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lunedì 28 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SUPERIORE 

Cavalca la tigre, Davide Calì, Guridi 
Kite edizioni, 2024 


ILLUSTRATI
 
 "C’è un grande campo. Pieno di gente. 
A un certo punto una gran voce dice: 
Ora scegliete: a piedi o a cavallo? 
Alcuni scelgono a piedi. Altri a cavallo. 
Solo un tizio sceglie: cavalcare la tigre!" 

La cosa che succede dopo è che chi aveva scelto di andare a cavallo viene tritato, con tutto il cavallo. Era la scelta sbagliata. Quelli che avevano preferito andare a piedi si salvano. 
La grande voce torna a tuonare su un'altra scelta da fare: tra il giallo e il nero. 


Coloro che hanno scelto il giallo si arricchiscono, mentre gli altri restano poveri. 
E il tizio che cavalca la tigre è sempre lì che la cavalca. 
I bivi di fronte a cui la voce mette i suoi ascoltatori sono sempre più drammatici. Questa volta dal suo schermo scuro tuona la seguente possibilità verso cui propendere: uccidere o essere uccisi. 
In entrambi i casi la scelta è al limite della sopportabilità. Ma anche in questo caso bisogna prendere una delle due strade e così accade che chi ha scelto di uccidere ucciderà coloro che hanno scelto di essere uccisi. E per questo un po' si dispiacerà. 
A questo punto, quelli che hanno ancora le mani sporche di sangue si interrogano sull'uomo che cavalca la tigre: lui è ancora là. 
Come mai? 

La percezione di aver detto: accidenti che libro! è ancora molto chiara, a distanza di più di sei mesi dalla prima volta che l'ho letto. 


Ha la potenza di una freccia che sibila nell'aria, per un niente, il tempo di leggere il pochissimo testo, e poi si infila nel corpo solido del lettore, chiunque egli sia, e non si toglie più. 
Credo che la sua forza stia proprio nella questione che pone e nell'essere privo di ogni orpello superfluo. 
Se vuoi fendere l'aria e arrivare devi essere dritto e leggero. 
Partiamo dal testo, perché viene da pensare che sia quella la cellula originaria, su cui poi Guridi ha lavorato. Magnifico, come sempre. 
Se contate, il testo si dispone su venticinque righe in totale. A contarle, le battute sono meno di mille. Ha la forma e l'impatto di una poesia, anche a guardarla così. 
Ci sono pochi aggettivi, lo stretto necessario. Così come sono pochi i colori. Il nero e l'arancio e il giallo, necessariamente. E l'ocra per il tritacarne. Il tritacarne deve essere enorme, la voce deve essere grande, ricchissimi contro poveri... E poco altro.
 

Eppure è gigantesco...
Un'unica fuga in direzione di un giudizio da parte della voce fuori campo, a proposito dell'uccidere e dell'essere uccisi. 
Altrettanto indefiniti, dai contorni incerti, sono i personaggi: un tizio, quello della tigre. E poi da una parte gli uni e dall'altra parte gli altri. Tanta indefinitezza delle parole significa tanto spazio per il lettore e tanto sfumato per le pennellate di Guridi. Nessun primo piano, solo corpi descritti con pochi segni. L'unica precisione, esatta al millimetro, sono le loro posture. Studiate come se fossero coreagrafie di corpi che debbono agire su un palcoscenico. Come se fossero a teatro. Tavola dopo tavola, scenario dopo scenario, quello che l'occhio coglie è il gesto di quello che il testo dice. 


A teatro, almeno in quello che prevede un palcoscenico, la gestualità è tutto. E qui sembra essere lo stesso. Nel teatro a quella distanza è necessario far arrivare il senso di un movimento, attraverso il grande gesto, non esagerato, non parodia di se stesso, ma piuttosto pura amplificazione. E Guridi non perde occasione di studiarlo in questa prospettiva e di inserirlo nel perimetro della pagina. Le poche e vaghe parole di Calì glielo permettono. 
Gli uni e gli altri sembrano davvero usare lo spazio sulla pagina come uno spazio scenico, come ballerini sulle assi di un palco. Che marciano, che si pongono schiena contro schiena, come duellanti. Che escono di scena, piangendo. 
E poi c'è la grande voce che Guridi decide abbia quella forma, così allusiva... 
E poi c'è sempre il tizio che cavalca la tigre. Lui e lei sono corpi armonici, sebbene diversi per misura e colore; risultano così vicini da essere l'uno l'estensione dell'altra. 
Dove finisce la prima comincia il secondo. Uno nero e una arancio. 
Più di ogni altra immagine tigre e tizio sono di fatto un unico oggetto scenico e rappresentano, anche nel testo, l'icona di un'unica cosa... 
Il senso di tutto il discorso non sarò io a dirvelo.
 

In tutt'altro contesto, era capitato di notare quanto Davide Calì fosse stato bravo nel tacere, per dare agio a chi disegna si infilarsi nel racconto attraverso l'immagine. Qui, non solo accade di nuovo, ma addirittura questa materia letteraria è talmente ridotta da diventare spazio puro in cui poter agire. 
Uno spazio interpretabile secondo letture diverse, immagini diverse, percorsi interpretativi diversi. 
Poi tutto si coagula: tutti i singoli e volanti fili narrativi vengono raccolti in una stretta finale che diventa quella, e nessun'altra. Come in un pugno chiuso, un unico finale. 
Non conosco tutto quello che Calì ha scritto, e Guridi disegnato, ma è un fatto che entrambi sappiano essere molte cose diverse, da autori. 
Però ci sono alcuni loro libri che sono proprio diversi. Superiori. 
Cavalcare la tigre è uno di questi. 

Carla

lunedì 23 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SGRANARE GLI OCCHI

Ö
, Guridi 
Kite edizioni 2024 


ILLUSTRATI  

"Per i miei figli, 
i figli dei miei figli 
e tutti quelli che verranno... 
Non c’è un pianeta B." 

