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lunedì 4 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

TRE PREGI E UN PIZZICO DI FORTUNA

L'uomo il pesce e il mare, Daniel Fehr, Maja Celija 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"L’uomo viveva vicino al mare. 
Il pesce viveva nel mare. 
Il mare, be’, era il mare. 
L’uomo era affamato. 
Anche il pesce. 
Il mare, be’, era il mare. Con un pesce dentro."

La cosa successiva che accadde fu che l'uomo prese un verme da sotto un sasso, lo fissò all'amo lo buttò nel mare. E questo generò il seguente fatto: ora dentro il mare c'era il pesce che dentro sé aveva un verme. 
Questo fatto, a sua volta, generò una tensione tra due forze: da un lato l'uomo tirava per fare uscire il pesce dal mare e dall'altra il pesce tirava perché l'uomo entrasse nel mare. E questo atto strano confuse il mare. 
E quando il mare si confonde ne fa delle belle: si sentì tirato e poi spinto e quindi decise di capovolgere la situazione e quando il mare decide di capovolgere la situazione non ce n'è per nessuno. E infatti l'uomo finì nel mare, il pesce finì accanto al mare e il mare finì sulla terra. Una gran confusione, ma l'unico che aveva mantenuto la calma e la situazione sotto controllo fu il verme che, quando l'uomo tossì e mollò la canna, quando il pesce tossì e lo risputò a terra e lui finalmente libero poté tornare, seppure in ritardo, a casa dove tutti lo stavano aspettando per festeggiare... 
Anche l'uomo finalmente libero dall'acqua poté tornare, seppure in ritardo, dove tutti lo stavano aspettando. Ma lì nessuno festeggiò! 

Sono almeno due i grandi pregi che bisogna possedere per scrivere il testo di un albo illustrato che poi diventi un bell'albo illustrato. 
A queste due doti si deve aggiungere anche un pizzico di fortuna. 
Il primo pregio è: saper trovare una buona storia da raccontare. 


Il secondo pregio è: saperla raccontare, fermando le parole al momento giusto. 
Il pizzico di fortuna sta, in questo preciso caso, aver avuto Maja Celija come illustratrice. 
Procediamo con ordine. 
Daniel Fehr in questo libro ha dimostrato di possedere i due pregi. Che poi diventano tre. 
Ha avuto una buona idea, ossia quella di raccontare una giornata di pesca, focalizzandosi solo sui tre (anzi quattro) personaggi chiave. L'uomo, ossia il pescatore, il pesce, ossia il pescato, il mare, ossia il mare. A loro tre, che sono nel titolo, se ne aggiunge un quarto che è il verme. Il quale diventa, quasi suo malgrado, il filo narrativo intorno a cui uomo, pesce e mare letteralmente ruotano attorno. 
Il secondo grande pregio è quello di aver saputo raccontare questa piccola storia con un testo "asciugato" (!) all'inverosimile che a sua volta ha saputo trasformarsi in un gioco con le parole, inevitabilmente comico. E quindi, di grande efficacia. 
Il gioco, è cosa nota, è una delle cifre che Daniel Fehr usa con grande naturalezza per raccontare le sue storie. Spesso i suoi libri hanno la capacità di trasformarsi in divertimento. E anche questo suo ultimo non fa eccezione. 


Passiamo al secondo pregio. Le già poche parole si sono fermate al momento giusto per lasciar passare l'altro grande racconto che c'è negli albi, ossia quello fatto per immagini, che di solito ha la precedenza. E spesso e volentieri dice anche molto altro. 
E proprio questo molto "altro" è la ragione del successo che fa di un albo un buon albo. 
Va da sé che perché questo si verifichi, chi scrive deve avere la sensibilità di tacere e di fare passi indietro quando c'è da farne. 
E, vi assicuro, non è così automatico che succeda. Spesso gli scrittori digeriscono male di non essere mattatori assoluti e soprattutto non dimostrano di avere la buona abitudine di non scrivere troppo e di dimostrarsi rispettosi dello spazio condiviso... 
Fehr questo lo sa fare. 
E su questo secondo pregio di Fehr si innesta il suo colpo di fortuna, ossia arriva Maja Celija che si appassiona al suo testo un po' folle. E ci costruisce intorno quelli che lei è sempre molto capace di fare: veri e propri mondi/contenitori ben più grandi di quelli raccontati a parole. 
Se da un lato, appunto, le parole di Fehr sono piuttosto ferme e concentrate sui tre personaggi, dall'altro sono state anche capaci di lasciare una grande zona di libertà intorno al verme. 
A volerla proprio dire tutta, Fehr anche sul verme aveva messo nel testo alcune suggestioni, che però non convincevano né Maja Celija né soprattutto l'editrice. 
Senza entrare qui nel dettaglio, la direzione che il testo di Fehr prendeva è sembrata troppo "adulta", e con ogni probabilità sarebbe passata sulla testa dei bambini che invece di feste e compleanni ne hanno esperienza diretta... 
E, visto poi come è andata, forse si può riconoscere a Fehr quindi anche un terzo pregio, ovvero quello della modestia, in nome della miglior riuscita di un lavoro che, come non si deve mai dimenticare, è collettivo. 
Maja e l'editrice trovano la festa di compleanno del verme la soluzione più efficace e Maja disegna perché questa parte - che nella prima versione del testo parlava di ben altro - prenda spessore. 
Il libro sterza e si incammina quindi in una direzione inaspettata per lo stesso autore. 


Daniel Fehr, con grande umiltà, si mette al servizio dell'opera, ossia si impegna a fare il meglio possibile, il suo lavoro di autore delle parole di un albo illustrato. 
E per arrivarci lima il testo, lo cambia quel tanto che occorre e addirittura si tace nel grande finale, che Maja gli ha servito - ironia della sorte - su un piatto... vuoto! 

