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lunedì 26 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PUNTARE IL DITO

Accadde a Salem
, Jonah Winter, Brad Holland (trad. Guia Risari) 
Settenove 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli otto anni) 

"Potrebbe accadere ovunque, in qualsiasi momento. 
Sai di cosa parlo. 
Si inizia col mormorare delle cose su una persona, cose che fanno male, che sai che metteranno questa persona nei guai, cose false che pian piano, nella tua testa, diventeranno vere. 
E non lo fai di nascosto... Lo fai con la protezione del gruppo. 
Vi ritrovate e puntate il dito contro qualche malcapitato di cui ora avete l'assoluta certezza che se lo meriti, felici di non essere voi al suo posto..." 

Il gioco sta appunto nel non essere mai da soli, nell'accusare qualcuno. Se rimani nel gruppo di quelli che puntano il dito, ti sentirai al sicuro. Il gruppo ti protegge e nessuno quel dito lo punterà su di te. 
Questo è quello che accadde per esempio nel 1692 in un piccolo centro del Massachusetts: Salem. 


Due ragazzine cominciarono a dare segni di inquietudine: straparlavano e facevano gesti inconsulti. Crisi convulsive e grida e contorcimenti. Erano rispettivamente la figlia e la nipote del predicatore del villaggio, il reverendo Parris. 
Nessuno si spiegava cosa fosse loro accaduto. Anche i due dottori convocati non trovarono una vera ragione che spiegasse tutto ciò: il primo non riscontrò in loro nulla di fisiologico, mentre il secondo fu colui che piantò il seme da cui poi crebbe la pianta che sconvolse quella comunità: parlò di influenza malefica. 
La voce che corse da quel momento nel villaggio fece come il vento: qualcuno aveva colpito entrambe con un maleficio. Qualcuno, imputabile quindi del reato di stregoneria, avrebbe pagato. Ma chi? 
La prima a essere accusata fu naturalmente una schiava afroamericana Tituba, che sotto tortura decise di confessare il suo reato mai commesso. 
Il gioco al massacro era stato avviato. 
Il numero delle false accuse crebbe di giorno in giorno: era facile. Bastava puntare il dito contro una persona e dichiarare il falso. In molti lo fecero e nessuno si oppose. Solo uno si rifiutò di mentire, ma fu anche lui ucciso per questo. 
Nessuno, nella piccola comunità, si interrogò sull'eventualità che quelle ragazzine stessero mentendo e che le loro stranezze fossero costruite ad arte. Per loro avere finalmente così tanto potere in mano da poter esercitare sulle vite degli altri era un modo facile per arrivare ad avere una grande visibilità e attenzione, che in altro modo non avrebbero mai ottenuto. 
Una dopo l'altra furono condannate 19 persone. Numerose donne e diversi uomini furono processati per stregoneria e condannati all'impiccagione. 
Questa è la storia vera di uno dei più eclatanti esempi di follia collettiva. Non il primo e non l'ultimo. 

La cosa che succede in questo libro è l'intreccio di due discorsi, fatti al medesimo lettore. Anzi, i discorsi sono tre. 


Nel primo lo si mette in guardia. Nel secondo gli viene raccontata una storia vera. 
La storia vera è propedeutica al primo discorso sul pericolo che esiste ogni volta che si accusa qualcuno, lo si taccia di qualche colpa e lo si emargina e lo si addita e lo si esclude e poi lo si condanna.
La storia dei processi che hanno interessato la comunità di Salem sono un emblema di quello che oggi si chiama per convenzione 'caccia alle streghe'. 
L'intento di Jonah Winter è quello di raccontare come trecento anni fa sia davvero bastato pochissimo perché in una piccola comunità prendesse l'avvio e poi si scatenasse in tutta la sua violenza un vero e proprio fenomeno di frenesia di massa. E di come ci siano voluti ben più di tre secoli perché le figure di queste persone accusate di un reato di fatto inesistente - la stregoneria, la magia nera - fossero ricordate e riabilitate in un monumento e i loro nomi elencati, come quelli di vittime innocenti dell'ignoranza e della superstizione. 
Jonah Winter sente come imprescindibile il bisogno di connettere il passato al presente: e lo fa nelle poche righe iniziali in cui il lettore è chiamato dentro e nella domanda che chiude il libro. 
Il fatto che nei processi di Salem le prime accusatrici siano due ragazzine di nove e dodici anni, se da un lato è una patata bollente da mettere in un albo, dall'altra è assolutamente necessario a rendere il racconto modellabile sulla contemporaneità anche per chi quell'età e quel problema lo sta vivendo o facendo vivere ad altri.
Setacciare la complessità dei fatti che accaddero a Salem fino a farli diventare un concentrato che abbia un senso per dei piccoli lettori è stata quindi una bella sfida. Ma evidentemente, necessaria.
A mio parere, però è il terzo discorso, quello visivo, che fa Brad Holland, paradossalmente a rivelarsi il più necessario e quindi efficace (e il più alto per qualità) dei tre, perché una immagine, se vuole, più di qualsiasi parola va dritta al punto, come una freccia.
Uno sguardo che non molla in copertina, due bocche che parlottano sottovoce prima che anche il libro cominci, un uomo alla gogna e siamo ancora al frontespizio. 


