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mercoledì 25 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

WHERE ARE YOU? 

Tra le figure magiche del folklore europeo, lo gnomo è quella con cui l’umano condivide di più: certo è molto piccolo e vive molto a lungo, ma ha una struttura corporea simile alla nostra, analoghe strutture familiari, cammina eretto, non dispone di arti magiche ma utilizza tecnologie e collabora con gli animali. Questa rassomiglianza, pur essendo la base del suo fascino, rischia anche di renderci insensibili a quei particolari che ce lo farebbero conoscere davvero. Succede questo, quando le differenze sono sottili: si tende a non vedere, a semplificare, a ricondurre tutto a ciò che conosciamo meglio. 


Con “Tutto quello che c’è da sapere sugli gnomi da città” ci troviamo di fronte a una versione più attuale del classico “Gnomi”. Apparso nel 1976, “Gnomi” si presentava come un vero e proprio trattato enciclopedico (il primo in età moderna, stando alle fonti!) che restituiva un’approfondita ed esauriente ricerca sugli gnomi: dimensioni, cenni storici, aree geografiche di diffusione, aspetto fisico e fisiologico, usi e costumi. Questi gnomi – accuratamente osservati, descritti, misurati, rendicontati - erano quelli della foresta, un contesto oltre-soglia che li confinava in un altrove immaginario. La loro esistenza, pur prendendo corpo e sostanza grazie alle spettacolari illustrazioni iperrealistiche, rimaneva (e rimane) magica e fatata proprio grazie alla sostanziale impossibilità di verifica. 


In “Tutto quello che c’è da sapere sugli gnomi da città” l’illustratrice Loes Riphagen adotta lo stesso taglio fanta-divulgativo e la stessa minuziosa attenzione per documentare tutti gli aspetti che caratterizzano la vita quotidiana di queste piccole creature: tecnologie, strumenti, struttura familiare e abitudini domestiche; la quotidianità insomma, i rapporti con gli insetti e i piccoli animali, gli spostamenti, i pericoli e le strategie per evitarli. Ma visto che il piccolo popolo, quello che un tempo viveva nei boschi, si è spostato nei paesi e nelle città, è lì che l’albo ci porta: tra case, strade, giardini. Posti che frequentiamo abitualmente, che crediamo di conoscere e magari persino di controllare. 


In più, a fare da guida non è – come nel caso di “Gnomi”- un illustratore adulto in avanscoperta per conto degli umani e a sua volta condotto da un autorevole gnomo altrettanto adulto. Per noi c’è la piccola Kik, è una gnometta ragazzina esperta della propria realtà quel che basta per raccontarla, ma ancora dotata della necessaria meraviglia per farci davvero entrare, aprire bene gli occhi e vedere. 


Ad esempio la faccenda delle mani: sembrano tanto simili alle nostre, eppure gli gnomi di città hanno quattro dita. E la questione del cranio: quello degli gnomi cresce per tutta la vita all’interno del noto berretto rosso, finendo per assumerne la stessa forma conica. E per quanto riguarda l’ombelico: se a noi sembra ovvio che stia sul davanti, per Kik, ecco è altrettanto ovvio averlo sulla schiena. Più cose veniamo a sapere sulla vita degli gnomi di città più aumenta anche la consapevolezza di non conoscere del tutto quei luoghi che consideriamo “nostri”.


Non è facile per nessuno vedere davvero la realtà di ogni giorno. Distinguere come specifico quello che appare come scontato, realizzare quanto sia sorprendente quello che si ripresenta ogni giorno uguale, e misterioso quello che tende a essere fatto rientrare nell’ordinario. E intendo: la propria stanza da letto, la propria tazza della colazione, il tragitto casa scuola, gli insetti che evitiamo (chissà poi perché?). Anche le minutaglie in cui ci imbattiamo in ogni momento del giorno: i bastoncini del gelato, i frammenti di elastico, i tappi a corona delle bottiglie: forse sono molto di più che semplici rifiuti da scostare con la punta del piede. 


Questo albo lavora in direzione contraria: informa per moltiplicare i possibili accessi allo stupore, accumula particolari per indebolire il confine dell’oggettività delle cose reali, fornendo attraverso il linguaggio pur preciso della gnoma narratrice gli strumenti per esercitare attivamente la meraviglia. Perché tutte le cose potrebbero non essere solo quello che sembrano. Ogni frammento potrebbe essere un tesoro. Tutti i pertugi e gli angoli inaccessibili potrebbero essere soglie. E chissà poi cosa succede davvero, sotto i gradini e tra gli interstizi dei muri, oltre le pareti di casa e sotto i pavimenti. 


Stando a Kik, gli gnomi sono reali e vivono tra noi, dove noi non riusciamo ad arrivare, utilizzano lo spazio che è anche nostro ma ad altezze diverse, con altri strumenti e altre sensibilità. Ed è nell’esperienza straniante di questo spazio prossimo che esula dal nostro dominio, che si amplifica la possibilità di ricominciare a osservare le cose con uno sguardo più attento. Cosa ne è di una semplice passeggiata quando si viene a sapere che tombini e grondaie potrebbero essere l’ingresso di una dimora degli gnomi di città? Cosa diventa una scala, una volta saputo che sotto i gradini potrebbe abitare un’intera famiglia di gnomi? E quanto a lungo è necessario osservare un uccello che sfreccia nel cielo, se si ha il sospetto che sulla sua groppa potrebbe starci un minuscolo scolaro?


Particolare attenzione viene data ai travestimenti e alle metodologie che consentono di passare tra gli umani senza farsi vedere. Che sia da topo o da corvo, il travestimento viene annoverato tra le dotazioni di uso quotidiano. È qui che l’albo si sdoppia: raccontando di fatto la necessità dei piccoli – gnomi o bambini - di attuare un mascheramento a salvaguardia della propria integrità in un contesto di convivenza così prossima.
 

