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mercoledì 17 luglio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ROCAMBOLESCAMENTE CANE 


È raro che un libro che racconta di tossicodipendenze, di malattia e infine anche di morte, di abbandoni, di povertà e di violenze possa risultare così divertente. (A parte quelli di Marie-Aude Murail che in questo è Maestra). 
Con Vita da cani questo succede. Ed è solo merito di Basse, un cane “con la pancia cascante e gli occhi tristi, e una delle zampe posteriori zoppica un po”
Eccolo qui, Basse, parole sue. 
E poi manco si chiamerebbe Basse perché lui, come pare tutti i cani, si dà dei noni che cambia quando si stufa. Ora in effetti si chiamerebbe Reginald Birger El Nachos Bigdog IV…se solo gli umani certe cose le capissero… 
Comunque Basse (Reginald) è il nostro narratore: simpatico, super ironico, Amico con la a maiuscola, molto saggio, determinato, intelligente e coraggioso, con una imbarazzante debolezza per le coccole ben fatte, per i cuscini comodi e per la pizza quando avanza, ma capace di analizzare ogni situazione seguendo odori (anche la paura ha un odore) ed esperienza di vita, sempre pronto ad affrontare qualsivoglia complicazione. 
Le complicazioni in questa storia sono assai, anzi pare proprio che sulle complicazioni si regga tutta la vicenda. Sulle complicazioni e su Basse (Birger). Credibili o inverosimili, le complicazioni crescono insieme al racconto. 
Il fatto è che Basse (El Nachos) è il cane di un tossico, Kjell il tossico. E Kjell il tossico, per quanto simpatico, è pur sempre un tossico e dunque sta sempre nei guai: un furto, una fuga, una crisi di astinenza, un espediente, un’idea geniale per svoltare che poi tanto geniale non è. Basse (Bigdog IV) è sempre lì pronto a fronteggiare l’imprevisto perché pure quando pare andare tutto strabene, quando sembra rimettersi tutto in equilibrio e si fanno discorsi da adulti consapevoli e quasi sdolcinati, ecco che le cose si complicano nuovamente. 
Ma il vero imprevisto in questa storia è davvero peso: a Kjell e Basse capita uno di quei fatti della vita, di quelli che o abbandoni e ti distruggi per sempre, oppure prendi forza e vai. 
Dunque, una storia che racconta cose per cui ci si aspetterebbero lacrime e disperazione alle pagine pari e condanne e buoni consigli alle pagine dispari e invece gli ingredienti di questa storia sono ben altri: 
1) un quadrupede che è un Amico determinato e sapiente 
2) una voce narrante capace di portare la nostra immaginazione tra le ossa, i peli, il naso e le zampe di un cane. Vista e odorata da questa altezza, la vita può offrire diversi aspetti divertenti. 
3) un intreccio narrativo vivacissimo, a tratti iperbolico ed ecco che questa storia diventa davvero una bella storia. 
Arne Svingen è autore norvegese, molto letto e molto premiato in patria dove ha pubblicato più di 100 titoli, moltissimi per ragazzi. In Italia ne abbiamo visti arrivare tre: Macchia nel 2007 per Salani ma ormai è fuori catalogo, La ballata del naso rotto pubblicato nel 2019 da La Nuova Frontiera junior e ora Vita da cani per lo stesso editore. I due romanzi hanno evidenti punti di contatto: i guai, l’amicizia, le dipendenze, l’ironia. Entrambi sono ben calati in uno spaccato di società assolutamente reale. 
Come molti e molte di coloro che scrivono dal nord Europa, Arne Svingen sa raccontare le esperienze più dure della vita con una leggerezza che non toglie nulla né alla realtà né all’immaginazione. Anzi gli consente una schiettezza di sguardo che altri autori (quelli preoccupati di dare indicazioni su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato) non riuscirebbero a sostenere. 
Per lettori dagli 11 ai 13 anni: una realtà fatta di spacciatori vendicativi e di assistenti sociali troppo ingenue (o troppo sagge?), di fratelli sinceri e di ladri traditori, di bugie improvvisate e di verità che salvano, di madri alcolizzate e di un cane, Reginald Birger El Nachos Bigdog IV anche detto Basse, che è davvero molto molto simpatico. 
Un Amico. 

Patrizia 

"Vita da cani", A. Svingen, trad. di Lucia Barni, La Nuova Frontiera 2024 

lunedì 12 febbraio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN BELL'AFFARE

Madeline
, Ludwig Bemelmans (trad. Alessandro Riccioni) 
Lupoguido 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"A Parigi, in una vecchia casa 
 coperta di edera rigogliosa 
vivevano dodici bambine, in fila per due. 
In fila per due, in mensa a mangiare, 
in fila per due, i denti a lavare. 
In fila per due, in silenzio perfetto, 
in fila per due, e poi subito a letto!" 

