venerdì 30 aprile 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

 UNA STORIA D’ESTATE


La storia che racconta Giuseppe Festa in ‘I Lucci della via Lago’, pubblicato da poco da Salani, si svolge tutta in trentatre giorni, all’inizio dell’estate del 1982.
Si svolge a Predore sul Lago d’Iseo, dove il protagonista Mauri vive; ha appena superato gli esami di terza media e si appresta ad affrontare l’ennesima spensierata estate insieme al suo amico Brando e agli altri amici. Ma ci sono momenti, passaggi di vita che scompigliano le carte della consuetudine e impongono scelte difficili e prove da superare.
Fra i passatempi estivi del gruppo di ragazzi e ragazze, denominato ‘I Lucci’, che si riunisce intorno a Mauri c’è sicuramente la pesca: sono tutti ottimi nuotatori ed esperti nelle diverse tecniche di pesca. Brando e Mauri da tempo stanno dando la caccia a Pinna Mozza, un pesce persico gigantesco; così per festeggiare l’inizio delle vacanze, decidono di immergersi per tentare la sorte, cercando di catturarlo. Mauri si immerge per primo e fallisce la prova e poi si immerge Brando. Ma quest’ultimo non riemerge più. Vane le ricerche dei sommozzatori, del corpo di Brando non c’è traccia.
Dopo il primo momento di dolore, la vita nel piccolo borgo riprende lentamente la sua consueta fisionomia. E’ anche l’anno dei Mondiali di calcio, Mauri è un bravo giocatore e insieme agli altri si distrae davanti al televisore.
I ragazzi e le ragazze della banda dei Lucci ne combinano di tutti i colori, passano le giornate, ma anche le notti, fra una scorribanda e l’altra. In paese cominciano a comparire dei biglietti misteriosi, che sembrano scritti proprio da Brando. Mauri si convince che sia ancora vivo, magari intrappolato da qualche parte.
Le nuotate si alternano alle incursioni nella chiesa sconsacrata, o nella villa di una nobildonna, mettendo a rischio la propria incolumità; ma presto il caso metterà fine alle indagini, alle speranze e alle illusioni che Mauri ha comunque coltivato ben oltre il buonsenso.
Diventare grandi, abbandonando il mondo della Gente Bassa, come magistralmente ci ha raccontato Wu Ming 4 in ‘Il Piccolo Regno’, implica lasciare un universo parallelo, dotato di propri usi e costumi, linguaggi, regole del gioco. Diventare grandi è accettare la presa sulla realtà, accantonando sogni e pensiero magico.
E’ quello che fa Mauri, lasciandosi tanto e tanti alle spalle per un concretissimo contratto con una squadra di calcio.
Leggendo questo romanzo, pensato per i ragazzi e le ragazze delle medie, mi è sembrato di cogliere un’adesione inconsueta dell’autore a questa storia; ho sentito forte il profumo della nostalgia, il guardarsi indietro per rivedere, magari trasfigurata, la propria giovinezza. Questo credo sia il maggiore punto di forza: la freschezza delle descrizioni d’ambiente, i giochi, i luoghi, le abitudini scanzonate dei ragazzini liberi dalla scuola. E quell’anno lì, quello del Mondiale vinto dall’Italia di Bearzot, col Presidente Pertini sugli spalti, che in tanti ancora ricordiamo.
Tutto questo sembra molto lontano e credo che così lontano lo senta anche l’autore, con accenti che mi sono sembrati molto personali.
Tutti noi, ormai più che maturi, abbiamo lasciato alle spalle moltissime cose che oggi possiamo solo guardare da lontano; ma questo senso di distacco lo provano anche ragazze e ragazzi di oggi, tutte le volte che devono compiere una scelta e lasciarsi alle spalle qualcosa o qualcuno, un tempo importanti.
In ‘I lucci della via Lago’ c’è tutto questo, ma c’è anche azione, avventura, mistero, descritti con il consueto stile asciutto ed efficace che contraddistingue i romanzi firmati da Festa.
Lettura consigliata a ragazze e ragazzi, a partire dai dodici anni.
 
Eleonora
 
“I Lucci della via Lago”, G. Festa, Salani 2021



mercoledì 28 aprile 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PER VIVERE FELICI E CONTENTI
 
Le avventure del topino Despereaux, Kate Di Camillo
(trad. Angela Ragusa)
Il Castoro, 2021


NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)
 
"Despereaux starnutì.
Neanche tentò di difendersi. E come avrebbe potuto? tutto quello che gli zii avevano detto era la pura verità. Era ridicolmente piccolo, le sue orecchie erano oscenamente grandi. Era nato con gli occhi aperti. Ed era malaticcio. Tossiva e starnutiva così spesso che doveva portarsi sempre dietro un fazzoletto. Gli veniva la febbre. Sveniva a ogni rumore un po' troppo forte. E, a peggiorare le cose, non mostrava il minimo interesse per tutto quello che dovrebbe attirare un topo."


