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mercoledì 23 ottobre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


MA ALLORA OLIVIA ESISTE!

«Non sottovalutarli. I bambini lo capirebbero; comprendere il mondo è ciò che sanno fare meglio». Ian Falconer risponde alla domanda: qual è il segreto di un buon libro per bambini.


Nel 1996, Ian Falconer ha 37 anni e in famiglia scorrazza una piccola nipote con un nasino schiacciato da maialino. Ian lavora da pochi mesi come illustratore del New Yorker, il suo vero lavoro però è a teatro come scenografo. Per il Natale del ’96 decide di regalare alla piccoletta di tre anni, un libro scritto e illustrato da lui: nasce Olivia.
Sul perché disegnare una maialina, Ian citerà il famoso nasino schiacciato, ma anche dirà: "I maialini sembrano avere la forma adatta per i bambini piccoli perché le loro teste sono troppo grandi rispetto al corpo. Tutto è sovradimensionato".
Olivia ha un successo immediato: vende in poco tempo due milioni di copie. A oggi siamo a dieci milioni di copie vendute della serie. 


Olivia è disegnata a matita, in bianco e nero. L’unico colore concesso nel primo volume è un rosso acceso che raffigura accessori, vestiti e piccoli oggetti.
Nelle 32 pagine che Nord-Sud finalmente ripubblica, ci sono però anche citazioni coltissime: la riproduzione di un Pollock, di un Degas e delle rappresentazioni iconiche di Maria Callas.
La storia è la descrizione di una giornata di Olivia, maialina di sei anni, che ammira quadri maestosi, sposta il gatto a casaccio, prova diciassette diversi abbigliamenti prima di uscire, che cerca di riprodurre un Pollock sul muro di casa, fa il bagno, fa leggere una pila di libri alla mamma prima di cadere addormentata sognando di essere una cantante d’opera.


Ian Falconer ha avuto una lunga relazione sentimentale (e artistica) con David Hockney il quale nella quarta di copertina dell’edizione americana del libro scrive: "La capacità di Olivia di comprendere la composizione astratta è straordinaria per una bambina di 6 anni".


Il libro esce nel 2000. Nel 2001 vince la Caldecott Honor per Olivia, un prestigiosissimo premio statunitense per autori di libri per ragazzi. In un articolo Ian Falconer racconta del messaggio che aveva trovato in segreteria, appena uscito il libro: "Ciao, Ian. Sono, uh... Maurice Sendak. Ehm, sono in campagna in questo momento. Puoi chiamarmi qui. Puoi lasciarmi un messaggio sulla mia segreteria telefonica. Se non sono qui, probabilmente sarò in giardino e, ehm, a tagliarmi i polsi o qualcosa del genere." Sendak aveva amato tantissimo il libro e desiderava dirlo personalmente a Ian. Cosa rende questo libro così bello? Me lo sono chiesta spesso durante tutti questi anni. E non è facile fare ordine tra i tratti eccellenti di questo albo. Si può partire dalla perfezione del disegno a matita, sfumato, minimalista, con poco testo, a volte - come accade all’inizio del libro – con un solo oggetto raffigurato: un walkman rosso e nella pagina successiva Olivia in bianco e nero che canta e il testo che recita:
Questa è Olivia.
Sa fare un sacco di cose”.


Ed è vero. Olivia sa fare un sacco di cose: cucina, si trucca, trucca suo fratello, si traveste, si veste, costruisce splendidi grattacieli di sabbia, canta, danza, riproduce un Pollock. Tanto più Olivia sa fare cose, tante meno sono le cose rappresentate sulla pagina. Falconer non ha paura del bianco e ferma Olivia nell’atto di fare (o in brevi atti veloci, come quando prova diciassette vestiti) lasciando spazio al lettore per riempire i contorni. Questo paradosso di pulizia e sobrietà del disegno, si schianta contro la sovversiva ed esplosiva personalità della maialina, lasciando chiunque a bocca aperta.