Una di loro, la più piccola e la più coraggiosa, si chiama Madeline ed è quella che di più dà filo da torcere alla signorina Irene, l'istitutrice. Vestita come una suora, ma lo sarà poi veramente?, la signorina Irene ha il compito di vegliare sulle dodici bambine. 
Tutte con la loro divisa, con il grande cappello, si muovono all'unisono: sono un piccolo plotone di educande. 
La signorina ha il compito di scandire i tempi delle loro giornate, ne organizza le attività tra le mura del collegio, ma anche all'aperto, per le strade di Parigi. Le segue, o precede, ovunque, insegnando loro le buone maniere, ma anche vegliando amorevolmente sul loro stato di salute: non solo un'istitutrice, ma anche una zelante vigilatrice. 
Ed è infatti lei che, messa in allarme dalle urla della povera Madeline, chiama subito il dottore perché la piccola si lamenta e piange calde lacrime nel dodicesimo lettino, poco prima del sonno notturno. 
Il dottore, accorso, capisce la gravità e, avvolta Madeline in una coperta, con l'ambulanza la porta in ospedale: un lampante caso di appendicite. 
Per dieci giorni le sue compagne di collegio l'hanno persa di vista, finché in torpedone tutte insieme con la signorina Irene, la vanno a trovare al capezzale in ospedale. 
Circondata da amorevoli cure, vezzeggiata e coccolata, la piccola Madeline è attorniata da giocattoli, libri e può avere mille diversi tipi di dolci e poi, soprattutto, ora ha da mostrare alle compagne un bel segno rosso sopra l'elastico delle mutande. 
Le undici educande sgranano gli occhi per la sorpresa e ciascuna nella propria testolina elabora un pensiero che diventa comune: l'appendicite sembra essere proprio un bell'affare... 

Lontano nel tempo: pubblicato nel 1939 dopo essere stato rifiutato dall'editore storico di Bemelmans, Viking, la prima edizione di Medeline esce negli Stati Uniti con Simon e Schuster, il giorno preciso dello scoppio della Seconda Guerra mondiale. 
Lontano nel contesto: un collegio parigino molto austero per giovani educande, guidate da una signorina, a suo modo dolce e premurosa, che tanto assomiglia a una novizia. 


Lontano nelle sue forme: pubblicato al risparmio in due soli colori, con unicamente, seppure magnifiche, 8 tavole a colori. 
Lontano nel segno: un segno rapido che Bemelmans mutua dalla sua attitudine a schizzare volti e personaggi e quindi poi dalla sua attività di vignettista. Ma nello stesso tempo un segno espressivo, riassuntivo, un segno d'artista che è figlio di una precisa temperie culturale e di una sua istintiva capacità a riassumere in pochi tratti i caratteri di un personaggio. 


Eppure tutta questa apparente lontananza, estraneità a quello che è il canone dell'illustrazione dell'epoca e ancora di più di quello contemporaneo, questa sua immediatezza e unicità, gli ha permesso di attraversare con successo il tempo che passa e arrivare fino a qui ancora pieno di freschezza e attualità. Così come è successo a tutti i più grandi. 
Europeo fino nel midollo, ma poi cresciuto alla grande scuola newyorkese, anche quella interessantissima di riviste come Judge e New Yorker, Bemelmans di poco più anziano di personaggi rivoluzionari come Saul Steinberg e William Steig quell'aria sta respirando e a suo modo ci sta restituendo un'idea di infanzia, tutta da recuperare. 
In questo suo primo libro dedicato al personaggio di Madeline, ci sono già tutti gli ingredienti perché diventi un libro di successo, cosa che puntualmente accade (un Caldecott Honor e poi la Caldecott vera e propria con la seconda storia). 
Il collegio e la severità delle regole sono un ottimo punto di partenza per creare un terreno per far crescere le turbolenze dell'infanzia, per far ridere i lettori di tanto ordine e disciplina, sovvertito con la dovuta grazia. 


Il secondo elemento che gioca a suo favore è la rapidità con cui iconizza in tre tavole e in tre versi, quello che è il succo di una buona educazione: 

Un sorriso a chi è buono, 
un ghigno a chi è malvagio, 
a volte eran tristi e a disagio. 

Il terzo ingrediente è l'ironia (già notata ampiamente in Cerfoglio) che qui si esplica nel paradosso di fondo e in alcuni dettagli, come i fiori e il vaso.
Il quarto ingrediente è il punto di vista: presumibilmente consapevole (ma a leggere la sua storia, parrebbe aver dichiarato di essere, anche da adulto, un ragazzino di sei anni). 
In questo primo libro pare emergere nel ragionamento che le 11 educande fanno all'unisono: tutte in coro si augurano di soffrire di appendicite, un'epidemia!, per poter usufruire dei benefit che questa condizione comporta. E se il prezzo da pagare è farsi aprire la pancia, dov'è il problema? Peraltro la bellezza di una cicatrice fresca non è paragonabile a null'altro di più desiderabile. 


Questo andare dritti al punto, al risultato finale, direi senza tema di essere smentita, sia tipico di un pensiero che un seienne potrebbe fare in surplace. 


Quinto ingrediente, che anche nella felice traduzione italiana, si è cercato di preservare il più possibile, è il testo in rima. Suona e diventa all'istante orecchiabile e ripetibile. 
Sesto ingrediente, e mi rendo conto di essere di parte, sta nella qualità alta di molte immagini che sono una vera e propria esperienza estetica. 
Mi batterò fino allo stremo nel sostenere che, oggi più di sempre, l'educazione al bello -così come altre educazioni imprescindibili: quella alla gentilezza, quella al rispetto ecc. ecc.- dovrebbe essere elemento fondante e irrinunciabile nel percorso di formazione di una persona. 
Dovrebbe. 

