righe e con il suo maglione invernale con le greche, quando fa caldo con la sua camicetta a maniche corte e una salopette verde che può essere arrotolata alla bisogna. 


Camicia da notte di altri tempi, grembiule per casa, votata a non sottomettersi alla tortura della depilazione (lì ho trovato la conferma al sospetto che Phoebe Wahl era una che aveva un bel po' da dire e soprattutto che aveva un bel modo per dirlo), Nocciola è sempre lì a fare cose e le sue guance rubizze e le sue trecce mai perfette lo attestano con grande evidenza. 
Pattern ovunque: dalle cortecce degli alberi ai motivi geometrici di coperte e lenzuola, dal piumaggio di Otis alla brina delle foglie. Gioia! 
Altra grande bellezza è la libertà espressiva che attraversa tutte e quattro le storie. Paginone in cui sono i colori e le forme varissime a dominare su tutto. Sempre un po' impreciso, un po' incompiuto: il segno e il colore tirano dentro il lettore e lo portano un po' qui e un po' là. 
Una grande libertà di scelte compositive: dal fumetto alle tavole a doppia pagina e poi a singola e poi...
Ancora una bellezza sta nella grande varietà di cose che succedono, in un ritmo davvero incalzante che sembra pericolosamente spegnersi, ghiacciandosi sul finale per poi ridecollare alla grande. 
E ultima, ma non ultima, bellezza sta nella grande libertà di pensiero di Phoebe Wahl. Cresciuta senza educazione scolastica, ha scorrazzato libera con sua sorella per otto o nove ore al giorno, per poi concludere i suoi studi d'arte a una delle più prestigiose scuole americane: la Risd!! Tutto questo percorso ha fatto di lei una giovane donna profondamente libera e con una creatività debordante, che l'ha portata a vincere un sacco di premi... 


Cresciuta con un forte senso della comunità, e un grande rispetto per se stessa e per gli altri, Phoebe crea il suo alter ego: Nocciola che parrebbe dunque rappresentare sulla pagina quello che Phoebe pensa nella sua vita vera su questo pianeta. 
Con tutte le sue incombenze, Nocciola deve fare molte cose al giorno, così come Phoebe deve prendersi cura della sua bimbetta piccola H24 per 7 giorni su 7. 
Ed è forse per questo che Phoebe concede a Nocciola la possibilità di gestire il suo tempo e di allontanare, almeno per una giornata, le sue mille cose da fare. In questo senso il racconto dell'estate - Una giornata oziosa - è davvero illuminante.
Una bellezza per grandi e piccoli che leggeranno questo libro insieme. 


Perché è così che dovrebbe essere. 

Carla