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lunedì 28 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SUPERIORE 

Cavalca la tigre, Davide Calì, Guridi 
Kite edizioni, 2024 


ILLUSTRATI
 
 "C’è un grande campo. Pieno di gente. 
A un certo punto una gran voce dice: 
Ora scegliete: a piedi o a cavallo? 
Alcuni scelgono a piedi. Altri a cavallo. 
Solo un tizio sceglie: cavalcare la tigre!" 

La cosa che succede dopo è che chi aveva scelto di andare a cavallo viene tritato, con tutto il cavallo. Era la scelta sbagliata. Quelli che avevano preferito andare a piedi si salvano. 
La grande voce torna a tuonare su un'altra scelta da fare: tra il giallo e il nero. 


Coloro che hanno scelto il giallo si arricchiscono, mentre gli altri restano poveri. 
E il tizio che cavalca la tigre è sempre lì che la cavalca. 
I bivi di fronte a cui la voce mette i suoi ascoltatori sono sempre più drammatici. Questa volta dal suo schermo scuro tuona la seguente possibilità verso cui propendere: uccidere o essere uccisi. 
In entrambi i casi la scelta è al limite della sopportabilità. Ma anche in questo caso bisogna prendere una delle due strade e così accade che chi ha scelto di uccidere ucciderà coloro che hanno scelto di essere uccisi. E per questo un po' si dispiacerà. 
A questo punto, quelli che hanno ancora le mani sporche di sangue si interrogano sull'uomo che cavalca la tigre: lui è ancora là. 
Come mai? 

La percezione di aver detto: accidenti che libro! è ancora molto chiara, a distanza di più di sei mesi dalla prima volta che l'ho letto. 


Ha la potenza di una freccia che sibila nell'aria, per un niente, il tempo di leggere il pochissimo testo, e poi si infila nel corpo solido del lettore, chiunque egli sia, e non si toglie più. 
Credo che la sua forza stia proprio nella questione che pone e nell'essere privo di ogni orpello superfluo. 
Se vuoi fendere l'aria e arrivare devi essere dritto e leggero. 
Partiamo dal testo, perché viene da pensare che sia quella la cellula originaria, su cui poi Guridi ha lavorato. Magnifico, come sempre. 
Se contate, il testo si dispone su venticinque righe in totale. A contarle, le battute sono meno di mille. Ha la forma e l'impatto di una poesia, anche a guardarla così. 
Ci sono pochi aggettivi, lo stretto necessario. Così come sono pochi i colori. Il nero e l'arancio e il giallo, necessariamente. E l'ocra per il tritacarne. Il tritacarne deve essere enorme, la voce deve essere grande, ricchissimi contro poveri... E poco altro.
 

Eppure è gigantesco...
Un'unica fuga in direzione di un giudizio da parte della voce fuori campo, a proposito dell'uccidere e dell'essere uccisi. 
Altrettanto indefiniti, dai contorni incerti, sono i personaggi: un tizio, quello della tigre. E poi da una parte gli uni e dall'altra parte gli altri. Tanta indefinitezza delle parole significa tanto spazio per il lettore e tanto sfumato per le pennellate di Guridi. Nessun primo piano, solo corpi descritti con pochi segni. L'unica precisione, esatta al millimetro, sono le loro posture. Studiate come se fossero coreagrafie di corpi che debbono agire su un palcoscenico. Come se fossero a teatro. Tavola dopo tavola, scenario dopo scenario, quello che l'occhio coglie è il gesto di quello che il testo dice. 


A teatro, almeno in quello che prevede un palcoscenico, la gestualità è tutto. E qui sembra essere lo stesso. Nel teatro a quella distanza è necessario far arrivare il senso di un movimento, attraverso il grande gesto, non esagerato, non parodia di se stesso, ma piuttosto pura amplificazione. E Guridi non perde occasione di studiarlo in questa prospettiva e di inserirlo nel perimetro della pagina. Le poche e vaghe parole di Calì glielo permettono. 
Gli uni e gli altri sembrano davvero usare lo spazio sulla pagina come uno spazio scenico, come ballerini sulle assi di un palco. Che marciano, che si pongono schiena contro schiena, come duellanti. Che escono di scena, piangendo. 
E poi c'è la grande voce che Guridi decide abbia quella forma, così allusiva... 
E poi c'è sempre il tizio che cavalca la tigre. Lui e lei sono corpi armonici, sebbene diversi per misura e colore; risultano così vicini da essere l'uno l'estensione dell'altra. 
Dove finisce la prima comincia il secondo. Uno nero e una arancio. 
Più di ogni altra immagine tigre e tizio sono di fatto un unico oggetto scenico e rappresentano, anche nel testo, l'icona di un'unica cosa... 
Il senso di tutto il discorso non sarò io a dirvelo.
 