Il cibo non lo attrae, ma spesso si ferma inclinando la testa di lato per ascoltare un suono che definisce dolce come il miele... Vive nel castello dove un giorno sua madre Antoinette, da Parigi, arrivò nella valigia di un ambasciatore. Appena nato, unico sopravvissuto della nidiata, tutti si accorgono che in lui c'era qualcosa di diverso. Tutti in famiglia, compresi i suoi fratelli e la sorella, Champagne, Furlough e Merlot cercano di metterlo sulla retta via, ma senza esito. Despereaux è un'altra cosa: i libri non li rosicchia, li legge. Degli umani non ha paura, anzi se ne innamora...
Questa è la sua avventurosa e romantica storia che si intreccia con quella della principessa Pri, con quella di Chiaroscuro, un ratto che vive nelle segrete del castello e che invece di amare il buio predilige la luce, e con quella di Braciola Oink, una ragazzina che nessuno vuole e che - a furia di schiaffi - non sente quasi più dalle sue orecchie a cavolfiore.


Kate Di Camillo è uno di quei nomi che non andrebbe dimenticato. Al contrario, tenuto sempre a mente qualora si vogliano consigliare letture non proprio elementari a giovani lettori o lettrici in erba. 
Potente narratrice, di solito con lei non ci si annoia.
Una delle cose che le riesce meglio di altre è quello di costruire piccole gallerie di personaggi per poi farli agire e soprattutto interloquire tra loro in modo da creare, quasi naturalmente, una profondità di luogo e tempo in cui l'azione prenda corpo e diventi credibile, anche se spesso e volentieri ha i contorni dell'assurdo.
Qui, per esempio, i personaggi - dai topi alle regine, dalle sguattere ai carcerieri - hanno tutti una loro precisa connotazione che li rende immediatamente 'visibili' e con questo 'credibili', anche se fanno o dicono cose che non sono minimamente possibili. Nel loro modo di parlare, nei loro atteggiamenti, nel loro aspetto diventano all'istante tridimensionali, ovvero vivi, pur nella loro essere meravigliosi. Costruito come un romanzo - diviso in quattro capitoli, tre dei quali dedicati ai protagonisti e un quarto dove tutto converge verso il gran finale - ma con il registro della fiaba, Le avventure del topolino Despereaux ha il pregio di essere nello stesso momento pieno di piccole perle di saggezza - un destino movimentato attende chiunque non si adegui a ciò che gli altri si aspettano da lui - e nel contempo di aspetti che appartengono alla magia, allo stupore: il contesto di un castello da fiaba pieno di luce nei saloni sfavillanti di ricchezza e di buio tetro nelle sue segrete sotterranee, pieno di animali e persone che dialogano e si intendono alla perfezione, di altissimi ideali cavallereschi e di bassissime perfidie.
Su tutto questo si profonde e infiltra, in ogni punto possibile, l'ironia, l'arguzia di cui Kate di Camillo è generosa dispensatrice, soprattutto attraverso le sue trovate linguistiche e i suoi dialoghi al fulmicotone.
Impossibile non essere con il sorriso stampato nel momento in cui ci presenta la puerpera francese alle prese con il suo ennesimo parto. Impossibile non ridere con il campionario di nomi e soprannomi, felicemente tradotti da Angela Ragusa, che qualificano i singoli personaggi: da Roscuro a Ola, passando per Furlough, dai loro vezzi e tic lessicali. Difficile dimenticare la scena madre della regina che muore di crepacuore per un ratto che dal lampadario le finisce nella zuppa. Oppure non sorridere nei goffi tentativi di un topetto di vestire i panni di un cavaliere senza macchia e senza paura. O ancora, trasecolare e nello stesso momento sorridere di fronte alla cattiveria assoluta che hanno fatto di una contadinella sognatrice, una sguattera sordastra.
Insomma un libro che si legge, pagina dopo pagina, senza alcuna possibilità di metterlo giù prima di arrivare all'apoteosi finale.
 
