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mercoledì 27 agosto 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CONNESSIONI AUTOMATICHE LIBERE 


" 'Lo sai che ci sono otto milioni di persone in città?' disse Magnolia. 'Come ti aspetti che troviamo quelle giuste?' 
'Vedila così: ogni calzino è uno scorcio sulla personalità di qualcuno' disse Iris."

Estate, New York. Magnolia ha nove anni e vorrebbe averne dieci per sfidare il mondo… in realtà le basterebbe anche solo qualcosa di diverso dalla prospettiva di un tempo prossimo da trascorrere in solitudine nella lavanderia di famiglia. I suoi genitori sono arrivati anni prima dalla Cina e si guadagnano da vivere con questa attività che gli assorbe completamente. 
Magnolia non ha amici. Raccoglie i calzini dimenticati, che spesso finiscono sotto la lavatrice, e li appende a una bacheca, nella speranza che i loro legittimi proprietari tornino a riprenderli. Ma questo non accade mai. 
Poi arriva Iris, bambina di origini vietnamite che si è appena trasferita dalla California. Dopo l’iniziale diffidenza, tra le due nasce una salda amicizia e insieme decidono di dedicarsi alla ricerca dei proprietari di quei calzini. 
Magnolia è nata a New York, conosce bene almeno il suo quartiere e le persone che frequentano regolarmente la lavanderia, ma non immagina come si possa risalire ai proprietari dei calzini, ma qui interviene Iris che suggerisce il metodo CAL, ossia connessioni automatiche libere, in pratica di fronte al calzino ognuna lascia libero spazio a pensieri ed elementi che le caratteristiche dell’oggetto stimolano. Ovvio che nessuna delle deduzioni alle quali arrivano si dimostra immediatamente esatta, ma consente loro di ottenere l’indicazione di un punto dal quale partire.  
E di calzino in calzino le due bambine risalgono in primis alle storie che ognuno di questi cela, perché nelle fantasie, nelle tessiture, si nascondono vicende umane non sempre note. 


Magnolia e Iris imparano ad avvicinare i ragazzi che fanno battere il loro cuore, come quelli che invece sono solitamente evitati a causa del loro comportamento scorretto. E sia l’uno che l’altro rivelano loro desideri, aspirazioni, ma anche dolori non confessati. Chi l’avrebbe mai detto che il calzino con i fenicotteri rosa potesse appartenere ad Aspen, bullo che perseguita Magnolia? Si scopre che si rifugia abitualmente in biblioteca e che nei fenicotteri ha scoperto una chiave di resistenza alle brutture che si consumano nelle mura domestiche, ma soprattutto si scopre che la sua aggressività nei confronti di Magnolia è dettata solo da paura. 
Come questo, anche gli altri calzini di cui le due protagoniste riescono a rintracciare il legittimo proprietario rivelano qualcosa di assolutamente insospettato. A un piccolo pezzo di stoffa indossato quotidianamente, in maniera forse inconscia ognuno di loro consegna una porzione importante della propria vita. L’abilità deduttiva, e non meno la fortuna, permettono a Magnolia e Iris di accedere anche a sogni e desideri serbati per timore di non essere accettati. Ma una volta venuti alla luce acquistano legittimità e diritto di essere coltivati. La maniera poi in cui le due piccole investigatrici arrivano alla soluzione diventa ogni volta parte fondamentale del processo di svelamento ma anche di consapevolezza: è grazie al calzino fatto ai ferri e riconsegnato ad Alan che il ragazzino troverà il coraggio di confessare la sua segretissima passione, così come è grazie a un calzino dal forte profumo di cocco che il custode racconterà della sua passione per il pattinaggio e la danza. 


Ma ovviamente cercare il proprietario di un oggetto partendo dai suoi gusti e abitudini significa anche affinare una pratica di empatia con la principale conseguenza di mettersi in gioco fino al punto di rivelare la propria parte nascosta. E questo sarà vero sia per Magnolia che chiederà conto per la prima volta a sua madre di come riesca a gestire i numerosi episodi di avversione, sia per Iris che nasconde una ferita profonda e che trova nell’altra ragazzina e nell’impresa che hanno messo in piedi la maniera per riuscire a sanarla. 
E a chiudere il cerchio in questo modo Chanel Miller ci arriva confezionando una storia non banale, che manovra argomenti anche scivolosi come quello della discriminazione verso gli immigrati. La famiglia di Magnolia e quella di Iris hanno una storia molto diversa, ma entrambe sono testimonianza di tenacia. Le bambine elaborano personali strategie di sopravvivenza in un mondo non sempre facile. Eppure imparano presto che sì, è vero in quanto immigrate partono da una condizione di svantaggio, ma non sono le uniche a vivere condizioni di disagio. 
Otto milioni di abitanti sono tantissimi, ma anche le più grandi realtà urbane sono costituite di porzioni più piccole in cui le persone riescono a ritagliarsi momenti e occasioni di sostegno reciproco. E in fondo, se le due ragazzine camminano da sole per le strade della Grande Mela, è perché possono contare sulla presenza di una comunità di individui che si conosce e si supporta. 
Non è difficile intravedere, nei modi in cui questa umanità e questa brulicante realtà metropolitana viene descritta uno sguardo ironico dell’autrice, nutrito non meno di profondo affetto. 
Un romanzo per giovani lettori a partire dai 9 anni. 

