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mercoledì 6 agosto 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

COPERTI DI FANGO 

Due albi per mostrare e rendere fruibile il sotterraneo dialogo che si compie tra il sopra e il sotto, tra l’oscurità e la luce, il male e il bene. Due albi per conferire narrazione e parole all’interdipendenza tra la felicità e la rabbia, lo scontento e l’eccitazione, poli energetici apparentemente in conflitto ma facenti parte, tutti, della multisfaccettata e organica capacità umana del sentire. 
Due albi necessari, per spodestare un poco il valore che viene dato in automatico alle emozioni positive e smascherare come sia invece l’alfabetizzazione sensibile dei vissuti negativi a potenziarle, perché esattamente come per la tridimensionalità delle immagini, al nostro cuore servono anche le ombre, per vedere. 


In Sua altezza Poltiglia Principessa di Fango la consapevolezza profonda che Beatrice Alemagna da sempre dimostra per la coesistenza nell’animo bambino tra male e bene, luce e ombra è rintracciabile fin dal titolo, dove la poltiglia e il fango, elementi materici che si trovano letteralmente sotto i nostri piedi vengono legati a doppia mandata a concetti astratti quali altezza e regalità. Un titolo che è quindi una dichiarazione di intenti per quello che verrà raccontato. 


Questa è la storia di Yuki, che sconfortata dall’ennesima incomprensione con Sen, silenziosissimo e imbronciato fratello maggiore, getta le chiavi in un tombino. 
Yuki è colei scende, compiendo il passo volontario di entrare nella propria riconosciuta negatività. Perché lo dice subito, lei, di essere cattiva e intrattabile, ammette di urlare e sbattere i pugni a terra, sa di ingarbugliarsi come fili elettrici con grande facilità. Yuki butta le chiavi nel tombino e poi decide di andarle a riprendere, ed è qui, sotto lo strato di asfalto e pietrisco che separa la città del quotidiano dai suoi malmostosi sotterranei, che la sua avventura apre davvero alla consapevolezza. 



Negli oscuri cunicoli a cui approda, Yuki fa la conoscenza di sua altezza Poltiglia, la Principessa di Fango: una massa informe e bonaria che la invita cortesemente a seguirla nei luoghi in cui viene accumulato, analizzato e gestito il fango dell’anima, questa rabbia che Yuki si ritrova appiccicata addosso ma che, a quanto pare, oltre che a sporcare ha anche altre caratteristiche. Passando per la Giungla Nera, dopo aver fatto conoscenza con Caccoli, (piccoli e buffi esserini deputati allo sviluppo del senso di Colpa) Yuki oltrepassa Lagondiglio, e arriva alla Rabbioteca, dove scopre che la rabbia può essere catalogata a seconda delle sue specifiche modalità di espressione, e addirittura assaggiata, passando da sentimento informe a travolgimento scomodo sì, ma anche ricco di informazioni da degustare. 


Non solo: a corollario di questa alfabetizzazione gourmet, nei sotterranei – sempre bellissimi grazie all’illustrazione caleidoscopica e sensibile di Alemagna – Yuki mette a fuoco due questioni nevralgiche. La prima è l’interdipendenza tra il proprio sentire e le dimensioni della Principessa di Fango; la seconda è conseguenza diretta della scoperta che anche suo fratello sia passato di lì. Il fatto che tutti abbiano accesso ai sotterranei, che addirittura Sen abbia conosciuto la Principessa, che la rabbia e il suo fango appiccicoso non siano un fatto personale e solitario, legato indissolubilmente alla propria identità ma al contrario uno stato quasi fisiologico di pertinenza comune, permette a Yuki di ribaltare la gerarchia che relega il suo sentimento ai margini, come una inadeguatezza da nascondere e ignorare. È dopo aver disinnescato questi due fattori che Yuki può concepire la risalita. Mano nella mano con il fratello, approda alla calma lineare delle strade consuete, dei marciapiedi e dei muri. È tra le pareti di casa, tutte dritte, che la Principessa mostra il suo dono. 