Carla

lunedì 26 aprile 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

STRANIERO


‘Stranger’ di Keren David, pubblicato recentemente da Giunti, è un romanzo a due voci, appartenenti alla stessa famiglia, separate da novant’anni: una è Emmy, la cui voce sentiamo dal lontano 1904 e l’altra è Megan, sua bis-nipote, nel 1994.
Se ci sono due piani temporali, che si alternano nelle pagine del romanzo, il luogo è lo stesso: la cittadina canadese di Astor, in Ontario. Nel 1904 Emmy ha 15 anni, è figlia di una madre single che lavora come medico, guardata con sospetto dalla comunità. Si imbatte, insieme a Sadie, in un giovane sconosciuto, che emerge dalla foresta completamente nudo e ricoperto di sangue; non sembra ricordare nulla, ma è ferito e quindi viene trasportato in ospedale e lì curato. Emmy ne segue la guarigione, riesce a convincere la madre a fargli completare la convalescenza a casa loro. Man mano che il giovane si riprende, Emmy lo istruisce, lo aiuta a trovare un lavoro grazie all’onnipresente signor Mitchell, proprietario del giornale locale in cui anche Emmy lavora. Inevitabile l’amore fra i due giovani, inevitabile la sua impossibilità. Il ritrovamento di una casupola, all’interno della foresta, fa scoprire anche il cadavere di un uomo e questo accende i sospetti sullo straniero che Emmy ha ribattezzato come Tom. Il giovane deve fuggire, cambiare identità e la sua fine è racchiusa in due lettere che provengono dall’Europa, durante la Prima Guerra Mondiale.
Emmy avrà comunque una lunga vita, almeno in apparenza felice, accanto ad Adam Harkness, che la ama da sempre.
Megan, l’altra protagonista, ha diciassette anni nel 1994, quando raggiunge la famiglia, gli Harkness, per un periodo di vacanza, dopo un aborto e la fine della relazione con il fidanzato; raggiunge il padre che sta ristrutturando la casa di famiglia, mentre la madre resta a Londra. I genitori sono divorziati e tutto sembra congiurare contro la felicità della ragazza. Durante il suo soggiorno, in seguito a dei lavori stradali, emergono i resti di una donna, al limitare della foresta. Megan indaga nelle vicende della città all’inizio del secolo. Sarà la morte della bisnonna Emily, o Emmy che dir si voglia, a farla entrare in possesso di alcune cassette, in cui la bisnonna racconta la storia di Tom e la sua. E’ ascoltando la sua voce che Megan riesce a riannodare tutti i fili della storia familiare, con un colpo di scena che in realtà è prevedibile fin dalle prima pagine del romanzo.
Come si vede da quanto detto, questo romanzo è essenzialmente una saga familiare, con molti personaggi, amori contrastati e amori felici, nascite clandestine e storie dai risvolti drammatici e violenti. C’è il mondo ancora quasi pionieristico dell’inizio del Novecento, e la modernità cosmopolita della fine del secolo scorso.
L’intreccio narrativo, che alterna le due voci, di Emmy e di Megan, entrambe narrate in prima persona, tiene; la storia si dipana mostrando le differenze fra il mondo chiuso e gretto della piccola comunità ai suoi albori e il mondo moderno, più libero e più tollerante, almeno in apparenza. Ma mostra anche la continuità nei drammi familiari: amori traditi, clandestini, gravidanze imbarazzanti e figli che ignorano gran parte delle vicende dei genitori.
E’ una lettura che coinvolge lettrici e lettori, al di sopra dei quattordici anni, con una trama che aggiunge una sapiente dose di mistero a una vicenda familiare complessa, dai risvolti drammatici, con un’ambientazione interessante, che richiama i tempi della conquista (e distruzione) dei territori selvaggi, per fare posto a cittadine popolate di centri commerciali.
E’ un buon romanzo, che conferma la qualità dell’indirizzo editoriale dato alla collana Waves, che la Giunti dedica ai lettori e alle lettrici adolescenti.
 
Eleonora


“Stranger”, K. David, giunti 2021



domenica 25 aprile 2021

IL BANE


Si tratta di una contaminazione tra due ricette: la prima è la matassa con la sua farcitura di noci e uvetta, di cui si è parlato nelle settimane scorse, e la seconda è la ricetta del pane alla banana, che si avvale di nuovo un video in assoluto silenzio e con un'estetica apprezabile per minimalismo. Il Banana bread loaf non deve essere confuso con il Banana bread che di fatto è un plum cake dolce.
Il pane alla banana cui mi ispiro viene anch'esso, come la matassa, dall'estremo Oriente, ovvero Corea e la sua caratteristica principale, che lo distingue in tutto è per tutto dal banana bread, consiste nel fatto che può essere mangiato come pane e essere accompagnato da cibi salati, senza perdere la propria dignità di pane. Qualcosa di simile al tanto amato pan brioche che alle feste dei bambini, finisce dopo un amen.
È buonissimo con i salumi, con la maionese e il formaggio, con i pomodori secchi sottolio. Una unica accortezza, il suo companatico non deve essere troppo magro, ovvero sta meglio con l'asiago che non con la ricotta, sta meglio con il salame e il prosciutto che non con la bresaola.
Va da sé che si accompagna altrettanto, ma con meno stupore del palato, con il dolce e quindi anche con la sua cugina marmellata di banane e arance caramellate e zenzero.
Tutto chiaro?


Ingredienti
350 gr farina 0
8 gr di lievito secco per salati
1 cucchiaino di sale
30 gr di zucchero
1 banana (100 gr circa)
100 ml di latte
1 uovo
40 gr di burro freddo a dadi


In una terrina mescolate tutti gli ingredienti in polvere quindi aggiungete l'uovo che avrete sbattuto precedentemente con il latte e quindi aggiungete la banana ridotta in poltiglia. A questo punto lavorate l'impasto per dei minuti (se avete la planetaria fatela lavorare al posto vostro per 2 o 3 minuti) fino ad ottenere un composto uniforme. Ora aggiungete poco per volta i dadi di burro freddo e continuate a mescolare fino a che non si amalgama tutto e si ottiene una palla che lascerete lievitare al calduccio per almeno due ore. Deve crescere molto, più del doppio del suo volume. A questo punto con un pugno la sgonfiate, la staccate con cura dalla ciotola che la conteneva e la disponete su un piano infarinato. La suddividete in 5 parti uguali, che lavorerete per ottenere panetti rotondi. Lasciateli riposare per 5 minuti quindi imburrate una teglia a cerniera da 20 cm. d diametro, mettete sul fondo un cerchio di carta forno, imburrato anch'esso e accendete il forno a 180°.


