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venerdì 24 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RESPIRA!

Atman! La via per tornare a casa mia
, Bart Moeyaert, Mark Janssen 
(trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2026 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)
 
"L'uomo mi guardò, dall'alto in basso. 
Poi disse: 
'Sai, bella domanda la tua. 
Ma la risposta io non la so. 
La tua casa potrebbe essere ovunque. 
Quindi: boh?' 
'La porta ha una fessura per la posta 
e quando arriva posta, per noi è sempre festa. 
La porta è rossa, a destra c'è una finestra. 
E dietro la finestra c'è una bestia.' 
Gli sembrò strano, pensò che fossi matto." 

Era andato a comprare il pane dal solito panettiere, quando capitò questo fatto strano: la via di casa era smarrita... 
Suo papà lo aveva mandato a fare quella commissione e ora lui è lì con quel fagotto tra le mani e non si sa più orientare. Non serve descrivere con minuzia come è fatta la sua casa, quell'uomo che ha fermato per strada non sa aiutarlo, se non dicendogli di gridare forte e chiaro aiuto, alzando bene le braccia solo, e sottolineo solo, in caso di pericolo tremendo! 
Ed eccolo, il pericolo tremendo: quella donna dal passo svelto con una fune rossa in mano che lo rapisce e lo porta sulla sua nave dei pirati pronta a salpare verso il grande mare. 


Comincia così qualcosa che ha il sapore di un'avventura - forse tutta nella testa, ma forse anche no - di un bambino che cerca di ritrovare il posto caldo ed accogliente che chiama casa, dove papà lo aspetta e anche la bestia, il gatto! 

Fin dal titolo, questo libro canta e respira a tempo come succede alla poesia e alla musica! 
Ragione per la quale è tassativo leggerlo ad alta voce, anche da soli! 
Un racconto che parte da una sensazione molto precisa: perdere qualcosa crea spaesamento. Ai bambini, è lo stesso Moeyaert a ricordare netta la sua sensazione da piccolo nel momento in cui anche un semplice sassolino andava perduto, perdere non piace. In questa occasione a perdersi non è un oggetto ma un bambino. 
Da un dato di realtà il racconto si stacca ben presto e decolla verso un viaggio immaginario o immaginato, molto avventuroso che lo porta sul mare, sotto il mare, nella foresta, e poi di nuovo in alto, attaccato all'albero maestro di quella stessa nave di pirati che lo aveva gettato ai pesci... 
Ma poi - chi lo ha detto che i pirati non hanno un cuore - la piratessa, la capitana, quella con la benda sull'occhio lo sbarca sul molo cittadino e lì a trovarlo è una bambina, bendata anche lei, che gira per ogni dove con il suo monopattino e una carta stradale che le permette di possedere un'intera città, tenendola in tasca.
Concepito come testo per un'opera musicale (!) per il Teatro Nazionale di Opera e Balletto di Amsterdam, Atman! è tante belle cose insieme. 


La principale è la sua musicalità. Laura Pignatti ha fatto davvero un gran bel lavoro nella traduzione, producendo rime e assonanze a ogni rigo, per rispettare quanto più possibile la musicalità dell'olandese originale: un libretto di un'opera lirica. E inventandosi per far parlare la piratessa un grammelot veneto/portoghese che è uno spasso al pari del ritratto che ne fa Jannsen con le sue matite. 
Ascoltarlo, quasi a prescindere da quello che si racconta, genera sorrisi e meraviglia per le soluzioni trovate. Brava! 


L'altra cosa bella che succede sta nel sottotesto. Una bella riflessione su cosa significhi "casa", su quali siano gli elementi che determinano in una persona la percezione di trovarsi in un luogo protetto e familiare. In questo Moyaert si fa carico di espandere il più possibile il concetto e, sebbene lo metta nella bocca di un solo ragazzino che è andato semplicemente dal panettiere a comprare il pane per pranzo, riesce a dare della questione una dimensione universale. 
Nel sottotesto si discute anche di nostalgia, malinconia e di smarrimento e inquietudine. 


