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mercoledì 8 gennaio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

UNO SPAZIO CHE PRIMA NON C’ERA 

Da persona indecisa e poco propensa alla sintesi quale sono, quando mi trovo di fronte a un problema che non offre una immediata soluzione affido le mie valutazioni al tempo. Lo lascio scorrere come si farebbe con un fiume, costruendo a valle le mie domande a forma di diga. Poi, sto seduta lì, paziente, a osservare cosa arriva: suggerimenti, indizi, ripetizioni. 
È osservando sparsi sul palmo i pezzetti di ciò che si accumula a ridosso dell’ostacolo che intuisco: la natura del problema, la precisa domanda. 
Spesso pure la risposta. 
Qualcosa di simile succede in questi due albi, abbastanza diversi, capaci di generare domande cogenti sull’infanzia, sul potere e l’autorità, sugli spazi interiori, senza tuttavia cadere mai nella tentazione di fornire risposte, forti proprio dell’eloquenza del materiale messo in movimento e in virtù del movimento stesso. 

 

In Di qui non si passa un generale generalissimo si proclama l’eroe della storia e mette un soldato di guardia alla linea di attaccatura delle pagine, stabilendo a gran voce che da lì nessuno potrà passare: la pagina di destra è riservata a lui! La guardia blocca diligentemente il passaggio a tutte le persone che non tardano ad arrivare, ognuna spinta da un proposito, un’urgenza personale, un desiderio. 
Tra le numerose lamentele e il sempre più chiassoso sconcerto passano ignari due bambini impegnatissimi a non lasciarsi sfuggire la palla con cui stanno giocando. Costretti anche loro a fermarsi, mancano un tiro, e allora è solo una questione di attimi: giusto il tempo che la pallina si fermi al centro della pagina di destra e anche i bambini sono dall’altra parte, seguiti a ruota da tutti gli altri. A nulla servirà l’arrivo del generale e dell’esercito: persino il cavallo si lascerà contagiare dall’anarchia e, disarcionato il proprio stesso padrone, se ne andrà con tutti gli altri, lasciando il sedicente eroe della storia solo e sconsolato a riordinare i resti colorati che, come seconde pelli, rimangono a terra dopo che tutti sono passati. 
Tutte quelle cose che non ci stanno più, invece, mette in scena una situazione più intima. 


È questa la storia di bambino che si trova ad avere a che fare con misteriose palline arancioni che cominciano inspiegabilmente ad apparirgli in numero sempre crescente. In assenza di una figura di riferimento e di validi suggerimenti, il piccolo tenta in tutti i modi di trovare uno spazio e uno scopo a questi inspiegabili oggetti. Tuttavia né la borsa della palestra del papà, né la cuccia del cane, l’autobus o il carrello della spesa sembrano adatti a contenerle, e al bambino, sovrastato dallo sforzo, non rimarrà che arrendersi alla loro presenza. Sarà dopo questa resa che vedrà qualcuno simile a lui, un altro bambino che, sgattaiolando tra le gambe degli adulti indifferenti, lo condurrà oltre una porta in un giardino dove le palline troveranno il loro posto. 
I due dispositivi narrativi presentano certo notevoli differenze: 
- Da una parte abbiamo un protagonista adulto, dotato di autorità, che agisce per proprio esclusivo interesse contrapponendosi a una molteplicità di persone libere, ognuna dotata di nome, relazioni amici, e di una direzione ben specifica che le spinge ad affrontare il divieto di non attraversare un dato confine; dall’altra ecco un bambino solitario (o lasciato solo?) alle prese con l’apparizione apparentemente insensata di palline arancioni di cui non è chiaro lo scopo… 


- Da una parte i colori squillanti e il tratto nitido dei lampostil danno vita a personaggi dinamici, quasi ritmici, dall’altra una palette di grigi sfumati: delineano con campiture sfumate una serie di ambienti estranei e respingenti in cui l’unico colore concesso è quello delle palline, arancioni e luminose, e il giacchino del bambino, anche questo arancione, come da programma… 
- Da una parte l’azione avviene in spazi indefiniti, candidi, e viene interrotta dal bordo della carta, come a suggerire un campo d’azione che supera la struttura del libro per estendersi ben oltre il margine; dall’altra, ecco susseguirsi scenari domestici e urbani di un quotidiano vivere comune che pare ripiegarsi su sé stesso.
- La chiara identificazione del limite e del divieto con l’attribuzione di funzione scenografica alla linea di attaccatura tra le due pagine de Di qui non si passa! si contrappone al confine psicologico che si sostanzia pagina dopo pagina in Tutte quelle cose che non ci stanno più separando gli ambienti esterni dallo spazio interno – attonito e lievemente angosciato - del piccolo protagonista, ma anche gli adulti dall’infanzia. 



