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mercoledì 6 agosto 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

COPERTI DI FANGO 

Due albi per mostrare e rendere fruibile il sotterraneo dialogo che si compie tra il sopra e il sotto, tra l’oscurità e la luce, il male e il bene. Due albi per conferire narrazione e parole all’interdipendenza tra la felicità e la rabbia, lo scontento e l’eccitazione, poli energetici apparentemente in conflitto ma facenti parte, tutti, della multisfaccettata e organica capacità umana del sentire. 
Due albi necessari, per spodestare un poco il valore che viene dato in automatico alle emozioni positive e smascherare come sia invece l’alfabetizzazione sensibile dei vissuti negativi a potenziarle, perché esattamente come per la tridimensionalità delle immagini, al nostro cuore servono anche le ombre, per vedere. 


In Sua altezza Poltiglia Principessa di Fango la consapevolezza profonda che Beatrice Alemagna da sempre dimostra per la coesistenza nell’animo bambino tra male e bene, luce e ombra è rintracciabile fin dal titolo, dove la poltiglia e il fango, elementi materici che si trovano letteralmente sotto i nostri piedi vengono legati a doppia mandata a concetti astratti quali altezza e regalità. Un titolo che è quindi una dichiarazione di intenti per quello che verrà raccontato. 


Questa è la storia di Yuki, che sconfortata dall’ennesima incomprensione con Sen, silenziosissimo e imbronciato fratello maggiore, getta le chiavi in un tombino. 
Yuki è colei scende, compiendo il passo volontario di entrare nella propria riconosciuta negatività. Perché lo dice subito, lei, di essere cattiva e intrattabile, ammette di urlare e sbattere i pugni a terra, sa di ingarbugliarsi come fili elettrici con grande facilità. Yuki butta le chiavi nel tombino e poi decide di andarle a riprendere, ed è qui, sotto lo strato di asfalto e pietrisco che separa la città del quotidiano dai suoi malmostosi sotterranei, che la sua avventura apre davvero alla consapevolezza. 



Negli oscuri cunicoli a cui approda, Yuki fa la conoscenza di sua altezza Poltiglia, la Principessa di Fango: una massa informe e bonaria che la invita cortesemente a seguirla nei luoghi in cui viene accumulato, analizzato e gestito il fango dell’anima, questa rabbia che Yuki si ritrova appiccicata addosso ma che, a quanto pare, oltre che a sporcare ha anche altre caratteristiche. Passando per la Giungla Nera, dopo aver fatto conoscenza con Caccoli, (piccoli e buffi esserini deputati allo sviluppo del senso di Colpa) Yuki oltrepassa Lagondiglio, e arriva alla Rabbioteca, dove scopre che la rabbia può essere catalogata a seconda delle sue specifiche modalità di espressione, e addirittura assaggiata, passando da sentimento informe a travolgimento scomodo sì, ma anche ricco di informazioni da degustare. 


Non solo: a corollario di questa alfabetizzazione gourmet, nei sotterranei – sempre bellissimi grazie all’illustrazione caleidoscopica e sensibile di Alemagna – Yuki mette a fuoco due questioni nevralgiche. La prima è l’interdipendenza tra il proprio sentire e le dimensioni della Principessa di Fango; la seconda è conseguenza diretta della scoperta che anche suo fratello sia passato di lì. Il fatto che tutti abbiano accesso ai sotterranei, che addirittura Sen abbia conosciuto la Principessa, che la rabbia e il suo fango appiccicoso non siano un fatto personale e solitario, legato indissolubilmente alla propria identità ma al contrario uno stato quasi fisiologico di pertinenza comune, permette a Yuki di ribaltare la gerarchia che relega il suo sentimento ai margini, come una inadeguatezza da nascondere e ignorare. È dopo aver disinnescato questi due fattori che Yuki può concepire la risalita. Mano nella mano con il fratello, approda alla calma lineare delle strade consuete, dei marciapiedi e dei muri. È tra le pareti di casa, tutte dritte, che la Principessa mostra il suo dono. 


 
Accolta, nominata, conosciuta e condivisa, sua Altezza Poltiglia si mostra per quello che è, un accadimento naturale quanto la pioggia, da attraversare senza paura come si attraversa la gioia, passeggero come passeggero può essere lo sporco che imbratta i vestiti, scomoda, certo, ma non per questo priva di angoli di bellezza. 


Percorso inverso quello de Il sasso più bello, anche se sempre giocato sulla linea retta che divide il sopra e il sotto, il limaccioso e l’aereo, il ristagno della palude e il movimento della corrente. Fin dalle prime pagine siamo accolti da tavole scure e avvolgenti, che pur suggerendo staticità sono percorsi da fremiti e bagliori, un’inquietudine dorata che sembra cercare una strada per oltrepassare i tratteggi fittissimi. 


Di questo si tratta: di un luogo dove l’acqua ha smesso di scorrere, dove le cose sono quello che devono essere e nulla si muove. In questo albo non si scende: siamo già sotto. La melma ha invischiato ogni vitalità, riempie gli occhi del panettiere fin dal primo mattino, l’acqua trattenuta ristagna a bordo del tavolo della colazione e per raggiungere i banchi e insegnare qualcosa le maestre devono strappare giunchi e ninfee. Primi piani della vegetazione si alternano a visioni notturne di treni e stazioni, dove i ricordi dell’infanzia si susseguono rapidi, frammenti che pur luminosi non possono che essere fagocitati dal martellante ritmo delle giornate. A quanto pare, non esiste sasso che possa rimbalzare su acque di questo genere, perché a stare sott’acqua ci si fa l’abitudine. 