Guridi 

Queste sono le uniche parole di un libro senza parole. 
Fa eccezione questa dedica, appunto, e la breve frase della quarta di copertina. Neanche il titolo è una parola vera e propria: è un segno grafico che, se capito a dovere, non è quello che sembra, ovvero non è (solo) una o con la dieresi... 
In bianco e nero, a parte la palina segna neve - bianca e rossa - e un sacchetto di plastica giallognolo abbandonato e pieno di scarti di un picnic. Forse. 
Il resto è neve e un orso che ci passeggia dentro e fa cose in un inverno senza ibernazione per lui. Si dirige verso le rocce. Annusa e scruta un ramo su cui c'è una spruzzata di neve, scuote l'albero perché la neve gli cada addosso. 
Gioca a far il cervo. 
Fa le nuvole col fiato. 
Si specchia nell'acqua. E più in là vede il ghiaccio incrinato. 
Si sdraia e fa il gioco dell'angelo nella neve... e poi raccoglie il sacchetto abbandonato per buttarlo nell'apposito cestino. 


Quindi si dirige verso la sua caverna invernale. Ma... 

Guridi è una fortuna che esista e che faccia così il mestiere che fa. 
I suoi libri italiani non sono poi moltissimi, lui ne ha pubblicati una sessantina, tuttavia non ce n'è neanche uno che non lasci una traccia forte dopo il suo passaggio editoriale. 
Quando lavora in solitario si percepisce con ancora più chiarezza la potenza del suo disegno. 
E nel silenzio e da solo come qui, ovviamente, dà il meglio, ovvero può essere Guridi fin nel midollo. 
Per esempio, da grafico, lui sa bene che il silenzio gli permette di essere ambiguo, quel tanto necessario perché il lettore si trovi spaesato, si guardi intorno, si interroghi, si attivi e cerchi punti di riferimento per ancorarsi e capire quel che c'è da capire. 


Quello che Guridi vuole succeda è che il lettore nel silenzio di parole-guida - che se ci fossero privilegerebbero un senso e uno solo - da solo debba trovarsi una strada, e fino alla fine non sappia mai se ha imboccato il sentiero giusto. Ammesso che ce ne sia uno solo. 
Il gioco che Guridi mette in atto è quello di "parlare" figura dopo figura con la dovuta lentezza perché il lettore abbia il tempo di percorrere a ritroso la strada fatta fin lì e confermare a sé stesso di non essersi sbagliato. 
L'esempio del titolo è dirimente: lo si capisce solo a libro letto. E solo a quel punto che si smette di vedere la O con la dieresi. Guridi qui si è preso tutto lo spazio necessario: bravo! 
Neanche la quarta di copertina viene in aiuto con una freccia di segnalazione - per di qua o per di là - è mistero puro. Dalla parte del lettore c'è solo quella dedica di cuore. Che non è poco. 
Se si procede nella lettura si incontra la palina nella neve, primo elemento a colori a comparire con lo scopo di accendere i sensori... 
Non è lì a caso. Perché? 
Silenzio. Pausa. La pagina gira. 
La nostra testa attenta ha comunque registrato l'informazione , ovverosia l'incertezza resta, ma quando si segue l'orso nel suo incedere lo si osserva con uno sguardo lievemente più consapevole. 


L'orso si ferma davanti a un ramo e guarda verso l'alto. Perché? 
Silenzio. Pausa. La pagina gira. 
Scrolla il tronco e si fa cadere addosso la neve che si è posata sui rami. 
La palina segna neve, l'orso che si fa la doccia con la neve scossa... L'orso poi si traveste da cervo... 
E pensare che credevo di procedere nella giusta direzione... Si va da un'altra parte? O serve solo a dare un cuore pulsante a quell'orso insonne?
E' uno dei molti gesti espressivi di quella silhouette nera. Che si impara a conoscere. Inevitabile l'empatia.


Insomma la lettura è un incedere cadenzato tra molte domande e ancora più numerose possibili risposte. Si procede con circospezione e sempre maggiore affezione. 
Si tiene conto di tutto, e bisogna essere disponibili anche a tornare indietro e ritrattare. 


La cosa che va fatta è osservare. Esattamente come fa l'orso. 
Poi bisogna partecipare. Esattamente come fa l'orso. 
E solo alla fine, sgranare gli occhi. Esattamente come fa l'orso. 
Per questo motivo forse val la pena fermarsi qui per non mettere parole dove Guridi non vuole ce ne siano. 
Però una cosa va assolutamente detta: l'editore francese, Cot Cot Cot, l'editore coreano, Namumalmi, l'editore italiano, Kite, e modestamente Lettura candita, hanno annotato lungo il cammino dettagli diversi e quindi hanno deciso di prendere sentieri distinti per arrivare sulla vetta di questo gran libro. 
Sgranare gli occhi per credere! 

Carla
 
Noterella al margine."No quiero que mis imágenes hablen por mi, sólo que acompañen mis pensamientos, mis palabras, para dejar que los demás encuentren los suyos". Guridi