- Infine, tra i personaggi della folla del primo albo serpeggia un elettrico senso di energia e si aprono variopinti fumetti che sostanziano all’occhio il rumoreggiare delle voci dei molti, rappresentando anche a livello sonoro il crescendo di un attrito tutto esterno tra il generale e la folla. Nelle grigie ambientazioni dove si muove il bambino alle prese con le palline invece, rimbomba in silenzio un conflitto intimo e personale, vissuto in una solitudine sottolineata con puntualità dagli sguardi infastiditi o indifferenti degli adulti.
 



Tuttavia, la scelta di procedere nella narrazione attraverso il dispositivo dell’accumulo stabilisce una sotterranea comunanza tra questi due albi: entrambi presentano fin dal titolo una negazione, un divieto, una linea di demarcazione, ovvero dispongono un ostacolo contro cui è necessario scontrarsi, e ovviamente entrambi procedono con l’accumulo progressivo di elementi formali proprio contro il margine stabilito dalla negazione; entrambi utilizzano espressivamente la distribuzione del peso dell’immagine nelle pagine, spostandola nel corso della narrazione da sinistra a destra quasi che l’intera struttura fosse un bilanciere e la storia una questione di stabilizzazione di forze fisiche…


Infatti, è fatto grande affidamento sul tempo necessario allo sviluppo della massa critica ed è prevista, alla fine di questo processo, l’apparizione di una soglia funzionale allo scioglimento della tensione creata dall’accumulo stesso. 



In questo modo, autori e autrici vanno costruire una efficace metafora delle modalità con cui si sviluppa e sostanzia nella mente un pensiero nuovo, un’idea o una consapevolezza per cui non era previsto uno spazio che tuttavia, da un certo momento in poi, incredibilmente si crea.


L’accumulo funziona ottimamente come dispositivo narrativo: fa nella narrazione quello che tempo e peso fanno alla roccia: strato dopo strato, millennio dopo millennio il depositarsi di materia, riordina i significati, stabilizza i legami, mette in quadratura i conflitti e i rapporti. Così, nasce la lucentezza della malachite, il verde dello smeraldo, la stabilissima trasparenza del diamante. 
Ecco allora la critica all’autorità e al rigore, ecco la negazione dello spazio dell’infanzia, ecco un inno alla vitalità dei desideri e all’individualità genuina che nell’infanzia prova a trovare la sua prima legittimazione. 


La questione saliente è la fiducia. Saper confidare nel gesto ripetitivo di voltare pagina dopo pagina dopo pagina, rimanendo tuttavia in attesa del mutamento della situazione: che l’equazione si sviluppi, che il processo si compia, che il significato si riveli. Che i materiali – persone, palline pensieri e sentimenti e domande - rivelino attraverso la loro persistenza il proprio messaggio.


Più che logico è inevitabile: l’accumulo è un arrendersi che affida alla natura stessa delle cose la parola, e che accoglie il significato evidenziato dalla ripetizione per restituirlo finalmente intero e visibile alla singolarità. Recuperando l’immagine della diga, è inutile pensare di ostacolare il libero e pulsante fluire di palline, persone, sentimenti e pensieri, stabilire a tavolino che non sia possibile passare: ciò che si accumula è destinato presto o tardi a tracimare, e per tutte le cose che sembrano inizialmente non avere collocazione, per la novità o l’urgenza del loro messaggio, si creerà un nuovo spazio: uno spazio che prima non c’era. 


Giorgia 


“Di qui non si passa!”, Isabel Minhos Martins, Bernardo Carvalho, Topipittori 2015 “Tutte quelle cose che non ci stanno più” Marta Lonardi, Corraini 2024

venerdì 7 giugno 2024

ECCEZION FATTA!

