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mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


mercoledì 13 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DALLA BOCCA DI UN LEONE 


Sono la Rabbia. Non ho né padre né madre: 
sono saltata fuori dalla bocca di un leone 
quando non avevo neanche mezz'ora di vita; 
e ho scorrazzato su e giù per il mondo 
con questa coppia di spade, ferendo me stessa 
quando non avevo nessuno da combattere. 
Sono nata all’inferno; e fate attenzione, 
perché qualcuno di voi sarà mio padre. 

Con questa citazione de Il dottor Faust di Christopher Marlowe in esergo, Inés Garland dà il via alla storia di una ricerca, che è anche un combattimento, che è anche la lenta costruzione di sé del giovane Tadeo. 
La rabbia è quella che Tadeo sente crescergli dentro sin dalla prima scena del romanzo, quando suo fratello Iván lo costringe ad allargare le braccia a croce tenendo sul palmo di ciascuna mano un volume dell’enciclopedia Britannica con la minaccia di riempirlo di botte se le braccia dovessero cedere sotto quel peso. Il combattimento pure è di Tadeo, contro quella rabbia di cui rischia a ogni passo di diventare il padre. La ricerca è quella di capire sé stesso e la sua triste e opprimente famiglia, capire tutto quello che gli viene taciuto. 
Quello che Tadeo certamente sa è che non vuole diventare né come suo padre, né come Iván. 
Siamo in Argentina, a Buenos Aires e Tadeo è un quattordicenne, il più giovane di quattro fratelli. Vive in una famiglia devastata dall'irragionevole severità del padre, dalla triste e anaffettiva sottomissione della madre e dalla crudeltà fisica e psicologica di Iván. 
In effetti, motivi per farsi divorare dalla rabbia ce ne sarebbero abbastanza. 
La fugace presenza in famiglia della sorella Lucrecia, per quanto affettuosa, non riesce a spezzare l’angoscia che si respira costantemente in casa. E poi c'è l’altro fratello, Jano, personaggio centrale nella storia ma intorno al quale si condensa un omertoso mistero che riguarda la paralisi dovuta a un incidente di cui nessuno vuole parlare: la sua presenza, per quanto immobile e muta, è il nocciolo duro della storia.
Si tratta dunque di un affresco familiare che – per quanto nelle intenzioni dell’autrice nasceva come una storia corale - presto viene sopraffatto dalla figura di Tadeo che prende le redini della narrazione: il suo sguardo sulla famiglia e su se stesso diventa voce narrante alla quale l’autrice decide di affidarsi senza esitazione. 
Appena può, Tadeo si rifugia al fiume. Lì trova ristoro: la natura gli offre la possibilità di cercare un contatto con se stesso e sarà proprio lì che incontrerà Vera, una coetanea che invece ha una famiglia gioiosa e aperta, non priva di problemi ma con una sana stravaganza che consente di vedere le cose del mondo con amore e immaginazione. La famiglia di Vera è differente: non è questione di perfezione, non si tratta di non avere problemi, di essere più o meno fortunati… è questione di abbracci, di sincerità, di coraggio, di immaginazione e di cura. 
Sarà lei ad aprire lo sguardo di Tadeo a un modo diverso di essere famiglia e più in generale, a una postura differente rispetto ai fatti della vita. 
Tadeo osserva, si fa domande, mette insieme ricordi, confronta gli sguardi, cerca la strada e segue le tracce che Jano, quel fratello ormai ridotto al silenzio, gli ha lasciato. 
Inés Garland costruisce un racconto intenso, ruvido e coraggioso al tempo stesso che procede seguendo i pensieri e le vicende del protagonista, ma anche servendosi delle grandi narrazioni: ci imbattiamo nel mito di Atteone, che viene trasformato in cervo per aver visto quello che non poteva vedere e viene sbranato dai suoi stessi cani, o nei racconti delle Mille e una notte che dicono di potenti metamorfosi e terribili presagi. Come la lenta costruzione di un puzzle, Tadeo mette insieme i pezzi fino a svelare i tormenti, i segreti e le radici che hanno fatto di quella famiglia quella che è. Per percorrere i labirinti di quella rabbia e trovare la via di uscita. 
Tante sono le questioni affrontate: la malattia mentale, l’omosessualità, la violenza domestica, la vergogna, la sconfitta, il coraggio della verità, l’amore, il dolore, la libertà, la forza e la debolezza, ma nessuna di queste diventa “un tema” né tanto meno un insegnamento. 
I personaggi sono densi di sfaccettature, mai completamente incasellabili in un tipo piuttosto che in un altro. Tutte persone vive e dunque complesse. 
Tadeo diventa capace di attraversare questa complessità e di riconoscerla in se stesso. E questo fa di questa storia, una bella storia. 
"Tutta la rabbia che ho dentro", il cui titolo originale è "De la boca de un león", è stato premiato dalla giuria del XXI Premio Alandar che ha definito l'opera come "un avvincente romanzo di formazione, che parla di crescita, maturazione e ricerca dell'identità, capace di creare un'intensa tensione psicologica attraverso piccoli gesti. Notevole sia dal punto di vista tecnico che letterario, riesce a costruire una grande storia a partire dai conflitti familiari e a stabilire uno schema di disattivazione della violenza. Una narrazione travolgente con improvvisi sprazzi di chiarezza, soprattutto nelle scene rurali, che qui sembrano avere un potere curativo." Pienamente d’accordo. 
Inés Garland è stata apprezzata anche in Italia con l’attribuzione del Premio Strega Ragazzi nel 2023 per “Lilo” (Uovonero). Con Feltrinelli, nel 2015 ha pubblicato "Carta Forbice Sasso". 