Teodosia 

"Magnolia Wu e la missione dei calzini smarriti", Chanel Miller (trad. Loredana Baldinucci), Mondadori 2025 


venerdì 16 febbraio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GALLINA NON E' UN ANIMALE...

Peggy. Il viaggio in città di una gallina avventurosa, Anna Walker 
(trad. Elena Montemaggi) 
Caissa Italia Editore 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Ogni giorno, pioggia o sole, Peggy fa colazione, gioca nell'aia e osserva i piccioni. 
Un giorno tempestoso una forte folata di vento squarcia le nuvole e si porta via foglie, ramoscelli e... Peggy. 
Peggy atterra con un tonfo sordo. 
È lontana da casa. 
Si alza, arruffa le piume e si incammina.!" 

Ed è così che una gallina nera comincia a zampettare per le strade trafficate di una città. 
La gente sembra non notarla. Ma lei invece nota tutto quello che vede: la sua immagine moltiplicata per il numero di televisori esposti in quella vetrina, gli animali - veri o finti che siano - assaggia anche gli spaghetti e il pop corn al cinema. E quando è stanca riesce anche a trovare un angolino tranquillo dove riposare, anche se non è esattamente come a casa. 
Ecco, è proprio di casa che sente la nostalgia, ma anche se chiede in giro come tornarci, nessuno la capisce e la sa essere d'aiuto. 
Deve fare tutto da sola, facendo appello al proverbiale buon senso di cui è dotata ogni gallina. 
Decide di seguire quelle poche tracce che le possono ricordare casa: dei girasoli, per esempio. O dei piccioni... 

Le storie con le galline dentro, di solito, sono interessanti a prescindere. Davvero è difficile che passino inosservate. Tanto le galline, nella nomea che le precede, sono considerate animali stupidi, tanto invece nelle storie che le riguardano di solito si riscattano con onore. Non bisogna credere alla canzone di Cochi e Renato: la gallina non è un animale intelligente, lo si capisce lo si capisce da come guarda la gente...


Peggy non fa eccezione. 
La sua storia nasce dall'osservazione diretta della gallina di casa Walker che, importunata dal cane Sunshine, non si dava mai per sconfitta: svolazzava un po' più in là e ricominciava a farsi i fatti suoi in tutta serenità. La Peggy letteraria fa altrettanto: non si scompone, tutt'al più si arruffa, ma poi riprende con passo sicuro il suo cammino. Anche in una grande città, per lei campagnola, un'assoluta novità. 
Ci sono almeno tre cose belle in questo albo: la prima è la qualità del disegno, la seconda è l'alternanza e il buon equilibrio tra la lingua scritta e quella disegnata, la terza è il finale. 
La qualità del disegno e una certa grazia diffusa si percepiscono fin dalla copertina di questo libro che arriva dall'Australia, dove è stato pubblicato una dozzina di anni fa. L'impronta australiana si percepisce anche se con l'altra grande autrice Freya Blackwood le differenze si percepiscono.
Anna Walker, dalla sua parte, ha sempre dimostrato una grande versatilità nell'uso delle diverse tecniche, anche se è appunto l'acquerello il medium in cui raggiunge i risultati più interessanti. 
E' un fatto innegabile che lei dimostri sempre di sapere molto bene scegliere, a seconda della direzione che la storia prende, la tecnica da usare: dal monotipo alla grafite, dal collage alla guache. 


E anche Peggy non fa eccezione: nella dominanza dell'acquerello - che le permette di raggiungere ottimi risultati per gamma di toni e per trasparenze - si prende lo sfizio di 'punteggiarlo' con più di un collage di fotografie. Piacevole scoprirle qui e lì. 
E a proposito di acquerello, forse è il caso di notare come Anna Walker usi solo lo stretto necessario il pennino a china per ripassare i contorni delle figure, ma invece sfrutti al meglio il naturale tono lievemente più scuro che si crea sui contorni laddove la pennellata ha inizio o termina (Oxenbury e Wiesner rule!).


Rispetto al rapporto tra i due modi di narrare, Walker dimostra di saper calibrare molto bene quando sia il momento delle parole e quando invece a 'parlare' sia il disegno. In questo caso, sembra prenderci gusto e moltiplicare le occasioni di ripetere lo stesso soggetto, Peggy, in una sequenza che ha un ritmo bello serrato. Una piccola frase come Peggy osserva, zompetta, saltella, volteggia e assaggia le offre la possibilità di moltiplicare le singole scene per ben quattordici volte all'interno della doppia pagina. 
Il disegno, spesso nel più assoluto silenzio, le dà anche modo di essere ironica. 
Di nuovo una piccola frase come Peggy vede cose che non ha mai visto prima è un buon assist per il disegno nell'angolo destro della doppia tavola con uno scenario di città. 
Sa sfruttare  i giri di pagina per i suoi piccoli coup de théâtre, compreso il finale, ed è brava a creare una sorta di circolarità nel racconto, che tra inizio e fine parrebbe davvero essere speculare, tranne per due piccoli dettagli, che sembrano essere il nocciolo di senso di tutta la storia.


