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venerdì 6 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMICI E NEMICI

Tre dita, Massimo Canuti 
Uovonero 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Ci ho messo un po' prima di riuscire a trovare le parole giuste. Non sapevo se dargli del lei oppure del tu. Alla fine ho optato per il lei: era molto, molto, molto vecchio e mi sembrava la scelta più adeguata. Mi sono fatto il segno della croce (mi è venuto particolarmente bene, con tutte e dieci le dita), dopodiché ho fatto un piccolo inchino. 
'Salve. Come sta?' 
Credevo che interessarsi della sua salute fosse una buona cosa: del resto la prima impressione è sempre quella che conta, come diceva mamma. 
Dio però è rimasto zitto." 

Anno di grazia 1943.
Nado ha dodici anni e vive nel piccolo paese di Bettolle, in Valdichiana. Sua madre fa la sarta a domicilio e parla fitto fitto con Dio, tutti i giorni, più volte al giorno e sempre con un tono poco più che bisbigliato. Suo padre ha un piccolo laboratorio dove fa il sapone; lui al contrario parla pochissimo e mai con Dio. Ha una sorella minore, Vilma, che Nado cerca di evitare il più possibile, ma che gli viene affidata spesso e volentieri. Ha anche una piccola banda di amici e con loro passa gran parte del suo tempo, ci chiacchiera, ci gioca e molto di rado ci litiga: Civetta, Gambadoro, Neno e Tiritinfièri. Tutti loro si sono guadagnati sul campo il soprannome che portano, quello di Nado è Tre dita, per via di quell'ordigno che un giorno gli è esploso tra le mani... 
Questa è la sua storia tra l'alternarsi di piccole monellerie e grandi decisioni, tra le chiacchiere di paese e le chiacchiere col Padreterno, tra tedeschi nemici e tedeschi che ti salvano la vita, tra il giocare a fare i grandi e poi diventarlo davvero... 

Intrecciare pezzetti di vita vera, quella di Nado Canuti, suo padre, all'interno di un racconto inventato è quello che ha fatto Massimo Canuti, scrivendo Tre dita
Gli spunti presi dalla realtà dei fatti sono: il contesto, ossia Bettolle la cui gioventù si organizza per dare vita a una propria azione di Resistenza contro gli invasori tedeschi; ma soprattutto l'incidente in cui effettivamente il piccolo Nado perde una mano e due dita per aver maneggiato incautamente un ordigno inesploso e il relativo salvataggio da parte di un giovane soldato tedesco che lo porta di corsa in ospedale. Molto vera è anche la sua precoce passione per la scultura, che lo renderà da adulto un artista di grande talento. 
Ma in verità tutte le duecentocinquanta pagine trasudano autenticità, cosa che rende la lettura una vera gioia. 
Il tono di voce di questo ragazzino ti entra nelle orecchie e tu lo stai a sentire dall'inizio alla fine, senza mai annoiarti. 
Altrettanto si può dire per il suo sguardo sulla realtà. 
Da un lato colpisce, da parte di quel pugnetto di ragazzini, l'irrinunciabile ricerca del gioco, modalità attraverso la quale tutto viene filtrato: giocare alla Resistenza, giocare a fare gli eroi, giocare a far finta che... Al contrario, altri tra loro decidono di diventare grandi e di saltare il fosso, rinunciando, di fatto, alla loro condizione di bambini. 
E dall'altro colpisce la capacità di quegli stessi ragazzini di andare a leggere il mondo attraverso macrostrutture, proprio come capita a chi è piccolo e deve districarsi in un mondo complesso. 
Quindi per tutto il romanzo si parte sempre distinguendo tra i buoni e i cattivi, tra i grandi e i piccoli, tra i paurosi e coraggiosi, tra gli amici e i nemici, tra il sacro e il profano. 
Solo con il tempo vediamo il ragionamento affinarsi, accettare la sfumatura e quindi dal bianco assoluto o dal nero pece piano piano vengono in luce diversi toni di grigio, frutto del bianco che si mescola al nero. 
Questo bisogno naturale che porta alla semplificazione del pensiero, a una visione un po' facile e manichea, lascia il posto a un fare che, seppure scanzonato, ha il pregio di spostare il punto di osservazione, dando più spessore alle cose. 
In questo senso paiono esemplari i ragionamenti ironici e serissimi su e con Dio, ma soprattutto i pensieri che lentamente maturano nella testa di Nado riguardo all'invasore tedesco, che nel contempo è quello stesso nemico che gli ha salvato la pelle. 
A quel tedesco lui riconosce un'umanità che cozza con quello che è il pensiero comune. Con quel suo gesto istintivo di autentica umanità, il giovane soldato tedesco ha dimostrato di essere altro dal male assoluto. Su questa stessa lunghezza d'onda si mette anche sua madre, che decide di sdebitarsi con quel ragazzetto dalla divisa sbagliata, cercando di regalargli il vestito buono del padre. 
Pagine piene di risate e di profondità e di grandi domande. Bellissime, davvero. 

 Carla

lunedì 2 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

INFANZIE

Toy Stories
, Gabriele Galimberti 
OTM Company 2024 


ILLUSTRATI 

Si tratta di un libro quadrato, poco più di 23 cm per lato. Cartonato. 
Non ha titolo in copertina, ma la foto di un ragazzino ritratto nella sua camera, in piedi su una seggiolina, con le mani in tasca e un sorriso appena accennato. Pare assediato dai suoi giocattoli che occupano per intero il pavimento circostante della sua camera. 
Chi sia questo bambino lo si scopre girando la pagina. Si chiama Leon, ha sei anni e vive a Vienna. 
Il titolo del libro arriva nella pagina successiva, dove si apprende chi sia l'autore, Gabriele Galimberti, dove il titolo, Toy Stories, ha anche un sottotitolo: Un mondo di giochi
Il libro è fotografico e l'unico testo che accompagna i singoli scatti si compone del nome del soggetto fotografato, riporta la sua età al momento della foto e, importantissimo, il luogo dove è stata fatta. 