Patrizia 

Noterella al margine. Qui il testo spagnolo delle motivazioni della giuria del Premio Alandar:  "una emocionante novela sobre el crecimiento, la madurez y la búsqueda de la identidad que consigue crear una intensa tensión psicológica a través de pequeños gestos. Notable tanto desde un punto de vista técnico como literario, logra levantar, a partir de los conflictos domésticos, una gran historia y establece un patrón de desactivación de la violencia. Consigue llenar una narración sobrecogedora de ráfagas de claridad, especialmente mediante las escenas de campo, que aquí parece tener un poder curativo".


Tutta la rabbia che ho dentro", Inés Garland, trad. di Francesco Ferruccio, Uovonero 2026 


mercoledì 6 agosto 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

COPERTI DI FANGO 

Due albi per mostrare e rendere fruibile il sotterraneo dialogo che si compie tra il sopra e il sotto, tra l’oscurità e la luce, il male e il bene. Due albi per conferire narrazione e parole all’interdipendenza tra la felicità e la rabbia, lo scontento e l’eccitazione, poli energetici apparentemente in conflitto ma facenti parte, tutti, della multisfaccettata e organica capacità umana del sentire. 
Due albi necessari, per spodestare un poco il valore che viene dato in automatico alle emozioni positive e smascherare come sia invece l’alfabetizzazione sensibile dei vissuti negativi a potenziarle, perché esattamente come per la tridimensionalità delle immagini, al nostro cuore servono anche le ombre, per vedere. 


In Sua altezza Poltiglia Principessa di Fango la consapevolezza profonda che Beatrice Alemagna da sempre dimostra per la coesistenza nell’animo bambino tra male e bene, luce e ombra è rintracciabile fin dal titolo, dove la poltiglia e il fango, elementi materici che si trovano letteralmente sotto i nostri piedi vengono legati a doppia mandata a concetti astratti quali altezza e regalità. Un titolo che è quindi una dichiarazione di intenti per quello che verrà raccontato. 


Questa è la storia di Yuki, che sconfortata dall’ennesima incomprensione con Sen, silenziosissimo e imbronciato fratello maggiore, getta le chiavi in un tombino. 
Yuki è colei scende, compiendo il passo volontario di entrare nella propria riconosciuta negatività. Perché lo dice subito, lei, di essere cattiva e intrattabile, ammette di urlare e sbattere i pugni a terra, sa di ingarbugliarsi come fili elettrici con grande facilità. Yuki butta le chiavi nel tombino e poi decide di andarle a riprendere, ed è qui, sotto lo strato di asfalto e pietrisco che separa la città del quotidiano dai suoi malmostosi sotterranei, che la sua avventura apre davvero alla consapevolezza. 