Non sarà un caso che, in mezzo alle dettagliate informazioni rese per buone e definitive da Kik, l’illustratrice consegni al lettore con apparente leggerezza l’unica domanda di tutto l’albo, la più trasversale: where are you? Dove sei? Una richiesta di collocazione che non riguarda soltanto gli gnomi, poiché la risposta, la definizione del nostro posto nel mondo procede di pari passo con l’individuazione puntuale e accurata degli altri, quelli che non fanno parte della quotidianità individuale ma che la percorrono assieme a noi, fianco a fianco, lontani eppure vicinissimi. Basta pensare agli animali delle città, alle diverse etnie che della stessa città fanno un uso diverso, basta pensare ai bambini, all’inaccessibilità di quel mondo piccolo che scorre assieme a tutti gli altri, dappertutto, con i propri usi e costumi e tradizioni trasmesse tra pari. Un mondo parallelo, forse davvero troppo simile al nostro, che presenta sottili differenze e che per nostra fortuna, conserva un carattere indomabile capace ancora di mettere in discussione chi crede un po’ troppo di aver visto tutto. 


Giorgia

 “Tutto quello che c’è da sapere sugli gnomi di città”, Loes Riphagen, (Trad. Valentina Franchi), Terre di mezzo 2025
“Gnomi”, Wil Huygen, Rien Poortvliet, (Trad. Maria Duca Buitoni), Mondadori 2018 


mercoledì 12 marzo 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA PENSA UN FRATELLO 


C’è una questione sul bullismo che viene raccontata poco, ed è: come vivono gli amici, i genitori, i fratelli delle vittime. 
Cosa pensano? Come agiscono? Cosa dicono? Cosa sentono? Cosa vedono? 
Ecco, è quello che ho pensato leggendo L’unica via d’uscita di Oskar Kroon, autore svedese per ragazzi. 
La storia è narrata da Kaj, fratello minore di Krister, un ragazzino occhialuto, solitario e studioso. Krister è continuamente preso di mira da Sacke e dalla sua squadretta di amici. Kaj e Kristen condividono la scuola, la passione per Star Wars, la mancanza della mamma. 
Il libro è costruito con un classico climax ascendente in cui l’arroganza e la cattiveria di Sacke spingono la narrazione tanto quanto l’impotenza di Kaj e della sua amica Naima di fronte all’inazione di Kristen. Sacke si spingerà tanto avanti da arrivare a un punto di non ritorno, costringendo tutti ad agire in modo scomposto, come avviene quando ci si trova non più sotto un sasso che rotola, ma sotto una valanga. 
Diversi sono gli aspetti interessanti introdotti da Kroon.
Il primo è l’ambientazione: non è certo la Svezia di un immaginario stereotipato quella qui descritta, anzi, i luoghi sono ostili, disturbanti. D’altro canto fin dall’incipit del libro, Kroon ci toglie ogni dubbio: 
“Era tutto così triste. Con il fango e il freddo e tutte le cose che non servivano. Tutti gli oggetti che venivano buttati in un mucchio nella discarica, oppure venivano schiacciati in un container blu.” 
La discarica infatti è uno dei luoghi protagonisti, che fa da riparo a Krister: luogo di scarto e di creazione, luogo di periferia e da cui partire. 
La neve sporca, il fango della primavera che a stento avanza, la discarica, tutto ciò unito a quell’epiteto “topo di fogna”, che in modo alternato andrà di bocca in bocca, che passerà dal carnefice alla vittima, come fossimo davanti a un loop linguistico che non può essere risolto, proprio a testimoniare come guerra chiama guerra. 
Ed è qui l’altro punto interessante che Kroon descrive in modo molto realistico, ossia l’idea di vendetta. Piano piano nella mente di Kaj e Naima, angosciati dall’inazione del fratello, nasce l’idea di vendicarsi. Le vendette muovono azioni strane, spesso scomposte, è un attimo passare dalla parte della ragione a quella del torto: di questo fanno esperienza Kaj e Naima e il paradosso è che di nuovo è Krister a farne le spese. 
Kaj racconta della tristezza nel vedere il fratello sottomesso, suo fratello maggiore, allo stesso tempo cova rabbia e rancore, ma non ha gli strumenti per aiutarlo, è piccolo: Krister continua stoicamente a sottrarsi allo scontro diretto e Kaj non capisce. A un certo punto tutti stanno male e stanno tutti male in modo diverso, anche il padre coi suoi vani tentativi di venire a capo del comportamento dei figli. 
E’ proprio in questi passaggi che il libro scende in profondità e tocca il lettore. Perché Krister parla poco in tutto il romanzo, è tutto un racconto di Kaj che, portato all’esasperazione, si chiede perché il fratello sia così tanto strano. 
Perché è goffo? Perché non ha amici? Eppure loro due, i fratelli Kaj e Krister, venuti su a Moomin (il libro è pieno di riferimenti al mondo e ai libri della Jansson), sanno che ognuno ha diritto a essere ciò che è, e che non c’è bisogno di spiegarle certe cose. 
In questo lungo racconto di Kaj, ogni tanto si sente il bisogno della voce del fratello bullizzato. E questa mancanza, voluta e sottolineata dall’autore, è proprio ciò che manca ai suoi cari, la voce di Krister non c’è, lui continua a vivere subendo, e come Kaj, anche noi perdiamo la testa chiedendoci continuamente perché. 
Un evento catastrofico accade, una catarsi si potrebbe dire, dopo la quale il fumo che si era alzato, comincia a calare su tutti gli eroi tragici di questo atto, portandoci a una fine illuminante. 
La natura arriva, arriva sempre ed è salvifica. Ci sono questi fiorellini, che si chiamano anemoni dei boschi, che a un certo punto fioriscono, anche se c’è ancora neve sporca anche se il tuo mondo è bruciato un po’. 
E’ un libro sul bullismo, sì. Ma è soprattutto un libro sulla ricostruzione, sul richiamo della natura che timida appare, sull’amore tra fratelli. 
Un libro per chi ha 11 anni o anche di più. 
Kaj e Kristen la sera leggono I fratelli Cuordileone, della Astrid Lindgren, che per me è il suo capolavoro. Racconta la storia di due fratelli che si salvano in tutti i mondi che oltrepassano. Che è esattamente quello che hanno fatto Kaj e Kristen. 