Carla

lunedì 27 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LIBRI NECESSARI 

Novella degli scacchi, Stefan Zweig, David Álvarez (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Già McConnor sfiorava il pedone per portarlo sull'ultima casa quando all'improvviso si sentì afferrare per un braccio e qualcuno gli sussurrò, sottovoce ma risoluto: 
'Per l'amor di Dio! No!' 
Ci girammo tutti di scatto. Un signore sui quarantacinque anni, il cui viso sottile e affilato mi aveva colpito sul ponte di passeggiata per lo straordinario pallore quasi marmoreo, doveva essersi avvicinato negli ultimi minuti, mentre eravamo assorti nel nostro problema."  

Un piroscafo diretto a Buenos Aires. 
Una scacchiera nella smoking room
Una voce che racconta e che appartiene a uno di quegli scacchisti che del gioco amano il gioco e non altro. Giocare a scacchi per giocare... Lui è un emigrante austriaco, diretto a Buenos Aires. Spetta a lui raccontare che tra i passeggeri c'è Mirko Czentovič, il campione mondiale di scacchi. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Un uomo taciturno, scostante, corpulento. Semianalfabeta, fin da bambino ha dimostrato di avere un talento innato per il gioco degli scacchi. Figlio di un battelliere, presto orfano, viene accolto dal parroco del paese, ma fin da subito dimostra di essere assolutamente restio a qualsiasi tipo di apprendimento, la sua è un'ignoranza abissale, ma per gli scacchi invece ha fin da subito una capacità del tutto eccezionale di apprendere. E così apprende e gioca e vince. Comincia il suo percorso di riscatto nei confronti della società che lo aveva sempre tenuto ai margini. Ora sta andando a Buenos Aires per vincere l'ennesimo torneo internazionale. 
Sullo stesso piroscafo sta navigando anche un ricco signore, un petroliere di origini scozzesi, emigrato in America dove ha fatto fortuna, Mr. McConnor. Un uomo massiccio e molto colorito in volto, dai modi spicci, impulsivo e con una innata incapacità ad accettare la sconfitta, di qualsiasi genere. Anche lui amante degli scacchi, ma decisamente senza talento. Ed è con lui che il narratore ha iniziato a giocare per poi attirare a sé l'attenzione del campione e sfidarlo: due o più scacchisti amatoriali contro il silenzioso campione. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Ma su quel piroscafo c'è anche un terzo uomo, l'esatto opposto di Mr. McConnor e di Mirko Czentovič: il dottor B. Un uomo schivo, dal profilo affilato, coltissimo, con un approccio agli scacchi decisamente meno spavaldo di quello dell'americano, ma decisamente molto, ma molto più bravo nel gioco... 
Questa è la storia, presente e passata, di questi tre uomini intorno a quell'unica scacchiera... 

Partiamo dal contenitore: la collana La capsula del tempo è un involucro, come dice il nome stesso, atto a contenere oggetti che si vorrebbe attraversassero il tempo. 
A giudicare dagli altri titoli presenti, direi che siamo di fronte a una scelta editoriale impegnativa:
pubblicare racconti lunghi per lettori già avanti, direi lettori forti, anche classici della letteratura, corredandoli di illustrazioni altrettanto impegnative. 
Il gusto di una letteratura e di un'arte di grande qualità, per incuriosire i palati di giovani lettori. Sfidante.
Nella collana ci sono due racconti di Jack London, La forza dei forti e La peste scarlatta, che hanno meritato il meglio per quel che riguarda la traduzione e l'illustrazione: Davide Sapienza e Roger Olmos. In arrivo un racconto di Rafael Pinedo: Plop che parrebbe condividere lo scenario postapocalittico del quarto titolo in catalogo: Kosmos di Matteo Meschiari. Entrambi illustrati da Roger Olmos. 
Tutte storie, alcune arrivano dal passato, che parlano all'oggi perché vivano anche nel domani. 
Adesso, la più recente in ordine di arrivo, una novella di Stefan Zweig, per l'esattezza la sua ultima novella, scritta tra 1941 e il 1942 a Buenos Aires, tappa finale del suo percorso di fuga dal nazismo. Conclusa poco prima del suo suicidio e quindi immediatamente intesa come suo testamento letterario. 
Difficile non pensarlo, leggendola. 
Difficile non convenire sul fatto che nella capsula del tempo un racconto del genere sia necessario. 
Le ragioni che me lo fanno dire. 
La prima, ovvia: è un racconto bellissimo e perfetto. 
La seconda: ha una lunghezza bellissima e perfetta. 
La terza: tocca questioni universali. 
Attraversa ed esplora, per tutta la prima parte, il complicato meccanismo di pensiero che si nasconde dietro ogni sfida. 
Gli scacchi sono un pretesto per indagare come funzioni la mente umana nel momento in cui essa decida di affrontare un avversario. 
E non è un caso che Zweig fosse un grande amico di Freud... 
Bella questione da mettere in mano a dei ragazzi. 
Bella questione da infilare nella capsula del tempo.
Ma c'è di più. Se da un lato l'argomento sono i meccanismi di rivalsa tra i personaggi, dall'altro è anche un avvincente racconto sul susseguirsi di strategie nel gioco. E per questa ragione restiamo attaccati alla pagina con lo stesso interesse e la stessa tensione che proveremmo assistendo dal vivo a una gara appassionante. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Nella seconda parte, con l'entrata in scena del Dottor B., la questione che Zweig mette sulla pagina continua a riguardare la mente. E il suo doppio. Il suo Bianco e il suo Nero. Vediamo, leggendo, quali possano essere gli esiti che l'isolamento di un uomo produce. Riusciamo a toccare con mano la porta verso la follia.
Il racconto è quello di una delle tante e perverse pratiche di annientamento della persona umana, messe in atto dalla Gestapo nei confronti dei 'prigionieri', quelli considerati di serie A. 
Accanto all'isolamento in una delle famigerate camere del Metropole Hotel, dove il Dottor B. racconta di aver trascorso mesi e mesi, Zweig offre al lettore anche un preciso resoconto di un agghiacciante fatto storico.
 
