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mercoledì 23 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NESSUNA STREGONERIA, SOLO LETTERE E PAROLE. 

“Consegnò tali ricordi alla febbre. Offrì in dono l’oblio per avere in cambio una via d’uscita, una via per sopravvivere. 
E quando la febbre scese, quando alla fine si risvegliò nel mondo reale, portò con sé un’unica cosa: il suo nome. 
Beatrice.” 
 

Una bambina viene ritrovata raggomitolata da Fratello Edik, accanto alla capra Answelica nel fienile di un monastero. 
La capra in questione non è una qualunque, è temuta infatti da tutti i monaci dell’Ordine delle Cronache del Cordoglio per le sue violente testate e non viene abbattuta solo per il sospetto che il suo fantasma possa essere più pericoloso dell’animale in carne e ossa. Lo stupore di Fratello Edik è quindi grande quando si accorge che la capra protegge quella bambina che si rivela subito in pessime condizioni. Il suo nome è Beatrice e, a parte questo, non ricorda niente altro. 


Fratello Edik decide di accogliere la bambina e di camuffarla da monaco rasandole i capelli e coprendola con un saio. La verità sulla bambina si svelerà progressivamente e, a lui come a tutti i monaci timorosi, risulterà chiaro che potrebbe trattarsi di quella bambina che, secondo una profezia contenuta nelle Cronache del Cordoglio e che si è rivelata allo stesso monaco, sarà l’artefice di un grande cambiamento che porterà allo spodestamento dell’attuale re. 
Un racconto ambientato in un medioevo non precisato, in un periodo di tempo lontano in cui alle bambine era proibito imparare a leggere e a scrivere (invece Beatrice stranamente dimostra di possedere queste competenze) e in cui alle profezie veniva accordata grande importanza. 
Al centro di questo romanzo ci sono soprattutto due elementi: la parola e l’amore. A loro volta poi fortemente correlati. 
Le parole sono quelle lapidarie di una profezia che per quanto si voglia contestare e giudicare inattendibile, creano una tensione sottile ma resistente che si dipana lungo tutta la storia. Quelle parole affiancano anche quelle di un’altra storia, quella che Beatrice racconta al brigante e poi al re, la storia di una sirena con la coda ingioiellata, la stessa storia che ritorna come una promessa fatta a Fratello Edik e rimasta in sospeso. E ancora, quel racconto che ha i toni di una fiaba è poi incarnato dalla voce della bambina che in questo modo riesce a ritrovare la madre, il cui destino era rimasto sconosciuto.
La parola (l’incanto della storia) viene proposta come antidoto a un mondo che si è piegato alla barbarie e all’ignoranza. Beatrice rappresenta la vita che si rivela pian piano e solo grazie all’amore, quello di una capra a dir poco singolare, di un monaco sensibile alla bellezza e poco considerato dal resto dell’Ordine, di un ragazzino destinato a una vita di stenti e di un re che ha rinunciato alla propria corona.
I personaggi di questo romanzo costituiscono un gruppo assortito di reietti (per destino o per scelta) che hanno però intravisto in Beatrice una grande luce e per questo sono disposti ad accompagnarla nel viaggio che dovrebbe riportarla a casa, che si rivela molto complesso perché deve passare per prima cosa proprio dal luogo dal quale si fugge: ossia il castello di quel re che la insegue e che vorrebbe vederla morta. 
Beatrice non sa cosa potrà ricavare da questo incontro, ma sa bene che deve incrociare lo sguardo di quell’uomo che ha ucciso i suoi fratelli, non è la profezia a muovere i suoi passi, ma un destino che la chiama e che ha a che fare più con la sua dimensione umana e morale. 
Beatrice avrebbe voluto dire a quell’uomo: 
“Avete ucciso i miei fratelli. Avete cercato di ammazzarmi, ma avete fallito. 
Ora sono dinnanzi a voi. Avete fallito.” 
Ma non lo disse. Invece Beatrice aprì la bocca e disse soltanto: “C’era una volta”. 
C’era una volta.” 
Come affrontare a mani nude un uomo che si è fatto artefice di morte? Beatrice non lo sa, ma quando arriva quel momento non sa fare altro che raccontare. 