Negli oscuri cunicoli a cui approda, Yuki fa la conoscenza di sua altezza Poltiglia, la Principessa di Fango: una massa informe e bonaria che la invita cortesemente a seguirla nei luoghi in cui viene accumulato, analizzato e gestito il fango dell’anima, questa rabbia che Yuki si ritrova appiccicata addosso ma che, a quanto pare, oltre che a sporcare ha anche altre caratteristiche. Passando per la Giungla Nera, dopo aver fatto conoscenza con Caccoli, (piccoli e buffi esserini deputati allo sviluppo del senso di Colpa) Yuki oltrepassa Lagondiglio, e arriva alla Rabbioteca, dove scopre che la rabbia può essere catalogata a seconda delle sue specifiche modalità di espressione, e addirittura assaggiata, passando da sentimento informe a travolgimento scomodo sì, ma anche ricco di informazioni da degustare. 


Non solo: a corollario di questa alfabetizzazione gourmet, nei sotterranei – sempre bellissimi grazie all’illustrazione caleidoscopica e sensibile di Alemagna – Yuki mette a fuoco due questioni nevralgiche. La prima è l’interdipendenza tra il proprio sentire e le dimensioni della Principessa di Fango; la seconda è conseguenza diretta della scoperta che anche suo fratello sia passato di lì. Il fatto che tutti abbiano accesso ai sotterranei, che addirittura Sen abbia conosciuto la Principessa, che la rabbia e il suo fango appiccicoso non siano un fatto personale e solitario, legato indissolubilmente alla propria identità ma al contrario uno stato quasi fisiologico di pertinenza comune, permette a Yuki di ribaltare la gerarchia che relega il suo sentimento ai margini, come una inadeguatezza da nascondere e ignorare. È dopo aver disinnescato questi due fattori che Yuki può concepire la risalita. Mano nella mano con il fratello, approda alla calma lineare delle strade consuete, dei marciapiedi e dei muri. È tra le pareti di casa, tutte dritte, che la Principessa mostra il suo dono. 


 
Accolta, nominata, conosciuta e condivisa, sua Altezza Poltiglia si mostra per quello che è, un accadimento naturale quanto la pioggia, da attraversare senza paura come si attraversa la gioia, passeggero come passeggero può essere lo sporco che imbratta i vestiti, scomoda, certo, ma non per questo priva di angoli di bellezza. 


Percorso inverso quello de Il sasso più bello, anche se sempre giocato sulla linea retta che divide il sopra e il sotto, il limaccioso e l’aereo, il ristagno della palude e il movimento della corrente. Fin dalle prime pagine siamo accolti da tavole scure e avvolgenti, che pur suggerendo staticità sono percorsi da fremiti e bagliori, un’inquietudine dorata che sembra cercare una strada per oltrepassare i tratteggi fittissimi. 


Di questo si tratta: di un luogo dove l’acqua ha smesso di scorrere, dove le cose sono quello che devono essere e nulla si muove. In questo albo non si scende: siamo già sotto. La melma ha invischiato ogni vitalità, riempie gli occhi del panettiere fin dal primo mattino, l’acqua trattenuta ristagna a bordo del tavolo della colazione e per raggiungere i banchi e insegnare qualcosa le maestre devono strappare giunchi e ninfee. Primi piani della vegetazione si alternano a visioni notturne di treni e stazioni, dove i ricordi dell’infanzia si susseguono rapidi, frammenti che pur luminosi non possono che essere fagocitati dal martellante ritmo delle giornate. A quanto pare, non esiste sasso che possa rimbalzare su acque di questo genere, perché a stare sott’acqua ci si fa l’abitudine. 


Eppure, anche in un luogo così immobile è possibile che qualcuno azzardi il cambiamento. Accade una notte che bagliori e macchie trovino una strada per arrivare al cielo: un signore fa rimbalzare dei sassi sulla superficie irreprensibile dell’acqua, e questa in risposta risponde schioccando, come fosse uno strumento musicale. Dalla riva, suo figlio batte le mani e ride. Risvegliati dalla misteriosa melodia che sembra una lingua sconosciuta, altri bambini risalgono dalle profondità limacciose e, liberi dalle costrizioni del fango, si raccolgono attorno all’uomo alla ricerca del sasso più bello, quello con cui eseguirà il lancio perfetto, che rimbalzerà fino all’orizzonte e poi oltre, all’infinito. 