©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Di stringente attualità e quindi monito da non lasciare inascoltato. 
Bella questione da mettere in mano a dei ragazzi. 
Bella questione da infilare nella capsula del tempo.
La quarta: il punto di vista. Lo sguardo di Zweig istintivamente rivolto verso i perdenti. Per loro la felicità si rivela sempre come qualcosa di irraggiungibile. 
Lui stesso ha dichiarato: "Nelle mie novelle è sempre la persona soggetta al destino ad attrarmi..." 
La quinta: il racconto visuale della drammaticità di questo piccolo gioiello letterario. 
Una voluta indefinitezza della grafite che rende struggenti nella loro solitudine e malinconia tutti personaggi di Zweig: queste sono le figure di David Álvarez. 
Solo una prua enorme di piroscafo, che apre la novella e che punta dritto verso lo sguardo del lettore. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Poi, solo persone: di fronte, di schiena, di profilo, isolati o a piccoli gruppi, mai vittoriosi, con le spalle basse, gli sguardi solo di rado visibili, ma ciò nonostante fortemente espressivi nelle loro posture. 
Spesso ritratti in modo che possano essere considerati simboli della loro condizione. 
Gioca con questo su piccoli dettagli, sulle dimensioni dei pochi oggetti e sulla espressività del corpo, sul taglio della prospettiva, sulle dimensioni di singoli disegni. Un lavoro di interpretazione del testo davvero maturo. 
Risultato eccellente e quindi necessario infilarlo nella capsula per salvarlo. 

Carla

venerdì 27 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'OSCAR COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA 

Decidi sempre tu, Jörg Mühle (trad. Giulia Genovesi) 
Terre di Mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Quel pomeriggio, quando la donnola tornò a casa, l’orso era impegnato. Era venuto a trovarli il tasso. 'Noi stiamo giocando',disse l’orso, 'potresti prepararci qualcosa da mangiare?'. 
Alla donnola quella proposta non piacque. 'Il tasso è amico mio!' esclamò. 'Non puoi giocare con lui!' 
'Il tasso non è mica tuo. Tu puoi giocarci domani.' 
Il tasso ebbe un'idea." 

Di nuovo quei due. 
Quelli che anni fa, nel 2019 per la precisione, li abbiamo sentiti e visti litigare a bestia - è proprio il caso di dirlo - per avere il diritto di mangiarsi senza remore il terzo fungo trovato nel bosco dall'orso e poi scottato in padella dalla donnola. 
Già all'epoca si era capito che tra questi due coabitanti della casa nel bosco, la più aperta e ariosa che abbia mai visto, non c'è mai intesa. Su nulla. 
Qui non si contendono il fungo (credo che, all'epoca si dovettero contendere anche la fragola numero tre) ma addirittura un amico in carne e ossa: il tasso. 
Ignaro, lui era andato a trovarli entrambi, ma a casa c'era solo orso e quindi è con lui che ora sta giocando, rendendo donnola, con il suo arrivo, il granello che inceppa il meccanismo di un gioco a due, perfettamente equilibrato. 


A compromettere la pace, arriva anche una richiesta en passant di orso a donnola riguardo al preparare loro qualcosa da mangiare. Il carattere fumino della donnola si accende e comincia così un dialogo serratissimo tra i due su chi è amico di chi, su che gioco fare, sulle regole del gioco, su che ruolo avere nel gioco. Insomma un battibecco in piena regola, a cui il tasso assiste. In assoluto silenzio, o quasi. 
L'orso e la donnola sono due personaggi già conosciuti e ritrovarli ancora una volta nel loro ménage familiare, non può che confermare il loro essere quelli che sono... 

Un po' di cose interessanti che forse al primo libro non erano venute ben fuori. 
La scrittura e il disegno di Jörg Mühle hanno una potenza di impatto non irrilevante. 
Partiamo dal disegno. Di nuovo il contesto è la casa ariosa. 
Si parte dai tronchi di un boschetto e poi si mette a fuoco, non più la cucina piena di utensili, ma di sguincio si vede una camera: letto a castello e qualche arredo sparso. 


Tutta la storia però è visivamente focalizzata su una base di tronco mozzo che funge da tavolino. Solo in fondo alla storia il quadro si allarga e si vede il loro soggiorno, o stanza dei giochi (in molte case i due ambienti coincidono). Anche questo, come nel primo libro, risulta pieno di dettagli interessanti ed esilaranti, considerato il contesto in cui ha luogo. 
Si può dunque dire con una certa sicurezza che Jörg Mühle si sta divertendo assai nel costruire la sua 'scatola scenica'. Ma non solo. 
Qui ancora più che nel primo episodio, la cura è nel sottile ma efficace gioco di sguardi e posture che "il regista" fa assumere ai tre protagonisti.


Parrebbe scontato che l'oscar come miglior attore non protagonista vada al tasso. 
Quasi del tutto muto, le poche battute che deve dire fanno di lui l'ago della bilancia. 
Tanto sono teatrali e melodrammatici gli altri due, tanto lui lavora sul suo pubblico con gesti e occhiate molto misurate. Da grande attore quale dimostra di saper essere. Attraversa la scena con discrezione, ma ciò nonostante i suoi piccoli gesti sono di una eloquenza potentissima. 


Come è vero che a togliere si fa meglio che ad aggiungere! 
Questa capacità di far parlare i corpi Jörg Mühle dimostra di averla come sua cifra, ma qui un po' di più di sempre. Lo testimonia una delle scene iniziali, che poi si rivela la miccia che accende l'ira della donnola. La testa dell'orso che non si gira neanche nel rivolgersi a lei e lo sguardo perplesso, ma anche lievemente imbarazzato, del tasso, valgono davvero tutto il libro. 


