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venerdì 30 agosto 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A VOLER CONTARE LE COSE INTERESSANTI

Una storia troppo corta, Davide Calì, Marianna Balducci 
Edt Giralangolo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"C’erano una volta 3 porcellini. 
Venne un lupo e uno dopo l’altro se li mangiò. FINE 
Che storia corta. La voglio più lunga! 
C’erano una volta 4 porcellini. 
Venne un lupo e uno dopo l’altro mangiò i primi tre. Poi mangiò anche il quarto, ma per quello ci mise un po’ di più perché era più grasso. FINE. 
Ma è sempre corta! Devono capitare delle cose!" 


I porcellini diventano 5, ma il lupo se li mangia, con dedizione, uno dopo l'altro. L'unica variante è la festa di carnevale che ha luogo nel bosco accanto. 
Protesta formale da parte dell'ascoltatore e lieve disappunto per questa intrusione carnascialesca. Quando i porcellini diventano 6 si scoprono le loro singole attitudini: ce n'è persino uno che sa andare sullo skate, circostanza che però non lo salva dalle fauci del lupo. 
Protesta formale da parte dell'ascoltatore e lieve perplessità sulla questione skate che in verità avrebbe dovuto metterlo al sicuro. 
I porcellini diventano 7 e prendono i colori dell'arcobaleno, ma nonostante questo il finale è tetro: nero, addirittura. 
Solita protesta formale. 
Quando diventano 8... no non diventano otto, ma direttamente 11: quanti ne servono per formare una squadra di calcio. Finale della partita 0 a 0 e lupo a pancia piena. 
Protesta formale. 
I porcellini aumentano: diventano quante sono le lettere dell'alfabeto della tastiera: quello completo di j,k,w,x e y! Ma niente. 
E così, si va avanti di decine e di centinaia e di cifre a tre zeri, tra una protesta formale e l'altra perché le storie che la misteriosa voce fuori campo racconta non superano mai le quattro righe di testo. Oltre a finire tutte immancabilmente in una gran carneficina. 
Finale a sorpresa. 

In questo libro, che si appoggia comodamente su una trama che tutti conoscono, succedono diverse cose interessanti.
A prescindere dal fatto che si rende necessaria lettura condivisa tra un grande e un piccolo.
A prescindere dalla scelta vincente di Calì di far ridere tutti, con il meccanismo di rilanciare sempre un po' di più, creando un crescendo sempre più esagerato che decolla verso assurdo. E di farlo chiamando dentro il bambino ascoltatore, che protesta dopo protesta, può fraternizzare con la voce che pretende di essere accontentata.


Le cose più interessanti io le trovo nelle pieghe. 
La prima è di nuovo nel testo: ovvero la capacità di chi scrive di mettere a disposizione di chi poi sarà lì a illustrare un bel po' di spazi di silenzio e nel contempo un bel po' di ganci a cui eventualmente appendersi con le proprie figure. In questo senso le cifre che Calì snocciola hanno tutte un preciso senso che serve a lui per costruire la pur esile trama, ma nello stesso tempo alludono a contesti che Balducci potrebbe, se vuole, seguire come sentierini da percorrere. 
I numeri 26 con allusione all'alfabeto, il numero 29 con riferimento a un calendario, il 101 con il suo collegamento cinematografico, sono esempi di questo bel modo di costruire la storia. 
L'altro fatto interessante è nel disegno, che compete altrettanto allegramente con il testo. 
La cifra della Balducci qui si riconferma. La commistione di fotografia di oggetti e il disegno che si aggiunge, sono l'espressione di quel suo sguardo originale sulla forma delle cose. Lei le reinterpreta spesso e volentieri attraverso un segno o una pennellata che si aggiunge, e questo rende la risultante finale inaspettata, e spesso divertente. 
In questo suo modo di lavorare, non so quanto consapevolmente, Balducci sa farsi apprezzare - altra cosa nelle pieghe - da tutti gli osservatori attenti, adulti compresi. L'aver capito che la qualità di un albo illustrato la si ottiene anche e soprattutto sapendo parlare, ovvero avendo cose da dire, a grandi o piccoli, è quindi siamo a tre cose interessanti. 
Altro motivo degno di nota è il fatto che Balducci sappia prendersi il suo spazio, quello dell'illustrazione, senza cederne neanche un cincino di troppo al testo. 


Intendo dire che quel pallottoliere, fino a che l'oggetto in sé glielo permette e poi solo le sue palline, che lei non lo fa mai uscire di scena e che diventa appunto il suo personale palcoscenico in cui muovere i porcellini, è tutta farina del suo sacco. 
Con questa sicurezza che compare fin dalla prima illustrazione Balducci fa la quarta cosa interessante, ovvero decide di volta in volta a quale gancio di Calì appendersi e a quale no. Per esempio i 101 porcellini non risentono del riferimento alla ben più nota Carica, ma offrono un divertente repertorio di comparse in attesa di scrittura. Quindi lei sa perfettamente di poter decidere di raccontare tutto quello su cui sapientemente Calì tace. E lo fa. Con molto gusto, si direbbe. 
A questo proposito i dettagli diventano la chiave di lettura di molte tavole. Dal ritratto di Calì nei risguardi in poi. Per esempio le singole soluzioni che trova quando si parla di arcobaleni o quando si gioca sui mesi di febbraio negli anni bisestili oppure ancora quando decide di 'interpretare' la lista di nomi dalla A alla Zeta che Calì mette giù.