Questo uomo, senza nome, con la barba incolta e i vestiti stazzonati, è colui che risale. Colui che per amore si ribella alla rassegnazione compiendo un gesto che ha l’audacia del gioco e le radici profonde della memoria. Con una tecnica impeccabile, questo uomo al pari di un mago ha il potere di far scoppiare fuochi d’artificio e di accendere nei cuori altrui la meraviglia a il desiderio di emulazione, moltiplicando l’energia originaria nei gesti e nella gioia di tutti. Tutti i colori che serpeggiavano furtivi nelle illustrazioni, quasi inquinando le massicce campate di nero, convogliano liberi nei ricchi fondali marmorizzati e dinamici per sostenere questo slancio: arrivato sull’altra sponda il sasso non si ferma, trascina con sé l’acqua della palude, lo stagno comincia a gonfiarsi trasformandosi velocemente in onda gigantesca, in torrente, in fiume. 


Eccoli: Sua altezza Poltiglia principessa di Fango e Il sasso più bello
Due albi in cui si parla di ciò che sta sotto, il luogo dove la materia tutta decade, si frammenta, si decompone e dopo aver preso una pausa, si riconfigura. Il luogo del fango, un elemento che sporca, macchia, spesso maleodora e trattiene, da cui si cerca di allontanarsi ma in cui maturano i presupposti della fertilità futura. Perché è sempre qui, a contatto con la frantumazione minima, che si sviluppa la capacità di posizionare la gioia. È attraverso l’esaurimento dell’esperienza che è possibile risalire alla trasformazione. Perché in ogni frammento è conservata una minima parte del tutto, forse una luce giallo acida che non va perduta mai, nemmeno quando in apparenza sembra di essere tutti coperti di fango. 


Giorgia

“Sua altezza Poltiglia principessa di fango” Beatrice Alemagna, Topipittori, 2025 
“Il sasso più bello” Gilles Baum, Joanna Concejo, (traduzione di Lisa Topi), Topipittori, 2025 


venerdì 14 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CAVALCARE LA FURIA

Il mondo è rosso, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) 
Uovonero 2022 


POESIA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"La furia è accecante, 
ma vedo chiaramente 
che ora uguale a prima 
non ci sarà più niente. 
E tuoni,
ed esplosioni, 
e fulmini, 
e saette, 
e fuochi, 
e turbinii, 
e raffiche, 
e vendette! 
Ruggisco, strillo, 
ringhio, scateno ogni mio 
istinto." 

Vede rosso, quella bambina che si oppone al vento e attraversa di corsa il mondo che quando non è sotto un cielo di nuvole incombenti, è scuro, è grigio color della lavagna o blu o nero come un mare tempestoso. 
Attraverso lo spazio, corre, vola, si impone, con le spalle sempre rivolte a sinistra, e a destra lo sguardo. Tranne in un caso. Spesso le mani e i pugni serrati in avanti, o sui fianchi, con le guance pallide e poi infuocate. Sotto gli spruzzi battenti, attraverso una tempesta di schizzi di un mare in tempesta, lei è lì che lo sfida:  non si spaventa, ha un gran coraggio: è potente e dimostra la sua forza.
 

Lentamente il cielo della notte si rischiara e la luna appare e altrettanto all'improvviso quel furore, quella rabbia, diventa una pantera da cavalcare: un animale su cui salire in groppa e attraversare la campagna all'alba di un un nuovo giorno. Lasciata indietro la furia cieca, ora resta un cielo chiaro e il coraggio di aver saputo attraversare il suo monsone e aver visto in sé l'energia per un altro giorno e un altro viaggio. 