E qui si può aprire l'altra questione relativa al testo. 
Infinitesimali sono le parti descrittive: la frase iniziale che funziona come la panoramica prima dei titoli di testa in moltissimi film e pochissimo altro. Il resto è dialogo, costruito sul botta e risposta tra i due contendenti. Tanto più si accendono i toni, tanto più il carattere tipografico lo segna e tanto più i loro corpi diventano specchio dei loro rispettivi stati d'animo. Braccia conserte, soprattutto.


E Tasso? 
Lui li guarda sempre più scettico, salvo poi giganteggiare sul finale! 

Carla 

Noterella al margine. Volutamente si è deciso di tacere sulla questione di fondo, ovvero la difficile arte di essere amici dispari, senza che questa circostanza sfoci in alleanze e preferenze. E comunque parrebbe fatto acclarato che Jörg Mühle abbia una magnifica ossessione per il numero TRE.

lunedì 11 marzo 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I BAMBINI FANNO

I migranti
, Marcelo Simonetti, Maria Girón 
(trad. Francesco Citarella, Tiziana Masoch, Ilide Carmignani - FUSP) 
Kalandraka 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Nel momento stesso in cui la maestra Alicia ha detto che sarebbero arrivati due migranti, è suonata la campanella e siamo usciti di corsa dall'aula. 
Volevamo arrivare a casa il prima possibile. 
La nonna aveva preparato il risolatte e a noi piace un sacco. 
Potremmo mangiarlo tutti i giorni per tutta la vita. 
E facendo sempre il bis. 
Ma l'annuncio della maestra continuava a girarci in testa." 

Comincia così una sarabanda di ipotesi che i due fratelli mettono in gioco. Forse complice il risolatte, Pauli - la sorella golosa - pensa che migranti possa essere un dolce, ma il fratello replica che solo due non basterebbero mai per un'intera classe. Potrebbero essere degli animaletti, tipo dei ricci. Ma alla maestra Alicia non piacciono gli animali, quindi sarebbe piuttosto difficile supporre che i migranti siano ricci (!). La parola migranti potrebbe essere un gioco di parole? Insomma, quei due stanno brancolando nel buio. E poi davvero si fa buio e cominciano le supposizioni notturne e un po' spaventose riguardo alla grande questione: cosa si nasconde dietro la parola migranti? E se fossero spiriti maligni? Meglio lasciare una lucina accesa... 
La mattina successiva tutti i pensieri notturni si sono affastellati nella testa dei due fratelli, quindi il tragitto verso scuola è stato tetro e pensieroso. Silenzioso, anche con la mamma al volante che forse poteva essere l'ultima a chiarire loro le idee. 
Muti, tremanti e per mano varcano la soglia di scuola, convinti entrambi che se i migranti avessero voluto la guerra, guerra avrebbero avuto... 

Questo libro ha meritato una lunga meditazione.


Da una parte, una forte attrazione per i disegni di Maria Girón che mi pare sia una brava disegnatrice in generale, ma di infanzia in particolare. Con le sue matite ha sempre dato buona prova nel concepire il movimento dei corpi e in questo libro, non si risparmia gli scatti in velocità, le verticali di Pauli, la gare in bici, le risate, le facce spaventate, la pensosità notturna. 


Qui anche un bel gioco sottile tra copertina e quarta. Chi lo vuole capire, lo capisce... 
Dall'altra una grande domanda di fondo sulla questione che attraversa tutto il libro. Ma è davvero così come la mette Simonetti? La parola migranti è così oscura tra i ragazzini e le ragazzine? 
Fatto sta che in questo domandarsi si mette in moto il solito meccanismo che scatta di fronte a ogni interpretazione, che per forza di cose è quella di un'adulta. In sintesi, quanto riesce a fermarsi il pensiero adulto nel leggere un libro pensato per un pubblico diverso? Con questo non intendo scalfire in nessun modo la buona intenzione di Marcelo Simonetti, ma mi riferisco solo a un personalissimo dubbio che mi ha spinto ad andare a verificare sul campo - lo faccio oggi in una quinta con maestra compiacente - quanto effettivamente se pronuncio la parola migranti in una classe la lascio lì perplessa a cercare di indovinare di cosa si tratti. Ma forse la questione è solo un dettaglio, perché il merito di questo libro è altrove. 
Il libro, infatti, mette in campo anche un paio di riflessioni di altro tipo. 
La prima riguarda la naturale disposizione alla curiosità, all'avvicinamento e all'inclusione che hanno i bambini. Almeno i più piccoli. Almeno fino al momento in cui non viene insegnato loro che essere selettivi è la miglior cosa da fare. Prima di tutto, la paura! E poi la distanza.
I bambini, diceva un grande pediatra, sono creature economiche e pratiche. 
Credo intendesse dire che cercano di fare sempre la via più corta e più diretta per arrivare al punto. E di ogni cosa sanno cogliere subito l'aspetto concreto e fattuale. 


In questo caso, la cosa che mi pare bella del testo I migranti è proprio questo sguardo. Si polverizza all'istante tutto quel pensare, immaginare, elucubrare nel momento che le fantasie smettono di essere tali e prendono corpo e trovano voce. Nonostante l'immaginare sia una pratica necessaria all'umanità intera - guai a non farlo dal primo all'ultimo respiro - tuttavia succede che quando un bambino si trova di fronte a fatti concreti, quello stesso bambino agisce, perché li può toccare. Non spegne l'immaginazione, ma smette di interrogarsi e preoccuparsi, almeno per un po'. 
E guarda, tocca e fa. 
La seconda riguarda il mondo degli adulti, che sono in larga misura assenti, dall'intera storia: a parte la nonna del risolatte e la madre che li accompagna a scuola: sono entrambe puramente strumentali. Ma ci sono anche altri adulti che si fanno notare, diciamo così, in trasparenza, ovvero appartengono a loro certe frasi del testo e sono quelli che non hanno mandato i propri figli a scuola per l'arrivo dei migranti. Lo stigma nei loro confronti da parte di Simonetti è chiaro. E credo che sia lì, in tutta la sua anche ostentata evidenza a collocare in posizione scomoda gli adulti e contemporaneamente a mettere un po' in allarme tutti quei bambini che invece nell'incontro conoscono e mettono via il pregiudizio, e soprattutto la paura.