LEZIONE AMERICANA


Facciamo due conti a spanne: un centinaio di pagine che di media sono costituite da blocchi da 25 righe (escluse le note), l'una per l'altra. Quindi il totale delle righe, sempre a spanne, dovrebbe essere intorno alle 2500 righe. Di queste 2500 righe, ancora una volta a occhio e croce, ne dovrei aver sottolineate a matita circa 250. Sapendo che tutto il racconto del campeggio e di Riley con il suo melone è intonso senza neanche un segnetto a matita, perché conosco la storia, quasi come se fossi stata in quel campo estivo, per aver ascoltato e riascoltato la Ted talk (why a good book is a secret door...) mille mila volte. Ugualmente intonse - perché a me già note - sono le parti circa la sua mamma, la sua libreria piena di libri di seconda mano, e tutto il discorso sulla fortuna di essere stato figlio di una madre single che comprava per lui nel 1985 libri usati risalenti agli anni d'oro della letteratura per bambini, quelli di Wise Brown e co. per intenderci. 
Da tutto questo se ne deduce che tutta la parte teorica che con grande sapienza e leggerezza Barnett cuce intorno a fatti molto reali, quali per esempio la sua infanzia, ossia la radice del suo essere oggi lo scrittore che è, io l'ho trovata di estremo valore e, immodestamente, molto corrispondente a quelli che sono i miei pensieri sui libri scritti per i bambini. 
Chi ha avuto la ventura di ascoltarmi mentre discetto sulla questione, non stenterà a credermi, visto che di Barnett mi considero una discepola, oserei dire un'apostola (se non è troppa la presunzione) e infatti non c'è occasione in cui io non lo citi o citi i suoi libri. 
Le 10 verità (+1) che a mio parere sono da condividere e quindi diffondere sono le seguenti: 
1) i bambini sono persone. 
1 bis) I bambini in qualità di persone sono senzienti e ragionanti al pari di un adulto. 
2) i bambini sono altro dagli adulti e funzionano diversamente. Di solito, migliori perché più nuovi... I bambini sono perspicaci, flessibili e hanno la mente aperta. Devono esserlo per forza: l'infanzia è una lunga serie di esperimenti. I bambini si impegnano con coraggio per capire ciò che è nuovo. "I bambini sfrecciano oltrepassando con facilità il confine che separa la realtà dalla finzione ... Un ostacolo che potrebbe disarcionare un bibliotecario, è niente per un bambino" (E.B. White). I bambini sono incompleti e orgogliosi di esserlo.
3) i bambini, pur dipendendo in larghissima parte dagli adulti, hanno delle loro aree di autonomia. 
Una di queste è l'immaginazione. 
4) come adulti occorre riflettere sul potere esercitato nelle vite dei ragazzini, compresa quella 'letteraria' e quella sulla loro immaginazione. 
5) come adulti occorre ragionare sul fatto che la letteratura per l'infanzia è di fatto gestita dai grandi e che solo in fondo alla filiera ci sono i bambini... 
6) e ne consegue che le riflessioni sui libri - sia quando si scrivono, sia quando si propongono ai bambini - devono tenere in giusto conto quanto detto fin qui. Devono essere profonde, attente, rispettose e oneste se si vuole arrivare alla qualità. 
7) la letteratura per l'infanzia dovrebbe contenere belle storie, essere variegata e autentica, audace, eccentrica, polifonica, non convenzionale. Deve essere curata e interessante e dovrebbe tenersi lontana dall'essere utile a qualcosa, tenersi lontana dal 'didascalismo', ossia dall'insegnare, dallo spiegare, dal risolvere e trovare risposte. Deve fornire una strada verso il senso delle cose, chiamando dentro il lettore perché trovi la sua lettura, piuttosto che imporre una morale unica e preconfezionata. 
8) La letteratura per l'infanzia, come anche quella per i grandi, è spesso brutta. E può esserlo in modi anche molto diversi. 
9) sulla scia del punto 1 bis, adulti e bambini, in quanto esseri umani, condividono la stessa sfera emotiva. Per questo il bravo scrittore per l'infanzia, che questa cosa la sa, nel raccontare i bambini racconta anche una parte di sé e dell'umanità. Racconta il difficile compito di capire cosa significhi essere una persona in questo mondo. Leggete Sydney Smith, per esempio. O  Jon Klassen. O  Ulf Stark o a Kitty Crowther e via andare.
10) se ne deduce che i buoni libri per bambini nascono nella zona di intersezione tra la sfera di interesse di un bambino e quella di un adulto. In quella parte in cui si sovrappongono, lì c'è la buona letteratura per l'infanzia (che spesso e volentieri è buona letteratura punto). Lì grandi e piccoli sono sempre alla pari, ma mai uguali.


Chi non dovesse essere d'accordo con queste 10 + 1 verità, farebbe meglio, beninteso questo è solo un consiglio, a tenersi alla larga dall'infanzia: non è roba per lui e non se la merita! 
Gran finale su La porta segreta che diventa una letterina a Mac Barnett. 
Per farlo, devo tornare su due parole chiave di questo libro, che lo caratterizzano. 
La leggerezza e la sapienza. Insieme. 

Caro Mac Barnett, 
credo che la rarità e il pregio di questo libro stia in due cose che di rado viaggiano insieme: la sapienza e la leggerezza, quella calviniana, nel raccontarla. 
Nella mia vita non ho incontrato moltissime persone che fossero semplici e leggère e nello stesso momento anche molto complesse, ovvero che sapessero regalare in giro, mettere a disposizione di chiunque, la profondità e la bellezza dei propri ragionamenti. Senza peso, si badi.
Persone che abbiano saputo farlo, come se fosse la cosa più naturale possibile. 
Persone che abbiano avuto l'ardire di rivolgersi a tutti e non solo a un ristretto gruppo di iniziati. 
Persone che abbiano saputo raccontare la complessità del mondo, mostrandola nelle cose di tutti i giorni. Io, se me lo permetti, ti metterei tra costoro. 
Non so se spinta dalla farfalla di Carson Ellis, ma ho avuto davvero la sensazione, mentre leggevo/ sottolineavo/imparavo/ragionavo/assentivo/sorridevo, di svolazzare di fiore in fiore, godendomi l'aria fresca che spiffera dalla Porta segreta che, a tutta evidenza, tu lasci sempre un po' aperta perché qualcuno sbirci al di là e poi entri... 