venerdì 10 maggio 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

POTERE DEL POPOLO


Nel suo articolato percorso di divulgatore, Philip Bunting ha inserito un tema per così dire ‘politico’: il nuovo libro pubblicato da Caissa Italia, con la traduzione di Elena Montemaggi, si intitola appunto ‘Democrazia!’.
Il metodo espositivo di Bunting è assai consolidato: il tema viene trattato in modo sintetico, e qui davvero è un’impresa!, e anche pratico, cercando di indicare a lettrici e lettori le modalità con cui esprimere la propria opinione.
Si parte, necessariamente, dalla democrazia ateniese per poi mostrare sia i sistemi di governo alternativi, dalla monarchia ai regimi totalitari, sia le ricadute positive che il sistema democratico comporta: il rispetto dei diritti, pace, sicurezza, libertà.
Qui è necessario un appunto: non si può parlare di democrazia senza parlare del potere e del popolo: i diritti che un sistema democratico riconosce non sono stabiliti una volta per tutte e il ‘popolo’ può comprendere o escludere componenti essenziali della società: le donne, le minoranze linguistiche e via discorrendo. Anche quando si dice che la democrazia riconosce uguali diritti, pensando alle democrazie contemporanee, si resta un po’ basiti: davvero c’è chi pensa che possano esserci uguali livelli di partecipazione a prescindere degli stridenti conflitti di classe? Chi è povero è veramente libero? Per non parlare della pace, che, ahimè, trova scarsa ospitalità sotto qualsiasi regime.
Insomma, non si può fare un libro sul tema politico per eccellenza, ignorando volutamente la storia del ‘900. E non si tratta di questioni poi così complesse: chi non ha pane difficilmente sarà libero di scegliere chi lo rappresenterà in Parlamento.
L’autore, naturalmente, richiama le imperfezioni dei sistemi politici contemporanei e sottolinea, giustamente, quanto la democrazia non sia un’acquisizione data una volta per tutte e che , quindi, vada salvaguardata costantemente.
Molto interessante, direi, la parte del libro che invita lettrici e lettori a farsi attivi sostenitori delle proprie idee: l’autore insegna come fare un cartello di protesta, scrivere un testo appropriato e comprensibile, connettersi con altri che la pensano nello stesso modo. Tutto all’insegna del rispetto e dell’ascolto delle altrui ragioni.
Peccato che poi le stanche democrazie occidentali facciano molta fatica ad ascoltare proteste e proposte che vengono dal mondo giovanile: la stessa cronaca di questi anni e dei giorni più recenti dimostra la vitalità del mondo giovanile e l’ottusità delle istituzioni e, direi, della pubblica opinione.
Ma questo forse è meglio non dirlo a chi si sta appena affacciando a questi temi, così importanti.
Sarebbe bello che di questo libro si discutesse nelle classi, a partire dalla terza, quarta elementare, come primo esercizio proprio di democrazia.
Consiglio, quindi, la lettura a bambine e bambini battaglieri, ma anche a genitori e insegnanti coraggiosi che abbiano voglia di affrontare questioni complesse come questa.

Eleonora

“Democrazia!”, P. Bunting, trad. E. Montemaggi, Caissa Italia 2024



venerdì 19 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

COSI' DOVREBBE ESSERE 

Streghetta Nocciola. Un anno nella foresta, Phoebe Wahl 
(trad. Libreria Radice Labirinto) 
Il Castoro 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Un pomeriggio, mentre Streghetta Nocciola stava tornando a casa, trovò qualcosa di insolito. Un uovo abbandonato! pensò la piccola strega. 
Aspettò un po' per vedere se qualcuno sarebbe venuto a reclamarlo. Poi, decise di far rotolare l'uovo fino a casa sua. 
Dopo averlo osservato, ascoltato e avergli dato qualche colpetto, Streghetta Nocciola costruì un nido per l'uovo vicino al fuoco e andò a letto." 

Al risveglio l'uovo si era rotto e ne era uscito un pulcino. Un pulcino di gufo che aveva anche già un nome. Come capita a quasi tutti i piccoli, diventò grande in men che non si dica. Addirittura troppo per la piccola casa di Nocciola. Il gufo quindi andò a vivere all'esterno, sul tetto. E lì cominciò a fare le sue prime prove di volo e planata. Finché una notte, ormai sicuro di sé, portò anche Nocciola a farsi un bel giro. 
Di lì a poco, in un'altra bella notte buia un altro gufo si affacciò e si mise ad aspettarlo ai margini della foresta. Partirono insieme e quando, il mattino dopo, la piccola Nocciola gli portò la colazione come al solito, lui non si presentò. Lei capì, lanciò un bacio verso il cielo e pensò che sarebbe stato bello un giorno rincontrarsi. 


Con l'arrivo del bel caldo estivo nel bosco Nocciola è combattuta tra il dovere e l'ozio, mentre l'autunno porta scompiglio e paura diffusa nel bosco, ma anche un interessante nuovo incontro mentre l'inverno la vede sempre in giro per essere d'aiuto agli altri abitanti, ma quando una tormenta di neve le cancella la strada verso casa è lei ad avere bisogno di qualcuno. Che arriva dal cielo e così il cerchio si chiude.

Quattro storie che hanno per protagonista questa minuscola e rotondetta piccola strega, molto simile a una nocciola, effettivamente. 
Questo libro è pieno di bellezze, davvero tante. 
Si può provare a snocciolarne alcune. 
La più evidente è la tantezza o tantitudine, ossia c'è proprio tanta ma tanta roba dentro. Così tanta che il formato del libro, già bello grande, fatica a contenerla tutta: persino i risguardi sono fitti di cose da vedere, di informazioni da raccogliere: una mappa per orientarsi. 
Il disegno è tanto: grandi e pieni di dettagli. 


I colori sono traboccanti. Belli, pastosi, suggestivi. I cieli notturni sono pieni di scuro, e le giornate estive sono piene di chiaro. Le notti e i cieli all'imbrunire sono velati di blu. La nevicata notturna che si fa tormenta può definirsi esemplare. 
Tantissimi sono anche i dettagli che movimentano le tavole: gli interni delle case che Nocciola visita nel suo consueto giro di compiti da svolgere sono una continua scoperta per gli occhi. 
I personaggi sono innumerevoli. Brulicano, ognuno a suo modo, ognuno con le proprie attività, nel tessuto di un bosco, di un ruscello, di un lago. Conigli appena nati alla pesa, topi che navigano, rane che timonano e nell'aria volano libellule e creature fantastiche. Ciascuno ha una sua caratteristica peculiare che lo rende riconoscibile. Il piccolo troll su tutti. 
Tanta è anche lei, Nocciola, felicemente e orgogliosamente rotonda: nelle mezze stagioni con i pantaloni a righe e con il suo maglione invernale con le greche, quando fa caldo con la sua camicetta a maniche corte e una salopette verde che può essere arrotolata alla bisogna. 