E poi il serpente, le bocche spalancate nell'urlo, le donne accusate nascoste nelle loro cuffie, le donne che accusano nascoste altrettanto nelle loro cuffie, le donne che pendono dai patiboli e le tante dita accusatrici, che segnano il crescendo delle accuse, fino a quello finale, cambio di passo, una sorta di simbolica spirale in bianco e nero dopo tanto colore, che tutto riassume. 
Questo è per dire che, come accade quando si è di fronte a tanta qualità e bellezza, quella che in ogni tavola di Brad Holland si può percepire con forza, non è possibile distogliere gli occhi. 


Ma questo è anche per dire che, come accade quando si è di fronte a una voce così potente, come è quella di Brad Holland e delle sue figure, non è possibile far finta di non sentirla, o peggio non voler capire cosa ci stia dicendo. 
Quel dito e quegli occhi accusatori in copertina non lasciano scampo: ragazzi, ci siamo tutti dentro fino al collo. 

Carla

venerdì 14 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMICI DI FAMIGLIA

Storie di paura
, Edward Marshall, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier) 
Lupoguido 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni)  

"'Andiamo giù in riva al lago” propose Lolly. 
'Lì si sta tranquilli e si può fare i compiti in santa pace.'
'Ottima idea!' approvò Spider. 'Troviamoci al lago alle sei in punto' disse Sam. 
'Se le nostre mamme ci danno il permesso.' 
Alle sei in punto al lago c’erano solo Lolly e Sam. 
'Forse la mamma di Spider non l’ha lasciato venire' disse Lolly. 
'Ecco che arriva' annunciò Sam. 
'Oh-oh' fece Lolly." 


Sono di nuovo loro. Più uno. 
Lolly, Sam e Spider, ai quali si è aggiunto il fratello minore di quest'ultimo, Willie. In quanto fratello piccolo non ha compiti da fare, al contrario degli altri tre. In quanto fratello piccolo è molesto, per contratto. Infatti è lì appeso all'albero sotto cui i tre stanno cercando di studiare la lezione. 
Sam prega Spider di tenere a bada suo fratello. Come se fosse possibile... 
Infatti è per questo che i tre decidono un secondo appuntamento per poter finire quei compiti: vedersi al tramonto in riva al lago, un posto appartato. 
Ammesso che le madri diano loro il permesso. E' storia nota che le mamme americane i permessi li danno più facilmente di quelle nostrane, così i tre si vedono al lago, ma... Willie è ancora lì. Spider non è riuscito a seminarlo e ora deve anche dare retta alle sue molteplici e petulanti richieste. 
Lolly, la ragazzina sveglia, escogita un piano: mentre scende la sera e il cielo si fa scuro, in riva al lago deserto, vicino al fuoco, circondati dal brusio del bosco che li circonda, sarà bello raccontarsi storie di paura e ancora più bello sarà vedere fuggire a gambe levate verso casa il piccolo e molesto Willie... 
Forse. 

Questa è la storia cornice che contiene i tre più uno racconti di paura. Uno di Lolly, uno di Sam, uno di Spider e uno di Willie che a casa a gambe levate non ci è mai tornato. 
Lo schema, salvo l'entrata in scena di un quarto personaggio, è identico a quello visto per Storie da spiaggia, in originale Three by the sea, che fa pure rima. 
Lì come qui sono tra loro concatenate, ovvero dove finisce una si ricollega la successiva. Più o meno. 


Qui, in Four on the shore, che rifa di nuovo rima ed è di poco successivo, le due cose che lievemente cambiano sono le relazioni interpersonali che un po' si complicano con l'arrivo del quarto, e il fatto che le surreali storie nonsense di un gatto e di un topo qui lasciano il posto a un più classico repertorio di storie del terrore: con lupi, streghe, fantasmi, punteggiato qui e lì dalle arguzie di Marshall: la prima delle quali è un piccolo siparietto tra moglie e marito in casa dei Lupi.