Valentina 

"L’unica via d’uscita", Oskar Kroon, trad. Samanta K. Milton Knowles, Terre di Mezzo, 2024

lunedì 17 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TUTTO QUI!

Il piede di Freki, Pija Lindenbaum (trad. Samanta K. Milton Knowles) 
Terre di Mezzo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Quando Freki è andato a letto, quella sera, aveva le scarpe ai piedi. 
Erano nuovissime. Molto veloci, ma anche belle.Proprio quelle che desiderava. 
Di notte, Freki ha sognato di correre e riuscire a scappare da Ove, il cane del vicino. 
La mattina dopo Freki scopre che una delle scarpe è scomparsa. 
A guardare meglio, vede che è svanito anche il piede." 

La ricerca della scarpa comincia subito, ancora con il pigiama addosso, nel bidone, sotto il letto, nell'armadietto del bagno o dietro il water. 
In verità una sua logica questa fuga ce l'ha: la scarpa, annoiata da un'intera notte sotto le coperte, ha deciso di fuggire. Certo, ragiona tra sé Freki, non deve essersi ricordata che con lei, ossia dentro di lei, c'era anche il piede...
 

Il problema viene posto anche alla madre, nella consueta sequenza: scarpa fuggita, con piede dentro. Lei, che è in cucina a dar la pappa al fratellino di Freki, non pare scomporsi più del necessario. Tuttavia, mentre finisce di asciugarsi i capelli, dà al suo figlio maggiore due cose importanti: la merenda e il consiglio di guardarsi dal cane Ove. 
Comincia così la passeggiata claudicante di Freki attraverso la città in cerca della sua scarpa e, incidentalmente, del suo piede sinistro. Attacca i cartelli che ha preparato e fa incontri illuminanti. Ma della scarpa ancora nessuna traccia. Che sia stato l'accalappiascarpe a trovarla per primo? Ma esiste poi? Oppure potrebbe essere caduta in acqua o finita all'amo di quel pescatore. Ma no. 
Neanche lungo il sentiero che attraversa il bosco c'è la sua scarpa fuggita. Men che meno il piede. In compenso c'è una ragazzina con il berretto rosso che lo rassicura che l'accalappiascarpe è tutta un'invenzione dei grandi... 
Palestra, calzolaio, sotto le auto parcheggiate: niente da fare scarpa e piede sembrano essersi volatilizzati... 

Ancora e ancora e ancora Pija Lindenbaum! Non ce n'è mai abbastanza
La cosa che succede qui non è poi molto dissimile da quello che avevamo visto succedere in Else-Marie e i suoi sette papà. In un contesto di assoluta normalità, nella vita quotidiana di un bambino o di una bambina si incista qualcosa di assolutamente distante dalla realtà e quindi totalmente assurdo. 
Lì c'erano sette papà alti come un birillo, che in squadra si comportavano come veri e propri padri, qui invece ci sono una scarpa con relativo piede calzante che spariscono dalla circolazione. Dopo essersi staccati dalla caviglia di un ragazzino, entusiasta delle sue scarpe nuove. Qui come lì, allora come oggi, si fa buon viso a cattivo gioco e il guaio magicamente si dissolve nel nulla. 


Là la piccola Else-Marie in trepidazione per i possibili commenti dei suoi compagni di classe che hanno un solo papà a grandezza naturale, nel vedere lei circondata da ben sette papà ma bonsai, decide di dormirci sopra. 
Qui Frike, visto che della scarpa e del piede non se ne vede neanche l'ombra, decide che forse il tempo possa essere impiegato meglio che inseguire qualcosa o qualcuno che non vuole farsi trovare e prendere... 
Meglio andare al bosco e giocare a legnetti con la bambina dal berretto rosso! 
Beh, i bambini sono economici. Me lo diceva sempre il pediatra di mia figlia ogni volta che mettevo sul fuoco un'ansia diversa e lui provava a rassicurarmi sul fatto che i bambini sanno molto bene trovare in autonomia la loro strada. Che di solito è la più dritta, quindi la più economica, in termini di sforzo. 
Le cose belle che accadono in questo libro, a parte il colpo di genio di averla concepita, una storia del genere: così tanto assurda quanto autentica nei suoi risvolti umani, sono nelle pieghe, ma non solo. 
Provo a metterne una decina in elenco, così come entrano in scena, poi ognuno giudicherà per sé. 
La prima: la passione universale che tutti i bambini del pianeta dimostrano nei confronti delle scarpe. Possibilmente nuove.
La seconda: la stanza buia di Frike, vista dall'alto. 


Quel gran nero attraversato dai profili di mobilio e suppellettili fatti a matita azzurra. 
La terza: l'ordine di priorità dei fatti. Mi manca una scarpa, ah mi manca anche il piede che c'era dentro. Non fa una grinza, soprattutto se è vera la prima delle cose belle. 
La quarta: tale ordine è lo stesso che applica la madre di Frike. 
La quinta: la scena di vita casalinga, in cui si vede una signora lievemente 'sformata' dalla vita che tenta invano di far mangiare un piccoletto che esprime tutto il suo disgusto di fronte al pappone che ha nel piatto davanti. Un piccolo capolavoro, quell'asciugamano sulle spalle per non inzupparsi la vestaglia, a doccia fatta. Asciugamano che poi diventa protagonista assoluto nella tavola successiva.


La sesta: l'incontro con un signore con gli stivali con gli speroni e un cordino di cuoio al collo e un orologio da polso al polso e il carrello della spesa: peccato sia un tasso. Un gentiluomo, tasso cow-boy? 
La settima: il piccolo Freki nel grande bosco. 
L'ottava: l'argomentazione inoppugnabile della poliziotta in partenza per le ferie: te la devi cavare da solo! 
La nona: come risolvere, senza dannarsi, il problema di piede e scarpa mancanti. 
Tutto qui? Tutto qui!