Camicia da notte di altri tempi, grembiule per casa, votata a non sottomettersi alla tortura della depilazione (lì ho trovato la conferma al sospetto che Phoebe Wahl era una che aveva un bel po' da dire e soprattutto che aveva un bel modo per dirlo), Nocciola è sempre lì a fare cose e le sue guance rubizze e le sue trecce mai perfette lo attestano con grande evidenza. 
Pattern ovunque: dalle cortecce degli alberi ai motivi geometrici di coperte e lenzuola, dal piumaggio di Otis alla brina delle foglie. Gioia! 
Altra grande bellezza è la libertà espressiva che attraversa tutte e quattro le storie. Paginone in cui sono i colori e le forme varissime a dominare su tutto. Sempre un po' impreciso, un po' incompiuto: il segno e il colore tirano dentro il lettore e lo portano un po' qui e un po' là. 
Una grande libertà di scelte compositive: dal fumetto alle tavole a doppia pagina e poi a singola e poi...
Ancora una bellezza sta nella grande varietà di cose che succedono, in un ritmo davvero incalzante che sembra pericolosamente spegnersi, ghiacciandosi sul finale per poi ridecollare alla grande. 
E ultima, ma non ultima, bellezza sta nella grande libertà di pensiero di Phoebe Wahl. Cresciuta senza educazione scolastica, ha scorrazzato libera con sua sorella per otto o nove ore al giorno, per poi concludere i suoi studi d'arte a una delle più prestigiose scuole americane: la Risd!! Tutto questo percorso ha fatto di lei una giovane donna profondamente libera e con una creatività debordante, che l'ha portata a vincere un sacco di premi... 


Cresciuta con un forte senso della comunità, e un grande rispetto per se stessa e per gli altri, Phoebe crea il suo alter ego: Nocciola che parrebbe dunque rappresentare sulla pagina quello che Phoebe pensa nella sua vita vera su questo pianeta. 
Con tutte le sue incombenze, Nocciola deve fare molte cose al giorno, così come Phoebe deve prendersi cura della sua bimbetta piccola H24 per 7 giorni su 7. 
Ed è forse per questo che Phoebe concede a Nocciola la possibilità di gestire il suo tempo e di allontanare, almeno per una giornata, le sue mille cose da fare. In questo senso il racconto dell'estate - Una giornata oziosa - è davvero illuminante.
Una bellezza per grandi e piccoli che leggeranno questo libro insieme. 


Perché è così che dovrebbe essere. 

Carla


venerdì 19 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FIORDASOLI E GIRALISI 

L'alleanza dei bambini, Pija Lindenbaum (trad. Samanta K. Milton Knowles) 
Terre di mezzo 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"È quasi come la scuola materna, solo che nessuno ti viene a prendere. Qui ci divertiamo molto. 
Lacapa è quella alta, ovviamente. Ci sono tantissime bambine e bambini, forse mille. Abbiamo il permesso di andare in giro un po' come ci pare. Ma è vietato oltrepassare la linea bianca. 
Lacapa ha tracciato la linea bianca con la vernice, così sappiamo dov'è. Nessuno la oltrepassa, neanche Lacapa. 
Noi Fiordasoli abbiamo i calzini a righe." 

Su uno dei tanti cocuzzoli di tante montagne ci sono tre grandi case di legno: quella con le persiane rosse è dei Fiordasoli, mentre i Giralisi stanno in quella con le persiane verdi. La casa in mezzo viene usata come refettorio e per fare tutte le altre cose. Lacapa vive in una casetta da sola, sull'albero. 
Lì tutto lo decide Lacapa, così i bambini hanno un pensiero di meno... 
La mattina un po' di esercizio fisico, poi la colazione. Poi Fiordasoli e Giralisi si dividono: i primi vanno a fare tamburo, danza e poi pittura, mentre i secondi vanno a pelare le patate. Spesso vanno a passeggio insieme, guidati da Lacapa; anche quando piove e quando si torna a casa i Fiordasoli si tolgono gli stivali infangati e vanno sul tappeto elastico, mentre i Giralisi puliscono gli stivali di ciascuno. 
Al lago, quando c'è il sole, i primi vanno in barca e fanno il bagno mentre i secondi gonfiano salvagenti, braccioli e palloni da spiaggia. A tavola i Giralisi servono il pranzo e gli altri lo mangiano, dopo loro a lavare i piatti e calzini e i Fiordasoli a giocare a croquet. 
Nell'ora di relax alcuni stanno sdraiati a guardare il cielo, altri trasportano pietre... indovinate chi? 
Ecco, anche la Fiordasola narratrice: quella con il braccialetto che tiene nascosto, se ne è accorta: c'è un'ingiustizia in atto. Ma a quanto pare Lacapa ama le ingiustizie... 


Questa è la storia di una rivolta organizzata, ma anche un po' improvvisata, basata su un semplice sotterfugio che porta a una qualche confusione inaspettata. Complice una cecagna de Lacapa non preannunciata, la fuga può essere perseguita e la linea bianca superata... 

Tre colpi di genio in un unico libro! 
Il primo, e il più evidente: l'idea di raccontare come se niente fosse - e per di più in un libro per l'infanzia - l'ingiustizia. Così bell'e fatta. Senza spiegazioni, dettata -come si conviene a ogni buona ingiustizia- solo dall'uzzolino di chi detiene il potere. 
Il secondo ha a che fare con il tono del testo, complice una traduzione luminosa di Samanta K. Milton Knowles che non perde occasione per dimostrare le sue belle idee e la sua felice penna. 
Qui, in particolare, sono partiti applausi ai tre nomi intorno a cui tutto ruota: Lacapa, Fiordasoli e Giralisi. 
A proposito del testo, c'è da dire che una delle doti che vanno riconosciute alla Pija Lindenbaum è la capacità di andare dritta al punto, senza perdersi in spiegazioni che lei ritiene superflue. 
Per intenderci: con Else-Marie e i suoi sette piccoli papà, libro fulminante almeno quanto questo, lei non dà la minima spiegazione di perché quella ragazzina abbia 7 papà alti trenta centimetri: è così e basta. E tutto ruota invece sui curiosi 'siparietti' che una stranezza del genere può determinare. 
Qui scatta il medesimo meccanismo: dire pochissimo per far immaginare moltissimo. 


Uno dei silenzi migliori brilla nella frase: "È quasi come la scuola materna, solo che nessuno ti viene a prendere." Dal che se ne deduce che si tratta di un orfanotrofio, circostanza confermata dalla presenza di Fiordasoli e Giralisi, entrambi nomi che se scomposti dicono moltissimo e vanno in quella stessa direzione. Per di più sono frutto di un semplice quanto magnifico scambio sillabico tra fiordalisi e girasoli, cui bisognava però pensare... E brava Samanta.
Il silenzio che la Lindenbaum usa come strumento narrativo riguarda anche la maggior parte delle attività che i Giralisi fanno. 
Qui entra in gioco il disegno che molto ci dice sulle loro continue corvé: molte delle loro attività di servizio non sono mai menzionate. 