Fabian Negrin,
da Jack London, L'ombra e il bagliore, Orecchio acerbo 2010

Quindi, riassumerei così: grazie. 
Con leggerezza.

Carla 

La porta segreta, Mac Barnett (trad. Sara Ragusa) Terre di Mezzo 2024

venerdì 10 maggio 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

POTERE DEL POPOLO


Nel suo articolato percorso di divulgatore, Philip Bunting ha inserito un tema per così dire ‘politico’: il nuovo libro pubblicato da Caissa Italia, con la traduzione di Elena Montemaggi, si intitola appunto ‘Democrazia!’.
Il metodo espositivo di Bunting è assai consolidato: il tema viene trattato in modo sintetico, e qui davvero è un’impresa!, e anche pratico, cercando di indicare a lettrici e lettori le modalità con cui esprimere la propria opinione.
Si parte, necessariamente, dalla democrazia ateniese per poi mostrare sia i sistemi di governo alternativi, dalla monarchia ai regimi totalitari, sia le ricadute positive che il sistema democratico comporta: il rispetto dei diritti, pace, sicurezza, libertà.
Qui è necessario un appunto: non si può parlare di democrazia senza parlare del potere e del popolo: i diritti che un sistema democratico riconosce non sono stabiliti una volta per tutte e il ‘popolo’ può comprendere o escludere componenti essenziali della società: le donne, le minoranze linguistiche e via discorrendo. Anche quando si dice che la democrazia riconosce uguali diritti, pensando alle democrazie contemporanee, si resta un po’ basiti: davvero c’è chi pensa che possano esserci uguali livelli di partecipazione a prescindere degli stridenti conflitti di classe? Chi è povero è veramente libero? Per non parlare della pace, che, ahimè, trova scarsa ospitalità sotto qualsiasi regime.
Insomma, non si può fare un libro sul tema politico per eccellenza, ignorando volutamente la storia del ‘900. E non si tratta di questioni poi così complesse: chi non ha pane difficilmente sarà libero di scegliere chi lo rappresenterà in Parlamento.
L’autore, naturalmente, richiama le imperfezioni dei sistemi politici contemporanei e sottolinea, giustamente, quanto la democrazia non sia un’acquisizione data una volta per tutte e che , quindi, vada salvaguardata costantemente.
Molto interessante, direi, la parte del libro che invita lettrici e lettori a farsi attivi sostenitori delle proprie idee: l’autore insegna come fare un cartello di protesta, scrivere un testo appropriato e comprensibile, connettersi con altri che la pensano nello stesso modo. Tutto all’insegna del rispetto e dell’ascolto delle altrui ragioni.
Peccato che poi le stanche democrazie occidentali facciano molta fatica ad ascoltare proteste e proposte che vengono dal mondo giovanile: la stessa cronaca di questi anni e dei giorni più recenti dimostra la vitalità del mondo giovanile e l’ottusità delle istituzioni e, direi, della pubblica opinione.
Ma questo forse è meglio non dirlo a chi si sta appena affacciando a questi temi, così importanti.
Sarebbe bello che di questo libro si discutesse nelle classi, a partire dalla terza, quarta elementare, come primo esercizio proprio di democrazia.
Consiglio, quindi, la lettura a bambine e bambini battaglieri, ma anche a genitori e insegnanti coraggiosi che abbiano voglia di affrontare questioni complesse come questa.

Eleonora

“Democrazia!”, P. Bunting, trad. E. Montemaggi, Caissa Italia 2024



lunedì 18 febbraio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TOK! TOK! TOK!

Cicala, Shaun Tan (trad. Marco Ruffo Bernardini)
Tunué 2018


ILLUSTRATI

"Cicala in alto edificio lavora.
Immissione dati. Diciassette anni.
Malattie: mai. Errori: mai.
Tok! Tok! Tok!

Diciassette anni. Promozioni: niente.
Risorse umane dice: Cicala non umana.
Risorse: niente.
Tok! Tok! Tok!"



Cicala non ha a disposizione neanche il bagno. Deve fare dodici isolati verso il centro e il tempo usato gli è detratto dalla busta paga. Nell'ufficio dove Cicala lavora, cellette in muratura senza soffitto, i colleghi umani non portano a termine mai il lavoro e tocca a lei farlo. Non la amano, anzi la disprezzano. Il suo stipendio non le basta per pagare l'affitto di un appartamento, così vive nell'intercapedine di un muro di quello stesso ufficio, senza che la Compagnia lo sappia. Ovviamente. Dopo diciassette anni passati così, arriva la pensione: niente festa solo l'ordine di lasciare libero il suo posto. Senza lavoro, senza soldi, senza casa a cicala non resta che il tetto di un edificio abbastanza alto.
È arrivato il momento di dire addio a tutto questo...