In cauda venenum: a mio gusto, un paio di virgole in più e un sottotitolo in meno. 

Carla

lunedì 7 settembre 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


NELLA GIUNGLA URBANA


Nell’immaginario collettivo, vivere avventure a contatto con gli animali selvatici equivale a pensare a mete esotiche e lontane; quanto meno a quello che è rimasto degli ambienti naturali nostrani, mentre sono poche le persone che hanno fermato lo sguardo sugli animali con cui condividiamo l’ambiente urbano.
A questo scopo, ecco una guida pensata proprio per i lettori e le lettrici più giovani: ‘Animali in città’, scritto dal biologo Bruno Cignini, con le illustrazioni di Andrea Antinori, per le edizioni Lapis.
Molti degli animali descritti fanno parte del nostro quotidiano: gabbiani, cornacchie, parrocchetti chiassosi e, purtroppo, anche ratti. Ma, per prima cosa, scopriamo che dalle nostre parti, stiamo parlando in particolare di Roma, dove vive anche il nostro autore, di specie di ratti ce ne sono due: il rattus norvegicus, che vive nelle fogne e che dimora dalle nostre parti dall’antichità, e il rattus rattus, o surmolotto, arrivato in Europa dall’Asia nel XVII secolo, che vive soprattutto sugli alberi.
Decisamente odiati, questi animali hanno trovato nelle città un ambiente estremamente favorevole, tanto che a Roma si sostiene ci sia almeno un ratto (ma forse due, o anche tre) per ogni abitante.
Ci sono naturalmente presenze più simpatiche, come le volpi, che dimorano in quasi tutti i parchi e le ville della capitale, o affascinanti, come i rapaci notturni, che ogni tanto si annunciano con i caratteristici richiami. Di quasi tutte le specie più visibili, quindi di vertebrati, è possibile ricostruire la storia, il momento in cui è cominciata la colonizzazione.
Una presenza antica e poco conosciuta è quella del granchio di fiume, che già dall’epoca romana si è stabilito in una consistente colonia, nella zona della colonna Traiana, favorito dalla presenza di acque sotterranee, di cui Roma è ricchissima.
Non poche sono le presenze esotiche di recente ‘immigrazione’, come i parrocchetti, anche questi di due specie diverse, o le nutrie, che hanno cominciato a colonizzare il Tevere negli anni ‘70.
Cignini ci descrive queste variegate popolazioni animali con precisione, ma anche con molta ironia; direi soprattutto con grande interesse e rispetto per forme di vita molto diverse, spesso particolarmente intelligenti, come le cornacchie grigie, ma comunque interessanti per chi voglia vedere l’ambiente cittadino come un complesso ecosistema in cui hanno posto tantissimi soggetti diversi. Un invito prima di tutto a conoscere e rispettare, ma anche a evitare quei comportamenti che danno occasione di crescita proprio a quegli animali che consideriamo molesti: esempio lampante, l’incuria con cui trattiamo i rifiuti, che alimentano ratti, gabbiani, cornacchie, piccioni e chi più ne ha più ne metta; la più recente apparizione, nella fauna urbana, sono i cinghiali, anche loro attratti dalla ‘monnezza’.


Se la descrizione dell’ambiente urbano dal punto di vista zoologico può incuriosire anche i più piccoli, c’è anche un altro libro che ci può illuminare: ‘Roma selvatica’, di Antonio Canu, pubblicato da Laterza. L’autore, ambientalista e dirigente del WWF, descrive con attenzione l’ecosistema Roma, ecosistema costituito in gran parte dai parchi, dalle ville storiche, dal verde cittadino così ricco e differenziato. Non dimentica, poi, una popolazione fondamentale anche dal punto di vista paesaggistico: quella felina. E aggiunge, alla lista di specie infestanti che negli anni recenti si sono inserite nel panorama, anche le testuggini d’acqua dolce, le simpatiche tartarughine che arrivano dagli acquari domestici agli specchi d’acqua della città.
Nel consigliare questi libri, estremamente accurati e ricchi di informazioni, a tutti quei ragazzi e quelle ragazze, dai dieci anni in poi, curiosi di natura, mi permetto di chiudere citando Antonio Canu: ‘..Roma, va detto, è davvero un caso particolare. Quantità e qualità delle specie a parte, ogni città ha un cuore selvatico. Sta a noi scoprirlo, o riscoprirlo. Ci sentiremo meno soli, meno poveri, meno tristi. Nel caso di Roma, è un’altra pagina della sua grande bellezza.’

Eleonora

“Animali in città”, B. Cignini, A. Antinori, Lapis 2019
“Roma selvatica”, A. Canu, Laterza 2015

mercoledì 17 giugno 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UGHM

Essere me, Luca Tortolini, Marco Somà
Kite Edizioni 2020


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Vivo in una casa così grande che molti non riuscirebbero nemmeno a sognarla.A due passi dall’oceano. La gente fa la fila per venire a stringermi la mano o anche solo per guardarmi.
Sono quello che viene definito un divo. Tutti pensano che io viva in un sogno da fiaba. Mi dicono 'come vorrei essere nei tuoi panni'.
Ma il mio più grande desiderio sarebbe andare in giro nudo. E non mi è permesso."