La profezia come parola nutrita di una sostanza che non può che essere l’amore, come dire che le storie se non affondano nell’animo di chi le genera e racconta sono destinate a essere lettera morta. Quelle stesse lettere, invece possono rivelare una grandissima potenza se sono sostanziate da uno slancio autentico che muove la stessa vita. Beatrice ha imparato le lettere e le parole, le ha a sua volta insegnate al giovane Jack Dory per il quale sono diventate la chiave di accesso al mondo, rispetto al quale era avido di conoscenza. 
Di questo romanzo è difficile non amare la scrittura, prima ancora che la storia, quello stile narrativo caratterizzato a parole sempre molto misurate, periodo brevi come incisi, spesso anche ripetuti a sottolineare la pregnanza di quelle singole parole e la necessità di sceglierne senza abusarne. Anche i capitoli sono brevi e, sebbene quella narrata sia un’avventura che comporta spostamenti, viaggi, cambi di compagnia e di scenario, il ritmo non è mai concitato e la scrittura ha sempre un respiro ampio e disteso. 
Questo modo di scrivere permette di assistere allo spiegamento della storia come se fosse in un grande quadro, come se si disponesse in ampiezza più che nella linearità di un percorso. In questo grande affresco, le avventure raccontate hanno il sapore di un racconto incastonato in un’epoca sospesa e non collocabile cronologicamente. Qui, come in altri scritti di Kate DiCamillo, il contesto storico è solamente evocato nei suoi aspetti noti che contribuiscono a comporre un immaginario funzionale alla storia. La conclusione dichiara apertamente che la vicenda potrebbe essere ambientata anche in un tempo che deve ancora venire, potremmo addirittura parlare allora di un romanzo distopico, più che vagamente storico. Le iniziali miniate di ogni capitolo rimandano alle scritture realizzate dai monaci amanuensi, ma la scelta di utilizzarle sembra rimandare ancora una volta al valore delle lettere come forma di conoscenza e al contempo di contemplazione e godimento del bello. Non a caso è Fratello Edik ad avere il compito di realizzarle, quell’uomo dotato di un occhio ballerino che gli conferisce forse la capacità di vedere la bellezza ovunque. Meritano una menzione le illustrazioni che, sebbene in bianco e nero, arricchiscono ulteriormente il piacere della lettura. Sono di Sophie Blackall, autrice di fama internazionale e vincitrice per ben due volte della prestigiosa Caldecott Medal. Il suo tratto elegante e morbido restituisce luoghi silvestri dal sapore magico che non mancano però mai di sobrietà, così come gli elementi decorativi all’inizio di ogni capitolo impreziosiscono le pagine senza risultare mai stucchevoli. 
Un romanzo che saprà deliziare bambine e bambini a partire dai 10 anni. 

Teodosia

"La profezia di Beatrice", Kate DiCamillo, illustrazioni di Sophie Blackall, traduzione di Anna Patrucco Becchi, San Paolo 2024 


venerdì 24 novembre 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LUPI SPAVENTOSI


Questa storia è piena di topoi letterari, che vanno dal fiabesco al fantastico, non disdegnando complotti, istitutrici sadiche, saggi servitori e colpi di scena ben distribuiti.
Si tratta della cifra stilistica di Joan Aiken, scrittrice britannica insignita nel 1999 dell’Ordine dell’Impero Britannico per i meriti conseguiti nella letteratura per l’infanzia, che ama mescolare sapientemente generi letterari e linguaggi.
Adelphi ci propone, con la traduzione di Irene Bulla, le illustrazioni di Pat Marriott, un saggio finale illuminante di Brian Phillips e una magistrale copertina di Edward Gorey, ‘I lupi di Willoughby Chase’, scritto nel 1962, ma dal sapore nettamente ottocentesco.
La trama parte da un antefatto fantastico, che vede la Gran Bretagna retta da un ipotetico Re Giacomo III e collegata alla Francia da un tunnel sottomarino, da cui, imprevedibilmente, i lupi sono tornati ad invadere il territorio inglese.
Nella tenuta di Willoughby Chase vive la famiglia di sir Willoughby Green, in partenza con la moglie per le Indie a causa della cagionevole salute della consorte; i coniugi affidano la giovane vivacissima figlia Bonnie ad una severa istitutrice, Letitia Slighcarp. Bonnie sarà raggiunta dalla cugina Sylvia che vive in condizioni miserevoli con l’anziana zia Jane.
Già qui si mescolano i temi del fantastico, in cui dominano gli affamati lupi che popolano il paesaggio invernale, e del realismo dickensiano, con la descrizione minuziosa delle miserabili condizioni dei più poveri. E, in più, il prevedibile complotto di miss Slighcarp e dei suoi complici, ai danni delle bambine e della devota servitù, che ammanta la vicenda di mistero e di avventura, in cui i buoni faticano non poco ad affermare le proprie ragioni nei confronti di cattivi senza redenzione come l’ambiguo signor Grimshaw e la perfida signora Brisket.
Tutto ruota intorno alle proprietà di sir Green, cui aspirano senza ritegno miss Slighcarp e compari, mettendo in piedi una gigantesca truffa per impossessarsi dell’ingente patrimonio, relegando le due inopportune, ma intraprendenti bambine in un orfanotrofio che assomiglia strettamente ad un carcere. L’occasione per portare avanti il complotto si presenta con la notizia del naufragio della nave su cui viaggiavano i coniugi Green.
Non svelo il finale, che è prevedibile, e qui sta il suo bello, anche nell’articolata e severa punizione dei cattivi.
Nel mescolare i generi letterari, l’autrice si compiace ad inserire, in un racconto in cui la prevedibilità è necessaria, passaggi paurosi: l’attacco dei lupi al treno, o l’imprudente pattinata sul fiume gelato, orchestrata dalle due bambine, mentre da lontano si sentono agghiaccianti ululati.
Le illustrazioni in bianco e nero di Marriott sottolineano con un pizzico d’ironia la cattiveria dei cattivi e l’innocenza dei buoni.
La lettura, divertente per i lettori più allenati, appassionante per lettrici e lettori alle prime prove impegnative, si presta perfettamente anche alla lettura ad alta voce.
Lettura caldamente consigliata a partire dai nove anni.