Due parole sulla storia editoriale di Toy Stories: prima pubblicazione negli Usa nel 2014, a dieci anni di distanza in Francia con Les grandes personnes e nello stesso anno in Italia per merito di Otm, che da Cortona di fotografia si occupa in diverse direzioni, tra cui anche l'edizione di libri fotografici. 
Quindi anche questo. 
Il fatto che OTM abbia le sue radici a Cortona e che anche Galimberti da lì arrivi e viva parte del suo tempo a Castiglion Fiorentino a una decina di chilometri in linea d'aria potrebbe far pensare che questo libro si esaurisca nella cornice di un progetto locale. Ma non è assolutamente così. 
Galimberti, che ha delle bellissime idee e che è fotografo di grande talento, è sempre in giro per il mondo a fotografare. 


E anche per Toy Stories ha attraversato una cinquantina di paesi per realizzarlo. 
Non volendo seguire le sue piste legate alla committenza del National Geographic, né tanto meno i suoi scatti per le più importanti riviste mondiali, o le sue campagne di moda, si scopre che c'è un filo rosso che tiene insieme i suoi progetti fotografici, che lo tengono occupato per anni. 
Quello che gli è valso il World Press Photo Award nel 2021, nella categoria Portrait, The Ameriguns, per esempio lo ha portato a collezionare 45 scatti di signori e signore che vivono negli Usa e che si sono fatti fotografare circondati da tutte le armi di cui dispongono a casa propria. 
Lo stesso schema tassonomico, ossia classificatorio, lo ha usato, per citare solo alcuni suoi libri, in In Her Kitchen (foto a sinistra di nonne di varie zone del mondo davanti a ingredienti di ricette cui segue la foto del piatto realizzato e ricetta scritta) o ancora per Your Couch is my Couch (foto dei singoli divani che lo hanno ospitato nella sua esperienza biennale di Couchsurfing). 
Toy Stories non fa eccezione: si tratta di un catalogo di bambini fotografati in ambienti diversi delle loro case circondati dai loro giocattoli preferiti.


La costruzione dello scatto però prevede che i bambini scelgano i loro giocattoli preferiti, e secondo me anche l'abbigliamento, ma la scelta dell'ambientazione e la disposizione dei giocattoli e dei bambini stessi sono farina del sacco di Gabriele Galimberti. 
L'effetto è stupefacente, stimolante e allo stesso tempo straniante. 
Davvero quei bambini e quelle bambine hanno pochissimo margine di azione - sostanzialmente solo la loro espressione è libera dal controllo del regista - e diventano nelle sue mani oggetti essi stessi al pari dei loro giocattoli, dei divani, dei lettini, dei pavimenti su cui si fanno ritrarre. 
Potrebbe sembrare una mancanza di sensibilità, ma no: è esattamente il contrario. 


In questo grande silenzio, in questo ordine ossessivo, in questa simmetria geometrica escono fuori così tante domande e risposte ipotetiche su di loro, sul contesto che li contiene, sulle loro esistenze, e più in generale sull'infanzia, che il libro, una volta chiuso lo riapri, spinto da un insoddisfatto desiderio di saperne di più (per esempio sulla somiglianza del divano in Brasile e della poltrona in Lettonia), di ciascuno di quei bambini, di ciascuna delle vite che conducono. 
La riflessione più immediata e più superficiale è quella relativa alla quantità (questa è la chiave di lettura per esempio in The Ameriguns). 
Qui, al contrario, alcuni bambini o bambine hanno messo in campo legioni di bambole o di macchinine, di aerei, orsi, pentoline, mentre altri si sono concentrati su un unico giocattolo - sia una console di videogioco, una bambola o un peluche. 
E questo non è solo sintomo di una penuria di partenza... Ah, no no. 


Troppo facile e scontato. 
Il bello sta in questa relazione tra contesto, abbigliamento e numero e tipo di giocattoli esposti. Guardandoli con attenzione si possono immaginare infinite risposte a chi siano effettivamente questi bambini e queste bambine. 
Queste foto sono una palestra molto interessante per allenarsi a leggere i segni. 
L'osservazione dei dettagli, così come della composizione generale, sono piste percorribili per arrivare a raggiungere un ipotetico traguardo. 
Bella idea! Davvero bella. 

Carla

venerdì 10 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LASCIA E RADDOPPIA

Lo spazzolino o l'orso Nino? Mia Floridi, Chiara Ficarelli 
Il Castoro 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

" 'Ma... hai preso l'ombrello?' 
Fuori il cammello, dentro l'ombrello. 
'E le mutandine?' 
Fuori le macchinine, dentro le mutandine.
'E i calzini?' Fuori i pinguini, dentro i calzini '
E lo spazzolino?' 
Fuori l'orso Nino, dentro lo spazzolino." 

Famiglia in partenza. 
Papà in arrivo con la macchina e la mamma di Teo mette alla prova il suo bambino: prepararsi la valigia da solo. 
Il motto è: prendi solo l'essenziale! 
Lui in una stanza, lei nell'altra, entrambi stanno preparando i bagagli. E se è vero che è solo l'essenziale quello che va portato, Teo non ha dubbi: i suoi giocattoli sono l'essenziale! 
Alla mamma, che sta occupandosi dei propri bagagli, però viene un dubbio. Alle madri vengono sempre dubbi. 
Dalla sua camera da letto in penombra non può controllare che effettivamente Teo stia mettendo nel suo piccolo trolley le cose necessarie. E così, a voce alta gli snocciola il necessario da avere con sé in vacanza... La valigia che già faticava a chiudersi con i soli pupazzi, ora scoppia. 
Se prima Teo era a un bivio tra ombrello e cammello, ora è a un trivio: ombrello, cappello o cammello? Mutandine, macchinine o pantofoline? 
Bisogna trovare una soluzione e Teo la trova! 
E chi è senza peccato, scagli il primo bagaglio... 

La valigia è lo specchio di chi la fa! Non posso dimenticare il mio orgoglio interiore di fronte allo zaino compatto e sodo di mia figlia in seconda media alla partenza con la sua classe: occupava un terzo del volume dei trolley rosa di molte sue compagne. Ma ricordo anche, con tenerezza e comprensione autentica, il sacco americano - un cilindro alto un metro - pieno dei peluche di quella stessa figlia, ma 10 anni prima, che ci intimava di portare con noi ovunque andassimo...
Quindi il libro di Mia Floridi e Chiara Ficarelli non può passare inosservato sotto gli occhi di una che dei bagagli ne ha fatto una religione.
 

