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lunedì 28 settembre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GUTEN MORGEN, SONNENSCHEIN!

Tig
, Heather Smith (trad. Federico Taibi) 
La Nuova Frontiera Junior 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

 "Nostra madre se n'era andata per sempre a a gennaio. Quando a febbraio ci avevano spento il riscaldamento, Peter aveva proposto di spostarci in soffitta. Lassù faceva più caldo e, anche se l'ambiente era polveroso e sapeva di muffa, per me c'era una sorta di atmosfera magica, un po' come quella che doveva avere una casa sull'albero, nella mia immaginazione. Tra l'altro la soffitta era anche più lontana dai rumori della strada: il clangore dei procioni nel vicolo, le risse fuori dal pub in fondo alla via. Ci eravamo costruiti una tenda con una lampada da terra e un lenzuolo. Ci piaceva da matti quella tenda." 

A raccontare è Tig, diminutivo di Tigro, una ragazzina quasi quattordicenne che stila liste di obiettivi e, come unica lettura, ha un dizionario. In questo preciso momento la sua vita con la madre alcolizzata e il suo compagno Eddy, violento, è cosa passata. Anche i mesi trascorsi in solitudine assoluta nella casa con l'obiettivo di non farsi scoprire dai servizi sociali sono dietro le sue spalle e dietro quelle di Peter. 
Ora è stata appena affidata alle cure dello zio Scott e del suo compagno Manny. Da una casa in condizioni disastrose, fredda e sporca, passa a vivere in una casa 'di pan di zenzero': pulita, ordinata, accogliente e piena di dolcezza... 
Da una vita davvero complicata sta entrando in una vita che potrebbe essere finalmente tranquilla. 
Ma. 
Tig e, in qualche modo, anche Peter, il fratello di un anno più grande di lei, non sembrano disposti ad accettare in modo positivo il cambiamento. 
La rabbia, il rancore nei confronti degli adulti e la paura collezionata nel tempo fanno di questa ragazzina una ribelle aggressiva, polemica, bugiarda e anche un po' ladra. 
Bisogna dire che si impegna parecchio e fa di tutto per rendersi antipatica e soprattutto caparbiamente decisa a non cedere all'amore. Non è roba per lei: troppe delusioni accumulate nel tempo. 
Questa è la storia tra passato e presente di Tig, Peter e degli zii affidatari e del nuovo cane Guten Morgen. Una storia fatta di brutti ricordi, di probabili amicizie nate sul pendio di una collina, di frequenti prove di corse inseguendo una ruota di carriola, di un cane con cui addormentarsi, di gesti affettuosi che hanno come obiettivo, per questo insolito ménage, quello di diventare sempre di più qualcosa di simile a una famiglia. 

Un libro pieno di cose, su cui tutti i critici si sono gettati a pesce, premiandolo più e più volte: una storia sul lutto, sulla perdita, sulla consapevolezza di sé, anche in qualche modo su una neurodivergenza, sulle relazioni affettive, sul senso di appartenenza, sul senso profondo del concetto di famiglia, sull'amicizia, sulla solitudine, sul rapporto con il mondo adulto. 
Effettivamente tutto questo c'è.
Ma. 
Non riesco a togliermi dalla testa che le due cose che mi hanno colpito maggiormente sono la costruzione stessa della storia e come questa sia lì a parlare di trasformazione. 
A prescindere da un uso calibratissimo dei flashback, affondi in un passato brutto che stanno lì a fare luce su atteggiamenti, frasi, reazioni aggressive e provocatorie che hanno luogo nel presente e che ne giustificano la ragione e il senso, c'è anche molto altro che compone l'architettura di questa storia che la rende una struttura perfetta e solida.
È divertente scoprire che la scintilla di partenza è un documentario sulla gara di rotolamento del formaggio e una ragazzina in crisi, amica della figlia di Heather Smith. Il colpo da maestra, degno di un bel coraggio e di una buona dose di immaginazione, è stato metterle insieme. E costruire intorno a questi due punti una storia che ha un inizio che non può minimamente far prevedere il finale. 
Vari salti mortali nel corso della lettura: una vera goduria, compreso quello finale che ti suggerisce di ricominciare daccapo per goderti l'inganno fin dal principio... 
Una ragazzina impastata di incertezze e fragilità, varie forme di formaggio iniziali, un cane che è una bella metafora di tutta la storia, un fratello che si assume il ruolo di essere in primo luogo voce interiore di Tig, e due adulti pieni di impaccio che non smettono mai di provarci. Tutti questi Heather Smith li prende per mano, li fa recitare e, come se nulla fosse, li porta anche altrove... 
Saper stupire e lasciare basiti, con un palmo di naso, i propri protagonisti e con loro i lettori, anche quelli più giovani, è un'arte rara. In particolare, questi ultimi, i lettori a cui la Smith sta raccontando, in una storia così imprevista, così profonda, ma anche così lieve e divertente, si sentono liberi di riderci sopra. In questo modo si evita loro la pesantezza di inutili sermoni su come uscire da una crisi e su come superare le proprie difficoltà. 
E questa è cosa buona e giusta! 

 Carla

lunedì 14 settembre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

È 'N ATTIMO! 

Nonna Top, Gunnar Helgason (trad. Silvia Cosimini, Francesca Giona) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Ero al capolinea. Non ci sarebbe stata nessuna cresima. Nessun viaggio a Copenaghen. La mamma aveva invitato tutti e adesso avrebbe dovuto mandare un... disinvito. O forse no? Certo, poteva semplicemente trasformare la cresima in un funerale. Tanto gli invitati sarebbero stati gli stessi. Che fortuna che stavo per morire proprio adesso, solo una settimana prima della cresima. Guardai la mia cameretta per l'ultima volta..." 

Stella è a otto giorni dalla cresima e ha, come da giorni, pensieri foschissimi. Nonostante all'orizzonte ci siano due eventi per lei importantissimi: la gara di velocità su sedia a rotelle e la cresima. E nonostante la presenza della sua nonna preferita, nonna Köben, eccezionalmente arrivata in Islanda da Copenaghen per l'evento. 
In effetti il suo conto alla rovescia comincia un po' prima: a due settimane e tre giorni dalla cresima. In quel giorno infaustissimo le succede una cosa terribile quanto imbarazzante, che le rovinerà il tempo a venire: è a un passo dal suo primo incontro romantico, di sicuro dal suo primo bacio, con un ragazzino cotto di lei. 
Sera, casa libera, o quasi, lui suona alla sua porta con una cassetta per vedere insieme un film in camera sua. Tutto converge verso un finale romanticissimo, quando lei si sposta dalla sedia a rotelle e si accomoda accanto a lui sul letto. È esattamente in questo momento tanto atteso che invece l'atmosfera intorno ai due ragazzi prende un odore disdicevole. La schiena di Stella è attraversata da una fitta lancinante e una improvvisa caccona si gonfia nei pantaloni... Fugge come può in bagno e si chiude dentro. Ma cosa sta succedendo al suo corpo? Costretta dalla vergogna e dalla certezza di non confessare nulla al malcapitato, lo caccia in malo modo, da dietro la porta chiusa a chiave... E come se non bastasse, anche la carta igienica è finita! 
Questa è la storia piuttosto rocambolesca di una quindicina di giorni della sua vita! 