In tutt'altro contesto, era capitato di notare quanto Davide Calì fosse stato bravo nel tacere, per dare agio a chi disegna si infilarsi nel racconto attraverso l'immagine. Qui, non solo accade di nuovo, ma addirittura questa materia letteraria è talmente ridotta da diventare spazio puro in cui poter agire. 
Uno spazio interpretabile secondo letture diverse, immagini diverse, percorsi interpretativi diversi. 
Poi tutto si coagula: tutti i singoli e volanti fili narrativi vengono raccolti in una stretta finale che diventa quella, e nessun'altra. Come in un pugno chiuso, un unico finale. 
Non conosco tutto quello che Calì ha scritto, e Guridi disegnato, ma è un fatto che entrambi sappiano essere molte cose diverse, da autori. 
Però ci sono alcuni loro libri che sono proprio diversi. Superiori. 
Cavalcare la tigre è uno di questi. 

Carla

venerdì 17 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GRANDE IMPERO

La parabola del panificio indipendente, Neil Packer (trad. Sara Saorin) 
Camelozampa 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Un giorno, il signore della grande fabbrica si recò al piccolo panificio. Disse quanto gli piaceva come si presentava quel negozio e si complimentò per come era esposta la merce nelle vetrinette. Disse anche quanto gli piaceva il profumo del pane fresco e aggiunse che doveva essere un lavoro tremendamente faticoso per una coppia anziana sfornare ogni giorno del pane così delizioso per tutta la città. Chiese loro se magari avrebbero voluto vendergli il negozio, ma i due panettieri risposero di no!" 

Prima, in quella città i panettieri erano molti e da tutte le panetterie arrivava sempre un profumo delizioso. Poi, con il passare del tempo e con l'arrivo della grande fabbrica, tutti i panettieri smisero di panificare e vendettero le loro botteghe al signore, il padrone della grande fabbrica che produceva in grande quantità pane tutto uguale: insipido, insapore, molliccio e gommoso. 
Solo la panetteria della coppia di anziani resistette, ma fare il pane per tutti coloro che non gradivano il pane della fabbrica - ed erano in molti - era davvero troppo per le loro forze. Così quando l'uomo della fabbrica tornò per una terza volta, loro non trovarono più il coraggio di opporsi e, in cambio di sei anni di crociera intorno al mondo, cedettero la loro attività. 


Ma un giorno tornarono nella loro città e, a casa, ricominciarono a farsi il pane. Il profumo, in uno con la notizia che erano rientrati, si propagò per l'aria e quindi la gente ricominciò a fare la fila davanti alla loro porta di casa per comprare il pane di nuovo delizioso. 



Ma se prima erano solo molto stanchi adesso erano anche davvero molto vecchi. 
Tuttavia un sistema per accontentare tutti c'era: diffondere la ricetta, in modo che ciascuno fosse così in grado di impastare e cuocere il proprio pane. E così andò. 
E la fabbrica chiuse e anche tutte le botteghe che fino a quel giorno avevano venduto quel pane insipido, insapore, molliccio e gommoso. 

Anche in questa seconda uscita italiana di Neil Packer accadono alcuni fenomeni che già con Unico nel suo genere erano stati notati. 
Qui come lì, la storia è esile e tutto sommato è la cosa meno intrigante del libro nel suo complesso. 
A parte il voler dire che i centri storici delle nostre città si stanno gentrificando, che l'omologazione è un fenomeno pericoloso e da combattere, a parte il voler dimostrare che nel piccolo si fanno cose più originali che nel grande, a parte voler ribadire che il pane di una piccola bottega, fatto con cura e sapienza "profuma", mentre quello di fabbrica è gommoso, mi pare che ancora una volta Neil Packer intorno a questo sia capace di costruire una struttura tridimensionale, il libro in sé, ben più stimolante e interessante. 