Riprendete le palline di impasto e stendetele con un matterello piccolo e ottenete delle ellissi, la cui metà andrà incisa con il coppapasta a listelle parallele, come abbiamo fatto per la matassa. Riarrotolate partendo dal basso le ellissi e disponetele, una dopo l'altra, lungo i bordi della teglia. Fate lievitare ancora per un'oretta e poi infornate e fate cuocere per 25/30 minuti, fino a che non è dorata la superficie. Toglietela dal forno e spennellate la parte superiore con del burro per lucidarla.
Ecco, è tutto. Enjoy!

Carla


 

venerdì 23 aprile 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL COLORE EMOTIVO
 
Il germoglio che non voleva crescere, Britta Teckentrup
(trad. Sante Bandirali)
Uovonero Edizioni 2021


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)
 
"Formica aveva ragione. Ben presto il seme mise delle piccole radici e cominciarono ad apparire delle foglioline verdi.
La sua vita stava cominciando.
Sembrava molto delicato e fragile.
Formica e Coccinella se ne innamorarono immediatamente."
 
Quel seme aveva impiegato più tempo degli altri a germogliare e quindi quando comincia a crescere le foglie degli altri gli fanno ombra. Così diventa per lui necessario mettersi in cammino verso il sole. Tutti gli animali del prato, da piccoli a grandi, lo sostengono e lo aiutano come possono. Formica e Coccinella sono davvero orgogliose di come da piccolo germoglio diventi una pianta sempre più robusta e determinata che attraversa l'ombra in cerca del sole. Finalmente quando anche la piccola piantina riesce a sentirne il calore sulle foglie si si rende finalmente conto che quello è il suo posto sulla terra.
Felice, diventa ogni giorno qualcos'altro: una bella pianta che produce boccioli che poi diventano fiori, si riempie di bellissime foglie e durante l'estate è casa per molti animali. Quegli stessi che lo avevano sostenuto quando era piccolo germoglio. Loro non la dimenticheranno neanche quando l'autunno le dora le foglie e il vento la fa ondeggiare e le porta via i semi, verso il loro proprio destino. E' in arrivo l'inverno e con lui il silenzio e il freddo della neve che tutto copre, anche la pianta. Piccolo topo con gli altri amici animali esprimono il desiderio di ritrovarla alla primavera successiva. Accadrà? 
 
Il colore in un libro un po' come la musica in un film: agisce sulle emozioni. E' dalla metà dell'Ottocento che i pittori lo teorizzano.
Lo stesso si può dire della luce.
 

Britta Teckentrup lo sa e nei suoi libri se ne serve spesso e volentieri.
Su un testo esile che racconta il percorso faticoso di un seme, più lento di altri, verso il suo diventare pianta, l'elemento che colpisce è l'impatto forte che proprio il colore e la luce - molto più che parole, disegno o composizione - hanno anche a livello narrativo. 
 

Un bambino, anche nel silenzio delle parole, sarebbe in grado di leggere la luce e sentire il suono dello scorrere delle stagioni, il passaggio dall'ombra attutita di un sottobosco, alla luce piena di un prato illuminato dal sole e brulicante di piccoli suoni emessi dalla miriade di animaletti che ronzano. Nei toni caldi del marrone coglie invece l'autunno e nei toni freddi dell'azzurro e del grigio percepisce le intemperie in arrivo: il suono della pioggia, il soffio del vento teso e infine la neve che porta il silenzio, attutendo i suoni e le forme, coprendo entrambi. 
 

In questo senso, i libri di Britta Teckentrup possono essere considerati, nella maggioranza dei casi, come esperienze estetiche dello sguardo: una sorta di percorso verso il riconoscimento e apprezzamento della bellezza.
Il suo metodo compositivo, non dissimile da quello che ha utilizzato Eric Carle anche se con risultati ben diversi già negli anni Sessanta, si basa sulla realizzazione di veri e propri pattern di colore, quindi ritagliati e ricomposti, e qui sta la differenza con Carle, per poi essere rielaborati al computer. Circostanza che le permette di sovrapporli, una volta passati allo scanner e rielaborati, su un unico livello in modo da ottenere quel particolare affetto 'nebbioso' che rappresenta una sorta di sua firma.
Si riconferma la sua predilezione per la creazione di scenari in ombra, ombra che qui più che altrove vediamo in dialogo con il suo opposto, la luce.
 

Entrambe protagoniste assolute, questa volta dichiaratamente, anche nella costruzione narrativa.
Dei colori 'emotivi' la prima cosa che l'occhio percepisce è la sagoma e, solo in un secondo momento, l'occhio va a indagare il dettaglio che è sempre molto puntuale: le farfalle.
E in un terzo momento ascolta le parole che raccontano di un ciclo naturale e nel contempo di una difficoltà superata, grazie a una squadra di supporto.
E a proposito di questo, accanto all'indubitabile valore estetico che ti colpisce all'istante, forse val la pena fermarsi a guardare anche il senso ultimo di questo racconto. La tenacia per uscire dall'ombra e trovare il proprio posto al sole è una questione, ma il farlo in ritardo, con un ritmo diverso da quello comune è una questione ulteriore da mettere in circolo. Ma ancora, per farlo occorre l'impegno e il sostegno di tanti. Diventare grandi è un percorso personale sul quale però ha importanza anche il contributo degli altri. E dimostrare riconoscenza per questo è ancora un tema. 
 