Così come belli sono pure i disegni. Ogni tanto una tavola doppia, un vero e proprio fondale, uno scenario, altrimenti punteggiano il testo che già di per sé è abbastanza disegnato, con colori diversi di stampa, e corpi che crescono e rimpiccioliscono alla bisogna e corsivi, tanti corsivi. 
E ancora bellissimo è il fatto che leggendo d'un fiato questa storia - non ci si può fermare a metà e poi riprendere dopo - si ha magicamente la sensazione di essere tutto il tempo lì con il piccolo Atman, esattamente come accade nel buio di un teatro quando - ancora di più che in un libro - siamo parte viva di di quello che accade sul palco: tanto in cima al pennone di una nave, quanto in fondo al mare tra i pesci, o su un molo a spiagnucolare... 

Carla

Noterella al margine. Atman in sanscrito, tanto tempo fa, aveva il significato di soffio di vita. E in tedesco, ancora adesso, quello di respirare...

martedì 30 dicembre 2025

ECCEZION FATTA!

 I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
 CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE 
 PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 Il meglio di... un anno di libri, 
 un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
 (BUM!) 


gennaio 2025

Stella, Gerda Dendooven (trad. Olga Amagliani), Camelozampa 2024 

perché

"Ci sono storie che sono proprio diverse dalla media. 
Si alzano sulla superficie dell'editoria e brillano per lucentezza. 
Stella, ironia del titolo, è una di queste. 
Scritta nel 2016, vince in patria premi importanti, diventa anche uno spettacolo teatrale (Gerda Dendooven è tanto scrittrice, quanto illustratrice, quanto donna di teatro. Quindi ci sta.) 
Siccome il mare è grande ci mette otto anni ad arrivare sulle nostre coste, ma arriva. 
Le cose belle che questo libro dimostra di avere sono tre, e non sono da poco. 
E' proprio una bella storia: bello è ciò che racconta, bello è come lo racconta e bello è come la illustra. 
Comprensibile dai piccoli, riconoscibile dai grandi e maledettamente chiara per tutti, universale. "



I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 

perché

"Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! "

febbraio 2025 


Ascoltami quando sto zitto, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024 

perché

"Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. (...) Ma il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età."


L'odissea dei semi, Cruschiform (trad. Giulia Olga Fasoli) L'ippocampo 2024

perché

"Cruschiform non lavora su criteri strettamente botanici: tipologia della pianta, forma, misura, provenienza, ma piuttosto sul tipo di sistema utilizzato per la diffusione. 
Con quella parola "odissea" lei di fatto orienta le scelte in base alla partenza e al viaggio pericoloso e ignoto, prendendo in esame il tipo di stratagemma che ogni pianta ha elaborato per non estinguersi e, possibilmente, per espandersi il più possibile, così da mettere al sicuro la specie. 
L'eco delle parole di Mancuso sul fatto che dalle piante si dovrebbe imparare come stare (e restare) al mondo... Ma vabbè. 
Dieci diversi macro sistemi che lei ha individuato e con i quali ha ordinato e messo a sistema 146 diverse piante. 
Ciascuna di loro è quella che è, ma è anche un po' Ulisse..."


marzo 2025 


L’angolo, Zo-O, (trad. Stephanie Barrouillet), Terre di Mezzo, 2025 

perché

 "Zo-O maneggia concetti opposti in una dialettica che sfugge ogni polarizzazione, e restituisce nel racconto la potenza del concetto rivoluzionario di interdipendenza. (...) L’angolo non è ridotto a una sterile chiusura da sfuggire ma diviene luogo protetto in cui è possibile prendere le misure, costruire, un luogo in stretta relazione con l’esterno, poiché presupposto imprescindibile per l’atto di apertura."