Questione complicata: irta - come tutto ciò che riguarda il racconto a parole e immagini delle emozioni - di burroni in cui precipitare. 
Qui però succedono una serie di cose che danno la rassicurante sensazione di non cadere nel vuoto, ossia di avere per le mani un libro ben fatto. 
La prima cosa che succede è molto silenziosa e riguarda la composizione delle immagini: lo spazio che si prendono e i colori di cui si servono. 
La seconda che accade è quella connessa alle parole che, pur non essendo silenziose, parlano una lingua inaspettata. 
La terza cosa che succede è il ragionamento che le prime due suggeriscono, e incitano a intraprendere. Con ordine: la prima dipende e si qualifica in uno degli aspetti più eclatanti dell'arte di Britta Teckentrup, di cui si è parlato anche altrove. 
Mi riferisco alla sua capacità di costruire attraverso il colore e il tipo di segno (e quindi anche la tecnica) un preciso stimolo emotivo nell'osservatore. Prima ancora di raffigurare qualcosa: un luogo, un personaggio, un oggetto, Britta Teckentrup organizza attraverso i due codici suddetti - segno e colore - un contesto emotivo in cui invitare i propri lettori. 


Qui, molto più che altrove, forse guidata dall'argomento intorno a cui ruota la narrazione, la Teckentrup non si dà limite e parte con una doppia tavola al vivo, in cui il rosso e il grigio e il nero si mescolano creando più che un paesaggio (in realtà ogni sguardo sarà in grado di leggere il proprio attraverso una nebulosità dei colori sovrapposti) uno stato d'animo. Già nella pagina successiva, una tavola singola a sinistra, il rosso viene attraversato e abitato dalla bambina che si oppone alla tempesta che la investe. E' in primo piano. Lei, come spesso accade nelle illustrazioni di Teckentrup, è poco più che una silhouette, rigorosamente scura, in ombra. Ma con pochi segni si intuisce la potenza della scena: occhi serrati, bocca aperta, mani aperte... 
Contemporaneamente, in modo quasi inconsapevole per il lettore, si percepisce la forza impetuosa delle scene: lo spazio dell'illustrazione riconquista lento la successiva tavola, la coda del drago sconfina addirittura nel bianco dedicato al testo. 
Vengono utilizzate tutte le possibilità che la pagina le consente: immagini a doppia pagina senza parole, immagini a doppia pagina con il testo che corre sotto, pagine di solo testo, pagine di sole immagini, pagine che diventano campo di scontro tra testo e figure. Un continuo variare di ritmo di lettura e di sguardo e di colori, in un tripudio, una sorta di happening pittorico con evidenti riscontri a livello emozionale; qualcosa che raramente ha trovato spazio finora negli albi illustrati. 
Su tutto ciò si diffonde un testo che graficamente continua a giocare sul proprio impatto visivo. Combatte, si ingrandisce, rimpicciolisce, si smaterializza, ossia viene quasi raspato via dalla forza che lo circonda. 


E qui è già entrata in campo la seconda cosa: il testo. Potente, almeno al pari dei colori che riverbera, insolito, pieno di soluzioni linguistiche ricercate: acceco, sfreccio, strappo, percuoto, sfregio, impazzo! Accurato, preciso nel suo pescare in una lingua alta, nel suo crescendo e nel suo essere, incredibile, in rima. Una rima che arriva in fondo: una partenza che solo dopo suona come un verso. 
Credo che, a giudicare da quando si vede nella versione originale in tedesco, la traduzione di Bandirali con onore sia stata capace di assecondare non solo 'la metrica', ma anche la medesima musica e impatto. La terza cosa è, a evidenza, la più spinosa: che senso dare a tutto questo flusso incontenibile, inarrestabile, straripante che è la rabbia, o per meglio dire la furia (in tedesco Wütend è ben di più di arrabbiato, ha a che fare con la furia: furioso, furente, con la bestialità: imbestialito...)? 
Fortunatamente non c'è una soluzione consolatoria (speriamo bene: tutto quel rosso e tutto quel nero tutte quelle furie e urla quanto influiranno sull'atto codardo e miope di riappoggiare il libro sullo scaffale?) tesa a limitare i danni del sentirsi furiosi, ma c'è una lettura possibile che è un po' quella che è la stessa Natura a suggerire (e non è un caso che Teckentrup affidi ai suoi disegni questa chiave interpretativa) - a parte la più facile e trita che dopo la tempesta, poi tornerà il sole - ce n'è un'altra più sottile che allude - quanto meno sul piano visuale - al mondo animale. 