Neanche un momento libero, sempre qualcuno alle calcagna che suggerisce ciò che è meglio fare o dire. Qualcuno che gli tenga compagnia, che gli consigli cosa mangiare, come vestirsi: i fotografi potrebbero essere in agguato...
Anche sul lavoro, la libertà è un sogno. La pubblicità, i film, le interviste sono tutte cose impossibili da rifiutare, per non parlare delle feste a cui è utile presenziare. Tutto scritto, tutto programmato, tutto stabilito.
Anche in amore, nessuna libertà.
Il modo in cui tutto è cominciato non è stato per niente piacevole. Al contrario. Abbindolato da mille lusinghe, è stato sradicato dalle sue abitudini, la sua famiglia, i suoi alberi. 


Con la promessa di girare un film di cassetta, lo hanno caricato su una nave e portato in un ambiente ben diverso, una metropoli americana. Lungo e faticoso il lavoro di adattamento, lo studio della lingua, gli esercizi. Caldo, fatica e neanche un amico vero.
La solitudine incalza, nessuna notizia da casa, fanno sì che arrivi quello che si definisce il punto di non ritorno. Ed è proprio di un ritorno che si tratta. Un piroscafo che lo riporti a casa e che con il vento in poppa gli tolga di dosso tutto ciò che non è suo.

La morale di questa storia è presto detta e si riassume nella lettura in sequenza del titolo e della quarta.
Come se ci potessero essere dubbi, la dedica è a King Kong, quel gorilla portato via dall'Isola del Teschio perché ultimo esemplare della specie del Gigantopiteco. Nella realtà, King Kong non è un autentico gorilla, ma un personaggio inventato da Merian C. Cooper, un automa ricoperto di pelliccia di coniglio.
La storia del primo King Kong, film kolossal americano degli anni Trenta, è nota a tutti. Ed è anche risaputo a tutti che il personaggio, costruito perché colpisse l'immaginazione del pubblico, ma anche perché -con la sua triste storia- toccasse le corde più profonde dell'animo degli spettatori, è diventato immediatamente un mito.


Tortolini parte dalla corda profonda che si muove quando pensiamo a King Kong. Ovvero quando ci dimentichiamo l'automa, il modellino, l'animatrone di Rambaldi, e lo immaginiamo invece come un gorilla vero, enorme, strappato via dalla sua terra, l'Isola del Teschio, appunto, e dal suo branco. Questo allontanamento prevede inevitabilmente una rinuncia a essere se stesso, gorilla nella giungla, per essere invece quello che gli altri si aspettano che lui sia. Quando King Kong appare a tutti come una creatura fuori contesto, diventa subito mito nell'immaginario comune, però nessuno pensa al suo impaccio nell'indossare panni non propri. Nessuno si cura del peso che hanno le aspettative di chi ti circonda.


Ed è proprio su questo suo essere unico, diverso, che la celebrità mette radici e pretende un costo da pagare.
Fama alla quale è impossibile sottrarsi e che trasforma quella che fino a ieri era vita privata in vita pubblica, con tutte le suddette controindicazioni del caso. Ma qui si innesta la questione più profonda, ovvero quella della autodeterminazione, quell'essere me del titolo. A ogni costo.
Tortolini per rendere ancora più chiara e forte questa necessità si serve di una icona del nostro immaginario, il gorilla King Kong, perfetto per raccontare la difficoltà di essere se stessi, in una 'giungla' metropolitana. Lo strappo che lo trasporta da una vita all'altra è ancora più doloroso e la distanza tra passato e presente è ancora più grande.
Insomma passare inosservati e in più essere se stessi da gorilla a New York non è per niente facile. 


Nonostante Marco Somà, da par suo, faccia di tutto per 'ambientarlo' negli anni Trenta, corredando le tavole di ambienti, architetture, suppellettili, arredi, abbigliamenti, costruiti con ossessiva precisione e adatti a creare il giusto contesto, altrettanto cerca di smentirsi, disseminando bucce di banane o ramoscelli ovunque e giocando, altrettanto da par suo, sui dettagli che denunciano una tensione che si muove in senso contrario. L'altro gioco dialettico, altrettanto ben riuscito, lo stabilisce tra colore e bianco e nero, tra tavola piena e disegno libero a matita, sulla pagina bianca.
A queste interessanti tensioni, si aggiungono un bel po' di cose non dette a parole che sono disseminate nelle immagini: uccellini fedeli ma liberi, carte da parati allusive, lumi portati come souvenir, piroscafi con il nome adatto. 


Su tutto ciò, quella palette di colori che ormai è un marchio per Marco Somà. Con un po' di rosa in più.

Carla

lunedì 20 gennaio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’INCANTO DELLA SERA


E’ quasi ora di dormire; la coniglietta, o coniglietto, in braccio alla sua mamma percorre la strada verso casa, già pronta ad affrontare il sonno. Mentre camminano, guarda con occhio vispo verso le finestre, vede il cuoco e il libraio chiudere bottega, alle finestre intravede chi parla, forse, con qualcuno lontano, chi si riposa leggendo un libro e chi fa festa. Sopraggiunge il papà che presiede al rito del sonno, mentre là fuori qualcuno ha preso l’ultimo treno per andare a casa.