Stella ha tredici anni, quasi quattordici. Per essere nata con la spina bifida è sulla sedia a rotelle da sempre, ma la sua vita corre alla stessa velocità di tutti gli altri. Amiche e amici, anche qualche nemico, un ragazzino che stravede per lei, gli allenamenti per la gara, la preparazione in chiesa per la cresima. Una fantastica famiglia che la circonda: un papà e una mamma, per ragioni diversissime, davvero speciali, quanto i suoi due fratelli - Palli in maggiore che è lì per sdrammatizzare e Siggi il piccolino che è lì per filosofare. Due nonne, una snob che abita vicino e una cool che abita lontano. 
Stella l'abbiamo conosciuta nel 2023 quando ci ha raccontato della sua mamma. E poi di nuovo nel 2025 quando ci ha raccontato di suo padre. In questo ultimo libro sono le nonne a essere raccontate. 
Tra loro diversissime, sembrerebbero essere una mai apprezzata appieno a causa di certe sue rigidità, e l'altra mai così tanto amata come ora che è addirittura partita da Copenaghen per presenziare alla cresima della sua unica nipote femmina. 
Ma, come succede spesso, mai dire mai... 
Lo schema del conto alla rovescia si ripete anche in questa occasione e ha il merito di creare, come se ce ne dovesse essere bisogno, una giusta tensione narrativa. E come negli altri due libri la focalizzazione su un componente particolare della famiglia è in qualche modo strumentale per dare profondità a lei, la protagonista assoluta, Stella. Nei due episodi precedenti, mamma e papà, qui le due nonne sideralmente lontane tra loro, sono tutti lì per fare da specchi riflettenti dell'immagine di questa ragazzina in crescita, e per darle spunto di riflettere su se stessa e sul complicato mondo che la circonda, con particolare attenzione a quello degli adulti, sempre un po' contraddittorio. 
Specialissimi sono i suoi fratelli, in particolare Siggi che si dimostra ancora una volta un asso nella manica... 
Ma la cosa che colpisce di più nella lettura di questo terzo, ma mi augurerei non ultimo, episodio è la velocità di azione che ricorda molto le accelerazioni dei vecchi cartoni animati o dei film comici in bianco e nero, in cui si rotola nell'assurdo in due capriole. 
E anche, mi si conceda, la velocità del pensiero di un'adolescente e l'altrettanto repentino cambio del suo umore!!! Chi ha avuto una tredicenne per casa sa che passare dal pianto più disperato alla risata più spensierata è 'n attimo! Basterebbe anche solo leggere la prima dozzina di pagine in cui accade l'incredibile per capire a cosa alludo.
Qui tutto ha la capacità di accadere in un istante e chissà che questo non derivi dall'altro mestiere di Gunnar Helgason, ossia il suo essere attore e regista. 
Eppure in questo rotolare continuo da un assurdo all'altro, si trova anche il tempo di riflettere su un paio di questioni piuttosto nodali. 
Una arriva dal "catechismo" a cui Stella deve partecipare per racimolare i suoi punti-cresima ed è la domanda che il prete pone a tutti i cresimandi, prima di cominciare: qual è lo scopo della vita? 
La seconda ha molto a che fare con la prima: come ci si deve mettere di fronte alla morte? 
Niente paura: entrambe le domande sono incastonate nella comicità più schietta e non generano magoni di sorta. 
Di una cosa mi pare si possa essere certi: la filosofia che attraversa questo microcosmo familiare così tanto originale, anticonformista, libero da stereotipi e convenzioni, direi vulcanico(!) è il risultato dell'aria dell'Islanda. 
Una terra e un popolo diversi da tutto - giocoforza - sempre un po' distanti e un po' anomali di fronte ai panorami e all'omologazione europea. 
E naturalmente il suo cantore, Gunnar Helgason, per parte sua racconta di aver avuto alle spalle una famiglia molto movimentata e piena di inventiva e allegria e quindi di averne creato una letteraria (ma forse anche una vera, in carne e ossa) altrettanto buffa! 

Carla

mercoledì 29 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA CADUTA CHE DIVENTA UN'ELEVAZIONE


Joff ha concluso il primo anno delle medie; siamo in estate e in un piccolo paese della provincia inglese, in quei posti dove cioè una persona della sua età ha la fortuna di potersi muovere in autonomia e in relativa sicurezza. Le giornate vuote gli concedono il tempo di esplorare posti diversi, sempre in compagnia dell’affezionato cane Jet. Le escursioni spesso condotte in solitaria e senza una meta ben precisa sono una maniera per sbrogliare la matassa fitta di pensieri che si muovono intorno alla grande prova che Joff sta affrontando, quella di riuscire a convivere con l’incertezza di un responso medico e la paura di perdere suo padre, al quale qualche mese prima è stato diagnosticato un cancro allo stomaco e che ora è alle prese con un percorso terapeutico piuttosto duro. 
Questo elemento del racconto, che di fatto costituisce l’innesco della storia, non è casuale. David Almond, come il padre di Joff, ha affrontato un’esperienza di malattia e di cura analoga, e come lui, ha potuto godere della professionalità e del supporto del personale medico ed infermieristico. A loro, infatti, il romanzo è dedicato. È chiaro che una vicenda di questo genere non lascia indifferenti e il modo in cui si incontra una diagnosi oncologica, ma soprattutto i modi in cui l’iter terapeutico viene gestito, possono fare realmente la differenza. Almond riconosce di essere stato fortunato e lo sguardo che consegna alla sua vita attuale e al fatto stesso di poterne immaginare una futura permea l’intero romanzo. Che infatti pone non a caso al centro della vicenda proprio un bambino di fronte al grande dubbio dell'esistenza. Non quindi chi sta affrontando in prima persona la malattia, ma chi, al suo fianco, affronta la paura enorme dell'incertezza che in casi specifici come questi è condizionata fortemente da una diagnosi, dal responso puntuale di un esame. 
Durante le sue passeggiate in solitaria, Joff esplora una vecchia cappella abbandonata, nella quale, nonostante i divieti, molti ragazzini amano trascorrere del tempo. 
C’è nell’infanzia di quasi tutti uno spazio reietto che ha costituito un’incontenibile attrazione, se questo spazio poi ha un passato fortemente connotato, delle mura e un tetto, è abbastanza plausibile pensare che diventi luogo di rifugi, intrattenimento e teatro di leggende e racconti. 
Si dice che nella Cappella Arcana si sia verificata una tragedia, che un ragazzino sia precipitato, trovando la morte. Non è chiaro in che punto della cappella sia successo, né ci sono notizie certe riguardo l’identità del ragazzino e la data in cui sarebbe accaduto. Ma questo costituisce un aspetto del tutto secondario: la suggestione può partire anche solo dalla figura stilizzata riportata sul cartello di pericolo all’ingresso della struttura. 