(trad. Laura Cangemi) , Lupoguido 2024 

perché

"non offende mai l'intelligenza dei suoi lettori, con l'essere didascalico o retorico: fa succedere, o non succedere, le cose, descrive luoghi e abitudini con la consueta grazia, ossia portando il lettore a percepire per deduzione certa serenità diffusa. Sottilmente ironico, largamente affettuoso, con pochi dettagli messi in elenco è in grado di creare il necessario spessore di caratteri e situazioni. 
Insomma, questa percezione piacevole che si prova nel ritrovarsi fra conoscenti si riverbera nelle illustrazioni di Gitta Spee. Le sue tinte pastello, i contorni morbidi, le sfumature ovunque, certa dolcezza che dedica alle rotondità di Gordon e certa esilità che distingue Buffy in camicia da notte oppure con l'ambito berretto in testa, contribuiscono a rendere tutto così tanto accogliente, da non voler mai chiudere il libro per andare a fare altro. "


aprile 2025 


Oggi la parola è meraviglia, Chiara Carminati, Vittoria Facchini, 
Bernard Friot, Susie Morgenstern Pension Lepic 2025 

perché

"È un libro piccolo, pieno di blu, in cui in 125 pagine si alternano trenta parole diverse, ognuna delle quali declinata in tre lingue da tre poeti in tre direzioni tra loro anche molto lontane. Tre voci che leggono novanta poesie e per ciascuna parola, almeno una tavola - a matita, penna e pennello intinto nel blu. A tenere tutto assieme, il lavoro della grafica che silenziosamente sceglie colori, forme, formati, corpi, font e restituisce un oggetto in cui al pregio si aggiunge pregio. Vedere per capire. D'altronde se festa deve essere, tutti devono contribuire alla buona riuscita e al piacere di festeggiare assieme." 


Origine, Nat Cardozo, testi a cura di María José Ferrada L'Ippocampo 2024

perché

"Una meraviglia dietro l'altra, viso dopo viso, luogo dopo luogo. 
Ed è proprio in questo modo di concepire l'immagine che non posso non pensare a tre cose. 
La prima, Tullio Pericoli e ai suoi paesaggi. La seconda, quello che ho visto accadere anni fa, durante uno dei festival cagliaritani di Tuttestorie, in cui Elena Iodice ha sussurrato nelle orecchie di frotte di bambine e bambine di immaginare i volti delle persone come fossero paesaggi ("Quaranta anziane/i sono stati fotografati per divenire volti/paesaggi, ispirati al lavoro dell’artista Tullio Pericoli, e poi “lavorati” dai piccoli con la loro fantasia e il loro sguardo unico. Ed ecco che le due età così diverse – infanzia e vecchiaia – assumono ognuna e entrambe un significato nuovo [...] per “entrare” nella grande poesia dell’incontro fra le due estremità del Tempo."Ma la chiave, geniale, è proprio lì: i volti delle persone sono paesaggi."


maggio 2025 


Martin lo scheletro
Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024

perché

"Potrebbe scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che sull’aspetto del tempo il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia."


Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare (trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) Iperborea 2025 

perché

"Alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie..."

giugno 2025 


Rosalie sogna... Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli)  #Logosedizioni 2025 

perché

"Per la qualità estetica. La capacità di costruire congegni esatti e perfetti e semplici. La qualità dalla sua ironia, a cui si lega il piacere del gioco visuale. Il suo gusto di indagare il lato oscuro del pensiero: è di raccontarlo per quello che è, con la sua consueta onestà, sogno dopo sogno. La sua capacità di mettere in dialogo immagine e testo per farli deflagrare. "


Enigmi a tutti i piani. Criminali allo sbaraglio, Paul Martin (trad. Serena Tardioli) Il Castoro 2025 

perché

"Con noncuranza, metterlo in mano a ragazzini e ragazzine perché passino una bella estate, facendo nel contempo un atto rivoluzionario: si facciano vedere con un libro in mano. 
E, magari, alla fine constatare con rammarico che sono stati più svegli di noi nel risolvere i casi." 

[continua]

lunedì 24 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ETA' D'ORO

Allora arrivò Sam
, Edward Van De Velden, Philip Hopman (trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Kix percorse qualche metro del vialetto avvicinandosi al cane bianco. Emilia lo seguì. 
La mamma invece rimase vicino alla macchina. 
Il cane lo teneva d'occhio. 
Guardava e guardava, ma sembrava che cercasse di affondare sempre più le zampe anteriori nella ghiaia. Kix non si muoveva, e anche Emilia non si muoveva. 
'Emi' bisbigliò Kix 'anch'io voglio tenerlo'. 
'Sì' disse Emilia a bassa voce. 
A quel punto Kix cadde in ginocchio. Non sapeva perché, ma lo fece spontaneamente. 'Voglio tenerti', sussurrò Kix al grande cane bianco. 'Io voglio tenerti'. 
E allora accadde." 