O ancora quando, lasciandoci nel dubbio su quello che stiamo vedendo, racconta a modo suo la raggiunta sazietà del lupo. Siamo di fronte a un estremo atto di gentilezza del maialino azzurro o a uno di assoluta perfidia? 


Mi augurerei si tratti di sana vendetta, di certo è la quinta cosa interessante!

Carla

Noterella al margine. Come in ogni buona somma, se le cose dovessero essere andate tutte al contrario, ovvero essere stato Calì ad aver scritto il suo testo sulle immagini della Balducci, il risultato finale non cambierebbe. 

venerdì 26 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI COMICITÀ IRONIA SATIRA E DI UN GATTO

Papà ha perso la testa, André Bouchard, Quentin Blake (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2024 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Dovemmo arrenderci all'evidenza: la testa di papà era introvabile. 
 Era strano non saper dove guardare quando parlavamo con lui. 
Inoltre, ci dicevamo, prima o poi avremmo dovuto spiegare alla gente che papà aveva perso la testa e che non riuscivamo proprio a trovarla. 
La mamma si disperava pensando a quel che avrebbero detto: 'Che moglie negligente, non sa nemmeno dove si trova la testa del marito! Figurarsi i calzini dei figli, allora!'" 
Così io e mio fratello decidemmo di fabbricare una testa per papà." 

La testa è sparita un giorno, così, senza nessun preavviso. Non è che non l'abbiano cercata ovunque. Persino nei posti dove mai e poi mai sarebbe riuscita a entrare. Ma tant'è. Niente testa. Gli effetti collaterali di questa curiosa circostanza sono molteplici. 
Il primo: una certa goffaggine nel movimento per casa. 

© André Bouchard, Quentin Blake, Papà ha perso la testa 


Al prezioso e orrendo soprammobile rotto, al padre viene ingiunto di starsene seduto e, pur senza orecchie, lui obbedisce alla voce tonante della moglie. 
Il secondo, nessun rimprovero per marachelle fatte: occhio non vede... 
Il terzo, una certa condiscendenza a fare tutto quello che gli viene richiesto, senza poter protestare. 
Il quarto: nessun russamento notturno. 
In fin dei conti, quasi solo vantaggi e una serie di occasioni propizie e redditizie che balenano alla mente fervida dei due figli. La forza dell'abitudine fa il resto. Andare in ufficio ogni mattina (magari al volante è meglio ci sia mamma), andare a fare jogging al parco. Cose così. 
Dal punto di vista estetico e più meramente pratico, i due bambini realizzano una capoccia in cartapesta, in modo che il mondo non percepisca poi troppo questo cambiamento. E come spesso avviene, anche alle persone coinvolte in questa storia, la forza dell'abitudine e certo spirito innato all'adattamento, fa il resto e ritorna il solito tran tran. 
E se un giorno, così come se n'è andata, la testa tornasse? 

La scintilla che accende le storie di Bouchard è sempre molto luminosa e questa forse lo è ancora più di altre: partire da un assurdo assoluto, da un paradosso, impensabile purché comprensibile, quindi stravolgere o meglio capovolgere la realtà in un colpo solo, quindi rimettersi in piedi e riguardare tutto da un punto di vista consueto che però a questo punto assume i toni del grottesco e del comico. 
Cosa ne deriva? Umorismo allo stato puro. E, sotto sotto, un bel po' di ironia. 
L'umorismo è lì, sotto gli occhi di tutti: decapitare un padre e un marito e renderlo diverso, innocuo, condiscendente, manipolabile fa ridere. 
Ma Bouchard fa un passetto in più. 
Questo umorismo che a tratti si fa comico, anche grazie ai disegni di Blake, viene potenziato dallo sguardo costantemente ironico di Bouchard. 
Parlare in senso ironico significa in ultima analisi: dire una cosa e pensarne un'altra, ma facendolo capire... Dal vocabolario Treccani, "nell’uso com., la dissimulazione del proprio pensiero (e la corrispondente figura retorica) con parole che significano il contrario di ciò che si vuol dire, con tono tuttavia che lascia intendere il vero sentimento"
Ecco quello che succede in una delle più esilaranti tra le storie di Bouchard, l'unica che è stata affidata a un altro illustratore...e che illustratore! 