Eppure, anche in un luogo così immobile è possibile che qualcuno azzardi il cambiamento. Accade una notte che bagliori e macchie trovino una strada per arrivare al cielo: un signore fa rimbalzare dei sassi sulla superficie irreprensibile dell’acqua, e questa in risposta risponde schioccando, come fosse uno strumento musicale. Dalla riva, suo figlio batte le mani e ride. Risvegliati dalla misteriosa melodia che sembra una lingua sconosciuta, altri bambini risalgono dalle profondità limacciose e, liberi dalle costrizioni del fango, si raccolgono attorno all’uomo alla ricerca del sasso più bello, quello con cui eseguirà il lancio perfetto, che rimbalzerà fino all’orizzonte e poi oltre, all’infinito. 


Questo uomo, senza nome, con la barba incolta e i vestiti stazzonati, è colui che risale. Colui che per amore si ribella alla rassegnazione compiendo un gesto che ha l’audacia del gioco e le radici profonde della memoria. Con una tecnica impeccabile, questo uomo al pari di un mago ha il potere di far scoppiare fuochi d’artificio e di accendere nei cuori altrui la meraviglia a il desiderio di emulazione, moltiplicando l’energia originaria nei gesti e nella gioia di tutti. Tutti i colori che serpeggiavano furtivi nelle illustrazioni, quasi inquinando le massicce campate di nero, convogliano liberi nei ricchi fondali marmorizzati e dinamici per sostenere questo slancio: arrivato sull’altra sponda il sasso non si ferma, trascina con sé l’acqua della palude, lo stagno comincia a gonfiarsi trasformandosi velocemente in onda gigantesca, in torrente, in fiume. 


Eccoli: Sua altezza Poltiglia principessa di Fango e Il sasso più bello
Due albi in cui si parla di ciò che sta sotto, il luogo dove la materia tutta decade, si frammenta, si decompone e dopo aver preso una pausa, si riconfigura. Il luogo del fango, un elemento che sporca, macchia, spesso maleodora e trattiene, da cui si cerca di allontanarsi ma in cui maturano i presupposti della fertilità futura. Perché è sempre qui, a contatto con la frantumazione minima, che si sviluppa la capacità di posizionare la gioia. È attraverso l’esaurimento dell’esperienza che è possibile risalire alla trasformazione. Perché in ogni frammento è conservata una minima parte del tutto, forse una luce giallo acida che non va perduta mai, nemmeno quando in apparenza sembra di essere tutti coperti di fango. 


Giorgia

“Sua altezza Poltiglia principessa di fango” Beatrice Alemagna, Topipittori, 2025 
“Il sasso più bello” Gilles Baum, Joanna Concejo, (traduzione di Lisa Topi), Topipittori, 2025 


mercoledì 8 gennaio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

UNO SPAZIO CHE PRIMA NON C’ERA 

Da persona indecisa e poco propensa alla sintesi quale sono, quando mi trovo di fronte a un problema che non offre una immediata soluzione affido le mie valutazioni al tempo. Lo lascio scorrere come si farebbe con un fiume, costruendo a valle le mie domande a forma di diga. Poi, sto seduta lì, paziente, a osservare cosa arriva: suggerimenti, indizi, ripetizioni. 
È osservando sparsi sul palmo i pezzetti di ciò che si accumula a ridosso dell’ostacolo che intuisco: la natura del problema, la precisa domanda. 
Spesso pure la risposta. 
Qualcosa di simile succede in questi due albi, abbastanza diversi, capaci di generare domande cogenti sull’infanzia, sul potere e l’autorità, sugli spazi interiori, senza tuttavia cadere mai nella tentazione di fornire risposte, forti proprio dell’eloquenza del materiale messo in movimento e in virtù del movimento stesso. 

 

In Di qui non si passa un generale generalissimo si proclama l’eroe della storia e mette un soldato di guardia alla linea di attaccatura delle pagine, stabilendo a gran voce che da lì nessuno potrà passare: la pagina di destra è riservata a lui! La guardia blocca diligentemente il passaggio a tutte le persone che non tardano ad arrivare, ognuna spinta da un proposito, un’urgenza personale, un desiderio. 
Tra le numerose lamentele e il sempre più chiassoso sconcerto passano ignari due bambini impegnatissimi a non lasciarsi sfuggire la palla con cui stanno giocando. Costretti anche loro a fermarsi, mancano un tiro, e allora è solo una questione di attimi: giusto il tempo che la pallina si fermi al centro della pagina di destra e anche i bambini sono dall’altra parte, seguiti a ruota da tutti gli altri. A nulla servirà l’arrivo del generale e dell’esercito: persino il cavallo si lascerà contagiare dall’anarchia e, disarcionato il proprio stesso padrone, se ne andrà con tutti gli altri, lasciando il sedicente eroe della storia solo e sconsolato a riordinare i resti colorati che, come seconde pelli, rimangono a terra dopo che tutti sono passati. 
Tutte quelle cose che non ci stanno più, invece, mette in scena una situazione più intima. 