Accade quello che i due fratelli sperano accada: il cane fa due passi verso di loro. Si fa toccare e guardare molto da vicino. Ma quando la madre dei due li raggiunge, allora il cane si allontana. Trotterellando attraversa la strada e va verso la fattoria dei Jones. La madre, che ha molta dimestichezza con i cani, capisce che quel grande cane bianco non è un randagio, ma appartiene ai Jones. E questa non è una bella notizia, per Kix ed Emilia che quel cane da favola lo avrebbero tanto voluto. Sebbene in casa ci siano già due cani - la vecchia e dolce Holly di sua madre e la vivacissima Springer del padre - i due bambini vorrebbero un cane che fosse solo loro. 
E quel grande cane bianco dagli occhi tristi che i fratelli chiamano già Sam potrebbe essere quello giusto. 


Questa è la storia di quel magnifico pastore dei Pirenei che un bel giorno decise del proprio destino. 
Che decise di lasciarsi alle spalle la vita passata e che si diede una seconda possibilità. Ma è anche la storia di tutti gli umani che gli girano intorno e non sempre con buone intenzioni... 

Perché i bambini, una volta cresciuti, possano guardare indietro alla loro infanzia come al più bel periodo della propria vita, è necessario che durante detta infanzia loro possano aver avuto tra i piedi un qualche tipo di animale (escluderei quelli in gabbia o in vaschetta). Vanno bene i cavalli e anche i gatti, ma in assoluto sono i cani quelli che rendono le loro infanzie autentiche età d'oro. 
E questo è un fatto incontrovertibile, che che se ne possa dire. 
Ed è forse questa la ragione per cui tutti i libri che raccontano di bambini o bambine cresciute con un cane sono libri speciali. Questo in particolare ha il grande pregio di essere una storia vera, circostanza che rende tutto molto più toccante nella sua concretezza, quando lo si scopre a storia conclusa. 
Van de Vendel di nuovo di fronte a un fatto realmente accaduto, come era successo con Misha. Qui come lì si riconosce la qualità della sua scrittura, qui come lì si percepisce con chiarezza che la storia lievita con il passare del tempo e con l'intrecciarsi dei fatti. 
Ma qui la materia è meno certa: Van de Vendel deve raccontarci il pensiero di un cane. 
Non solo quello dei due bambini, dei loro genitori, o dei loro scostanti vicini di casa che in fondo è cosa nota. 
Mettersi nella prospettiva di un pastore dei Pirenei, ovvero dare ai suoi comportamenti un senso che diventi leggibile, non credo sia stata una passeggiata. 


E per di più farlo in tutta onestà, ossia avendo il coraggio di mettere anche i lati più selvatici di un cane, senza cedere all'idea che in un libro per bambini la ferocia di un cane si possa omettere... 
E così come dimostra di saper raccontare con grande onestà le scelte di quel cane, altrettanto onestamente mette in scena un vero e proprio duello tra le due famiglie che si stanno contendendo il possesso del cane (salvo poi far arrivare il lettore alla sacrosanta conclusione che spetti al cane, e non ad altri, decidere del proprio destino). 
A quaranta pagine dal finale il ritmo tutto sommato cadenzato, che vedeva un cane sempre più felice di far parte della nuova famiglia e ovviamente la sempre maggiore consapevolezza di questo da parte degli adulti, si interrompe bruscamente e tutto diventa maledettamente concitato, ossia la tensione schizza a mille e si precipita a un centimetro dal baratro. 
In una notte buia, compare un mozzicone di sigaretta che arde, compare un ragazzino in pigiama che se la fa sotto, compaiono due contendenti parecchio aggressivi, compaiono due fucili e un cane. 
E soprattutto compare in tutta la sua chiarezza l'ottusità umana, che solo la lucida assenza di sovrastrutture e preconcetti, la determinazione e la purezza di un ragazzino riescono a smontare e rendere inoffensiva. 
Bravo Van De Vendel a metterlo nero su bianco!