© André Bouchard, Quentin Blake, Papà ha perso la testa


Certamente una storia che è nelle corde di Blake (credo che se Sir Blake non ne avesse riconosciuta la qualità e, da parte sua, la possibilità di renderla al meglio o addirittura di potenziarla, avrebbe gentilmente declinato l'invito. Credo) 
Allora. Se andiamo a vedere nel dettaglio quali sono gli snodi tra comicità e ironia di questa storia individuiamo anche i punti che a Blake offrono agganci molto solidi. 
La breve frase iniziale, quindici parole in tutto, è in grado di ribaltare la realtà e far partire per un viaggio che si preannuncia parecchio interessante. E, inevitabilmente, comico. 
Che questo succeda nella prima pagina, quindi in quella di destra, che necessariamente prevede la sospensione del giro, è elemento ulteriore di grande attesa. Blake asseconda il ribaltamento di Bouchard e disegna, tra due ragazzini, i figli piuttosto preoccupati del protagonista acefalo, proprio lui, meravigliosamente inespressivo, in gilet e cravatta. Si ride. 
Già dalla pagina successiva, Bouchard fa tornare tutto nella norma, a parte l'anomalia di partenza. E lo stesso fa Blake che disegna un uomo acefalo che dà una manata sul prezioso quanto brutto soprammobile e una moglie rossa di rabbia per quel che vede accadere davanti ai propri occhi - quindi disegna quello che il testo racconta, ma si prende lo sfizio di mettere un gatto che, guadagnatosi in silenzio il frontespizio, anche in seguito, continuerà a essere muto testimone atterrito, colpito, pestato, schiacciato, calciato, aspirato e addormentato ecc. ecc.
 
© André Bouchard, Quentin Blake, Papà ha perso la testa


Ed ecco che il testo qui si fa ironico e il disegno invece è comico. 
Altro grande snodo di divertimento, che pende tra la comicità di alcune situazioni e l'ironia del testo, si genera nella minuziosa fase di ricerca, dove Blake deve accelerare con i disegni a punteggiare il testo che si fa incalzante.


© André Bouchard, Quentin Blake, Papà ha perso la testa


Per non parlare del seguito che riguarda la costruzione di una nuova testa che tolga d'impaccio i bambini che così sapranno dove guardare quando parlano al padre e la loro madre che non dovrà subire lo stigma di parenti e conoscenti... La faccia di Blake è comica, le ragioni della sua costruzione sono ironia pura. Blake accelera un altro po' e quindi, girata pagina, rallenta di nuovo e si gode la bellezza di quella testa rotonda e meravigliosa che nella sua unica espressione sorridente e poco poco beota si rivela massimamente buffa, comica appunto, nelle diverse situazioni, perché in tutte sa essere è del tutto fuori luogo. 
A questo punto Bouchard salta il fosso e parte con le sue consuete esagerazioni, i suoi paradossi. 
E lo fa in un lungo elenco di valutazioni tra i tanti pro e l'unico contro che una situazione del genere produce sulle routine quotidiane di una famiglia. 
E Blake invece che fa? Gli va dietro e si diverte, si diverte si diverte.... 

Carla 

Noterella al margine. Va da sé che, anche se "distratti" dall'universo di Blake, non debbono sfuggire le molte frecciatine satiriche che Bouchard lancia qui e là. Come se fossero una sua sigla irrinunciabile nelle sue storie. Il perbenismo della madre, certe sue sottili rivalse nei confronti di un marito evidentemente non sempre molto collaborativo o premuroso o affettuoso in un recente passato... e via andare, tacendo sul finale. 


© André Bouchard, Quentin Blake, Papà ha perso la testa


I suoi bambini invece sono, come peraltro anche quelli di Blake, maestri di pragmatismo e capaci di andare sempre dritti al punto. 
Beati loro!

venerdì 23 febbraio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

BLU SURREALE


Deve essere stata un’impresa faticosa, quella di tradurre ‘Il portoghese blu’, scritto da Peter Svetina e illustrato da Damjan Stepančič : impresa riuscita a Martina Clerici, con la pubblicazione per i Tipi di Sinnos della versione italiana.
Con un evidente e voluto omaggio all’Alice di Lewis Carroll, l’opera dei due artisti sloveni è un caleidoscopio di immagini e parole che insegue il lettore e la lettrice di pagina in pagina.
Si comincia, e ogni riferimento è puramente voluto, con la caduta dell’intrepida Anna Clara nel cassone dei giornali, rovistando fra i quali lei e il coraggioso topo Giacinto (in realtà non sapremo mai se si tratta di un topo o di un ratto) si ritrovano in uno strano paese, in cui imperversa Fosca Marciarita, ex bambina delusa, divenuta perfida strega.
Costei, supportata da Massimo Re e Luigi Gnorsì, ha imprigionato dei poveri bambini sotto campane di vetro ed è ovvio che la nostra Anna Clara si faccia paladina della loro liberazione.
Detto così sembra semplice, in realtà il percorso che i nostri eroi dovranno percorrere è lungo e pieno di sorprese: dal campo di orecchie a quello delle gambe, passando per locande, boschi pieni di imprevisti e incontri straordinari.
Se sono tante le situazioni sorprendenti e fantastiche, altrettante sono le sorprese linguistiche, le parole composte che nascondono altri significati, i giochi di parole basati sulle assonanze e via discorrendo. Per questo va sottolineata la bravura della traduttrice, che in questo labirinto di significati riesce a destreggiarsi rendendo vivida la sua prosa scandita dalle parole in blu.
In tutto questo trambusto, Anna Clara e il fido Giacinto non perdono il filo del loro compito, riuscire a liberare i bambini prigionieri sotto le campane di vetro. Una volta raggiunto l’obbiettivo, possono ritornare a casa, svegliandosi nel cassone dei giornali. Si è trattato di un sogno? Potremmo pensarlo, ma alcuni oggetti misteriosi lasciano nel lettore il dubbio che fra realtà e fantasia la divisione non sia così netta.
Anche le illustrazioni di Stepančič non possono che assecondare il gusto del surreale che emerge dal testo: la foresta di orecchie, il generale della battaglia combattuta a suon di pentole sbattute, facce, mani, occhi che scrutano dalle pagine, tutto concorre a sostenere l’avventuroso e stravagante racconto.
‘Il portoghese blu’, così misterioso, così sorprendente, così pieno di invenzioni linguistiche forse può spaventare i lettori alle prime armi; ma già con un minimo bagaglio di competenze linguistiche, diventa una matrice di giochi e di rimandi.
Consiglio caldamente la lettura a lettrici e lettori, a partire dai dieci anni, che amino le letture sorprendenti, i giochi di parole, le atmosfere fantastiche.