Sull'angolo del cornicione Cicala guarda in avanti. E poi da quel grigio diffuso che è stata la sua esistenza fino a quel momento, Cicala muta. Da insetto con sei zampine, tre per lato, chiuse in una camicia bianca e in un completo grigio, atte solo a scavare e diteggiare su una tastiera, sul suo dorso spaccato e pieno di luce 'interiore' tira fuori finalmente il suo corpo nuovo e alato.
Altro che suicidio. Metamorfosi e rinascita a una vita libera. Non prima però di aver rivolto un ultimo pensiero agli Umani. 
No, non un pensiero, una risata.

Sarà una risata che vi seppellirà: 1905 fotografia dell'arresto di un anarcosindacalista a Parigi durante uno sciopero. Lo sghignazzo della classe operaia. 


A braccia aperte, ride. Con la sua camicia bianca in primo piano, tenuto per la giacca da due poliziotti, l'operaio viene avanti con sicurezza e ride, trascinandosi dietro la macchia scura dei due gendarmi in uniforme.
Pronunciata probabilmente da Bakunin alla fine dell'Ottocento, attraversa il pensiero anarchico ed è poi ripresa nel Sessantotto e scritta sui muri nel Settantasette, è la frase che si legge sotto questa foto (diventata poi un manifesto).
Quella risata diventa simbolo, estremo e infallibile.
È lo sberleffo di chi si sente fino all'ultimo libero nei confronti di ogni potere.
In questa direzione, la risata di Cicala, e di tutte le cicale che nella foresta cantano, è il simbolo della libertà nei confronti dell'oppressione.


Shaun Tan vola, è il caso di dirlo, sempre altissimo.
In un libro di poche pagine, in una rapida sequenza di frasi compresse crea un'icona di enorme potenza. Ed è lo stesso Tan a dirci che tanto del suo lavoro intorno a Cicala è stato quello di togliere, togliere, togliere. Per arrivare a mettere su carta solo il necessario. Infatti Cicala è immediatamente un'icona.
Da qualsiasi punto si voglia partire per ragionarci intorno, si trovano agganci che ne consolidano il senso e lo status di simbolo.
Uno. La cicala, animale che per eccellenza rappresenta la pigrizia, qui è lavoratore instancabile. Con riscatto finale.
Shaun Tan non ha paura di affondare le mani nel mito, nella favola di sempre, per darne una sua lettura e spiegazione originale.
Sarà difficile, da adesso in poi, d'estate, tra le cicale che friniscono, non andare con il pensiero alla sua Cicala libera e in pensione. E sarà difficile non sentirsi, con le dovute proporzioni, presi in giro come membri di quella stessa umanità che le libere cicale irridono.
Due. Il suo essere insetto chiuso in un abito umano e stritolato da una vita asfittica, fatta di ingranaggi in sequenza e la sua metamorfosi (al contrario) a mio parere ha il 'profumo' di Kafka. Kafkiana è la situazione, Kafkiana è la trasformazione, kafkiano il suo vivere al margine, il suo essere sempre a un passo dalla sua distruzione da parte del sistema, dal potere. Ma se kafkiano è lo spunto, molto più universale è la sua lettura del personaggio Cicala. È all'istante simbolo, icona, di tutti coloro che vivono lontano dai coni di luce, che sono laterali rispetto al mainstream, che vivono nell'ombra - 'nelle intercapedini' della vita sociale. Sono moltissimi i dettagli che si colgono nei disegni che a questo genere di persone e situazioni alludono.


Tre. Il linguaggio. È sincopato e anomalo. Per almeno due ragioni: da un lato dà voce a una relazione di tipo meccanico, molto più che interpersonale tra Cicala e Uomini. Dall'altro, ed è agghiacciante sentire la propria voce leggerlo, è la lingua dello straniero. Di colui che ha un vocabolario limitato e quindi limitante, in cui si perde ogni sfumatura (la bellezza delle lingue) per rimanere attaccato a un codice arido quanto disperato per arrivare a essere capito. Questo discorso andrebbe ampliato ben di più, perché necessariamente richiama lo straniamento su cui Tan tante volte, dall'Approdo in poi, torna a ragionare. Muoversi in un contesto estraneo, di cui non si conoscono (o riconoscono) forme, ritmi, tempi, luoghi e linguaggi, non è forse il fiume carsico che attraversa The Arrival?