Eleonora

“I lupi di Willoughby Chase”, J. Aiken, trad. I. Bulla, Ill. P. Marriott, con un saggio di B. Phillips, copertina di E. Gorey, Adelphi 2023







venerdì 3 giugno 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MISS DICEMBRE



Antonia Murgo, giovane autrice italiana, esordisce nel romanzo con ‘Miss Dicembre e il Clan della Luna’, pubblicato da Bompiani.
Si tratta di un romanzo fantastico la cui chiave è rappresentata dall’incontro fra Miss Dicembre, una ragazzina proveniente dal mondo circense, e l’Uomo Nero, Mister Moonro, e la sua famiglia.
Infatti viene assunta come tata per il giovane virgulto Corvin.
Al Clan della Luna appartengono sia Mister Moonro che i figli e il loro mestiere consta nello spaventare i bambini: di fronte a Miss Dicembre sta infatti l’Uomo Nero in persona, fatto di braci e di fumo, che si muove nella notte e s’introduce furtivo nelle camerette di bambini innocenti. Ma fa, in sostanza, il suo mestiere: senza paura non esiste coraggio, senza grandi paure non impariamo a gestire tutte le paure piccole e grandi che la vita propone.
Miss Dicembre, maldestra ma molto determinata, impara a gestire il giovane Corvin, che si infila nei bracieri e nei camini, ragazzino incandescente e imprevedibile.
Proprio mentre Miss Dicembre mette positivamente alla prova le sue doti di resistenza, ecco arrivare i cattivi della situazione, i Pungipolvere, determinati a distruggere il Clan della Luna, utilizzando un soffietto, in possesso della nostra protagonista, per scardinare i poteri magici dell’Uomo Nero e cancellare tutto il Clan dalla faccia della Terra.
Abbastanza superfluo entrare nei dettagli dell’epica battaglia, che vede coinvolti, oltre a Corvin e a Miss Dicembre, anche Ovest, l’altro figlio dell’Uomo Nero.
Basta dire che l’azione è velocissima, densa di colpi di scena e capovolgimenti di fronte che non consentono al lettore e alla lettrice di abbassare la guardia. Il vero punto di forza di questo romanzo, destinato a lettrici e lettori che amino il fantastico, sta nel linguaggio, nella ricchezza delle descrizioni, condite da sapiente ironia. Non c’è passaggio che non accenni ai vestiti, ai drappi, alle stoviglie e agli arredi della casa del Clan della Luna, ovvero Antonia Murgo riesce nel difficile intento di creare un intero mondo intorno a dei personaggi fantastici, fatti di fumo e faville.
L’esperienza cinematografica dell’autrice l’aiuta a creare personaggi che possiamo ‘vedere’ con l’immaginazione. Quanto al classico ribaltamento dei ruoli fra buoni e cattivi, questo romanzo si aggiunge alla serie che ha riabilitato lupi cattivi, orchi e altri personaggi minori.
Va detto che il romanzo ha meritatamente vinto il Premio Strega 2022 come romanzo d’esordio
La lettura è agevole e divertente, consigliata a lettrici e lettori fra i nove e gli undici anni, perfetta per allietare le giornate di vacanza.

Eleonora


“Miss Dicembre e il Clan della Luna”, A. Murgo, Bompiani 2022


mercoledì 2 marzo 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A SCATOLA CHIUSA

Una vacanza da unicorni, Gilles Bachelet (trad. Eleonora Armaroli) 
Terre di Mezzo 2021 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"A prima vista, la mia nuova casa non è così male. Oltre ai miei compagni unicorni, arrivati insieme a me questa mattina, accoglie una folla di animali che, in un certo periodo, hanno conosciuto il loro momento di celebrità. Non ho ancora visitato tutto, ma nei corridoi ho già incrociato un panda, un delfino, un lama, un fenicottero, un tirannosauro e qualche kipatchu... 
Le mie giornate sono molto piene." 

L'unicorno Puffy, come tutti gli altri suoi simili, è appena arrivata in torpedone a Villa Tranquilla, che non è una casa di riposo, ma un luogo confortevole e gradevole di soggiorno per tutti quegli animali che non sono più considerati dai bambini 'animali carini'. Gli unicorni sono stati appena spodestati dai loviuciù, sorta di toponi candidi dalle smisurate orecchie rosa. 
All'interno dell'Istituto, recita la lettera che è appuntata sul cuscino della sua camera, agli ospiti tutto è concesso tranne visitare il seminterrato. 
Le attività a Villa Tranquilla sono molteplici e tutte molto piacevoli, apparentemente. Oltre alle diverse possibilità di mantenersi in forma: dal fitness al footing e all'aquapony, nel pomeriggio i corsi per gli ospiti sono vari e innumerevoli: dallo yoga alla maglia, ma il preferito da tutti è quello di pasticceria. 
Piscina, aperitivi, qualche puntatina consentita sui social per tenersi in contatto con gli ultimi sparuti affezionati: le giornate scorrono in tranquillità apparente. 


C'è anche un salone di parrucchiere messo su dall'intraprendenza di due ospiti, Marcel ed Edith. La sera è dedicata ai giochi di società e a commentare le ultime sui loviuciù. 
E la notte si sta... sereni. 
Tutto sembrerebbe andare per il meglio, compresa la soddisfazione di vedere dopo un po' di tempo arrivare in massa anche i loviuciù, anche loro in pullmann, e anche loro caduti in disgrazia agli occhi capricciosi e volubili dei bambini... 
Ma come spesso accade, non è sempre pajette tutto quello che luccica, e non è sempre rosa il tramonto... 