Carla

martedì 31 dicembre 2024

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
 CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE 
 PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 Il meglio di... un anno di libri, 
 un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
 (BUM!) 

 luglio 2024 


Quattro sorelle. Enid, Malika Ferdjoukh (trad. Chiara Carminati) Pension Lepic 2021 

 perché 

"la letteratura d'Oltralpe, Lepic scommette su quella francese, almeno la narrativa per i ragazzi, sta qualche passetto avanti rispetto alla nostra, che si districa tra alcuni grandi talenti ed eccellenze, ma anche tra tanto artigianato, talvolta un po' mediocre.


Papà ha perso la testa, André Bouchard, Quentin Blake (trad. Fabio Regattin) #Logosedizioni 2024 

perché 

"La scintilla che accende le storie di Bouchard è sempre molto luminosa e questa forse lo è ancora più di altre: partire da un assurdo assoluto, da un paradosso, impensabile purché comprensibile, quindi stravolgere o meglio capovolgere la realtà in un colpo solo, quindi rimettersi in piedi e riguardare tutto da un punto di vista consueto che però a questo punto assume i toni del grottesco e del comico. Cosa ne deriva? Umorismo allo stato puro." 

 agosto 2024 
 




perché 

"Se nell’uno veniva raccontato per accumulo quello che identifica la spiaggia, nel secondo il luogo da indagare è una interiorità, spazio concluso e infinito contenuto nel corpo di un bambino. Inutile proseguire con l’arma tagliente dello sguardo attento. Piuttosto, socchiudere gli occhi e affrontare la narrazione lateralmente, processando le immagini non per ottenere risposte certe, ma mistero, confidando più nella suggestione e nel riflesso che non nella chiara eloquenza. Rarefatte e enigmatiche, composte con tratto minuscolo e vibrante le illustrazioni si susseguono comportandosi come indizi di una presenza ineffabile; sono squarci, istantanee che assomigliano tanto agli abbagli del mare, alla luce del sole che riflessa illumina e acceca, sono, segni, detriti sottratti all’immensità per restituire – seppur in silenzio – il senso inafferrabile di una identità.


Nino, Anne Brouillard (trad. Paolo Cesari), orecchio acerbo 2023 

perché 

"La permeabilità dei mondi... Qui, in modo molto esplicito, Brouillard ci dice che tra realtà e immaginazione il confine è labile e forse addirittura non esiste. Guardarsi, sorridersi e riconoscersi - animali del bosco e bambino con peluche - attraverso un unico diaframma, invisibile di fatto, ossia una vetrata. Troppo poco perché non siano tra loro comunicanti." 

settembre 2024 


 Ö, Guridi, Kite edizioni 2024 

perché 

 “Da grafico, lui sa bene che il silenzio gli permette di essere ambiguo, quel tanto necessario perché il lettore si trovi spaesato, si guardi intorno, si interroghi, si attivi e cerchi punti di riferimento per ancorarsi e capire quel che c'è da capire. Quello che Guridi vuole succeda è che il lettore nel silenzio di parole -guida- che se ci fossero privilegerebbero un senso e uno solo - da solo debba trovarsi una strada, e fino alla fine non sappia mai se ha imboccato il sentiero giusto. Ammesso che ce ne sia uno solo. Il gioco che Guridi mette in atto è quello di "parlare" figura dopo figura con la dovuta lentezza perché il lettore abbia il tempo di percorrere a ritroso la strada fatta fin lì e confermare a sé stesso di non essersi sbagliato.”


Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini, Pedro Alcalde, Merlín Alcalde, dipinti di Guim Tió 
(trad. Federico Taibi) L'Ippocampo 2024 

 perché 

"Il pensiero filosofico, la sua storia attraverso i secoli, viene raccontata in breve e a ogni tappa prende forma di paesaggio, sempre un po' diverso, sempre attraversato da una umanità piccola... Paesaggi sgombri da tutto, a parte qualche omino piccolo o donna altrettanto minuta, spesso di spalle e volutamente assente ogni loro espressione. La grande discrepanza fra le dimensioni di una piccola quanto rara umanità che fa passeggiare nei suoi scenari, sembra voler trasmettere una sensazione di potenza del paesaggio, di una natura raccontata solo attraverso la sua essenza cromatica che la rende inevitabilmente molto vibrante e misteriosa, ma anche a segnare la presenza di un elemento differente, una sorta di contrappunto visuale. I colori stessi - pochi - contribuiscono a rafforzare il valore metaforico delle immagini, lo stesso sembra riuscire a fare la sparuta umanità."

ottobre 2024


Cavalca la tigre, Davide Calì, Guridi  Kite edizioni 2024  

 perché 

"A teatro, almeno in quello che prevede un palcoscenico, la gestualità è tutto. E qui sembra essere lo stesso. Nel teatro a quella distanza è necessario far arrivare il senso di un movimento, attraverso il grande gesto, non esagerato, non parodia di se stesso, ma piuttosto pura amplificazione. E Guridi non perde occasione di studiarlo in questa prospettiva e di inserirlo nel perimetro della pagina. Le poche e vaghe parole di Calì glielo permettono.  Gli uni e gli altri sembrano davvero usare lo spazio sulla pagina come uno spazio scenico, come ballerini sulle assi di un palco."


