venerdì 18 giugno 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE, NON AVERE 
 
Una specie di scintilla, Elle McNicoll (trad. Sante Bandirali)
Uovonero 2021


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni)
 
"'La storia che il signor Patterson stava raccontando mi faceva... era difficile da ascoltare. Quindi avevo bisogno di autostimolazione, ma siccome sapevo che non potevo farlo... mi sono fatta prendere dal panico.' Audrey annuisce, ma so che ancora non lo capisce del tutto. Penso che per le persone neurotipiche debba essere difficile immaginare un modo completamente diverso di pensare e di sentire. Un modo potenziato dove tutto è più forte, più luminoso. Migliore. Peggiore."


Audrey, la sua nuova compagna di classe, ha appena assistito a qualcosa che non sa spiegarsi: un forte malessere di Addie durante il racconto del signor Patterson su alcune donne che molti anni prima erano state condannate per stregoneria a Juniper. Per come è fatta Audrey, non ha senso elucubrarci sopra, ma piuttosto chiedere ad Addie una spiegazione di tutto ciò.
La spiegazione è lì sotto i suoi occhi: Addie è una ragazzina autistica che ha una sensibilità differente dai neurotipici e che, nel sentire i dettagli della storia di queste donne accusate ingiustamente di stregoneria solo sulla base di presunte loro diversità nel modo di comportarsi, fa immediatamente sue le loro sofferenze: si immedesima in quella condizione che riconosce un po' come sua. E' un po' come se riuscisse a vederle, a sentirle, con una sensibilità molto più forte di chiunque altro.
Addie, in ogni minuto della sua esistenza, si misura con l'esterno e ne verifica la capacità di essere più o meno compresa, nella sua diversità. Ovviamente in famiglia lei è e si sente capita - con la sorella maggiore Keedie ha un feeling tutto particolare, essendo anche lei autistica.
Nella sua vita sociale le cose però non sono affatto semplici e tranquille: un'insegnante ottusa e gretta le rende la vita scolastica semplicemente insopportabile, i compagni di classe la bersagliano spesso e volentieri, la sua ex migliore amica Jenna, in coppia con la perfida Emily che l'ha soppiantata, la prendono di mira e la vessano con una crudeltà. Al contrario, il bibliotecario e l'insegnante di teatro sanno entrare in sintonia con lei e con loro è una bellezza parlare e aprire il proprio cuore.
Questo è il racconto in prima persona di Addie, della sua vita di relazione all'interno di una piccola comunità, il villaggio di Juniper, alla periferia di Edimburgo, dove cercare di essere se stessi non sembra così facile. Ma è anche la storia di una sua personale battaglia, che combatte al fianco della sua amica Audrey e della sua famiglia, perché a tutte quelle donne, che la società condannò come streghe solo sulla base del fatto che erano diverse, sia riconosciuta giustizia e onore.


Questo è un libro che cresce con lentezza, ma che dimostra di avere una sua forza interna in grado di 'spostare' il lettore, ovvero di creare in lui una differenza tra il prima e il dopo. E questo, per un libro, è un buon risultato.
Si fa fatica per tutte le centottanta pagine a digerire alcuni personaggi e, alle volte, risulta difficile dare loro una parvenza di autenticità perché sono davvero nauseanti nel loro modo di fare. Tuttavia, tutto questo sembra avere una sua ragion d'essere in una prospettiva di maggiore respiro in cui la voce di Addie abbia modo di esprimersi in tutte le sue sfumature. Insomma, occorre un termine di paragone che sia immediatamente leggibile come in contraddizione e oppositivo al personaggio di Addie. Ed è esattamente quello che accade. Il racconto assume spessore proprio in questo continuo stridere tra chi si reputa normale, e su questa normalità costruisce il proprio potere, e chi invece sa riconoscere la propria unicità, e sulla consapevolezza di sé, costruisce la propria sicurezza.
Attraverso il suo sguardo che è differente, camminandole dietro lungo strade mai percorse finora, si riescono a palpare luci, colori ed elettricità nell'aria, si riescono a percepire le sensazioni, si impara un codice interpretativo e comunicativo 'altro', si riescono a seguire quelli che sono i modi di interpretare la realtà di chi è autistico.
L'esperienza non può lasciare indifferenti, per due ragioni che si compenetrano. La prima ha a che fare con l'apprendimento: stiamo di fatto imparando una nuova lingua, ma forse sarebbe più corretto dire una nuova cultura, in tutte le sue sfaccettature; la seconda ha a che fare con l'immedesimazione. In questo caso, il fatto che Elle McNicoll sia effettivamente una 'neurodivergente' produce in chi legge una tale onda di autenticità che risulterebbe davvero complicato non arrivare a 'sentire' in modo empatico quello che prova Addie. E questo non vuole dire solo che il lettore prende le sue parti di fronte alle ingiustizie cui viene di continuo esposta, ma molto più profondamente il lettore si irrigidisce con lei, quando qualcuno la abbraccia troppo a lungo, si preoccupa con lei quando qualcuno alza troppo il tono della voce, socchiude gli occhi con lei quando c'è una luce che sfarfalla...
Bella e utile esperienza.