E guardano toccano e fanno. 

Carla

giovedì 4 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TRA TERRA E CIELO

Alla mia amica di sempre, donzella delle altalene per un po'.
 

L'altalena, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) 
Uovonero 2023 

ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni) 

"L'altalena era sempre stata lì. 
Se ne stava di fronte al mare e invitava tutti a sedersi. 
Era un posto dove incontrarsi... 
...e dove stare da soli. 
Un posto dove essere molto felici... 
...e un posto dove pensare e prendere decisioni importanti. 
Un posto dove tutto cominciava... 
...e finiva." 

Una semplice struttura di tubi in ferro da cui pendono quattro catenelle che tengono rispettivamente un'assicella che fa da sedile. Fissata al terreno che è un prato, sullo sfondo ha il mare. In mezzo, solo aria. Cielo. 
Ecco, da quell'altalena si poteva guardare il cielo confondersi con l'acqua e lei stessa era a metà tra terra e cielo, tra stare con i piedi assicurati al suolo e volare. 
Lì ferma, era accogliente e silenziosa. Vuota e piena.
Faceva il suo lavoro da altalena, ovvero su quelle due tavolette bambini si sedevano e si dondolavano a piacere: forte o piano. Gli animali di passaggio, veri o immaginati, non la degnavano di uno sguardo. Tranne le volpi, gli uccelli e gli scoiattoli.
Le persone, vere o immaginate, invece, non le resistevano: vecchiette pensose, bambini da soli, amiche per la pelle, ragazzetti spericolati. Tutti a loro modo si facevano il loro giro in altalena. 


Fosse d'estate, tra le lucine delle feste, al tramonto o al buio con gli innamorati. Fosse d'autunno, con il vento e la pioggia e magari qualche litigata tra amici. Era un posto dove ci si poteva sedere e coltivare le proprie malinconie, ma anche liberarsi la testa dai pensieri. 
E ci si poteva concentrare sui propri sogni: quello di Peter era diventare un gran nuotatore. 
A primavera, tra le margherite e i denti di leone, in inverno, coperta dalla neve. Ci si poteva dondolare piano o fortissimo, saltarci giù al volo verso le braccia di qualcuno, o dormirci sotto in una tenda, circondato dalle lucciole e da nonno. 
Fino alla grande tempesta di marzo. L'altalena da quel momento non fu più la stessa. Rotte le catene e le assi di legno perdute. Gli arbusti selvatici lentamente la ricoprirono e si ripresero lo spazio. Fino al giorno in cui un uomo, Peter, che in gioventù era stato un valente nuotatore, la riconobbe e con il proprio bambino in braccio cominciò a liberarla dalle erbacce. 
Dal giorno dopo non fu più il solo a prendersene cura. 

L'altalena è un luogo dell'immaginario. E' un pezzo di infanzia che non si dimentica. Oltre che essere un catalizzatore di ricordi. 


Fa bene Britta Teckentrup a mettere in una sorta di poetica lista e galleria di immagini quello che può accadere intorno a un'altalena. E lo fa, costruendo un altrettanto suggestivo scenario per i diversi e singoli momenti che l'hanno vista protagonista. Lei, come spesso accade, fa anche di più e la trasforma in testimone muta del tempo che passa, delle stagioni (e delle età) che si susseguono, della luce e del buio e degli intrecci umani che accadono intorno a lei. 


Non saprei dire se sia un luogo di gioco anche per i bambini e le bambine a latitudini diverse dalla nostra, ma parrebbe evidente che il suo potenziale di rampa di lancio per voli controllati ne abbia resa necessaria l'invenzione per l'umanità terreste tutta. Intendo dire che ogni bambino che ci sale sopra immagina di volare e quella sensazione gli si infila così tanto nell'anima che anche crescendo non si può dimenticarne la potenza. 
Il volo è interdetto a chi non è progettato per farlo... E quindi poterlo avvicinare con tanta immediatezza e semplicità non è roba da poco, che si scorda facilmente. Ragione per la quale, molto spesso ai giardini - spesso fuori orario - sulle altalene ci sono i ragazzetti che ne fanno usi 'sperimentali', oppure gli adulti che ci si dondolano per svuotare o riempirsi la testa e qualche nonna più ardimentosa di altre che, accennando con le gambette solo all'abbrivio del movimento, riesce a rievocare quanto fosse emozionante, all'epoca dondolarsi con tutta l'energia. 
Credo di non allontanarmi dalla verità sostenendo che la stragrande maggioranza delle persone ha un proprio personale immaginario sulle altalene. 
Il mio: da quella della scuola elementare nella pinetina di Monte Mario, ambitissima e occupata dal fidanzato muscoloso di turno e poi ceduta dallo stesso alla sua donzella con gesto cavalleresco. E noi lì a far la fila... 
Da quella privata, costruita nel giardino nella casa di campagna dei cugini piemontesi ricchissimi, fino ad arrivare all'amaca - versione di altalena da adulto godereccio che non dimentica la gioia di essere sospeso a mezz'aria - che appare lì su un terrazzo sempre a Monte Mario e che è tenuta su con due stop e che per il peso della donzella cede sul più bello. Nemesi celebrata nei confronti di quella donzella di allora, che -ora cresciuta- giace a terra, con il sedere dolorante... 


Britta Teckentrup tutto questo lo sa bene, magari non così nel dettaglio, ma è piuttosto sicura che il libro L'altalena diventi indimenticabile luogo di ricordi per i più 'vecchi', ma sia anche una gioia per gli occhi e per i pensieri dei più piccoli. 
Tutti, ma proprio tutti hanno da dire qualcosa al riguardo. 
Lei, con la stessa regolarità con cui dondola un'altalena, alterna le pagine di testo a quelle di immagini, ma così come fanno le altalene, è in grado di accelerare o rallentare, di muovere e far oscillare le immagini, dando un ritmo percepibile anche se recondito, alla lettura degli occhi. 
Ancora una volta si prende tutto il tempo di cui ha bisogno per raccontare con la giusta cadenza e con la necessaria aria intorno, spesso come se fosse dietro un obiettivo di una camera fissa. E per incanto anche questo libro diventa di 160 pagine. 
Ancora una volta lavora sulla creazione di uno spazio pieno di aria, luce, ombra vento, pioggia, oscurità e luminosità. 
Ancora una volta gioca d'immaginazione.