Quattro (legato indissolubilmente al tre). L'appartenenza. Cicala è un'anomalia: un Insetto in un mondo di Umani. È diverso e come tale va trattato. Non a caso spesso Tan ragiona sull'invasione del pianeta da parte di creature 'diverse'. Uno per tutti: Rabbits. In questo senso, lui crea una sorta di immagine distorta di una umanità autoreferenziale, per mettere sul piatto la questione. Ognuno sarà libero di trovare le proprie risposte, ammesso che ci siano. Questa è la prova regina che siamo di fronte a un gran libro. 
And last but least, cinque. Il nesso fortissimo con il reale comportamento in natura delle cicale: la loro muta avviene in occasione della maturità (o della pensione). Con le due zampe anteriori adatte allo scavo del terreno (o alla tastiera di un computer) escono dal suolo (o dall'ufficio) e cercano un albero (o un alto edificio) dove arrampicarsi ed effettuare la muta. Lasciano definitivamente l'involucro ninfale e, dopo qualche ora, sono pronte per il primo volo. E la prima risata.


Carla


Noterella al margine. Come spesso accade, Shaun Tan anche per Cicala ha ricreato 'in vitro' dei piccoli scenari entro cui fa muovere il personaggio principale (un modellino tridimensionale e modificabile nei gesti), lo ha fotografato come se fosse su un set per studiarne l'incidenza della luce, e quindi ha usato le foto per la realizzazione delle tavole definitive. 



Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

venerdì 25 marzo 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


RE PER UN CASO

Luigi I Re delle pecore, Olivier Tallec (trad. Chiara Stancati)
Lapis 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"E fu così che in un giorno di vento, Luigi la pecora divenne Luigi I, re delle pecore.
Un re deve avere uno scettro per governare, PENSÒ per prima cosa Luigi I.
E un trono per amministrare la giustizia, perché è importante, la giustizia..."

La corona è portata dal vento, come molte cose nella vita vera. Luigi, come molti nella vita vera, semplicemente approfitta dell'occasione.
Dall'avere una corona in testa a essere re, nella mente di una pecora, il passo è breve. Così Luigi, incoronatosi, comincia a comportarsi da re. 


Scettro, trono, letto regale sono simboli importanti per poter far crescere tra i sudditi il consenso e il rispetto. Per accrescere il culto della propria immagine sarà necessario riprodurla a ogni buona occasione: nelle statue, nelle siepi dei giardini del palazzo reale. Un buon re, soprattutto di questi tempi, deve essere un buon comunicatore. 


Un buon re coltiva le arti e quindi a palazzo giungeranno i migliori artisti ad esibirsi. Nelle giornate di noia un buon re troverà svago nella caccia grossa e se le prede adatte non sono autoctone, le si dovrà fare arrivare da fuori. La diplomazia è un altro aspetto non trascurabile. Ma ciò che non può essere assolutamente procrastinato è l'ordine nel regno. E per questo serve un esercito compatto che marci unito, a passo di pecora.
Si sa, non è sempre facile mantenere l'equilibrio quando si ha tanto potere, così anche a Luigi scappa un po' di mano la situazione...ma, come molte cose nella vita vera, ci pensa il vento a cambiare di nuovo la prospettiva...


Tallec non sembra voler rinunciare al lupo, ma questa volta l'ombra allungata del suo lungo muso si profila solo qua e là, e il palcoscenico è tutto delle pecore.
Pecore alle prese con il caso, sotto forma di vento, pecore alle prese con il potere, sotto forma di corona.
Se il tema del 'caso' che prende la forma del vento lo ha 'inventato' Pamela Travers con la sua Mary Poppins che arriva e se ne va volando, anche il tema del 're per un giorno' non è esattamente una novità nell'ambito dei libri illustrati (e non solo). E penso alle differenti declinazioni che compaiono in La regina delle rane di Davide Calì e Marco Somà, oppure in C'era tante volte una foresta di Élisa Géhin o ancora in Nuno di Mario Ramos. Tuttavia mi pare interessante, come sempre, la prospettiva dalla quale Tallec osserva la vicenda.
Sembra un po' un assurdo dire che l'autore della vicenda sia contemporaneamente il suo osservatore esterno. Eppure, e questo è uno dei più grandi meriti che va ascritto a Tallec, le cose stanno pressappoco così. Pochissimo della storia sembra essere concesso a quello che potrebbe essere un giudizio, una visione d'autore. Tallec si deve essere piazzato su uno dei tanti alberi sotto cui le pecore pascolano e con un buon binocolo osserva ciò che accade. O forse ha indossato i panni del lupo e solo in un caso, pensando di non essere visto, si mischia alla folla acclamante nel comizio? Forse in attesa che il caso, prima o poi, sfiori anche lui.
Se così è, credo sia utile andare a cercare quel 'pochissimo' che fa di un albo, un albo di Tallec.