Carla 


Noterella al margine. L'educazione al bello passa inevitabilmente per la conoscenza (come tutte le educazioni, peraltro). Ragione per la quale sono eternamente grata a Lupoguido per il fatto di aver pubblicato con benemerita ostinazione -una dopo l'altra- le monografie di autori chiave dell'illustrazione del Novecento. Collana, questa, che arriva dritta dritta dalla Gran Bretagna, The Illustrators, curata da Sir Quentin Blake e della sua collaboratrice e consulente Claudia Zeff.

lunedì 23 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA STORIA 'SOVRANA'

In fuga con la flebo, Josephine Mark
(trad. Melani Traini) 
Valentina Edizioni, 2023 




FUMETTO  (dai 7 anni) 

" 'Prima con quel coso della flebo mi hai salvato la vita. Perciò ora io devo salvare la vita a te.' 
'Cosa?!' 
'Niente domande. Codice dei Lupi.' 'Non abbiamo molte regole, ma questa è SACRA!' 
'Ma problema: io devo darmela a zampe. Non è un posto per lupi, come di certo avrai notato. 
Ma TU sei chiaramente incapace di cavartela da solo con tutta questa roba. Che hai lì in mano?'" 

Breve antefatto: ospedale nel bosco. Un coniglio è attaccato alla flebo e sta aspettando che la rana infermiera gli somministri la terapia. Dietro un paravento c'è un altro paziente, molto poco paziente che spara in orbita l'infermiera quando cerca di medicarlo. Il paziente poco paziente è un lupo che quando gli viene somministrato come piccolo premio un pasticcino, cerca qualcosa di più commestibile di un muffin. Aperta la tenda che li separa, vede il coniglio che farebbe al caso suo se non emanasse un odore sgradevolissimo: di medicinale! 
Il fatto che tutto avvenga in un bosco implica che ci siano dei cacciatori in transito ed è appunto uno di essi che mira al lupo per ucciderlo. Ma il proiettile viene per l'appunto deviato dal bastone della flebo del coniglio... 


Lupo con la vita salva e in debito con il coniglio che effettivamente con tutti quei tubicini e con quella lunghissima terapia non si orienta poi troppo bene. 
Qui comincia la loro strada insieme, in una continua alternanza tra rocambolesche avventure e terapie da seguire, in una caparbia ricerca di un po' di pace e tranquillità e verso una sempre maggiore indipendenza dagli effetti collaterali, come per esempio l'epistassi o un cane mordace. 
Un esilarante percorso dalla solitudine all'affetto, dalla malattia alla guarigione. 
IMPERDIBILE. 

Io di fumetto non so nulla. Quindi nulla dirò in proposito. Ma di storie e di flebo di chemio qualcosina la potrei dire. Un po' di anni passati a leggere storie nelle poche stanze di oncologia pediatrica al BG con l'unico intento di portare le loro teste pelate fuori dai soliti pensieri, hanno fatto risuonare un campanellino sopito da un bel po' di tempo e in qualche modo anche il desiderio di farlo tintinnare di nuovo. 
Inciampata, è proprio il caso di dirlo, in questo libro di Valentina Edizioni, l'ho letto d'un fiato e la conclusione che ne ho tratto è la seguente: ecco, tutte così dovrebbero essere le buone storie. 
Questa sì che la si può annoverare, per usare la definizione di Armin Greder, tra le storie sovrane. 
Storie che hanno un bel nocciolo al loro interno. Un nocciolo che abbia in sé onestà e urgenza. Una storia che sappia raccontare lo spessore, la complessità della vita. Una storia che sappia raccontare diversi punti di vista. Una storia che sappia raccontare senza spiegare, ma semplicemente facendo vedere. Una storia che non abbia la pretesa di risolvere nulla, ma semmai quella più saggia di saper guardare dentro le cose. Una storia che, proprio perché onesta, sappia creare autentica emozione. 


E che faccia tutto questo con la necessaria leggerezza, ossia attraverso quella sottrazione di peso che per esempio di ottiene spesso e volentieri con l'ironia o attraverso la metafora. 
Lupo e coniglio leggerissimi nella loro struttura, così come leggerissimo è il loro linguaggio (a tal proposito un encomio andrebbe fatto a chi lo ha così tradotto con tanta levità). 
Alla faccia di tutti quei libri che si appesantiscono e si arrovellano per cercare di 'curare' la malattia e la paura che essa porta con sé con storie cucite intorno alla retorica, quella sì davvero insopportabilmente pesante, del tema. 
 La questione malattia, e più nello specifico, tumore, è una bella gatta da pelare (ops!) Nessun dubbio in merito. Quindi è un fatto che sia difficile parlarne, trovare il tono giusto per metterla nero su bianco. Presumo che sia più semplice farlo con una certa cognizione di causa, fatto che implica che a scriverla sia qualcuno che ci è passato in mezzo o ci è passato accanto e l'ha vista quindi molto da vicino. Josephine Mark, lei ci è passata in mezzo. E ha molto ben chiaro cosa le frullava nella testa in quel periodo. Stava male e dentro sentiva due voci molto precise: una piena di paura e una invece che la spronava ad andare avanti senza tema: ecco rispettivamente coniglio e lupo. 
E tutto il resto è venuto da sé con una certa naturalezza. 