Carla

mercoledì 16 giugno 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA SAGA GIAPPONESE


La storia giapponese fra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 offre materiale a volontà, per chi volesse scrivere un’epopea con tutti gli ingredienti del grande romanzo storico, ma anche di costume: intrighi, vendette, misteri, samurai e attrici, case del tè e castelli fortificati. E’ questo il materiale che Camille Monceaux, giovane scrittrice francese, mette insieme per il primo romanzo di una tetralogia, ‘Le Cronache dell’Acero e del Ciliegio’, dal titolo ‘La Maschera del Nö’.
Il protagonista, che racconta le vicende in prima persona, è Ichirö, un bambino dalle origini misteriose, raccolto da un vecchio samurai, Tenzen, e dalla sua governante, Oba. Il bambino porta con sé un monile che con tutta probabilità ne stabilisce l’appartenenza ad un casato. Ma per molti anni la sua vita sarà limitata alla casa nel bosco di Tenzen, dove le sue esplorazioni non vanno oltre il tempio della Dea Volpe. Ichirö viene istruito dall’anziano maestro alla via della spada, la via dei samurai; diventa bravo, ma questo non gli consente di salvare Tenzen dall’assalto di un crudele ninja, che in realtà sta cercando proprio lui. La casa viene data alle fiamme e comincia così per il giovane Ichirö un durissimo apprendistato al vagabondaggio e alla povertà.
Dopo aver vagato a lungo nei boschi, perdendo ogni suo avere compresa la spada del maestro samurai, approda alla pericolosa città di Edo, l’antica capitale. Qui è ancora più difficile sfuggire ai pericoli, alle bande criminali, alle guardie, ai procacciatori di bambini e bambine per le case del tè.
Quando è proprio nei guai viene raccolto da Daichi, un poeta squattrinato, autore di testi per il teatro kabuki, che si oppone al più tradizionale teatro nö. La vita del nostro protagonista ricomincia con un nuovo nome, Tomo. Diventa inserviente, e poi attore, del teatro locale, viene accolto dalla famiglia di Shin, anche lui aiutante nello stesso teatro. Nello stesso tempo fa conoscenza con una ragazza misteriosa, Hiinahime, che vive portando costantemente una maschera del nö, reclusa nella sua abitazione.
E’ per esaudire un suo desiderio, recitare almeno una volta in teatro, che la situazione di Tomo precipiterà nuovamente nella disgrazia. Il teatro va a fuoco, lui viene incolpato, mentre alcuni sospettano che Tomo non sia quello che dice di essere. Incarcerato, torturato, viene alla fine liberato dall’amico Shin, ma il suo destino lo porta a fuggire ancora.
E’ un intreccio complesso, basato sulla ricostruzione storica del Giappone di quel periodo, caratterizzato da feroci lotte per il potere, da una società fortemente gerarchizzata e dal potere dei samurai. L’autrice si prende tutto il tempo necessario per portare la lettrice e il lettore nel Giappone antico, nei suoi usi e costumi, descrivendo nel dettaglio abiti, cibi, abitazioni, ma anche le ingiustizie, i soprusi, la violenza di una società fortemente maschilista.
Si tratta, però, essenzialmente di un romanzo di formazione, la crescita del giovane samurai attraverso le durissime prove che la vita gli impone ed è probabilmente su questo aspetto che si soffermerà l’interesse dei giovani lettori e lettrici: è una storia descritta a tinte forti, con personaggi molto definiti, per certi versi simili a quelli del romanzo fantasy. Ma non è l’unico elemento di attrattiva; l’altro, ed è potente, è il fascino, in questo momento dilagante, per il Giappone, per le sue atmosfere, per i suoi fumetti. Un fenomeno collettivo che periodicamente si riaffaccia, sempre con le medesime caratteristiche. L’editore italiano, L’Ippocampo, ha colto questa tendenza, traducendo questo romanzo, ma anche altri testi che vanno nella stessa direzione.
Se è indiscutibile la cura con cui l’autrice ha costruito la cornice storica del romanzo, tuttavia mi è sembrato di cogliere qualche immaturità letteraria nella descrizione dei personaggi e delle loro relazioni. E’ soprattutto un romanzo corale, basato sullo schema del ‘giovane in cerca del suo destino’, che è ovviamente un destino di battaglie, di vittorie e sconfitte.
Pur con questi limiti, è sicuramente molto più interessante della stragrande maggioranza dei romanzi destinati ai cosiddetti ‘giovani adulti’, con le dovute eccezioni.
Lettura estiva perfetta, con molte emozioni e uno sguardo non banale sull’amato Giappone.
 