Eleonora

“Il portoghese blu”, P. Svetina & D. Stepančič, Sinnos 2023



venerdì 12 gennaio 2024

FUORI DAL GUSCIO ( libri giovani che cresceranno)

ABITI SU MISURA

Di ambientazione decisamente invernale, ‘La strana bottega di Viktor Kopek’ è scritto da Anne-Claire Lévêque e illustrato da Nicolas Zouliamis, per I tipi de L’Ippocampo. Racconta la strana avventura di una bambina che, persa in città, si avvicina a una vetrina in cui compaiono numerose valigie. Eppure l’insegna recita ‘Costumi su misura’. La bambina non resiste alla tentazione ed entra, subito avvolta dal suadente profumo della cannella. Di lì a poco compare il proprietario, che le offre una bella fetta di torta. La bambina, ben contenta dell’offerta, nota come alle pareti ci siano tante fotografie di persone con una valigia in mano; Viktor le spiega che sono proprio suoi clienti.
Le valigie, continua, non contengono costumi per travestirsi, ma abiti e accessori utili ad affrontare i casi della vita.
La bambina è sempre più curiosa e l’omino gentile le mostra ben cinque valigie, contraddistinte da un’etichetta, che ha preparato per lei: la curiosa inveterata, la piuccheperfetta, l’insaziabile, la sfrontata, la principessa.


La bambina le apre tutte, trovando oggetti fra i più stravaganti: dal naso mobile per fiutare e indovinare, al sorriso di circostanza in taglia unica, al sorriso che la dice lunga.
Nessuna delle valigie la convince pienamente, così decide di allestirsene una prendendo un po’ di qua e un po’ di là. Chiusa la valigia, si sente più leggera e proprio quando sta per varcare la soglia del negozio, si sente il click dello scatto di una fotografia.
L’idea dell’autrice è intelligente, mostrare con ironia e senso dell’assurdo quanto importante sia costruirsi senza accettare stereotipi, modelli preconfezionati che difficilmente possono rendere felici. Non è un approccio didascalico, quanto scanzonato, rappresentando la bambina perfettamente a suo agio nel mescolare difetti e virtù dell’infanzia.


Nicolas Zouliamis interpreta il racconto accentuandone il lato surreale, riempiendo le tavole di moltissimi oggetti, alcuni dei quali si ripetono in continuazione: dal gatto bianco nella cappelliera, alle scarpe che compaiono in tutte le funzioni possibili e immaginabili, alle matrioske che si affacciano dai cassetti. Tutto concorre a creare quell’idea di imprevedibile e meraviglioso che rimanda a una camera delle meraviglie o all’universo dell’Alice di Lewis Carroll.


Le tavole che rappresentano le cinque valigie della bambina sono particolarmente originali nel rappresentare l’irrapresentabile, creazioni paradossali che funzionano da efficace metafora dei più disparati aspetti caratteriali di una bambina curiosa, golosa, un po’ impertinente e anche smorfiosa.
Bambine e bambini si possono perdere in queste immagini così ricche di dettagli e non possono che non riconoscersi in una storia che li invita a costruirsi senza cliché.
Caldamente consigliata a lettori e lettrici in erba, a partire dai sette anni.

Eleonora

“La strana bottega di Viktor Kopek”, A.C. Lévêque, N. Zouliamis, L’Ippocampo 2023


venerdì 22 dicembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA QUESTIONE DELL'ULTIMO MIGLIO 

Come fa Babbo Natale a passare dal camino?, Mac Barnett, Jon Klassen 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Come ci riesce? Come funziona? 
Si strizza nella cintura? 
O diventa piccolo come un topolino? 
Oppure si allunga come una gomma da masticare e si infila una gamba per volta? 
Forse Babbo Natale si trasforma in un fuocherello! Ma non credo." 

Perplesso, davanti alla canna fumaria, sembra lui stesso non avere una risposta. Almeno non una soluzione che possa essere universale. E forse è proprio così. 
Il trucco sta in come infilarsi? Di testa, di piedi o di sedere? Il pericolo di restare incastrato pare reale, ma forse una delle sue renne potrebbe dargli una spintarella. Forse. 


E poi, ammesso che riesca ad arrivare giù a destino, come sarà ridotto il suo bel vestito rosso? Bucato - a ciclo breve, costosissimo - ogni volta? 
Ma la questione più importante è: ma se il camino manca del tutto? Come introdursi in casa d'altri senza effrazione? Sapere di ciascuna casa il nascondiglio del secondo mazzo di chiavi? Bella memoria. Mica le metteranno tutti sotto il vaso nel patio, vero? Vero! 
Trattandosi di Babbo Natale forse avrà abbastanza abilità per farsi sottile e passare sotto la porta, o farsi letterina e farsi infilare nella buca della posta, oppure rendersi cilindrico ed entrare dal rubinetto. 
E l'ulteriore problema del cane di casa? Per non parlare del buio. Basteranno le lucine dell'albero? Una cosa è certa: così come entra, riesce anche ad uscire. Perché nessuno mai lo ha beccato sul fatto. E se per caso è accaduto si sarà trattato sicuramente di un impostore. 
Ed è bello che sia così. 