Ecco, la naturalezza. 
Ricordo quanto fosse apprezzato tra quei bambini pelati questa naturalezza nel prenderli un po' in giro, nel trattarli con assoluta normalità, nel non farli vincere sempre a carte, nello scuoterli un po', con il sorriso per farli respirare aria fresca, fuori dall'asfittico alone di commiserazione e misericordia (dal dolore e la fifa di madri e padri) che permeava la loro quotidianità. 
Preferivano di gran lunga le infermiere scherzose, ma ferme, e amavano circondarsi di persone che li facessero soprattutto ridere e li trattassero come persone normali. Ma nello stesso tempo si accorgevano, in assoluto silenzio, di ogni gesto di cura che si faceva nei loro confronti: dalla scelta del libro da leggere assieme, dal fatto di salutarli promettendo loro - con grande lealtà - di tornare il tal giorno alla tal ora. E poi di farlo.
Si accorgevano, o forse anche no, che nel protocollo di cura c'era anche una grande empatia che rendeva superflue molte parole. Via la retorica che avrebbe reso tutto inutilmente pesante. 


Ecco, il lupo è esattamente questo: un compagno di strada leale. Un amico. 
Uno che quando c'è da correre, corre, e quando c'è da voler bene, vuole bene. Sa essere affettuoso, premuroso, utile, sa correggere il tiro quando diventa necessario, sa essere duro, sa alzare la voce, sa prendere il timone e navigare, sa ridere e scherzare. E lo fa senza mai esplicitare nulla a parole. 
Mente Coniglio perde pelo, sangue dal naso e svomitazza qui e là, dorme sodo, mentre Coniglio si sente meglio e riprende vigore, il lupo, lui fa, disfa, si arrabbia, si calma, si preoccupa, corre, rallenta, se lo carica in groppa, si interroga, sceglie, decide e fa tutto, per quasi duecento pagine, senza mai far cadere neanche una goccia di retorica sulla situazione e sul rapporto con il suo amico pelato... 
Mai, ma proprio mai. 
Libro necessario. 

Carla

mercoledì 24 maggio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)



LA RABBIA E IL DOLORE

Lea, la protagonista di ‘Tanto amore non può morire’, di Moni Nilsson, è molto arrabbiata con l’amica del cuore Noa, che le ha parlato della partecipazione di sua madre al Galà del Cancro, un evento pubblico a sostegno della ricerca. In quell’occasione la mamma di Lea ha dichiarato di essere una malata terminale.
Lea sa bene che la mamma è in una fase della malattia senza speranza, ma non accetta l’idea che realmente possa morire e meno che mai può accettare che a ricordarglielo sia proprio l’amica del cuore. Per questo decide di odiarla con tutte le sue forze, perché finché odierà Noa, la mamma non morirà.
Lea spia dalla finestra l’amica che viene in visita con la madre, a sua volta amica della mamma. Tutte le volte che le vede arrivare, va a nascondersi dalla vicina; nonostante sia la sua migliore amica, praticamente una sorella, la evita in tutti i modi, lascia la amatissima squadra di calcio, si mette continuamente nei guai.
In tanti fanno fatica a sopportarla, tranne il timido Konrad, con cui si fidanza per qualche giorno.
Tutta la vita familiare è sconvolta dalla malattia: il padre trascura il lavoro e si fa crescere una folta barba, il fratello maggiore Lucas, talvolta permette a Lea di entrare nella sua privatissima stanza, dove suona con l’amico Abbe, di cui Noa e in parte anche Lea sono segretamente innamorate.
Col passare dei giorni, la parvenza di una vita normale si dissolve e cominciano a moltiplicarsi le ‘ultime volte’: l’ultimo ballo dei genitori, l’ultimo incontro di tutta la famiglia con le amiche del cuore della mamma, nominate madrine di Lucas e Lea, a sottolineare una continuità di amore che la morte non può interrompere.
La quotidianità di madre e figlia è fatta di confessioni, di silenzi complici, di consapevolezza che man mano cresce e di molte, inevitabili lacrime. Così come cambiano nel tempo i rapporti con gli altri familiari, perché poche cose uniscono le persone più di un lutto condiviso.
La mamma di Lea affronta l’avvicinarsi della morte con immenso dolore, per tutto quello che non potrà dare ai figli, che non potrà vivere con loro e cerca di lasciare quanti più ricordi è possibile, perché su quelli si fonderà quell’amore così grande che non può finire, lei mamma squalo che protegge le due bambine delfino.
Lea è una ragazzina forte, autonoma, determinata, come se ne incontrano spesso nella letteratura nordica; è un personaggio che alterna una visione infantile del mondo, in cui ancora resiste il pensiero magico, alla consapevolezza della perdita, fino alla capacità, davvero rara, di lasciare andare.
Questo romanzo di Moni Nilsson, tradotto con grande sensibilità da Samanta K. Milton Kowles, per i tipi di Uovonero, è a suo modo un romanzo esemplare nel saper trattare con delicatezza un tema tanto drammatico e spesso stigmatizzato nella letteratura per ragazzi. I personaggi sono destinati a restare nel cuore di lettrici e lettori proprio per la loro fragilità, incoerenza, rabbia. Nello stesso tempo si parla di morte senza eufemismi, senza inganni consolatori, parlando del dolore e del lutto per quello che sono realmente.
Moni Nilsson è una scrittrice svedese che ha ricevuto numerosi premi, fra cui l’Astrid Lindgren Prize. In Italia erano già usciti dei titoli della serie di ‘Tsatsiki e Ma’’, Pubblicati da Bohem Press.
Per il tema trattato, alcuni adulti esprimeranno perplessità, nonostante la letteratura per ragazzi sia costellata di orfani e di lutti, basti pensare ai bellissimi libri di Ulf Stark. Curiosamente, il lettore e la lettrice adulti oscillano fra richiedere improbabili libri ‘consolatori’, che li aiutino ad affrontare il tema del lutto con i bambini, al rifiuto totale di sfiorare l’argomento.
Ecco, questo secondo me, è un libro necessario proprio per rompere luoghi comuni e presunti tabù, anche se, probabilmente, non è un libro per tutti. Lo consiglio caldamente a ragazze e ragazzi a partire dagli undici anni.