Se si allarga - anche di poco - l'orizzonte profetico di quanto la storia stessa racconta riguardo all'appiattimento di ogni diversità, nello specifico quella panificatoria, si potrebbe affermare che le cose fatte ad arte - compresi i libri - profumano, ovvero hanno un gusto migliore di quelle prodotte in serie e industrialmente. 
Questo è per dire che la morale della storia dei due vecchi panettieri, a me pare molto più efficacemente espressa nel libro in sé. La parabola del panificio indipendente, il libro come oggetto fisico, sta lì a dimostrarlo. 
E quindi un libro come una pagnotta, se fatto a regola d'arte, si distinguerà da un libro uscito da un'editoria un po' più commerciale: il pan bauletto non può competere con una buona pagnotta, impastata a dovere e cotta a legna. 
E allora Neil Packer fa le seguenti cose: si rende unico (!) e progetta un formato insolito, una stampa a due colori, una copertina battuta a secco, font originali, e una impaginazione canonica con blocchetti di testo e capolettera rosso, quindi con un effetto visivo molto 'tradizionale', vecchio stampo (!). E altrettanto classicamente, il testo mai si incontra con le immagini. Fanno eccezione tutte le diciture delle botteghe di pane, la cartellonistica e il frontespizio. 


Costruisce le singole tavole con grande raffinatezza, con elementi che talvolta escono dalla gabbia, con simmetrie interessanti e con quella prospettiva quasi zenitale e quella voluta riduzione della profondità di spazio che ci rimanda - anche con alcuni richiami precisi - alla storia di Arvo e del suo gatto, visto in Unico nel suo genere


Parecchi i riferimenti e una comune matrice espressionista tedesca con i suoi echi politico-sociali e, soprattutto, la cura lì come qui per il dettaglio. Anche infinitesimale.
Ma fa ancora di più, impasta, in squadra con Camelozampa, una storia dal gusto molto italiano, e infatti il libro nasce e lievita tutto in Veneto. Una storia che ruota intorno al pane e a una certa cultura del pane che ci appartiene (ma ruota intorno anche a una cultura del piccolo commercio e delle piccole botteghe che cercano di resistere all'impatto della grande distribuzione). Crea uno spazio apposito per accogliere la ricetta di Marco Sutto di Pane e Bontà 1921, combinazione di Portogruaro. Il libro viene stampato, con quella cura di altri tempi, da una delle ultime tipografie a Venezia, la Grafiche Veneziane che fa un lavoro egregio. Rispetto al suo predecessore, qui una sola cosa manca: se Unico nel suo genere, a volerlo leggere a fondo, si è rivelato una miniera di spunti per ulteriori ragionamenti anche molto divergenti, qui nella Parabola del panificio indipendente tutto sembra invece convergere verso una morale unica. 


D'altronde è una parabola, giusto?

Carla

martedì 16 ottobre 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LUNGA VITA A RUPERTO!

GLI UGHI E LA MAGLIA NUOVA, Oliver Jeffers
Zoolibri, 2012


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Gli Ughi avevano una caratteristica: erano tutti uguali!
Erano tanti, tantissimi...
Avevano lo stesso aspetto... avevano gli stessi pensieri...
e avevano le stesse passioni.
Finché un giorno, uno di loro -si chiamava Ruperto- ebbe l'idea di ricamarsi una bella maglia nuova."

Per due ragioni, questa bella maglia non passa inosservata: è arancione in un mondo di grigi ed è unica in un mondo di Ughi senza maglia.
Come troppo spesso accade, la novità suscita sconcerto e diffidenza, e anche qualche lacrima.
In un mondo di uguali essere diverso porta scompiglio.
Però Gilberto, amico di Ruperto, è di altro parere: essere diverso è interessante e così si genera la seconda maglia, uguale identica a quella di Ruperto.


Essere diversi in due comincia già a 'far tendenza' e così essere diversi diventa di moda. Tutti vogliono essere diversi e ovunque si producono, sferruzzando, maglie arancioni. Tutte uguali per essere diversi...