Eleonora


“Le Cronache dell’Acero e dell Ciliegio. Libro1. La Maschera del Nö”, C. Monceaux, L’ippocampo 2021



lunedì 14 giugno 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

EVAN IL TERRIBILE
 
Un'isola tutta per noi, Sally Nicholls (trad. Anna Becchi)
San Paolo Edizioni 2021
 

NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)
 
"Ho aperto il cassetto. Era pieno di cose sue, cose che credo zio Evan e Jo avessero portato o tirato fuori dalla sua borsetta o giù di lì. 'Cosa? Queste?' ho tirato su gli auricolari. 'Questa?'. Una scatola di pillole. 'Questo?'. Un pacchetto di polo alla menta. 'Questo?' Ho tirato fuori quello che sembrava un libro e lei ha iniziato ad agitarsi veramente parecchio. Ha smesso di dare colpi e ha mosso le mani facendomi dei segni. Ho guardato ciò che tenevo fra le mani. Era un albo fotografico, uno di quelli piccoli con una singola foto per ogni pagina e con in tutto lo spazio per una ventina di foto.
Mi ha sorpreso che zia Irene avesse una cosa del genere."


Zia Irene, è sempre stata una donna molto particolare: tecnologica e, da sempre, piena di segreti e misteri riguardo ai suoi possedimenti; convinta che nella vita ognuno dovesse guadagnarsi il proprio posticino nel mondo attraverso l'impegno personale.
Ora è in fondo a un letto di ospedale: ha avuto un ictus. A gesti e a bocconi di parole sta cercando di convincere Holly, 12 anni, a prendere quell'album e considerarlo un suo regalo, ma soprattutto la incita a 'uuaare... uuaare'. E ancora di più le preme che né il marito Evan né la figlia Jo, assistano alla scena. Ma loro fortunatamente sono al bar dell'ospedale...
In quelle poche foto - non si tratta di foto artistiche, o foto ricordo di persone, piuttosto sembrano foto per provare un nuova macchina fotografica - sono immortalati luoghi ai loro occhi sconosciuti: rotaie, spiagge, uffici. Un vero mistero per i tre orfani Kennet, ai quali evidentemente la zia, in punto di morte, sta offrendo un bandolo di una intricata matassa per arrivare ai suoi gioielli, di cui saranno - per sua espressa volontà testamentaria - i futuri proprietari.
Bisognosissimi di soldi, i tre orfani Kennet - Jonathan 18 anni tutore dei suoi fratelli, Holly di 12 e Davy di 7 dal momento della morte della loro mamma - sono per ovvie ragioni un nucleo familiare piuttosto originale che può contare poco sull'aiuto dei parenti, mentre un po' di più sul sistema di welfare britannico. Ma è sempre poca cosa: finiti i risparmi della madre, con il sussidio dello stato e il magro stipendio di barista, Jonathan a malapena riesce a pagare l'affitto della loro casa e il cibo (spesso vanno a 'panini'). Ma tutto ciò che è un extra o, peggio, un imprevisto, come per esempio la malattia di Sebastian, il coniglio di Davy, mette in crisi il loro precario sistema di autosussistenza.
Quindi i gioielli di zia Irene, sarebbero proprio un bel colpo di fortuna, che metterebbe i tre fratelli nelle condizioni finalmente di fare una vita un po' più adatta alla loro età. E magari anche di salvare il loro coniglio.
Grazie a una serie di felici intuizioni di Holly, con il supporto di una squadra di 'aiutanti' adulti un po' sui generis, comincia così la loro avventurosa, quanto macchinosa ricerca di questo 'tesoro' che li porterà fino su una piccola isola scozzese, nell'arcipelago delle Orcadi.


La cosa che colpisce di più in questo buon romanzo è l'abilità della Nicholls di essere credibile, pur nell'apparente assurdità dell'intera vicenda.
Il piacere che spesso la buona letteratura genera nei propri lettori, ovvero la c.d. sospensione dell'incredulità: lo so che non è vero ma ci voglio credere, qui è diffuso e capillare.
In primo luogo, la situazione di partenza: tre fratelli che vivono da soli, sotto la tutela del maggiore, è già un bell'avvio, narrativamente parlando. Di fatto, nella vita di questi ragazzini ora non c'è nessun adulto di riferimento: padri andati o morti, madre fatta fuori da un cancro, nonni affettuosi, ma anziani e in una casa di riposo, zia Grace anaffettiva e basata in Australia, cugina Jo troppo occupata, zio Evan gretto e meschino, al limite della perfidia: di certo il peggiore. Se tutto questo può sembrare effettivamente un buon inizio per un romanzo di fine Ottocento, nel 2021 potrebbe sembrare inverosimile, e anche un po' stucchevole. E invece questo non succede. Perché nella voce narrante, quella di Holly, c'è talmente tanta verità che il lettore, pagina dopo pagina, le va dietro. E basta. I singoli personaggi che, attraverso gli occhi di Holly, anche il lettore vede riga dopo riga, assumono spessore e credibilità nel loro essere la risultante di un complesso intreccio tra bene e male, tra difetti e pregi, tra debolezze e forza. Esattamente come accade nella realtà: qui nessuno è buonissimo o cattivissimo, ma tutti si muovono in quella zona intermedia che appartiene alla finitezza umana. Holly sa vedere i difetti, le manie, le fragilità, i limiti, ma anche le aspirazioni, le sensibilità e in generale i sogni di ciascuno.
Attraverso il suo racconto, ci si rende conto che anche l'inverosimiglianza che un diciottenne possa avere legalmente la gestione dei propri fratelli minori, può stare in piedi (non a caso è la stessa Nicholls a presentare, sotto forma di ringraziamento, le sue pezze d'appoggio sulla questione).
Lo stesso si può dire per il surreale scenario umano del Maker Space: i tre fratelli frequentano uno di questi luoghi di condivisione tecnologica che nella realtà esistono (anche ai loro frequentatori è tributato un sentito ringraziamento) e sono 'abitati' da nerd 'socievoli', ovvero che hanno, al contrario del nerd duro e puro, uno spiccato senso di comunità e mettono i loro sapere al servizio degli altri. Qui, fondamentali per la soluzione della questione.
Ovviamente sono verissime anche le isolette delle Orcadi.
Un po' meno verosimile invece risulta la questione delle valigette disseminate per il mondo dalla zia Irene, contenenti pezzi di eredità da recuperare. Ma anche qui lo sforzo di crederci arriva sulla scia di tutto il resto e quindi lo si può prendere per buono. D'altronde è più volte detto che la zia Irene era molto originale.
A conclusione forse vale la pena tornare indietro e fare un'ultima considerazione su quanto detto prima, ovvero sull'autenticità di quello sguardo, di quella voce di tredicenne in cerca di felicità. In lei c'è un pragmatismo e una ferma volontà di superare i problemi che mi sento di riconoscere come proprio dei più piccoli: poche chiacchiere, mettiamoci in moto! Per capire a cosa si vuole alludere, basterebbe metterlo a confronto con la prudenza velata di pessimismo del fratello maggiore, e l'inconsapevolezza in cui abita ancora il piccolino di casa.
Nessuna deroga alla retorica, al contrario divertenti siparietti nel reparto biancheria di un grande magazzino, o al capezzale di una afasica moribonda. 
E brava la Nicholls che riconosce che questa bella mistura di fragilità e forza è il marchio di fabbrica di chi non ha ancora passato il guado dall'infanzia all'essere adulto.
 