E ultima ma non ultima forse è possibile fare anche una riflessione su come la Natura abbia leggi severe, ma nel contempo abbia in sé una potenza enorme che è all'origine della vita (vita che se è anche protetta con cura diventa più facile) e alla sua lotta per morire quando è il tempo giusto per farlo.
 
Carla

 

mercoledì 21 aprile 2021

FAMMI UNA DOMANDA!

IMPERATIVI CATEGORICI


Alba Sala, in arte Maestra Alba, è un’insegnante di scuola primaria che negli ultimi anni si è dedicata in particolare all’insegnamento della filosofia; da questa esperienza è nata la collana Piccoli Filosofi, pubblicata dall’editore Sonda.
E’ stato da poco pubblicato il terzo volumetto, dedicato a ‘Quel criticone di Kant’, con le stesse caratteristiche dei precedenti: un testo molto snello, intercalato da giochi e attività che prendono spunto dal testo, il font ad alta leggibilità, un linguaggio molto semplice, adatto a lettrici e lettori fra la quarta e la quinta elementare. C’è, ovviamente un largo spazio preso dalle illustrazioni, a cura di Valeria De Caterini, che esplicitano alcune parti del testo o propongono i giochi ad esso collegati.
Buona parte del testo è occupato, come è comprensibile, dalla biografia del filosofo tedesco, anche se in poche pagine l’autrice riesce a dar conto per sommi capi del suo pensiero e, cosa ancor più importante, riesce a renderne la modernità.
Quando si sceglie la strada di raccontare la storia del pensiero, o la storia dell’arte, attraverso le singole personalità, inevitabilmente si sconta il fatto di non poter fare troppi riferimenti al contesto, ai dibattiti presenti in quel momento, alle idee in conflitto fra loro. Ne viene fuori una fotografia, una sorta di fermo-immagine che ritrae il filosofo nella sua originalità, ma non nelle sue connessioni con altri filosofi e, soprattutto, con i dibattiti scientifici dell’epoca.
La descrizione che la Maestra Alba propone di Kant, nell’essere divertente e piena di curiosità, racconta bene un’epoca, uno stile di vita, racconta con ironia l’infanzia, gli studi, la vita familiare, le piccole manie e le ossessioni.
Se la parte più strettamente teorica non può che risultare un po’ ostica, nonostante tutte le semplificazioni del caso, mi sembra decisamente più riuscita la spiegazione del legame che c’è fra la filosofia kantiana e la Rivoluzione Francese, con quei principi di diritti universali e di sovranità popolare che ancora sono alla base delle democrazie occidentali.
Lo sforzo di raccontare ai bambini e alle bambine il pensiero filosofico è encomiabile, soprattutto nel renderlo fruibile anche dagli alunni delle elementari. Resto tuttavia perplessa dall’uso così esteso delle biografie per introdurre concetti e ragionamenti che, avulsi dal contesto in cui sono nati, possono risultare astratti.
Quali sono le domande che sostengono le opere di Kant, qui accennate sono soprattutto la ‘Critica della Ragion pura’, ‘La Critica della Ragion Pratica’ e la ‘Critica del giudizio’? Soprattutto quali risposte parevano insufficienti al loro autore? Perché è così importante la scienza newtoniana?
Non si può capire Kant se non si conosce almeno un po’ quella che viene chiamata Rivoluzione Scientifica, che da Copernico arriva ai giorni nostri e che ha radicalmente trasformato il nostro modo di vedere il mondo e il nostro posto in esso.
Si può raccontare tutto questo ai bambini? Penso proprio di sì, con la dovuta sintesi e il necessario linguaggio, proprio per stimolare quella propensione alle domande che per fortuna abbonda nella testa di bambine e bambini.
In conclusione, vedo questa collana più come valido ausilio didattico, in un contesto narrativo più ampio, che come strumento di lettura autonoma. Ne consiglio l’uso, quindi, a maestre e maestri coraggiosi che non temano di confrontarsi con i quesiti filosofici.
 
Eleonora
 
“Quel criticone di Kant”, Maestra Alba, Sonda 2021




lunedì 19 aprile 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

REFOLO A TRIESTE
 
Un pinguino a Trieste, Chiara Carminati
Bompiani 2021


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni)
 
"L'Europa è salpata. Mi sono sentito tremare lo stomaco, ma questa volta non per colpa del mal di mare. Stranamente la mia anguilla sembrava addormentata, forse proprio perché, grazie alla sua stazza, la nave era molto più stabile rispetto alle piccole barche dei pescatori. Ma intuivo che con la nave salpava anche la mia vita, verso una destinazione sconosciuta. Per la prima volta avevo preso una decisione tutta mia."
 