E qui arriva a mio parere l’elemento davvero incredibile dell’albo: la sua protagonista. Olivia è davvero uno dei pochissimi casi in cui un personaggio migliora di libro in libro, prendendo sempre più spessore, affinando le sue caratteristiche o portandole all’estremo. Nord-Sud decide di ripubblicare tre titoli della serie di Olivia, il primo, appunto, e poi due libri adatti al periodo: Olivia e le principesse e Olivia e il Natale. 


Olivia e le Principesse scardina completamente moltissimi stereotipi femminili (passatempo che Olivia ostinatamente persegue in tutti i libri), descrivendo il pensiero non omologato, originale e profondo che la maialina ha sulla figura della Principessa e per riflesso sulla costruzione dell'immagine di sé. Inoltre, il libro ha un incipit completamente spiazzante, forte e inaspettato che anticipa il tema affrontato da Olivia: 
Olivia è depressa.
«Penso di avere una crisi d’identità» dice ai suoi genitori.”
A Halloween, lamenta Olivia, tutte le bambine si sono vestite da Principesse... Il libro chiude con una carrellata di personaggi in cui Olivia si immedesima: la piccola fiammiferaia, l’infermiera, la spia… fino ad arrivare alla geniale chiusura del libro.


Olivia e il Natale, invece, descrive la vigilia di Natale della famiglia di Olivia, in un’alternanza di momenti altamente intimi e poetici, con episodi disastrosi dove il motore è sempre la maialina. 


Il ritmo da quieto e pacifico diventa sempre più frenetico man mano la giornata passa e i regali vengono scartati e utilizzati chiudendosi magistralmente con l’ultima immagine della famiglia davanti al camino.


Io spero che Nord-Sud continui a pubblicare anche gli altri libri di Ian Falconer, perché Olivia deve essere letta dalla più grande parte possibile degli animali umani sulla terra. 
Olivia è fuori dalle righe, libera, impertinente e bullizza i fratellini. È tenera e sensibile, vuole fare la ballerina alla Scala, fa cadere il campanile di San Marco, alle feste in maschera si veste da facocero invece che da principessa ed è una grande appassionata di arte. Io da grande penso che da bambina avrei voluto essere come Olivia.
Valentina

Noterella al margine. Mio figlio, a quattro anni, davanti a una tela di Pollock al Guggenheim di Venezia, ha esclamato: “Ma allora Olivia esiste!”

"Olivia", Ian Falconer (trad. Marinella Barigazzi), Nord-Sud 2024; "Olivia e le Principesse", Ian Falconer (trad. Barbara Ponti), Nord-Sud 2024; "Olivia e il Natale"Ian Falconer (trad. Barbara Ponti), Nord-Sud 2024






 

martedì 18 aprile 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TROVARE LA CHIAVE

La bambina dei libri, Oliver Jeffers, Sam Winston 
(trad. Alessandro Riccioni)
Lapis 2017


ILLUSTRATI

"Ho ATTRAVERSATO OCEANI di PAROLE per chiederti: VIENI VIA con ME?
C'è chi ha DIMENTICATO il LUOGO in cui vivo
ma su questa scia di PAROLE io saprò indicarti la STRADA."

Talvolta si tinge d'azzurro, è piccina, treccine composte ai due lati di una testa un po' sproporzionata che accoglie due grandi occhi da cerbiatto incantato. Ha gambine sottili che spuntano da un vestitino da marinaretta: è la bambina dei libri. Una bambina di Jeffers. Sembra che guardi lontano, seduta sulla costa di un librone rosso alto il doppio di lei, così come appare fin dalla copertina.