CRAC, Matteo Pompili e Lorenzo Monaco, ill. Luogo Comune, Camelozampa 2024 

perché

"Il risultato di questa collaborazione può dirsi riuscito nel felice compito di aprire orizzonti di curiosità, stimolare connessioni tra le conoscenze e mettere in relazione la vita propria e quella dell’universo intero. Ma in tutta questa vita che si spezza e che continua notiamo subito una grande assente. La parola morte non appare mai (nessun lombrico vorrebbe cedere al becco di un merlo, per es.), le immagini raffigurano scheletri di animali estinti e un uccellino giace sul terreno visibilmente senza vita, ma nulla di più. Che sia una scelta evidentemente ponderata ce lo conferma, su esplicita domanda, Matteo Pompili: "La nostra intenzione era quella di arrivare anche al concetto di morte, ma senza forzature e con leggerezza. Quando dopo la lettura - a immagini sedimentate - gli insegnanti lavorano coi ragazzi sul libro però ci siamo accorti che emergono proprio questi aspetti: la perdita temporanea o duratura di adulti di riferimento e la volontà di farcela e di diventare autonomi nonostante quanto accaduto. Insomma, CRAC è anche un libro che suggerisce di accettare le perdite e di “danzare” nonostante esse.""

novembre 2024


Qualcuno mi aspetta dietro la neve, Timothée De Fombelle, Thomas Campi (trad. Maria Bastanzetti) Terre di Mezzo 2024 

perché 

"quella bella lingua universale, alla quale De Fombelle ci ha abituato, qui è centellinata. E' il silenzio, a parlare. Sono così tante le cose non dette che però baluginano tra le parole, che il lettore che nei libri va cercando qualcosa che non sa, qualcosa che non sta in evidenza sul piatto della pagina, qui ha di che saziarsi. A parte i due fili narrativi, quello che racconta della rondine e quello che racconta del corriere, a parte 'la quadratura del cerchio finale' su cui si può solo tacere, sono molti altri quelli che illuminano con lo scopo di dare quella profondità di visione, che un buon libro deve avere con sé. Per essere ancora più chiari forse ha senso entrare nel merito, almeno in due casi, quello di Freddy D'Angelo e quello di Gloria. Anche i loro nomi hanno un senso..."


Le piccole astuzie, Deborah Ellis (trad. Federico Taibi) 
La nuova frontiera junior 2024 

perché

"Ellis, come se avesse una torcia in mano, illumina in modo puntiforme solo ciò che vuole. Mette i suoi lettori di fatto dentro una stanza in penombra: la penombra è il misterioso antefatto, che ignoriamo quasi del tutto. Proviamo a intuire cosa si agita nella stanza, ma ci muoviamo a tentoni. La Ellis dà una illuminatina sulla rabbia di Kate, uno sprazzo di luce sulla severità e intransigenza della nonna. Ma noi ancora brancoliamo. E la cosa curiosa è che anche la stessa protagonista, in larga misura, brancola con noi su larga parte del contenuto della stanza: una buona porzione del passato della sua scombinata famiglia, lei la ignora."

dicembre 2024


Albero. Tavolo. Libro, Lois Lowry (trad. Dylan Rocknroll) 21lettere 2024

perché

"E’ sì questo un libro che parla della memoria, certo. Della memoria individuale e collettiva, ok. Ma se dovessi dire cosa lo caratterizza maggiormente, allora direi che è un libro sul potere e la forza delle storie, della Storia. "


Il primo Natale di Babbo Natale, Mac Barnett, Sydney Smith (trad. Sara Ragusa) Terre di mezzo 2024 

perché 

"questo è il grande gioco della letteratura, del teatro, del cinema! Tutti siamo consapevoli che quello che stiamo leggendo, vedendo o ascoltando non è veramente così, eppure ci crediamo (Coleridge rules!), ovvero ci piace crederci. E quindi anche BN in persona entra a far parte del grande gioco della finzione. Proprio lui che è - diciamolo a bassa voce - la quint'essenza della finzione, la finzione per antonomasia."

[fine]

venerdì 20 dicembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

OOOOOH! 

Il primo Natale di Babbo Natale, Mac Barnett, Sydney Smith 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Gli elfi erano mortificati. 
'Dobbiamo fare qualcosa di speciale per Babbo Natale' si dissero. Detto fatto. 
Quella mattina quando Babbo Natale si svegliò, gli portarono la colazione a letto.
'Cosa succede?' chiese lui. 
'E' Natale! Buon Natale!' 
Babbo Natale sorrise. 'Grazie,. Sembra deliziosa. Buon Natale.' 
Ma quando finì le ciambelle, si infilò gli abiti da lavoro e prese gli attrezzi. 
'Aspetta!' dissero gli elfi." 

Perché il natale fosse un vero natale anche per Babbo Natale, doveva esserci un albero e così lui e gli elfi andarono nel bosco dove trovarono un gran bell'abete rosso. Era davvero bello, ma davvero grande e ce ne volle un bel po' perché riuscissero a farlo entrare in casa. Poi lo decorarono come si deve, anche con i maialini di pan di zenzero. Poi intorno al camino attaccarono le calze, ognuno aveva la propria e poi accesero anche il camino e quando si fece buio, sull'intero polo nord, srotolarono le lucine che al loro tre si accesero. 


Gli elfi prepararono i biscotti e a Babbo Natale ne diedero solo uno, gli altri sarebbero serviti per 'qualcun altro'... In compenso gli diedero il permesso di leccare il cucchiaio con l'impasto e lui, pensando di non essere visto, mise anche un dito nella glassa. 
Riuniti tutti, elfi e BN, intorno al fuoco del camino a leggere e raccontare storie, furono interrotti all'improvviso dalla porta che si spalancava e al centro, in un vortice di neve, era comparso lui - il deus ex machina di tutta l'operazione, quasi perfetto nella sua migliore imitazione con il vestito di rosso, con quella risata inconfondibile e con un sacco pieno di regali... 

Così come il suo fraterno amico Jon Klassen ha trascorso anni ossessionato dai cappelli, parrebbe che anche Mac Barnett sia nel mezzo della sua, di ossessione, quella per Babbo Natale (BN). 
Come dargli torto: la questione è misteriosa e i pareri discordanti. 
L'anno passato, in coppia con il suo solito e fraterno amico, aveva affrontato e magicamente risolto la questione della penetrazione dei solidi (bel problema visto che Babbo Natale non è né un liquido né un gas): ovvero Come fa Babbo Natale a passare dal camino? 
Quest'anno, con un nuovo amico di pennello, Sydney Smith, si interroga su come lo stesso Babbo Natale trascorra il Natale. 
Questione non da poco, anche questa. Tuttavia, forse complice l'illustrazione, si avverte da subito un coinvolgimento emotivo ben più forte rispetto all'anno passato. A tal punto che, alla fine, qualche lacrima di commozione qualcuno la versa. 