Quello che racconta questo intenso albo di Akiko Miyakoshi, pubblicato da Salani, è un momento della giornata comune a tanti bambini e bambine: quello che precede il sonno, quel territorio di confine fra sonno e veglia in cui tutto si sfuma, ma non per questo è meno interessante. Le vite degli altri, le gioie, la nostalgia, i ricordi della giornata passata affiorano, scorrono davanti agli occhi assonnati della coniglietta, che fra poco entrerà nel mondo fantastico dei sogni. Tutti, proprio tutti la sera tornano a casa, quel nido caldo e accogliente che ci aspetta alla fine della giornata, quel luogo di cui tutti abbiamo bisogno.
Ogni pagina è come un’istantanea, un frammento di vita, colto nell’intimità delle case, dove ci si incontra, si prepara la cena, si riposa o si fa festa.


Lo sguardo della piccola protagonista è uno sguardo curioso, che vede in questi sprazzi di vite altrui l’annuncio del suo arrivo a casa, dove un papà affettuoso l’accompagnerà verso il mondo dei sogni.
‘La strada verso casa’ è un albo delicatissimo e intenso nel raccontare qualcosa di impalpabile come un’atmosfera, uno stato d’animo, realizzato con tecnica raffinata e infinita poesia.
L’illustrazione è realizzata a pastelli su carta a grammatura pesante, basata sulla gamma dei grigi e delle terre, con qualche sprazzo di colore laddove si intravedono le luci dietro le finestre; qualche vestito, lo spazzolino da denti rosso, la maglietta rosa della nostra coniglietta: questa la gamma cromatica che rende l’albo di grande rigore e misura, perfettamente equilibrato nel rendere quello che a parole non si può descrivere. E’ un’atmosfera notturna, in cui l’oscurità viene rischiarata dai lampioni, dalle luci provenienti dalle finestre che si affacciano sulla strada, e all’interno delle quali scorgiamo gli abbracci, le attività, le telefonate, i saluti, magari in un’ardita prospettiva aerea che inquadra dall’alto le scale di un condominio.


L’autrice giapponese ha ricevuto, per questo albo, la menzione speciale Bologna Ragazzi Award, in occasione della Bologna Children Book Fair nel 2016. Ma ha ricevuto numerosi altri premi internazionali. Un breve booktrailer relativo a un altro albo, di cui anni fa avevamo già parlato.
Ma al di là dell’indiscutibile e interessante capacità tecnica, credo che qui l’autrice giapponese abbia trovato un raro equilibrio, una capacità di fondere bellezza ed emozione, con una sequenza di istanti vivissimi nella percezione di una piccina fra le braccia della mamma.


Grande bellezza, e grande poesia.

Eleonora

“La strada verso casa”, A. Miyakoshi, Salani 2019


lunedì 15 aprile 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON CAPITA TUTTI I GIORNI

Björn. Una primavera di scoperte, Delphine Perret 
(trad. Maria Bastanzetti)
Terre di Mezzo, 2019


NARRATIVA ILLUSTRATA per PICCOLI (dai 6 anni)

"Come ogni anno, prima di andare a ispezionare tutto ciò che durante l'inverno potrebbe essere cambiato, Björn fa qualche passo davanti alla sua caverna e stiracchia ben bene le dita dei piedi. Quest'anno, nell'erba accanto a lui c'è un carapace."

Si è appena svegliato, dimagrito e con la bocca impastata. Come accade sempre dopo un lungo sonno come è quello del letargo. Appena fuori dalla sua caverna c'è una tartaruga di passaggio con cui l'orso Björn si incammina per fare una passeggiata in avanscoperta. Insieme vedono cose che prima non c'erano e incontrano vecchie conoscenze. Insieme si chiacchiera dell'inverno appena trascorso, sotto una pioggia di petali di fiori di ciliegio. L'erba sta diventando verde e soffia un venticello tiepido. 
Signori, è arrivata la primavera. E quando c'è un'arietta così piacevole e tiepida è bello muoversi un po' ed è facile fare incontri diversi: un telefono perduto con un ultimo cincino di batteria (lo stretto necessario per chiamare anche una pizzeria), un picnic e un giro sull'autobus 43 con gli amici di sempre, un appuntamento fissato in città con Ramona, bambina che lo invita in piscina.


Quando poi la sera si torna a casa è bello trovare posta in cassetta.
La tartaruga di passaggio è stata di parola: ha mandato la cartolina e una lettera scritta per bene da più lontano. Racconta di odori che cambiano, di prati, di grandi città, di legno, di sabbia e di stelle. Tutti riuniti accanto a Orso che ha appena finito di leggerla stanno un momento in silenzio a guardare davanti, il cielo che è immenso. E nella testa di Björn passa un pensiero profondo...