A parte la grazia dei disegni, in primo luogo lo scenario del lago che, con il passare delle ore, si scurisce sempre più fino a diventare notte, a parte le espressioni dei quattro ragazzini, uno dei quali sempre sorridente, mentre gli altri tre -solidali- sempre più perplessi e corrucciati o sardonici, a parte i loro gesti e le loro posture intorno al fuoco...


A parte tutto questo, la cosa che mi colpisce, in questa seconda uscita, sono proprio i personaggi che, se guardati in prospettiva, hanno inevitabilmente assunto un loro spessore maggiore rispetto a un anno addietro. 
Capita un po' la stessa cosa quando incontri una persona per la prima volta: certe cose non le noti. Ma già quando la rivedi in una seconda occasione, ti è più familiare. Per questa ragione, le serie - anche corte come questa che se non sbaglio ha solo tre titoli (aspettiamo il terzo!) - innescano nei loro lettori un gusto tutto particolare nel ritrovarsi e riconoscersi e volersi più bene. 
E se gli vuoi già bene, come a un amico, il libro e la sua lettura ti sarà più grata. 
E questa cosa quel geniaccio di Marshall e il suo compare Harry Allard la hanno sempre saputa, ragion per cui a loro si deve una galleria di personaggi che con un niente sono diventati di famiglia nelle case americane: Fox, George e Martha, o gli Stupids, oppure la già nota maestra Dolcini, alias Miss Nelson. 
In concreto, azzarderei qui alcune note in proposito. 
Cominciamo da Lolly, la bambina. Lei è quella sveglia del gruppo, quella che dà sempre la direzione. E anche qui non si smentisce. Lei è anche l'intellettuale del gruppo e anche la più sensibile al look, per cui sulla spiaggia era accessoriata il giusto e qui invece è perfettamente nel ruolo di una magnifica campeggiatrice hippie fuori tempo massimo (complice il falò sul lago?). 
Sam è il più convenzionale dei tre, un elegantone, un po' rigido e inappuntabile sempre, mentre Spider è quello più bonario nei confronti del mondo, e non a caso è lui ad avere un fratellino a carico. 
Ma le sue storie sono decisamente le più pulp. 


Ma, come si dice, buon sangue non mente... 
E questo è (di nuovo) tutto. 
Leggere per credere. 

 Carla

venerdì 18 giugno 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE, NON AVERE 
 
Una specie di scintilla, Elle McNicoll (trad. Sante Bandirali)
Uovonero 2021


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni)
 
"'La storia che il signor Patterson stava raccontando mi faceva... era difficile da ascoltare. Quindi avevo bisogno di autostimolazione, ma siccome sapevo che non potevo farlo... mi sono fatta prendere dal panico.' Audrey annuisce, ma so che ancora non lo capisce del tutto. Penso che per le persone neurotipiche debba essere difficile immaginare un modo completamente diverso di pensare e di sentire. Un modo potenziato dove tutto è più forte, più luminoso. Migliore. Peggiore."


Audrey, la sua nuova compagna di classe, ha appena assistito a qualcosa che non sa spiegarsi: un forte malessere di Addie durante il racconto del signor Patterson su alcune donne che molti anni prima erano state condannate per stregoneria a Juniper. Per come è fatta Audrey, non ha senso elucubrarci sopra, ma piuttosto chiedere ad Addie una spiegazione di tutto ciò.
La spiegazione è lì sotto i suoi occhi: Addie è una ragazzina autistica che ha una sensibilità differente dai neurotipici e che, nel sentire i dettagli della storia di queste donne accusate ingiustamente di stregoneria solo sulla base di presunte loro diversità nel modo di comportarsi, fa immediatamente sue le loro sofferenze: si immedesima in quella condizione che riconosce un po' come sua. E' un po' come se riuscisse a vederle, a sentirle, con una sensibilità molto più forte di chiunque altro.
Addie, in ogni minuto della sua esistenza, si misura con l'esterno e ne verifica la capacità di essere più o meno compresa, nella sua diversità. Ovviamente in famiglia lei è e si sente capita - con la sorella maggiore Keedie ha un feeling tutto particolare, essendo anche lei autistica.
Nella sua vita sociale le cose però non sono affatto semplici e tranquille: un'insegnante ottusa e gretta le rende la vita scolastica semplicemente insopportabile, i compagni di classe la bersagliano spesso e volentieri, la sua ex migliore amica Jenna, in coppia con la perfida Emily che l'ha soppiantata, la prendono di mira e la vessano con una crudeltà. Al contrario, il bibliotecario e l'insegnante di teatro sanno entrare in sintonia con lei e con loro è una bellezza parlare e aprire il proprio cuore.
Questo è il racconto in prima persona di Addie, della sua vita di relazione all'interno di una piccola comunità, il villaggio di Juniper, alla periferia di Edimburgo, dove cercare di essere se stessi non sembra così facile. Ma è anche la storia di una sua personale battaglia, che combatte al fianco della sua amica Audrey e della sua famiglia, perché a tutte quelle donne, che la società condannò come streghe solo sulla base del fatto che erano diverse, sia riconosciuta giustizia e onore.