Ancora una volta una questione universale (o quasi): dopo libri 'angolari' come la trilogia di Triangle-Square-Circle, oppure Sam e Dave scavano una buca o ancora Il lupo la papera e il topo o Filo magico o l'ultimo, The Three Billy Goats Gruff. 
Ancora una volta le loro due magnifiche teste hanno cominciato a ragionare come quelle di due ragazzini, pur essendo grandi e grossi. E hanno cominciato a studiare il problema de 'l'ultimo miglio' di Babbo Natale. E poi hanno lasciato la briglia sciolta e hanno cominciato a esagerare, ossia a non porsi limiti di sorta. 
La logica compare solo qui e là. Esattamente dove è giusto che stia. 
Ancora una volta le loro due teste si sono messe a giocare, spedendo le loro idee all'altro come fossero palline da tennis durante una partita. Da una parte Barnett e dall'altra Klassen, nel vederle arrivare, hanno dovuto trovare la risposta adatta. Uno con il testo e l'altro con le immagini. Chi ha vinto tra i due? Il terzo, ossia il libro, la storia, ovviamente. 
Possiamo immaginarci Barnett e Klassen che, seduti uno di fronte all'altro, si lanciano idee reciprocamente. Non sarebbe la prima volta. Sam e Dave così è nato e così è diventato quel perfetto meccanismo narrativo che è. Quel perfetto dialogo tra figura e testo...
 

Faccio delle ipotesi: insieme hanno cominciato a mettere in elenco un po' dei modi che si possono immaginare per entrare in una casa dalla canna del camino e altrettanti per entrare se il camino non c'è. Entrambi lavorano su questo canovaccio con una serie di punti fermi da cui non è possibile prescindere: l'iconografia del personaggio e quella della sua squadra di renne. La slitta è rimasta fuori scena. 
Quindi: pancione, barba e capelli bianchi, abito rosso (un vero cimento per Klassen che dei colori accesi ha dichiarato di aver terrore panico) bordato di bianco, berretto con pon pon, muffole e stivali neri, e per le renne, finimenti pieni di sonanti campanelli. 
Altra circostanza da cui non prescindere: il tempo in cui la scena accade. La notte del 24 dicembre: neve che copre ogni cosa, neve che cade a fiocchi regolari e cielo nero pece. 


Ultimo dettaglio imprescindibile: la location. Un esterno, pieno di bianco freddo, ossia un tetto di una casa con camino, l'ingresso di una villetta senza camino, un interno - noi vediamo ingresso soggiorno e cucina e la lavanderia - in penombra, ma evidentemente ben riscaldato, visto il colore che Klassen pennella leggero e liquido sulle pareti per farcelo 'sentire' e per contrapporlo a quel nero denso del cielo che ogni volta è riquadrato nelle finestre. 
Ecco da qui in poi è tutta farina del loro sacco (!). Ovvero le commistioni, gli intrecci improbabili che però si agganciano sempre a un qualche punto di realtà che sia riconoscibile - per esempio la forma della lettera - con la ridondanza del francobollo con se stesso (una barnettata, bella e buona nell'idea e una klassenata nel gioco di sguardi tra la lettera intera e il suo primo piano), oppure il cannello d'acqua, o l'essere sottile come un foglio o il farsi minuscolo come un topo o sinuoso come una gomma americana.
Fin qui, diciamo, il livello è molto alto, ma è il loro già visto in altre occasioni. Ci sono però dei piccoli dettagli in cui per l'appunto accade questo gioco di rimpalli, che devono essere stati una bella sorpresa anche per l'altro tra i due. 
Lo spazio di risulta in cui lavorano entrambi è lui: Babbo Natale. 


Sempre raffigurato un attimo prima o un attimo dopo l'azione (come vuole una regola aurea tra gli illustratori di talento). Sempre messo un po' in difficoltà riguardo ai vari metodi di entrata nelle case della gente. 
Si pensi al Babbo Natale a cui calano leggermente le braghe mentre a fatica scende di sedere nel camino, oppure il gioco di sguardi tra il fuocherello contento e quello deluso. La neve sciolta sotto il fuocherello, la renna che sorseggia il caffè che lui non ha voluto, i visori notturni e quelli termici a infrarossi di cui è dotato, i cani di casa da gestire... 


E su tutto questo, che è già moltissimo, ci sono i dettagli: le orme, le lucine, la tappezzeria. E su questo tessuto che per Klassen deve essere stato puro divertimento, c'è ancora qualcosa di più: le inquadrature. Sempre più ardite. E c'è un layout che non ha più la regolarità di chi non se la sente di osare troppo. Al contrario, c'è dietro qualcuno che dimostra una sicurezza acquisita sul campo, ossia sulla pagina. E sopra i dettagli, le inquadrature e l'impaginazione ardita c'è la cosa che Klassen sa fare meglio di qualsiasi altra: costruire gli sguardi, le espressioni. A monitor, spostare di millimetri la pupilla all'interno dell'ovale candido, per ottenere gioia, delusione, fastidio, perplessità, prudenza, rammarico, condiscendenza, pazienza, noia... 
Se vi fosse per caso venuta la voglia di acquistarlo un libro così, sappiate che è esaurito (per il momento). Indovinate perché? 