Carla



venerdì 11 giugno 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

BAMBINE ‘CATTIVE’ E MOSTRI

C’è un rapporto speciale fra bambine e mostri, a partire da ‘Mostro peloso’, il capolavoro di Bichonnier e Pef; o nel meraviglioso, irriverente ‘Lo Yark’, di Gapaillard e Santini. In particolare c’è un potere nascosto nelle bambine ‘irregolari’, che emerge soprattutto nei duelli con i mostri più cattivi; a questa regola non scritta non sfugge nemmeno ‘Bethany e la Bestia’, scritto da Jack Meggitt-Phillips e illustrato da Isabelle Follath.
All’inizio della storia si pone il connubio fra Ebenezer Tweezer e la Bestia, che nasconde al quindicesimo piano della sua casa. Ebenezer ha centoundici anni e l’aspetto di un ragazzo di vent’anni, grazie al diabolico patto stipulato, centinaia di anni prima, con la Bestia, entità repellente e vorace che lo ricambia dei suoi sordidi servigi con un siero di eterna giovinezza.
La Bestia, come tutte le Bestie che si rispettino, ha una fame insaziabile, placata dai più stravaganti bocconcini, oggetti, animali domestici e animali rari.
Ebenezer nei fatti è un procacciatore di prelibatezze, che scompaiono velocemente nella enorme bocca del mostro; in cambio, oltre al siero miracoloso, ottiene soldi a palate, oggetti d’arte, mobili e accessori della casa, tutto rigorosamente vomitato dalla puzzolente bocca del mostro.
A lui va decisamente bene così, non si è mai preoccupato più di tanto della sorte delle vittime, con la sola eccezione della volta in cui ha dovuto sacrificare il gatto di casa.
Ma arriva il momento delle scelte quando la Bestia gli chiede perentoriamente di portargli un bambino paffutello. Ebenezer all’inizio si pone solo il problema di come procurarsi un pargolo: va allo zoo, facendosi cacciare, poi in un orfanotrofio, gestito dall’immancabile orribile direttrice. Qui alla fine sceglie Bethany, un’orfana dal carattere insopportabile. Pensa così di non avere scrupoli a presentarla alla Bestia, che però gli impone di metterla all’ingrasso. I giorni passati insieme, fra litigate, scherzi diabolici e visite alla Bestia, fanno maturare a Ebenezer, nel frattempo divenuto vecchio, la decisione di disobbedire, per la prima volta, al mostro che l’ha tenuto in vita fino a quel momento e che in quel momento lo ricatta proprio con il siero.
Per fortuna c’è Bethany, con la sua furbizia e il suo coraggio, che affronta la Bestia e la batte sfruttando proprio la sua ingordigia.
Tutto finisce bene? Forse, perché il finale lascia aperta la possibilità di nuove avventure di questi nemici mortali, mentre Ebenezer riacquista la giovinezza e una piccola, si fa per dire, scorta di siero.
Se la Bestia incarna il prototipo del cattivo, mostro vorace e insaziabile, gli altri personaggi non sono proprio anime candide: Ebenezer ha fin lì assecondato le crudeli richieste della Bestia, in cambio dell’eterna giovinezza; Bethany è una bambina aggressiva, maleducata, amante delle più improbabili schifezze alimentari. Eppure dall’incontro fra questi due ‘cattivi’ deriva un cambiamento che coinvolge entrambi, li trasforma prima in alleati, poi in amici, con buona pace di una Bestia sempre più inferocita.
 