È il 1953, è marzo. Refolo, all'anagrafe Nicolò D'Este di quindici anni, si è appena imbarcato come piccolo di camera sulla grande motonave Europa, diretta a Città del Capo. Nonostante il fatto che soffra il mal di mare, quel ragazzino ha un motivo improrogabile per imbarcarsi. Quel motivo lo ha appena fatto scappare di casa, quella dove abita con lo zio - che lo ha accolto l'anno prima, in fuga da Lussino dove era nato e dove viveva con i nonni - e Irma, una giovane sarta, che affitta una cameretta sopra l'osteria dello zio.
Sebbene con lo zio Franco e con Irma, Nicolò nella sua nuova vita triestina, abbia ricostruito una parvenza di piccolo nucleo di affetti, tuttavia non ha smesso di credere che suo padre, mai tornato dalla sua prigionia in Africa, sia vivo da qualche parte. Complice un vecchio ritaglio di giornale riemerso da una scatola rossa nascosta dietro l'armadio dello zio, Nicolò adesso ha la certezza che suo padre sia tra i pochissimi superstiti del Nova Scotia, affondato nel 1942 da un sommergibile tedesco davanti alla costa di Durban, in Sudafrica.
Suo padre è vivo e lui parte per cercarlo.
Questa è la storia del viaggio di Nicolò imbarcato come tuttofare su una nave che fa la spola tra Trieste e Città del Capo, ma è anche quella della passeggera Susanna, una ragazzina dai grandi occhi verdi, ma è anche la storia del passeggero Marco, giovane pinguino clandestino.


Quando ci sono belle storie 'friulane', la cosa migliore che si può fare è sperare che Chiara Carminati le trovi e le racconti. 
Non si può dimenticare Fuori fuoco del 2014, in cui scriveva della prima guerra mondiale attraverso lo sguardo delle donne rimaste a casa ad aspettare. Quella era una storia tutta di 'terra'.
Questa invece è una storia tutta di 'acqua'.
Trieste negli anni Cinquanta è lo scenario, ma la storia parte dall'isola contesa di Lussino dove una coppia di vecchi, con l'arrivo dei titini, affida il nipote - orfano di madre - a una delle tante famiglie di italiani che tentano la fuga in barca. I nonni vogliono che arrivi sano a salvo a Trieste dove ad aspettarlo c'è lo zio Franco, oste dal grande e malandato cuore, che lo accoglie come un figlio.
Questo è l'innesco, basato su una precisa circostanza storica, per un racconto di invenzione che si costruisce in un intreccio complesso di molti altri frammenti di vita vissuta, ovvero di storie vere.
Di almeno tre, Lussino a parte, ne esiste ampia documentazione.
La grande nave Europa, del Loyd Triestino, che dal 1951 faceva servizio celere verso Città del Capo, una volta al mese, in tandem con la sua corrispondente, Africa.
La nave inglese Nova Scotia che il 28 novembre 1942 mentre trasportava prigionieri di guerra, fu affondata da un sottomarino tedesco. E dei suoi pochi superstiti.
Il pinguino Marco 'rapito' per gioco da giovani membri dell'equipaggio dell'Europa e poi, preso in carico dal nostromo Barrera che se ne prese cura per poi affidarlo felicemente all'Acquario della città di Trieste dove visse, atteggiandosi spesso come un umano (applauso per l'allusiva copertina), fino al 1985.
Come molte delle cose triestine, anche questa storia è attraversata da un vento, ovvero si caratterizza per i continui cambiamenti di scenario, come di solito succede quando a soffiare è un vento bello teso. Si parte dalla piccola Lussino occupata dai soldati di Tito, poi si passa alla Trieste neutrale piena di soldati americani, poi si salpa verso il Sud Africa e si attraversa il Mediterraneo, poi si arriva nei quartieri multietnici di Città del Capo. E con la stessa naturalezza, veniamo condotti tra la gente semplice che bazzica le osterie e le pescherie di Trieste, ma anche tra le persone ricche che passano l'Equatore in una cabina di prima classe in un viaggio di piacere, con l'unico obiettivo di alloggiare nei grandi alberghi delle metropoli sudafricane e lì visitare caffè alla moda.
Non tutti sarebbero stati capaci di costruire con la necessaria chiarezza e naturalezza una storia così articolata. Non tutti sarebbero stati capaci di non farci perdere l'orientamento sulla mappa. Non tutti sarebbero stati capaci di tenere i lettori per metà libro sulle spine seguendo il viaggio di andata di un ragazzino, e per l'altra metà altrettanto in trepidazione per il viaggio di ritorno di un pinguino. Non tutti sarebbero stati capaci di costruire una vera famiglia con uno zio, un nipote orfano e una giovane e bella pensionante. Non tutti sarebbero stati capaci di scrivere le venti pagine centrali del libro - di cui nulla va detto qui - con tanta potenza emotiva e nel contempo con tanta coerenza narrativa. Non tutti sarebbero stati capaci di riempire il racconto, a ogni possibile occasione di vere e proprie visioni: a partire da cose come per esempio
"i suoi occhi mi correvano sul viso come mosche confuse".
Oppure
"I suoi capelli avevano un colore che sembrava un sapore,
come fossero fatti di cannella"
Non tutti sarebbero stati capaci di regalare al lettore dei piccoli 'camei' di prosa poetica, a partire dal contenuto del tascapane - di cui nulla va detto qui - di quel ragazzino. Non tutti sarebbero stati capaci di utilizzare di nuovo in un libro la parola refolo, che è bellissima.
Non tutti, ma lei sì.
 