Sebbene in Italia non abbia un editore 'stabile' - Rizzoli, Il Castoro, Motta Junior e adesso Terre di Mezzo - i suoi libri si riconoscono da lontano per almeno due caratteri che li assimilano gli uni agli altri: sono grandi, a parte uno che è pensato per mani minuscole, e hanno la copertina con il fondo candido, per far risaltare il disegno, come se ce ne fosse bisogno. 
Il terzo elemento che si coglie, avvicinandosi un po' di più, è l'incredulità che generano le sue copertine: un titolo che allude a un gatto è mostra invece un cucciolo di elefante, un imperatore a cavallo che invece è un fungo, un'armatura medievale in piena regola che contiene una lumaca, una coniglia 'vittoriana' che spignatta per casa con una creatura in braccio mentre il marito, in giacchetta, le sfreccia davanti alla finestra... Ma quando mai si è vista la moglie del Coniglio Bianco di Alice? E se si sconfina oltre le Alpi, si possono vedere due guanti Mapa che si amano al di qua e al di là di una tavoletta, ossia un tavolino, di cioccolato o ancora uno struzzo che ha appena fatto a pezzi una carrozza di zucca... (finché avrò fiato e forza di scriverne, continuerò a chiedermi perché questi ultimi due non ce li meritiamo in italiano). 
E così, ancora prima di aprire il libro, entriamo in sintonia con la comicità, o per meglio dire con la parodia che ogni volta Bachelet mette in scena nei suoi libri. 
Qui c'è tutta la possanza di un unicorno in piedi, rampante, che si stempera un po' nei suoi grandi occhioni perplessi che ci interrogano, un accenno di linea curva all'altezza del torace, lievemente sovrappeso (e poi capiremo perché) mentre tiene - nella piega della zampa anteriore - un borsone Louis-unicorn-Vuitton e con lo zoccolo destro una valigetta rosa, forse un beauty e sotto l'ascella una cornice che poi si scoprirà essere una foto-ricordo che la ritrae all'apice del suo successo, ormai tramontato.
 

Già questo sarebbe sufficiente perché un adulto qualsiasi dotato di almeno un cincino di sense of humor comprasse il libro, a scatola chiusa, ma la sfumatura rosa sul ventre e sul muso e criniera e coda multicolor sono il gancio irresistibile per ogni bambino o bambina che almeno una volta nella vita abbiano disegnato un cuoricino. 
Come tutti i giganti, Bachelet sa che i libri possono (o forse devono) parlare a pubblici differenti, devono far ridere o piangere grandi e piccoli, perché nella lettura condivisa sono proprio queste due categorie umane a essere in gioco. 
La prima vera storia, complessa e articolata (quindi fa eccezione Il mio gatto è proprio matto & co.), che Bachelet ha scritto e concepito senza appoggiarsi a storie già esistenti, è Une historie d'amour (2017), che è un assoluto capolavoro, poi viene XOX e OXO (2018), che è meno ispirata. 
Questa è la sua terza prova, che in effetti non gioca così tanto sulle forme degli oggetti, come era avvenuto con l'amore tra i due guanti di gomma, ma è ben più intrigante delle precedenti riguardo alla questione che sottilmente pone: la volatilità e la transitorietà della fama, del successo, il passare di moda. E in questo chiama in causa, in modo sempre molto spiritoso ma crudelmente onesto, proprio i bambini che sembrano essere gli artefici occulti di questa altalenante condizione degli 'animali carini', - anche se poi in manette Bachelet mette solo se stesso, vittima anche lui del crudele meccanismo del consumismo e del voler essere come illustratore perennemente à la page


Mi pare che anche in Una vacanza da unicorni possano riconoscersi tutti quei caratteri che fanno di Bachelet un genio assoluto e che mi limito ad elencare, in modo che poi ognuno possa ritrovarli sparsi qui e lì sulla pagina. 
In primo luogo la coerenza del testo e delle immagini (come sono le pantofoline di un unicorno?) e naturalmente l'ironia che scaturisce dalla loro reciproca relazione. 
Lo scarto tra immagine e testo che rende permeabile il confine tra la logica e l'assurdo, tra la realtà e l'immaginario. 
Il gusto per la parodia, che proprio non riesce a tenere a freno: il suo cambiare qualcosa, mettersi da una parte, e vedere l'effetto che fa. 
Il gusto per rendere eroi degli antieroi o, come in questo caso, dei non più eroi: e addirittura farne il perno intorno a cui ruota l'intera storia. 
La parsimonia del testo dovuta a una sua scarsa fiducia in se stesso come inventore di storie e dall'altra una qualche pigrizia per cui è famoso nella sua casa editrice francese, Seuil. 
L'amore per il disegno accurato e per il dettaglio, una valanga di dettagli. 
L'amore per l'accumulazione, per la citazione e per l'autocitazione. Si potrebbero occupare pagine su pagine a mettere tutto ciò che lui utilizza prendendo a prestito immagini del nostro immaginario comune: dall'uccellino di Twitter sulla poltrona, agli emoticon sulla tenda...