Carla

mercoledì 28 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SI POTREBBE DIRE RADICI 


Stufo di stare nell’angolo della classe dove ha aiutato generazioni di bambini e bambine nello studio dell’anatomia umana, ormai vecchio e malandato, lo scheletro della scuola decide di andare in pensione. È la maestra ad accorgersi che qualcosa è cambiato e a telefonare al vecchietto per proporgli la bizzarra adozione. Così, dopo aver aggiustato la macchina, il vecchietto va a prendere lo scheletro, lo porta a casa, riattacca con il fil di ferro quasi tutte le ossa che la scuola gli ha consegnato. Poi, insieme alla vecchietta lo vestono e gli danno un nome: Martin. 


Anche se potrebbe sembrare strano a qualcuno, Martin lo scheletro entra piano piano a far parte della vita quotidiana dei vecchietti: a volte, è lui a entrare in casa con loro, altre sono loro a raggiungerlo all’aperto. Nella cucina estiva, poi, lo scheletro ha una sua poltrona, un tavolino e una tovaglietta di pizzo. E in inverno, una morbida coperta. Non si può poi dire che Martin sia un tipo sedentario. Che dire ad esempio di quando ha fatto fuggire i ladri facendosi cadere la mandibola sulle ginocchia, oppure di come ha saputo consolare il vecchietto per la vergogna di aver scambiato dentista e barbiere. E alla potatura dei meli, quando la vecchietta è sempre agitata? Martin era lì, con lei, a gettare i rami tagliati nel fuoco fissando le fiamme alte. 


Martin, Martin, Martin. Martin dappertutto. Sullo slittino e in sauna, nella vasca da bagno e pure nella favola della rapa. Chi ha aiutato i nipotini quella volta dei mostri notturni? Chi ha tenuto il cesto di funghi che la vecchietta non era riuscita a riempire per via dello gnomo dei boschi? Chi era con lei per risolvere la faccenda della scimmia di neve? 


Forse per questo, il vecchietto ha cominciato a desiderare di avere Martin con sé anche nella tomba. Forse è stato proprio per questa convivenza quotidiana, assidua, fatta di minuzie e piccole attenzioni scambievoli - coperte sulle ginocchia, tovagliette di pizzo, favole della buonanotte – che quando la vecchietta è morta, Martin ha sentito il bisogno di essere consolato. Il vecchietto ha chiuso le braccia attorno alle ossa di Martin, facendolo quasi scomparire, mentre il vapore del tè al tiglio riempiva la stanza dello stesso odore che c’era quando lei era viva. Sembrava quasi che la vecchietta fosse li! Anzi, a guardar bene, la potevi sentire: di chi se non suoi i gesti replicati per ottenere la calda bevanda, lo stesso inconfondibile aroma? 


Tre i punti forti di questo (apparentemente) piccolo romanzo. 
In primo luogo la storia: una vicenda che nasce nel territorio dell’assurdo, apparentemente leggera, che si attraversa con umorismo, tenerezza e un pizzico di salvifica insensatezza, sfiorando temi e metafore importanti senza tuttavia mai toccarli direttamente. La presenza di uno scheletro che decide di andare in pensione, fatto di per sé straordinario, viene presto riassorbita – come succede con tutte le cose – da un quotidiano denso di piccoli gesti, accortezze e minuti presenti. 


Poi, le illustrazioni. Il bianco e nero dinamico e movimentato di una matita felice interrotto da dettagli e campiture di un fucsia (quasi) fluo: per suo mezzo l’attenzione viene convogliata su tutt’altro – il fazzoletto da testa, un gallo, una rapa, un pettine, ma anche parole, minuzie, cieli interi – e vengono disinnescate alcune inibizioni e schermature che spesso accompagnano la presenza di uno scheletro nella narrazione. 


Il terzo elemento è proprio lui: lo scheletro. Deposto il collegamento con le tematiche horror e Halloween, indebolito il legame quasi automatico che scheletro e ossa nude hanno con la narrazione frontale della morte, ecco che in questo testo è possibile fruire di alcune metafore forti che lo scheletro porta con sé e che spesso rimangono sullo sfondo del ragionamento. 