È questa la storia di bambino che si trova ad avere a che fare con misteriose palline arancioni che cominciano inspiegabilmente ad apparirgli in numero sempre crescente. In assenza di una figura di riferimento e di validi suggerimenti, il piccolo tenta in tutti i modi di trovare uno spazio e uno scopo a questi inspiegabili oggetti. Tuttavia né la borsa della palestra del papà, né la cuccia del cane, l’autobus o il carrello della spesa sembrano adatti a contenerle, e al bambino, sovrastato dallo sforzo, non rimarrà che arrendersi alla loro presenza. Sarà dopo questa resa che vedrà qualcuno simile a lui, un altro bambino che, sgattaiolando tra le gambe degli adulti indifferenti, lo condurrà oltre una porta in un giardino dove le palline troveranno il loro posto. 
I due dispositivi narrativi presentano certo notevoli differenze: 
- Da una parte abbiamo un protagonista adulto, dotato di autorità, che agisce per proprio esclusivo interesse contrapponendosi a una molteplicità di persone libere, ognuna dotata di nome, relazioni amici, e di una direzione ben specifica che le spinge ad affrontare il divieto di non attraversare un dato confine; dall’altra ecco un bambino solitario (o lasciato solo?) alle prese con l’apparizione apparentemente insensata di palline arancioni di cui non è chiaro lo scopo… 


- Da una parte i colori squillanti e il tratto nitido dei lampostil danno vita a personaggi dinamici, quasi ritmici, dall’altra una palette di grigi sfumati: delineano con campiture sfumate una serie di ambienti estranei e respingenti in cui l’unico colore concesso è quello delle palline, arancioni e luminose, e il giacchino del bambino, anche questo arancione, come da programma… 
- Da una parte l’azione avviene in spazi indefiniti, candidi, e viene interrotta dal bordo della carta, come a suggerire un campo d’azione che supera la struttura del libro per estendersi ben oltre il margine; dall’altra, ecco susseguirsi scenari domestici e urbani di un quotidiano vivere comune che pare ripiegarsi su sé stesso.
- La chiara identificazione del limite e del divieto con l’attribuzione di funzione scenografica alla linea di attaccatura tra le due pagine de Di qui non si passa! si contrappone al confine psicologico che si sostanzia pagina dopo pagina in Tutte quelle cose che non ci stanno più separando gli ambienti esterni dallo spazio interno – attonito e lievemente angosciato - del piccolo protagonista, ma anche gli adulti dall’infanzia. 



- Infine, tra i personaggi della folla del primo albo serpeggia un elettrico senso di energia e si aprono variopinti fumetti che sostanziano all’occhio il rumoreggiare delle voci dei molti, rappresentando anche a livello sonoro il crescendo di un attrito tutto esterno tra il generale e la folla. Nelle grigie ambientazioni dove si muove il bambino alle prese con le palline invece, rimbomba in silenzio un conflitto intimo e personale, vissuto in una solitudine sottolineata con puntualità dagli sguardi infastiditi o indifferenti degli adulti.
 



Tuttavia, la scelta di procedere nella narrazione attraverso il dispositivo dell’accumulo stabilisce una sotterranea comunanza tra questi due albi: entrambi presentano fin dal titolo una negazione, un divieto, una linea di demarcazione, ovvero dispongono un ostacolo contro cui è necessario scontrarsi, e ovviamente entrambi procedono con l’accumulo progressivo di elementi formali proprio contro il margine stabilito dalla negazione; entrambi utilizzano espressivamente la distribuzione del peso dell’immagine nelle pagine, spostandola nel corso della narrazione da sinistra a destra quasi che l’intera struttura fosse un bilanciere e la storia una questione di stabilizzazione di forze fisiche…


Infatti, è fatto grande affidamento sul tempo necessario allo sviluppo della massa critica ed è prevista, alla fine di questo processo, l’apparizione di una soglia funzionale allo scioglimento della tensione creata dall’accumulo stesso. 



In questo modo, autori e autrici vanno costruire una efficace metafora delle modalità con cui si sviluppa e sostanzia nella mente un pensiero nuovo, un’idea o una consapevolezza per cui non era previsto uno spazio che tuttavia, da un certo momento in poi, incredibilmente si crea.


L’accumulo funziona ottimamente come dispositivo narrativo: fa nella narrazione quello che tempo e peso fanno alla roccia: strato dopo strato, millennio dopo millennio il depositarsi di materia, riordina i significati, stabilizza i legami, mette in quadratura i conflitti e i rapporti. Così, nasce la lucentezza della malachite, il verde dello smeraldo, la stabilissima trasparenza del diamante. 
Ecco allora la critica all’autorità e al rigore, ecco la negazione dello spazio dell’infanzia, ecco un inno alla vitalità dei desideri e all’individualità genuina che nell’infanzia prova a trovare la sua prima legittimazione. 


La questione saliente è la fiducia. Saper confidare nel gesto ripetitivo di voltare pagina dopo pagina dopo pagina, rimanendo tuttavia in attesa del mutamento della situazione: che l’equazione si sviluppi, che il processo si compia, che il significato si riveli. Che i materiali – persone, palline pensieri e sentimenti e domande - rivelino attraverso la loro persistenza il proprio messaggio.