Primo dettaglio: il cambio di passo. Da una doppia tavola che 'fotografa' la situazione di partenza si passa a una tavola in cui tutto avviene con una sequenza concitata, quattro collinette che vedono la pecora Luigi diventare Luigi I, quindi si ritorna al respiro della doppia tavola per tutto il libro. Salvo poi riaccelerare per la deposizione di re Luigi I ridiventato pecora comune.
A chiudere, in perfetta simmetria con l'inizio, l'ultima tavola doppia per il coup de théâtre finale.
Secondo dettaglio: l'indifferenza generale dei primi momenti di governo. Essa è frutto della velata ironia di Tallec, che gioca sulla contrapposizione con l'entusiasmo, la passione e certo dover essere del nuovo re.
Terzo dettaglio: il consenso che cresce. Lentamente, ma inesorabilmente le pecore al principio disinteressate, diventano parte attiva. Un caso per tutti: le pecore-cani per la battuta di caccia grossa. Come a dire, sorride Tallec, che il consenso, tra le pecore!, si costruisce attraverso una buona gestione dell'immagine pubblica.
Quarto dettaglio: il lupo qua e là. Lo si nota solo dopo, ma lui è lì fin dal principio, forse a testimoniare che nella vita non si può mai abbassare la guardia. Tallec è grande maestro del finale incompiuto e anche in questo albo la presenza del lupo mi pare contribuisca a lasciare aperto un canale di interpretazione non indifferente.

Quinto dettaglio: l'uso raffinatissimo (assecondato con grazia nella traduzione) della lingua, per dire senza dichiarare. Il passaggio dall'indicativo al condizionale segna una linea di confine tra ciò che è e ciò che ci piacerebbe che fosse. Ma tra desiderio e realtà siamo noi a dondolarci, non le pecore. Ed ecco che il modo e il tempo di un verbo ci suggerisce, senza dirlo, chi si nasconda effettivamente sotto il vello morbido di quel gregge.
Ci siete caduti anche voi: quel pochissimo è in realtà tantissimo.
Un gigante, come al solito,Tallec.

Carla

giovedì 6 agosto 2015

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


LEAVE IT TO THE FANTASTIC FIVE!

The Five of Us, Quentin Blake
Tate Publishing 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Once, not very long ago, and not very far from here, there were five friends. Their names were: Angie, Ollie, Simona, Mario and Eric.
They were all fantastic."


Ognuno di loro aveva qualcosa di stupefacente. Angie poteva vedere un passero sulla testa di una statua a sei chilometri di distanza, Ollie poteva sentirlo starnutire, Simona e Mario erano così forti che potevano sollevare e portare qualsiasi cosa tu possa pensare. E anche Eric era spettacolare, ma solo alla fine si saprà perché. 


Quel giorno era un giorno di gita così tutti e cinque salirono sul pulmino giallo guidato da Big Eddie e andarono a cercarsi il posto migliore per mangiarsi i loro stupefacenti panini, alla banana ai sottaceti e formaggio...ma il panino di Big Eddie forse non era proprio a posto e il suo effetto fu davvero stupefacente: Big Eddie diventò prima verde, poi bianco e infine cadde giù svenuto.


Che fare? L'unica cosa utile è mettersi in cammino per cercare aiuto. Simona e Mario se lo caricano, Angie vede degli escursionisti in lontananza, Ollie può sentire le loro voci. Ora non resta che raggiungerli, se non ci fosse quel dannato fiume da attraversare...


Sì, ma nel frattempo Eric? Lui, che per tutto il tempo non aveva che detto altro che ehm ehm, ora, a gambe larghe sul burrone che costeggia il fiume, urla, con quanto fiato ha in gola, un'unica ma risolutiva parola: AIUTO! 


Gli escursionisti chiamano un elicottero del soccorso e Big Eddie è presto portato in salvo. E' stato un gioco da ragazzi...un gioco da 5 fantastici ragazzi.

Esistono alcune regole auree per chi si occupa di letteratura illustrata per l'infanzia.
Una di queste è: se vedi un libro di Quentin Blake prendilo su all'istante e non lasciartelo portar via da altri. Puoi aprirlo anche dopo a casa e verificare con calma più nel dettaglio di cosa tratti. Una cosa è certa, non ti deluderà.
Quentin Blake è il più grande narratore dell'immaginario dei piccoli, ma non dei piccolissimi, che io conosca. Si è sempre circondato di amazing characters, dalla schiera uscita dall'intesa perfetta con Dahl fino ai libri in cui è anche autore, e che a tutt'oggi sono per la maggior parte vergognosamente ignorati dall'editoria italiana.
Non so spiegarmi perché. Ricordo il bellissimo La nave d'erba (Fabbri, 1999) dove, ancora una volta, l'immaginario era protagonista assoluto e dopo un decennio (!!!) lo stralunato La storia della rana ballerina (Interlinea, 2008) e poco altro. Solo nel 2014 Mondadori ha pubblicato finalmente Il libro delle Storie di Quentin Blake (che ne contiene addirittura sei).
Un vero peccato e molte occasioni perdute. Ed è per questo motivo che la regola aurea la rispetto con puntiglio: i libri di Blake vanno colti al balzo.
Five of us, l'ultimo della mia piccola collezione, è una storia allegra, piena di humor, di sensibilità, con risvolti inaspettati. Una storia in cui si respira l'aria dell'estate, dell'estate dei ragazzini. Quell'aria fatta di stupori, super poteri e, soprattutto, di gioco di squadra che sono i tre elementi che mi auguro siano presenti nell'estate di ogni ragazzino.
Ed è per questo che ho deciso di chiudere in bellezza, con un'aria così, per la pausa estiva.