Carla


venerdì 16 aprile 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ANCORA SUL PRIMA E SUL DOPO


Dopo l’eccellente rappresentazione del tempo data da Anne-Margot Ramstein e Matthias Aregui in ‘Prima Dopo’, lo stesso editore, L’Ippocampo, propone un illustrato di Bernadette Gervais: ‘In 4 tempi’.
Qui, infatti, la sequenza temporale è scandita dai quattro riquadri che riempiono la pagina di destra, mentre in quella di sinistra il ritmo è esplicitato dai quattro punti in cui si sviluppa l’azione.
In questo modo 1. un bocciolo 2. si schiude, 3. cadono i sepali e 4. il papavero sboccia.
 

Fosse tutto così, sarebbe probabilmente un lavoro apprezzabile soprattutto dal punto di vista formale. In realtà l’autrice si diverte, e molto, a costruire delle piccole storie: un’anatra che passa da sola, poi, nella sequenza successiva, passa insieme ad un’altra e infine, nella terza sequenza, i due passano seguiti dagli anatroccoli.
Altre volte, le tavole collegate fra loro, con lo stesso soggetto, che non sono mai collocate consecutivamente, ripetono un’azione che appare sempre uguale: la chiocciola che parte e poi passa, sempre lentissimamente.
 

Talvolta viene descritta, sempre in quattro tempi, un’azione velocissima: la lepre che corre o il riccio che, spaventato, si appallottola; altre volte si seguono i cambiamenti indotti dal passare del tempo: la fioritura di un bocciolo o una pera che prima matura e poi marcisce.
Ma tutte queste sequenze sono comunque espressione del passare del tempo, un tempo lineare, talvolta accelerato, altre volte rallentato dall’azione di soggetti lentissimi. Un tempo ritmato e razionalizzato nella scansione in quattro parti, comunque orientato dal passato al presente.
Il lettore e la lettrice più piccoli si divertiranno un mondo a ricostruire le storie, così come le ha pensate l’autrice : quanto tempo, o meglio quante pagine impiega la lumaca per arrivare da un lato all’altro del foglio? E il gatto ad andare e tornare?
 

Ma credo ci si possa divertire moltissimo anche a inventarsele le storie, su questo schema ritmico e semplice.
Meno astratto di ‘Prima Dopo’, questo è un albo godibilissimo a tutte le età: formalmente ineccepibile, coi rigorosi fondi neri della pagina a sinistra e con la geometrica leggibilità delle immagini di destra; la scansione in quattro tempi invita alla ricerca della differenza del dettaglio, qualche volta macroscopico, altre volte no, che denota il passaggio di stato. I più piccoli potranno interpretare al meglio l’aspetto giocoso, i più grandi potranno perdersi in intriganti riflessioni sul tempo, sulla sua soggettività e sullo scorrere ineluttabile dal prima al dopo. Sul tempo si potrebbero dire molte altre cose e lo si potrebbe descrivere in modi diversi, per esempio supponendone la ciclicità; ma questo mi sembra un ottimo, razionalissimo, inizio.
Lettura consigliata a lettrici e lettori dai cinque anni in poi.
 
Eleonora
 
“In 4 tempi”, B. Gervais, L’Ippocampo edizioni 2021



mercoledì 14 aprile 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMARE IL MARE
 
Il fato di Fausto. Una favola dipinta, Oliver Jeffers
Zoolibri 2021


ILLUSTRATI
 
"C'era una volta un uomo convinto di possedere ogni cosa e per questo deciso a fare la conta dei suoi averi.
'Tu sei mio', disse Fausto al fiore. 'Sì,' disse il fiore, 'Io sono tuo'.
Contento, Fausto andò oltre.
'Tu sei mia' disse alla pecora. 'Sì,' disse la pecora, 'Credo di sì'.
Sentendosi soddisfatto, Fausto andò oltre."

Incontrò un albero a cui dichiarò ancora una volta 'tu sei mio' e l'albero inchinò i suoi rami in segno di sottomissione. Poi si considerò proprietario di un campo, di una foresta e di un lago. E persino di una montagna che, da parte sua, tentò di opporsi, ma quando vide la rabbia e i pugni stretti di Fausto, cedette anche lei. A questo punto il potere di Fausto era ai suoi stessi occhi enorme, tanto da fargli pensare che anche il mare dovesse sottomettersi al suo dominio. Ma il mare tacque e, solo dopo molti strepiti di Fausto, rispose con la calma propria di un mare calmo che senza amore e comprensione non si possiede nulla. Fausto cercò di sostenere, mentendo, che il suo amore e la sua comprensione per il mare erano enormi, ma non smise di pestare i piedi o di stringere i pugni. Ma è davvero possibile pestare i piedi sulla superficie dell'acqua?