Quel libro, come spesso accade con i libri, è uno scrigno che va aperto, infilando una chiave mancante nella serratura che brilla al centro della copertina.
Non abbiamo la chiave per aprire il suo grande libro rosso, ma possiamo aprire quello che abbiamo in mano.
Apertolo, scopriamo i risguardi fitti di titoli di grandi storie concatenati una riga sotto l'altra. Poi il libro comincia con una pagina ingiallita e una penna e un calamaio che aspettano di entrare in azione, nelle mani di chi avrà voglia di scrivere una storia, si suppone.
Quello stesso foglio, girata la pagina, diventa vela gonfia di vento nel mare aperto delle storie che la ragazzina attraversa sicura.
Davanti ai nostri occhi la fantasmagoria si dispiega in tutta la sua pienezza: pagina dopo pagina, testi di romanzi, di fiabe, porzioni di racconti, parole di libri famosi danno vita a mari in tempesta, montagne da scalare, boschi da attraversare, castelli da cui fuggire, nuvole da raggiungere.


Ad ogni giro, la bambina e il suo giovane amico, vanno avanti sulla scia delle parole, attraversando scenari sempre diversi, ma sempre fatti di narrazioni che si snodano sotto i loro passi. Fino ad arrivare al mondo che gli appartiene: quello delle storie. Nella loro coloratissima casa, regno della fantasia, tutti potranno entrare.
Chiuso il libro, troviamo la chiave.

Trovare la chiave.
Ecco, ci ho messo molto tempo per riuscire a trovare la mia, di chiave, quella di interpretazione. Volevo dire qualcosa di onesto e, spero, sensato su questo libro che tanto mi ha dato da pensare.
Cercherò di essere il più chiara possibile nel percorso che ho fatto intorno a questo libro che ha testé vinto il BRAW, il Bologna Ragazzi Award 2017.
Partiamo dal principio, mettendo in luce un dettaglio.
Il dettaglio si concretizza in una 'stranezza': il libro esce con Lapis e non con Zoolibri che è lo storico editore di Jeffers per il mercato italiano. Le ragioni possono essere molte: prettamente commerciali, legate al mercato dei libri che è un mercato a tutti gli effetti con gente che fa affari e vende e compra titoli di libri. O forse a ragioni legate a una disattenzione temporanea di Zoolibri e, viceversa, a un occhio più attento di Lapis. Ma se invece non fosse disattenzione, ma piuttosto disaffezione temporanea? Non è possibile verificarlo.
Questo è stato il primo rovello.
Il libro vince uno dei premi più prestigiosi per la letteratura per l'infanzia e quindi finisce sotto i riflettori e diventa immediatamente una 'star'.
Ne sono felicissima perché Jeffers è uno dei miei autori di riferimento: uno di quelli che, io penso, finora non ha mai sbagliato un colpo, a parte L'incredibile bimbo mangialibri.
Di Jeffers mi convince il modo di raccontare lo iato tra mondo dei piccoli e mondo dei grandi; il suo costante riconoscimento nei confronti dei suoi bambini di sapersela cavare sempre; il suo senso dell'ironia; il suo gusto per l'assurdo che spesso prende la forma di veri e propri 'crescendo' di immaginazione; la sua capacità di saper cogliere la realtà con i vizi e pregi dell'umanità; la sua costante ricerca di sollevare grandi questioni senza chiudersi mai dentro risposte precostituite; la sua capacità di costruire storie bellissime che si sostengono senza bisogno di appoggiarsi ad un tema; la sua abilità a non essere mai didascalico e retorico; la sua abilità di rivolgersi a giovani lettori e lettrici in modo diretto.
Leggo La bambina dei libri con grande aspettativa, visto anche il BRAW, e mi colpiscono alcuni elementi.
Provo a elencarli.


