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mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


mercoledì 14 dicembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GIOIELLO BRILLANTE

La ragazza Bambù, Edward van de Velden, Mattias De Leeuv 
(trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA (dai 9 anni) 

"Quel giorno il tagliatore di bambù aveva ricevuto un grosso ordine, quindi impugnò il coltello e curvò la vecchia schiena quasi fino a terra. 'Jie' disse la terra. No, anzi, fu il bambù a parlare 'Cosa?' pensò il tagliatore di bambù. Sembrava che il bambù avesse detto qualcosa! Ma non era possibile. Il tagliatore pensò: 'Oggi sento cose che non ci sono'. 'Jie' sentì di nuovo. Il tagliatore di bambù cadde in ginocchio, guardò il punto sulla terra da dove sbucava un nuovo germoglio, e ora ebbe l'impressione di vedere cose che non c'erano. Perché vide una bambina, che disse di nuovo: 'Jie'. Era lata circa undici centimetri, aveva una splendida veste azzurra e scarpette blu scuro ai piedini minuscoli." 

Quella piccolissima creatura diventa la bambina che il tagliatore di bambù e la sua sposa, sarta, non avevano mai avuto e molto desiderato. A ogni centimetro in più di sua crescita, loro si sentivano ringiovanire. Sono bellissimi i momenti che passano insieme, perché la bambina con loro è molto affettuosa e piena di premure. 
Piovuta dal nulla, i due vecchi non smettono di chiederle da dove sia arrivata, ma la piccola Jie, tra una risata, una carezza e un gioco, non risponde mai. 
Cresce e diventa una bellissima ragazza, con un nome ancora più bello, Nayotake no Kaguya-hime, la principessa splendente del flessuoso bambù, nome che le hanno dato tutti coloro che di lei si innamorano. E sono tanti. 
Come è naturale che sia, i suoi genitori adottivi, seppure vecchi e consapevoli del fatto che di lì a poco  l'avrebbero persa, pensano che sia arrivato anche per lei il momento di sposarsi. 


Jie, in cuor suo non cerca affatto marito, e soprattutto è ben sicura di non poterlo fare. Così a tutti i pretendenti - dall'imperatore in giù - chiede sempre prove d'amore impossibili, fino al giorno in cui, davanti a un ragazzo semplice, senza nome e senza dote, il suo cuore salta e vola alto. 
Ma la sua segreta sicurezza di non potersi sposare neanche con lui, la porta a progettare anche per il ragazzo una prova impossibile. Mentre tutto questo accade, c'è qualcuno, una bambina che dalla luna con il suo cannocchiale tutto osserva e, biscotto dopo biscotto, controlla e si bea della complicata situazione di Jie, sulla terra. 
Questa è la fiaba di una bambina minuta che un giorno apparve tra le canne di bambù nella piccola isola di Oi. Un dono, un prestito, chissà, per due vecchi genitori che sapranno amarla almeno quanto lei ama loro. Lei, che cova in sé un grande segreto, ne scopre un altro ancora più grande: l'amore. 

Un piccolo gioiello narrativo, illustrato felicemente nel rispetto di iconografia e stile nipponici, che ha le sue antiche radici in una fiaba della tradizione giapponese. 
Ma accanto a questo aspetto di magia e meraviglia, che appare in tutto il suo splendore ma pur sempre entro il canone della fiaba classica, ossia l'arrivo di una minuscola creatura in una famiglia senza figli, i personaggi consueti del contesto della tradizione giapponese -un tagliatore di bambù e una sarta di abiti lussuosi- la cui origine semplice, ma specchiata si contrappone a quella dei pretendenti, gaglioffi e pieni di ricchezze. 


A questo si aggiunge lo schema consueto delle prove non superate dai personaggi negativi, circostanza che li rende ancor più negativi, l'arrivo del giovane pretendente, diverso per origine e censo, l'aiuto dell'animale magico, in questo caso le rondini. 
E ancora, la trepidazione dei vecchi genitori, le loro affettuose abitudini, la loro saggezza, e - in una prospettiva più che altro formale - il ripetersi di determinati comportamenti, quasi un rituale, qual è per esempio la risatina della madre che torna ogni volta che la figlia formula le singole prove d'amore, salvo poi trasformarsi in un sospiro quando si tratta del giovane senza nome. 
Ecco, ad aggiungersi a tutto questo, però,  ci sono due elementi che meritano un'attenzione ulteriore: da un lato l'idea della storia cornice, ossia tutto quello che succede al di fuori della piccola isola di Oi, e che invece accade sulla luna. 