Non mi sento di definirlo un libro epocale e indimenticabile, ma ha almeno alcune caratteristiche che lo rendono interessante e piacevole. 
La prima è proprio la questione che pone. Ossia, cosa si intende per essenziale? E l'essenziale per una madre è davvero l'essenziale anche per un figlio? E l'essenziale per un ragazzino delle medie (provare per credere).
E qui si apre il solito invalicabile baratro tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzini. 
Ammetterlo da parte degli adulti sarebbe già un passo avanti, nella giusta direzione.
La seconda questione, assolutamente taciuta dal testo, se non per un accenno sul finale, mette ancora più in evidenza il diverso valore della parola essenziale per gli adulti. Almeno per quelli di questa famiglia... Questo scarto, seppure lieve, tra quello che il testo snocciola, come una litania, e quello che Chiara Ficarelli mette sul foglio rappresenta il divertimento sostanziale del libro. 
A parte il gustoso testo in rima, ovviamente. 


Mi ha fatto sorridere, spippolando qua e là in rete, notare che altri pareri su questo libro semplicemente hanno ignorato questo scarto: nessuno sembrerebbe essersene accorto. 
Ci si è dilungati preferibilmente sul valore delle scelte, sulla ricerca di autonomia cui ogni bambino dovrebbe aspirare - si intende tutte belle cose - ma il sense of humor che sul finale si accentua un bel po' non è stato proprio visto. Il fatto che nessuno sia del tutto senza colpe, in questa storiellina, è passato sotto silenzio. Ma è lì sotto gli occhi di tutti. Perché non notarlo? 
Come spesso accade, è l'edificante che diventa vincente.


Pazienza.
Ecco, la terza cosa è proprio il gustoso testo in rima cui si è accennato prima. 
Per questa caratteristica il libro va necessariamente letto ad alta voce. Ed è stato scritto sapendolo bene.
Va scandito il ritmo tamburellante dei diversi rovelli che il bambino si pone. 
Nella prima metà del libro, di fronte alla facile scelta fra giocattolo e indumento, per poi crescere di intensità quando la scelta raddoppia: indumento, indumento o giocattolo? 
Per poi fare un breve respiro e partire con il crescendo finale! 
E scoppiare a ridere di gusto sull'ultima tavola.
Divertente: da mettere in valigia. 


E se per caso non ci stesse, da portarselo comunque, stringendoselo al petto!

Carla

lunedì 6 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RICAMO INTORNO AD ANDERSEN 

Il rospo. E altre storie di Hans Christian Andersen
Valentina Pellizzoni, Silvia Molteni 
Topipittori 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Andersen racconta in un modo che ai suoi tempi era più vicino al parlato che allo scritto: ricorre a modi di dire, costruisce le frasi in modo strano, usa parole quasi dialettali. 
Per questo le sue fiabe cambiano molto da una traduzione all’altra. 
Un’altra grande scrittrice ha molto amato Andersen: Rumer Godden. Era certa che Andersen, prima che uno scrittore di storie, fosse un poeta e che le sue fiabe siano le sue poesie. Per questo, dice, “a volte potrebbe succedere che ai bambini sfugga il significato complessivo”. Quando leggiamo delle poesie, in effetti, non sempre capiamo proprio tutto, ci lasciamo catturare dall’atmosfera che creano con le parole, dal ritmo, le facciamo depositare dentro di noi, per poi farle riaffiorare pian piano. Questo cercava di fare Andersen con le sue fiabe, scritte in modo poetico, quasi cantando: che tutti i bambini le amassero. «Presto, crescendo, avrebbero capito; fermarsi per spiegare – come fanno le madri coscienziose – significa rovinare il ritmo, l’intera emozione» ha scritto Godden. 
Ho cercato di riportare questa musicalità nelle mie riscritture, di adeguare il linguaggio più a quello parlato che allo scritto, ho anche tolto là dove Hans aggiungeva, perché oggi i racconti sono più veloci che alla sua epoca, più lenta della nostra." 

In queste tre ultime righe c'è l'intento di questo libro. 
L'antefatto invece contiene in sé tre cose. 
La prima: una passione di Valentina Pellizzoni per le fiabe di Andersen. 
La seconda: una sapiente propensione di Valentina Pellizzoni al racconto orale, al far diventare storia degli accadimenti, detta a voce.
La terza: un pugnetto di buone amiche intorno a Valentina Pellizzoni. La prima, Giovanna Zoboli, stima giustamente Valentina Pellizzoni per molte cose, ma anche e soprattutto, per quella sapiente propensione di cui sopra. La seconda, Silvia Molteni, con Valentina Pellizzoni condivide gli stessi prati, gli stessi boschi, la stessa amata terra e la natura intorno a casa. 


A Giovanna Zoboli che incidentalmente pubblica libri spetta invece il merito di aver offerto ai due fili di questo ricamo intorno ad Andersen, la Vale e la Silvia, la possibilità di unirsi e chiudersi in un centrino perfetto. 
Così accade che Valentina Pellizzoni scelga fra le più di centocinquanta fiabe quelle sei che possono stare meglio di altre nelle orecchie dei bambini di oggi e che siano adatte alle matite e ai pennelli di Silvia Molteni. Lei, da biologa appassionata, disegna di preferenza la natura circostante e dà il meglio di sé: piante e piccoli animali, come topolini e convolvoli, galli e galline, rospi e rane, cavolfiori ed esili piselli odorosi, chiocciole, bruchi che si fanno poi farfalle, convolvoli e farfaraccio. Tanto farfaraccio.
Se si torna all'intento, ossia ridare ad Andersen quel che è di Andersen, si può dire con una certa sicurezza che l'obiettivo sia stato raggiunto. 
Andersen e la sua scrittura, i suoi temi e i suoi ascoltatori. Le tre cose viaggiano di concerto. 
Andersen era ben consapevole di avventurarsi in un terreno instabile: la fiaba è per antonomasia orale, quindi metterla su carta prevedeva di farlo attraverso una scrittura che fosse scorrevole, consueta e riconoscibile, piena di dialoghi ripresi dal parlato popolare, addirittura dialettale. Solo in questo modo, Andersen lo aveva ben chiaro, avrebbe potuto raggiungere il suo pubblico, i suoi ascoltatori. Ma fa anche un'altra cosa che lo distingue dalla tradizione precedente: i suoi racconti lasciano indietro maghi e fate e streghe, ma hanno invece tanta vita comune, tanti personaggi presi a prestito dal mondo circostante: dagli oggetti agli animali da cortile. 