Più che logico è inevitabile: l’accumulo è un arrendersi che affida alla natura stessa delle cose la parola, e che accoglie il significato evidenziato dalla ripetizione per restituirlo finalmente intero e visibile alla singolarità. Recuperando l’immagine della diga, è inutile pensare di ostacolare il libero e pulsante fluire di palline, persone, sentimenti e pensieri, stabilire a tavolino che non sia possibile passare: ciò che si accumula è destinato presto o tardi a tracimare, e per tutte le cose che sembrano inizialmente non avere collocazione, per la novità o l’urgenza del loro messaggio, si creerà un nuovo spazio: uno spazio che prima non c’era. 


Giorgia 


“Di qui non si passa!”, Isabel Minhos Martins, Bernardo Carvalho, Topipittori 2015 “Tutte quelle cose che non ci stanno più” Marta Lonardi, Corraini 2024

martedì 31 dicembre 2024

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
 CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE 
 PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 Il meglio di... un anno di libri, 
 un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
 (BUM!) 

 luglio 2024 


Quattro sorelle. Enid, Malika Ferdjoukh (trad. Chiara Carminati) Pension Lepic 2021 

 perché 

"la letteratura d'Oltralpe, Lepic scommette su quella francese, almeno la narrativa per i ragazzi, sta qualche passetto avanti rispetto alla nostra, che si districa tra alcuni grandi talenti ed eccellenze, ma anche tra tanto artigianato, talvolta un po' mediocre.


Papà ha perso la testa, André Bouchard, Quentin Blake (trad. Fabio Regattin) #Logosedizioni 2024 

perché 

"La scintilla che accende le storie di Bouchard è sempre molto luminosa e questa forse lo è ancora più di altre: partire da un assurdo assoluto, da un paradosso, impensabile purché comprensibile, quindi stravolgere o meglio capovolgere la realtà in un colpo solo, quindi rimettersi in piedi e riguardare tutto da un punto di vista consueto che però a questo punto assume i toni del grottesco e del comico. Cosa ne deriva? Umorismo allo stato puro." 

 agosto 2024 
 




perché 

"Se nell’uno veniva raccontato per accumulo quello che identifica la spiaggia, nel secondo il luogo da indagare è una interiorità, spazio concluso e infinito contenuto nel corpo di un bambino. Inutile proseguire con l’arma tagliente dello sguardo attento. Piuttosto, socchiudere gli occhi e affrontare la narrazione lateralmente, processando le immagini non per ottenere risposte certe, ma mistero, confidando più nella suggestione e nel riflesso che non nella chiara eloquenza. Rarefatte e enigmatiche, composte con tratto minuscolo e vibrante le illustrazioni si susseguono comportandosi come indizi di una presenza ineffabile; sono squarci, istantanee che assomigliano tanto agli abbagli del mare, alla luce del sole che riflessa illumina e acceca, sono, segni, detriti sottratti all’immensità per restituire – seppur in silenzio – il senso inafferrabile di una identità.


Nino, Anne Brouillard (trad. Paolo Cesari), orecchio acerbo 2023 

perché 

"La permeabilità dei mondi... Qui, in modo molto esplicito, Brouillard ci dice che tra realtà e immaginazione il confine è labile e forse addirittura non esiste. Guardarsi, sorridersi e riconoscersi - animali del bosco e bambino con peluche - attraverso un unico diaframma, invisibile di fatto, ossia una vetrata. Troppo poco perché non siano tra loro comunicanti." 

settembre 2024 


 Ö, Guridi, Kite edizioni 2024 

perché 

 “Da grafico, lui sa bene che il silenzio gli permette di essere ambiguo, quel tanto necessario perché il lettore si trovi spaesato, si guardi intorno, si interroghi, si attivi e cerchi punti di riferimento per ancorarsi e capire quel che c'è da capire. Quello che Guridi vuole succeda è che il lettore nel silenzio di parole -guida- che se ci fossero privilegerebbero un senso e uno solo - da solo debba trovarsi una strada, e fino alla fine non sappia mai se ha imboccato il sentiero giusto. Ammesso che ce ne sia uno solo. Il gioco che Guridi mette in atto è quello di "parlare" figura dopo figura con la dovuta lentezza perché il lettore abbia il tempo di percorrere a ritroso la strada fatta fin lì e confermare a sé stesso di non essersi sbagliato.”


Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini, Pedro Alcalde, Merlín Alcalde, dipinti di Guim Tió 
(trad. Federico Taibi) L'Ippocampo 2024 

 perché 

"Il pensiero filosofico, la sua storia attraverso i secoli, viene raccontata in breve e a ogni tappa prende forma di paesaggio, sempre un po' diverso, sempre attraversato da una umanità piccola... Paesaggi sgombri da tutto, a parte qualche omino piccolo o donna altrettanto minuta, spesso di spalle e volutamente assente ogni loro espressione. La grande discrepanza fra le dimensioni di una piccola quanto rara umanità che fa passeggiare nei suoi scenari, sembra voler trasmettere una sensazione di potenza del paesaggio, di una natura raccontata solo attraverso la sua essenza cromatica che la rende inevitabilmente molto vibrante e misteriosa, ma anche a segnare la presenza di un elemento differente, una sorta di contrappunto visuale. I colori stessi - pochi - contribuiscono a rafforzare il valore metaforico delle immagini, lo stesso sembra riuscire a fare la sparuta umanità."

ottobre 2024


Cavalca la tigre, Davide Calì, Guridi  Kite edizioni 2024  

 perché 

"A teatro, almeno in quello che prevede un palcoscenico, la gestualità è tutto. E qui sembra essere lo stesso. Nel teatro a quella distanza è necessario far arrivare il senso di un movimento, attraverso il grande gesto, non esagerato, non parodia di se stesso, ma piuttosto pura amplificazione. E Guridi non perde occasione di studiarlo in questa prospettiva e di inserirlo nel perimetro della pagina. Le poche e vaghe parole di Calì glielo permettono.  Gli uni e gli altri sembrano davvero usare lo spazio sulla pagina come uno spazio scenico, come ballerini sulle assi di un palco."