Così come i fantasmi non chiedono che si riconosca ogni dettaglio perché li si professi veri, così, il segno sintetico di una figura che precipita è più che sufficiente per liberare pensieri, voci e paure in uno spazio vuoto e abbandonato. 
Quello dall’alto verso il basso è un movimento verticale, ma lo è, nel verso opposto, quello dell’elevazione. Chi precipita è un bambino, ma chi si eleva è un angelo. E dunque, se non si hanno notizie certe riguardo a questo incidente, nulla vieta di immaginare che non si sia trattato di una morte, ma di un’ascesa, e che la statuetta dell’angelo ad ali spiegate che dovrebbe troneggiare sulla cappella, altri non è che quello che ha conosciuto la propria trasformazione salvifica proprio tra le mura di questa chiesa. 
L’angelo, neanche a dirlo, è figura molto cara a questo scrittore, non solo per i contenuti spirituali che richiama, ma soprattutto per la sua natura controversa che ha conosciuto moltissimi connotati nel corso dei secoli, delle culture e delle religioni. L’angelo è un ibrido: condivide con l’uomo il corpo, ma dell’uomo ha superato quel limite che lo àncora a terra. Di fronte a chi possiede ali e capacità di guardare da un punto privilegiato, l’uomo ha elaborato strategie, ha sviluppato ingegno e capacità di sentire. Le sue ali non sono fatte di piume, ma sono processi che consentono di attingere alle spiritualità più alte attraverso un percorso ancora una volta verticale, ma il cui terreno di slancio non è il pavimento, ma il reale di fronte ai nostri occhi; e il volo che compie è quello che permette di guardare oltre, tanto da accogliere presenze fantasmatiche. 
Ma chi, se non i bambini, più di tutti possiede la capacità di compiere questo salto? 
Vero è però che a tutti occorre una guida, e anche in questa storia, come in altre amate di Almond (su tutte Mina), si tratta di una bambina. Dawn arriva da un altro paese; è strana e inizialmente Joff diffida di lei, perché fa domande, è impicciona e alle volte sembra che parli da sola. Ma in un secondo momento Joff le sarà grato per la sua insistenza, perché lei sarà in grado di accogliere il suo tormento e di trasformarlo insieme a lui. Il ragazzino comprenderà che non è solo e che le cose possono essere plasmate, e che l’arte può offrirci una possibilità straordinaria di intervento nel presente. Disegnare, scrivere, costruire richiedono prima di tutto uno sforzo di immaginazione e questo ha alla base un processo che parte dal presente ma si muove solo sulla spinta del desiderio di cambiarlo. 
I bambini che frequentano la Cappella Arcana riescono a restituire a quel luogo la presenza della vita, non soltanto con la loro fisicità, ma soprattutto nel momento in cui decidono di abbellirla, di renderla diversa. 
Come in altri romanzi di Almond, anche in questo, i confini e i limiti vengono indagati come luoghi che occorre esplorare e superare per riuscire a crescere e a elaborare uno sguardo che sia, non pacificato, semmai più ricco e frastagliato e per ciò stesso, più vivo. 
L’autore ha preferito una narrazione ricca di descrizioni evocative, che indugiano soprattutto sui paesaggi naturali, e ha riservato, di contro, una sobrietà maggiore ai personaggi, ai quali vengono concessi brevissimi ritratti e accenni altrettanto sommari alla loro personalità. Persino di Dawn non viene restituita un’immagine precisa e sono sporadici i riferimenti alla sua persona. Il padre e la madre di Joff sono figure ovviamente presenti, ma il cui ruolo funzionale finisce per esaurire interamente lo spazio che viene loro concesso. Il padre vive soprattutto nei ricordi di Joff, perché al centro di questa storia in fondo c'è il grande mistero della vita sul quale è un bambino a interrogarsi, e la malattia del genitore costituisce solo il fattore scatenante di un appuntamento cui siamo tutti destinati a presentarci. Sono le risorse che un bambino possiede e che decide di utilizzare ad interessare Almond che in questo, come nel resto della sua opera, ha scelto di esplorare in tutta la loro ricca varietà. 

Teodosia 

La leggenda del ragazzo caduto di David Almond, traduzione di Giuseppe Iacobaci, 
Salani 2026

mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


mercoledì 3 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

KLINGE REGALA ALL’UMANITÀ DOMANDE DAVVERO INTRIGANTI 


La follia è quella condizione mentale che si può incontrare in alcune fasi della vita, magari si supera e si torna a una sana normalità, magari invece si conservano alcuni aspetti di quella modalità stramba di guardare le cose e le persone che possono risultare utili. Forse le fasi della vita in cui si è maggiormente disposti ad accettarla di buon grado sono l’adolescenza e la terza età, in modo certamente diverso: nel primo caso, la follia è uno stratagemma che può essere necessario al fine di distanziare un mondo (quello adulto) che non si vuole accettare come approdo inevitabile; nel secondo caso, per rimarcare una presunta superiorità a quello stesso mondo dal quale ci si sente esclusi e rifiutati. 
L’adolescente e l’anziano condividono uno spazio a latere, marginale, rispetto al quale inventano, progettano soluzioni e forme d’essere originali. Il primo rincorre un corpo che vorrebbe adulto e che fatica invece ancora a riconoscere; il secondo quel corpo cerca di superarlo in tutti i modi, cercando di dimenticarne i limiti di forza e di decoro. 


Sono tanti i libri per ragazzi che raccontano della spontanea complicità tra nonni e bambini, più rari sono quelli in cui l’affinità si instaura tra un anziano e un adolescente. Forse perché una relazione di questo tipo prevede la costruzione di una zona di convivenza decisamente più problematica, i due soggetti, infatti, mettono in campo forze ed energie che si sviluppano in direzioni imprevedibili. 
La scrittura allora deve fare leva su alcune qualità come il senso dell’ironia e dell’assurdo, portare all’estremo elementi comuni ma che, esasperati, diventano decisamente interessanti e aiutano a fare luce sulla quotidianità dall’aspetto altrimenti sbiadito. 


Il romanzo di Dita Zipfel, autrice tedesca molto amata in patria, mette in campo una ragazza quasi adolescente e un anziano con qualche rotella fuori posto. La giovane Lucie conosce l’uomo grazie a un suo annuncio in cui cercherebbe un dogsitter. Lucie sta cercando disperatamente di racimolare i soldi che le consentirebbero di andare a Berlino. Questa offerta di lavoro sembra perfetta e quindi si reca a casa dell’uomo per proporsi. Peccato che poi questo cane a cui l’annuncio faceva riferimento in realtà non esista e che l’uomo anziano abbia cercato solo qualcuno disposto a trascrivere le sue ricette. 
Klinge, così si chiama l’uomo, appare da subito una persona fuori dal comune, tratta Lucie in maniera sgarbata, si ostina a chiamarla “ragazzina” e non con il suo nome, perché lei dovrebbe sceglierne un altro e non accontentarsi di quello che i genitori hanno deciso per lei. È convinto che ci sia qualcuno lo stia segretamente seguendo e spiando per rubargli quelle ricette; lui ritiene in realtà pozioni magiche. 


Lucie, dopo un’iniziale perplessità, accetta l’incarico (non fosse altro perché non ha un’alternativa); è certa di trovarsi di fronte una persona che lei deve semplicemente assecondare e accontentare nelle richieste a volte bizzarre. Ma sebbene dimostri di essere una ragazza assolutamente giudiziosa e che procede cercando di comprendere tutto della vita riducendo ogni situazione a uno schema chiaro e inoppugnabile, le follie di Klinge finiscono per coinvolgerla realmente. Così, messa a conoscenza delle proprietà di quello che sembra essere un pomodoro in barattolo, ma che Klinge sostiene trattarsi di un cuore di drago, Lucie deciderà di sottrarlo all’uomo e di utilizzarlo come base per una pozione magica che faccia innamorare di sé il ragazzo più corteggiato della classe. 
Ovviamente le cose prenderanno un’altra piega e di qui in avanti gli eventi ai quali assistiamo hanno dell’assurdo e vengono raccontati in prima persona da Lucie in modo da risultare comunque plausibili e giustificabili. Lucie abita alternativamente il mondo di Klinge fatto di draghi e fenici, di cospirazioni e inseguimenti segreti, e quello della sua famiglia sulla quale si infrange tutta la sua fragilità e rabbia. 
Ha una madre gentile e premurosa che ha però compiuto agli occhi di sua figlia l’errore di unirsi a un uomo insopportabile che non riesce in nessun modo a collimare con il resto della famiglia. C’è poi un fratello che sta crescendo e con il quale Lucie non riesce più a trovare la stessa complicità di un tempo. Rispetto al contesto familiare, quello del folle creatore di pozioni magiche, appare un mondo non solo più divertente, ma sicuramente più facile da accogliere, nonostante conservi margini oscuri e indecifrabili. 
Ed è qui il nocciolo della questione: per capire il mondo cosa occorre in fondo? Un approccio analitico e deduttivo, che è quello di cui Lucie è naturalmente dotata (costruisce facilmente griglie ed elenchi che sintetizzano pregi e difetti di ognuno) e che sicuramente rappresenta un approdo rassicurante; o piuttosto qualcosa che dal reale invece è completamente sganciato e che soprattutto non ha alcuna pretesa di esaurirlo in una descrizione o in precise soluzioni? 