L'impatto dell'immagine costruita con i 'paesaggi tipografici' di Sam Winston è fortissimo. Bellissimi, semplicemente bellissimi, per forma e 'contenuto', laddove essi sono costruiti con brani di libri (tradotti e modellati a seconda della lingua) che con la forma che costituiscono - onda, montagne, mostro, caverna... - hanno un robusto legame di senso. Il buco in cui la bambina si cala è costruito con un brano dalle Avventure di Alice nel paese delle meraviglie; l'onda con i Viaggi di Gulliver; la corda con Raperonzolo e via andare. Graficamente l'effetto è innegabile, anche se, da adulta, mi sarebbe piaciuto arrovellarmi un po' di più nella ricerca delle fonti e non trovarmele elencate con ordine, già nei testi o nei risguardi. Ma è condivisibile l'esigenza editoriale di risultare comprensibile a tutti. Da un maestro dei 'crescendo' mi sarei aspettata anche una scelta più ricca di riferimenti letterari (meno di quaranta titoli per raccontare il nostro immaginario letterario, non sono poi tanti). La scelta dei testi, per ovvie ragioni, è una scelta adulta che può coinvolgere i piccoli solo in alcuni momenti. E a questo proposito mi chiedo quanto questa fantasmagoria tipografica possa arrivare nella sua interezza ai lettori in erba, ma mi consolo pensando che, come spesso accade, l'albo illustrato parla diversi linguaggi percepibili da pubblici di lettori differenti. E quindi va anche bene così, forse. Ma non posso non istituire un confronto con la scelta che fece Ponti in Biagio e il castello di compleanno (Babalibri, 2005), dove l'immaginario, sebbene solo figurativo e non letterario, mi è sempre parso molto più condivisibile tra piccoli e grandi.


Secondo elemento. Il disegno. Riconosco lo Jeffers che mi piace: bambini testoni e magrolini che però sanno dominare il mondo, e lo spazio della pagina. Riconosco e apprezzo il tratto incerto di chi sa anche essere un grande artista e pittore. Apprezzo i grandi vuoti e il bianco e nero, che sfuma in ombre di acquerello grigio o azzurro e il fuoco di artificio della pagina del mondo. Riconosco il 'crescendo'. Riconosco il lettering che trovo perfetto, come negli altri suoi libri. Mi sento a casa.
E il disegno con il paesaggio 'tipografico': semplicemente perfetto. Un'armonia costruita a quattro mani per coltivare il senso di rinnovata meraviglia di chi sfoglia le pagine.
Terzo elemento, il testo. Un brivido lungo la schiena mi corre (e non solo a me) già alla pagina due quando leggo 'e sulle onde della fantasia scivolo veloce'. Nutro una 'idiosincrasia' per la parola fantasia in tutto ciò che attiene all'infanzia.
Non ho modo di spiegarlo nel dettaglio qui, ma credo dipenda dalla sovraesposizione di questa parola nella retorica adulta sull'infanzia. In questo libro compare ben tre volte. Non sono più a casa e, anzi, mi metto in allarme e cerco il testo in inglese e trovo, per esempio, and upon my imagination, I float. Quel my imagination è diventato sulle onde della fantasia. Ma perché? Perché immaginazione è diventato fantasia? La lettura è una precisa esperienza cognitiva che ha a che fare con l'immaginazione più che con la fantasia. La fantasia ha a che fare con lo scrivere, piuttosto. E soprattutto perché il my scompare, sottraendo alla bambina il suo ruolo attivo e personale rispetto alla sua 'fantasia'? 

 
Quarto elemento, che è di nuovo un rovello. La storia dov'è? È compressa dal tema che predomina su ogni cosa intorno: leggere fa bene.
Mi chiedo: c'è bisogno di dirlo o, peggio, di consigliarlo con tanta enfasi? Non sarebbe più efficace tentare di creare nuovi lettori leggendo loro libri meravigliosi, tutti quelli di Jeffers (anche il Bimbo mangialibri che è sull'orlo del baratro del didascalico, ma non ci cade dentro) per esempio?
Ecco che nella mia testa fa un passo indietro l'Oliver Jeffers che ha saputo parlare di lutto, di solitudine, di pochezza umana, di egoismo attraverso storie magnifiche che hanno avuto il merito di avviare il ragionamento nelle menti di giovani lettori e lettrici su argomenti così tanto importanti, quanto lo è l'amore per le storie. E si fa avanti, invece, uno Jeffers che rende omaggio, da adulto, all'immaginazione, o meglio al suo (o di Sam Winston) immaginario, costruitosi nel tempo attraverso le letture di Melville, Shelley, Defoe, Stoker, Grimm e gli altri.
 