CRAC, Matteo Pompili e Lorenzo Monaco, ill. Luogo Comune, Camelozampa 2024 

perché

"Il risultato di questa collaborazione può dirsi riuscito nel felice compito di aprire orizzonti di curiosità, stimolare connessioni tra le conoscenze e mettere in relazione la vita propria e quella dell’universo intero. Ma in tutta questa vita che si spezza e che continua notiamo subito una grande assente. La parola morte non appare mai (nessun lombrico vorrebbe cedere al becco di un merlo, per es.), le immagini raffigurano scheletri di animali estinti e un uccellino giace sul terreno visibilmente senza vita, ma nulla di più. Che sia una scelta evidentemente ponderata ce lo conferma, su esplicita domanda, Matteo Pompili: "La nostra intenzione era quella di arrivare anche al concetto di morte, ma senza forzature e con leggerezza. Quando dopo la lettura - a immagini sedimentate - gli insegnanti lavorano coi ragazzi sul libro però ci siamo accorti che emergono proprio questi aspetti: la perdita temporanea o duratura di adulti di riferimento e la volontà di farcela e di diventare autonomi nonostante quanto accaduto. Insomma, CRAC è anche un libro che suggerisce di accettare le perdite e di “danzare” nonostante esse.""

novembre 2024


Qualcuno mi aspetta dietro la neve, Timothée De Fombelle, Thomas Campi (trad. Maria Bastanzetti) Terre di Mezzo 2024 

perché 

"quella bella lingua universale, alla quale De Fombelle ci ha abituato, qui è centellinata. E' il silenzio, a parlare. Sono così tante le cose non dette che però baluginano tra le parole, che il lettore che nei libri va cercando qualcosa che non sa, qualcosa che non sta in evidenza sul piatto della pagina, qui ha di che saziarsi. A parte i due fili narrativi, quello che racconta della rondine e quello che racconta del corriere, a parte 'la quadratura del cerchio finale' su cui si può solo tacere, sono molti altri quelli che illuminano con lo scopo di dare quella profondità di visione, che un buon libro deve avere con sé. Per essere ancora più chiari forse ha senso entrare nel merito, almeno in due casi, quello di Freddy D'Angelo e quello di Gloria. Anche i loro nomi hanno un senso..."


Le piccole astuzie, Deborah Ellis (trad. Federico Taibi) 
La nuova frontiera junior 2024 

perché

"Ellis, come se avesse una torcia in mano, illumina in modo puntiforme solo ciò che vuole. Mette i suoi lettori di fatto dentro una stanza in penombra: la penombra è il misterioso antefatto, che ignoriamo quasi del tutto. Proviamo a intuire cosa si agita nella stanza, ma ci muoviamo a tentoni. La Ellis dà una illuminatina sulla rabbia di Kate, uno sprazzo di luce sulla severità e intransigenza della nonna. Ma noi ancora brancoliamo. E la cosa curiosa è che anche la stessa protagonista, in larga misura, brancola con noi su larga parte del contenuto della stanza: una buona porzione del passato della sua scombinata famiglia, lei la ignora."

dicembre 2024


Albero. Tavolo. Libro, Lois Lowry (trad. Dylan Rocknroll) 21lettere 2024

perché

"E’ sì questo un libro che parla della memoria, certo. Della memoria individuale e collettiva, ok. Ma se dovessi dire cosa lo caratterizza maggiormente, allora direi che è un libro sul potere e la forza delle storie, della Storia. "


Il primo Natale di Babbo Natale, Mac Barnett, Sydney Smith (trad. Sara Ragusa) Terre di mezzo 2024 

perché 

"questo è il grande gioco della letteratura, del teatro, del cinema! Tutti siamo consapevoli che quello che stiamo leggendo, vedendo o ascoltando non è veramente così, eppure ci crediamo (Coleridge rules!), ovvero ci piace crederci. E quindi anche BN in persona entra a far parte del grande gioco della finzione. Proprio lui che è - diciamolo a bassa voce - la quint'essenza della finzione, la finzione per antonomasia."

[fine]

lunedì 30 dicembre 2024

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
CHE SPARIAMO NELL'ETERE
PER FARE LUCE 
PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 
Il meglio di... un anno di libri, 
un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
(BUM!) 



gennaio 2024


Grande, bro!, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) Iperborea 2024 

perché 

"Centoventi pagine che, come sempre è successo con i libri italiani della Jägerfeld, si bevono a grandi sorsate. A libro chiuso, si percepisce la stessa sensazione di appagamento che si prova quando si ha tanta sete e si manda giù dell'acqua. Ma la grandezza della Jägerfeld non sta solo nello spessore delle questioni che pone, ma anche nella leggerezza della sua architettura per raccontarle." 