Ma Ruperto non finisce mai di stupire, sovvertendo l'ordine, così un giorno decide, con la sua bella maglia arancione, di indossare qualcos'altro...
oh, no! si ricomincia...

Il meccanismo è perverso e senza fine apparente.
A ben guardare nell'essere umano albergano due tendenze tra loro opposte ma in qualche modo anche tra loro in equilibrio: il desiderio di sentirsi diversi e di sentirsi uguali.
Ci piace sentirci diversi, perché ci piace emergere da un fondo uniforme, ci piace trovare conferma del fatto che siamo unici, ma ci piace allo stesso tempo anche essere uguali perché ci rassicura essere circondati da omologhi, ci piace riconoscere noi stessi negli altri.

Al mondo esistono i Ruperti, i trasgressori, gli innovatori, ma esistono anche i Gilberti, gli imitatori, gli omologatori.
Il grande Oliver Jeffers mette sotto gli occhi di tutti tale umana attitudine e ne ride. Che altro si può fare, se non sorridere dei nostri limiti, dei nostri tic?
C'è un lato ridicolo, ma al contempo anche un po' amaro, nel constatare che l'intero sistema 'umanità' per sopravvivere ha bisogno di neutralizzare, di rendere innocua quella parte di sé che vorrebbe andare altrove per rimanere diversa.
Il diverso è da sempre un problema.
Posso scegliere tra diverse soluzioni: lo nego, lo allontano, lo elimino, oppure lo neutralizzo rendondolo uguale.
Quella che sarebbe la più via più semplice, la più accogliente e, io penso, anche quella vincente è ancora di pochi.
Ma gli Ughi di Jeffers, pur presi nel meccanismo uniformatore, sanno anche godere del cambiamento.
Finché esisterà un Ruperto, l'umanità non sarà del tutto perduta.


Gli Ughi sono in perfetto stile Jeffers: minimalisti. Grandi fagioli oppure ovetti con esili gambe ed esili braccia. Niente piedi, un po' d'ombra. Vagamente assimilabili alle grandi capsule medicinali, terrore di ogni bambino, hanno una linea che li divide a metà, due punti per gli occhi, un trattino per bocca e un naso o un ciuffo pendente in mezzo alla fronte spaziosa.
Ghi Ughi son di poche parole: eh? ah! ma espressivi come poco altro al mondo.
Hanno la stessa forza comunicativa di quei tondi sghimbesci attraversati da una linea per la bocca e punti per gli occhi, che i bambini a tre anni disegnano impugnando la matita come il cambio di una fuori serie. Sono i loro primi ritratti. Gli Ughi, fatti da questo strepitoso illustratore, hanno la stessa freschezza e purezza espressiva. Magnifici. Come magnifica è la maglia che nella sua decorazione a zig zag tanto mi ricorda la greca del maglione più noto al mondo, quello dell'adorato Charlie Brown.


Carla

Noterella al margine: bel colpo di genio tramutare gli Hueys in Ughi!
Non vorrei farne un caso nazionale, ma qualche nonna più puntigliosa solleverà la questione: lavorare a maglia è ben altra cosa dal ricamare!

Per chi volesse saperne ancora di più su Jeffers, suggerisco tre vie:
una bella intervista, sebbene datata, in Seven Impossible Thinghs
e, modestamente, in questo stesso blog qui e qua