Le bestie - dal barboncino all'orso polare - hanno nei loro codici di comportamento 'naturali' l'aggressività e non c'è nulla di sbagliato in questo. E allora la chiave è un po' questa: anche l'uomo (e i bambini ancora di più) -per quanto cerchi sempre di nasconderlo e soprattutto di reprimerlo- con la rabbia e l'aggressività deve fare necessariamente i conti. 
Attraversarla, cavalcarla ed essere capace di vederne il potenziale di energia che essa genera per utilizzarlo al fine di 'irrobustirsi' prima di affrontare una nuova sfida, a me pare cosa buona e giusta. Imparare a non nasconderla, ma al contrario essere bravi a usarla come vettore, usarla come energia per farsi portare verso qualcosa di meglio: la rabbia mi dà forza, la rabbia mi fa bene, la rabbia m'incoraggia, la rabbia mi sostiene... 

Carla

lunedì 7 maggio 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IL DIAVOLO IN CORPO


Trovo particolarmente difficile trovare la giusta chiave interpretativa per raccontare l’ultimo romanzo di Gabriele Clima, La stanza del lupo, pubblicato dalle edizioni San Paolo.
E’ un romanzo intenso, anche violento, se ci si vuole attenere alla storia in senso stretto. Ma è una fotografia iperrealistica di un determinato aspetto dell’adolescenza: la rabbia. Non la passeggera arrabbiatura, ma una forza prorompente che trascina il soggetto in una situazione apparentemente senza uscita.
Dunque, la trama: iIl protagonista, Nico, un sedicenne con una famiglia abbastanza normale, ha due solidi punti di riferimento affettivo, ovvero Claudia, la sua ragazza, e Leo, l’unico amico che lo capisce veramente, forse anche troppo.
Il romanzo, scritto con uno stile asciutto privo di qualsiasi compiacimento retorico, ci mostra Nico in famiglia: lui che disegna sulla parete l’universo che ha dentro e che non riesce a esprimere, e il padre, che chiama l’imbianchino ogni settimana per far ricoprire i disegni; la ripetizione di questa situazione ben rappresenta l’impossibilità di parlarsi, ancor meglio, l’impossibilità di parlare la stessa lingua in un momento di massima confusione per il ragazzo, travolto dalle sue stesse emozioni.
Capiamo dall’inizio che in questo rapporto, così come nella figura materna, vista come presenza marginale e sofferente, si annida qualcosa di profondo, di difficile.
Poi compare il lupo del titolo: non un lupo come biologicamente possiamo descriverlo, ma proprio il Lupo Nero delle fiabe; una presenza oscura e inquietante, espressione della cieca violenza e della bestialità. Quando compare il lupo, che tenta di aggredire di volta in volta Nico, o sua madre, ecco scattare una reazione violenta, distruttiva, che colpisce cose e persone.
Dunque una metafora chiarissima che allude a qualcosa che si annida nella mente adolescente e che spinge, come nel caso di Leo, a sfidare continuamente la morte, a sfidare le regole, o a perdere il controllo. La dimensione tragica dell’adolescenza, che come genitori non vorremmo mai vedere affiorare nei nostri figli e figlie.
Non posso dire di più sull’evoluzione della trama, mentre vorrei soffermarmi un attimo su questo nodo oscuro che costituisce il centro narrativo. Clima descrive con aspro realismo le dinamiche inter-familiari che si accompagnano all’adolescenza dei figli: le reciproche sordità, le solitudini intrecciate, la faticosa e dolorosa presa di coscienza di sé come unica via per rinascere, proprio nel senso di nascere a nuova vita, lasciandosi alle spalle l’infanzia, e avviandosi a quella che prima o poi sarà la vita adulta. L’autore ci spiega alla fine del libro di avere attinto alla sua vita personale, come figlio e come padre, sicuramente enfatizzando e drammatizzando la sofferenza del protagonista, che costituisce a tutti gli effetti un ritratto vivissimo di adolescente.
L’adolescenza è un’età pericolosa, in cui si gioca con la morte, in cui ci mette in discussione e in cui si cercano tracce dell’identità futura. Penso si possa dire che in questo romanzo affiori un ritratto parziale, poiché mette in luce un aspetto particolare e rilevante di questa età così travagliata. Non lo considero un limite, semplicemente un punto di vista molto orientato in una direzione. Potremmo parlare a lungo delle diverse forme che può assumere il disagio giovanile.
La rabbia, la violenza incontrollabile, l’uscire fuori da sé rappresentano un aspetto difficile, destabilizzante in chi attraversa questi momenti e in chi gli è intorno.
Clima ci racconta tutto questo con grande onestà intellettuale e con grande sincerità, con uno stile essenziale, quasi in presa diretta nelle vite di una famiglia ‘quasi’ normale.
La lettura è coinvolgente, ma soprattutto impegnativa, la consiglio a ragazzi e ragazze dai quattordici anni in poi.