 
Accolta, nominata, conosciuta e condivisa, sua Altezza Poltiglia si mostra per quello che è, un accadimento naturale quanto la pioggia, da attraversare senza paura come si attraversa la gioia, passeggero come passeggero può essere lo sporco che imbratta i vestiti, scomoda, certo, ma non per questo priva di angoli di bellezza. 


Percorso inverso quello de Il sasso più bello, anche se sempre giocato sulla linea retta che divide il sopra e il sotto, il limaccioso e l’aereo, il ristagno della palude e il movimento della corrente. Fin dalle prime pagine siamo accolti da tavole scure e avvolgenti, che pur suggerendo staticità sono percorsi da fremiti e bagliori, un’inquietudine dorata che sembra cercare una strada per oltrepassare i tratteggi fittissimi. 


Di questo si tratta: di un luogo dove l’acqua ha smesso di scorrere, dove le cose sono quello che devono essere e nulla si muove. In questo albo non si scende: siamo già sotto. La melma ha invischiato ogni vitalità, riempie gli occhi del panettiere fin dal primo mattino, l’acqua trattenuta ristagna a bordo del tavolo della colazione e per raggiungere i banchi e insegnare qualcosa le maestre devono strappare giunchi e ninfee. Primi piani della vegetazione si alternano a visioni notturne di treni e stazioni, dove i ricordi dell’infanzia si susseguono rapidi, frammenti che pur luminosi non possono che essere fagocitati dal martellante ritmo delle giornate. A quanto pare, non esiste sasso che possa rimbalzare su acque di questo genere, perché a stare sott’acqua ci si fa l’abitudine. 


Eppure, anche in un luogo così immobile è possibile che qualcuno azzardi il cambiamento. Accade una notte che bagliori e macchie trovino una strada per arrivare al cielo: un signore fa rimbalzare dei sassi sulla superficie irreprensibile dell’acqua, e questa in risposta risponde schioccando, come fosse uno strumento musicale. Dalla riva, suo figlio batte le mani e ride. Risvegliati dalla misteriosa melodia che sembra una lingua sconosciuta, altri bambini risalgono dalle profondità limacciose e, liberi dalle costrizioni del fango, si raccolgono attorno all’uomo alla ricerca del sasso più bello, quello con cui eseguirà il lancio perfetto, che rimbalzerà fino all’orizzonte e poi oltre, all’infinito. 


Questo uomo, senza nome, con la barba incolta e i vestiti stazzonati, è colui che risale. Colui che per amore si ribella alla rassegnazione compiendo un gesto che ha l’audacia del gioco e le radici profonde della memoria. Con una tecnica impeccabile, questo uomo al pari di un mago ha il potere di far scoppiare fuochi d’artificio e di accendere nei cuori altrui la meraviglia a il desiderio di emulazione, moltiplicando l’energia originaria nei gesti e nella gioia di tutti. Tutti i colori che serpeggiavano furtivi nelle illustrazioni, quasi inquinando le massicce campate di nero, convogliano liberi nei ricchi fondali marmorizzati e dinamici per sostenere questo slancio: arrivato sull’altra sponda il sasso non si ferma, trascina con sé l’acqua della palude, lo stagno comincia a gonfiarsi trasformandosi velocemente in onda gigantesca, in torrente, in fiume. 


Eccoli: Sua altezza Poltiglia principessa di Fango e Il sasso più bello
Due albi in cui si parla di ciò che sta sotto, il luogo dove la materia tutta decade, si frammenta, si decompone e dopo aver preso una pausa, si riconfigura. Il luogo del fango, un elemento che sporca, macchia, spesso maleodora e trattiene, da cui si cerca di allontanarsi ma in cui maturano i presupposti della fertilità futura. Perché è sempre qui, a contatto con la frantumazione minima, che si sviluppa la capacità di posizionare la gioia. È attraverso l’esaurimento dell’esperienza che è possibile risalire alla trasformazione. Perché in ogni frammento è conservata una minima parte del tutto, forse una luce giallo acida che non va perduta mai, nemmeno quando in apparenza sembra di essere tutti coperti di fango. 