Oliver Jeffers in una delle sue maggiori eccellenze.
Su una fitta rete di riferimenti costruisce una storia che assume all'istante il carattere archetipico della favola e inizia come una fiaba. La favola d'altronde ha il merito, nonché il compito, di parlare una lingua universale e di farlo con poche ma esatte parole. Non sono forse questi alcuni degli elementi utili, ovvero necessari, per creare un albo illustrato? Brevità, chiarezza e senso?
E questo è un fatto.
 

I riferimenti, che i lettori più piccoli non hanno neanche bisogno di cogliere, sono invece fondamentali per tutti coloro che apprezzano e studiano questo autore, riconoscendogli un talento fuori dal comune e un pensiero di spessore.
Il primo riferimento spunta già nel titolo: quel Fausto non sembra lì a caso, ma parrebbe un riferimento a un Fausto altrettanto letterario che, come questo, ha dimostrato di non aver saputo porre limite alla propria bramosia.
Il secondo riferimento - decisamente il più importante - è nella dedica iniziale cui fa da specchio il breve racconto, una poesia in verità, di Kurt Vonnegut scritta un paio d'anni prima di morire e dedicata alla memoria di Joe Heller e alla sua saggezza nel definire la vera ricchezza e, in qualche modo, la felicità che ne deriva.
Il terzo riferimento, meno lampante ma altrettanto forte, è in quell'albero e in ricorda tanto l'albero di Silverstein, il giving tree, anche quello, come quello di Jeffers inchinato alla volontà dell'uomo, fino all'atto di annientarsi del tutto, per amore. Il fiore, rosa, e la pecora scettica richiamano inevitabilmente la rosa e la pecora conosciute nei discorsi del Piccolo Principe, anche in quel caso si stava parlando d'amore. Saint-Exupéry, come anche la tradizione fiabesca russa o dei Grimm, peraltro, sembra attraversare l'intera questione che pone il libro, a proposito di non riuscire a mettere freno al desiderio di possedere qualsiasi cosa (il re che vuole il sole e l'uomo d'affari che pretende le stelle o la moglie del pescatore con il pesciolino d'oro).
Tutto questo attraversare grandi storie scritte da altri ha il merito di rendere ancora più archetipico e profondo l'apologo di Jeffers.
La questione che il libro solleva è, a dir poco, enorme. Eppure con la semplicità cui ci ha abituato, anche in questo caso, attraverso poche ma precise e adatte parole, Jeffers ci porta in cima. Ognuno avrà modo di vedere lontano.
"Il mare fu triste per lui, ma continuò a essere mare."
E il fiore, a essere fiore.
 
 
Non si può non notare che il valore di ammonimento morale che lo stesso Jeffers vuole imprimere all'intero racconto è costruito in modo del tutto originale. Il fatto che a me pare straordinario è che lo raggiunga attraverso una serie di soluzioni che non sono speculative, ma, al contrario, soprattutto formali: per esempio il vuoto in cui fa muovere Fausto, l'evidenza e la potenza dell'esiguo testo, che sembra scritto 'a mano' a grandi lettere, anch'esso con quelle imperfezioni tipiche della stampa litografica. Sembra davvero inciso nella pietra. E lascio dedurre agli altri il senso di questa scelta. 
 

A questo si aggiunge una scansione delle pagine che è un fuoco d'artificio di invenzione, un vero jonglage fatto con i pieni e vuoti che si alternano sui fogli: pagine bianche a simboleggiare la pesantezza del silenzio e dello sconcerto e pagine piene di blu del mare a simboleggiare la distensione e la sicurezza di chi sa di possedere la vera forza; giri di pagina sfruttati al massimo, per creare la giusta attesa del lettore che ascolta e vede; un disegno che è nel contempo simbolo e concretezza: laddove vediamo una rosa, una montagna e un lago messi in sequenza verticale, al centro del foglio oppure una gamba residua di Fausto che esce di pagina, nell'atto di abbandonare la scena, oppure, poco più di un dito inquisitore che spunta da destra a intimidire la pecora a sinistra. E come se già questo non fosse sufficiente, Jeffers dà il meglio di sé nell'espressività potentissima del viso e dei gesti del collerico e insaziabile Fausto: piccoli scarti delle gambe, pugni all'aria, occhi fuori dalle orbite. Un vero catalogo che ogni illustratore dovrebbe studiare come uno studente di medicina in una lezione di anatomia all'università.
 

Un ulteriore contributo alla potenza del messaggio che esso contiene lo dà il colore. In questo la serigrafia ha fatto la sua parte. Grossomodo per metà del libro sono solo il marrone e il rosa a dominare la pagina. Poi, in corrispondenza della svolta che prende la storia, si contaminano con gli altri due colori che predominano nella seconda parte: i due primari, il giallo e il blu.
 
Che a questo libro Jeffers ci abbia tenuto in modo particolare, lo testimonia il processo creativo. A parte i risguardi marmorizzati di Jemma Lewis, tutte le tavole sono state realizzate con la tecnica della litografia tradizionale, nella stamperia parigina di Idem Press che ha sede a Montparnasse e dove, per i cultori, sono acquistabili a 600 euro l'una.


Carla