E ancora una volta è assoluta maestra nel farlo attraverso la sua tavolozza di mezzi toni. 
Ancora una volta è capace di lavorare sulla figura umana e sul suo movimento con un'abilità rara. 


Ancora una volta è maestra di trasparenze e di baluginii. 
Ancora una volta è capace di costruire intorno a un luogo un buon intreccio di singole e minuscole storie che ne determinano il senso e lo spessore. 
In sintesi, ancora una volta questa Britta Teckentrup è quella Britta Teckentrup che ci piace. 

Carla

mercoledì 31 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDEZZA DELLE PICCOLE COSE

Scarpa, dove sei? Tomi Ungerer 
Biancoenero edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)  

"Uno, due 
che strano tiro 
la mia scarpa 
è andata in giro." 

Questo è quello che capita a un bambino, giacca, cravattino e cappellino della scuola, che all'improvviso si trova senza la scarpa destra e il suo calzettone a righe con un filo tirato in cima fa bella mostra di sé. Forse del suo mocassino marrone ne sa qualcosa il cane seduto lì accanto che guarda altrove? 
Comincia così una carrellata di personaggi, animali e oggetti - dalla locomotiva al transatlantico - che nella loro forma ne nascondono almeno un'altra. 
In particolare, vista la situazione del bambino al principio, la forma di cui mettersi in cerca e quella della scarpa: di una o più scarpe. E non ci si illuda, come sarebbe facile pensare, che la soluzione si trova guardando in basso verso i piedi. 
Aguzzare la vista tra musi, becchi e corna. E divertirsi. 

Tomi Ungerer nel 1964 faceva questo. Oltre a molto altro. 
Tomi Ungerer non primissima maniera, per intendersi i Mellops o Crictor, con la linea sottile. 
Ma il Tomi Ungerer dell'epoca de I tre briganti. Il periodo in cui, a distanza di pochi anni dal suo arrivo in USA con pochi dollari in tasca e la cartella dei disegni, è un autore ormai ben noto che ha da dire molto sia con i suoi libri, sia con i suoi poster. Con la sua arte, più in generale. 
La grandezza si vede anche nelle piccole cose. 


Così in un libro tutto sommato semplice si riconoscono tre caratteri fondamentali della poetica di uno dei più grandi. Per alcuni, il più grande. 
Il primo di questi caratteri ha a che fare con l'idea che una forma ne può nascondere molte altre, basta saperle vedere. 
Non credo sia necessario approfondire il discorso che dietro questa lettura che solo apparentemente sembra circoscritta alla forma, Ungerer la applichi al suo modo di interpretare la realtà molto più articolato. Chi ha un minimo di dimestichezza con questo autore segue il ragionamento. 
Di questa sua attitudine si ritrovano radici anche più antiche nella sua arte. 
Basta pensare al suo libro Horrible/Weltschmerz, intorno al 1960 in cui il suo lavoro è quello di creare, attraverso il collage di oggetti di uso comune e una linea sottile e un po' tremolante, a inchiostro di china, che tanto ricorda quella di Saul Steinberg, una forma ulteriore: due forconi fotografati diventano le zampe di un uccellone, un televisore diventa il corpo di un pesce.

Tomi Ungerer Sans titre, dessin pour Horrible 1960 ca

Questo gioco ha un suo esito tridimensionale in una serie di sculture frutto dell'assemblaggio di materiali di recupero. Senza contare che su questa scia ancora negli anni Ottanta Ungerer firmava con lo pseudonimo KOK (Kunst ohne Künstler) una serie di oggetti, trovati nella spazzatura, poi esposti e venduti all'asta per beneficenza. Oggetti che potevano essere letti da una persona con una buona sensibilità e gusto, come espressione di una sorta di arte naturale. 
Senza Duchamp e Beyus nessuno forse avrebbe messo a fuoco la "banalità celestiale dell'oggetto spazzatura", così come si legge in Tomi Unger, il catalogo della mostra che si tenne nel 1991 al Palazzo delle Esposizioni, curata da Paola Vassalli.

 
Ma se si torna alla forma di uno stivale nel corpo di un'oca, si palesa la seconda costante dell'arte di Ungerer: l'ironia. Che lui dispensa a livello universale: in questo caso particolare, un bambino non deve coglierla necessariamente, ma a un adulto questo plusvalore non dovrebbe sfuggire. 
Quindi, attraverso la forma passa il suo acuto senso dell'ironia con cui chiama dentro i suoi lettori, piccoli e grandi. 
Un bambino, aiutato anche dall'uso del colore, riderà dei decolleté di sua madre che diventano corna di una mucca o teste di serpenti. O sarà contento di vedere babbucce arabe che diventano baffi in perfetta simmetria con quelle ai piedi di un pascià. 


Ai grandi sono riservate altre sottigliezze, come le scarpe di coccodrillo che sono il coccodrillo stesso, lo sgomento del maiale e altri stivali che diventano canne di cannone. 
D'altronde Ungerer non si è mai negato la possibilità di costellare di nessi di senso, spesso urticanti, ma maledettamente veri e quindi necessari, le sue storie e le sue figure. 
E l'ironia è sempre stata il suo mezzo di trasporto privilegiato.
 