L'amore per il rendere omaggio: qui per esempio ad André Franquin e al gruppo di Spirou e poi all'amico Philippe Mignon che grazie a Bachelet ha pubblicato uno dei suoi magnifici libri, Éléphasme, Rhinolophon, Caméluche et autres merveilles de la nature (Les Grandes Personnes, 2012) e ancora a Luigi Serafini e al suo Codex Seraphinianus, per Franco Maria Ricci. 
Il continuo richiamo all'intertestualità, i loviuciù e i kipatchu (applausi all'Armaroli) e all'intericonicità, che chiama dentro i lettori che non possono smettere di scrutare come segugi, naso a terra, i suoi disegni pieni pieni pieni.


Imperdibile, come di solito è Bachelet.

Carla

lunedì 15 luglio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IN COMPAGNIA DI UN GATTO NERO


Un gioiello, piccolo e prezioso, ci viene regalato dalla casa editrice LiberAria: una storia breve, un racconto del grande e compianto Osvaldo Soriano, che qui realizza una storia per bambini, ‘Nero, il gatto di Parigi’.
La storia è semplice: il ragazzino protagonista ci racconta la storia di Nero, il suo gatto parigino. Sì, perché il nostro ragazzino è fuggito con la famiglia dall’Argentina, ai tempi di Videla, lasciando là un po’ di ricordi e una gatta, Pulqui, affidata al nonno.
Questa sì è una separazione triste, è difficile stare senza la sua compagnia.
Per questo arriva Nero, un gattino nero preso al rifugio degli animali abbandonati. El Negro è un gatto di carattere, che la notte gira per i tetti di Parigi, corteggiando gattine e combattendo con i rivali; col suo amico umano fa lunghe conversazioni, non proprio uguali a quelle degli umani, ma che alla fine si rivelano decisive.
Il nostro ragazzino cresce e col tempo riesce ad ambientarsi a Parigi, ad apprezzarne la lingua, ad andar bene a scuola; dell’Argentina il ricordo più vivo è della gatta Pulqui, che è là ad aspettare. Nell’83, con la fine della dittatura e la riorganizzazione dello stato democratico, il papà e la mamma organizzano il ritorno in patria; ma come sarà Buenos Aires e lo stadio de la Plata?


Ma a vedere l’Argentina da Parigi ci vuole poco: basta salire, dopo aver sconfitto una temibile banda di cani, in cima alla Torre Eiffel insieme a un gatto coraggioso. Com’è bella Buonos Aires vista da lassù! Ora è possibile riconoscere le strade, le piazze, si può addirittura vedere Pulqui che gioca con un gomitolo di lana nel soggiorno del nonno.
Ecco, la magia è fatta, i fili interrotti dall’esilio si sono man mano riannodati e ora è possibile tornare, con il cuore gonfio di speranza.
Il racconto di Soriano è perfetto, intorno al filo narrativo che racconta di una fuga e di un ritorno, cresce un’atmosfera magica, dove la presenza del gatto, El Negro de Paris del titolo originale, permette al bambino di rivedere la sua città, di ritrovarla per un futuro ancora incerto, ma pieno di promesse. La lettrice e il lettore, anche ai primi passi della lettura, salta prodigiosamente dal registro realistico al fantastico come solo i bambini, e i grandi scrittori, sanno fare. E’ vero, a guardar bene, un bambino argentino può vedere, dalla cima della Torre Eiffel, la sua casa lontana, la gatta che lo aspetta, curiosa di incontrare il nuovo amico parigino.
In questa storia c’è molto della vita di Soriano, anche lui esiliato, anche lui stregato dai gatti. C’è la nostalgia, struggente come un tango di Gardel, c’è la speranza del ritorno, e c’è la magia della scrittura, che racconta con singolare sobrietà le tristi vicende dell’Argentina sotto Videla, la diaspora, la necessità del ricordo. Più di tante spiegazioni, rende immediata l’idea della ferita immane causata dalla dittatura: è un sentimento, una struggente nostalgia, una lontananza non voluta, una consapevolezza del dolore che non consente di voltare pagina.
E’ un libro prezioso, molto curato nella traduzione, di Ilide Carmignani, nella veste grafica e nelle illustrazioni, di Vincenza Peschechera, che questo piccolo editore, LiberAria ci regala; una lettura per tutte le età, anche per quegli adulti che possono smentire il gatto Nero che afferma che ‘a la gente grande le falta imaginacion’. Leggetelo!