L'altalena, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) Uovonero 2023 

 perché 

"Il volo è interdetto a chi non è progettato per farlo... E quindi poterlo avvicinare con tanta immediatezza e semplicità non è roba da poco, che si scorda facilmente. Ragione per la quale, molto spesso ai giardini - spesso fuori orario - sulle altalene ci sono i ragazzetti che ne fanno usi 'sperimentali', oppure gli adulti che ci si dondolano per svuotare o riempirsi la testa e qualche nonna più ardimentosa di altre che, accennando con le gambette solo all'abbrivio del movimento, riesce a rievocare quanto fosse emozionante, all'epoca dondolarsi con tutta l'energia. Credo di non allontanarmi dalla verità sostenendo che la stragrande maggioranza delle persone ha un proprio personale immaginario sulle altalene."

febbraio 2024 


Un mondo di isole, S. Quarello, C. Tasin Bertoldi, Editoriale Scienza 2024 
 
perché 
 
"È piuttosto difficile mettere insieme isole come la Groenlandia con isole molto più piccole, poco più di un insieme di scogli, ma Serenella Quarello riesce nell’intento di proporre un filo conduttore comune che non ha la pretesa della sistematicità, ma risponde alla curiosità del lettore, affrontando di capitolo in capitolo punti di vista differenti."


Kosmos, Matteo Meschiari, Roger Olmos  #Logosedizioni 2023  

perché 

"Il valore profetico - e quindi in qualche modo salvifico - di questa parabola ti aggancia e non ti molla fino alla fine.  Un lungo racconto illustrato, o un breve romanzo, che mette insieme una sequenza di belle idee che, attraverso una altrettanto bella scrittura per parole e immagini, costruisce uno scenario complesso e articolato, che implica un bel po' di ragionamenti.  Su tutto questo però si impone un ulteriore elemento, particolarmente interessante.  Esiste, fin dalla prima pagina, un doppio valore della narrazioni, sia iconica sia testuale: da una parte si tratta di pura letteratura, pura finzione, ma dall'altra il lettore è messo di fronte a una riflessione antropologica alla quale non può sottrarsi. Toccando corde profonde, aggiunge in chi legge e in chi guarda inquietudine alla propria inquietudine." 

marzo 2024 



Il tuo nido, il mondo, Carl Norac, Anne Herbauts (trad. Silvia Vecchini)  Topipittori 2023  

perché 

"Ancora prima che tutto cominci a suonare, vale la pena vedere Carl Norac che si infila le scarpe, se le allaccia e, spinto da una farfalla sulla testa, esce di corsa con la sua sciarpa al vento, attraversa un boschetto e poi quelle scarpe se le ritoglie per infilare nell'acqua di un lago prima le dita dei piedi (sarà fredda?) e poi tutto se stesso e godersela tra lontre e pesci."  



Alfred e la gogna, Jesper Wung-Sung (trad. Eva Valvo)  Uovonero 2024  

perché 

"Un contesto decisamente insolito, un'epoca passata non definita con precisione, che potrebbe oscillare tra il Medioevo, in cui la gogna era in grande voga (prima citazione nel Salterio di Utrecht nel IX secolo), fino all'Ottocento, quando venne in larga parte abolita. E uno spazio, per converso, limitatissimo. Tutto il racconto ruota intorno a un metro quadro di spazio, che è l'area di azione o non azione di Alfred. E degli altri che ronzano là attorno."

aprile 2024 



Parenti serpenti, Teresa Porcella, Roberta Balestrucci, Marianna Balducci  
Rizzoli 2024  

perché 

"Tutte e tre le autrici condividono il senso ultimo del progetto, come pure lo sguardo divertito che hanno nel raccontarlo, con tre linguaggi diversi, ma accordati tra loro.  Ecco. Qui c'è forse il primo merito di Parenti serpenti, in questa regolare e molto armonica cadenza, un passo da montanare (nonostante le loro orgini), che va avanti per 21 volte con 21 diverse tipologie di parenti: quando una delle tre rallenta le altre due la prendono per mano e la tirano in avanti, con l'intento di arrivare insieme in cima: a libro ben fatto."



The Kissing Game. Short Stories, Aidan Chambers (trad. Marta Barone)  Equilibri 2024  

perché 

"Chambers è un autore necessario.  Ragion per cui in casa Equilibri, forse i più devoti apostoli del chambersianesimo, non si perde occasione di diffondere la sua poetica e soprattutto i suoi pensieri e le sue pratiche intorno alla letteratura: dalla 'rilettura' del diario di Anne Frank in una prospettiva ancora ulteriore che possa servire a una riflessione sull'adolescenza tout court, ai suoi 'manuali' su come far radicare in modo efficace e duraturo la letteratura di qualità nelle terre dove pascolano i lettori difficili."  

maggio 2024 



La maestra è scomparsa!, Harry Allard, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier)  Lupoguido 2024  

perché 

"Tanto Marshall, come illustratore preferito di Allard, quanto soprattutto Allard, in quanto scrittore d'elezione di Marshall, con Ungerer hanno condiviso la stessa visione di un'infanzia che sa essere anche molto scorretta, con Ungerer hanno condiviso il coraggio di non fermarsi in nome del politicamente corretto, ma di proseguire per la propria strada, raccontando e disegnando adulti stupidi che fanno cose stupide, oppure brutti e severi, oppure ancora carini, ma bugiardi e lievemente disonesti e anche un filino omertosi..."