lunedì 20 agosto 2012

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


PETER PAN AL FEMMINILE



Seita Parkkola è una scrittrice finlandese di cui è uscito il secondo romanzo, pubblicato in Italia dalle Edizioni San Paolo: Le vetrine del Paradiso. In comune col precedente romanzo, L'ultima possibilità, c'è un personaggio molto interessante, India, e le cupe atmosfere di un opprimente Altrove. Queste atmosfere si riallacciano con chiarezza a quelle della fantascienza 'sociologica', quella cioè che immagina e descrive gli orrori possibili del nostro modo di vita, portato alle estreme conseguenze. Le città alveare, i disastri ambientali, il controllo sugli individui operato da un potere invisibile, l'assenza di libertà. Fra i due romanzi, il secondo raccoglie questa eredità con maggiore originalità, immaginando una città dai confini indefiniti e sostanzialmente divisa in due: il Grande Magazzino, cuore della vita sociale, di cui detta i ritmi e i riti, e, dall'altra parte, gli edifici abbandonati, le rive di un fiume traboccante rifiuti. Fra questi due mondi si muove la protagonista, Brina, e il suo amico Kodak, a metà strada fra il mondo di facciata del Grande Magazzino e il mondo degli invisibili, i reietti, fra i quali agisce una banda di ragazzini, rigorosamente tredicenni. Brina e Kodak entreranno in contatto con questa banda per aiutare il figlio della direttrice del Grande Magazzino a fuggire da quella immensa trappola dorata. Qui davvero ci guardiamo allo specchio e, se sostituiamo un Centro Commerciale qualsiasi al Grande Magazzino del romanzo, il gioco è fatto. Vetrine costruite per creare bisogni e illusioni, promozioni, pubblicità che mobilitano gli animi più di qualsiasi ideale. Mentre intorno la povertà cresce, lo racconta il romanzo, e a scuola si riciclano libri vecchi, perché non ci sono soldi per comprarne di nuovi. Sullo sfondo di questo scenario si gioca la guerra fra il bene e il male, nella complicata età di passaggio fra infanzia e adolescenza.
Brina è proprio questo, una ragazza troppo alta, troppo impacciata, troppo impaurita dalla banda di bulli, guidata dalla sua ex amica del cuore. Questa battaglia senza quartiere è condotta da Brina e Kodak insieme alla banda di ragazzini guidati da India, l'altro trait d'union con il romanzo precedente: questa Peter Pan coraggiosa e senza macchia, ferma il tempo nei tredici anni, e l'Isola che non c'è è nel sottosuolo, nei cunicoli che attraversano la città, dove la banda si muove non vista. Straccioni invisibili, e anche qui come non guardarsi allo specchio!, abilissimi a sfruttare le crepe del sistema.


Lo stesso personaggio di India compare anche nel romanzo precedente, L'Ultima possibilità, con atmosfere ancora più cupe, immaginando l'azione all'interno di una scuola di recupero (l'ultima possibilità, appunto) per ragazzi difficili, ovvero non allineati. Lì un'insegnante a dir poco perversa sperimenta metodi fantascientifici per rendere docili e obbedienti i ragazzi indisciplinati; il protagonista Borea, inserito nella scuola degli orrori dagli ingenui genitori, è lì solo perché ama lo skate ed è abbastanza refrattario alle regole. E, ancora una volta, per sconfiggere il male camuffato da persone 'perbene', sarà indispensabile l'aiuto dei ragazzini che da quella scuola sono già riusciti a fuggire, guidati appunto da India, che si appunta fra i capelli ossicini di pollo e lecca lecca.
Entrambi i romanzi, più riuscito il secondo, hanno il pregio di fissare lo sguardo su quell'infelice età di mezzo che non è infanzia e non è ancora adolescenza; racconta il faticoso divincolarsi dei ragazzini dall'abbraccio soffocante dei riti familiari legati all'infanzia; di questo passaggio l'autrice racconta la solitudine, l'incertezza, la paura di fare tutto troppo in fretta; nello stesso tempo descrive bene l'insopprimibile e confuso desiderio di libertà. Direi troppo pessimistica l'immagine di un mondo adulto che, quando non è ostile, è soggiogato al conformismo e lontano dal mondo dei ragazzi.
Alla fine de Le vetrine del Paradiso, Brina comunque, a differenza di India, tornerà a casa, più forte e più consapevole di sé e dei propri sentimenti. Perché se almeno qualcuno di questi ragazzi non crescerà, chi manderà avanti il mondo?
Come si può capire, sono letture per lettori grandi, da dodici anni in su e non solo per la possibilità di identificarsi nei personaggi, ma anche perché le tematiche sono forti, le atmosfere da fantascienza post apocalittica, lo stile, per altro coinvolgente con la narrazione in prima persona, è spigoloso e duro quanto lo richiede la situazione descritta.

Eleonora

L'ultima possibilità”, Parkkola S., Edizioni San Paolo 2011
Le vetrine del Paradiso”, Parkkola S., Edizioni San Paolo 2012