L'idea di partenza, ovvero che BN fino a un certo punto della sua esistenza, di fatto del Natale abbia coltivato solo l'aspetto lavorativo, funziona molto bene come innesco esplosivo per lo sviluppo comico della vicenda. In questo senso c'è un grande non detto intorno a cui tutto ruota: da parte di BN c'è contemporaneamente la lucida consapevolezza che lui è l'unico e l'insostituibile, ma nello stesso tempo in lui alberga anche una grande tenerezza nel voler comunque assecondare gli elfi nel loro progetto che questa unicità vorrebbero smentire. 
Ragazzi, questo è il grande gioco della letteratura, del teatro, del cinema! Tutti siamo consapevoli che quello che stiamo leggendo, vedendo o ascoltando non è veramente così, eppure ci crediamo (Coleridge rules!), ovvero ci piace crederci. 
E quindi anche BN in persona entra a far parte del grande gioco della finzione. Proprio lui che è - diciamolo a bassa voce - la quint'essenza della finzione, la finzione per antonomasia. Tant'è. 
Gli elfi sono piccoli e affettuosi con lui, come non stare al loro gioco, magari fingendo anche un po' di stupore? 


Quindi un adulto potrebbe dire: bel gioco Barnett: la finzione nella finzione. 
Ma attenzione, la letteratura è in grado di fare grandi salti mortali (anche più del cinema e del teatro, certe volte) e qui un bambino potrebbe affermare con altrettanta sicurezza: qui la finzione è nella verità. Perché proprio in nessun angolino recondito di questo magnifico testo c'è una smagliatura che potrebbe mettere in sospetto un bimbetto che in BN creda con fede incrollabile. 
Meccanismo narrativo complesso e perfetto: ticchetta a tempo come una sveglia, per suonare all'ultimo giro di pagina. 
Ecco, a proposito di giro di pagina un paio di cose vanno messe in luce. 
Barnett lo ha detto, lo ha ridetto, lo ha scritto, lui, come tutti i più bravi da Sendak in giù, sa alla perfezione come funziona quella frazione di secondo di silenzio e di sospensione visiva. E se ne serve, padroneggiandone l'effetto per ben due volte. 
La prima volta fa un regalo (di natale) a Smith che, a sua volta, fa un regalo a tutti i lettori perché gli fa dire oooooh, e il secondo, invece, Barnett lo tiene per sé, come Sendak gli ha insegnato a fare. 


Vogliamo parlare del ritmo, della cadenza, del racconto? Alcune cose vanno veloci veloci, altre lente lente: rapido su come far entrare l'abete rosso, e per converso lento nel dettagliatissimo menu... 
E allora, vogliamo parlare di come Sydney Smith faccia lo stesso con le immagini: piccole vignette e tavole a piena pagina, doppie pagine piene piene?
 
Vogliamo parlare dei silenzi in cui Smith si infila e racconta per immagini? 


Vogliamo parlare dell'armonia su cui si accordano, al loro primo albo insieme? 
Vogliamo parlare della "tenerezza" nella voce di Sydney Smith? La gestualità e l'espressività dei personaggi: a partire dall'andirivieni di elfi per le viuzze per finire sui pomelli rossi di BN. 


Ma oltre tutto questo, si riconferma la sua straordinaria capacità di fare della luce una vera protagonista. Per Sydney Smith ogni occasione è buona per mettere 'in luce' la luce: dai raggi che attraversano la finestra e colpiscono il profilo di BN che diventa una lama bianca, alla luce che abbaglia nel bosco o sui tetti del villaggio innevati. 
O ancora la luce calda del camino o quella tremolante delle candele a tavola che illuminano i manicaretti o i calici alzati nella tavolata finale. 
Ecco. Brindiamo a un gran bel libro! 

Carla

venerdì 29 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN CORPICINO FORZUTO

Qualcuno mi aspetta dietro la neve, Timothée De Fombelle, Thomas Campi
(trad. Maria Bastanzetti) 
Terre di Mezzo 2024 


 NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"La maggior parte delle rondini non conosce nient'altro dell'umanità, delle sue tragedie e della sua bellezza, che queste minuscole sagome, laggiù in basso, che si credono grandi sulla terra ma non superano il più piccolo dei loro alberi. 
Perché non bisogna idealizzare gli uccelli. Al di là della passione del volo che dà vita alla loro anima e alla loro poesia, le rondini si occupano unicamente di sé stesse. Ci sono solo tre punti cardinali nel minuscolo triangolo della loro testa: il nido, i piccoli, la sopravvivenza. 
Gloria, lei non aveva niente di tutto ciò.

E infatti in quella vigilia di Natale lei non era al caldo con le altre sulla linea dell'Equatore. No, lei stava volando in direzione opposta e contraria. Verso Nord: Francia. Come le altre, che lo fanno ogni autunno e ogni primavera ma in senso inverso, a guidarla c'era l'istinto e non altro. 
Sotto di lei c'è anche qualcun altro che sta viaggiando in direzione Nord, Inghilterra. Un furgoncino della ditta Pepino & Schultz, gelati italiani. 


Un messaggio laconico sul telefono di chi ne è alla guida lo informa che la consegna è stata annullata. 
In cielo c'è Gloria, la rondine. E sotto di lei c'è Freddy D'Angelo, il fattorino che sta trasportando, in quella nevosa vigilia di Natale, gelati di qualità. 
Freddy, francese nonostante quel cognome, lavora da più di trent'anni per Pepino & Schultz, famosa ditta, ora in disarmo. Ha appena saputo che la sua consegna è rinviata a dopo Natale. Ormai è notte, fa freddo e casa non è lontana: l'unica cosa da fare e arrivarci, mettere in garage il furgoncino, e cenare. 
Da solo, come sempre. 
Gloria, la rondine, invece è lì che vola. Stremata, infreddolita, ma caparbia. 
Lei si è guadagnata questo nome - di solito le rondini non hanno nome - perché anni prima, abbagliata dalla lucentezza di un vetro, ci si era schiantata contro e un ragazzino l'aveva trovata e salvata. In fin di vita, lui l'aveva raccolta e curata, mettendola in una scatola del latte Gloria, che per tutto il tempo fu il suo nido sicuro. 
Questa è la storia di questa rondine che vola contro corrente, di questo trasportatore solitario e anche di qualcun altro. E del loro magnifico incontro. 