Carla




giovedì 23 aprile 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO LA SCRITTURA È VOCE

La bambina fulminante, Paolo Nori
Rizzoli 2015


NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"La maestra Gemma, cioè Cioè, aveva dato tanti di quei compiti che volevano dire dieci ore di lavoro, in un fine settimana che Ada sarebbe dovuta andare a Mirabilandia, e tutti quei compiti forse volevano dire niente Mirabilandia, Ada quella volta lì aveva chiuso gli occhi, si era concentrata, aveva pensato: 'Che ti venga immediatamente un mal di testa sconvolgente. Che duri per davvero un cinquino di giorni intero'".

Ada porta 39 di scarpe, ha una maestra che dice sempre cioè, ha un nome palindromo, un padre che disegna bene e non sa scrivere poesie, una madre assicuratrice, e una dote straordinaria: è una bambina fulminante, ovvero quando lancia un anatema, l'anatema si avvera. Il primo risultato sono proprio cinque giorni di assenza della maestra che dice sempre cioè.
Ada al momento sta viaggiando con sua madre su un treno che da Bologna le sta portando a Prato. Da un minuto e rotti si trova davanti alla porta del bagno e vorrebbe tanto entrarvi per potersi nascondere da Bob. Perché Bob, che è un tedesco imbroglione che da Berlino si è trasferito a Montechiarugolo e che di mestiere fa l'enigmista, ora è nel suo scompartimento, ma Ada ha promesso a sua padre di non rivelare mai a sua madre che lei conosce Bob. Questo perché il padre di Ada e Bob sono grandissimi amici proprio grazie all'enigmistica. Tuttavia, dato che la madre di Ada in passato ha smascherato una truffa di Bob, è meglio che non sappia che Bob e la sua famiglia nel frattempo hanno stretto amicizia con il padre che vorrebbe tanto scrivere poesie e con la stessa Ada con cui hanno tentato di arrivare a Capri e invece poi si son ritrovati a Carpi...
Avete le idee confuse? Benvenuti in un libro di Paolo Nori.

Lui scrive così. Undici capitoli, centonovanta pagine che raccontano un minuto e mezzo della vita di Ada. Davanti alla toilette di un treno interregionale. Eppure la storia sta su, tutto meravigliosamente sta in piedi. Tu, lettore, ti fai portare in avanti e poi indietro in un continuo andirivieni con il passato, con incisi e parentesi e digressioni che possono durare anche due capitoli. Poi Nori ti riprende, o forse dovremmo dire si riprende, e ti spiega tutto quello che non avevi capito fino a quel punto. E la sua scrittura, come sempre, è voce.
A puro titolo informativo vi dico che Lucio, il padre, scrive poesie che non piacciono a nessuno (a me, molto) e per guadagnarsi da vivere disegna. La madre di Ada, Lucia, invece, lavora in una agenzia di assicurazioni, ed essendo donna integerrima, smaschera ogni truffa, compresa quella di Bob. Quest'ultimo, tedesco doc importato nella bassa padana di cui apprende immediatamente l'idioma locale, ha due figli, Ebe e Otto, e una moglie ed è un mago nel costruire palindromi (Otto ed Ebe, compresi). Ragione per cui, Lucio lo trova irresistibile. La loro amicizia, però, deve rimanere segreta agli occhi di Lucia, per ovvie ragioni.
Ada, nel frattempo, ha lanciato anatemi qua e là. In verità non si tratta mai di roba seria, a parte uno sfuggitole di bocca per cui il compagno di classe ricco e borioso si ritrova con una gamba ingessata a Madonna di Campiglio... Ma anche in questo caso si è trattato di un incidente.
In un fuoco di artificio di pensieri, poesie, in una sequenza fitta di capriole fatte di parole, ogni capitolo con estrema puntualità inizia e finisce educatamente con un buongiorno e un arrivederci. E nel mezzo si trovano idee, giochi di parole - una sequenza di palindromi molto gustosa - poesie di Fosco Maraini, raccontini di Daniil Charms, e pensieri di Daniele Benati e Giorgio Agamben... Insomma bella roba, roba di qualità.
Ma la lettura di questo bel libro andrebbe fatta anche solo per arrivare alle cinque pagine finali nelle quali si dimostra, come in un teorema, che la potenza non si misura sulla base di quello che uno fa, ma su quello che uno potrebbe fare.
Veramente potente è colui che quello che potrebbe fare in potenza non lo fa.
Che bell'esercizio è fare esperienza della propria impotenza.

Carla

Noterella al margine. Mettevi comodi, prendetevi il vostro tempo e cominciate a leggere da qui.