 
Si tratta di una trama non nuova, ma trattata con grande ironia, uno stile frizzante che accompagna il lettore e la lettrice in un crescendo di situazioni paradossali.
Si sorride molto, soprattutto delle imprese di Bethany, si ha qualche raro moto di disgusto per le nefandezze della Bestia, si chiude il libro con la certezza che la storia non finisce lì.
Anche la Bestia, così presa da se stessa da non vedere l’atroce inganno finale, un po’ fa sorridere, ma non raggiunge i livelli di simpatia dello Yark, mostro insuperabile nella sua determinazione a mangiare bambini buoni.
Lettura scorrevole e divertente per bambine e bambini a partire dai nove anni, ma adatta anche alla lettura condivisa con lettori più inesperti.
 
Eleonora
 
“Bethany e la Bestia”, J. Meggitt-Phillips, ill. di I. Follath, Rizzoli 2021



mercoledì 9 giugno 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL LAMPONE POP

L'isola dessert, Ben Zhu (trad. Giulia Genovesi)
Terre di mezzo 2021

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)
 
"'Sono bloccata su un'isola dessert. È fatta di cioccolato, glassa e lamponi.' 'Sono bloccata su un'isola deserta. È fatta di terra e rocce.'
'Sono proprio fortunata!' 'Sono proprio affamata.'"
 
Una scimmia gialla e una volpe rossa. La scimmia gialla e su un'isola che è una torta, la volpe rossa è su un'isola. Punto.
 
 
La scimmia gialla si considera fortunata, non avrà da ingegnarsi per il cibo, lei. La volpe rossa, lei no. Ha due erbette a disposizione, una addirittura sotto un sasso.
 

Accade che la scimmia gialla cominci a sbocconcellare la sua torta e, dato che è bella grande, non sente nemmeno il bisogno di preoccuparsi di quel lampone che cade in mare. A lei non serve. Mentre alla volpe che lo vede navigare davanti alla sua isola, serve eccome.
La scimmia gialla è satolla e forse non si accorge del cielo che si chiude di nuvole. La volpe rossa, visto che è sereno, pianta il suo lampone. E si mette in attesa di un po' d'acqua dal cielo.
Ora piove. La scimmia gialla vede sciogliersi la sua isola dessert, la volpe rossa vede crescere la sua piantina.
Ora il mare si gonfia. La scimmia gialla si aggrappa come naufrago all'ultimo boccone dell'isola dessert e comincia a navigare. La volpe rossa si emoziona davanti al germoglio che cresce...
Ora il mare è in tempesta. La scimmia gialla si abbarbica all'ultimo lampone. La volpe rossa salta di gioia perché il germoglio è già una pianta più alta di lei...


È il suo primo albo illustrato. Eppure Ben Zhu ha già le idee piuttosto chiare su come l'oggetto possa esprimere le sue potenzialità. A tale proposito, Dan Santat con felice sintesi ha scritto di lui: “Ben Zhu offers a charming and thoughtful debut about turning lemons into lemonade.” 
Un libro che si rivela una bella idea con qualche implicazione ulteriore. 
La prima cosa che si nota e che fa sorridere è lo spunto di partenza: un gioco di parole tra dessert e desert. Una esse che può fare molta differenza.
Da lì la storia si costruisce sul confronto fra i due personaggi, affrontati seppur tenuti lontani da una necessaria cornice bianca intorno al disegno, dai tratti decisamente pop. Sulla doppia pagina per ben otto volte di seguito li vediamo e impariamo a conoscerli attraverso le loro stringate frasi, dei loro due monologhi che si alternano.
 
 
Scimmia e volpe, così prosegue la vicenda, si incontreranno, ma di più non è il caso di dire. Circostanza questa che fa sì che le restanti otto pagine siano occupate da tavole doppie, che occupano l'intero piatto del libro.
Un meccanismo perfetto, un ritmo assolutamente regolare, un nitore lessicale impeccabile, un contenitore esemplare sono di fatto il 'guscio' di questa storia. Al suo interno, la polpa, ha una consistenza molto più plastica. E questo accade proprio in virtù di una valutazione e misura maniacali delle singole parole, che in totale saranno poco più di un centinaio.
 