Che cos’è uno scheletro infatti? È una complessa struttura di ossa, robusta ed elastica, che permette al corpo intero di stare in piedi, camminare, correre, raccogliere i funghi e abbracciare. È un sostegno imprescindibile, tuttavia nascosto da strati di muscoli, pelle e vestiti, in ultimo fatto scomparire dalla sua presenza costante e comune. E se è vero che esso si palesa nella morte e nella decomposizione, quando tutto il resto scompare, è anche vero che – incredibilmente! – lo scheletro è sempre, sempre, sempre presente, sempre con noi, in noi, a rendere possibile e significativo ogni passo e ogni respiro. 


Martin, lo scheletro, è dappertutto. Martin, che ha passato la vita a mostrare il fondamento del corpo umano, perfeziona da queste pagine il suo insegnamento, allargando l’idea di corpo umano a quella di corpo sociale, superando l’idea dei legami familiari per approdare a quella di interdipendenza di ogni cosa. Le schegge di fucsia che esplodono qua e là sono illuminazioni che interrompono la conformità dei grigi e spalancano lo sguardo sulla struttura invisibile che sottostà ai gesti quotidiani, sulla sua pervasività muta e fondante Il bagno dei bambini, la raccolta delle lumache, le favole raccontate ogni volta in maniera un po’ diversa sono il corpus di gesti, consuetudini e usanze sotterranee che innervano, irrobustiscono, rinsaldano, sostengono: attraverso questo reticolo non passano solo gli affetti e i legami, ma l’intera esistenza acquisisce senso e coerenza.


Si potrebbe dire radici, scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che è proprio sull’aspetto del tempo che il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia. 

Giorgia

 “Martin lo scheletro”, Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024


mercoledì 19 marzo 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

MUMBLE MUMBLE 


Ecco che Beisler ci presenta la prima infanzia di Rico, un bambino di cui abbiamo letto pensieri, amicizie e avventure nei tre titoli pubblicati tra il 2012 e il 2014 e qui () puntualmente recensiti con l’ammirazione che sempre Andreas Steinhöfel si merita. 
Piccolo è Rico e piccoli sono i lettori e le lettrici a cui è destinato questo breve racconto super illustrato e stampato in maiuscolo ad alta leggibilità. Ma andiamo con ordine e facciamo conoscenza con il nostro simpaticissimo protagonista. 
“Rico pensa in modo diverso dagli altri bambini. Più lentamente, ad esempio. E intorno agli angoli.” Ecco come


Dunque Rico rischia di perdersi ad ogni svolta del pensiero come a ogni angolo della città di Berlino in cui vive con una mamma attenta, e allegra quanto lui. Ma se fino ad ora non ha potuto frequentare l’asilo a causa dei frequenti trasferimenti della suddetta mamma ora arriva il momento di iscriversi alla scuola primaria: si dovrà dunque passare dalla psicologa (o qualcosa del genere) e poi assicurarsi che a scuola ci possa arrivare da solo, e senza perdersi. Questo il filo su cui si svolge la storia narrata in sei brevi capitoletti nei quali potremo scoprire, per esempio, che un triangolo può nascondersi più o meno dappertutto e che se ad un triangolo togli prima un angolo, poi un altro, diventa in punto. Ed ecco spiegato il triangolo. O anche, come abbiamo visto nella pagina riprodotta in alto, come è possibile descrivere una rana. 
Bella bella questa infanzia raccontata con lingua semplice e ritmo veloce che coinvolge chi legge con ironia e affetto. Belle anche le illustrazioni di Lena Winkel che si intrecciano al testo e con il testo camminano.


Così testo e immagini ci accompagnano nei percorsi di Rico, in quelli urbani come in quelli mentali raccontandoci che il triangolo, come la rana, come il mondo, lo si spiega passo dopo passo, con deduzione e immaginazione, mai l’una senza l’altra. 