Capita, di solito nel tempo che precede il natale, che un libro di piccolo formato, contenente un unico racconto di un grande autore, mi commuova fino alle lacrime. 
Ben inteso la commozione non è solo da imputare al tema dei racconti che contengono, quanto anche alla loro perfetta bellezza. 
Nel 2022 fu la volta di Morris di Bart Moeyaert.
Nel 2024 è Timothée De Fombelle a colpire nel profondo. 
Grande costruttore di trame, nei suoi libri lunghi, da Vango a Alma del vento, passando per Tobia, qui decide di costruire un minuscolo meccanismo narrativo, assolutamente perfetto. Non un granello in più, o fuori posto. Tutto torna con matematica esattezza. 
Non un giochino, ma un corpicino forzuto e sodo come un romanzo. 
E come succede? 
E' un po' un paradosso: quella bella lingua universale, alla quale De Fombelle ci ha abituato, qui è centellinata. E' il silenzio, a parlare. Sono così tante le cose non dette che però baluginano tra le parole, che il lettore che nei libri va cercando qualcosa che non sa, qualcosa che non sta in evidenza sul piatto della pagina, qui ha di che saziarsi. 
A parte i due fili narrativi, quello che racconta della rondine e quello che racconta del corriere, a parte 'la quadratura del cerchio finale' su cui si può solo tacere, sono molti altri quelli che illuminano con lo scopo di dare quella profondità di visione, che un buon libro deve avere con sé. Per essere ancora più chiari forse ha senso entrare nel merito, almeno in due casi, quello di Freddy D'Angelo e quello di Gloria. Anche i loro nomi hanno un senso...
 

Chi sia quell'omino, quale la sua storia, lo si apprende in due modi, entrambi efficaci. Da un lato, le magnifiche tavole di Thomas Campi: quel camioncino Citroën tenuto bene nonostante l'età che attraversa le Alpi e sbuca dalle gallerie; la gran nevicata nella cittadina sulla A26; la casa in penombra; il garage tutto ordinato, illuminato con la torcia; un primissimo piano - l'unico. 
E dall'altra una sequenza di piccoli dettagli che De Fombelle semina qui e là: una musicassetta di Frank Sinatra, sempre la stessa per molte stagioni; la guerriglia intorno al Tunnel; il neon della cucina di casa che sfarfalla; gli incontri, venti minuti al massimo, con Emilia, la donna del deposito di gelati a Genova, abbracciata al suo quaderno; e poi il cameriere francese in un caffè londinese, le canne da pesca, gli ami del dodici; la cassetta degli attrezzi sul sedile... 


Chi sia quella rondine, lo si apprende negli stessi due modi, entrambi efficaci: Thomas Campi con le sue panoramiche dall'alto: un mare di sabbia, un mare in tempesta, uno scuro e uno chiaro, ma entrambi abitati. Sono i luoghi che la rondine sorvola. 
Dall'altro, ancora dettagli, accenni. Campi di battaglia, edifici bruciati e cortei nuziali; una manica della camicia, la sinistra, cucita; la porta di un garage che si chiude... 


Et voilà. 

Carla

venerdì 4 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MOOOOOLTO PERICOLOSA

La litigata, Victoria Scoffier, Alain Laboile (trad. Caterina Ramonda)
Terre di mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Stamattina Nil si ritrova di fronte una palla di pelo magrolina e un po’ sudicia, leggera come una mela: un gattino! 
La bimba se ne innamora all’istante. Lo chiama Nocciolino. 
I due diventano subito inseparabili. Già di primo mattino, pregustano con gioia i mille e più giochi da provare durante la giornata." 

Bambina, Nil, e gattino, poi gatto inspiegabilmente cresciuto in un soffio, da lei battezzato Nocciolino, diventano amici inseparabili. 


Sono entrambi piuttosto selvatici e liberi nella natura che circonda la casa. Giocano nel fango (a dire il vero lei gioca e lui si tiene a distanza e la guarda scettico). E la sera dormono (una fa finta e l'altro ha proprio gli occhi sgranati) entrambi in una scatola di legno che li contiene appena. Ma questa bellissima amicizia si interrompe un po' bruscamente quando Nocciolino, dopo aver segnato per l'intera notte le meraviglie dell'essere gatto libero (raffigurate da un gatto seduto nell'erba con occhi attenti) decide di esserlo, un gatto libero, e segue le orme di un suo simile che è passato nei paraggi. 
Nil non è affatto d'accordo e lui usa l'unica arma che ha, la graffia. 
Lei, a sua volta, usa la sua unica: gli urla contro che non lo vuole vedere mai più! 
Le loro strade si dividono. Con tutti i pochi pro e i molti contro che ci sono nella solitudine dell'una e dell'altro. Per non parlare del pelo bagnato e della pancia vuota... 
Più dell'orgoglio poté il digiuno? 

Per anni e anni di libri fotografici in Italia non se ne pubblicavano. O per lo meno ce n'erano pochi pochi (Munari a parte). Chi li voleva, doveva andarli a cercare altrove. I primi ad arrivare sono stati quelli concepiti per i più piccoli, immagine - oggetto o animale; immagine - espressione di un sentimento; immagine - colore di un oggetto. Poi con la consueta lentezza sono arrivati anche quelli, decisamente più impegnativi, che usano le fotografie per illustrare una vera e propria narrazione. 