Papera, Coniglio e Grande Orso, Nadine Brun-Cosme, Olivier Tallec  
(trad. Tommaso Gurrieri)  Edizioni Clichy 2024  

perché 

"Dote rara, la loro, quella di saper cogliere il nocciolo di una questione, mai banale e mai trita, e di riassumerla in pochi segni, in poche parole che mettono in bocca a qualcuno che è terzo rispetto a noi lettori, ma che - proprio per questa sua apparente estraneità - può diventare emblematico. A quei due riesce facile come disegnare un lupo senza mai staccare la matita dal foglio in poco meno di due secondi, o come racchiudere in un puntino nell'occhio un'espressione inconfondibile, facile come definire il sentiero "lungo e tortuoso" o solleticare in una frase Se solo i miei amici potessero vederlo! il ricordo di quello che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha pensato, scoprendo in totale solitudine qualcosa di magnifico."

giugno 2024 


Stardust. Polvere di stelle,  H. Arnesen, trad. L Cangemi, Orecchio Acerbo 2024  

perché 

"è un libro importante e ambizioso, perché si muove su un terreno molto battuto recentemente e pretende di farlo con una forma e un linguaggio tutt’altro che comune.  Si potrebbe sintetizzare l’argomento affermando che Stardust parla di cambiamento climatico.  Ma come tutte le sintesi, anche questa rischierebbe di essere limitativa, banalizzante e in parte fuorviante.  Perché il tema invece è complesso e perché il libro rifugge dal tentativo di ridurlo a poche frasi ad effetto.  Trattandosi di un libro illustrato che possiede una parte informativa, ma una ben più ampia narrativa e in versi, l’autrice avrebbe potuto procedere soltanto sul sentiero dell’aggancio empatico: le sue immagini molto forti lo avrebbero permesso e lei ne sarebbe venuta fuori sicuramente molto bene.  E invece sceglie di parlare al lettore in modo differente, di chiamarlo direttamente in causa, di rivolgersi a lui e alla sua storia."


Il lupo, Saša Stanišić, Regina Kehn (trad. Claudia Valentini) Iperborea 2024 

perché 

"A parte la sottile ironia che lo attraversa, nella voce del protagonista sempre pronto a definire come precisi e stereotipati i contorni di certi personaggi, salvo poi doverne ammettere complessità ben diverse, mi sembra divertente il ripetuto passaggio dal piano di realtà e quello dell' immaginazione che attraversa la storia: gli dà il titolo e offre divertenti spunti alla bravissima Regina Kehn che, tra cervi e lupi, racconta la sua versione dei fatti."

[continua]

mercoledì 27 novembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

GATTO, SONO STATO BRAVISSIMO! DISSE TOPO 


 -Ma?! 
-TOPO! -Si, Gatto? 
-Cos'è questo? 
-Sembrerebbe un vaso di biscotti rotto. 
-Lo so che è un vaso di biscotti rotto! Cos'è successo? Dove sono i biscotti? 
-Ottime domande, Gatto. 
 Adesso ti spiego... 

 



Due personaggi, tra i più classici della letteratura per bambini: un gatto e un topo, e un misfatto, ossia un vaso rotto e dei biscotti spariti. 
Partiamo da una constatazione evidente, quella davanti alla quale si trova Gatto che, entrato in camera, vede del suo vaso in vetro solo i cocci in terra, e nessuna traccia dei biscotti contenuti. Gatto arriva e urla il nome del topo, Topo appunto, perché non ci vuole molto a immaginare che sia lui l'autore della sparizione e del danno. 
Il campo si allarga e accanto al felino giustamente adirato troviamo un topo in atteggiamento tutt'altro che preoccupato: seduto comodamente in poltrona, il topo si gode il suo libro, accanto a lui un tavolino con acqua e piattino. Placidamente risponde al gatto che lo ha chiamato, cosa può volere questo “simpatico” seccatore? Di fronte alla domanda ovvia che il gatto gli rivolge, il topo, che sembra stupito, risponde con grandissima disinvoltura raccontando una propria, singolare versione dei fatti: pare che i biscotti fossero stanchi di rimanere costretti in un vaso e abbiano cominciato a muoversi, provocando la caduta del vaso che, una volta rotto gli ha permesso di fuggire. 