Questo è un libro che cresce con lentezza, ma che dimostra di avere una sua forza interna in grado di 'spostare' il lettore, ovvero di creare in lui una differenza tra il prima e il dopo. E questo, per un libro, è un buon risultato.
Si fa fatica per tutte le centottanta pagine a digerire alcuni personaggi e, alle volte, risulta difficile dare loro una parvenza di autenticità perché sono davvero nauseanti nel loro modo di fare. Tuttavia, tutto questo sembra avere una sua ragion d'essere in una prospettiva di maggiore respiro in cui la voce di Addie abbia modo di esprimersi in tutte le sue sfumature. Insomma, occorre un termine di paragone che sia immediatamente leggibile come in contraddizione e oppositivo al personaggio di Addie. Ed è esattamente quello che accade. Il racconto assume spessore proprio in questo continuo stridere tra chi si reputa normale, e su questa normalità costruisce il proprio potere, e chi invece sa riconoscere la propria unicità, e sulla consapevolezza di sé, costruisce la propria sicurezza.
Attraverso il suo sguardo che è differente, camminandole dietro lungo strade mai percorse finora, si riescono a palpare luci, colori ed elettricità nell'aria, si riescono a percepire le sensazioni, si impara un codice interpretativo e comunicativo 'altro', si riescono a seguire quelli che sono i modi di interpretare la realtà di chi è autistico.
L'esperienza non può lasciare indifferenti, per due ragioni che si compenetrano. La prima ha a che fare con l'apprendimento: stiamo di fatto imparando una nuova lingua, ma forse sarebbe più corretto dire una nuova cultura, in tutte le sue sfaccettature; la seconda ha a che fare con l'immedesimazione. In questo caso, il fatto che Elle McNicoll sia effettivamente una 'neurodivergente' produce in chi legge una tale onda di autenticità che risulterebbe davvero complicato non arrivare a 'sentire' in modo empatico quello che prova Addie. E questo non vuole dire solo che il lettore prende le sue parti di fronte alle ingiustizie cui viene di continuo esposta, ma molto più profondamente il lettore si irrigidisce con lei, quando qualcuno la abbraccia troppo a lungo, si preoccupa con lei quando qualcuno alza troppo il tono della voce, socchiude gli occhi con lei quando c'è una luce che sfarfalla...
Bella e utile esperienza.


Carla

venerdì 21 maggio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

C'ERA UNA VOLTA, ED E' SUBITO FIABA
 
Dulcinea nel bosco stregato, Ole Könnecke (trad. Chiara Belliti)
Beisler 2021
 

 
ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni)
 
"C'era una volta una bambina di nome Dulcinea. Dulcinea viveva con il suo papà in una casetta al limitare del bosco.
Avevano una mucca per il latte, le galline per le uova, e nel giardino crescevano gli alberi da frutta e anche un cespuglio di more.
Nel loro piccolo orto coltivavano patate e carote.
Quel che mancava lo acquistavano al mercato del villaggio."


Nella vita della piccola Dulcinea e del suo papà tutto va a meraviglia. Ogni tanto Dulcinea lo aiuta nei lavori, ma il più del tempo lo passa giocando con i suoi animali e lui non si arrabbia mai con lei perché le vuole molto bene. Solo su una cosa è molto perentorio con lei: nel bosco non deve entrare, perché potrebbe incontrare la strega che vive sull'altro versante, nel suo grande castello. Quando, per il compleanno di Dulcinea, la scorta di mirtilli finisce, il suo papà decide che arrivare fino al mercato sarebbe un viaggio troppo lungo, così pensa di sfidare la sorte e andare lui nel bosco, appena un momento, a raccoglierne una manciata da mettere sulle frittelle con la panna montata, che tanto piacciono alla sua bambina.
Ovviamente, appena arriva davanti al cespuglio di mirtilli, incontra la strega che, consultato il suo libro di magie, lo trasforma in un albero nodoso e robusto. Dulcinea, a casa, intanto è lì che aspetta. Alla fine intuisce che qualcosa non va e si avvia fuori di casa a cercarlo. Disubbidendo, entra nel bosco, senza per questo mai mollare i palloncini della festa...


A tutti coloro che almeno una volta nella vita abbiano letto Il gigante di Zeralda di Tomi Ungerer sarà risuonata in testa un'eco. A parte il finale, ben inteso, dove Ungerer sterza un bel po' dallo schema consueto e tocca uno dei suoi vertici di inquietudine che lo hanno reso celebre, unico e e amatissimo dai bambini.
Ma Ungerer è Ungerer.
 