Se si conosce un po' Andersen, si saprà bene che i bambini rappresentano solo una porzione del suo pubblico ideale. Ed è per questo che, spesso e volentieri, non si risparmiano crudezze e finali drammatici, ma anche lezioni di morale (in questo parrebbero più favole che fiabe...), così come ironiche prese in giro della società sua contemporanea. 
Ed ecco il contemporaneo che ritorna. 
Era stata un'esigenza di Andersen e oggi diventa esigenza anche di Valentina Pellizzoni: rendere quei racconti - non credo sia un caso quella parola 'storie' nel sottotitolo - di nuovo attuali, svecchiare le sue ottocentate (e con esse tutto il lato religioso è saltato via) e mettere di nuovo in circolazione altro materiale che attesta una volta di più la potenza di un autore 'scomodo' agli occhi di un pubblico che ha cercato di fare di tutto per travisarlo. A partire dallo scempio fatto alla Sirenetta e al suo finale autentico, e alla scelta di selezionare solo ciò che non avrebbe urtato troppo i pensieri dei più piccoli: I vestiti nuovi dell'imperatore, Il brutto anatroccolo, Il soldatino di stagno, La piccola fiammiferaia
In tutte queste è chiara la morale, ma non fa loro mai troppo male. 
Valentina Pellizzoni ci dice che la sua scelta è stata dettata dal desiderio di sintonia con l'immaginario di Silvia Molteni, ma non è solo questo. 
Il motivo dell'ottima scelta di queste sei fiabe sta anche nel loro essere così sorprendentemente attuali e leggibili, a chi se la sentisse, da diventare fondanti moniti riguardo a questioni giganti.
Pur raccontando di maggiolini, formiche o moschini, baccelli maturi o giocattoli vecchi. E rospi.


Dietro come al solito ci siamo noi. 

Carla 

Noterelle al margine. Non ferire troppo i piccoli lettori sembra aver lasciato una lieve traccia anche nella riscrittura di Valentina Pellizzoni, visto che sceglie di addolcire con parole studiate una 'crudezza' di Andersen nei confronti del suo rospo. Cuore di mamma. 
E poi c'è quella "questione  del picchio", nella fiaba I fidanzati.


Il 'picchio' che compare in diverse traduzioni mi sono persuasa che potrebbe aver creato qualche problema. Mi immagino un rovello per trovare una parola maschile - la traduzione perfetta, trottola, è femminile quindi sarebbe stata foriera di altri guai, visto che cerca di fidanzarsi con una palla... - che traducesse il termine toppen
La parola 'picchio' però in italiano ha un doppio significato, altrettanto pericoloso. Forse valeva la pena di scegliere il rischio di un impatto con un vezzeggiativo 'musicalpopolare', e chiamare quindi il vecchio giocattolo nel cassetto, 'trottolino', confidando nel fatto che il dududu dadadà sia ormai retaggio solo dei più anziani. Oppure strummolo, alla napoletana? 
Si fa per gioco.

venerdì 19 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

COME RICONOSCERE UNA BUONA IDEA

Come riconoscere una forchetta e molti altri oggetti di casa
Silvia Borando (a cura di) 
Minibombo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Come riconoscere una forchetta? 
Facile! 
Ha i denti; porta il cibo alla bocca; di solito è di colore grigio. 
Come riconoscere, invece, una caffettiera? 
Molto facile! 
Ha un beccuccio; fischia tutte le mattine; spesso è accanto ai biscotti." 

La scoperta di molti oggetti di uso comune attraverso i diversi ambienti della casa. 
Dalla cucina, dove impariamo a riconoscere la forchetta e la caffettiera e infine il frigorifero, si passa al bagno dove conosciamo lo spazzolino, lo specchio e naturalmente la sgusciante e viscida saponetta. 
Poi si prosegue per la camera dove si dorme e poi per quella dove si sta: il salotto. 
Per ognuna di queste, ci sono tre oggetti che la "abitano". E per ognuno di loro tre indizi per imparare a riconoscerlo. Dalla sveglia che ogni mattina si spegne, lì sul comodino al tappeto, non importa se col pelo corto o lungo, di certo con la sua immancabile frangia... 

Detto così, questo libro potrebbe essere ben poca cosa. 
Una pagina dedicata all'oggetto di cui si dà la definizione e poi la sua immagine - contestualizzata - nella pagina successiva e per concludere l'intero ambiente, ossia cucina salotto ecc ecc in cui tutti insieme i tre oggetti, insieme a molti altri, stanno lì a fare bella mostra di sé. 


Ma non è affatto così. 
Non è un libro per piccolissimi in cui accanto all'oggetto citato c'è di norma una sua immagine fotografata oppure molto ben disegnata... 
Non è un libro in cui gli oggetti siano così numerosi che lo si possa considerare un imagier... 
Non è un libro costruito per imparare a scrivere dette parole: da forchetta a quadro, troppo esiguo il loro numero, quindi non è neanche un abecedario. 
Ma allora che cos'è?
Si tratta di un libro esilarante, pur nella sua veste di libro non-fiction! Addirittura, per confermare che non si tratta di una storia ma di un libro pieno di informazioni, l'autrice preferisce citarsi come curatrice... 
C'era da aspettarselo da Silvia Borando. 
Di rado le sue idee passano inosservate e di norma sono buone e cattivelle allo stesso tempo. E questa non fa eccezione. 
La chiave per capire come funziona veramente il libro, la si capisce dalla seconda definizione in poi, a patto che si voglia ribaltare il punto di vista. 
Mi spiego, senza spiegare troppo, per non mandare a zampe all'aria la sorpresa nel leggerlo. 