I due monologhi, ed è qui che Ben Zhu costruisce spessore, in realtà dialogano nella nostra testa. La loro forza sta nel contrasto tra le parole e nel contrasto delle loro due rispettive Weltanschauung: per essere più chiari, quando inizia a piovere la scimmia gialla esclama con la faccia contrariata: Pioggia! la volpe rossa esulta dicendo: Acqua! (per il suo germoglio). Quando la scimmia gialla perde il lampone distratta commenta, be' tanto non mi serviva... e la volpe rossa che lo vede in acqua, contenta e attenta, 'risponde': questo sì che mi serviva! Quindi Ben Zhu crea due monologhi che per otto pagine, sentiamo inevitabilmente come dialogo e che poi, per le successive otto, diventano a tutti gli effetti conversazione.
Nonostante la 'camera fissa' sulle due isole, la distanza tra la scimmia gialla e la volpe rossa viene creata ad arte, grazie anche alla costruzione dello scenario, con una interessante alternanza di notte/giorno, alba/tramonto, cielo terso/cielo corrusco, salvo poi lentamente uniformarsi in una bella tempesta di pioggia in mare aperto.
Sul finale, Ben Zhu dà ulteriore prova di saper sfruttare al meglio la forma del libro, con un bell'effetto sorpresa nel giro di pagina che anticipa il gran finale, che - a ben vedere - è addirittura doppio e non trasuda retorica, come invece poteva facilmente accadere.
 

Ben Zhu, per essere un esordiente nel mondo dell'albo illustrato, ha stoffa da vendere e buoni maestri da cui trarre insegnamenti. Primo fra tutti Jon Klassen, citato tra i molti ringraziamenti, cui sembra ispirarsi l'attenzione puntuale per la scelta delle parole del testo e la sua collocazione, nonché la potenza straripante del dialogo preferito a qualsiasi altro tipo di narrazione.
Che questo giovane uomo, emigrato da Pechino in California con i suoi negli anni Ottanta, all'età di 7 anni, abbia belle idee in testa, lo dimostrano varie scelte fatte nella sua carriera, non ultima quella di aprire una galleria d'arte piuttosto particolare, la Nucleus Gallery. Ma il colpo di genio lo ha avuto all'inizio del suo percorso lavorativo, quando decise di nascondere il proprio biglietto da visita in un classico biscotto della fortuna, (di nuovo) una bella idea con qualche implicazione ulteriore. Va da sé che al suo primo colloquio di lavoro con questa idea, ha conquistato tutti e ottenuto il posto di disegnatore di uno dei più famosi videogiochi di sempre.


Carla





 

lunedì 7 giugno 2021

FAMMI UNA DOMANDA!

BELLE E PERICOLOSE

Le incursioni nel terreno inconsueto della divulgazione, da parte delle coraggiose editrici di Camelozampa, continuano con un bel libro illustrato dedicato alle meduse.
Quale argomento più stimolante, proprio ora che si profila la possibilità di precipitarsi a popolare le nostre spiagge?
‘Il giardino delle meduse’, scritto da Paola Vitale, biologa e divulgatrice, e illustrato da Rossana Bossù, è un libro serissimo che racconta con grande precisione le caratteristiche peculiari di questo animale marino appartenente alla classe degli scifozoi: se ne racconta lo sviluppo, dalla forma di polipo all’età adulta, l’alimentazione, le modalità di movimento.
Personalmente ho trovato particolarmente interessanti due punti. Il primo è squisitamente estetico e riguarda sicuramente le splendide illustrazioni di Rossana Bossù, ma ancor prima la struttura di questo animale che presenta incredibili simmetrie raggiate, in forme diversissime. La bellezza di queste forme naturali sta nel circondare questa struttura ‘geometrica’, con le molteplici, variabili forme dei tentacoli. Come se la perfetta e rara simmetria si sposasse con il movimento elegante che le porta dai fondali alla superficie e viceversa. Le illustrazioni rappresentano efficacemente la consistenza evanescente di questi animali, la loro variabilità per forma e dimensioni. C’è anche qualche tavola di infografica, in cui il disegno assolve in pieno alla funzione di informazione.

Grandi o piccolissime, si nutrono tutte di piccoli crostacei e di pesci, ma, e questo è il secondo punto, costituiscono una sorta di termometro naturale della febbre dei mari.  

Aiutate dai cambiamenti climatici, hanno conquistato zone di mare in cui non erano presenti, in alcuni casi, come nel Mar Nero, spazzando via numerose specie di pesci, soprattutto diventando inarrestabili competitori sul piano alimentare e nutrendosi, per di più, di uova e larve di pesci. Questi ultimi sono poi oggetto di una pesca sistematica e implacabile e così le meduse hanno via libera per le loro incursioni nei mari e negli oceani del mondo.
 

Che sia opportuno e saggio starne alla larga è cosa nota; che segnalare la presenza delle meduse che incontriamo, per contribuire a monitorarle, lo è di meno; l’autrice auspica il diffondersi di questa ‘citizen science’, che rende il cittadino partecipe del controllo sui mutamenti ambientali.
Antichissime, presenti già nel Cambriano, sono fra i gruppi animali con il maggiore successo evolutivo, sicuramente affascinanti e pericolose come le protagoniste dei romanzi noir, nascondono ancora molti segreti, per le repentine sparizioni, che tali non sono, e per le improvvise ricomparse.
 

Su questo mondo, segreto e affascinante, si svolge il racconto di questo bel libro, sintesi equilibrata di informazione e di ricerca estetica, che piacerà sicuramente a bambine e bambini curiosi a partire dai 7 anni, ma anche agli estimatori dei libri illustrati.
 