Giorgia

“Sua altezza Poltiglia principessa di fango” Beatrice Alemagna, Topipittori, 2025 
“Il sasso più bello” Gilles Baum, Joanna Concejo, (traduzione di Lisa Topi), Topipittori, 2025 


giovedì 4 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TRA TERRA E CIELO

Alla mia amica di sempre, donzella delle altalene per un po'.
 

L'altalena, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) 
Uovonero 2023 

ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni) 

"L'altalena era sempre stata lì. 
Se ne stava di fronte al mare e invitava tutti a sedersi. 
Era un posto dove incontrarsi... 
...e dove stare da soli. 
Un posto dove essere molto felici... 
...e un posto dove pensare e prendere decisioni importanti. 
Un posto dove tutto cominciava... 
...e finiva." 

Una semplice struttura di tubi in ferro da cui pendono quattro catenelle che tengono rispettivamente un'assicella che fa da sedile. Fissata al terreno che è un prato, sullo sfondo ha il mare. In mezzo, solo aria. Cielo. 
Ecco, da quell'altalena si poteva guardare il cielo confondersi con l'acqua e lei stessa era a metà tra terra e cielo, tra stare con i piedi assicurati al suolo e volare. 
Lì ferma, era accogliente e silenziosa. Vuota e piena.
Faceva il suo lavoro da altalena, ovvero su quelle due tavolette bambini si sedevano e si dondolavano a piacere: forte o piano. Gli animali di passaggio, veri o immaginati, non la degnavano di uno sguardo. Tranne le volpi, gli uccelli e gli scoiattoli.
Le persone, vere o immaginate, invece, non le resistevano: vecchiette pensose, bambini da soli, amiche per la pelle, ragazzetti spericolati. Tutti a loro modo si facevano il loro giro in altalena. 


Fosse d'estate, tra le lucine delle feste, al tramonto o al buio con gli innamorati. Fosse d'autunno, con il vento e la pioggia e magari qualche litigata tra amici. Era un posto dove ci si poteva sedere e coltivare le proprie malinconie, ma anche liberarsi la testa dai pensieri. 
E ci si poteva concentrare sui propri sogni: quello di Peter era diventare un gran nuotatore. 
A primavera, tra le margherite e i denti di leone, in inverno, coperta dalla neve. Ci si poteva dondolare piano o fortissimo, saltarci giù al volo verso le braccia di qualcuno, o dormirci sotto in una tenda, circondato dalle lucciole e da nonno. 
Fino alla grande tempesta di marzo. L'altalena da quel momento non fu più la stessa. Rotte le catene e le assi di legno perdute. Gli arbusti selvatici lentamente la ricoprirono e si ripresero lo spazio. Fino al giorno in cui un uomo, Peter, che in gioventù era stato un valente nuotatore, la riconobbe e con il proprio bambino in braccio cominciò a liberarla dalle erbacce. 
Dal giorno dopo non fu più il solo a prendersene cura. 

L'altalena è un luogo dell'immaginario. E' un pezzo di infanzia che non si dimentica. Oltre che essere un catalizzatore di ricordi. 


Fa bene Britta Teckentrup a mettere in una sorta di poetica lista e galleria di immagini quello che può accadere intorno a un'altalena. E lo fa, costruendo un altrettanto suggestivo scenario per i diversi e singoli momenti che l'hanno vista protagonista. Lei, come spesso accade, fa anche di più e la trasforma in testimone muta del tempo che passa, delle stagioni (e delle età) che si susseguono, della luce e del buio e degli intrecci umani che accadono intorno a lei. 