Qui Könnecke applica invece lo schema della fiaba classica, della tradizione, quello che Propp ha individuato come canone.
Si parte da un equilibrio iniziale, in cui conosciamo la grande armonia tra padre e figlia. Segue poi la rottura di questo idilliaco equilibrio, ovvero arriva una complicazione. In questo caso un incantesimo. Quindi partono le peripezie dell'eroe, o per meglio dire dell'eroina. Furba e determinata, Dulcinea riesce a ristabilire l'equilibrio iniziale, magari con anche una punta di irrisione nei confronti della vanitosa strega.
Compaiono anche le funzioni, quelle che Propp ha individuato passando al setaccio migliaia di esempi di fiabe: c'è l'allontanamento, il divieto, la partenza, la lotta, la vittoria.
Tuttavia Propp non avrebbe mai potuto prevedere il grande disordine in cui vive questa strega, né immaginare che la strega fosse così maledettamente sciatta da lasciar per terra, sul pavimento della sua camera da musica, tutti gli spartiti e altri oggetti, compreso il libro degli incantesimi a cui ambisce la piccola Dulcinea e un calice di cristallo, in cui inavvertitamente inciampa la povera bambina.
Dalla fiaba deriva anche il bosco incantato, magico. Il Zauberflöte e la Zauberberg non avrebbero potuto essere i precedenti letterari cui ispirarsi per questo Zauberwald?
 

Stabilito che Könnecke con Dulcinea ha voluto scrivere qualcosa di molto tradizionale, proprio una fiaba nella sua accezione più classica, dove sta la bellezza di questo libro?
Come al solito, trattandosi di Könnecke, lo scatto si ha nella definizione dei personaggi e nei dialoghi assurdi che mette nelle loro bocche. Ma soprattutto nella vena ironica del disegno che dà forma all'intera storia.
In primo luogo la strega, che effettivamente non è una bellezza, sembra piuttosto un donnone smemorato e distratto, che corre e si sbraccia sguaiatamente per tutto il libro. Non ricorda le formule, ma è molto creativa nel tipo di trasformazioni che mette in atto. Esilaranti si rivelano i suoi ragionamenti ad alta voce: visto che il padre è un amante della natura dovrà tramutarlo in albero e visto che Dulcinea davanti a lei dichiara di amare la sua musica, opta per un incantesimo che la trasformi in flauto, e quando scopre invece che è il suo compleanno, cambia idea e decide di mutarla in torta.
 

Nel disegno, Könnecke si diverte lasciando sull'albero alcuni connotati del padre, ovvero i baffi, il cappello e il paniere, i ciuffi di foglie fungono da mani affettuose; mette al cervo gli occhiali da sole, nell'aria fa volare pesci e le piante hanno occhi, d'altronde non è forse magico quel bosco?
Come spesso accade, decide per una tonalità di colore dominante che declina per sfumature, e come altrettanto di frequente succede, si fa notare per una composizione della pagina molto potente con scorci arditi e fossati pieni di nero. I suoi personaggi, la strega al contrario è dissonante, sono quelli cui ci abituato, da Anton in poi: testone rotonde, pochi tratti somatici e tutta quella bella espressività racchiusa negli sguardi.
 

Non tocca i vertici del poetico West raggiunti dal bambino cowboy Desperado, e non si ride tanto quanto con Lester & Bob, tuttavia resta sempre una bella gioia dare a un bambino o a una bambina un libro di Könnecke in mano.
Per farlo, però occorre aspettare ancora poco più di dieci giorni.
Intanto però, il consiglio è: fate scorta di mirtilli.
 
Carla


 

mercoledì 20 gennaio 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DI ROGHI E D'INGIUSTIZIE