Ci sono libri necessari. Necessari per la direzione contraria che indicano, per la voce diversa che hanno.
La loro urgenza di esistere è direttamente proporzionale alla loro rarità.
I libri di Björn, questo è il secondo, appartengono a questa categoria.
In cosa si concretizza il loro essere anomali? Il tono, il ritmo, il contesto e il testo, il disegno. 
Il tono è basso, quasi un sussurro. Non si ride a crepapelle, non ci si commuove (forse solo qualche adulto particolarmente sensibile), ma piuttosto si racconta ciò che lo sguardo incontra, si dà voce a qualche pensiero, talvolta molto profondo, si fa festa, si sta assieme -orsi, tassi, lepri, volpi, cince - con la più grande semplicità. Tutto avviene senza strepiti e la vita scorre in una sorta di armonia pervasiva e permanente, data forse dalla consapevolezza interiore di ciascuno di loro di essere parte di un gioco più grande e, in qualche modo, superiore e misterioso. Riconoscerlo, può solo giovare.
Il ritmo, seconda anomalia, ovviamente è specchio di questo tono basso. È un ritmo lento, pieno di indugi, che permette di percepire ciò in cui ci si trova immersi, che permette e assicura a tutti i personaggi di Björn delle serene relazioni interpersonali, fatte di rispetto e sincero affetto. Il ritmo così pieno di lentezza dà loro l'opportunità di godere dello stare insieme, e di condividere emotivamente delle esperienze comuni o messe in comune, attraverso il racconto.


Non sono forse queste perle rare?
Tono e ritmo prendono, o forse sarebbe più giusto dire danno forma a un contesto talmente scevro da sovrabbondanze che diventa quasi primordiale, archetipico. Certamente universale.
Il bosco di Björn rappresenta l'idea di bosco. Ovvero luogo naturale per eccellenza, microcosmo originario.
E non a caso in queste ultime sei storie che si concedono diverse 'escursioni' nella vita vera, convulsa e rumorosa (il piccolo telefono, per il tempo della sua breve vita, rende immediatamente 'agitate' anche le relazioni tra gli amici di Björn. Salvo poi morire per esaurimento della batteria, permettendo così di ristabilire, la precedente armonia e lentezza), si apprezza sempre tanto il ritorno a casa, nella pace e nei pochi suoni tra gli alberi e l'erba.
Il bosco di Björn tanto mi ricorda il bosco di Tellegen: luogo dove il pensiero ha tutto l'agio di potersi esprimere, dove l'umanità -quella filosofica- trova parola, anche sotto mentite spoglie.
Testo e contesto qui sono felicemente allineati: si parla poco, ma con parole che trovano peso e leggerezza nel loro essere molto pensate, felicemente tradotte, e misurate.
Ultimo ma non ultimo il segno. Anomalo, nella sua timidezza, eppure di enorme efficacia e coerente con testo e contesto. Mai preponderante rispetto alle parti scritte in quel sottile maiuscolo, dedicato a quanti sono primi lettori e lettrici. Delphine Perret è maestra di sintesi. Basta guardare le tante cose belle che ha disegnato e scritto finora.
Riflessione finale sulla necessità di libri del genere. 


Come i panda vanno protetti tutti quei piccoli semi che hanno in sé l'embrione della diversità.Tali libri, tanto il primo quanto questo secondo volume, devono esistere per quei bambini e quelle bambine che non amano la ribalta, che non urlano e non scalciano ma che, quando sono chiamati a votare il loro libro preferito, non si intimidiscono ad alzare la mano, quasi unici in una classe, e riescono a dire con un filo robusto di voce: Björn!*

Carla


NOTERELLA AL MARGINE
* Björn, primo volume, è in concorso per il Premio Scelte di classe - Leggere in circolo.

mercoledì 25 maggio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


THIS IS NOT-A-PIG

Mango e Bambang, Polly Faber, Clara Vulliamy (trad. Laura Bortoluzzi)
Il Castoro 2016


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Mango si accorse che il dosso tremava. Si chinò e ci posò sopra una mano con delicatezza. Era caldo e coperto da una leggera peluria. Gli diede una grattatina di incoraggiamento e poi gli sussurrò: 'Ciao, io mi chiamo Mango Non avere paura. Posso aiutarti?' In una delle strisce nere si aprì un occhietto triste, che scrutò Mango e poi si richiuse lasciando cadere una lacrima."

Mango Propriotutto è una ragazzina molto gentile che fa bene ogni cosa che fa. E anche in questo caso sta facendo la cosa giusta: nel mezzo di un ingorgo enorme nella sua città indaffarata dove tutti vanno di corsa, lei si ferma e pone attenzione a qualcosa di anomalo. C'è un dosso al centro delle strisce pedonali, un dosso che respira e seppure solo lievemente, si muove. Trema e piange terrorizzato da tutta quella rumorosa confusione che lo circonda. I clacson delle macchine gli ricordano troppo il terrificante ruggito della tigre. Così comincia una tenera amicizia tra questa dolcissima bambina Mango e il tapiro fuori contesto Bambang. La bambina lo invita a casa sua per offrirgli pancakes alla banana. Come non accettare? Da quel momento in poi i due diventano inseparabili, o quasi.


Piccolo, intinto nel viola, questo nuovo libro uscito per Il Castoro introduce una serie di piccole varianti al modello classico di libri del genere, ovvero testi che non hanno nulla di epocale ma che fanno onestamente il loro lavoro di libri di buon artigianato. 