Eleonora

La stanza del lupo”, G. Clima, Edizioni San Paolo 2018


giovedì 2 ottobre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA VALIGIA DELLA RABBIA


Non sarai mica arrabbiato? Toon Tellegen, Marc Boutavant
Rizzoli 2014

NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)

"Tutte le sere, al calar del sole, l'irace sale su una collinetta e grida: 'Non tramontare! Non farlo! È già tutto finito? Non voglio...' Serra i pugni, pesta i piedi, le lacrime agli occhi per la rabbia. Eppure, ogni volta, il sole tramonta."


L'irace è furiosa perché il sole non le dà ascolto e, come ogni sera, va giù oltre l'orizzonte. La rabbia di questo topone con il cappello di paglia in testa è una delle tante rabbie che si provano nella vita: la rabbia che nasce dallo sconforto di non riuscire a 'piegare' il mondo come ci piacerebbe, una rabbia che si impasta con certa solitudine. Solo è anche l'elefante che sfoga la propria rabbia su sé stesso in un dialogo interiore piuttosto serrato e buffo.
Tra un lombrico e uno scarabeo si genera la rabbia effimera, puro esercizio mentale. E' una rabbia che nasce dal nulla e così come arriva così poi svanisce: quella che ogni tanto proviamo anche noi senza apparente motivo, se non quello ormonale. L'oritteropo conosce così bene se stesso che sa prevenire la sua rabbia, curando di restare a testa in giù per evitare conseguenze peggiori. Saggezze che noi umani sperimentiamo solo da vecchi. 

Gamberi piazzisti, scoiattoli pacifici, ippopotami e rinoceronti caparbi, formiche sagge con i rospi e provocatrici con gli scoiattoli, alla fine si ritrovano tutti intorno a un misero fuocherello a preoccuparsi della scomparsa della rabbia, fino a che il grillo per errore urta il ginocchio del rinoceronte che urla: Ehi, stai un po' attento!...
Forse non tutto è perduto e la rabbia è sempre lì che cova sotto la cenere.


Declinare secondo una dozzina di diverse prospettive il tema della rabbia è il senso ultimo di questo gran libro di Ton Tellegen.
Un sottile filo rosso, rosso di rabbia, lega questi brevi racconti che si caratterizzano per essere al contempo pieni di ironia e di saggezza. Letti uno di seguito all'altro, si ha la sensazione di assistere a scene di vita quotidiana di una piccola comunità che tanto assomiglia a quella umana.
In questo senso il libro si offre come terreno ideale per riflessioni condivise su quello che può essere il senso e l'utilità della rabbia all'interno di un gruppo di persone. La prospettiva geniale di Tellegen sta proprio nel non voler a tutti costi demonizzare la rabbia. Lontano da ogni retorica buonista e falsa, di questo stato d'animo si preferisce cogliere, piuttosto, il lato ridicolo e certa ineluttabilità. Fa bene l'oritteropo a prendere le giuste precauzioni contro quel lato di se stesso incontrollato, ma fa altrettanto bene lo scarabeo ad insegnare al grillo i primi rudimenti di una bella arrabbiatura con schiaffo finale.
In mezzo, tutte le molteplici variazioni sul tema.
Un libro molto intelligente, imprevedibile (que raro!), con vertici di autentica poesia (leggete Il topo e sospirerete con lui), illustrato con la consueta sensibilità che tutti riconoscono a Marc Boutavant, maestro dell'ironia che si dimostra abilissimo nel ricavarsi un suo preciso spazio mai subalterno al testo.
E quelle quattro tavole scure che si è riservato a metà del libro sono come un respiro di pausa per il ragionamento. Un po' come fa il riccio che, quando scende la notte, tutto contento, si appallottola e smette di pensare.

Carla