Il cambio di prospettiva lo si deve mettere in essere a partire dalla definizione. 
Per esempio, la forchetta è vero che ha i denti (in realtà i colti li chiamano rebbi), è anche vero che porta il cibo alla bocca (forse sarebbe più corretto dire che serve per portare il cibo alla bocca, ma salterebbe tutto!) ed è anche vero che di solito il suo colore è il grigio, essendo di metallo. 
Ma Silvia Borando si deve essere anche chiesta se questa definizione non sarebbe stata calzante anche per qualche altra cosa... E così è nato il gioco. 
A questo punto, concepire il testo di questo libro si è rivelato un vero e proprio gioco di cesello lessicale, una sorta di zigzag tra i doppi sensi, i doppi significati e cose così. 
Il resto è stata tutta discesa, perché raffigurare "la cosa" che con la forchetta condivide la definizione e contestualizzarla in un ambiente tipico da forchette, genera la risata.  Perché non credo di svelare molto, dicendo che l'essere "fuori luogo" è davvero molto evidente. 
In totale il libro si compone (4 stanze e 3 oggetti per stanza) quindi di una dozzina di scherzi ossia di colpi di scena, ossia di capriole di senso, che sfruttano al meglio il giro di pagina per creare il giusto tempo per il rullare di tamburi nella suspense. 
Che si tratti effettivamente di un libro per piccoli non so dire. 


O meglio, i piccoli si divertiranno comunque dei colpi di scena, ma i più grandi - e penso a bambini tra i nove e i dieci anni, ma anche liceali, che si scelgono oggetti di uso comune e, guardandoli con attenzione, ne individuino dei caratteri che possono essere condivisi da molte altre cose... 
Per esempio un bambino potrebbe dare indicazioni su come riconoscere il forno in una cucina? 
Sì che potrebbe, magari con l'aiuto della sorella alle soglie della maturità: il forno lo riconosci perché ha una bocca grande, se intorno è caldo dà il meglio di sé, quindi è consigliabile non metterci una mano dentro... 
Provare per credere, ma non con il forno! 

Carla

lunedì 4 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

TRE PREGI E UN PIZZICO DI FORTUNA

L'uomo il pesce e il mare, Daniel Fehr, Maja Celija 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"L’uomo viveva vicino al mare. 
Il pesce viveva nel mare. 
Il mare, be’, era il mare. 
L’uomo era affamato. 
Anche il pesce. 
Il mare, be’, era il mare. Con un pesce dentro."

La cosa successiva che accadde fu che l'uomo prese un verme da sotto un sasso, lo fissò all'amo lo buttò nel mare. E questo generò il seguente fatto: ora dentro il mare c'era il pesce che dentro sé aveva un verme. 
Questo fatto, a sua volta, generò una tensione tra due forze: da un lato l'uomo tirava per fare uscire il pesce dal mare e dall'altra il pesce tirava perché l'uomo entrasse nel mare. E questo atto strano confuse il mare. 
E quando il mare si confonde ne fa delle belle: si sentì tirato e poi spinto e quindi decise di capovolgere la situazione e quando il mare decide di capovolgere la situazione non ce n'è per nessuno. E infatti l'uomo finì nel mare, il pesce finì accanto al mare e il mare finì sulla terra. Una gran confusione, ma l'unico che aveva mantenuto la calma e la situazione sotto controllo fu il verme che, quando l'uomo tossì e mollò la canna, quando il pesce tossì e lo risputò a terra e lui finalmente libero poté tornare, seppure in ritardo, a casa dove tutti lo stavano aspettando per festeggiare... 
Anche l'uomo finalmente libero dall'acqua poté tornare, seppure in ritardo, dove tutti lo stavano aspettando. Ma lì nessuno festeggiò! 

Sono almeno due i grandi pregi che bisogna possedere per scrivere il testo di un albo illustrato che poi diventi un bell'albo illustrato. 
A queste due doti si deve aggiungere anche un pizzico di fortuna. 
Il primo pregio è: saper trovare una buona storia da raccontare. 


Il secondo pregio è: saperla raccontare, fermando le parole al momento giusto. 
Il pizzico di fortuna sta, in questo preciso caso, aver avuto Maja Celija come illustratrice. 
Procediamo con ordine. 
Daniel Fehr in questo libro ha dimostrato di possedere i due pregi. Che poi diventano tre. 
Ha avuto una buona idea, ossia quella di raccontare una giornata di pesca, focalizzandosi solo sui tre (anzi quattro) personaggi chiave. L'uomo, ossia il pescatore, il pesce, ossia il pescato, il mare, ossia il mare. A loro tre, che sono nel titolo, se ne aggiunge un quarto che è il verme. Il quale diventa, quasi suo malgrado, il filo narrativo intorno a cui uomo, pesce e mare letteralmente ruotano attorno. 
Il secondo grande pregio è quello di aver saputo raccontare questa piccola storia con un testo "asciugato" (!) all'inverosimile che a sua volta ha saputo trasformarsi in un gioco con le parole, inevitabilmente comico. E quindi, di grande efficacia. 
Il gioco, è cosa nota, è una delle cifre che Daniel Fehr usa con grande naturalezza per raccontare le sue storie. Spesso i suoi libri hanno la capacità di trasformarsi in divertimento. E anche questo suo ultimo non fa eccezione. 


Passiamo al secondo pregio. Le già poche parole si sono fermate al momento giusto per lasciar passare l'altro grande racconto che c'è negli albi, ossia quello fatto per immagini, che di solito ha la precedenza. E spesso e volentieri dice anche molto altro. 
E proprio questo molto "altro" è la ragione del successo che fa di un albo un buon albo. 
Va da sé che perché questo si verifichi, chi scrive deve avere la sensibilità di tacere e di fare passi indietro quando c'è da farne. 
E, vi assicuro, non è così automatico che succeda. Spesso gli scrittori digeriscono male di non essere mattatori assoluti e soprattutto non dimostrano di avere la buona abitudine di non scrivere troppo e di dimostrarsi rispettosi dello spazio condiviso... 
Fehr questo lo sa fare. 
E su questo secondo pregio di Fehr si innesta il suo colpo di fortuna, ossia arriva Maja Celija che si appassiona al suo testo un po' folle. E ci costruisce intorno quelli che lei è sempre molto capace di fare: veri e propri mondi/contenitori ben più grandi di quelli raccontati a parole. 
Se da un lato, appunto, le parole di Fehr sono piuttosto ferme e concentrate sui tre personaggi, dall'altro sono state anche capaci di lasciare una grande zona di libertà intorno al verme. 
A volerla proprio dire tutta, Fehr anche sul verme aveva messo nel testo alcune suggestioni, che però non convincevano né Maja Celija né soprattutto l'editrice. 
Senza entrare qui nel dettaglio, la direzione che il testo di Fehr prendeva è sembrata troppo "adulta", e con ogni probabilità sarebbe passata sulla testa dei bambini che invece di feste e compleanni ne hanno esperienza diretta... 
E, visto poi come è andata, forse si può riconoscere a Fehr quindi anche un terzo pregio, ovvero quello della modestia, in nome della miglior riuscita di un lavoro che, come non si deve mai dimenticare, è collettivo. 
Maja e l'editrice trovano la festa di compleanno del verme la soluzione più efficace e Maja disegna perché questa parte - che nella prima versione del testo parlava di ben altro - prenda spessore. 
Il libro sterza e si incammina quindi in una direzione inaspettata per lo stesso autore. 