Scusate l'ardire, ma io, nonostante il Braw, provo una disaffezione temporanea.


Carla




venerdì 4 dicembre 2015

ECCEZION FATTA!


CHE COS'È UN BAMBINO?

Le mie riflessioni espresse durante la tavola rotonda svoltasi a Più libri più liberi il 4 dicembre alle ore 16.30, organizzata dalle Biblioteche di Roma.
 
Penso, in tutta onestà, che cercare sia meglio di trovare.
E per questo, d'istinto, vado verso i libri che fanno domande perché penso che le risposte possano essere molte e vadano trovate altrove.
Ecco, Che cos'è un bambino? è un libro che mi porta sempre altrove.
E ora accade di nuovo.

Ci sono bambini di tutti i tipi, di tutti i colori, di tutte le forme.
I bambini che decidono di non crescere,
non cresceranno mai.
Avranno un mistero dentro di sé.

I bambini e le bambine hanno un mistero dentro di sé che li rende altro da noi adulti. Che li rende incomprensibili, distanti, irraggiungibili.

Nikolaus Heidelbach, Cosa fanno i bambini? Donzelli 2011
Nikolaus Heidelbach, Cosa fanno le bambine? Donzelli 2012

Penso ai bambini nei libri di Heidelbach, libri così poco amati dagli adulti, forse perché in essi la loro presenza è programmaticamente esclusa.
I bambini di Heidelbach agiscono in un mondo rarefatto, cristallizzato per meglio cogliere l'essenza del loro essere, il loro passaggio nel mondo, visto come un disabitato palcoscenico di teatro. 

Nikolaus Heidelbach, Cosa fanno le bambine? Donzelli 2012

Loro attraversano la scena, fanno piccoli gesti di grande eloquenza: urlano la loro infanzia in un silenzio assordante. 

Nikolaus Heidelbach, Cosa fanno i bambini? Donzelli 2011
Bambini con uno sguardo obliquo, indecifrabile ai più, agiscono secondo logiche archetipiche, rimestano nel profondo.
Possono essere essi stessi considerati icone dell'infanzia.

I bambini raccontati da Anthony Browne,

Anthony Browne, Il maialibro, Kalandraka 2013

o per spingerci oltre, i bambini raccontati da Gaiman (e illustrati da Dave McKean) 
 
Neil Gaiman, Dave McKean, Il giorno che scambiai mio padre con due pesci rossi, Mondadori 2004

non differiscono molto. Si muovono in un mondo reale avvolti nel loro immaginario impenetrabile.
Le loro relazioni con il mondo adulto fanno scintille.

Un bambino ha piccole mani, piccoli piedi e piccole orecchie, ma non per questo ha idee piccole. Le idee dei bambini a volte sono grandissime, divertono i grandi, fanno loro spalancare la bocca e dire: Ah!

Penso alle idee grandissime dei bambini e delle bambine di Astrid Lindgren.
Pippi, Emil e Lotta, o Ronja o i fratelli sull'isola dei gabbiani, Mirabell e Lisa.