Terzo elemento: il gioco. Questo è il suo modo di chiamare dentro i suoi lettori e far loro passare del buon tempo con un libro in mano. Divertirli attraverso lo sguardo che si deve fare acuto in cerca di una propria soddisfazione, che ha il pregio di potersi riproporre tutte le volte che si ricomincia. 
Per questa ragione, ancora prima che One, two where is my shoe? che esce per Harper nel 1964, esce nel 1962 Snail, where are you? che adesso viaggia in coppia, ancora per Biancoenero, con il titolo Lumaca, dove sei? Il meccanismo è il medesimo. Ma qui senza neanche una parola di introduzione al gioco, che parte con il titolo. 
Ursula Nordstrom, a cui il libro è dedicato, editor dal grande fiuto, che per anni ha reso grande il catalogo Harper, di Tomi Ungerer aveva già pubblicato i Mellops nel 1957 e poi quasi tutto il resto.


Lei aveva ben capito che testa e che mano aveva questo trentenne irriverente e rivoluzionario, arrivato in nave dall'Europa, che dichiarava "J'ai toujours voulu faire des livres d'enfants qui ne plasient pas aux parents". 
Lei, lo aveva capito e amato già allora. Lei. 

Carla

lunedì 7 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ATTENTI A QUEI DUE 

Nonno Piero, Kristien Aertssen (trad. Maria Pia Secciani) 
Edizioni Clichy 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)
 
"La battaglia sta per iniziare! 
Io sono il cavaliere e il nonno è il mio cavallo. 
Abbiamo già salvato la principessa. 
Dobbiamo ancora combattere contro i guerrieri e il drago. 
Quando giochiamo al gatto e al topo Nonno Piero non riesce mai a prendermi." 

Interno, pomeriggio. Casa dei nonni. Il nonno, Nonno Piero per la precisione, è passato a scuola a prendere il nipote, lo ha caricato sulla bici e poi se lo è portato, pedalando, a casa. Casa dalla quale la nonna tutta in ghingheri è appena uscita per andare al suo corso di danza. 
Interno, pomeriggio, nonno con nipote. Soli, miscela esplosiva. Il bambino lo ha dichiarato chiaro e forte: a lui piace andare a casa dei nonni. E il perché sta proprio in quel nonno (e di riflesso di quella nonna che li lascia soli): Nonno Piero non è solo un cavallo, un gatto famelico, un aeroplano per volare, ma anche un coniglio mangiaverdure, ma anche un mago per le frittate di verdure e una scimmia per i dolci alla banana. Sa essere anche un elefante doccia, ma soprattutto è un grande orso lettore di storie: almeno cinque... prima di addormentarsi. 
Addormentarsi, chi? 

Ci sono alcuni elementi in questo libro che lo rendono all'istante più piacevole di altri che intorno alla stessa questione girano: nonni e nipoti. 
Se li volessimo mettere in sequenza, si potrebbe partire dal titolo. Nonno Piero non è un nonno qualsiasi, è solo quello, è Piero, non Mario. 
E ancora: il fatto di dargli una precisa identità fa sì che immediatamente diventi per chi legge uno più conosciuto di altri e che sia 'di famiglia' e - soprattutto - lo si assimila, per quel Piero dopo nonno, a tutti quei nonni che, per l'appunto nella vita vera vengono sempre chiamati con il loro nome proprio per distinguerli da Nonno Mario, Nonno Luigi ecc. Questo significa, a voler leggere in trasparenza il testo, che si riconosce un preciso ruolo sociale dei nonni all'interno della gestione familiare. Fortunati quei genitori e quei bambini che possono contare su una squadra da quattro, ma potrebbe anche succedere di averne sei o otto. E più si è, meglio è. 
Altro elemento, che potrebbe sembrare un dettaglio, è il fatto che la nonna si tolga dai piedi subito, uscendo fisicamente di scena e imboccando la porta, nonché il margine sinistro della pagina (lo stesso accade al suo rientro, ma ovviamente in direzione opposta). E che abbia preparato una cena inadatta, troppo salutista, alla circostanza. Due minuscole belle idee che creano immediatamente complicità tra quei due (come se ce ne fosse bisogno). 


Il fatto che stia andando anche lei a divertirsi in una cosa che non li riguarda affatto, è un ulteriore dettaglio che mette di miglior umore e che riconferma il piglio 'femminista' di questa artista fiamminga. La sua assenza è necessaria per lo svolgimento di tutta la storia e soprattutto per il finale, con il suo rientro in scena. 
Nonna giovanile e indipendente, nonno in bici, attore, a carponi, poi con un dolore al ginocchio, quindi ai fornelli, alla cura dell'igiene e infine alla lettura in poltrona: sono il ritratto di quella sconfinata categoria di nonni accudenti/divertenti cui vengono affidate torme di ragazzini e ragazzine di genitori lavoratori. 
E i nonni veri, come Piero, avranno anche loro una stanza o un angolo, o un armadio, o un cassetto dei tesori.... 
Questo è per dire che la Aertessen è brava a costruire un contesto riconoscibile e a costruirlo con tutto quello che occorre per mettere i propri lettori in un'area di morbido relax, senza per questo cadere nel 'miele'. 
E a proposito di comfort zone, le illustrazioni fanno il resto.


La Aertessen che abbiamo tanto amato per La regina dei baci (una sbirciatina tra i libri di Leo...) e con Il principe Arturo e la principessa Leila si riconferma una illustratrice della grande scuola, quel tipo di illustrazione sapientemente classica in cui le singole parti della composizione sono riconoscibili all'istante, salvo poi arricchirsi di una piccola serie di dettagli ironici, come la lingua del nonno ai pedali, la canottiera con la S di Superman e i suoi peli, i pantaloni a quadri da cuoco e l'accappatoio di spugna e soprattutto il pigiamone da orso che li assimila: come a dire noi apparteniamo alla stessa famiglia...