E dall'altro il perfetto meccanismo che regola la sintonia tra 'la cornice' e il 'quadro' ed è capace di creare, nel corso della narrazione, piacevolissimi cambi di prospettiva, che hanno la prerogativa di generare curiosità, ma soprattutto vanno a comporre un raffinato incastro, proprio sul finale. 
Tutto torna, come in ogni fiaba che si rispetti. 
In sostanza, non ci si aspetterebbe che una fiaba possa trasformarsi in un racconto pieno di tensione emotiva, eppure questo accade. La lettura, superati tutti i passaggi canonici, prende a correre e a tenere il lettore incollato alla pagina, fino al momento in cui tutto il rompicapo si compone davanti al suo sguardo, beato e ammirato per tanta perfezione. 
Intorno a tutto questo ruota lei, la storia cornice che ha il pregio di svelarsi per quella che è solo in chiusura. Fino a quel momento poteva essere letta in modi differenti: come il punto di vista di un lettore, oppure dell'autore stesso. 
Qualunque cosa essa abbia voluto rappresentare, brilla.

Carla

mercoledì 19 settembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


FAR SCOMPARIRE LE GRINZE

Una per i Murphy, Lynda Mullaly Hunt (trad. Sante Bandirali)
Uovonero 2018


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)

"Questa donna mi fa paura. Sono stata picchiata e abbandonata. Sono stata inseguita dalle guardie di sicurezza e dai gestori dei casinò. Avvicinata da individui loschi nelle strade di Las Vegas. Ma nessuno mi ha mai fatto paura come questa signora Murphy. Ho la sensazione che riesca a vedere le cose che tengo nascoste. "

Carley ha passato l'ennesimo guaio per colpa del disastro sociale e affettivo che la circonda: è finita all'ospedale piena di lividi e sua madre è in coma. Nessun parente che possa prendersi cura di lei, quindi la famiglia va cercata altrove. Una famiglia affidataria, quella dei Murphy, composta da due genitori e tre ragazzini e lei, quasi come un meteorite, ci piomba in mezzo: nessuna intenzione di farne parte. Una grande rabbia covata dentro, mista al rancore e alla nostalgia di sua madre e della sua vita sgangherata di prima accentuano in Carley il rifiuto delle gentilezze e delle attenzioni - dell'affetto - della signora Murphy. L'unico canale di relazione che questa ragazzina in 'salita' lascia a aperto è con i piccolini di casa, Michael Eric e Adam. Con il resto della famiglia, una famiglia apparentemente da manuale, le cose si rivelano molto più difficoltose.
La lontananza siderale tra la sua vita di prima e quella che i Murphy incarnano e che cercano di condividere con lei la destabilizza. Non riesce a credere al loro affetto e si dimostra a suo agio solo quando si sente esclusa, perché quello sembra essere l'unico codice di comunicazione che conosce.
Nonostante le sue ruvidezze, nonostante le sue bugie e i suoi silenzi e gli errori c'è chi crede in lei. La signora Murphy per prima, e poi Toni, la sua tagliente compagna di scuola. Lentamente ma inesorabilmente loro due sono un punto di partenza, un bandolo, cui attaccarsi; la matassa di sofferenza che tiene stretto il cuore di Carley comincia a dipanarsi. Abbassando le sue difese, imparando a fidarsi degli altri e ad averli cari, questa ragazzina si riappropria della sua forza - che le permette anche di ritrovare la serenità verso la madre - e comincia a fare la cosa giusta: regala se stessa agli altri.