Di fronte all'irritazione di Gatto, Topo rilancerà con una, due, tre altre versioni dei fatti, una più bizzarra dell'altra, provocando un crescendo di irritazione dell'altro, che si sente preso in giro. La conclusione sovvertirà ogni previsione, perché sebbene al lettore possa apparire da subito chiaro che Topo sta bleffando, non è altrettanto chiaro come Gatto pensi di risolvere il problema e rivendicare il furto che ha subito.
Il finale che qui non rivelo, pena la perdita di sorpresa, è quello che conferisce al discorso il suo senso compiuto e che permette di inquadrare questa divertente storia nel novero delle riflessioni del significato stesso del narrare. 
Partiamo dalla considerazione dei due personaggi. 
Non a caso Ruzzier ha scelto un gatto e un topo, infatti chi legge la storia, per quanto giovane possa essere, si trova davanti prima ancora che due animali, due soggetti fortemente simbolici: uno grande, il predatore, l'altro piccolo, la preda, che da sempre ha cercato di guadagnarsi la salvezza facendo leva sulla scaltrezza e l'astuzia. Possiamo risalire fino ad Esopo e alle sue favole per incontrare gatti e topi alle prese con la lotta alla sopravvivenza e anche in quel caso la piccola potenziale preda deve fare affidamento sulle sue doti intellettive se vuole salva la vita. Il gatto, d'altro canto, può contare su una mole e una forza maggiore ma, in questa come in tutti i racconti tradizionali, non è detto che risulti necessariamente il vincitore, come a dire che se la natura ti ha dotato di un iniziale vantaggio, non devi comunque dare per scontato che questo ti permetta di primeggiare. 


Gatto in questa storia veste i panni di una figura genitoriale, adulta, sono suoi i biscotti e il barattolo; e come un adulto quando smaschera una marachella esige una spiegazione anche quando si trova davanti all'evidenza dei fatti, salvo poi arrabbiarsi se il racconto fornito non risulta corrispondente alla propria ipotesi. 
Topo veste i panni del bambino, forza eversiva e poco incline al controllo per natura, mangia i biscotti per il solo fatto di averne voglia e trova assolutamente naturale farlo. Eppure sa che Gatto non sarebbe d'accordo e che per questo potrebbe punirlo, allora utilizza quell'unica risorsa che potrebbe mettere in difficoltà l'adulto pedante e razionale: l'immaginazione. 
Scombinare le carte, chiamare in causa le situazioni e i personaggi più assurdi, perché in questo modo ciò che è già chiaro e innegabile possa apparire contestabile. E in ognuna delle messe in scena di Topo quello che stupisce è l'atteggiamento che assume: perfettamente nei panni di un diligente bambino che segue gli insegnamenti degli adulti, ogni volta accoglie le richieste dei bizzarri personaggi come la buona educazione richiede e mai si sognerebbe di comportarsi in modo sgarbato, perché in fondo ci hanno insegnato che bisogna essere gentili e dunque non si può negare un biscotto a un insettino o il carburante a un extraterrestre di nome Giuseppina con l'astrononave a secco. Topo, oltre che incredibile inventore, si rivela raffinato interprete parodico che mette discretamente alla gogna certi precetti buonisti che il mondo adulto impartire da sempre al mondo infantile. 
Le versioni dei fatti messe in tavola da Topo sono solo quattro e questo è davvero un peccato, perché ne vorremmo ascoltare ancora e perché sarebbe bello se i personaggi che popolano queste storie fossero veri; è questo di fatto il desiderio che chiude il racconto, il non detto che viene consegnato al lettore, preferibilmente bambino, preferibilmente dai 3 anni in su, che si diverta anche lui a prendere in giro Gatto e immaginare cosa altro possa aver causato la scomparsa di quei biscotti e la rottura di quel vaso! 


Il racconto verbale viene affidato unicamente alla forma dialogica, nessuna narrazione a corredo di un botta e risposta sintetico ed efficace. Per il resto sono le immagini che completano l'ambientazione in cui si muovono i due protagonisti. Gatto e Topo abitano in una casa che sembrerebbe ricca, a giudicare dal pavimento e dai quei pochi elementi di arredo che vediamo nelle prime scene, un tavolino di gusto aristocratico, una sedia papalina sulla quale è accomodato Topo. Eppure, nonostante questi elementi di arredo siano realizzati con dovizia di particolari, in un contesto completamente vuoto restituiscono una sensazione straniante, come se fossero pezzi ultimi di un passato sfarzoso e non più esistente, o come se fossero oggetti sospesi in un luogo altro e comparsi solo in quanto funzionali alla narrazione. 
D'altro canto, l'esterno dell'abitazione che vediamo nelle illustrazioni successive non è affatto quello di una casa di lusso e anche i colori caldi e non realistici del paesaggio restituiscono un universo decisamente surreale in cui persino le porzioni di natura, colline, vallate e monti, si piegano a esigenze narrative. Se nella stanza dove ci troviamo all'inizio della storia incontriamo per la prima volta Gatto e la sua pretesa di avere la versione “vera” dei fatti può sembrare plausibile e condivisibile, man mano che procediamo con la lettura e l'immersione in quel contesto immaginifico, quella richiesta perde progressivamente legittimità e il fulcro della questione si sposta dal piano binario del vero/falso a quello cangiante e imprevedibile dell'invenzione. I luoghi esterni e interni che Ruzzier costruisce per mezzo di larghe e leggerissime pennellate di acquerello e china compongono la scena unica dove può plausibilmente abitare la storia, intesa non come ricostruzione dei fatti aderente al vero, ma come prodotto dell'elaborazione fantastica che intrattiene con il reale un rapporto non servile, ma solo accessorio. E quindi non può che essere Topo l'inquilino eletto di questi luoghi, lui e i biscotti fuggiti, il mostro viscido e l'extraterrestre Giuseppina. E Gatto avrà accesso a questo mondo solo quando accetterà le condizioni di Topo. 

Teodosia 

"La storia vera", Sergio Ruzzier, trad. Sergio Ruzzier, Topipittori 2024