Il mondo di Klinge e quello di Michi, compagno della madre, mieloso, sdolcinato, appiccicoso, falsamente accogliente, sono entrambi agli antipodi di quello al quale Lucie è ancorata. Lei compirà il grande passo di riuscire a guardarli da lontano, godendo dell’eredità di cui ognuno di loro riesce a farle dono, quando ammetterà che possa esserci anche nel secondo un po’ della follia presente nel primo. E dunque quando riconoscerà che esistono le sfumature e non solo i bianchi e neri. È quello che la maggior parte degli adolescenti fatica a vedere. 
Il racconto di questa crescita è affidato a una scrittura sempre molto misurata che fa dell’ironia la sua nota più evidente, supportata non poco dalle felici illustrazioni di Rán Flygenring: bicromatiche, dal forte gusto grafico, anch’esse sintetiche e sicuramente divertenti, non costituiscono solo un rinforzo, ma spesso accolgono parti di testo, come fossero pagine di un diario della protagonista. La scrittura in prima persona e le illustrazioni proposte come disegni della stessa protagonista contribuiscono a conferire a questo romanzo il sapore di una confessione leggera ma mai banale, di una confidenza sincera e in alcuni casi timorosa, come quella di chi fatica a riconoscersi ma non per questo rinuncia a prendersi anche un po’ in giro. 
Una storia che ragazze e ragazzi a partire dai 10 anni troveranno divertente e stimolante. 

Teodosia 

Come la follia mi ha spiegato il mondo, Dita Zipfel, Rán Flygenring, (trad. Claudia Valentini), Rizzoli 2026 


lunedì 20 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A DOMANI!

Via da qui, Tamara Bach (trad. Claudia Valentini) 
Emonsraga 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 
 
"Solo quando mamma bussa allo stipite della porta, Kaija si rende conto di essere rimasta lì a guardare il soffitto per un'eternità. 
'Ehi' le dice mamma. 
Si avvicina al letto, le si siede accanto e le chiede di farsi un po' più in là. 
Poi si sdraia di fianco a lei. 'Hai trovato la cassettiera' dice. 
Annuisce. 
'Tutto ok?' chiede. 
'Mmh' fa Kaija. 
'E tu?' 
'Mmh'. 
Se ne restano sdraiate lì per un po', fuori il brulichio della natura, dentro il loro silenzio. 
Restano lì un altro po'. 
Finché mamma non si tira su e guarda Kaija. 
'A domani' dice. 'A domani' dice Kaija."

Da pochi giorni, con il resto della famiglia - madre, padre e la zia della madre - Kaija è andata ad abitare nella vecchia casa materna. In una cittadina di provincia, dove a lei tutto è estraneo. Nuova scuola, nuove persone intorno, nuovi luoghi, nuovi percorsi e - giocoforza - nuove abitudini. 
Si sta lasciando alle spalle la vita precedente, con un bel po' di nostalgia e un vuoto e silenzio intorno che non si aspettava. I suoi vecchi amici tacciono e la chat - ultimo filo che la lega a loro - si interrompe all'improvviso. 
Ora è davvero sola, ossia gli unici punti di riferimento sono la sua famiglia: una vecchia zia bisbetica e non proprio in salute, un padre affettuoso e spesso ai fornelli, una madre molto occupata che in qualche modo di quel 'ritorno a casa' patisce in silenzio i possibili esiti. 
Questa è la loro storia, o forse sarebbe più giusto dire le loro tre storie, quella di Kaija, quella della madre Ruth e quella della vecchia zia Josepha, che si intrecciano reciprocamente in un continuo andirivieni tra passato, presente e futuro. Tutte e tre le donne di questo romanzo devono fare i conti con le loro scelte e confrontarsi, anche a distanza, con il difficile guado cui l'adolescenza ti sottopone. 

Se si superano le prime venti pagine in cui la protagonista piomba nella sua nuova classe e viene fatta oggetto di scherno da parte di alcuni compagni, e si supera quindi l'idea di avere per le mani l'ennesimo libro, un po' stereotipato, sul bullismo, si atterra in una letteratura di altissima qualità: densa, intelligente, sensibile, sofisticata e sottile, costruita con grande sapienza. 
Le cose che colpiscono sono molteplici. 
Innanzi tutto la scrittura (ed evidentemente anche la felice traduzione), che scorre piacevolmente per 180 pagine, senza mai perdere la sua energia, la sua coerenza: profonda, brillante, ironica, esatta e capace di raccontare anche il dettaglio senza mai diventare pedante. 
Spesso e volentieri si potrebbe pensare di avere davanti una sceneggiatura in cui ogni minimo gesto o movimento dei protagonisti viene descritto, per poi diventare guida per gli attori. L'effetto che ne sortisce è davvero visivo: noi siamo lì, come davanti a un film, e vediamo questa famiglia che si muove principalmente nello spazio della vecchia casa e del giardino: li guardiamo mentre tacciono o mentre si scambiano veloci battute. E, come succede al cinema davanti a un buon film, partecipiamo anche noi  all'azione. 
Ah, come è vero il suggerimento di Saunders: show don't tell! 
Colpisce altrettanto la sapiente costruzione dei personaggi che si approfondisce cammin facendo. 
La metà di ogni buona storia sta in questo: a parte il plot in sé, che sicuramente deve essere ben architettato, risiede nella convincente credibilità dei singoli personaggi. 
Nessuno di quelli che qui compaiono - saranno in tutto una decina tra comprimari e comparse - passa inosservato. 
Di ciascuno si percepisce il carattere, l'indole: le forze e le debolezze, i pregi e i difetti, simpatie e antipatie e su tutto la complicità reciproca, fatta di non detti. Fino all'ultimo rigo il lettore è chiamato in prima persona a capire chi sia veramente Kaija, il suo buffo papà americano, oppure Ruth, sua madre,o la zia Josepha, oppure Emily o sua madre Sina. 
Il plot, in qualche modo è stato già detto, non ha nulla di avventuroso e rocambolesco, pur tuttavia tiene il lettore incollato alle pagine, a seguire le varie e diverse voci che il racconto mette a fuoco di volta in volta, attraversando con noncuranza ben tre generazioni di ragazzine, tenute insieme dalla sola genealogia. 
Ultimo ma non ultimo è il grande e complesso ragionamento su quello che è il senso dell'andarsene via e del tornare, il senso ultimo di ogni essere umano nel riconoscere un luogo e chiamarlo casa. 
E ancora, la ricchezza emotiva di una squadra che si può chiamare famiglia. Magnifiche le tantissime pagine costruite sui sottintesi tra loro, fatte delle loro tacite complicità. 
Attraverso le tre età delle protagoniste, il loro presente, ma anche e soprattutto il loro passato, siamo davanti a un perpetuo movimento in avanti o indietro negli anni. Le loro storie si costruiscono intorno a quello che è la delicatezza e l'intensità della vita quando si è adolescenti: le aspettative, i progetti, le fragilità di vedere legami che si spezzano, e l'insopprimibile bisogno di costruirne altri e nuovi. 
Finalmente un gran bel libro: da non perdere, per nessuna ragione al mondo!