Astrid Lindgren, Ingrid Vang Nyman, Pippi Calzelunghe, Salani 1988

Astrid Lindgren, Björn Berg, Emil il terribile, Salani 1996

Io immagino i bambini e le bambine della Lindgren schierati come i contadini di Pellizza da Volpedo, che marciano verso il sole dell'avvenire. Loro hanno rotto un argine, hanno sfondato il muro del suono.
I bambini e le bambine della Lindgren (che oggi hanno settant'anni) sono espressione di un mondo nuovo, vivace e creativo, di un'infanzia che da oggetto si trasforma in soggetto.
Dell'infanzia raccontata dalla Lindgren colgo qui la trasgressione gentile, generata da un desiderio incontenibile di libertà, libertà rispetto alle regole degli adulti che Pippi e gli altri, sorridendo, rispediscono al mittente, chiamandosene fuori in quanto bambini.
La fortuna della Lindgren sta nella sua grande onestà intellettuale. Lei ha detto spesso: Scrivo sempre i miei libri pensando a me stessa bambina.
Donatella Ziliotto, alla quale tutti noi dobbiamo Pippi & co., nonché la traduzione italiana, scrive: «Pippi ha potere e comunica questo appagamento ai lettori. Ha forza e denaro, ma è anche molto furba e si serve di una sua speciale logica a sorpresa che fa apparire tutto ciò che è normale e convenzionale meschino e ridicolo. In un certo senso è il contrario di Alice, bambina logica e beneducata in un mondo assurdo. Pippi è inaspettata e assurda in un mondo che segue una logica tradizionale."

Astrid Lindgren, Beatrice Alemagna, Lotta combinaguai, Mondadori 2015

Astrid Lindgren, Pija Lindenbaum, Mirabell, Motta Junior 2007



"Anche i grandi hanno strane idee in testa: farsi il bagno tutti giorni, cucinare i fagiolini al burro, dormire senza il cane giallo. Ma come si fa? Chiedono i bambini."

Oliver Jeffers e i suoi bambini e le sue bambine che si perdono e poi si ritrovano, bambini LOST and FOUND. Sono bambini e bambine che si misurano con il mondo e con il loro spaesamento o estraneità ad esso, bambini in cerca di una rotta, di punti di riferimento.

Oliver Jeffers, The Heart and the Bottle, HarperCollins 2010
Sono bambini e bambine 'piccoli' in un mondo 'grande'.

Oliver Jeffers, Lost and Found, HarperCollins 2005
Attraverso il segno solo in apparenza semplificato, attraverso testi ridotti all'essenziale, Jeffers racconta un'infanzia 'sperduta' che è in viaggio verso la costruzione e la consapevolezza di sé.

Oliver Jeffers, Lost and Found, HarperCollins 2005

Anche questi sono bambini archetipici, sono icone dell'infanzia, ed è per questo che intorno a loro c'è poco e niente.
I bambini e le bambine di Jeffers chiedono in giro, trovano poche risposte nel mondo adulto, e in qualche modo si attrezzano da soli per superare le difficoltà.
 
 
Oliver Jeffers, Nei guai, Zoolibri 2012
Sono in cerca di se stessi e del loro cane giallo, che può avere la forma di un pinguino o di un alce.

Oliver Jeffers, This Moose belongs to me, Philomel Books 2012

"Ci sono bambini faticosi, odiosi, che non vogliono mai andare a dormire, bambini viziati che fanno solo quello che vogliono, bambini che a volte rompono i piatti, le scodelle e tutto il resto."

Sono loro, sono i bambini e le bambine di Isol. Lontani da ogni oleografia, non sono belli, non sono perfetti, non sono educati, non sono buoni, non sono gentili, non sono lisci, non sono comodi. Ma sono bambini, a tutti gli effetti.
I bambini e le bambine di Isol raccontano il lato oscuro, l'indicibile.

Isol, El globo, Fondo de cultura economica 2002
 
Appartengono a quella categoria infantile che invece di apprendere le convenzioni, le smonta, che invece di adeguarsi, si oppone. Sono, quel che suol dirsi una spina nel fianco, un granello di sabbia in un ingranaggio che si vorrebbe perfetto, ma perfetto non è.

Isol, El globo, Fondo de cultura economica 2002
Di Isol è apprezzabile lo sguardo disincantato, cinico sui limiti dell'umanità.
Sempre graffiante, come i suoi disegni, lontani da ogni leziosità, dà una lettura del mondo inaspettata. Il suo umorismo, nero, è destabilizzante. E in questo senso i suoi libri aprono sempre scenari nuovi su cui ragionare con i bambini.
Con un segno di matita veloce, il più delle volte impreciso, riesce a mettere sul foglio sempre grandi temi. Lo spunto di partenza è sempre una risata, ma poi, come se la sua matita fosse un bisturi, taglia in profondità a voler guardare senza paura ciò che c'è dentro, senza timore e senza mai distogliere lo sguardo.
E a proposito di sguardo, in quello di Heidelbach, di Lindgren, di Jeffers e di Isol mi pare sopravvissuto il guizzo imprendibile e scanzonato di ragazzo o di ragazza nascosto o nascosta in un corpo di adulto.
A chi invece quello sguardo lo ha perso, cada pure la testa!