E a questo proposito occorre notare due ultime cose: la cura del disegno che si riconosce in quel segno a matita che corre sicuro e non perde un colpo nel raccontare tutto, ma proprio tutto con una precisione fotografica e nello stesso tempo quello stesso segno ha la capacità di portare verso una dimensione tutta emotiva. Come la ottiene? 
A parte tutti gli scenari, dalla collezione di maschere al bagno in fiore, la raggiunge attraverso scelte formali che conducono il lettore - in assoluto silenzio e in modo del tutto inconsapevole - a sentirsi coinvolto, ad affezionarsi a quei due: una per tutte le dimensioni dell'uno rispetto all'altro.


Carla

lunedì 10 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MARY POPPINS E GLI ALTRI

Il Kappa della pioggia, Saori Murakami (trad. Roberta Tiberi) 
Kira Kira 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Nao aprì la porta e una strana creatura verde fece capolino. 'Salve, sono Kappa.' Per lo spavento Nao si nascose sotto il tavolo. In quel momento arrivò la mamma che si era preparata in tutta fretta. 'Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa.Vedrai che vi divertirete un mondo. Fai la brava.' disse, e uscì di corsa." 

Così comincia la fantastica giornata di Nao e del suo originalissimo tato, il signor Kappa. 
Verde, con un laghetto circondato di capelli sulla sommità della testa, una vera passione per la pioggia e una gentilezza e premura innata, lui - come tutti i kappa come lui - si prende cura di un piccolo per fargli trascorrere del tempo meraviglioso nella foresta piena di verde e piena di mille altri divertimenti, dove poter fare tutti un bel pic-nic per festeggiare assieme la giornata di pioggia. Basta avere qualcosa di buono nel cestino della merenda e un ombrello della misura adatta. 


E poi quando tutto si asciuga e il sole va giù non resta che salutare tutti gli altri amici e prendere la via di casa, ciascuno tenendo per mano il proprio kappa. 

Sono diverse le cose che colpiscono di questo libro molto verde. 
La prima è il kappa, una creatura tutta verde che ricorda un essere umano con braccia e gambe, ma con una testa molto particolare e un sorriso e uno sguardo rassicuranti. Entrambe utili per il suo mestiere di custode a tempo di bambini e bambine. Altra peculiarità interessante è la sua passione per l'acqua, ossia per la pioggia. 


E qui entra in gioco la seconda cosa che colpisce di questa storia: la naturalezza nell'uscita di scena di una mamma dalla giornata della protagonista: Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa. Vedrai che vi divertirete un mondo... e la conseguente disobbedienza da parte del Signor Kappa che, nonostante o per meglio dire proprio grazie alla pioggia, ha in progetto una bella passeggiata. 
Il signor Kappa, un po' come Mary Poppins, arriva nella vita delle persone per scompaginarne, almeno per un po', i ritmi e le abitudini. E lo fa, proprio come la tata della Travers, in assoluta autonomia e determinazione, infischiandosene dei grandi, con l'unico obiettivo di far trascorrere una esperienza unica e indimenticabile ai bambini che ha in affidamento. Come nelle storie della Travers, anche qui gli adulti sono accessori alla narrazione e tutto sommato accessori anche nel quotidiano dei propri figli, quanto meno capaci di allontanarsene senza patemi e quindi di uscire di scena per lasciare il campo ad altri. 
Il terzo elemento di interesse è proprio questo passaggio di consegne che preannuncia una esperienza del tutto nuova e indimenticabile. 


I kappa incarnano coloro che hanno il compito di traghettare, e qui questo avviene in senso quasi letterale, i bambini verso un altrove (sia esso il mondo sotterraneo sulle tracce del coniglio di Alice, o capovolto come il tè da zio Albert in Mary Poppins e via andare) e offrire loro qualcosa di assolutamente straordinario. E qui arriva la quarta bellezza del libro: la foresta, così verde e così fitta, in cui tutti i kappa si muovono in una sorta di mimesi continua e dove, invece, i bambini sono puntolini colorati, nei loro impermeabili e stivali coloratissimi. 
Questa foresta ha tutte le caratteristiche del luogo magico, pur non avendo nulla di misterioso o inquietante: è piena di sorprese che sono luoghi di gioco e di piacere. Ed è proprio il piacere ha dare il carattere a tutta l'esperienza, coinvolgendo tutti i sensi: dal rumore della pioggia, al sapore della merenda: Quando si mangia all'aperto è tutto più buono, vero? alla bellezza del luogo che cattura lo sguardo. Quest'ultimo, continuamente sollecitato a muoversi alla ricerca del dettaglio in un mare di verdi diversi. 


La sensazione che avvolge l'intera storia ha molto a che fare con il piacere: il primo è quello interno, ossia quello che provano i piccoli protagonisti condotti dai loro rispettivi signori Kappa. 
Ma esiste anche un piacere esterno alla narrazione, un piacere che è contemporaneamente una esperienza estetica ed emotiva. Che è quello che prova il lettore nel leggere le parole e nel bearsi nelle figure. 
E questa è la quinta meraviglia che accade. Un piacere che passa per una innegabile naturalezza dell'azione, e nel contempo per una grande attenzione nel creare un contesto che sia il più confortevole possibile per i lettori. 


Ma... con un continuo spostamento graduale verso qualcosa di diverso. 
Davanti a un bel quadro è esattamente questo che dovrebbe accadere: qualcosa cambia in noi. 
In sostanza, nel libro accade questo, a mio modo di vedere: si alternano a rapidi spostamenti di condizione che hanno il compito di 'destabilizzare' - la mamma che esce, camminare sotto la pioggia, l'arrivo nella foresta - altri momenti di assoluta tranquillità, le scarpe di mamma indossate per andare ad aprire, dettagli di una cucina familiare, la preparazione di un cibo prediletto, la bottega degli ombrelli, il parco giochi... 


Quindi si vive un'esperienza che ci porta verso un altrove, un'altra parte, e lo fa a piccoli passi, tenendoci per mano, senza grandi strappi o traumi. 
Non dovrebbe essere questo l'obiettivo di un buon libro per bambini? Partire per un luogo sconosciuto, visitarlo e, se possibile, tornare indietro in sicurezza, ma un po' diversi. 
E qui accade. 

Carla