È il 2016 quando in Italia esce il suo secondo libro, Un pesce sull'albero che miete successi e premi un po' ovunque. E ora Uovonero pubblica a ritroso il suo primo libro che è anche più bello del primo (ovvero del secondo).
Ci sono alcune affinità che li tengono insieme: la prima è il soggetto. Due ragazzine -Ally là e Carley qui- che, per motivi molto diversi, hanno vite complicate (entrambe armate di un forte senso dell'ironia, nonostante tutto) e due adulti - il professor Daniels lì e la signora Murphy qua - che se ne prendono cura e li aiutano nel 'guado'.
Anche l'obiettivo finale di entrambi i romanzi, la sostanza della storia, è il medesimo: dimostrare che avere stima di sé nella vita aiuta. Tuttavia, se in Un pesce sull'albero la Mullaly Hunt lo scrive con un po' troppa enfasi retorica, qui semplicemente ed efficacemente lo 'dipinge' su un pezzo di legno, fatto come un cartello stradale del senso unico, che pende sul letto che Carley ha 'in prestito' da Michael Eric: DIVENTA L'EROE DI QUALCUNO. (Prima regola del bravo scrittore: show, don't tell!!)
Questa è la differenza che rende Una per i Murphy un libro ancora più interessante.
La vicenda è tutta raccontata attraverso cose che accadono, frasi che si sentono, attraverso le sfumature, le debolezze, le ombre dei personaggi. Questo modo di raccontare fa sì che essi necessariamente assumano spessore letterario, diventino corpi, e come tali riconoscibili, e dentro cui, da lettori, accomodarsi per abitarli.
L'intreccio delle relazioni interpersonali, così ben costruito, è testimone di quanto complessa sia la vita, di quanto sia difficile scegliere il percorso per attraversarla, di quanto sia importante saper leggere la realtà in una prospettiva molteplice, di quanto sia impegnativo essere parte di una squadra, una famiglia.
In un crescendo costante, la famiglia Murphy esce in tutta la sua bellezza che non è però fatta di stereotipi pubblicitari, ma di relazioni affettive costruite anche con fatica e compromessi. Fino alle ultime battute del libro i ragionamenti di Carley e di Julie - le due assolute protagoniste della storia - prendono spessore e senso profondo.
Quello che Julie si è prefissa fin dal principio, far scomparire le grinze nella vita di Carley, così come fa quotidianamente con i membri della sua famiglia, senza chiedere nulla in cambio, diventa chiaro anche per Carley: la felicità passa solo di lì.

Carla

martedì 2 dicembre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUESTIONI DI FAMIGLIA

La gallina che aveva il mal di denti, Bénédicte Guettier (trad. Tommaso Gurrieri)
Edizioni Clichy 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"C'era una volta una gallina che viveva in campagna.
Era tanto felice insieme ai suoi cinque bambini, anche se aveva sempre un sacco da fare."

Il suo quinto bambino è, in realtà, un coccodrillino che lei ha covato amorevolmente e che la ricambia dello stesso sentimento. La gallina ha sempre un gran daffare e mai tempo per sé. A tal punto che anche andare dal dentista è diventato un problema. Ma il suo mal di denti sempre più frequente la convince un giorno a vestire di tutto punto i suoi cinque piccolini, a prendere con loro l'autobus 14, quello che portava in centro, e a recarsi dal dentista. 


Visita per tutti, grandi e piccoli. Solo al coccodrillo viene diagnosticata qualche carie, d'altronde è l'unico con i denti... Come ogni dentista non si stanca mai di ripetere, anche questo suggerisce al coccodrillino una maggiore igiene e soprattutto una alimentazione più adatta. Niente più dolcetti e caramelle, ma buona carne. Carne di elefante o di giraffa? No, molto più semplicemente, carne di gallina. Non si sa bene se il dentista lo abbia detto per distrazione o perché le galline non sono mai buone clienti...ma al povero coccodrillo non resta che fare un rapido ragionamento: gallina=mamma e trarne le dovute conseguenze!
Le distrazioni si pagano!