E si potrebbe aprire una riflessione sul modo di raccontare per figure e parole - quindi anche in un albo come questo. Attraverso due linguaggi differenti che si potenziano a vicenda, ne constatiamo il loro funzionamento reciproco, come moltiplicatore di senso. Il fatto di essere tra loro a distanza, talvolta in contrasto, oppure armonici nel dire cose differenti, stimolano il lettore a infilarsi in questo spazio/intercapedine per potersi godere la storia e i suoi possibili significati da lì. Da dentro, tra parole e figure. 
Terzo colpo di genio sta nella modalità che i ragazzini architettano per ristabilire la giustizia e che poi li porta ad andarsene di lì: semplice ed efficace. 
Anche in questo caso cala il silenzio e si lascia intuire tutto attraverso i disegni che compaiono a libro finito (o non ancora incominciato), ossia i risguardi. Il testo in proposito è giustamente lapidario, così come strumentale è la pennichella della cana guardiana.


Su tutto si sparpagliano i bambini e le bambine, sempre un po' storti, con i nasi a patata, ma grande espressività, con zampette esili, distinti da vari colori di pelle, tutti però con capelli a scodella, ma rigorosamente chiusi nei loro grembiuloni celesti senza colletto o blu con colletto, a distinguere una volta di più, se ce ne fosse bisogno, la classe operaia dalla borghesia capitalista... 

Carla

lunedì 16 gennaio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E IL CANE INCONTRO' L'UOMO

Jack London, Nicolás Arispe (trad. Mirta Cimmino) 
#Logosedizioni 2022 

©Nicolás Arispe

ILLUSTRATI 

"Si procurava da mangiare frugando nell'immondizia e beveva l'acqua sporca dei rigagnoli. Trovava rifugio negli angoli più appartati. Lontano dal trambusto si sentiva al sicuro. Forse fu per questo che, quando lo rapirono, lo sorpresero profondamente addormentato." 

Era un cane abbandonato dalla nascita che vagava per una grande città senza che nessuno si accorgesse di lui. Fino al giorno in cui fu portato via e rinchiuso insieme ad altri cani in un edificio molto strano in cui era in atto un importante esperimento. 
Perché socievole e soprattutto intelligente, fu il prescelto ed è in quel momento che ricevette il nome Jack London. Fu fatto salire in un razzo e spedito nello spazio dove le ricerche e gli esperimenti diedero i loro frutti. 
Gli scienziati, a quel punto, considerarono la missione conclusa e Jack London fu abbandonato al suo destino. Ma, diversamente da Laika, apparentemente, la sua navicella non continuò a orbitare nello spazio, ma si andò ad appoggiare in un luogo tutto nuovo, tutto diverso. 
Per Jack London stava cominciando una vita tutta nuova, tutta diversa. 
Forse. 

Nicolás Arispe ha una dote che rende sempre interessanti i suoi libri
La capacità di dare un valore universale, esemplare, al suo sguardo. 
Il racconto diventa archetipico, simbolico.
Nel caso di Jack London la questione ha evidentemente a che fare con il rapporto tra uomo e cane, uno dei rapporti più antichi, più complessi e più mutevoli in cui l'umanità intera - dalla letteratura alla vita vera - ha spesso e volentieri dato scarsa prova di sé. 
Il fatto di aver scelto come suo alter ego London, oltre a essere un omaggio al romanziere, trova una sua ragion d'essere nella poetica dell'autore americano. 
E in questo senso, come già in libri come Il richiamo della foresta o Zanna Bianca per esempio, dietro la relazione uomo/cane si può leggere in trasparenza anche il modo in cui l'uomo si pone di fronte alla natura. 
Ma è su quella tra cane e uomo che forse qui ha più senso fermarsi. 
Arispe per dare profondità a questo tipo di legame mi pare faccia riferimento a due elementi importanti del nostro immaginario: da una parte la canetta Laika presa e spedita nello spazio e poi lasciata al suo destino, perché non si sapeva come far tornare nell'atmosfera e sulla terra una navicella e dall'altra, lo abbiamo appena detto, nel battezzare con il nome Jack London quel randagio socievole e intelligente, vuole alludere a tutti i cani dei romanzi e racconti dello scrittore americano e sembra condividere con lui l'idea della wilderness, il mondo ancora 'vergine'.
In entrambi i casi, quello reale e quelli letterari, la figura umana non ne esce a testa alta. 
Peraltro fin dalla prima pagina, Arispe si schiera: il cane era stato abbandonato alla nascita e da quel momento in poi nessuno si è preso cura di lui. 
Vive circondato dall'indifferenza generale. 
Sottigliezze come il bisogno di dargli un nome (anche se molto evocativo) possono essere lette come ulteriore segno di una prepotenza forte, che nella immagine si fa ancora più esplicita. 

©Nicolás Arispe

Nella medesima direzione vanno anche quelle frasi che alludono alla necessità di 'usare' un cane laddove l'uomo rischierebbe troppo 'un'avventura in cui nessun umano avrebbe mai osato lanciarsi...' 
A missione spaziale ultimata, torna l'indifferenza, quella di partenza, ma con un'aggravante ulteriore: ora l'animale non è più libero di cercarsi cibo e acqua per vivere e di dormire al riparo dalla confusione. 
Ed ecco che l'altro nodo della questione si presenta: la libertà e il suo prezzo. 
E' qui che Arispe prende una strada inaspettata per continuare la sua storia e la racconta con i toni londoniani: la navicella arriva a fermarsi in un luogo che pare proprio la terra. 
Contemporaneamente nuovo, altri suoni, altre forme, altri colori, ma anche familiare. 