Eleonora


“Tanto amore non può morire”, M. Nilsson, trad. S. K. Milton Knowles, Uovonero 2023


mercoledì 17 maggio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CRESCERE IN TEMPO DI GUERRA



Crescere nonostante tutto: nonostante la malattia, che l’ha resa zoppa, nonostante la guerra, nonostante gli stenti. Questo vuole Ella, la protagonista del nuovo romanzo di Anna Woltz, ‘La ragazza della luce’, che Beisler edita con la traduzione di Anna Patrucco Becchi.
L’azione si svolge a Londra nel 1940, quando la capitale inglese è sottoposta ai quotidiani bombardamenti tedeschi. Ella è una quattordicenne poliomielitica, che con la famiglia ogni notte si trasferisce sulle banchine della metropolitana, che funzionano come rifugio antiaereo. Con lei c’è la madre, che di giorno lavora in un dormitorio, gli zii e il fratellino Robbie, mentre il padre è impegnato in un servizio di sicurezza. Nella promiscuità dei materassi e delle coperte ammucchiati uno vicino all’altro, Ella conosce Jay, un simpatico poco di buono, un ragazzo poco più grande di lei, che a mala pena sa leggere e che si ingegna a trafficare con quello che trova per guadagnare qualche soldo per il resto della famiglia. A completare il quartetto arriva Quinn, quindicenne dell’alta società, scappata di casa in cerca di libertà. Vuole a tutti i costi rendersi utile come volontaria. A lasciare la nobile magione è anche il fratello Sebastian, la cui condotta è considerata immorale.
Ella, Quinn, Jay e Robbie costituiscono uno strano quartetto, legato però da un’intima solidarietà. Ella trasgredisce più volte gli ordini della madre per seguire Quinn, e con Jay una notte corre allo zoo per cercare il fratellino, fuggito per ritrovare delle scimmiette scappate dalla gabbia, rischiando di essere colpita da una bomba. Fra loro quattro si intrecciano sentimenti diversi: l’attrazione, contraddittoria, che Ella prova per Jay, la complicità nel sapersi tutti fuori dalle regole, più o meno consapevolmente.
Su quello che dovrebbe essere un momento di crescita per tutti e quattro si stringe la morsa della guerra, che distribuisce lutti e paura e non consente di vedere il domani. C’è chi, come Jay, affronta la situazione con cinismo e rassegnazione e chi, come Ella e Quinn, non vuole perdere il senso d’umanità e vuole guardare al futuro. Ella lo fa anche scrivendo, prima per raccontarsi una propria vita alternativa, senza la guerra, senza la malattia; poi, per raccontare le vite degli altri, lasciare una testimonianza di chi ha vissuto quei terribili momenti.
L’autrice ci avvisa dalla prima pagina che non sopravviveranno tutti e quattro e tutto il romanzo scorre in attesa del momento in cui un personaggio lascerà la scena. Nonostante il senso di un dramma incipiente, seguiamo le giornate e le notti di questi quattro ragazzi che sono comunque degli adolescenti, o anche bambini, come nel caso di Robbie. I pensieri, i dubbi, i desideri che li attraversano sono quelli di un qualsiasi adolescente: l’amicizia, l’amore, il sesso, la famiglia e quell’insopprimibile desiderio di libertà che fa guardare al futuro, nonostante tutto.
L’autrice nederlandese ha una rara capacità di delineare ritratti vivissimi nei suoi personaggi: è stato così in ‘Tess e la settimana più folle della mia vita’ e in ‘Alaska’ ; così è anche in questo caso; ma qui si abbandona del tutto il tono leggero che ha fatto di ‘Tess’ una delle migliori prove di narrativa per ragazzi; qui, con grande sensibilità e capacità di cogliere anche le sfumature degli stati d’animo dei personaggi, si racconta una condizione di per sé terribile: come si può andare avanti e vivere la propria vita quando la guerra la mette in discussione ogni giorno, ogni notte.
Penso di poter dire che ‘La ragazza della luce’ sia una delle migliori uscite editoriali dell’anno: è un romanzo intenso, intelligente, coinvolgente: lo consiglio caldamente a ragazze e ragazzi maturi, a partire dai tredici anni.