Carla

mercoledì 11 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL MOSTRO E LA STELLA
 

Sirio è una ragazzina di 12 anni, ha un nome da maschio il cui significato ha ignorato fino ad ora. Il mistero di questo nome è tutt’uno con quello di un padre mai incontrato, del quale sente rabbiosamente la mancanza, un padre che viene continuamente evocato, ogni volta immaginato con un’identità diversa. Sì, perché Sirio ha una grande inventiva, diciamo pure che ha una particolare abilità nel confezionare bugie, il più delle volte utilizzate per raggiungere scopi precisi. Ha un carattere deciso, tanto che nella banda costituita da una manciata di ragazzetti, lei è indiscutibilmente il capo! Le bande si compongono e si fronteggiano tra di loro, e le ragioni per cui una banda si costituisce è perché ti permette di fare esattamente le cose che faresti, ma in compagnia, ha una forza maggiore e le contese diventano spesso lo scopo di lunghe e vuote giornate in un piccolo paese quale è Fiesole. 
Ma questo è vero fino a quando, il 3 settembre del 1943, non viene firmato l’armistizio. Fino a quel momento la guerra è stata un racconto o una serie di notizie che hanno scalfito solo in minima parte la spensieratezza di questi ragazzi, ma lo scenario cambia completamente e anche Fiesole smette di essere un luogo sicuro e tranquillo, per essere raggiunto dai fatti e dalle persone direttamente collegate al conflitto. Si apre così una cesura importante, tra un tempo che aveva tutte le caratteristiche e la leggerezza dell’infanzia, e un altro in cui anche ai più piccoli viene di fatto imposto di crescere, di guardare il presente e soprattutto di cominciare a farsi delle domande. 
Un incontro decisivo sembra mostrare ai ragazzi l’impossibilità di essere ancora bambini e soprattutto di credere che ci siano dei valori eterni e non negoziabili. La storia, con le sue contraddizioni laceranti, si presenta con le vesti di un soldato gravemente ferito, che Sirio e Giovacchino (suo piccolo e fedele compare) trovano in un castello situato nel folto di un bosco. 
Sono convinti che si tratti di un soldato inglese e, come tale, amico. Sirio scopre in un secondo momento che si tratta invece di un tedesco e questo la pone di fronte a un grande dilemma: continuare a prendersi cura di lui o abbandonarlo ad un destino di morte certa? È lecito anche solo porsi una domanda del genere o la vita umana va custodita e preservata in ogni caso? Sirio è naturalmente e spontaneamente convinta di quest’ultimo assunto, soprattutto non comprende (ancora) perché la guerra, che sta travolgendo ogni aspetto della vita, debba insinuare dubbi di questa natura e impedirle di prendere una decisione che lei reputa inevitabile. 
Il soldato ferito viene chiamato Il mostro, perché nel momento in cui viene ritrovato le sue condizioni sono molto critiche, vittima di un pesante pestaggio, l’uomo viene scambiato da Giovacchino per una creatura mostruosa e tale rimarrà nei racconti e nei riferimenti, anche quando sarà guarito e avrà ritrovato un aspetto umano. 
La scelta di non attribuirgli un nome diverso da quello di mostro conferisce un tono spaventoso alla relazione che Sirio costruisce pian piano con lui e l’esposizione dei fatti non manca mai di generare nel lettore uno stato di inquietudine mai sedata, come se fossimo sempre in attesa che la natura non umana di questa creatura venga prima o poi a galla. Oltretutto l’uomo non pronuncia alcuna parola, né in italiano, né nella sua lingua d’origine, e non sembra compiere alcuno sforzo per comunicare, tanto che sorge il sospetto che oltre che la parola, abbia perso la memoria. 
Il nodo del romanzo è tutto in questa questione che Nicoletta Verna non risolve nel modo più scontato, apparecchiando la tavola con valori chiari e facilitando così lo schieramento del lettore. Neanche la scelta della vita è la più scontata in tempo di guerra, semplicemente perché le tracce di umanità si fanno sempre più rare e il modo in cui occorre guardare al presente è tutto cambiato. La presa di coscienza del mondo, ma soprattutto del contributo determinante che si può fornire perché cambi in una direzione piuttosto che in un’altra, segna la svolta più importante nella vita di Sirio e di tutti i suoi giovani amici. Non più gruppo unico di vite che attendono la fine della giornata come un dono certo e dovuto, ma soggetti distinti e in grado di assumersi la responsabilità di una scelta, anche quando questa provoca delle conseguenze dolorose. 
L’impegno che Sirio, sola, decide di riservare alla guarigione dell’uomo le permette di rivendicare una sua autonomia e differenza rispetto a Dante, ragazzo più grande di lei, appartenente a una famiglia esposta politicamente e che ha nutrito l’educazione del ragazzo di una serie di valori che hanno poi determinato la sua naturale scelta di campo. Sirio è molto attratta da lui, ma la loro relazione è burrascosa, perché la costruzione di un’identità per la ragazza è il frutto di un percorso molto più difficile; lei parte da un contesto aspro e rude. L’approdo a un pensiero, a una convinzione, per lei sarà scelta totale e priva di compromessi: si dedicherà interamente e da sola alla salvezza del soldato, così come sarà completamente presa dalla realizzazione di una vendetta che, sola, può riscattare il suo errore. In uno scenario fosco e drammatico come quello di una guerra la luce non scompare del tutto, ma viene cercata con grande desiderio e trovata in piccoli ma preziosi momenti. La luce è quella delle stelle (Sirio scopre le stelle grazie al casuale incontro con una giovanissima Margherita Hack) che mute e imperturbabili in cielo assistono allo scempio umano e nutrono i sogni di pace. La luce è anche quella degli affetti sinceri, degli abbracci rassicuranti di una madre e di quelli forti come un terremoto di un nuovo amore. 
Nicoletta Vera ha costruito con questo romanzo una storia avvincente e un personaggio che difficilmente sarà dimenticato. 

Teodosia 

L’inverno delle stelle di Nicoletta Verna, Rizzoli 2025 


mercoledì 4 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA LEGITTIMA PORZIONE DI MISTERO 

Al rientro da un weekend dai nonni, le bambine lo vedono subito. 
La cucina, il bagno, l’ingresso… anche la loro cameretta. È tutto molto vuoto e dritto, persino l’odore nell’aria è cambiato. Troppo ordine, troppa pulizia le insospettiscono immediatamente. È chiaro che qualcosa deve essere stato buttato via. Perché non si può pulire così tanto senza buttare via niente. 
E siccome le cose buttate vanno conferite da qualche parte, ecco il sacco. Le bambine lo trovano e indignate lo prendono e lo riportano nella loro cameretta, per analizzare quali oggetti i genitori abbiano buttato in loro assenza, credendoli cose senza importanza al punto da definirli robaccia rotta o inutile, pelucchi e frammenti talmente insignificanti da far definire il sacco “vuoto”. 
 

Ordinare sembra un gesto semplice, eppure ci mette di fronte a continue scelte. E se è vero che ogni manuale che si rispetti suggerisce di liberarsi senza troppi pensieri di ciò che è inutile, vecchio o rotto, meno ci si sofferma a riflettere in quale sistema di valori tali aggettivi trovino sostanza e realtà. E se le persone che vivono in casa sono più di una, i fraintendimenti e le sovrapposizioni possono essere tante. 


Estratti uno a uno dalle proprietarie, le penne rotte, i coperchi senza funzionalità apparente, i tappini, i pelucchi, gli occhiali senza lenti e i cucchiaini gettati con efficiente noncuranza tornano ad assumere la loro dimensione affettiva originaria, prendendo corpo in usanze e costumi che le bambine restituiscono con crescente sdegno: una cintura con i campanelli può sempre tornare utile, le carte delle caramelle rivelano essere una collezione di trasparenze e colori. E il ciocco di legno assomiglia talmente a un bebè da avere un nome e una storia: è stato cuginetto delle sorelle per una intera estate. 
 Nelle mani delle bambine, il contenuto del sacco, riversato sul tappeto al centro della cameretta, corrisponde a un mondo di giochi, tradizioni, simboli e posture sentimentali che le bambine abitano, all’insaputa degli ignari genitori, colpevoli soltanto di aver voluto riordinare. In questa ottica - l’ottica delle bambine - il sacco è ben lungi dall’essere vuoto. Il sacco contiene tutto. 


Le illustrazioni si susseguono catturando nei confini delle pagine porzioni di un territorio domestico che dialoga incessantemente con la propria continuazione oltre il margine: un quadro tagliato a metà, le gambe del padre che spuntano dal tappeto, tavolini, quaderni e scale alludono a un altrove e che ce lo lasciano immaginare oltre la pagina in un continuo incrociarsi di pieno e vuoto, senso e non senso. Le cose buttate dai genitori nella loro pur necessaria furia di pulizia divengono mondo nelle spiegazioni accorate dalle bambine, il rigore di un weekend di riordino approfondito è anche una vera catastrofe per la teoria di oggettini minuscoli e apparentemente sacrificabili. 