Mango e Bambang presentano una prima evidente novità: il tapiro. E nel dettaglio, quello malese che ha la pelliccia bianca e nera. Animale per lo più ignorato nell'immaginario 'occidentale', questo tapiro (che non-è-un-maiale), pur essendo parlante, sembra essere tapiro in molte altre cose che fa: la timidezza, ma soprattutto il suo buon rapporto con l'acqua e il fango.
La seconda novità è il contesto piuttosto surreale in cui i due protagonisti si muovono, con un mondo di adulti troppo occupati a far quadrare i conti per avere tempo di occuparsi dei figli, oppure collezionisti crudeli e a ogni costo. 


Terzo elemento che rende Mango e Bambang diversi dalla maggior parte di libri per questa fascia di età (altra eccezione è Ottoline di Chris Riddell) è la cura messa nel disegno, ma soprattutto in certe ricercatezze di grafica.


Quarto elemento che mi pare necessario sottolineare è il tono generale dell'intera storia, caratterizzato da una gentilezza di fondo che pervade ogni dialogo e ogni situazione. La relazione di amicizia tra bambina e tapiro nasce proprio grazie ad un gesto affettuoso di cura dell'una verso l'altro. Il povero tapiro raggomitolato in mezzo alle strisce pedonali è una immagine che genera tenerezza all'istante e la piccola Mango ne è incarnazione per tutto il resto del libro. Delicata e garbata anche con chi si dimostra senza scrupoli o villano, la piccolina è esempio per tutti di autocontrollo e di serenità interiore degna di un bonzo. Il tapiro che, così solo e diverso, ha tanto bisogno di protezione e aiuto in un mondo che gli evidentemente ostile ed estraneo non poteva trovare amica migliore.
Garbato, parecchio surreale, questo libro è stata piacevole compagnia per la durata di un viaggio in treno. E più scorrevano le pagine, più mi si consolidava l'idea potesse essere anche buona lettura per lettori e lettrici in erba.


Apprendo con piacere essere il primo volume di una serie di quattro che Polly Faber e Clara Vulliamy hanno in uscita nei prossimi tempi.
Un unico grande limite di questo libro: non aver pubblicato in fondo la ricetta dei pancakes alla banana...

Carla

mercoledì 24 giugno 2015

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)

CAMBIARE ARIA

Little Boy Brown, Isobel Harris, André François 
The Enchanted Lion 2013 


Bambino newyorkese di buona famiglia, il piccolo Brown trascorre gran parte delle sue giornate in compagnia di maggiordomi e addetti agli ascensori di servizio nel vasto ed elegante edificio in cui abita con i suoi genitori. Un labirinto verticale i cui sotterranei immettono direttamente nei corridoi della metropolitana, tantoché babbo e mamma non hanno bisogno di uscire all’aperto nemmeno quando vanno a lavorare. Un sofisticato sistema di raccordi, saliscendi e inabissamenti – la città! - li travasa direttamente in ufficio senza bisogno di mettere il naso fuori. Anzi, se e quando capita loro di uscire per strada… facilmente prendono il raffreddore.
Così, quando il piccolo Brown ottiene di poter accompagnare la governante Hilda fuori città per andare in visita dalla famiglia di lei, la cosa assume i caratteri di una vera epopea. Una sortita - in tutto e per tutto - fuori dal comune, un’avventura dall’A alla Z. 

Dopo un lungo tragitto in autobus, l’energica Hilda trasborda il pargolo in un contesto assai più a misura d’uomo. Alla stazione dei bus li attende il fratello di lei, un simpatico poliziotto che li conduce in automobile fino al cottage di famiglia, dove senza nemmeno conoscerlo la madre di Hilda sbaciucchia il nuovo arrivato con empatico slancio. Una prima meraviglia lo attende, una rampa di scale che porta alle camere da letto e che può addirittura salire e scendere senza bisogno di ascensore, solo muovendo i piedi. C’è poi da recarsi nella legnaia per fare rifornimento di ciocchi da ardere e, in cucina, bisogna giusto dare una mano alla mamma di Hilda, che non sa come smaltire un surplus di glassa se non dandola in pasto all’euforico ragazzino. E che dire del canarino che svolazza libero per casa allietando tutti col suo canto? E del cagnone che può uscire senza guinzaglio e quando vuole, sempre desideroso di coccole?
A mezzogiorno, quando il padre di Hilda rientra dopo aver chiuso la sua bottega di droghiere, la famiglia può concedersi uno scambio di chiacchiere, hanno molto da raccontarsi (e, da immigrati quali sono, possono farlo persino in due differenti idiomi!). Dopo pranzo arriva la neve, è bello stare seduti davanti al caminetto mentre la vecchia signora sferruzza e, quando Hilda ha finito di rigovernare la cucina, si può andare fuori a fare un bel pupazzo di neve. E all’ora del tè, è incredibile poter proseguire la conversazione davanti a una grande torta di cioccolato e facendo conversazione niente meno che con un poliziotto in carne ed ossa.