Eleonora

“La ragazza della luce”, A. Woltz, Beisler 2023



lunedì 6 febbraio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PRENDIMI PER MANO


In una stanza d’ospedale s’incontrano due giovani, Antoine e Chloé, lui per una frattura del mignolo, lei per un’operazione all’anca; da questo elemento del tutto fortuito scaturisce la trama che anima il romanzo di Olivier Adam, ‘Prendimi per mano’, pubblicato da Camelozampa.
La narrazione alterna le voci di lui e di lei e intreccia il presente e la rievocazione di quella notte fatale.
I ragazzi sono entrambi orfani di padre, sono adolescenti come tanti, confusi, soli, alla ricerca di qualcosa che nemmeno sanno dire cos’è. Per questo quella notte è speciale, quando si ritrovano affiancati nella camera d’ospedale in attesa di essere operati; dalla finestra vedono cadere i primi fiocchi di neve e decidono di uscire clandestinamente per regalarsi un momento che sia solo loro.
Vanno in riva al fiume, dove l’acqua comincia a gelare; è un momento di libertà assoluta che possono vivere solo insieme, superando la solitudine che li tiene prigionieri.
E dunque: un ragazzo e una ragazza spaventati, una camera d’ospedale e una folle notte in cui tutto può avvenire, in cui insieme scoprono emozioni, attrazione e distacco. Infatti, il giorno dopo le loro strade si dividono nuovamente, lui dimesso, lei presa da un lungo percorso di riabilitazione.
Naturalmente, si cercano, senza fortuna, e il pensiero di ritrovarsi diventa ossessivo per entrambi.
Il romanzo di Adam è una classica storia d’amore fra adolescenti, che fotografa quella loro particolare solitudine che nasce dalla convinzione di non essere capiti; e paura del domani, nella forma di una malattia o nella forma di una vita che appare monotona e vuota.
La trama segue un filone narrativo già percorso, incontri casuali, amore travolgente e imprevedibile, separazione e ritorno; originale, però, è la gestione dei tempi che l’autore concentra in una notte speciale e dilata nei giorni seguenti, nel ritorno alla normalità, nel presente. La singolarità di un incontro diventa un assoluto, la chiave di volta per rendere la vita e il futuro accettabili.
Questa è una visione del tutto consonante con il punto di vista degli adolescenti, che della ricerca di assoluto fanno una vocazione.
Ma se questo corrisponde a una visione romantica della vita, lo scrittore francese riesce bene a calarsi anche nelle paure e nella solitudine dei due adolescenti, paure e solitudine che raramente appaiono evidenti agli occhi degli adulti.
Consiglio la lettura a ragazze e ragazzi alla ricerca di storie emozionanti e coinvolgenti, a partire dai quattordici anni.
Una parola in più va spesa per la traduzione collaborativa, operata da un gruppo di studenti e studentesse del Corso di lingua, linguistica e traduzione francese, coordinati dalla Professoressa Mirella Piacentini dell’università di Padova. Va anche detto, ed è cosa meritoria, che il libro è stampato con i caratteri ad alta leggibilità.

Eleonora

“Prendimi per mano”, O. Adam, Camelozampa 2023




lunedì 22 agosto 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PARKER E SVEN E FRA LORO ALASKA


Non è esattamente una novità, ma è un libro che vale la pena di segnalare: si tratta del romanzo della olandese Anna Woltz, già autrice di ‘Tess e la settimana più folle della mia vita’; entrambi i romanzi sono tradotti mirabilmente da Anna Patrucco Becchi e pubblicati da Beisler.
‘Alaska’, questo è il titolo del nuovo romanzo, racconta la storia di due tredicenni, entrambi segnati da una vita difficile: Parker è una ragazza la cui vita è stata sconvolta da una rapina effettuata nel negozio dei genitori, rapina durante la quale il padre è stato ferito e soprattutto traumatizzato, Sven è un ragazzo epilettico, costretto a una vita di costante allarme, con il rischio concreto che una crisi un po’ più grave lo porti in ospedale. Frequentano la stessa classe ed entrambi sono segnati dallo stigma dell’anormalità. Sven per le sue probabili e spaventose crisi, Parker perché il primo giorno di scuola si è messa ad abbaiare come un cane. Parker the barker, la ragazza che abbaia è ancora segnata dalla precoce separazione dal suo labrador, di nome Alaska, che la famiglia ha dovuto dare via per l’allergia di uno dei fratelli di Parker. Destino vuole, però, che Alaska diventi il cane guida di Sven, addestrato a gestire le sue crisi.
Quando Parker scopre questo passaggio, decide di far visita a Sven, nottetempo e in incognito, per poter incontrare nuovamente il suo amato cane. Si presenta camuffata da un passamontagna e in questa forma anonima riesce a comunicare con un compagno di scuola finora detestato: infatti è lui ad averle attribuito il soprannome, poi adottato da tutta la classe.
Sven presto scopre l’identità della sua visitatrice notturna e la smaschera, costringendo il povero Alaska a scegliere fra le persone che più ama.
Sembra così finire malamente il tentativo maldestro di Parker di ritrovare il suo cane; ma la storia subisce una svolta casuale e improvvisa che rimescola tutte le carte.
Il romanzo alterna il punto di vista, raccontato in prima persona, dei due protagonisti e questo consente al lettore e alla lettrice di comprendere non solo la loro soggettività, ma anche come vivono il rapporto con l’altro, con tutto il portato di incomprensioni, delusioni e belle sorprese.
Rispetto al precedente romanzo, ‘Alaska’ si misura maggiormente con il dramma, abbandonando l’inimitabile leggerezza di ‘Tess’: qui abbiamo due preadolescenti costretti loro malgrado ad affrontare, con le loro forze, qualcosa che è più grande di loro, la malattia e un trauma difficile da superare.
Ovviamente lo fanno con tutti i limiti dell’età, con una certa dose d’incoscienza, alternando sentimenti contrastanti.
Nell’evoluzione del racconto ha un ruolo decisivo Alaska, per la sua dedizione, intelligenza ed empatia. Legato affettivamente a Parker, mette al primo posto il suo ruolo di ancora di salvataggio, conquistando anche il cuore dello scettico Sven. In diverse occasioni il suo ruolo diventa decisivo nello sciogliere i nodi emotivi che avvicinano e allontanano i due protagonisti.
Con un tono più serio, Anna Woltz conquisterà in questo caso lettrici e lettori più grandi, dai dodici anni in poi con una lettura sensibile e intelligente.

