mercoledì 14 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA CI DICE QUELLA DATA? 


I Watson vanno a Birmingham 1963. Ecco, è tutto qui: una famiglia, i Watson, una città, Birmingham e un anno, il 1963 che, nella storia degli Stati Uniti, richiama alla memoria molti importantissimi eventi. 
È quello della Marcia su Washington e del famoso discorso proclamato da Martin Luther King passato alla storia con I have a dream, nel quale si auspicava un futuro nel quale i neri e i bianchi potessero convivere in pace. La città di Birmingham, nell’Alabama, è stata una di quelle più direttamente coinvolte nella battaglia lunga e sanguinosa per l’affermazione dei diritti civili delle persone nere e in generale per tutte le minoranze etniche. 
La scelta di fornire queste informazioni nel titolo dimostra la volontà di inquadrare già da subito la questione, soprattutto in patria. Nel nostro e negli altri paesi in cui il libro è stato tradotto, invece, un ragazzino di 12 anni circa (che è l’età del lettore al quale si rivolge grosso modo Paul Curtis) non ha molto probabilmente idea di cosa sia accaduto quell’anno oltreoceano; sarebbe infatti interessante confrontare la reazione di un adolescente statunitense con uno europeo di fronte a questo titolo, prima, e a conclusione dell’intera storia, dopo. Cosa raccoglie il primo e cosa invece riesce a cogliere il secondo, lontano non soltanto cronologicamente da quei fatti, ma anche da una cultura che si affaccia solo ora, e in modo del tutto differente, su quei problemi. 
Non è un aspetto secondario questo, perché lo scrittore Christopher Paul Curtis ha deciso che questa storia doveva evidentemente parlare a chi già in parte sapeva, doveva raccontare di una vicenda privata a chi già sarebbe stato in grado di inserirla in un contesto storico che le fornisse una significazione completa. 
La famiglia afroamericana Watson è costituita da genitori, due figli maschi e una bambina più piccola. A narrare è il secondogenito Kenny, ragazzo brillante, tranquillo, spesso deriso dal più grande e tormentato fratello Byron, protagonista di numerosi episodi che preoccupano non poco i genitori. 
La famiglia vive nel freddissimo Michigan, ma la signora Watson è originaria di Birmingham, dove ancora risiede sua madre, che ha fama di essere molto severa. In estate, approfittando delle vacanze scolastiche, tutta la famiglia si mette in viaggio per raggiungere proprio la città in Alabama e affidare alla vecchia signora il tremendo Byron, con la speranza che la lontananza da compagnie che hanno una brutta influenza su di lui, da un lato, e il controllo serrato della nonna, possano riuscire a raddrizzare il suo comportamento. 
Il titolo del libro riporta esattamente quello che la signora Watson scrive sul suo diario di viaggio, su un quaderno dove annota i dettagli di ogni tappa di cui è composto, ognuna scelta con cura meticolosa e non casuale (e anche per questo vale la pena leggere la nota introduttiva che spiega alcune cose che diversamente non si riescono a comprendere). 
La conclusione dell’impresa sarà tutt’altro che felice e al tono spigliato, ironico e spesso anche comico, che caratterizza la narrazione fino a questo punto, si sostituisce uno più cupo, quello di un giovane narratore che cerca di riferire il proprio sentire smarrito di fronte a un episodio drammatico al quale fatica a dare senso. 
I Watson si trovano infatti casualmente coinvolti in un attentato che ha comportato la morte di tante persone, molte delle quali giovanissime. Si tratta di un evento frutto di fantasia, ma che riproduce tanti altri che sono avvenuti in quegli anni nello stato dell'Alabama, e non solo. Le ragioni per cui vale la pena leggere questo romanzo non sono solo da ricercare nel suo presunto e/o reale valore informativo e formativo. Curtis ha nutrito questa storia di vissuti personali, ma è riuscito a costruire un romanzo apprezzabile e godibile riuscendo a evitare la trappola della lusinga sentimentale, anche quando gli eventi potrebbero giustificarla. 
L’episodio drammatico, che connoterebbe il romanzo come storico, si colloca soltanto alla fine, tanto che si stenta a considerarlo come il tema principale intorno al quale ruota l’intera vicenda. Né tantomeno possiamo giudicare il resto della narrazione come una preparazione a quell’evento. Le relazioni tra i componenti della famiglia, le difficoltà a scuola e con i coetanei di ognuno dei ragazzi, le ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, non hanno nulla di incompiuto, nulla che non possa sostenere già interamente il senso della storia. 
D’altro canto, che i protagonisti siano afro-americani, ce lo dice l’immagine di copertina (dell’edizione italiana come di quella statunitense), diversamente il lettore potrebbe tranquillamente ignorare questo aspetto e godersi appieno gli episodi di vita familiare visti dagli occhi del giovane Kerry. Sono soltanto pochi gli indizi disseminati nel corso della storia che, sommati l’uno all’altro, ci permettono di comprendere a quale comunità queste persone appartengano e quali siano le ragioni di alcune particolari scelte. 
L’inizio del romanzo è tra le parti più divertenti e permette di entrare subito in relazione con questi genitori affettuosi, ma dai modi educativi in parte superati e discutibili, e con i tre fratelli che vivono quelle situazioni felici e non, che appartengono a tutti i loro coetanei. 
Il pregio di questo romanzo credo sia soprattutto di aver raccontato uno spaccato di vita americana senza piegare tutta la costruzione narrativa all’esposizione di un contenuto valoriale, e di aver poi composto un quadro non banale di un momento storico difficile per quelle persone che ne sono state direttamente coinvolte. Nella reazione del giovane Kerry c’è tutto il dolore e la difficoltà di accettare le brutture di quei gesti terroristici ed assassini. Ma al contempo non c’è niente di consolatorio e buonista. 

Teodosia

I Watson vanno a Birmingham 1963 di Christopher Paul Curtis, traduzione di Francesca Matruzzo, 
Edizioni San Paolo 2025 

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