Eleonora


“Il giardino delle meduse”, P. Vitale e R. Bossù, Camelozampa 2021



venerdì 4 giugno 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL LUMINOSO MEDIOEVO

Il trionfo della Morte, Matteo Gubellini
Scomodincanti, 2021


ILLUSTRATI
 
"Mentre l’esercito gaudente se ne stava in ammollo nel turchese, una figura sottile sbirciava nascosta tra gli alberi.
Era la Morte, scura scura. Davanti a lei un esercito beato tramortito dal vino, e soprattutto disarmato!
La Morte quel giorno era ancora a digiuno, neanche un cadavere aveva raccolto nel suo paniere, e guardando l’esercito pensò: 'che boccone prelibato per un re in vena di conquiste!' E si rammentò che in una città non troppo distante regnava un sovrano crudelissimo, e altresì ambizioso: Re Crudo."


Così la Morte che per metter gente nel suo paniere ha bisogno che le cose vadano in un certo modo - insomma ci devono essere le giuste condizioni per per poi intervenire con la propria falce - pensa che sia Re Crudo il suo compare ideale. Lui è cattivo e assetato di potere e non si tirerà indietro all'idea di avere vittoria facile sull'esercito ubriaco di Re Luciano che festeggia la recente vittoria, sguazzando disarmato nel laghetto.
 
 
Purtroppo però, proprio quel giorno l'esercito del perfido sovrano è in libera uscita e la Morte non solo non ottiene la carneficina sperata, ma addirittura viene cacciata in malo modo perché ha osato declinare l'invito a pranzo del permaloso sovrano, che a ben vedere, sarà pure re, ma è anche pieno di difetti.
Sconsolata, si aggira per i colli, ormai convinta che la giornata è persa. E allora, persa per persa, tanto vale accettare l'invito dei soldati ubriaconi a godersi anche lei una bottiglia di buon vino e un bel bagno al lago. Saranno stati i pensieri foschi, o forse sarà stato il vino, ma la Morte per un attimo si dimenticò di un particolare non del tutto irrilevante: se ti tuffi in un laghetto turchese, è meglio sapere come stare a galla...


Sciocchi e frettolosi si dimostreranno tutti coloro che pensano che la Morte possa davvero finire i suoi giorni così. D'altronde è cosa risaputa che la Morte (e il Peggio) non muoiono mai! Le cose andranno come devono andare, ma da questa parte è doveroso che sull'argomento il silenzio cali.
Al contrario, è altrettanto doveroso dire almeno un paio di cose su questo nuovo libro di Matteo Gubellini, che esce dalla sua 'officina' di Scomodincanti.
La prima e la più evidente di cui parlare è il tono scanzonato, picaresco della storia.
 
 
L'intero impianto si regge su un grande equivoco che ruota intorno alla parola 'trionfo'. Nell'immaginario e nel senso comune il trionfo è sinonimo di vittoria schiacciante. E quello della Morte, in particolare, allude alla sua inevitabile supremazia nei confronti di tutto ciò che è vivo. Senza esclusione di colpi e senza riguardi: e sotto a chi tocca.
Le immagini che lo raffigurano sono spesso in collegamento con i Giudizi Universali, sulle grandi pareti affrescate, le controfacciate delle chiese del Medioevo (così quando esci dopo la funzione religiosa, te ne vai con questo bel memento mori negli occhi...).
La Morte, ritratta spesso a cavallo, ma sempre scheletrica con il suo mantello e il suo cappuccio e l'immancabile falce, diventa di grande attualità alla metà del Trecento, dopo la Peste nera del 1348, per ovvie ragioni. In questi affreschi o tele sono tre le costanti: un grande parapiglia brulicante di persone su cui la Morte e i suoi soldati trionfano, un evidente interclassismo delle vittime e un diffuso gusto per il macabro, il comico e il grottesco.
 

Matteo Gubellini a questo sapore irriverente non rinuncia, giustamente, e si allinea anche nei toni del testo che sono quelli dell'oralità, del 'cunto'. Circostanza questa che rende questa storia 'perfetta' per essere letta - o meglio recitata - a voce alta. Una collana di piccole parole/perla sono sparse qui e là con sapienza e arguzia.
Dalla tradizione arriva anche l'iconografia della Morte, a cavallo, secca secca, con un bel teschio sul collo, il mantello e la falce d'ordinanza. 
 

Ma anche in questo caso, Gubellini non può fare a meno di aggiungere una serie di dettagli comici e grotteschi, che chi vuole se li trova.
I personaggi, tanto i soldati dell'esercito, quanto i sudditi di Re Crudo, brulicano in modo scomposto sulle rive del lago e in città al comparire della Morte, e ricordano parecchio i loro omologhi dipinti da Brugel, ma anche quelli un po' raffazzonati che Enrico Maria Salerno, con lo sguardo profetico, invitava a transitare in fila longobarda sullo cavalcone.
Matteo Gubellini è però Matteo Gubellini quindi non può per questo rinunciare all'altra sua cifra, quella metafisica, e così colloca tutta questa varia umanità entro scenari che, se svuotati del movimento, restituiscono volumi puri per le architetture, non importa se disseminate nelle morbide colline, o in città. Non è forse questo un altro modo di tenersi legato a quel 'luminoso' Medioevo, ovvero alla pittura dei maestri, di Piero in particolare?
Detto tutto questo, resta un fatto incontrovertibile: Matteo Gubellini ha sempre qualcosa da raccontare e qui lo fa divertendosi, forse anche più del solito. 
 