Daniel Fehr, con grande umiltà, si mette al servizio dell'opera, ossia si impegna a fare il meglio possibile, il suo lavoro di autore delle parole di un albo illustrato. 
E per arrivarci lima il testo, lo cambia quel tanto che occorre e addirittura si tace nel grande finale, che Maja gli ha servito - ironia della sorte - su un piatto... vuoto! 

Carla

lunedì 27 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LIBRI NECESSARI 

Novella degli scacchi, Stefan Zweig, David Álvarez (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Già McConnor sfiorava il pedone per portarlo sull'ultima casa quando all'improvviso si sentì afferrare per un braccio e qualcuno gli sussurrò, sottovoce ma risoluto: 
'Per l'amor di Dio! No!' 
Ci girammo tutti di scatto. Un signore sui quarantacinque anni, il cui viso sottile e affilato mi aveva colpito sul ponte di passeggiata per lo straordinario pallore quasi marmoreo, doveva essersi avvicinato negli ultimi minuti, mentre eravamo assorti nel nostro problema."  

Un piroscafo diretto a Buenos Aires. 
Una scacchiera nella smoking room
Una voce che racconta e che appartiene a uno di quegli scacchisti che del gioco amano il gioco e non altro. Giocare a scacchi per giocare... Lui è un emigrante austriaco, diretto a Buenos Aires. Spetta a lui raccontare che tra i passeggeri c'è Mirko Czentovič, il campione mondiale di scacchi. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Un uomo taciturno, scostante, corpulento. Semianalfabeta, fin da bambino ha dimostrato di avere un talento innato per il gioco degli scacchi. Figlio di un battelliere, presto orfano, viene accolto dal parroco del paese, ma fin da subito dimostra di essere assolutamente restio a qualsiasi tipo di apprendimento, la sua è un'ignoranza abissale, ma per gli scacchi invece ha fin da subito una capacità del tutto eccezionale di apprendere. E così apprende e gioca e vince. Comincia il suo percorso di riscatto nei confronti della società che lo aveva sempre tenuto ai margini. Ora sta andando a Buenos Aires per vincere l'ennesimo torneo internazionale. 
Sullo stesso piroscafo sta navigando anche un ricco signore, un petroliere di origini scozzesi, emigrato in America dove ha fatto fortuna, Mr. McConnor. Un uomo massiccio e molto colorito in volto, dai modi spicci, impulsivo e con una innata incapacità ad accettare la sconfitta, di qualsiasi genere. Anche lui amante degli scacchi, ma decisamente senza talento. Ed è con lui che il narratore ha iniziato a giocare per poi attirare a sé l'attenzione del campione e sfidarlo: due o più scacchisti amatoriali contro il silenzioso campione. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Ma su quel piroscafo c'è anche un terzo uomo, l'esatto opposto di Mr. McConnor e di Mirko Czentovič: il dottor B. Un uomo schivo, dal profilo affilato, coltissimo, con un approccio agli scacchi decisamente meno spavaldo di quello dell'americano, ma decisamente molto, ma molto più bravo nel gioco... 
Questa è la storia, presente e passata, di questi tre uomini intorno a quell'unica scacchiera... 

Partiamo dal contenitore: la collana La capsula del tempo è un involucro, come dice il nome stesso, atto a contenere oggetti che si vorrebbe attraversassero il tempo. 
A giudicare dagli altri titoli presenti, direi che siamo di fronte a una scelta editoriale impegnativa:
pubblicare racconti lunghi per lettori già avanti, direi lettori forti, anche classici della letteratura, corredandoli di illustrazioni altrettanto impegnative. 
Il gusto di una letteratura e di un'arte di grande qualità, per incuriosire i palati di giovani lettori. Sfidante.
Nella collana ci sono due racconti di Jack London, La forza dei forti e La peste scarlatta, che hanno meritato il meglio per quel che riguarda la traduzione e l'illustrazione: Davide Sapienza e Roger Olmos. In arrivo un racconto di Rafael Pinedo: Plop che parrebbe condividere lo scenario postapocalittico del quarto titolo in catalogo: Kosmos di Matteo Meschiari. Entrambi illustrati da Roger Olmos. 
Tutte storie, alcune arrivano dal passato, che parlano all'oggi perché vivano anche nel domani. 
Adesso, la più recente in ordine di arrivo, una novella di Stefan Zweig, per l'esattezza la sua ultima novella, scritta tra 1941 e il 1942 a Buenos Aires, tappa finale del suo percorso di fuga dal nazismo. Conclusa poco prima del suo suicidio e quindi immediatamente intesa come suo testamento letterario. 
Difficile non pensarlo, leggendola. 
Difficile non convenire sul fatto che nella capsula del tempo un racconto del genere sia necessario. 
Le ragioni che me lo fanno dire. 
La prima, ovvia: è un racconto bellissimo e perfetto. 
La seconda: ha una lunghezza bellissima e perfetta. 
La terza: tocca questioni universali. 
Attraversa ed esplora, per tutta la prima parte, il complicato meccanismo di pensiero che si nasconde dietro ogni sfida. 
Gli scacchi sono un pretesto per indagare come funzioni la mente umana nel momento in cui essa decida di affrontare un avversario. 
E non è un caso che Zweig fosse un grande amico di Freud... 
Bella questione da mettere in mano a dei ragazzi. 
Bella questione da infilare nella capsula del tempo.
Ma c'è di più. Se da un lato l'argomento sono i meccanismi di rivalsa tra i personaggi, dall'altro è anche un avvincente racconto sul susseguirsi di strategie nel gioco. E per questa ragione restiamo attaccati alla pagina con lo stesso interesse e la stessa tensione che proveremmo assistendo dal vivo a una gara appassionante. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Nella seconda parte, con l'entrata in scena del Dottor B., la questione che Zweig mette sulla pagina continua a riguardare la mente. E il suo doppio. Il suo Bianco e il suo Nero. Vediamo, leggendo, quali possano essere gli esiti che l'isolamento di un uomo produce. Riusciamo a toccare con mano la porta verso la follia.
Il racconto è quello di una delle tante e perverse pratiche di annientamento della persona umana, messe in atto dalla Gestapo nei confronti dei 'prigionieri', quelli considerati di serie A. 
Accanto all'isolamento in una delle famigerate camere del Metropole Hotel, dove il Dottor B. racconta di aver trascorso mesi e mesi, Zweig offre al lettore anche un preciso resoconto di un agghiacciante fatto storico.
 