©Nicolás Arispe

Il cane girovaga e noi lo seguiamo con lo sguardo che - analogamente a quello del cane - riconosce boschi e foreste e radure. Una natura potente. Ma quel luogo non è nuovo, visto che si riesce anche a leggerne la storia, il passato, in quel teschio di T-Rex. 
Il cane impara ad abitarlo da primo e unico cane: va a caccia di fenicotteri per nutrirsi. E al fiume per bere. 
Ed è esattamente qui, tra una sponda e l'altra (a proposito di simbologie...), che avviene l'incontro. L'incontro con l'uomo: il primo uomo. Di fronte al primo cane, in quel mondo primordiale. Accidenti, quanto è forte l'eco delle atmosfere di London in questo sguardo.
E poi, di come sono andate le cose lo sappiamo... 
Arispe, però, a questo punto crea un meraviglioso corto circuito mentale: il cane che noi sapevamo abitante di una metropoli, piena di persone che si muovono frettolose, ora è sulla riva del fiume e ha davanti il primo progenitore di quelle persone. 
Ma ha anche davanti il suo passato, lui stesso è contemporaneamente un cane di oggi ma anche il primo cane sulla terra. 
Ed ecco che anche l'assunto di partenza trova una sua verifica: i toni della storia di un solo cane, il cane Jack London, sono diventati come per incanto universali e in qualche modo esemplari, e dicono cose in cui ognuno di noi riconosce una piccola porzione di sé. Anche senza aver avuto mai un cane intorno. 

©Nicolás Arispe

Tirando le somme, a voler leggere oltre e con un po' dei romanzi di London in testa, si può dire dire che noi siamo la risultante di tutto il tempo che è stato finora? 
Si può. Si deve.

Carla

venerdì 6 gennaio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CONOSCERE E NON CONOSCERE

Le ragazze. Sette fiabe, Annet Schaap (trad. Anna Patrucco Becchi) 
La Nuova Frontiera 2022 



NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"La mattina seguente quindi la ragazza si alzò dal letto, fece la borsa, diede un bacio al ranocchio (senza sortirne alcunché) e se ne andò. La palla d'oro se la portò dietro. Camminando si guardava bene intorno. Davanti alla maggior parte degli uomini tirava dritto, ma di fronte ad alcuni esitava e guardava meglio. Se le piaceva ciò che vedeva, faceva cadere la palla d'oro dalle mani in modo volutamente maldestro. Questa rimbalzava sui mattoni e rotolava oltre il marciapiedi o nel fossato." 

Poi lanciava un gridolino, ma nessuno dei principi la notava, e men che meno si accorgevano della sua palla d'oro. Solo un paio la raccolsero e gliela restituirono per poi andarsene, dicendo 'Fai attenzione tesoro, sembra preziosa'... Lei in realtà viveva con un ranocchio. Un ranocchio gentile con il quale si erano già baciati svariate volte, alcune delle quali con anche una certa soddisfazione, ma lui ogni volta ranocchio restava. E verde. Come se non fosse ancora pronto. Quando all'ennesimo lancio di palla a riportargliela fu un principe dai grandi occhi marroni, lei si convinse che forse quella era la volta buona.
 

Nel caffè dove andarono a bersi una cosa insieme per conoscersi un po' meglio però accadde qualcosa. Nulla di grave - all'apparenza - solo qualche consiglio non richiesto su come portare i capelli e quanto zucchero e dolci mangiare in un giorno. Il fatto è che questa lieve pressione sulle sue abitudini e sul suo modo di essere diventò per lei sgradevole al punto che riprese la sua borsa e con una scusa lo piantò in asso. A casa, ad aspettarla, c'era il suo mondo di sempre, quello che la accettava senza richieste. Insomma, piacevole. Ranocchio compreso. 

Il ranocchio è uno dei racconti che partono da altrettante fiabe classiche. Annet Schaap li costruisce su impalcature conosciute:Tremotino, Cappuccetto, Hänsel e Gretel, Barbablu... 
La rivisitazione degli archetipi è un'operazione che, se fatta con cognizione di causa, è davvero interessante. Occorre, per prima cosa, dimostrarsi capaci di usare solo alcuni snodi determinati che sono nell'immaginario comune. E poi da lì partire. E non tutti lo sanno fare; lei sì. E lo ha già dimostrato anche con Lucilla. 
Intorno a questi punti chiave è interessante notare come la Schaap sia in grado di ancorare un impianto narrativo di tutt'altro genere, che però - proprio perché quegli snodi hanno valore archetipico - rendono il racconto più 'robusto' nella percezione del lettore. 
La circostanza che alcuni punti d'avvio oppure alcuni passaggi riconoscibili delle fiabe si manifestino o, per meglio dire, si intravedano dietro una trama diversa fa sì che il lettore si senta compartecipe alla narrazione stessa. E nello stesso tempo si trovi in una situazione straniante. 
Lui, contemporaneamente, conosce e non conosce. 
Parliamo del conoscere: nel momento in cui si sente al sicuro perché già sa di Cappuccetto o di Tremotino, o riconosce il lupo, scatta un curioso meccanismo di 'alleanza e complicità' tra chi scrive e chi legge, che si basa su un sapere condiviso. 
Accade un po' quella stessa cosa che rende felici i bambini piccoli quando leggi loro una storia che già conoscono. La abitano con maggiore tranquillità. 
In questa prospettiva, molte volte la rivisitazione in chiave contemporanea delle fiabe classiche ha utilizzato queste ultime come trampolino di salto per andare a raccontare ben altro. 
D'altronde i titoli dei singoli racconti ne sono lo specchio fedele: tutti alludono a qualcosa di noto, che però è sempre un po' diverso: Motino, Blu, Biscotti, Lupo, Addormentata... 
Bella idea: un brillìo che illumina la strada che poi, girata la pagina, ridiventa buia e tenebrosa. 