Quello che vi propongo non è, in effetti, una novità, ma la riproposta di un testo che Vanna Cercenà, premio Andersen 2015, ha scritto per Fatatrac nel 2008 e che ora Lapis porta in libreria in una veste rinnovata.
Quando soffia il vento delle streghe racconta in forma romanzata un episodio storico, di caccia alle streghe, effettivamente avvenuto in Liguria, nel paese di Triora.
Alla fine del Cinquecento, nella piccola comunità, tormentata dalla carestia, monta l'ostilità nei confronti di una levatrice e delle sue amiche. La levatrice, Maria, è la nonna della protagonista, figlia, per altro, di un ebreo e di una cristiana. Bettina dunque, per sopravvivere alla sua condizione doppiamente ambigua, deve fuggire e per farlo deve travestirsi da maschio, separandosi dall'amata gatta nera. Come David raggiunge prima Genova e poi Firenze, nascondendo con difficoltà la sua vera identità. Diventa l'aiutante di un orafo e in questa veste sventa l'attentato alla vita di una giovane nobile; ma questa impresa le costa lo svelamento della sua identità e, di nuovo, la partenza, questa volta per tornare a Genova, dove lo zio ebreo, che l'aveva protetta, è morto da poco. Poi ancora a Triora per ricongiungersi nuovamente alla nonna, sopravvissuta alle persecuzioni.
Dunque, una storia avventurosa, movimentata, caratterizzata da un'attenta ricostruzione storica, che rende particolarmente vivaci le descrizioni di ambienti, che racconta di ebrei e di gentili, di arti e di ignoranza, forse un po' troppo densa di avvenimenti e di intrecci.
E', comunque, una riproposta interessante, soprattutto in questo momento: mette in luce un argomento, quello della caccia alle streghe, raramente sottoposto all'attenzione di ragazze e ragazzi, cresciuti con le melense imprese di streghine stereotipate, di impronta disneyana. E' un periodo oscuro della storia occidentale, di pregiudizi, discriminazioni, repressioni violente, volte ad estirpare forme di conoscenza arcaica, soprattutto femminile.
Levatrici, guaritrici, figure nello stesso tempo potenti ma non sottomesse, sono oggetto di periodici attacchi, culminanti, spesso, con crudeli torture e con il rogo.
Certo non è questo che viene raccontato nel libro, in cui il contesto di oscurantismo religioso e di intolleranza è uno sfondo su cui si svolge la narrazione, sempre molto scorrevole e avvincente. Ma è un'occasione per parlare ai più giovani di una realtà, che almeno in apparenza sembriamo voler ignorare: la nostra 'civiltà', quella di cui ci vantiamo, è stata capace anche di questo e se non ci fosse stato il benemerito Secolo dei Lumi, i diritti delle donne sarebbero ancora di là da venire. E non è che oggi poi possiamo davvero parlare di uguali opportunità e men che meno di rispetto per tutte le diverse declinazioni delle singolarità. Ma questa è un'altra storia.
Consiglio caldamente questa lettura a ragazze e ragazzi, dai dodici anni in poi, che vogliano essere più consapevoli della nostra storia.

Eleonora

“Quando soffia il vento delle streghe”, V. Cercenà, Lapis 2016

lunedì 7 settembre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DEL DESIDERIO
La storia del mantello magico, L. Frank Baum, Aurélia Fronty
(trad. Marianna Cozzi)
Donzelli 2015



NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"'Che ne dite di tessere un mantello magico?' propose Espa, una dolce fatina che non aveva ancora parlato. 'Un mantello? Certo! Potremmo tesserlo facilmente' ribatté la regina. 'Ma che tipo di poteri magici dovrebbe avere?' 'Chi lo indosserà vedrà esaudito all'istante ogni desiderio' disse Espa in tono allegro."

Le fate, come in tutte le notti di luna piena, si erano riunite nella radura di una foresta magica per danzare, ma la regina Lulea e le sue ancelle sono annoiate dal ballo. La noia porta spesso buone idee e le fate decidono di creare qualcosa di magico: un cappello? già fatto. Un paio di stivali? già fatto anche quello. Trovato: tessere un mantello magico che possa esaudire un unico desiderio, il primo, a patto che la persona che lo indossa in quel momento non lo abbia rubato. Ora resta solo da decidere a chi regalarlo. L'omino della luna, interpellato dalle fate, così sentenzia: alla prima persona infelice che incontrerete. I felici non hanno bisogno di nessun mantello! 

 
Un infelice effettivamente c'è sul percorso della fata addetta alla consegna ed è Margherita, detta Fiocco, una bimbetta appena orfana che con il suo fratellino Timoteo, detto Lallo, è in cammino verso il grigio destino che ha riservato per loro la zia Rivetta, lavandaia a Notopia, capitale di Nolandia.
I tre si stanno dirigendo verso la città, ma bambini e asini vanno lentamente così, costretti a fermarsi nel fienile di una locanda, vengono intercettati dalla fata che consegna solennemente a Margherita, e solo a lei, il mantello magico.
Quale può essere il principale desiderio di una bambina triste? Essere di nuovo felice, ed è proprio quello che quasi inconsapevolmente, con il mantello sulle spalle, Margherita si augura.
Il gioco è fatto! Il sole torna a splendere per Margherita che smette all'istante di essere malinconica. A volte la felicità può essere contagiosa e anche Lallo pensa tra sé che forse non sarà poi così male la sua nuova vita a Notopia... E ancora non sa cosa lo aspetta quando, per quarantasettesimo, quella mattina varcherà la porta orientale della città.