Eleonora

“Nero, il gatto di Parigi”, O. Soriano, LiberAria 2019


mercoledì 23 gennaio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


UN ALTRO MONDO DI SOTTO


Passato un po’ inosservato, ‘La porta di mezzanotte’, di Dave Eggers, pubblicato da Mondadori, è un romanzo di avventura in chiave fantastica, con punti di forza e qualche debolezza.
Il primo limite è indubbiamente quello di aver ripreso uno schema narrativo già utilizzato in tante forme e modalità espressive: un ‘mondo di sotto’, abitato da creature minacciose, che mina l’esistenza di quello di sopra; se questo schema può far sentire a casa più di un lettore o lettrice, consumatori compulsivi della serie televisiva Stranger Things, farà storcere un po’ il naso a quei lettori che conoscono il lato migliore dell’autore, che si è da poco cimentato anche in un albo illustrato dedicato ai temi della libertà e dell’accoglienza.
Ma qui, almeno apparentemente, si respira tutta un’altra atmosfera: siamo nella cittadina di Carosello, dove arriva la famiglia Flowerpetal, costretta al trasferimento dalla perdita di lavoro da parte del capofamiglia. Il protagonista è un dodicenne dal nome ingombrante: si chiama Granito, nel senso proprio di pietra, ma ama farsi chiamare Gran. Con lui la sorellina, ovviamente petulante, e la mamma, costretta in sedia a rotelle.
Tutta la cittadina è fatta di case sbilenche e ogni tanto ne crolla una; ma gli abitanti non sembrano curarsene, tanto sono presi dalla routine e dalla loro tristezza. Il nostro Gran a scuola fa due incontri importanti: con Catalina Catalan e con Il Duca, un impiegato della scuola che gestisce una sorta di magazzino. La prima è una ragazza rude e misteriosa, con la capacità di sparire nei momenti più impensati. L’altro racconta a Gran la storia della città, che ebbe un momento di splendore quando era attiva la fabbrica di giostre Catalan, conosciuta in tutto il mondo. La sua decadenza è stata la fine della città e degli artisti che lavoravano a questi preziosi artifici.
Chiunque a questo punto può fare due più due: i crolli, le voragini hanno a che fare con la decadenza della città e con la tristezza dei suoi abitanti. Infatti, a questo punto scopriamo che il sottosuolo è pieno di gallerie scavate dai Vuoti, creature fatte di vento, che si nutrono del dolore umano; a contrastarli ci sono i Sollevatori, ragazzini e ragazzine che puntellano costantemente i tunnel che si sono creati, impedendo alla città di sprofondare. Inutile dire che Grant entrerà a far parte di questo piccolo esercito di resistenti e sarà anche la persona che con un colpo di genio farà risorgere la città.

Dunque, molti schemi narrativi ricalcano il già visto e già letto; ma il romanzo di Eggers ha dalla sua alcuni punti di forza: intanto una scrittura non banale, accorta nella attenta descrizione e caratterizzazione dei personaggi, densa di riferimenti al mondo reale, alla concretezza delle situazioni che descrive. Poi la capacità di inserire in modo non pedante dei momenti di riflessione che aprono la mente della lettrice e del lettore nei confronti di tematiche di natura etica o sociale: qua e là il Narratore interviene per dire la sua e sostenere la posizione di questo o quel personaggio.
A questo riguardo ho trovato interessante la battuta di Catalina che definisce ‘la tristezza, un dovere’, nel senso che solo l’aver provato questo stato d’animo consente di riconoscerlo e condividerlo con altri, cercando di aiutarli. Solidarietà e gratitudine diventano il cemento di un modo migliore di stare insieme. Sono eroi ed eroine quelli/e che non solo si mettono in gioco e sfidano il mostro di turno, ma sono capaci di far leva sulle proprie debolezze , sulla propria fragile umanità. Concetti che acquistano un valore aggiuntivo conoscendo l’impegno dell’autore in molte attività a favore dei più giovani.
In tutto questo, nonostante le trecento pagine e più, il romanzo scorre veloce, grazie anche a capitoli brevi, accompagnati dalle illustrazioni di Aaron Renier e si lascia leggere con facilità da lettrici e lettori con una certa dimestichezza con le storie ‘lunghe’, a partire dagli undici anni.

Eleonora

“La porta di mezzanotte”, D.Eggers con le illustrazioni di A.Renier, Mondadori 2018


Notarella al margine. Nei ringraziamenti, Eggers racconta delle scuole di scrittura creativa per i più giovani, in cui lui è direttamente impegnato, raccolte sotto la sigla 826 National, che hanno sedi in molte città americane ed europee. Scuole gratuite! Gli indirizzi di queste scuole li potete trovare sulla pagina web di Eggers: www.daveeggers.net


venerdì 19 maggio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CIAO, TU

Yeti, Taï-Marc Le Thanh, Rebecca Dautremer, (trad. di Guia Pepe)
Rizzoli 2017


ILLUSTRATI

"Ci penso ogni giorno.
E ogni notte.
A volte mi chiedo cosa potrei dirgli se lo incontrassi.
'Buongiorno'? Anzi, 'Buongiorno, Signore'?
E se fosse meglio non dargli troppa confidenza?
Gli stringerei la mano. O lo saluterei con un bacio?"

Appoggiata alla ringhiera del balcone della sua casa verde speranza, questa ragazza pensa sempre a lui, allo yeti. E lui, acciambellato, è al portone. 


Mentre si interroga sul suo aspetto, sulle sue abitudini e confessa a se stessa il desiderio di incontrarlo ed è già lì a progettare il viaggio, con cartine e guide dei luoghi, lui gigantesco è nell'ombra dietro di lei che sbircia la mappa.


Durante il viaggio in treno che la porta ai piedi di una grande montagna, lui occupa due sedili più in là. Come guida, la ragazza ha un bimbetto e un cane, che - al contrario di lei - lo yeti e la sua incombente ombra li vedono e forse li temono. L'attraversata nel bosco, la risalita in teleferica, sono sempre controllate a vista dal grande yeti che neanche per un secondo la lascia sola in questo suo lungo e pericoloso viaggio...


Arrivare in vetta è impresa ardua, forse impossibile se non ci fosse una grande mano che la sostiene nei momenti di vuoto.
E, arrivata caparbia, in cima il suo desiderio si trasforma in trepidazione: un breve richiamo Uh, uh, Signore? e poi l'attesa che la tiene sospesa là in capo al mondo (dove non ci si può spingere oltre). Quindi la decisione di attendere quanto sarà necessario e il magnifico presentimento, quasi una presenza avvertita. Non resta da fare altro che contare fino a tre e poi voltarsi: uno... due... tre...