Con la dovuta inquietudine. 
Ecco. Ed è qui che si parla dell'altro lato della faccenda: il non conoscere. 
Niente a che vedere con quelle riscritture in chiave burlesca con l'inversione dei ruoli o dei personaggi, o con i finali alternativi. Qui si parla di qualcosa di molto più serio e profondo. Di qualcosa che scuote parecchio e va a frugare ed esplorare ben dentro. 
Annet Schaap in questo senso da quel trampolino spicca un salto ben alto. Ragione per la quale la lettura di queste sette 'riletture' deve prevedere una bella maturità acquisita da parte del lettore. E una consapevolezza di sé con qualche radice già bella profonda. 
E a proposito di consapevolezza, non si può non notare che Annet Schaap abbia scelto una sorta di filo rosso che le tiene insieme e che nel titolo trova una sua sintesi: si tratta di sette storie che hanno per protagoniste i personaggi femminili delle fiabe, lei in particolare ha trovato una facile immedesimazione nella giovane che fatica con il Signor Motino, da cui però immediatamente si liberano per raccontare il loro essere nella contemporaneità, e diventare appunto ragazze. 
Difficoltà, incertezze, determinazione, rispetto, desiderio sono solo alcune delle questioni messe sulla pagina. 
Intorno a loro ruota della varia umanità che porta con sé pregi e difetti, forze e debolezze. 
La complessità delle relazioni, le difficoltà delle esistenze costituiscono i nodi che le singole protagoniste sono chiamate a sciogliere. 
E noi, con loro. In questa curiosa e a giustamente scomoda alternanza tra noto e perturbante. 

 Carla

mercoledì 14 dicembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GIOIELLO BRILLANTE

La ragazza Bambù, Edward van de Velden, Mattias De Leeuv 
(trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA (dai 9 anni) 

"Quel giorno il tagliatore di bambù aveva ricevuto un grosso ordine, quindi impugnò il coltello e curvò la vecchia schiena quasi fino a terra. 'Jie' disse la terra. No, anzi, fu il bambù a parlare 'Cosa?' pensò il tagliatore di bambù. Sembrava che il bambù avesse detto qualcosa! Ma non era possibile. Il tagliatore pensò: 'Oggi sento cose che non ci sono'. 'Jie' sentì di nuovo. Il tagliatore di bambù cadde in ginocchio, guardò il punto sulla terra da dove sbucava un nuovo germoglio, e ora ebbe l'impressione di vedere cose che non c'erano. Perché vide una bambina, che disse di nuovo: 'Jie'. Era lata circa undici centimetri, aveva una splendida veste azzurra e scarpette blu scuro ai piedini minuscoli." 

Quella piccolissima creatura diventa la bambina che il tagliatore di bambù e la sua sposa, sarta, non avevano mai avuto e molto desiderato. A ogni centimetro in più di sua crescita, loro si sentivano ringiovanire. Sono bellissimi i momenti che passano insieme, perché la bambina con loro è molto affettuosa e piena di premure. 
Piovuta dal nulla, i due vecchi non smettono di chiederle da dove sia arrivata, ma la piccola Jie, tra una risata, una carezza e un gioco, non risponde mai. 
Cresce e diventa una bellissima ragazza, con un nome ancora più bello, Nayotake no Kaguya-hime, la principessa splendente del flessuoso bambù, nome che le hanno dato tutti coloro che di lei si innamorano. E sono tanti. 
Come è naturale che sia, i suoi genitori adottivi, seppure vecchi e consapevoli del fatto che di lì a poco  l'avrebbero persa, pensano che sia arrivato anche per lei il momento di sposarsi. 


Jie, in cuor suo non cerca affatto marito, e soprattutto è ben sicura di non poterlo fare. Così a tutti i pretendenti - dall'imperatore in giù - chiede sempre prove d'amore impossibili, fino al giorno in cui, davanti a un ragazzo semplice, senza nome e senza dote, il suo cuore salta e vola alto. 
Ma la sua segreta sicurezza di non potersi sposare neanche con lui, la porta a progettare anche per il ragazzo una prova impossibile. Mentre tutto questo accade, c'è qualcuno, una bambina che dalla luna con il suo cannocchiale tutto osserva e, biscotto dopo biscotto, controlla e si bea della complicata situazione di Jie, sulla terra. 
Questa è la fiaba di una bambina minuta che un giorno apparve tra le canne di bambù nella piccola isola di Oi. Un dono, un prestito, chissà, per due vecchi genitori che sapranno amarla almeno quanto lei ama loro. Lei, che cova in sé un grande segreto, ne scopre un altro ancora più grande: l'amore. 

Un piccolo gioiello narrativo, illustrato felicemente nel rispetto di iconografia e stile nipponici, che ha le sue antiche radici in una fiaba della tradizione giapponese. 
Ma accanto a questo aspetto di magia e meraviglia, che appare in tutto il suo splendore ma pur sempre entro il canone della fiaba classica, ossia l'arrivo di una minuscola creatura in una famiglia senza figli, i personaggi consueti del contesto della tradizione giapponese -un tagliatore di bambù e una sarta di abiti lussuosi- la cui origine semplice, ma specchiata si contrappone a quella dei pretendenti, gaglioffi e pieni di ricchezze. 


A questo si aggiunge lo schema consueto delle prove non superate dai personaggi negativi, circostanza che li rende ancor più negativi, l'arrivo del giovane pretendente, diverso per origine e censo, l'aiuto dell'animale magico, in questo caso le rondini. 
E ancora, la trepidazione dei vecchi genitori, le loro affettuose abitudini, la loro saggezza, e - in una prospettiva più che altro formale - il ripetersi di determinati comportamenti, quasi un rituale, qual è per esempio la risatina della madre che torna ogni volta che la figlia formula le singole prove d'amore, salvo poi trasformarsi in un sospiro quando si tratta del giovane senza nome. 
Ecco, ad aggiungersi a tutto questo, però,  ci sono due elementi che meritano un'attenzione ulteriore: da un lato l'idea della storia cornice, ossia tutto quello che succede al di fuori della piccola isola di Oi, e che invece accade sulla luna. 


E dall'altro il perfetto meccanismo che regola la sintonia tra 'la cornice' e il 'quadro' ed è capace di creare, nel corso della narrazione, piacevolissimi cambi di prospettiva, che hanno la prerogativa di generare curiosità, ma soprattutto vanno a comporre un raffinato incastro, proprio sul finale. 
Tutto torna, come in ogni fiaba che si rispetti. 
In sostanza, non ci si aspetterebbe che una fiaba possa trasformarsi in un racconto pieno di tensione emotiva, eppure questo accade. La lettura, superati tutti i passaggi canonici, prende a correre e a tenere il lettore incollato alla pagina, fino al momento in cui tutto il rompicapo si compone davanti al suo sguardo, beato e ammirato per tanta perfezione. 
Intorno a tutto questo ruota lei, la storia cornice che ha il pregio di svelarsi per quella che è solo in chiusura. Fino a quel momento poteva essere letta in modi differenti: come il punto di vista di un lettore, oppure dell'autore stesso. 
Qualunque cosa essa abbia voluto rappresentare, brilla.