Io lo so cosa sta per succedere a Lallo (e siamo solo a pag. 32), ma non lo dico. Nel successivo centinaio abbondante di pagine accadono un mucchio di cose, come è la norma nei racconti di Lyman Frank Baum. Gli ingredienti sono quelli della fiaba, intesa come fiaba moderna, lontana dalle crudezze della tradizione classica. Primo fra tutti, la magia, una magia di partenza che funzioni da 'miccia' per la narrazione successiva. E poi ancora l'avventura, intesa come percorso di crescita, ovvero una serie di vicende e peripezie che il/i protagonisti hanno di fronte a sé, in sintesi le molte prove che devono superare. Ancora dalla fiaba derivano le tipologie dei personaggi: eroi, nemici, donatori, aiutanti, mandanti...
In una galleria di personaggi strepitosi, primi fra tutti i Consiglieri del re di Nolandia, narrati nei loro dialoghi come se anticipassero le comiche degli anni Trenta, il ritmo è saltellante, allegro, divertente. Divertente e ironica - e in questo la traduzione italiana di Marianna Cozzi è perfettamente all'altezza soprattutto nei nomi dei personaggi, da Manforte, Manbassa, Manovaldo, Manolesta e Giucco fino ai Rudi-Rolli - è l'onomastica e la toponomastica del racconto. A Italo Calvino sarebbero entrambe piaciute tanto, e, chissà, che forse non ne siano anche inconsapevole eco o dichiarato omaggio.

Considerato dallo stesso Baum e dai critici dell'epoca la sua migliore prova d'autore, La storia del mantello magico (in originale Queen Zixi of Ix, Or the Story of the Magic Cloak), è una gioia da leggere, per la sua leggerezza e scorrevolezza nel narrare una fiaba sulla potenza del sogno e il senso del desiderio, raccontato con uno sguardo curioso, stupito e 'sconfinato', come è quello dei ragazzini. Il desiderio che, se portato all'esasperazione, è laccio che ci lega.
"Desideriamo quello che non possiamo avere, e lo vogliamo non tanto per trarne beneficio, ma perché rappresenta qualcosa di irraggiungibile..."
Parola di Regina Zixi.
Ma è anche una gioia averlo tra le mani, nella preziosa prima edizione italiana curata da Donzelli per la sua collana Fiabe e storie. Dalla carta spessa e porosa al tatto, alle tavole di Aurélia Fronty, ad evidenza, l'illustratrice delle 'fate' per questa casa editrice (spero vi sia passato tra le mani Filo di fata, 2009).
Desideratelo, come me.


Carla

venerdì 4 ottobre 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LO SCOPO DELLA VEDOVA

La scopa della vedova, Chris Van Allsburg
Logos 2013


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Le scope delle streghe non durano per sempre. Diventano vecchie e un giorno anche le migliori non riescono più a volare.[...] In casi molto rari, tuttavia, una scopa può perdere i suoi poteri all'improvviso, e precipitare insieme alla strega che trasporta..."


Quella notte una strega e la sua scopa precipitarono, per l'appunto, nell'orto della vedova Minna Shaw. Nonostante il timore, la vedova aiutò la strega che, essendo una strega, guarì all'istante dalle ferite procuratesi con l'atterraggio violento. Prima di ripartire sulla scopa di un'altra strega, lasciò la vecchia in eredità alla signora Shaw. Ma a guardarla, quella scopa ora sembrava proprio una ramazza normale. Ma così non era.


Si rivelò bravissima nell'arte dell'apprendere. Non solo spazzava e rispazzava la casa come se guidata da una massaia ossessionata dello sporco, ma imparò anche a suonare il piano, a dar da mangiare alle galline, a spaccare la legna per il fuoco.
Una scopa così non può passare inosservata e così i vicini della vedova, curiosi, la scoprirono e decretarono che essa era il diavolo in persona e che andava bruciata: bruciata come una strega.


Per una cerimonia che tanto ricorda la Santa Inquisizione, la vedova consegna l'oggetto che deve essere sacrificato. Una grande pira e tutto finisce in cenere. Ma una scopa stregata non può finire così e 'torna' come fantasma a spaventare i sonni dei vicini della vedova.
Tanto è lo spavento nel vederla armata, come un tempo, di accetta, che essi decidono di allontanarsi per sempre.
Spero che come la vedova anche voi non abbiate creduto ai fantasmi, ma come la vedova ne abbiate 'sfruttato' la fama per uno scopo preciso.