Un libro sull'amore, sul primo amore, che colpì molte generazioni di lettori fu Ciao, tu. Scritto a quattro mani da Piumini e Masini, la storia di Michele e Viola che tra i banchi di scuola si indovinano, si scoprono si sanno, diventa libro di culto in pochissimo tempo perché racconta la bellezza nel gioco ideato tra i due che 'ufficialmente' non si conoscono e riconoscono, ma nella ricerca si scoprono a poco poco con una lenta seduzione fatta solo di parole. Il libro di Piumini e Masini, meraviglioso in ogni sua parte, consta di un finale che tanto ricorda quello pensato per Yeti. Il presentimento di qualcuno alle spalle, il contare uno, due e tre e alla fine girarsi e scoprirsi. Dare un viso all'amore, dare un viso alla propria felicità di quel momento.
Ancora una volta sono qui a dire che non credo sia un caso questa analogia così stringente. Analogia che mi permette di proporre una lettura, una delle tante possibili di questo nuovo libro della coppia Le Thanh-Dautremer, in chiave metaforica.
E ancora una volta sono qui a dire che un filo narrativo che potrebbe sembrare sottile si rivela al contrario fortissimo e pronto a tenere insieme legami inaspettati e fertili.
 

La figura mitica dello yeti può essere un pretesto, un meraviglioso pretesto, per ragionare sul significato che ha la ricerca, e nella fattispecie la ricerca dell'altro, le molte incognite di cui è disseminato il percorso, il traguardo, nella fattispecie verso l'amore, sia esso il più tenero ed effimero 'primo amore', sia esso quello più consapevole che vorremmo 'per sempre'.
Sempre di viaggio si tratta, viaggio interiore, sempre da mille domande è scandito, sempre di inarrivabile conquista ha il carattere. E non sono forse questi gli elementi che Taï-Marc Le Thanh mette in bocca a quella fanciulla intraprendente e sognatrice? Non è forse la ricerca dell'altro, o più in generale la ricerca della felicità, per gran parte creata da una nostra costruzione che con il mito ha molto a che fare? E dunque lo yeti ne può essere incarnazione leggendaria, se davvero in nepalese significa 'quella cosa là'?


Che la Dautremer abbia colto l'occasione offertale dai molti non detti del testo per creare a sua volta un gioco visuale con prospettive, ombre, dettagli che dichiarano il tono 'sospeso' del racconto mi pare evidente. Personaggi che sono disegnati e non vengono visti, valigie che cambiano di colore a ogni pagina, paesaggi irreali, picchi scistosi o cairn megalitici per acrobati esperti sono tutti elementi che contribuiscono a dare un profilo onirico all'intera vicenda.
In una rinnovata, quanto armonica sensibilità cromatica che predomina in chiave puramente estetica su ogni tavola.
Insomma, gran bel libro.

Carla

mercoledì 9 settembre 2015

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


VIAGGIO FANTASTICO

Questo sì che è un viaggio nel regno della fantasia , altro che gli inutili mattoni stiltoniani che continuano a inondare le librerie! Il libro di Norton Juster, Il casello magico, illustrato da Jules Feiffer, fa parte di una collana che Giunti ha proposto quest'anno, con ottimi propositi: ripescare testi stranieri , magari anche già tradotti in Italia, che hanno avuto un notevole successo all'estero, per riproporli al pubblico dei nostri ragazzi; parliamo di romanzi con un lettore/lettrice potenziale dagli undici anni in poi, quindi già discretamente abituato all'approccio con il romanzo vero e proprio. La collana, Bestseller dal mondo, si presenta in formato tascabile, con un prezzo coerente con le caratteristiche dell'edizione.
Sono usciti per ora tre titoli e, fra questi, ho scelto appunto il romanzo di Norton, scritto nel 1961 e tradotto in Italia pochi anni dopo, con l'introduzione di Faeti, nella collana dei Delfini , quando era ancora della Bompiani.


La trama, ridotta all'osso, vede il protagonista, Milo, profondamente annoiato e rassegnato ad una vita noiosa; gli compare davanti, nella sua cameretta, un casello stradale e lui, senza pensarci su due volte, lo attraversa con la sua macchinina; comincia così un lungo e tortuoso viaggio nel mondo di Ognidove, in compagnia di due strani personaggi, un cronomastino detto Toc e uno strano insetto gigante chiamato Truffaldottero. La missione che i tre dovranno compiere è presto detta: liberare le principesse Rima e Ragione e riportare la pace nel regno di Sapienza. Per raggiungere questo scopo il viaggio è lungo e fitto di pericoli, soprattutto quando è necessario affrontare i Demoni dell'Ignoranza, fra i quali mi piace citare il futile funesto, o il bieco burocrate, che frappongono ogni ostacolo affinché i tre non raggiungano il loro scopo.
Il numero dei personaggi è impressionante così come lo sono le invenzioni linguistiche, i giochi di parole, le battute fulminanti che nascondono pensieri e divertite riflessioni sulla nostra condizione umana. La chiave utilizzata maggiormente dall'autore è il surreale, in un continuo susseguirsi di situazioni assurde eppure credibili, richiamando le atmosfere di Alice nel paese delle meraviglie. Certo, il messaggio è molto chiaro ed è rivolto a tutte le ragazze e i ragazzi che affronteranno questa non semplice lettura: il meraviglioso è nella nostra testa, nella capacità di ciascuno di trasformare il mondo con la propria immaginazione, trasfigurandolo con una potente vena ironica. Basta cambiare prospettiva, fare un passo indietro, dare uno sguardo dall'alto e il nostro mondo appare popolato da creature bizzarre, perse in attività assurde. E come negarlo...