Il sacco si prende invece uno spazio centrale, catalizzando lo sguardo come un buco nero: dopo aver fagocitato il sistema valoriale svalutante degli ingenui e inconsapevoli genitori eccolo risputare quello ricco di senso e identità delle piccole. Il sacco è una soglia in cui i valori delle cose si trasformano. 
Si intravede in lontananza una critica all’intervento inconsapevole nel mondo dell’altro e, ancora più lontano, ecco emergere una somiglianza tra la decisione deliberata di cosa tenere e cosa buttare e un certo atteggiamento invasivo e colonialista: quello che si arroga il diritto di nominare, scartare . Il sacco allora diventa un gesto predatorio che forse, nel grande gioco dei frattali che è la vita, mettiamo in atto, minuscolo e apparentemente innocuo, nella vita di ogni giorno. Forse proprio nella relazione tra adulti e bambini. 


Cosa infatti deve essere davvero buttato?
Applicare questo interrogativo al territorio dell’infanzia, alle sue sproporzioni di potere, ai suoi protagonisti tanto vulnerabili e ai loro oggetti minimi, lontani dall’orbita dei grandi genera nelle mani di Adbåge una situazione paradigmatica che getta la sua luce molto lontano. 
Riordinare è stabilire un confine tra ciò che si può tenere e ciò che al contrario va buttato. Significa tracciare un discrimine, dare priorità. Farlo per altri, come accade nell’albo, chiama in causa il valore che diamo al mistero dell’altro, ma interroga il fatto stesso di saper attribuire all’altro (ai bambini, soprattutto!) il diritto a una legittima porzione di mistero senza volerla eliminare o considerare inutile solo perché è a noi sconosciuta. 

Giorgia

“Il sacco”, Emma Adbåge, (traduzione di Samanta K. Milton Knowles), Camelozampa 2026 


mercoledì 14 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA CI DICE QUELLA DATA? 


I Watson vanno a Birmingham 1963. Ecco, è tutto qui: una famiglia, i Watson, una città, Birmingham e un anno, il 1963 che, nella storia degli Stati Uniti, richiama alla memoria molti importantissimi eventi. 
È quello della Marcia su Washington e del famoso discorso proclamato da Martin Luther King passato alla storia con I have a dream, nel quale si auspicava un futuro nel quale i neri e i bianchi potessero convivere in pace. La città di Birmingham, nell’Alabama, è stata una di quelle più direttamente coinvolte nella battaglia lunga e sanguinosa per l’affermazione dei diritti civili delle persone nere e in generale per tutte le minoranze etniche. 
La scelta di fornire queste informazioni nel titolo dimostra la volontà di inquadrare già da subito la questione, soprattutto in patria. Nel nostro e negli altri paesi in cui il libro è stato tradotto, invece, un ragazzino di 12 anni circa (che è l’età del lettore al quale si rivolge grosso modo Paul Curtis) non ha molto probabilmente idea di cosa sia accaduto quell’anno oltreoceano; sarebbe infatti interessante confrontare la reazione di un adolescente statunitense con uno europeo di fronte a questo titolo, prima, e a conclusione dell’intera storia, dopo. Cosa raccoglie il primo e cosa invece riesce a cogliere il secondo, lontano non soltanto cronologicamente da quei fatti, ma anche da una cultura che si affaccia solo ora, e in modo del tutto differente, su quei problemi. 
Non è un aspetto secondario questo, perché lo scrittore Christopher Paul Curtis ha deciso che questa storia doveva evidentemente parlare a chi già in parte sapeva, doveva raccontare di una vicenda privata a chi già sarebbe stato in grado di inserirla in un contesto storico che le fornisse una significazione completa. 
La famiglia afroamericana Watson è costituita da genitori, due figli maschi e una bambina più piccola. A narrare è il secondogenito Kenny, ragazzo brillante, tranquillo, spesso deriso dal più grande e tormentato fratello Byron, protagonista di numerosi episodi che preoccupano non poco i genitori. 
La famiglia vive nel freddissimo Michigan, ma la signora Watson è originaria di Birmingham, dove ancora risiede sua madre, che ha fama di essere molto severa. In estate, approfittando delle vacanze scolastiche, tutta la famiglia si mette in viaggio per raggiungere proprio la città in Alabama e affidare alla vecchia signora il tremendo Byron, con la speranza che la lontananza da compagnie che hanno una brutta influenza su di lui, da un lato, e il controllo serrato della nonna, possano riuscire a raddrizzare il suo comportamento. 
Il titolo del libro riporta esattamente quello che la signora Watson scrive sul suo diario di viaggio, su un quaderno dove annota i dettagli di ogni tappa di cui è composto, ognuna scelta con cura meticolosa e non casuale (e anche per questo vale la pena leggere la nota introduttiva che spiega alcune cose che diversamente non si riescono a comprendere). 
La conclusione dell’impresa sarà tutt’altro che felice e al tono spigliato, ironico e spesso anche comico, che caratterizza la narrazione fino a questo punto, si sostituisce uno più cupo, quello di un giovane narratore che cerca di riferire il proprio sentire smarrito di fronte a un episodio drammatico al quale fatica a dare senso. 
I Watson si trovano infatti casualmente coinvolti in un attentato che ha comportato la morte di tante persone, molte delle quali giovanissime. Si tratta di un evento frutto di fantasia, ma che riproduce tanti altri che sono avvenuti in quegli anni nello stato dell'Alabama, e non solo. Le ragioni per cui vale la pena leggere questo romanzo non sono solo da ricercare nel suo presunto e/o reale valore informativo e formativo. Curtis ha nutrito questa storia di vissuti personali, ma è riuscito a costruire un romanzo apprezzabile e godibile riuscendo a evitare la trappola della lusinga sentimentale, anche quando gli eventi potrebbero giustificarla. 
L’episodio drammatico, che connoterebbe il romanzo come storico, si colloca soltanto alla fine, tanto che si stenta a considerarlo come il tema principale intorno al quale ruota l’intera vicenda. Né tantomeno possiamo giudicare il resto della narrazione come una preparazione a quell’evento. Le relazioni tra i componenti della famiglia, le difficoltà a scuola e con i coetanei di ognuno dei ragazzi, le ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, non hanno nulla di incompiuto, nulla che non possa sostenere già interamente il senso della storia. 
D’altro canto, che i protagonisti siano afro-americani, ce lo dice l’immagine di copertina (dell’edizione italiana come di quella statunitense), diversamente il lettore potrebbe tranquillamente ignorare questo aspetto e godersi appieno gli episodi di vita familiare visti dagli occhi del giovane Kerry. Sono soltanto pochi gli indizi disseminati nel corso della storia che, sommati l’uno all’altro, ci permettono di comprendere a quale comunità queste persone appartengano e quali siano le ragioni di alcune particolari scelte. 
L’inizio del romanzo è tra le parti più divertenti e permette di entrare subito in relazione con questi genitori affettuosi, ma dai modi educativi in parte superati e discutibili, e con i tre fratelli che vivono quelle situazioni felici e non, che appartengono a tutti i loro coetanei. 
Il pregio di questo romanzo credo sia soprattutto di aver raccontato uno spaccato di vita americana senza piegare tutta la costruzione narrativa all’esposizione di un contenuto valoriale, e di aver poi composto un quadro non banale di un momento storico difficile per quelle persone che ne sono state direttamente coinvolte. Nella reazione del giovane Kerry c’è tutto il dolore e la difficoltà di accettare le brutture di quei gesti terroristici ed assassini. Ma al contempo non c’è niente di consolatorio e buonista. 