 
 
E noi, con lui.
 
Carla

 

 


mercoledì 2 giugno 2021

FAMMI UNA DOMANDA!

NON UNA, MA MOLTE DOMANDE SUGLI ALBERI 
 
C’è un grande fervore intellettuale che interseca diversi aspetti della biologia; fra questi, uno dei più vivaci riguarda la botanica, che di recente ha spalancato orizzonti imprevisti, riguardo alle relazioni fra le piante e il loro ambiente e fra di loro.
 

Se il tema della ridefinizione del mondo vegetale anche in chiave cognitiva è un tema complesso, non per questo non è cambiato lo sguardo sugli alberi, in particolare, anche nei libri per bambini.
Ve ne propongo due, che affrontano il tema da punti di vista differenti.
Decisamente più scientifico il primo, ‘Piante domesticate e altri mutanti’, di Iban Eduardo Muñoz e Alberto Montt, pubblicato da LO Officina Libraria. Per spiegare come si è giunti alle attuali varietà botaniche, che entrano nella nostra alimentazione, a partire da piante selvatiche, i due autori raccontano in sintesi teorie dell’evoluzione e genetica, che sono gli strumenti teorici che oggi utilizziamo per spiegare e governare il mutamento. Non è, ovviamente, che le popolazioni antiche ne disponessero, utilizzando invece strumenti come gli incroci selettivi, gli innesti e altre tecniche comunque efficaci rispetto allo scopo: rendere più digeribile una pianta, o avere dei frutti più grandi, o delle piante più resistenti ai parassiti.
 

Oggi, come è noto, si utilizza l’ingegneria genetica, che consente di intervenire direttamente sul DNA. Non tutti sono d’accordo nel percorrere questa strada, così come in molti temono per la riduzione della biodiversità anche in campo alimentare. Qui infatti si gioca una partita assai importante, che si fonda sullo studio dell’influenza del mondo vegetale sulla nostra vita, influenza ben più articolata di quanto si possa immaginare.
E’ un libro molto interessante, ricco di aneddoti, illustrato con grande senso dell’umorismo; ma quello che ho trovato ancora più rilevante è la bibliografia, è raro trovarne di così serie, che parte da ‘Armi acciaio e malattie’, per arrivare a ‘La storia degli alberi e di come hanno cambiato il nostro modo di vivere’ o ‘L’incredibile viaggio delle piante’.

L’altro libro illustrato è ‘Come un albero’, scritto da Maria Gianferrari e Felicita Sala, pubblicato da Rizzoli. Qui le autrici, nell’invitare i giovani lettori e le giovani lettrici a sentirsi come un albero, ne descrivono le caratteristiche nel dettaglio, dalle radici che affondano nel terreno e si intrecciano con le radici di altri alberi e con i funghi, al tronco suddiviso in tante parti, ciascuna con una propria funzione, alle chiome di forme e dimensioni diverse. Noi, come gli alberi, ci diamo forza l’un l’altro, ci sosteniamo, scambiamo informazioni. E se il linguaggio è poetico e le immagini evocative, il punto di partenza è proprio dentro quel dibattito culturale di cui parlavo all’inizio: Maria Gianferrari, nelle conclusioni, racconta proprio come l’inizio del suo più spiccato interesse per gli alberi nasca dalle lettura del libro di Peter Wohlleben, ‘La vita segreta degli alberi’.
 

E dunque siamo di nuovo lì, con queste grandi domande su ciò che non sappiamo e che abbiamo voluto ignorare sul mondo dei viventi: tutta quella complessità nel rapporto con l’ambiente che dimostra doti non riducibili alla semplice espressione di reazioni meccaniche.
In questo libro illustrato si verifica quello che in una normale esposizione scientifica sarebbe scandaloso: la sintesi fra un linguaggio poetico, di parole ed immagini, e concetti scientifici, atti a smuovere non solo la curiosità di bambini e bambini, ma anche l’emotività.
Me lo aspettavo, che questo incipiente cambiamento di paradigma sarebbe entrato nel mondo della dei libri per ragazzi: ora con le piante, poi succederà, ne sono certa, anche nel mondo delle ricerche sulle capacità cognitive degli animali.
Piano piano spodestati dal nostro ruolo nel Cosmo, stiamo aprendo gli occhi su una Natura ben più complessa di quello che sappiamo descrivere. C’è una lunga strada da percorrere per i giovani scienziati e scienziate che si affacciano ora sul mondo della scienza.
Entrambe le letture sono adatte a bambine e bambini a partire dagli otto anni, ma anche genitori e insegnanti potrebbero allargare i propri orizzonti accompagnando nella lettura i più piccoli.
 
Eleonora


“Piante domesticate e altri mutanti”, I.E. Muñoz, A. Montt, LO Officina Libraria 2021
 
“Come un albero”, M. Gianferrari, F. Sala, Rizzoli 2021