©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Di stringente attualità e quindi monito da non lasciare inascoltato. 
Bella questione da mettere in mano a dei ragazzi. 
Bella questione da infilare nella capsula del tempo.
La quarta: il punto di vista. Lo sguardo di Zweig istintivamente rivolto verso i perdenti. Per loro la felicità si rivela sempre come qualcosa di irraggiungibile. 
Lui stesso ha dichiarato: "Nelle mie novelle è sempre la persona soggetta al destino ad attrarmi..." 
La quinta: il racconto visuale della drammaticità di questo piccolo gioiello letterario. 
Una voluta indefinitezza della grafite che rende struggenti nella loro solitudine e malinconia tutti personaggi di Zweig: queste sono le figure di David Álvarez. 
Solo una prua enorme di piroscafo, che apre la novella e che punta dritto verso lo sguardo del lettore. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Poi, solo persone: di fronte, di schiena, di profilo, isolati o a piccoli gruppi, mai vittoriosi, con le spalle basse, gli sguardi solo di rado visibili, ma ciò nonostante fortemente espressivi nelle loro posture. 
Spesso ritratti in modo che possano essere considerati simboli della loro condizione. 
Gioca con questo su piccoli dettagli, sulle dimensioni dei pochi oggetti e sulla espressività del corpo, sul taglio della prospettiva, sulle dimensioni di singoli disegni. Un lavoro di interpretazione del testo davvero maturo. 
Risultato eccellente e quindi necessario infilarlo nella capsula per salvarlo. 

Carla

venerdì 27 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'OSCAR COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA 

Decidi sempre tu, Jörg Mühle (trad. Giulia Genovesi) 
Terre di Mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Quel pomeriggio, quando la donnola tornò a casa, l’orso era impegnato. Era venuto a trovarli il tasso. 'Noi stiamo giocando',disse l’orso, 'potresti prepararci qualcosa da mangiare?'. 
Alla donnola quella proposta non piacque. 'Il tasso è amico mio!' esclamò. 'Non puoi giocare con lui!' 
'Il tasso non è mica tuo. Tu puoi giocarci domani.' 
Il tasso ebbe un'idea." 

Di nuovo quei due. 
Quelli che anni fa, nel 2019 per la precisione, li abbiamo sentiti e visti litigare a bestia - è proprio il caso di dirlo - per avere il diritto di mangiarsi senza remore il terzo fungo trovato nel bosco dall'orso e poi scottato in padella dalla donnola. 
Già all'epoca si era capito che tra questi due coabitanti della casa nel bosco, la più aperta e ariosa che abbia mai visto, non c'è mai intesa. Su nulla. 
Qui non si contendono il fungo (credo che, all'epoca si dovettero contendere anche la fragola numero tre) ma addirittura un amico in carne e ossa: il tasso. 
Ignaro, lui era andato a trovarli entrambi, ma a casa c'era solo orso e quindi è con lui che ora sta giocando, rendendo donnola, con il suo arrivo, il granello che inceppa il meccanismo di un gioco a due, perfettamente equilibrato. 


A compromettere la pace, arriva anche una richiesta en passant di orso a donnola riguardo al preparare loro qualcosa da mangiare. Il carattere fumino della donnola si accende e comincia così un dialogo serratissimo tra i due su chi è amico di chi, su che gioco fare, sulle regole del gioco, su che ruolo avere nel gioco. Insomma un battibecco in piena regola, a cui il tasso assiste. In assoluto silenzio, o quasi. 
L'orso e la donnola sono due personaggi già conosciuti e ritrovarli ancora una volta nel loro ménage familiare, non può che confermare il loro essere quelli che sono... 

Un po' di cose interessanti che forse al primo libro non erano venute ben fuori. 
La scrittura e il disegno di Jörg Mühle hanno una potenza di impatto non irrilevante. 
Partiamo dal disegno. Di nuovo il contesto è la casa ariosa. 
Si parte dai tronchi di un boschetto e poi si mette a fuoco, non più la cucina piena di utensili, ma di sguincio si vede una camera: letto a castello e qualche arredo sparso. 


Tutta la storia però è visivamente focalizzata su una base di tronco mozzo che funge da tavolino. Solo in fondo alla storia il quadro si allarga e si vede il loro soggiorno, o stanza dei giochi (in molte case i due ambienti coincidono). Anche questo, come nel primo libro, risulta pieno di dettagli interessanti ed esilaranti, considerato il contesto in cui ha luogo. 
Si può dunque dire con una certa sicurezza che Jörg Mühle si sta divertendo assai nel costruire la sua 'scatola scenica'. Ma non solo. 
Qui ancora più che nel primo episodio, la cura è nel sottile ma efficace gioco di sguardi e posture che "il regista" fa assumere ai tre protagonisti.


Parrebbe scontato che l'oscar come miglior attore non protagonista vada al tasso. 
Quasi del tutto muto, le poche battute che deve dire fanno di lui l'ago della bilancia. 
Tanto sono teatrali e melodrammatici gli altri due, tanto lui lavora sul suo pubblico con gesti e occhiate molto misurate. Da grande attore quale dimostra di saper essere. Attraversa la scena con discrezione, ma ciò nonostante i suoi piccoli gesti sono di una eloquenza potentissima. 


Come è vero che a togliere si fa meglio che ad aggiungere! 
Questa capacità di far parlare i corpi Jörg Mühle dimostra di averla come sua cifra, ma qui un po' di più di sempre. Lo testimonia una delle scene iniziali, che poi si rivela la miccia che accende l'ira della donnola. La testa dell'orso che non si gira neanche nel rivolgersi a lei e lo sguardo perplesso, ma anche lievemente imbarazzato, del tasso, valgono davvero tutto il libro. 