Niente sconti, come al solito. Bénédicte Guettier racconta storie andando dritta al punto. Coerente e ironica ad alti livelli, costruisce storie impastate di vita vera e poi le restituisce con sapiente ironia per renderle lievi e godibili anche a lettori sotto il metro di altezza.
Esattamente undici anni fa ci aveva fatto vedere un papà sopraffatto dai suoi 10 bambini, prendere una barca e fuggire da loro lontano lontano, per trovare un po' di silenzio e un po' di riposo. I bambini, affidati alla nonna, avevano continuato imperterriti a fare il loro mestiere di bambini, finché un giorno, così come era sparito, il papà tornò.
Riposato, di nuovo molto felice di fare il bravo papà se li caricò tutti, nonna compresa, per farsi un altro gran giro per mare.
I benpensanti credo si siano interrogati all'epoca sul valore educativo che una storia del genere potesse trasmettere: ma è una famiglia 'incompleta'! La mamma dov'è? Ma un papà non dovrebbe abbandonare mai i propri bambini!
E poi andarsene a divertirsi in barca a vela...
Come molti altri, benpensanti esclusi, trovai quel libro bellissimo perché raccontava, risolvendolo con un finale rassicurante, il difficile e faticoso ruolo della paternità. Era un libro che raccontava una famiglia monogenitoriale come ce ne sono tante, una famiglia i cui rapporti non sono solo fatti di gioia, ma anche puntellati qua e là di cedimenti e fatiche.
E, accanto a tutti questi adulti ai quali piacque, benpensanti esclusi, si schierarono frotte di bambini che quel libro lo hanno letteralmente consumato leggendolo e rileggendolo (facendoselo leggere e rileggere) milioni di volte.
A loro piaceva quella storia che li lasciava in sospeso fino all'ultima pagina, adoravano il colpo di scena finale, amavano i disegni grandi e pieni di colori brillanti, si esaltavano per il finale che rimetteva tutto in ordine.


Ed ecco di nuovo un libro così. Stesso grande formato, stesso segno, stessi colori, stesso genere di copertina, stessa grafica e soprattutto stesso tipo di storia. Una storia che va nella medesima direzione de Il papà che aveva 10 bambini (Apejunior, 2003) la fatica dell'essere genitore, l'amore gratuito che lega ai figli, generati o adottati che siano, il colpo di scena, la pacificazione finale che rimette in equilibrio ogni relazione e, non ultima, la consueta constatazione che la vita a volte può essere anche un po' cattivella...



Carla

So già che i piccoli lettori di oggi 'consumeranno' la Gallina che aveva il mal di denti come i loro 'fratelli' maggiori hanno fatto con Il papà che aveva 10 bambini.

lunedì 13 ottobre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SENZA RESPIRO
 
L'elefante un po' ingombrante, David Walliams, Tony Ross
L'Ippocampo 2014

ILLUSTRATO PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Un giorno qualcuno bussò forte alla porta. Sam scese di corsa le scale per andare ad aprire. Era la mamma che tornava dalle spese? Era un amico? Era il postino? No...Era un elefante. Un grande, grosso, gigantesco, megagalattico elefante."

Con una valigia su cui spicca la sua cifra - E - il grande elefante con sciarpa e basco apostrofa l'incredulo ragazzino, chiamandolo per nome. Come può essere successo tutto questo? Subito spiegato: un moduletto insignificante per adottare un elefante, compilato tempo addietro allo zoo. Se il bambino, ingenuamente, aveva pensato si trattasse di una adozione a distanza, si sbagliava di grosso. Ora l'elefante è arrivato. 



Ha fame, sonno, vuole lavarsi e vedere la tv in poltrona. Ma non basta. L'elefante con scaldamuscoli alla moda e fascetta in testa fa ginnastica, con il caschetto sale in bici. In un mondo a misura d'uomo un elefante è sovradimensionato e così fanno una brutta fine il letto, la bicicletta, la cucina, i soprammobili del soggiorno. Ma il peggio deve ancora suonare....alla porta.

Divertente è riduttivo, esilarante è ancora troppo poco, lo definirei IRRESISTIBILE. Il povero Sam - chiamato con il suo nome di battesimo solo al principio, poi definito dall'elefante, semplicemente, Citrullo - vive un vero incubo. 


Solo a casa, apre la porta a questo elefante che pensa di essere autorizzato a tutto e infatti tutto fa succedere, Sam/Citrullo si trova la casa devastata nel giro di un mattino. E dall'altra parte lui, l'elefante adottato, che si comporta come un ospite piuttosto irriguardoso e un tantino pretenzioso. Questi ingredienti, un formato extra-size su cui poter lavorare, e Tony Ross si scatena con le sue chine e i suoi acquerelli e il risultato è sotto i nostri occhi. Esplosiva la commistione con la storia di Dave Walliams. 