Salute e buon natale!

Carla

mercoledì 11 gennaio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MANO DI TALLEC

Il libro degli alberi e delle piante da scoprire, Olivier Tallec 
(trad. Maria Pia Secciani) 
Edizioni Clichy 2022 



 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

 "Un giorno vorrebbe diventare un acero canadese, quello dopo un melo della Normandia e poi d'un tratto vorrebbe essere un abete in pieno inverno! Dato che cambia idea più volte al giorno , ai suoi piedi si possono trovare pere, altre volte arance, e perfino una noce di cocco." 

Nel prezioso catalogo delle piante e e degli alberi da scoprire questo albero risponde al nome di Albero Indeciso. Si presenta con un robusto tronco da cui si dipartono rami di quercia, in autunno, di abete, in inverno, di pino e di palma probabilmente in estate e primavera. A coronamento dell'alto e possente fusto, una folta chioma verde. Sul terreno che lo circonda effettivamente sono visibili mele e pere e una singola noce di cocco. Perplessi, e chi non lo sarebbe, un pappagallo sulla palma e un merlotto sulla quercia. L'unico che non pare stupefatto, anzi avvezzo alla raccolta sotto quell'albero, è un ragazzino. 
I suoi occhi socchiusi e il gesto sicuro della mano sembrano dire: più ce n'è, meglio è. 

Effettivamente i ventiquattro diversi tipi di piante e alberi che si presentano in questo originale catalogo sono tutti da scoprire: il Rovesciato, la Palma Baffuta, il Calziniere, il Pino Spazzolino. 
Le belle cose che succedono in questo libro sono quelle che già sono state messe a fuoco tutte le volte che si apre un libro di Olivier Tallec.


La prima: la sua capacità di mettere nei suoi personaggi sempre espressioni o posture precise che ne caratterizzano lo stato d'animo. E di farlo, a volte, con piccolissimi tratti, davvero poco più che un baffo di matita che però ha il pregio di essere perfetto, come chiave di lettura, per attirare il lettore ad entrare in confidenza con lo scoiattolo, il coniglio o il pappagallo, il ragazzino di turno. 
La seconda è la ben nota ironia. Ma ci torniamo tra un momento. 
La terza è la cura per il dettaglio. Piccole cose come i capelli del bambino che legge sull'Albero capovolto o i fiori dell'Albero Gelato, le mutande del pirata... 
La quarta, quella di saper parlare una lingua che tutti - grandi e piccoli - capiscono e apprezzano, anche se magari per aspetti diversi. 
La quinta è, ovviamente, la qualità del disegno.
 

Su questo forse val la pena notare, al di là del segno, la capacità di far parlare il colore, tavola dopo tavola. Per non parlare della luce e dell'ombra. 
Sull'ironia, che -visto il tema - per forza troverà un suo canale naturale in alcune affinità formali e sulla grande qualità del disegno Tallec qui fa anche un passo ulteriore. 
La sua sottile arte di mettere bonariamente in ridicolo i suoi personaggi per far sorridere il lettore, qui gioca una carta ulteriore che ha a che vedere con 'la forma delle cose', appunto. 
Il fatto di aver voluto creare un catalogo di piante e alberi che devono ancora essere scoperti, mette Tallec necessariamente nella condizione di doversi confrontare con la loro forma. 
Quindi l'ironia che nei suoi libri precedenti nasceva dalla relazione/scontro tra testo e immagine qui deve seguire una strada ancora più precisa: l'albero, per come lo vediamo, deve offrirsi al nostro sguardo con una forma 'alterata' che però ne conservi la sua riconoscibilità. E così arriva l'Albero Spazzolino, l'Albero Capovolto, la Palma dei Pettini, il Cactus Appendiabiti e il Salice dei Calzini piangenti. 
In questo caso il lettore deve per forza pensare e mettere a fuoco per un attimo, diciamo, l'albero originale, e poi riconoscerne la metamorfosi. E solo dopo può ridere.


Per intenderci, un saguaro è davvero molto simile e un appendiabiti. Un albero capovolto è un albero con la chioma a terra. 
Uno scatto ulteriore Tallec lo fa, usando il registro dell'assurdo, e così arriva l'Albero Martello, la Quercia Scala e altri. La tipologia dell'albero cui allude è ormai così tanto lontana dal suo omologo originale che il lettore pensa meno, ma ride di più per la stramberia dell'associazione mentale che Tallec gli sta suggerendo. 
In qualche modo questi due modi di mettere in relazione l'immagine e la parola sembrano seguire direzioni inverse. Per spiegare: il Pino Spazzolino nasce come immagine e il testo ci gioca. Mentre la Quercia Scala parrebbe piuttosto nascere da un'idea di testo in cui si racconta che al cinquantesimo gradino scappa la pipì per cui, con una certa ansia, tocca scendere. Il disegno, peraltro magnifico, ci gioca andandogli dietro. 