Carla

lunedì 24 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E QUESTO È QUANTO

La donna che trasformava i bambini in uccelli, David Almond, Laura Carlin 
(trad. Sara Saorin) 
Camelozampa 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Arrivò in città una donna. Si chiamava Nanty Solo. Diceva di saper trasformare i bambini in uccelli. 'Che sciocchezze!' dissero gli insegnanti. 'E' contro la legge!' disse la polizia. 'Robe da matti! Qnate idiozie! Sono solo stupidaggini, scempiaggini, scemenze'. 'Non volete che vi capiti una cosa così, vero, bambini? Allora giratele alla larga!' Ma naturalmente c'era una bambina. Si chiamava Dorothy Carr. Faceva finta di gironzolare per di là, persa nei suoi pensieri. Nanty Solo la chiamò." 

La invitò a sedersi e poi fece dei segni per terra, le bisbigliò qualcosa all'orecchio e poi disse: Su. Sii felice. Spicca il volo! E lei volò come rondine. 
Il volo non durò molto, e Dorothy tornò a essere Dorothy, e al suo papà che chiedeva se fosse andata lontano, lei rispose che no, ma agli altri bambini lo disse. Disse loro che Nanty davvero l'aveva fatta volare. 
Bambino dopo bambino, tutti si andarono a sedere sulla panchina della donna e a ognuno lei diceva, dopo aver fatto i soliti segni per terra, sempre la medesima frase che aveva detto a Dorothy che aveva volato per prima. E chi si trasformava in passero, chi in cardellino. Nessuna aquila, però. 
Il cielo alla fine si riempì di bambini trasformati in uccelli e i grandi che, naso all'aria, li guardavano spaventati, non facevano che intimargli di scendere e di uscire immediatamente da quel cielo blu. 
Nanty, comodamente seduta sulla panchina, li guardava chiedendosi perché diavolo si preoccupassero tanto... 
I grandi la vogliono cacciare dalla città, ma lei non si preoccupa perché è sempre in cammino. Tuttavia un'ultima proposta la fa anche a loro: prima della mia partenza non vorreste provare anche voi, per caso? di cosa diavolo avete paura? 

David Almond. In una felice sintesi, racchiusa nelle 32 pagine di un albo illustrato, si vedono scorrere in trasparenza alcuni tra i suoi libri migliori. Dietro Nanty, oltre alla ben nota Mary Poppins di Pamela Travers, per quel suo essere sempre in viaggio verso qualche altro luogo, c'è Skellig che condivide con la governante severa il suo essere 'errante'. 
Di Skellig Nanty ha anche un altro aspetto importante: la sua capacità di comunicare in modo diretto con i bambini. Così come Skellig parla e ha rapporti solo con Michael e Mina, così qui Nanty parla con Dorothy (sarà un caso questo nome?), con Colin, con Susan, con Walter e anche con il silenzioso Wolfgang, trasformato poi in pappagallino. 


Come se quell'alone di magia che la circonda possa essere trasferito solo a chi nella magia crede. 
E tra un bambino e un adulto, mi pare evidente chi abbia gli strumenti e la predisposizione ad aver fede... L'ulteriore cosa che con Skellig Nanty condivide è il potere taumaturgico. 
Se a Skellig Almond aveva messo due accenni di ali in corrispondenza delle scapole, seppure non lo facesse proprio parlare come potremmo immaginare un angelo parli, a Nanty nulla di tutto questo. Tuttavia lei come lui hanno il dono si portare gioia - nel caso di Skellig addirittura Almond chiama la neonata su cui lui veglia, Joy. Nel caso qualcuno avesse dei dubbi in merito. 
Nanty, per suo conto, sembra arrivata in città con lo stesso compito, ovvero portare felicità. E farlo, come Skellig, con la sua magia che scompiglia il mondo dei grandi e che invece attira in modo irresistibile i bambini. 


Ecco, i bambini sono l'altro punto di contatto. Non solo essi sono in entrambe le storie coloro che ci credono, che hanno fede, ma sono anche quelli che non hanno paura. I grandi, al contrario, sono ormai persi alla causa: tutto ciò che esce dalla consuetudine è per definizione pericoloso e foriero di guai. 
Ali, piume, uccelli e soprattutto il volo, sono le altre affinità con La storia di Mina. Romanzo nato dopo aver scritto Skellig, per approfondire il personaggio che, a detta di Almond, meritava un'attenzione maggiore. 
Quella ragazzina 'strana' ha molto a che vedere con il mondo dei volatili. Mina stessa ha tratti del carattere che la rendono affine agli uccelli: un albero-casa, la forza e nello stesso tempo la fragilità propria di chi vive volando. Lei stessa possiede un uccellino tutto suo e nella sua testa ce ne sono molti altri. L'immaginifica copertina disegnata da Negrin è la prova provata. 
Un'ulteriore punto di contatto con alcuni suoi precedenti libri mi pare di riscontrarlo nella costruzione del testo che dimostra, come già negli altri suoi albi - La diga e Il sogno del Nautilus - una rara capacità di sottrazione che li rende tutti e tre indimenticabili. Poche frasi che si stampano nella mente per nitore. Qualcosa di molto simile alla poesia. 


La luminosità della storia raccontata con tanto rigore e chiarezza si perde nelle illustrazioni che, invece, dimostrano di essere altalenanti: felici solo in alune parti, ma più in generale confuse, e non solo per questa cifra di Laura Carlin che vuole avvicinarsi al modo di disegnare ancora incerto di un bambino, ma per un affastellamento di elementi che non rendono merito alla purezza del testo. 
Va da sé che il libro merita tutta l'attenzione necessaria al magnifico testo di Almond . E per le illustrazioni, pazienza. 
E questo è quanto. 

Carla