Carla

Isol, La bella Griselda, Logos 2012       

mercoledì 17 ottobre 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SOGNI DI BAMBINE, Nicoletta Ceccoli, Beatrice Masini
Rizzoli, 2012

ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 10 anni)


"C'era una volta una bambina che si chiamava Lia e non sopportava di vedere gli animali prigionieri. Se fosse stato per lei, il mondo sarebbe stato un posto meraviglioso, senza gabbie, stie, reti, pollai, porcili, stalle, canili e tutto il resto, un posto dove gli animali potessero vivere fianco a fianco degli esseri umani senza alcun problema, in totale libertà."

Nel 2010 usciva per l'etichetta Venusdea un prodigioso albo di Nicoletta Ceccoli dal titolo Beautiful nightmares. Due anni di lavoro, centrotrentasei tavole in cui sono protagoniste altrettante fanciulle meravigliose uscite ciascuna da un sogno diverso.


Il sapore onirico che ha sempre distinto la poetica della Ceccoli, qui trova la sua massima espressione e non alludo solo alla quantità di illustrazioni, ma alla loro maturità. L'occhio spazia su soggetti che sono costruiti di stupore, di allusione che diventa illusione. Ogni tavola, come se fosse avvolta in una nebbiolina che lentamente si dissolve, porta in sé un particolare che sposta l'occhio dalla realtà riconoscibile alla sfera dell'irrealtà, dell'impossibile. Questa altalena tra vero e sogno culla e cattura il lettore, conducendolo verso una dimensione percettiva parallela.
Centotrentasei pagine silenziose, ma ricchissime di suggestioni, hanno trovato nel marzo di quest'anno un editore italiano coraggioso, Logos Edizioni (nella prestigiosa collana umor vitreo), sempre molto attento a diffondere l'illustrazione di qualità.


Successivamente, una seppur esigua parte di queste fanciulle, dodici per la precisione, sono diventate protagoniste di altrettante storie, scritte su di loro da Beatrice Masini. E questo è Sogni di bambine.


Con un intento che va verso una sorta di dissolvimento dell'inquietudine che necessariamente il sogno porta in sé, dagli incubi meravigliosi si è progressivamente giunti a più innocui sogni di bambine.
Laddove le immagini lasciavano spazio infinito all'immaginazione del lettore, qui le narrazioni di Beatrice Masini hanno il compito di suggerire un unico percorso interpretativo.


Così quelle creature eteree e misteriose, apparentemente fragili, diventano bambine con una vita reale. Spesso vittime della solitudine, così come capita a Isolde rinchiusa nel suo labirinto che aspetta un cavaliere anche stupido che la venga a togliere da là.
La piccola Tilde, che come il ben più noto protagonista del romanzo di Dahl Le streghe (Salani, 1987), si trova da un minuto all'altro trasformata in topo, o Melissa, la bambina ape, allevata in un alveare e vittima dell'invidia delle pungenti 'sorelle', o Selina la bambina che amava i tessuti leopardati a tal punto che la sua stessa pelle un giorno cominciò a macularsi, tutte loro sono protagoniste in azione in questo mondo parallelo. 


Solo in apparenza delicate e fragili, alcune di loro si rivelano fanciulle volitive che hanno il coraggio di scegliere la libertà, di seguire la loro vocazione. Altre invece, più indietro nel loro percorso di maturazione, sono ancora lì che si struggono nel cercare risposte alle grandi domande della vita.

Carla