E qui si può aprire l'altra questione relativa al testo. 
Infinitesimali sono le parti descrittive: la frase iniziale che funziona come la panoramica prima dei titoli di testa in moltissimi film e pochissimo altro. Il resto è dialogo, costruito sul botta e risposta tra i due contendenti. Tanto più si accendono i toni, tanto più il carattere tipografico lo segna e tanto più i loro corpi diventano specchio dei loro rispettivi stati d'animo. Braccia conserte, soprattutto.


E Tasso? 
Lui li guarda sempre più scettico, salvo poi giganteggiare sul finale! 

Carla 

Noterella al margine. Volutamente si è deciso di tacere sulla questione di fondo, ovvero la difficile arte di essere amici dispari, senza che questa circostanza sfoci in alleanze e preferenze. E comunque parrebbe fatto acclarato che Jörg Mühle abbia una magnifica ossessione per il numero TRE.

lunedì 11 marzo 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I BAMBINI FANNO

I migranti
, Marcelo Simonetti, Maria Girón 
(trad. Francesco Citarella, Tiziana Masoch, Ilide Carmignani - FUSP) 
Kalandraka 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Nel momento stesso in cui la maestra Alicia ha detto che sarebbero arrivati due migranti, è suonata la campanella e siamo usciti di corsa dall'aula. 
Volevamo arrivare a casa il prima possibile. 
La nonna aveva preparato il risolatte e a noi piace un sacco. 
Potremmo mangiarlo tutti i giorni per tutta la vita. 
E facendo sempre il bis. 
Ma l'annuncio della maestra continuava a girarci in testa." 

Comincia così una sarabanda di ipotesi che i due fratelli mettono in gioco. Forse complice il risolatte, Pauli - la sorella golosa - pensa che migranti possa essere un dolce, ma il fratello replica che solo due non basterebbero mai per un'intera classe. Potrebbero essere degli animaletti, tipo dei ricci. Ma alla maestra Alicia non piacciono gli animali, quindi sarebbe piuttosto difficile supporre che i migranti siano ricci (!). La parola migranti potrebbe essere un gioco di parole? Insomma, quei due stanno brancolando nel buio. E poi davvero si fa buio e cominciano le supposizioni notturne e un po' spaventose riguardo alla grande questione: cosa si nasconde dietro la parola migranti? E se fossero spiriti maligni? Meglio lasciare una lucina accesa... 
La mattina successiva tutti i pensieri notturni si sono affastellati nella testa dei due fratelli, quindi il tragitto verso scuola è stato tetro e pensieroso. Silenzioso, anche con la mamma al volante che forse poteva essere l'ultima a chiarire loro le idee. 
Muti, tremanti e per mano varcano la soglia di scuola, convinti entrambi che se i migranti avessero voluto la guerra, guerra avrebbero avuto... 

Questo libro ha meritato una lunga meditazione.


Da una parte, una forte attrazione per i disegni di Maria Girón che mi pare sia una brava disegnatrice in generale, ma di infanzia in particolare. Con le sue matite ha sempre dato buona prova nel concepire il movimento dei corpi e in questo libro, non si risparmia gli scatti in velocità, le verticali di Pauli, la gare in bici, le risate, le facce spaventate, la pensosità notturna. 


Qui anche un bel gioco sottile tra copertina e quarta. Chi lo vuole capire, lo capisce... 
Dall'altra una grande domanda di fondo sulla questione che attraversa tutto il libro. Ma è davvero così come la mette Simonetti? La parola migranti è così oscura tra i ragazzini e le ragazzine? 
Fatto sta che in questo domandarsi si mette in moto il solito meccanismo che scatta di fronte a ogni interpretazione, che per forza di cose è quella di un'adulta. In sintesi, quanto riesce a fermarsi il pensiero adulto nel leggere un libro pensato per un pubblico diverso? Con questo non intendo scalfire in nessun modo la buona intenzione di Marcelo Simonetti, ma mi riferisco solo a un personalissimo dubbio che mi ha spinto ad andare a verificare sul campo - lo faccio oggi in una quinta con maestra compiacente - quanto effettivamente se pronuncio la parola migranti in una classe la lascio lì perplessa a cercare di indovinare di cosa si tratti. Ma forse la questione è solo un dettaglio, perché il merito di questo libro è altrove. 
Il libro, infatti, mette in campo anche un paio di riflessioni di altro tipo. 
La prima riguarda la naturale disposizione alla curiosità, all'avvicinamento e all'inclusione che hanno i bambini. Almeno i più piccoli. Almeno fino al momento in cui non viene insegnato loro che essere selettivi è la miglior cosa da fare. Prima di tutto, la paura! E poi la distanza.
I bambini, diceva un grande pediatra, sono creature economiche e pratiche. 
Credo intendesse dire che cercano di fare sempre la via più corta e più diretta per arrivare al punto. E di ogni cosa sanno cogliere subito l'aspetto concreto e fattuale. 


In questo caso, la cosa che mi pare bella del testo I migranti è proprio questo sguardo. Si polverizza all'istante tutto quel pensare, immaginare, elucubrare nel momento che le fantasie smettono di essere tali e prendono corpo e trovano voce. Nonostante l'immaginare sia una pratica necessaria all'umanità intera - guai a non farlo dal primo all'ultimo respiro - tuttavia succede che quando un bambino si trova di fronte a fatti concreti, quello stesso bambino agisce, perché li può toccare. Non spegne l'immaginazione, ma smette di interrogarsi e preoccuparsi, almeno per un po'. 
E guarda, tocca e fa. 
La seconda riguarda il mondo degli adulti, che sono in larga misura assenti, dall'intera storia: a parte la nonna del risolatte e la madre che li accompagna a scuola: sono entrambe puramente strumentali. Ma ci sono anche altri adulti che si fanno notare, diciamo così, in trasparenza, ovvero appartengono a loro certe frasi del testo e sono quelli che non hanno mandato i propri figli a scuola per l'arrivo dei migranti. Lo stigma nei loro confronti da parte di Simonetti è chiaro. E credo che sia lì, in tutta la sua anche ostentata evidenza a collocare in posizione scomoda gli adulti e contemporaneamente a mettere un po' in allarme tutti quei bambini che invece nell'incontro conoscono e mettono via il pregiudizio, e soprattutto la paura.


E guardano toccano e fanno. 

Carla