Logos ha scoperto Van Allsburg. Evviva! A distanza di sei mesi dalla pubblicazione de Il fico più dolce, il libro tutto viola, e di Jumanji ora questa nuova storia, tutta nera. Costruita con i medesimi ingredienti: il mistero, il colpo di teatro finale, un'immaginario fervido cui attingere a piene mani, delle illustrazioni indimenticabili e  un significato profondo.
In tale prospettiva mi pare un racconto emblematico per andare a ragionare sul pregiudizio e su come esso si nasconda dietro ogni angolo di casa. 
Il 'dalli all'untore' che diffondono i vicini di casa nei confronti della scopa magica porta in sé il pericolosissimo seme della persecuzione, del fanatismo, dell'odio indiscriminato verso chi è diverso da te. E la storia dell'umanità è piena di casi esemplari, purtroppo.
Ma fortunatamente ci sono persone come la vedova che, forse per la sua innata gentilezza, sanno guardare al di là del pregiudizio e allora curano e nascondono -come ha fatto lei con la strega e la sua scopa- ebrei nelle loro cantine, difendono in un tribunale di bianchi contadini di colore, tirano a bordo dei loro pescherecci naufraghi scivolosi e intrisi di carburante...
Tutti questi hanno uno scopo nella loro vita: essere uomini!



Carla

martedì 26 marzo 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


VIOLETTA LA STREGHETTA E L'INCANTESIMO SUPPERGIÙ
Anu Stohner, Henrike Wilson,
Beisler, 2013


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Violetta desiderava una casetta tutta per sé. Facile per una strega. Bastava ricordarsi a memoria l'incantesimo giusto. "Spiriti di rapa, voglio una casa. Saliva di ragno, gocce di stagno, uova morte e strane torte, fate che le pareti siano...ehm...storte!
Ih! Ih! Ih!, ridacchiarono le altre streghe. Un altro incantesimo suppergiù!"

Violetta, lo avrete capito, è pasticciona per natura. Chi, come me, è pasticciona per natura, prima o poi finisce per amare i propri pasticci. 
E così Violetta, sbagliando ogni volta l'ultima rima dell'incantesimo, ottiene sempre qualcosa di inaspettato. Al posto di una bella casetta ha una casa un po' sbilenca, al posto di una scopa areodinamica ha una scopa dal manico molto nodoso, al posto di un lugubre corvo ha come 'famiglio' un coniglio blu. I suoi incantesimi sono ogni volta una sorpresa, ma Violetta non se ne rammarica mai. Anzi. 
E anche quando sente uno strano rimbombo nel bosco pensa dipenda dall'ennesimo suo incantesimo suppergiù. Invece quel rimbombo è un gigantesco gigante che imperversa nel bosco. Catturate tutte le streghe con un solo gesto, il gigante si vede sfrecciare davanti al naso una strega che vola in modo scomposto e disordinato. A Violetta dunque spetta il compito si riportare in salvo le colleghe. L'incantesimo è come al solito suppergiù, ma il risultato esilarante: nel senso più letterale del termine.
È l'incantesimo della Felicità.


E la Felicità sembra essere la ricetta vincente di Violetta. Sempre felice di tutto quello che le capita, capace di saper cogliere il buono da ogni situazione, Violetta volteggia nel mondo sempre con il sorriso sulle labbra. E la sua indole serena la rende contagiosa e, al suo passaggio, la risata si scioglie sulle facce di tutti. Ma è una risata sana, lontana dall'essere maligna, è una risata piena di gusto.
Raccontare ai bambini i pasticci fatti da un altro, li farà certamente ridere e li autorizzerà a credere che non sempre si può essere perfetti. Sapersi accontentare, sapersi accettare con i propri limiti è un comunque un buon esercizio. In questo mondo di 'finte' perfezioni andare controcorrente può avere anche un suo senso educativo.
La collaudata coppia Stohner-Wilson, che in passato abbiamo letto nei libri dedicati a Babbo Natale pubblicati da Emme edizioni, ancora una volta sembra viaggiare in grande armonia. Un testo molto spiritoso, nelle formule degli incantesimi soprattutto, cui si affianca una illustrazione molto tradizionale ma nel contempo piena di vitalità e inaspettata nelle prospettive e nei tagli delle immagini: cieli ariosi e boschi di conifere che fanno da sfondo all'imperversare di una strega goffa e maldestra. E quando c'è di mezzo il gigantesco gigante, il taglio prospettico delle tavole muta a sottolineare il suo ingombrante uso dell'intera pagina.


Carla

Riflettendo sul titolo del libro, mi viene da fare ancora una volta un unico appunto.
Rispetto al nome forzatamente in cerca di rima con un diminutivo di troppo, apprezzo la sobrietà un po 'secca' nell'originale tedesco che suona più o meno così: Una piccola strega pasticciona.