Poi però si arriva alla pagina del Pioppo Coperta. E lì succede un'altra cosa ancora: ad evidenza non è la forma del pioppo che suggerisce a Tallec l'idea della coperta, né tanto meno si ride per il paradosso di avere un albero in cui tutti gli animali vogliono andare in letargo, ma scarseggiano i posti. 
Qui esce la mano di Tallec, un altro Tallec: il Tallec affettuoso. 
Quel Tallec che in ogni suo libro è stato capace di trovare un modo di dimostrarsi accogliente, caldo, confortevole, tenero, ma soprattutto vicino e benevolo nei confronti dei suoi piccoli lettori (e anche un po' dei grandi). 

 Carla

venerdì 28 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GENTLEMEN'S AGREEMENT

Il riflesso di Hariett, Marion Kadi (trad. Eleonora Armaroli) 
Terre di mezzo, 2022 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"C'era una volta un vecchio leone. Aveva tanto cacciato, mangiato e dormito, finché un giorno morì. il suo riflesso si trovò da solo. 
Ben presto cominciò ad annoiarsi. Non voleva diventare il riflesso di un fiore... 
...e nemmeno quello di un'anatra. E allora partì. 
Dopo aver camminato a lungo, scorse una casetta." 


In quella casetta abitava Hariett. Quando il riflesso la vide dai vetri, lei si stava preparando per andare a scuola e aveva la sua solita faccia imbronciata, perché andare a scuola non le piaceva. 
Sarà stato il suo cattivo umore, sarà stata la sua rabbia, fatto sta che il riflesso del leone decise di diventare all'istante il riflesso di quella creaturina così nervosa. 
Corse in una pozzanghera dove Hariett passando inevitabilmente si specchiò e, cacciato via in malo modo il vecchio riflesso, quello del leone si insediò e da quel momento quei due si piacquero e decisero di comune accordo di fare coppia fissa. 
Hariett, con quel riflesso da leone, si sentiva una 'tigre', si sentiva forte e coraggiosa: quel giorno a scuola giocò un sacco e con tutti e parlò anche di geometria pubblicamente, davanti al maestro... 
Anche la sua nuova fame era proporzionata al suo riflesso. Quello vecchio, quello originale, era ormai dimenticato. 
Ma si sa che a volte le cose possono sfuggire di mano. 
E così il leone del riflesso sembra dare ad Hariett un piglio eccessivamente aggressivo che le frutta vari malumori e una punizione. Circostanza questa che le fa desiderare il suo vecchio riflesso da bambina timida. 
Si può vivere con più di un riflesso? Si può. 

Questo è il suo primo albo illustrato ed ha già tirato su un buon numero di riconoscimenti: a seguito del BRAW come migliore Opera Prima, sono arrivati anche i White Ravens e una candidatura alla Pepite di Montreuil. 
Marion Kadi, francese, trapiantata a Boston dove collabora con testate come il NYT o, in Francia, come Zadig Magazine, ha già detto molto e soprattutto ha già dimostrato al mondo il suo talento d'artista. 
Un senso del colore degno dei Fauves (lei stessa cita Matisse come riferimento) e del precedente gruppo dei Nabis a cui si aggiungono diverse cose. 
In primo luogo la sua capacità di concepire un'idea così tanto originale e quindi di realizzarla nella cornice di un albo illustrato. 


Lascerei ad altri le riflessioni sulla questione che attraversa il libro, ossia la possibilità e quindi anche la volontà di essere complessi: essere molte cose contemporaneamente, timidi e intraprendenti, in questo caso, e di decidere di esserlo a seconda dei momenti, e di farlo in una misura che, di volta in volta, ci si sembri confacente. 
Mi concentrerei invece su alcuni aspetti più formali, ma non per questo più di superficie o accessori. 
In primo luogo la qualità del disegno che denuncia grandi capacità fin dai risguardi di copertina: un gruppo di carpe che nuotano in poche dita d'acqua tra foglie di ninfea. Sembrerebbe il laghetto che il riflesso del leone sta abbandonando per cercarsi una nuova residenza. Nei risguardi di chiusura, ovviamente non manca l'acqua, parlando di riflessi, ma qui è piovana sul selciato del vialetto della scuola. 
Questa grande capacità di disegnare si piega, si flette, si distorce ad uso e consumo della storia e del suo personaggio principale - il riflesso di un leone morto - che già di per sé è un meraviglioso assurdo. 


A lui vengono date connotazioni espressive molto precise e necessarie: grandi occhi e soprattutto una criniera e una pelliccia che ne attestino sempre certa tangibilità mischiata alla sua opposta inconsistenza, tipica di ogni riflesso. 
Zampe, corpo e massimamente criniera hanno profili ondulati e sono attraversati da striature che alludono alla materia di cui sono fatti: l'acqua. Tutta l'espressività dell'altra protagonista passa per un incarnato bello accesso e tante rughette di espressione. 
Sullo sfondo delle loro azioni si muove un mondo di animali e di vegetazione che è una bellezza. A questo si aggiungono piccole scene isolate, con conigli, anatre, pecore con lupo travestito, galli, mucche e molti altri animali che costituiscono anche un vero e proprio repertorio di modelli: dalle mattonelle della classe al motivo del tappeto in casa di Hariett. 
Altrettanta abbondanza è concessa ai bambini e alle bambine della scuola, anche loro ritratti in un bel brulicare di singole azioni.