Teodosia

I Watson vanno a Birmingham 1963 di Christopher Paul Curtis,
traduzione di Francesca Matruzzo, 
Edizioni San Paolo 2025 

mercoledì 17 dicembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TEMPO SERENO CON SPORADICI ROVESCI DI MAIALI 


Piovono maiali di Shiro Yadama inaugura Tekuteku, la nuova collana di prime letture della casa editrice Kirakira che dalla sua nascita nel 2016 propone una selezione di albi illustrati di autori giapponesi poco conosciuti in Italia. 
Piovono maiali mi ha attratto subito per due motivi. 
In primo luogo per il titolo: beh, insomma, che piovano maiali è alquanto particolare, direi.
Perché piovono maiali? Cosa è successo? Come se ne esce? 
In secondo luogo, per la copertina.
Il piccolo non mi pare entusiasta del fatto che piovano maiali. Direi anzi che è molto preoccupato. C’entra qualcosa? Risolverà lui la questione? I maiali, al contrario, sono evidentemente molto felici. Che sia lui l’origine della pioggia maialosa? Andiamo a leggere.


Il libro è diviso in brevi capitoli, con le illustrazioni in bianco e nero di Yadama. 
Al racconto  in prima persona di Noriyasu Hatakeyama - chiamato Mezzafrana, anni otto - si alternano stralci del suo diario, scritto diligentemente in minuscolo e illustrato a matita.
 

Nori ha ascoltato i consigli della sua maestra Kazuko: ogni giorno scrivere una pagina di diario; non farlo vedere a nessuno, in modo da poter davvero scrivere la verità, senza paura e senza vergogna; infine non temere gli errori, ma attraversarli. 
Le prime pagine che Nori mostra a noi lettori sono davvero deliziose, e seguono perfettamente le tre indicazioni della maestra Kazuko. 
Peccato che di ritorno da scuola il piccolo sorprenda la mamma leggere proprio il suo amato diario. E qui accade una cosa interessante e che ritornerà più volte nel libro: la mamma non ascolta le proteste di Nori, cambia discorso, esce di scena. Nori dunque, e giustamente, se la prende e architetta una vendetta davvero astuta: non scriverà più ciò che è accaduto durante il giorno ma ciò che accadrà il giorno dopo. 
Peccato che ciò che scrive si avvera. 
Peccato che Nori non se ne accorga subito. Da qui prende il volo la parte del libro più divertente, dove i due poveri genitori si trovano ad avere a che fare con serpenti e tempura di matite, il tutto con un aplomb che descriverei come tipicamente giapponese. Fino ad arrivare al fatidico giorno della pioggia di maiali. 
Il libro ha proprio la voce del piccolo Nori, ma non solo poiché il diario è pieno dei suoi disegni che Yadama riproduce in maniera incredibile. 
Mi ha molto sorpresa e divertita questo mondo adulto che circonda il bambino che allo stesso tempo è prepotente nell’indifferenza alle sue preghiere, tanto quanto è succube del potere magico di Nori. Allo stesso tempo ho goduto del terreno di libertà che Nori attraversa scrivendo un Diario del Domani, lasciando libera la sua mente e anche prendendosi delle libertà nei confronti degli spioni, fosse anche sua madre. 
Il racconto è ricco di termini giapponesi che alla fine del volumetto appaiono in un glossario molto utile. Ci sono altre due pagine importanti alla fine, firmate da Yadama, dove lo scrittore invita a tenere un ‘diario di domani’ per allenare la mente verso terreni non scoperti, per pensare in modo originale, per non dare tutto per scontato, un ammonimento che oggi come non mai ci appare importante.
Questo libro è uscito in Giappone nel 1980 e dopo pochi giorni è andato subito esaurito. Da allora viene ristampato continuamente. 
Siamo davvero grati a Kira kira per questo testo e brindiamo alla sua nuova collana di prime letture per ragazzini e ragazzine intorno ai sette anni: in alto i calici! 
Che piovano maiali! 

Valentina 

"Piovono maiali", di Shiro Yadama, trad. Roberta Tiberi, Kira kira Edizioni 2025

mercoledì 10 dicembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA STORIA DI UNA DIVENTA LA STORIA DI DUE 


La prende alla larga Van Rijckeghem, e ci fa entrare nella storia nel pieno di una zuffa tra ragazzini che si sfidano per impossessarsi della testa di Jormungandr e conquistare così il ruolo del “principe del solstizio”. 
Jormungandr è il serpente gigante che tiene insieme il mondo degli umani avvolgendolo tutto intorno fino a mordersi la coda e che simboleggia il caos e il destino, una delle intriganti narrazioni della mitologia norrena in cui questo racconto ci immerge piacevolmente. 
Ed è effettivamente tra caos e destino che si muoverà tutta la storia. Siamo nel villaggio della Rocca di Mimir, collocato dall’autore sulla costa orientale dello Jutland, Danimarca vichinga, anno domini 870. Ma com’è che ci ritroviamo proprio qui? 
Pare che uno zio ultra novantenne dell’autore avesse appena condotto una ricerca sul DNA dei Van Rijckeghem scoprendo che almeno un 5% delle origini della famiglia risalissero ai danesi: è abbastanza probabile dunque che qualche vichingo, intorno al nono/decimo secolo, si fosse inoltrato fino a Gand, nelle Fiandre, inserendosi nella genealogia della famiglia belga. Tanto è bastato a Jean-Claude, che a Gand ci è nato, per decidere di immergersi in quel 5% della sua antica storia e regalarci questa avvincente avventura. 
Ed è vieppiù interessante rilevare come una ricerca identitaria arrivi a rivelare stratificazioni di culture tanto diverse tra loro. Che di questi tempi è purtroppo sempre utile ricordarlo. 
Ma torniamo alla Rocca di Mimir. Il villaggio è piccolo, in tutto cinque case sulla costa. Gli uomini sono spesso in mare a fare razzie giù fino in Francia e oltre per depredare villaggi e rivendere merci e schiavi. Le donne sono impegnate a tessere lana, cucire vele e a portare avanti la vita del villaggio in assenza degli uomini. I ragazzotti, come abbiamo visto, si azzuffano senza troppe cortesie. 
È ora che entra in scena Yrsa, una ragazza di sedici anni che subito si presenta con le sue principali qualità: sagace e determinata, senza peli sulla lingua, capace di fronteggiare ogni insulto o tentativo di umiliazione. Di motivi per insultarla pare che ce ne siano. Yrsa ha un piede storto dunque è zoppa (non proprio un buon auspicio per le credenze del luogo), inoltre ben presto scopriamo insieme a lei che, pur essendo figlia di Toke, il rispettato Timoniere del villaggio, è nata da una donna che era stata presa come schiava. Per “sistemarla”al meglio, la potente nonna Gudrum l’ha promessa in sposa al figlio di un gioielliere dell’entroterra in cambio della lana di 25 pecore (solo perché zoppa, in realtà ne valeva 50 di pecore). Lei però è innamorata di Nokki, il più bel giovanotto del villaggio. 
Al rientro dalla spedizione, gli uomini riportano un ostaggio, una giovanissima suora, anche lei sedicenne, rapita in un monastero di Gand: suor Job. 
L’arrivo della giovane suora coincide con la metà della Prima parte del romanzo, la sua entrata in scena dà un nuovo motore alla storia. 
La suorina dice di essere una discendente di Carlo Magno dunque si decide di non trattarla come schiava ma come ostaggio, appunto, sperando in uno scambio che porti al villaggio ingenti di ricchezze. Così suor Job verrà affidata a Yrsa. Anche suor Job è sagace e determinata e, per quanto bigotta, è anche risoluta a salvarsi e a non farsi contagiare dai selvaggi pagani del villaggio. 
Yrsa e Job, sono due giovani donne distanti millemila miglia -in quanto a cultura, visioni del mondo, credenze, pantheon e divinità- che si avvicineranno sempre più, senza smancerie da “migliori amiche” ma con la durezza dei due caratteri e della diversità delle appartenenze. 
Suor Job è colta, sa leggere il latino, sa scrivere, conosce a memoria il Vangelo e tutte le preghiere per resistere -con la sicumera della religione dei potenti di quel tempo- al mondo pagano in cui si ritrova. 
Yrsa è ironica, sa tessere le migliori vele del villaggio, è sinceramente immersa nel mondo delle numerose divinità vichinghe e dei suoi miti cosmogonici. Inoltre sta appena scoprendo di possedere capacità divinatorie che a poco a poco la aiuteranno a indagare la verità sulle sue origini. 
Le due ragazze prendono la scena di primo piano del racconto ma anche tutto attorno la storia cresce fino a disegnare un caotico dispiegamento di eventi che determineranno un’altra svolta alle vicende. 
Seconda Parte. Un nuovo motore fa ripartire la storia: da qui in avanti le figlie del destino diventano due, con un unico destino da affrontare insieme. 
Credo che quanto fin qui accennato basti a dare l’idea di una storia avvincente, ricca di eventi e di capovolgimenti rispetto ai quali Jean-Claude Van Rijckeghem sa costruire personaggi mai bidimensionali: che siano protagonisti o no, quasi tutti sono parecchio sfaccettati e difficilmente incasellabili in caratteri prevedibili. 
Il finale aperto, anzi apertissimo, ci lascia col fiato sospeso anche se, arrivati a pagina 395, l’ultima, avremo imparato anche noi con Yrsa a leggere il futuro, e una idea di ciò che accadrà una volta chiuso il libro ce la siamo fatta. Pare che l’autore non escluda di dare un seguito a questa avventura per portarla a compimento. Ma già così, va più che bene. 
Di Jean-Claude Van Rijckeghem Camelazampa aveva già pubblicato “Testa di ferro” nel 2023, ancora un romanzo storico, ancora ambientato a Gand, ancora con protagonisti impegnati a ribaltare destini segnati, ancora con figure femminili per niente rassegnate. 
Dunque a Van Rijckeghem piace raccontare storie di donne e di coraggio, incastonate in affreschi storici che hanno tutte le carte in regola per incontrare il gusto e la complicità di lettrici e lettori a partire dai 13 anni. 