Tra i rarissimi nati in Italia non va dimenticato il lavoro di Massimiliano Tappari che, ormai un bel po' di tempo fa, ci ha fatto vedere cose diverse da quello che era il soggetto della foto e ci ha costruito storie intorno: delle chiavi sono lo spunto per Parole chiave (Despina 2003) e i particolari di una moka diventano Coffee-break (Corraini 2013, 2024). Poi ha continuato la sua ricerca e i molti dei suoi libri, con i testi poetici di Chiara Carminati, sono diventati un canone. 
Alcuni cercano di seguirne il percorso, ma con risultati un po' fiacchi. 
In questi ultimi anni, la svolta. 
Si diffondono i libri per bambini in cui le foto diventano le illustrazioni. 
La casistica di come nascano libri del genere si esaurisce sulle dita di una mano. 
1) Chi fotografa per professione decide di costruire una storia e scatta foto ad hoc- come potrebbe fare un qualsiasi illustratore. 
2) Chi fotografa per professione decide di costruire una storia guardando il suo patrimonio di foto - come potrebbe fare un qualsiasi illustratore, aprendo un cassetto di suoi schizzi e bozzetti. 
3) Chi scrive e chi fotografa si conoscono e condividono una medesima idea di libro e decidono di convogliare i loro rispettivi talenti per dargli forma - come potrebbe capitare a scrittori e illustratori qualsiasi.  
4) Un editore chiede di fare foto ad hoc a un fotografo per illustrare una storia scritta di un altro autore. 
5) Chi scrive decide di costruire una storia ad hoc sulle immagini conosciute e apprezzate di chi fotografa. Questa categoria, a mio avviso, si dimostra la più pericolosa di tutte. A questa categoria appartiene La litigata


Victoria Scoffier, giornalista ed editrice, si innamora delle foto di un grande artista dell'immagine, Alain Laboile. Lei lavora nella rivista 6Mois che le pubblica. Come darle torto: sono pazzesche quelle foto di ragazzini bradi e mai in posa, rigorosamente in b/n. E lei è encomiabile per questo, perché lui è un assoluto talento con la macchina fotografica in mano. Anche se ci è arrivato quasi per caso nel 2004. 
La sua carriera di fotografo parte dalle foto in macro di insetti per poi passare a raccontare per immagini la crescita della sua numerosa famiglia, che razzola, sguazza, si diverte e si riposa (tra gatti e altri animali) nella casa di campagna che hanno nelle campagne intorno a Bordeaux. Le sue foto girano, in particolare in Francia e negli Stati Uniti, e il resto è storia: singoli scatti pubblicati su importanti riviste, libri di cui è unico autore dal 2012, mostre dal 2013 in poi. 
E nel 2017 Victoria Scoffier decide di scrivere e pubblicare con la sua casa editrice il libro La dispute, ossia un testo che lei scrive ad hoc, scegliendo come illustrazioni le foto di Laboile (o, viceversa, sceglie le foto che le piacciono di più e le tiene insieme con una storia). 
E così nella mia testa tornano a galla le poche parole che ho scambiato qualche giorno fa con Bernard Friot proprio sulla modalità n. 5. E su questa, per sua esperienza diretta, lui conveniva sul fatto che sia mooooolto (la sua o era molto ripetuta mentre lo diceva) difficile e pericolosa, per la qualità del risultato finale. 
Tornano anche a galla i miei pensieri espressi da qui sul delicatissimo rapporto di armonia, equilibrio e dialogo che deve esistere tra testo e immagine in un albo illustrato. Il pericolo che il testo diventi didascalia delle immagini o che queste non siano capaci di aggiungere nulla alle parole è sempre in agguato. Ragione per cui non tutti gli albi illustrati sono bei libri. 
Le cose che succedono in questo libro sono molteplici. Provo a elencare le principali. 


- La qualità delle foto è indiscutibile. A parte un paio di foto che paiono sgranarsi con l'ingrandimento eccessivo (ma forse è voluto e io sto prendendo una cantonata). 
- Testo e immagine fra loro fanno frizione più volte. Non si tratta però di quel meraviglioso gioco del contrappunto (immagine che smentisce testo o viceversa) che sfrutta il silenzio che esiste tra l'una e l'altro, ma piuttosto attestano un curioso disallineamento, una sorta di eco distorta tra i due codici. 
Non si contraddicono platealmente, il che sarebbe un bel gioco per il lettore, ma le parole (che arrivano per seconde nella fase di creazione) sono sempre un po' imprecise, rispetto a quello che l'occhio vede. 


- E poi il nocciolo della questione non convince. Il lettore riconosce la rabbia di quella bambina che si vede sfuggire il gatto. Riconoscerà altrettanto la ricerca di libertà del suddetto gatto. Riconosce forse anche i goffi tentativi di Nil di trovarsi amici alternativi e riconoscerà che avere uno scarabeo per amico non sia proprio il massimo per lei. Riconoscerà anche il fastidio di un gatto di avere pancia vuota e pelo bagnato. Ma poi cosa accade? Il gatto, essendo gatto, decide di tornare per fame e per freddo (la noia, perché aggiungerla?). E quindi la questione dell'amicizia ricercata e voluta da entrambi non sta tanto su.


E poi c'è da chiedersi: è proprio indispensabile dire così tanto, e dirlo con quel tono così "dolce" (un tantino dissonante con i contrasti del bianco e nero, dei fuori fuoco e con quel bel piglio selvatico di Nil)? Ed è altrettanto necessario dire e ridire a chiare lettere che Nil dovrà lasciare maggiore libertà a Nocciolino, per rispettare la sua natura di gatto? Perché l'amicizia non passa per il possesso? 
Il libro, quando fu concepito e pubblicato in Francia, presumo avesse l'intento di parlare a bambini piccoli, non a bambini incapaci di capire (ma poi ne esistono?). 

Carla 

Noterella a margine. L'idea di scrivere questo post nasce dall'esigenza di mettere in ordine i pensieri su questo libro. Libro, che ha raccolto tra amici di cui mi fido pareri controversi. Da entrambe le parti - gli entusiasti e i delusi - mi è stato chiesto di argomentare il mio punto di vista ed è quello che con sincerità ho cercato di fare. Mi scuso di averlo fatto pubblicamente da qui.