Eleonora

“Alaska”, A. Woltz, trad. A. Patrucco Becchi, Beisler 2021



 

lunedì 9 maggio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CREDERE, NELL'INCERTEZZA

Guinefort, Barbara Ferraro, Francesca Ballarini 
LupoGuido 2022 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"I passi che facciamo dalla nostra stanza al portone sono piccoli e silenziosi. Gli altri, quelli sul marciapiede, velocissimi. 
Noi zitti, specialmente io ché un po’ ho paura. Non appena il portone si richiude alle nostre spalle quasi corriamo. Dobbiamo fare in fretta, c’è un sacco di strada per arrivare in Francia e il papà rientra per le otto. 
Pietro sa benissimo il percorso che dobbiamo seguire. È importante non confondersi all’incrocio tra corso Svizzera e via Monte Bianco, altrimenti invece che in Francia ci ritroviamo in Germania e perdiamo la via. 
Meno male che c’è Pietro perché io, con questa cosa che sono piccolo, proprio non saprei dove andare." 

Due fratelli in fuga: Pietro, grande perché sa scrivere e Roberto, il piccolino che scrivere non sa ancora. Hanno organizzato tutto fin nei minimi dettagli. Acqua in bocca con la nonna, che è lì per assistere la mamma, altrimenti c'è il rischio che voglia accompagnarli e il piano salterebbe. Nei loro zaini hanno messo tutto ciò che gli potrà servire per questa missione: mappa, cioccolata, matite con la gomma in cima, spago, macchina fotografica e taccuino per le informazioni. Devono sbrigarsi perché devono essere di ritorno entro le otto, al rientro del papà. A lui comunque Pietro un bigliettino lo lascia. Quello che ci scrive sopra è molto chiaro: "io e Roberto andiamo a Lione (che sta in Francia) a parlare con Guinefort per chiedergli della mamma". 
Dunque, la meta del loro viaggio è arrivare a Lione da Guinefort, il cane che in Francia sa esaudire i voti dei bambini: quello che loro vogliono chiedergli riguarda la guarigione della mamma. Lei è malata ed è appena tornata dall'ospedale... 
Questo è il loro viaggio verso un cane levriero che, nel vederli, scodinzola. E poi abbaia, abbaia forte.

L'idea di fare santo un cane a me è sempre parsa bellissima. Nel Duecento, in Francia, non ci pensarono due volte, quando, sulla tomba di un cane ucciso ingiustamente dal proprio padrone, poi pentitosi amaramente, cominciarono ad arrivare ex voto per bambini miracolati dal povero Guinefort, il cane che per l'appunto aveva difeso il figlio del suo ricco padrone dal morso di una vipera e per ricompensa ci aveva rimesso la pelle. 
L'agiografia del levriero Guinefort, nobile d'animo e d'aspetto, ha resistito fino agli anni Trenta del Novecento, momento in cui qualche esponente della chiesa cattolica più oscurantista e bacchettone di altri, decise che no un cane santo che fa guarire, proprio non ci poteva essere. 
Così il culto ufficialmente va a farsi benedire, si fa per dire. 
Tuttavia, è possibile che nelle alte sfere, questa espulsione non abbia avuto nessun esito e che quindi, liberi di crederci, Guinefort dall'alto continui a proteggere e salvare chi ne abbia bisogno. 


Barbara Ferraro, e con lei una schiera di altri a cui non faccio fatica a unirmi, ha una consistente fede nel potere taumaturgico di Guinefort. 
Tanto da scriverci una storia sopra. 
In questo spazio bellissimo e senza apparenti confini, che esiste nella testa delle persone tra ciò che è da considerarsi vero e ciò che è da considerarsi falso, insomma in quella meravigliosa zona intermedia in cui la nostra mente è in grado di accettare che anche l'impossibile possa succedere, lì scorrazza felice Guinefort e con lui un numero infinito di altre possibili creature, molte delle quali nei libri hanno visto la luce per la prima volta.


In questa particolare dimensione - spesso e volentieri propria dell'età dell'infanzia - si sviluppa tutta questa bella storia che Barbara Ferraro ha scritto e Francesca Ballarini ha illustrato. 
Nelle pagine di questo libro, non sono molte le cose che hanno il profilo netto della tangibilità, per crederle vere: una piccola famiglia che attraversa un guaio, le costruzioni, lo sciroppo, gli oggetti ficcati in uno zaino, la macchina della polizia con il lampeggiante e poco altro. 
Il resto ha contorni incerti, sfumati, difficilmente classificabili, che ondeggiano tra la verità e la finzione. In un continuo altalenare. Persino i pensieri del bambino Roberto sono impastati di incertezza. 