Arriva l’ora della partenza, baci e abbracci e il poliziotto riporta Hilda e il bambino alla fermata del bus. E’ amico del conducente e gli presenta il piccolo Brown, che si sentirà molto fiero di essere il solo a conoscerlo in mezzo agli sconosciuti che via via salgono e prendono posto accanto a lui. Una volta in città, gli spazzaneve hanno già cancellato il poetico manto bianco e quando si ritrova in ascensore, è talmente affollato che il piccolo Brown non riesce suo malgrado a raccontare al portiere della magnifica giornata trascorsa. Ma la sera, grazie a Hilda che fa finta di trovarlo già addormentato, il bambino può almeno saltare il rituale del pigiama e acciambellarsi tenendosi addosso i panni con cui ha trascorso ore indimenticabili. Tutto quello che desidera è prendere sonno fingendo di essere ancora nel piccolo cottage in mezzo alla neve…


Un racconto sull’importanza di uscire allo scoperto, in tutti i sensi. E di misurarsi con una dimensione di vita meno “inscatolata” di quella che fatalmente ci tocca stando in città, forse anche meno… borghese. Una dimensione di vita più diretta, osmotica e integrata. Una storia semplice, senza colpi di scena, ma intrisa di un garbo raffinatissimo, dovuto soprattutto alla bravura di André François. Il testo, volutamente elementare (il resoconto di una giornata speciale narrato in prima persona dal suo giovane protagonista) fa da sponda al tratto sempre veloce, fluido, brioso, elegantemente grafico, essenziale e guizzante al tempo stesso di un artista pieno d’ironia e di sagacia. La mano si muove con estrema naturalezza quando deve cogliere la prospettiva vertiginosa di un incrocio metropolitano come quando tratteggia una fisionomia. E l’approccio è sempre divertito, empatico, sornione. François coglie la realtà con uno sguardo d’insieme istantaneo, ma anche capace di svelare il dettaglio, tutto ciò che osserva sembra piacergli, fa scivolare lesto il pennino sul foglio e con pochi tocchi di acquerello marroncino rende l’effetto più caldo e vivido. Il suo è un gioco pieno di consapevolezza, la facilità – quasi bozzettistica - con cui rende gl’interni, le fisionomie e gli scorci cittadini, si basa in verità su un’osservanza molto scrupolosa delle regole della narrazione e della composizione. E sa comunicare con grande efficacia lo stupore grato di un bambino che (forse anche dimenticando per un giorno d’essere figlio unico?) scopre un modo diverso di stare al mondo, abitudini che non richiedono troppi cerimoniali e paratie stagne, a contatto con le semplici cose che ci rendono altresì più allegri, partecipi e vivi. 

Daniela (Tordi)


mercoledì 11 settembre 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL RICAMO DELLA FAVOLA
 
Topo di campagna e topo di città, Kathrin Schärer
Il castoro 2013


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Oh, che meraviglia!, disse il topo di città a bocca aperta. Il tuo mondo è bello ma è così diverso!
Da voi il sole spunta dal terreno, da noi invece nasce dall'alto dei grattacieli.
Vieni con me, ti farò vedere il mio mondo."

La favola è ben conosciuta: un topetto di città va a trovare un topetto di campagna. Quest'ultimo offre i propri prodotti locali, semplici e genuini, formaggio e fagioli, al cugino cittadino dal palato raffinato. La visita però viene subito ricambiata proprio in nome del fatto che in città si mangia molto meglio. Ma le leccornie sono a caro prezzo perché per arrivarci occorre sventare un gran pericolo:cani feroci. E la morale della favola è presto detto: meglio mangiar poco ma in tranquillità piuttosto che mangiare da re con il cuore in gola...

Questa è la griglia -scarna come in tutte le favole- intorno a cui Kathrin Schärer 'ricama' la propria versione dei fatti. Per esempio voi sapevate che il topo di città prese il treno per arrivare in campagna? E sapevate che le cose che non lo convincevano della campagna furono le cacche delle mucche, la puzza dei maiali, il caratteraccio del gallo? Al contrario della favola, il cibo genuino e semplice lo apprezzò. E lo sapevate che in città lo scorrere veloce su rotelle o ruote, tra tacchi e carrelli della spesa fu la cosa che più disorientò il topo di campagna?
Anche la morale della favola è ben diversa: "il tuo mondo è bello, ma adesso devo tornare a casa...Noi siamo nati in due mondi lontani. Entrambi sono belli, ma sono così diversi! Il tuo per te il mio per me! E alla fine i due si abbracciarono."


Condivisibile nella sostanza anche se mi piace pensare che i mondi non sono di nessuno ma 'territori' percorribili e abitabili da tutti, a seconda delle esigenze, delle attitudini di ciascuno, e del momento.
Per questa ragione ora posso definirmi un topo di città ma non garantisco che diventerò alla fine dei miei giorni un topo di campagna...
In questa prospettiva l'incontro interiore dei due topetti dai gusti così diversi che si esplica in quel tenersi per mano sotto le stelle e all'alba sancisce che siamo tutti 'uguali' sotto il cielo.


La Schärer a me piace. E quando esce o come in questo caso ri-esce un suo libro: evviva.
Ribadisco ciò che ho già detto a proposito dei suoi disegni: spiritosi ed espressivi.
Il fatto che il libro sia stato ripubblicato dal Castoro nella collana 'Anch'io so leggere!' in stampatello maiuscolo mi pare un riconoscimento e una seconda possibilità per questo libro che in una classe può essere utilizzato non solo come 'palestra' di lettori in erba ma anche come trampolino per poter ragionare sul tema del libro.

Carla