Patrizia 

“Figlia del destino”, Jean-Claude Van Rijckeghem , trad. di Olga Amagliani, Camelozampa 2025 

 

mercoledì 5 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

È ANCORA LECITO SOGNARE? 


I protagonisti di questa vicenda sono Giorgio, Joëlle, Florence e Max, rispettivamente padre, madre, bambina e bambino. Sono i componenti di una famiglia che attraversa una situazione dolorosa: il padre è detenuto in carcere con l’accusa di rapina (presumibilmente a mano armata, considerata la misura della pena). 
Giorgio non appartiene a una banda armata, la sua storia non è quella di un delinquente seriale, ma è semplicemente la vicenda eccezionale di un uomo assolutamente comune, che conduce una vita cosiddetta normale. È accaduto qualcosa che ha rotto un fragile equilibrio e l’uomo gentile e padre affettuoso si è improvvisamente trasformato in un bandito. 
Condannato a 20 anni di reclusione, Giorgio riceve le visite dei bambini, accompagnati dall’assistente sociale, poiché la moglie Joëlle chiede immediatamente il divorzio all’indomani dell’arresto. Con loro cerca di intrattenere una corrispondenza e un rapporto fatto anche di doni che realizza in carcere durante le lunghe giornate. 
Ma i figli non reagiscono allo stesso modo: il piccolo Max è l’unico a possedere una fiducia nel padre che non viene minimamente scalfita da quanto accaduto, il bambino gli scrive lettere affettuose e accoglie sempre con grande gioia i modellini di imbarcazioni che Giorgio realizza. 
Florence, al contrario, si chiude prima in un solido mutismo, dopo, la sua rabbia e l'impossibilità di accettare quanto accaduto sfociano in un atteggiamento aggressivo e nel rifiuto totale di avere alcun rapporto con il padre. Ognuno procede per la propria dolorosa strada e il racconto si sviluppa nell’arco di 20 anni mostrando da una parte Giorgio che si ostina a costruire barche e a cercare di vivere il proprio presente nel modo meno doloroso possibile, dall’altra figli e moglie che tentano di ricucire una ferita di cui dimensioni forse lo stesso Giorgio non ha piena consapevolezza. 
Una storia complessa e attraversata da sentimenti e vissuti così profondi non è facile raccontarla, soprattutto se a disposizione si hanno solo le poche pagine di un albo illustrato. Ma Germano Zullo e Albertine (una coppia di autore e illustratrice già molto rodata) sono maestri nella sottrazione, nel ricondurre, cioè, anche i contenuti più ardui a poche frasi e illustrazioni di grande pregnanza. 
La prima doppia pagina ci propone Giorgio, 30 anni, e una lettera in cui dichiara il proprio dispiacere per quanto accaduto e il suo amore, oltre alla speranza che il tempo possa aiutare le ferite a guarire. 
La pagina successiva è il ritratto di Joëlle, anch’essa trentenne, che risponde alla lettera di Giorgio chiedendogli però di non scriverle più e di continuare a farlo solo ai bambini. 


Le pagine che seguono sono quadri che ritraggono, alternandosi, la vita in prigione dell’uomo e quella del resto della famiglia, ognuno affiancato da una lettera scritta alternativamente da uno di loro. In questo senso il libro potrebbe definirsi un romanzo epistolare, poiché composto unicamente dagli elementi di corrispondenza e, come nella tradizione del genere, nessun elemento narrativo si somma alle informazioni che ricaviamo dalle missive. E questo è vero se ragioniamo unicamente sul piano verbale. 


Se invece allarghiamo la questione includendo le informazioni che provengono anche dalle immagini, ci rendiamo conto che quella definizione di genere non è più calzante. Perché qui un racconto esiste eccome, e dalle tavole dalle linee morbide di Albertine riusciamo a rimettere insieme i pezzi di una condizione esistenziale complicata e in continua evoluzione. Quello con cui gli autori giocano sono le ellissi temporali, in alcuni casi anche molto ampie, quadri che mostrano quanto accade in cella e nel quotidiano del resto della famiglia. 


Non siamo di fronte a un romantico bandito, né tantomeno a un fascinoso cattivo. Giorgio piuttosto sembra essere un uomo scollegato dal presente, un uomo del quale la moglie prova quasi compassione e la figlia ostilità. Unico che sembra riuscire a rimanere vicino a lui è il piccolo Max che condivide con il padre un sogno irrealizzabile, a prescindere dalle conseguenze concrete e disastrose che ha generato. Si legge della sua vicenda e si guarda a tutta la storia con la tenerezza che si concede a un bambino convinto di essere un supereroe solo perché provvisto di mantello. 
 

Non si propone una lettura di tipo storico del presente, non si cerca, cioè, di recuperare, attraverso la strampalata iniziativa di questo padre sognatore, gli antefatti rintracciabili di un contesto sociale. E restano quindi molti interrogativi sui quali sarebbe bello confrontarsi con gli autori. 


Scegliere di scrivere una storia di questo tipo, ambientata evidentemente nel nostro “moderno e civilissimo” Occidente quali riflessioni induce? 
Forse l’intento degli autori è quello di provocare nel lettore un sottile disagio, che arriva subito dopo la compassione. E quel disagio nasce proprio nel momento in cui si realizza che oggi una storia così ce la aspetteremmo ambientata in altri luoghi, dove ancora il desiderio e il sogno smisurato hanno una legittimazione, dove il necessario manca e si è autorizzati ad aspirare a tutto. Da dove salta fuori in Europa, oggi, un padre che verosimilmente ha un lavoro, che, a giudicare dalla casa in cui vivono moglie e figli, non vive di stenti e che nonostante questo compie un gesto sconsiderato per girare il mondo in barca? Che il senso della storia allora non sia proprio nella natura assolutamente irrazionale del sogno e nell’impossibilità di accettarlo qui, nel mondo che noi conosciamo e che lo scricchiolante benessere degli ultimi decenni non riesce più a riconoscere? 

Teodosia 

"Non tutte le barche prendono il mare", Germano Zullo, Albertine (trad. Beatrice Masini) Timpetill 2025