 
Entrambi maestri del comico, messi vicini, moltiplicano il divertimento del lettore.
L'idea di avere un animale 'esotico' alla porta di casa non è esattamente una novità: ci sono precedenti illustri. Penso all'elefante che si credeva gatto (G. Bachelet, Il mio gatto è proprio matto, Il Castoro 2005), o al rinoceronte comprato in saldo (S. Silverstein, Chi vuole un rinoceronte a un prezzo speciale?,Orecchio acerbo 2011), ma ci sono anche leoni che vanno nascosti agli occhi della nonna (H. Stephens, Nord-Sud 2014) o serpenti che bevono il tè con vecchie signore (Tomi Ungerer, Crictor, Mondadori 1999, Electa 2012).
Il lato comico di queste storie è sempre generato dall'assurdo, ovvero dal fatto che il contenitore si debba modificare in base al contenuto (un letto lungo e stretto per Crictor) o nel fatto che il contenitore denunci la sua inadeguatezza ad accogliere un nuovo contenuto, laddove il contenuto è l'animale esotico e il contenitore è la casa o un suo analogo.


Nel libro di Walliams e Ross questo gusto per l'assurdo è molto accentuato e fa molto ridere, ma la risata si amplifica ancora di più nella diversità di ritmo tra i due protagonisti. Il ritmo serrato, direi senza respiro, che l'elefante mantiene fin dal principio cozza con la flemma rassegnata del povero Sam che non riesce a stare dietro a quel vulcano di idee che è l'elefante e, muto e rassegnato, si limita a constatare i danni subiti e a raccogliere i cocci.
La sequenza di azioni che Walliams immagina per l'elefante trovano un corrispettivo nell'immagine che Tony Ross moltiplica nel continuo cambio di inquadratura: dalla pagina piena si passa a quella doppia, per poi tornare a una sequenza presa dalle stripes dei fumetti, in orizzontale, ma anche in verticale. Il tutto per poter guadagnare spazio allo scopo di far entrare un motivo in più per ridere. Evviva!

Carla

mercoledì 22 maggio 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CON PAROLE CHIARE

Una giornata speciale, Amaltea, Giulia Orecchia
Lo Stampatello, 2013



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Sofia, Anna e Vladi sono nati in Russia. Hanno conosciuto i loro genirtori quando Sofia aveva cinque anni, Anna tre e Vladi due. Possibile? Sì perché nessuno dei tre è uscito dalla pancia della loro mamma."

Sofia, Anna e Vladi hanno visto per la prima volta i loro genitori quando erano, insieme ad altri bambini, in una grande casa che li accoglieva tutti insieme, in attesa che ciascuno di loro facesse conoscenza con i propri genitori.
Sofia si chiede il perché e la risposta semplice che le dà la mamma è nei fatti: perché la vita non li aveva ancora fatti incontrare. Ma perché, non siamo usciti dalla tua pancia? è la domanda successiva.
Il racconto di una giornata che all'inizio era andata un po' storta, con la campagna allagata e nessuna possibilità di fare il picnic e poi il Parco Acquatico chiuso per inventario, ma poi, invece, si era risollevata con una imprevista gita al mare, con belle corse sulla spiaggia e pranzo al ristorante, questa è la chiave per capire: insomma una giornata cominciata male ma finita benissimo in grande allegria è un po' la stessa cosa che è successa a noi quando siamo diventati una famiglia.


Che bel modo per raccontare un'adozione! Raccontare la storia, partendo dal finale, ovvero dalla gioia che c'è nell'essersi trovati.
La tensione verso la felicità, la volontà nel perseguire un obiettivo, un sogno che finalmente si realizza, una bella sorpresa e -come dice Arianna Papini in La quaglia e il sasso- dopo è solo amore.
Temo sempre i libri a tema. Sono spesso ad alto rischio di retorica e talvolta li vedo naufragare nel didascalico. 
Con Lo stampatello, mai. Sarà perché è una casa editrice di gente 'tosta', ma i loro libri stanno continuando a mantenere fede al loro motto di partenza: Dimmelo in stampatello, ovvero spiegamelo con parole chiare.
Parole chiare, metafora trasparente, poesia latente sono gli ingredienti di questo bel libro che ci appare sereno anche nelle illustrazioni: Giulia Orecchia solare e misurata e ironica...

A ben vedere la chiave di lettura che Amaltea propone mi pare, d'altronde, applicabile anche in senso più in generale: non è forse così che difficoltà, fatiche, delusioni che spesso sono all'inizio di un percorso, si stemperano sempre, se guardate voltandosi all'indietro? Credo di sì.
E questo è un buon modo di leggere la vita e insegnarlo ad un bambino sarà cosa saggia. 

Carla