Per esempio c'è una mappa che allude a corso Svizzera e via Monte Bianco e nel parco c'è una targa che allude a largo Lione. Ma tutto questo è smentito dall'immaginazione dei due fratelli che davvero in Francia stanno andando. Per esempio c'è un cane in Francia che fa miracoli e che è morto tanto tempo fa, ma che Roberto e Pietro sanno che è ancora vivo e sta seduto su un mucchio di pietre e che a largo Lione se lo vedono venire incontro. 
Tutta questa incertezza sui contorni della storia ha un suo preciso e presumibilmente voluto, corrispettivo nelle tavole a poca matita e tanta ecoline, si direbbe, viste le trasparenze e la lucentezza.



Ecco, di questa storia quasi vera è apprezzabile l'indefinitezza che la attraversa tutta, questo suo essere vera e poi inventata, precisa e poi sfumata, densa e poi trasparente, questi suoi continui cambi di piano del discorrere, che per i bambini sono l'assoluta norma, la rendono davvero interessante. 
E, meravigliosamente autentica, come lo sono i miracoli. 

Carla

mercoledì 28 luglio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RICKY BLOOM


Uno dei maggiori pericoli, quando ci si basa su storie vere, è quello di costruire una trama con una debordante finalità didascalica, direttamente o indirettamente volta a sottolineare ‘la morale della favola’.
Karol Ruth Silverstein raddoppia il rischio parlando della propria esperienza personale, l’essersi ammalata in adolescenza di artrite reumatoide.
Più e più volte abbiamo incontrato, nella letteratura per ragazzi, personaggi con difetti, limitazioni, traumi o caratteristiche tali da indurre la solitudine e l’isolamento. Primo fra tutti Wonder, ma anche Fish boy, Melody e così continuando; spesso l’intento dell’autore o dell’autrice è dare dignità e visibilità al sogno dell’emancipazione dai propri limiti.
Bene, in ‘Le parole di Erica Bloom’, pubblicato da Edt Giralangolo, questo non avviene e sono infinitamente grata all’autrice per la sobrietà e l’equilibrio con cui tratta una situazione, rara sì, ma estremamente invalidante.
La protagonista, Erica detta Ricky, si trova ad affrontare contemporaneamente la nuova condizione di malata e la separazione dei genitori. Vive nella ‘tana da scapolo’ del padre, dormendo su uno scomodissimo divano letto. Va in una nuova scuola dove è costretta a ripetere l’ultimo anno delle medie. Ma quando la conosciamo, in realtà sta marinando la scuola; da un mese sta a casa di nascosto, rannicchiata sullo scomodo divano, trovando sollievo in lunghi bagni caldi. La sua vita, dopo l’esplosione della malattia, è punteggiata dal dolore che ogni singola articolazione provoca muovendosi.
Ricky viene inevitabilmente scoperta, riportata nell’orrida scuola, dove si sente sbeffeggiata dai suoi compagni e non compresa dagli insegnanti. Per non perdere l’anno, dovrà recuperare tutto il tempo perso e nel farlo scoprirà che non tutti gli insegnanti sono ottusi, che non tutte le ragazze sono Barbie, sadicamente belle, che fra i ragazzi c’è qualcuno che la può capire.
Il racconto descrive con realismo il travaglio di una ragazzina che nel giro di poco tempo si trova catapultata in un’altra vita: la difficoltà a muoversi, la dipendenza da cure lunghissime e frustranti, la certezza che da quella malattia non si guarisce. La prima reazione, molto umana, è la vergogna: vergogna di essere lenta, goffa, di poter fare tanti movimenti prima naturali. La vergogna è la porta che consente ai bulli, e alle bulle, di esercitare il loro potere di interdizione, di esclusione. Dunque, vergogna e solitudine. La seconda reazione è la rabbia, che fa esplodere Ricky in un florilegio di parolacce, che sopra ogni cosa esprimono il suo rifiuto di contatto con il mondo.
Riappropriarsi delle parole, del loro senso e del loro valore; comprendere la violenza del silenzio fa parte di un percorso tracciato dal suo insegnante di riferimento, che con i suoi strumenti le consente di trovare le parole adatte per raccontare la sua situazione e i suoi sentimenti.
Come sempre, nel finale c’è forse un eccesso di ottimismo, necessaria compensazione di una situazione di per sé molto frustrante; ma quello che ho apprezzato di più di questo romanzo è l’ironia, il senso della misura, la capacità di declinare il dramma in commedia, esplorando con grande sensibilità la presa di coscienza di questa ragazzina.
Karol Ruth Silverstein ha una penna felice, la lettura scorre via veloce senza eccessi di enfasi, ma al contrario con meritevole leggerezza, fornendoci un realistico ritratto del mondo giovanile. Sono convinta che tante ragazze e ragazzi leggerebbero con piacere questo romanzo, che racconta la loro vita senza compiacimenti. Ma non so quante mamme e zie regalerebbero una storia così, con un argomento così difficile e con un linguaggio colorito, in cui il turpiloquio non è un’inutile volgarità, ma l’espressione di uno stato d’animo, di una effettiva impotenza di fronte ad un cambiamento così radicale.
Per questo, consiglio caldamente la lettura a ragazze e ragazzi dai quattordici anni in poi e la consiglio anche a quegli adulti che vogliano capire un po’ di più il mondo degli/delle adolescenti.
 
Eleonora


“Le parole di Erica Bloom”, K.R. Silverstein, Edt Giralangolo 2021