Quanti problemi, Arvo! Anche Arvo, protagonista della storia di Anti Saar pubblicata da Sinnos, è alle prese con una marea di cose da spiegarsi, di domande sul mondo e su come farlo funzionare, e anche Arvo lavora di deduzione e di immaginazione per arrivare a trovare la quadra. Risultato: Arvo si trova ogni volta con un sacco di pensieri nella testa fatti di constatazioni, ipotesi, desideri, tentativi, successi e fallimenti, e relativi stati d’animo da gestire dignitosamente. 
Cinque episodi della vita quotidiana di un bambino di otto anni alle prese con un’amichetta che sa saltare molto meglio di lui e per giunta lo canzona, con una fila alla cassa del supermercato da gestire da solo perché il papà è dovuto tornare indietro a prendere il lievito, con il desiderio irrefrenabile di accaparrarsi legittimamente un secondo pezzo di torta, con la necessità di rientrare a casa avendo mancato la giusta fermata dell’autobus e infine con i tentativi per arrivare a prendere (sarà rubare?) una succosissima prugna appesa al ramo di un albero che non è suo. 


Anche qui l’impaginazione tiene ben legato il testo alle immagini con il risultato di rendere la lettura facile e divertente. Ecco due storie che raccontano come l’infanzia (ma non solo) sia costantemente impegnata in un pensiero investigativo che potremmo dire filosofico nello sforzo di tenere insieme desideri, obiettivi, regole, azioni e reazioni. E che il percorso necessario per spiegarsi il mondo potrà girare intorno ad angoli, piroettare intorno a cerchi o avvilupparsi in spirali senza fine, potrà andare dritto lungo una linea retta, andare lento, a singhiozzo o veloce come una saetta ma tutti/e siamo impegnati/e a mettere insieme pezzi di mondo e a tenerli in piedi come meglio possiamo. 

Patrizia 

Noterella al margine 1. Mi si conceda una piccola divagazione autobiografica che la lettura di questi racconti ha illuminato dal mio passato di bambina: potevo avere tra i sei e i sette anni, ogni domenica si partiva da Bari, dove vivevamo, per arrivare a Barletta, paese d’origine della famiglia. Io avevo appena imparato a leggere e dall’abitacolo dell’auto che mi trasportava riuscivo a leggere le insegne su cui posavo lo sguardo, quella dei bar era forse la più facile da cogliere al volo e dopo tante ricorrenze (c’erano i bar a BAR-i e c’erano i bar a BAR-letta) mi spiegai la cosa dicendomi che si dovevano chiamare così per via dell’assonanza con i nomi delle città! Dunque se a Bari e a Barletta quei posti si chiamavano BAR, chissà a Genova o a Lecce come si chiamavano! 
Ero certo sulla strada sbagliata ma il mio pensiero lavorava di deduzione e immaginazione. 
 Noterella al margine 2. Quanta invidia questi genitori nord europei così complici e comprensivi! 

“Rico e il mistero dell’angolo triangolo”, Andreas Steinhöfel, Lena Winkel (trad. Chiara Belliti), Beisler editore 2024 
“Quanti problemi, Arvo!”, Anti Saar, Anna Ring, (trad. Daniele Monticelli), 
Sinnos 2024 


lunedì 3 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA VOCE FUORI CAMPO

Non ho fame! Violette Vaїsse (trad. Federico Appel) 
Sinnos 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Va tutto bene Léon? 
'Non ho fame!' 
Ma quel piatto sembra proprio delizioso! 
'Blerk! La minestra non è buona per niente!' 
Ma ti fa diventare grande! 
'No! La minestra di carote va bene per i conigli!' 
La mamma dice che la minestra fa diventare simpatici... 
'Allora, in questo caso, io non ne ho bisogno di sicuro!'
Ah! Ah! Ma senti questa! Ma dov'è la mamma?" 

Interno cucina. Camera fissa sul tavolo da pranzo apparecchiato. Léon, una volpetta, sta dialogando con qualcuno. 
Voce fuori campo? 
L'argomento è il passato di carote che sua madre vuole lui mangi, anzi finisca, nel tempo in cui lei è al telefono con la vicina. Lui non ci pensa neanche e, con la scusa di non aver fame, fa di tutto per liberarsi della suddetta zuppa. Addirittura mette il piatto sul bordo del tavolo in modo che inavvertitamente con una gomitatina cada, ma il piatto resiste, purtroppo. 