Da quanto detto prima, appare evidente che si tratta di un testo di non facilissima lettura, in cui spesso pare di perdere il filo narrativo, che invece è ben chiaro; tante le digressioni, tanti gli episodi che vivono di vita propria, i personaggi straordinari e le riflessioni sul mondo che portano con sé e che costringono a tornare indietro, rileggere, riflettere, ma sempre con il sorriso sulle labbra.
Va segnalata l'ottima traduzione di Duccio Viani, che riesce a rendere con efficacia il virtuosismo linguistico dell'autore.

Eleonora

“Il casello magico”, N. Juster e J. Feiffer, Giunti 2015

mercoledì 22 luglio 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA VITA DISEGNATA

La vita bella, Floc'h (trad. Valeria Pazzi)
Emme Edizioni 2015


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Oh, una bambina che ama i libri! Non restare là, vieni con me nella pagina! Vedrai faremo questo libro insieme. S'intitola 'La vita bella'...La vita bella è quella che uno si sceglie. E a te cosa piacerebbe? un animaletto che ci faccia compagnia? Un coniglio!"

Un dialogo serrato tra un signore alto ed elegante (Floc'h, in persona) e una bambinetta sveglia. Dove? Su una spaziosa pagina bianca.
Quante somiglianze con Felix e Nono (David Grossman, Ci sono bambini a zig zag, Mondadori 1996).


L'uomo in completo grigio e cravatta si affaccia dal nero da una porta socchiusa che ricorda piuttosto il taglio su un foglio immacolato (sorge spontaneo ripensare alla porta che apre Negrin nella campagna in L'ombra e il bagliore, Orecchio acerbo 2010) 

e da lì dialoga con chi si trova al di là: primo fra tutti il lettore, o la lettrice, che lui pare guardare dritto negli occhi. La invita a entrare...a entrare nella pagina e nella storia. Lei si arrampica ed entra nel foglio.
Il gioco è fatto! Noi che osserviamo tutto al di qua del limite immaginato e solo apparentemente invalicabile della storia. 
 


Vediamo arrivare il coniglio, la casa sugli alberi, la carrozza con la capra, cavalli e auto fuoriserie fino a vedere che l'impossibile nelle storie diventa possibile: volare sul mondo sull'oceano e sulla savana per poi godersi il chiaro di luna davanti a una piramide. Da lì con un solo salto (di pagina) si ritorna alle poltrone di fronte al camino. 


Ecco, in un solo giro di pagine, abbiamo visto cosa può essere la vita bella. Pagina dopo pagina i due ragionano su cosa sia la vita bella e si alternano nell'elencare cose che la rendono piacevole: suonare Bach al piano, mangiare tutti i gelati che uno voglia, essere la figlia di Tarzan o passeggiare nelle brughiere della Scozia. Come ogni bella esperienza, anche questa finisce per esaurimento del tempo. E' ora di dormire e quindi di tornare al di qua e mettersi a letto, senza però aver dimenticato di portare con sé, come nella migliore tradizione, il coniglietto, testimonianza autentica e tangibile di un sogno...



Ancora un libro di qualità che si appoggia sull'idea non esattamente originale di fare di un libro illustrato un libro interattivo, un libro 'parlante', di smentire l'idea che sulla pagina i personaggi di carta siano cosa inanimata e che la storia sia qualcosa di chiuso in sé, impermeabile verso l'esterno.
Così non è: di recente lo abbiamo appreso nei libri di Mo Willems (la saga di Reginald e Tina Il Castoro), nei libri di Minibombo (Il libro cane e gli altri...) nel libro di Hervé Tullet, sorta di capostipite del genere, con il suo insuperato Un libro (Franco Cosimo Panini 2010).
Qui siamo davanti a una raffinatissima declinazione del tema ideata da un illustratore di grande talento e un po' dandy, quale è Floc'h. 



Ciò nonostante questo libro corre sempre lungo la sottile linea di confine tra un libro di pregio e un esercizio di stile. Se i disegni ci paiono perfetti, in una ambientazione che sfiora l'aristocratico, lo è meno il senso ultimo del libro: prima fra tutte la frase 'la vita bella è quella che uno si sceglie'...Certo, per chi abbia gli strumenti per farlo. 
Non per tutti.
Non riesco a essere d'accordo, perché credo che sarebbe più corretto dire 'la vita bella è quando uno può scegliere'. A parte questo, lo scorrere delle definizioni di una vita bella hanno sempre un sapore un po' snob, in particolare in quello che è l'immaginario del personaggio adulto: la brughiera scozzese, le fuoriserie, il cottage nella campagna inglese, il pianoforte a coda e i guanti intonati alle scarpe...
E' un bel libro da ricchi che in una biblioteca di periferia, sono certa, avrebbe altre e più condivisibili definizioni di una vita bella...

Carla