Tutta questa ricchezza di colore e movimento accoglie anche una serie di spunti ironici che danno la cifra di tutto il racconto. In modo particolare Marion Kadi si diverte con il riflesso che caccia il suo predecessore, che corre per andare a scuola, che si moltiplica in diverse pozzanghere e, soprattutto, che stipula un gentlemen's agreement con il suo rivale, con cui si può imparare a convivere nel medesimo specchio. 

Carla

venerdì 8 febbraio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ARRENDERSI ALL'EVIDENZA

Ma come, è sparito così? Catarina Sobral (trad. Marta Silvetti)
La Nuova Frontiera Junior 2019


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"...finché un giorno il mondo si arrese.
Sparì così da un momento all'altro. Nello stupore generale, non c'erano più piante, né animali, né oceani, né continenti. I politici si riunirono d'urgenza per cercare una soluzione."

In uno spazio piano brulicano persone che fanno domande, che fanno discorsi, che tacciono. Tutti inevitabilmente devono fare i conti con una ben strana circostanza: il mondo se ne è andato, ovvero si è arreso (!) ed è sparito. E con sé ha portato anche tutto il resto. E anche sulla pagina del libro sono rimaste solo le persone a guardarsi intorno, in un vacuum monocromatico diffuso. Solo lo stretto necessario è rimasto a creare contesto: una borsetta, delle sedie, una lavagna, qualche tavolo con un paio di computer sopra, un'astronave, un frigo aperto e una dormeuse con la relativa poltrona alle spalle.


I discorsi, le domande di tutto quel brulicare di persone converge in un unico punto: e adesso che si fa? Il politico di turno, quello con una bella camicia e un microfono in mano, fa sproloqui di difficile comprensione, il ragazzo con gli occhiali da sole, scialla, va al mare olografico con la ragazza e si gode la novità e in assenza di sabbia, i filosofi fanno i filosofi, gli astronauti gli astronauti, lo psicanalista ha il suo cliente e l'esercito marcia. 


Pagina dopo pagina si va avanti; arrivano persino i cuochi di cucina molecolare, ma spetta agli ecologisti farsi carico più degli altri della soluzione. Il loro punto di vista diventa quello diffuso: la bizzarra situazione è a un punto di svolta: è colpa dell'uomo (a pari merito con la donna) se la terra se ne è andata: questa è la vera verità.

Le due cose più apprezzabili di Catarina Sobral sono le idee e il modo del tutto trasversale che ha di raccontarle.
Anche qui non smentisce la sua poetica.
Come di solito, tutto parte in medias res, con un titolo che è una domanda e con una frase di avvio che echeggia nel vuoto, nel fondo nero dell'universo. Quello che doveva accadere è già accaduto, il mondo è andato. E già da lì ci viene offerto un modo per capire meglio. Se si sanno leggere i significati profondi delle parole, si scopre che il mondo non è semplicemente sparito, no: si è arreso. Arrendersi, non andarsene tout court, significa farlo con rassegnazione, con l'esaurimento dell'energia per combattere.
Ed ecco che arriva la trasversalità di Catarina Sobral. La situazione ben buffa si delinea, si mette a fuoco, dialogo dopo dialogo. I lettori in tal modo entrano 'nel mezzo' e partecipano della situazione come se fossero lì ad origliare. Si apprendono dettagli da frasi smozzicate, si evincono le posizioni delle diverse categorie sociali: dal politico che predica fuffa dal pulpito, agli ecologisti arrabbiati. E sono proprio questi ultimi che coagulano intorno al loro pensiero, la questione su cui Catarina Sobral vuole dire la sua.


A grandi passi, e il fumetto e il medium ideale per far andare veloce una storia, si va verso un bel finale.
 Va detto che la novità non sta nel fatto di sostenere che dobbiamo prenderci cura del mondo. Questo, come dire, è sulla bocca di molti (i fatti poi sono un'altra storia), ma l'originalità sta nell'idea di come dirlo. Un inizio forte dove, con una zampata, il mondo è al tappeto. E un finale ben studiato che lascia distante la banalità del dire a parole e si carica invece di forza con il disegno. Potente il crescendo per arrivarci e quell'ultima frase, che spicca nel riguadagnato silenzio, dopo tanto vocio, porta in sé un'eco primigenio, mitico. Sembra quasi che quella conchiglia e quei due pesci assumano un significato, questa volta tutto laico, analogo a quello che ebbe in altri tempi e in altre storie, la colomba con un rametto di ulivo nel becco. E tutto questo succede nei risguardi che all'inizio invece ci raccontano, in una composizione che pare alludere a Kandinsky e Delaunay, un cosmo in movimento.


Come sempre nei libri di Sobral la stratificazione di linguaggi e di messaggi prevede due pubblici diversi: da un lato gli adulti che si divertiranno nel cogliere la crudele stereotipizzazione di certi atteggiamenti, nonché l'ironia di alcuni dialoghi e monologhi e dall'altro i più piccoli che invece si godranno di più l'aspetto brulicante del disegno, un po' a matita e un po' a collage, e il diffuso gusto per l'assurdo.



Carla