E allora prende la decisione: riversa il contenuto della sua scodella nel pentolone. E, nonostante avesse dichiarato di non aver fame, si allestisce un super panino con tutto quello che il frigorifero contiene. Cocomero, formaggio, una fetta di torta alle pere, ketchup, marmellata, cetriolini, cioccolato e via andare. Il panino, una baguette naturalmente, riesce miracolosamente a contenere tutto. 


E Léon lo mangia di gusto. Ora è sazio e sua madre ha finito la sua telefonata. 
In men che non si dica, deve sbaraccare tutto quello che ora è sul tavolo e stiparlo altrove prima dell'arrivo di sua madre. E sperare che lei non si accorga anche che la baguette ora sul tavolo non c'è più. 
Miracolosamente Léon ci riesce: tutto in un sacco dell'immondizia dietro al frigo, ma a una madre volpe non puoi chiedere di essere stupida come una gallina... 

Non ho fame! arriva a circa un anno di distanza da Mi annoio! e con questo condivide l'autrice, Violette Vaїsse, una giovane e gagliarda fumettista francese, e il traduttore, altrettanto gagliardo, Federico Appel. Condivide l'impostazione generale, compreso lo stampato maiuscolo e il fumetto (!) per la voce di Léon. 
Gagliarda anche la casa editrice.


Qui e lì il titolo è una dichiarazione di intenti da parte del medesimo protagonista. 
Qui e lì al protagonista piace esagerare. 
Qui e lì c'è una voce fuori campo, pacata e ragionevole, con cui dialoga, cercando di essergli d'aiuto o di supporto. Il testo è di fatto solo un serrato botta e risposta a due voci.
Qui e lì c'è la camera fissa che tutt'al più si permette delle zoomate. 
Qui e lì c'è una madre da far fessa... 
Questo e quello avevano attirato la mia attenzione. 
Le ragioni. 
La prima è il disegno: colori piatti linea di contorno grossa, data a pennello. Buon gusto nella composizione, grande espressività dei corpi. Mancinismo del protagonista. 
La seconda è la comicità in crescendo, che attraversa le storie. Pur nella loro semplicità, colgono nel segno entrambe le volte e mi è parsa davvero divertente la capacità e la velocità del protagonista nel mettersi nei guai da solo, nella rapida sequenza di scemenze che mette in atto. 
In entrambi, il ritmo è quello del comico: a passo svelto.
Trovo sottilmente ironico il fatto che lui dichiari una cosa, salvo poi smentirsi nei fatti. Non ho fame! urla il titolo di un libro in cui il protagonista sbrana una baguette con tutto dentro, Mi annoio! è il titolo di una storia in cui il protagonista battaglia nella sua stanza come Napoleone contro eserciti interi di nemici inesistenti. 


La terza è la sua irresistibile la faccia tosta. 
La quarta è la voce fuori campo. Onestamente non so dire se ho sovrainterpretato, ma mi viene da pensare che nel caso di Non ho fame! a parlare con Léon sia il frigorifero in persona. Mi piacerebbe fosse davvero così, la considererei proprio una bella idea. Per cui, per trovare conferma plausibile mi sono detta che se, almeno per metà libro, il blocchetto di testo è fisicamente vicino al frigo qualcosa vorrà pur dire... 
Se davvero così fosse in Mi annoio! sarebbe la scansia dei libri a dialogare con Léon. E prova ne sarebbe il fatto che a un certo punto proponga all'annoiata volpetta un dei libri che contiene. 
Il suo ruolo, quello della voce fuori campo, frigorifero o no, è quello di essere contemporaneamente voce della coscienza, compagna di gioco, ma anche di farsi 'paracadute' a un niente dall'impatto con la madre. 


La quinta ha un po' a che fare con la terza. Dietro la faccia tosta di Léon si nasconde un modello di infanzia un po' ingenua, un bel po' bugiarda, un tantino monella, piuttosto coraggiosa nello sfidare le regole adulte. 
Insomma, un'infanzia resistente. 

Carla