Non saprei dire se sia un luogo di gioco anche per i bambini e le bambine a latitudini diverse dalla nostra, ma parrebbe evidente che il suo potenziale di rampa di lancio per voli controllati ne abbia resa necessaria l'invenzione per l'umanità terreste tutta. Intendo dire che ogni bambino che ci sale sopra immagina di volare e quella sensazione gli si infila così tanto nell'anima che anche crescendo non si può dimenticarne la potenza. 
Il volo è interdetto a chi non è progettato per farlo... E quindi poterlo avvicinare con tanta immediatezza e semplicità non è roba da poco, che si scorda facilmente. Ragione per la quale, molto spesso ai giardini - spesso fuori orario - sulle altalene ci sono i ragazzetti che ne fanno usi 'sperimentali', oppure gli adulti che ci si dondolano per svuotare o riempirsi la testa e qualche nonna più ardimentosa di altre che, accennando con le gambette solo all'abbrivio del movimento, riesce a rievocare quanto fosse emozionante, all'epoca dondolarsi con tutta l'energia. 
Credo di non allontanarmi dalla verità sostenendo che la stragrande maggioranza delle persone ha un proprio personale immaginario sulle altalene. 
Il mio: da quella della scuola elementare nella pinetina di Monte Mario, ambitissima e occupata dal fidanzato muscoloso di turno e poi ceduta dallo stesso alla sua donzella con gesto cavalleresco. E noi lì a far la fila... 
Da quella privata, costruita nel giardino nella casa di campagna dei cugini piemontesi ricchissimi, fino ad arrivare all'amaca - versione di altalena da adulto godereccio che non dimentica la gioia di essere sospeso a mezz'aria - che appare lì su un terrazzo sempre a Monte Mario e che è tenuta su con due stop e che per il peso della donzella cede sul più bello. Nemesi celebrata nei confronti di quella donzella di allora, che -ora cresciuta- giace a terra, con il sedere dolorante... 


Britta Teckentrup tutto questo lo sa bene, magari non così nel dettaglio, ma è piuttosto sicura che il libro L'altalena diventi indimenticabile luogo di ricordi per i più 'vecchi', ma sia anche una gioia per gli occhi e per i pensieri dei più piccoli. 
Tutti, ma proprio tutti hanno da dire qualcosa al riguardo. 
Lei, con la stessa regolarità con cui dondola un'altalena, alterna le pagine di testo a quelle di immagini, ma così come fanno le altalene, è in grado di accelerare o rallentare, di muovere e far oscillare le immagini, dando un ritmo percepibile anche se recondito, alla lettura degli occhi. 
Ancora una volta si prende tutto il tempo di cui ha bisogno per raccontare con la giusta cadenza e con la necessaria aria intorno, spesso come se fosse dietro un obiettivo di una camera fissa. E per incanto anche questo libro diventa di 160 pagine. 
Ancora una volta lavora sulla creazione di uno spazio pieno di aria, luce, ombra vento, pioggia, oscurità e luminosità. 
Ancora una volta gioca d'immaginazione.


E ancora una volta è assoluta maestra nel farlo attraverso la sua tavolozza di mezzi toni. 
Ancora una volta è capace di lavorare sulla figura umana e sul suo movimento con un'abilità rara. 


Ancora una volta è maestra di trasparenze e di baluginii. 
Ancora una volta è capace di costruire intorno a un luogo un buon intreccio di singole e minuscole storie che ne determinano il senso e lo spessore. 
In sintesi, ancora una volta questa Britta Teckentrup è quella Britta Teckentrup che ci piace. 

Carla

lunedì 3 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA CONCHIGLIA IN UN BOTTONE 

Canto per una casa ritrovata, Sophie Blackall (trad. Chiara Carminati) 
Terre di mezzo 2023 


POESIA 

"In cima a una collina 
in fondo a una strada 
accanto a un ruscello 
che svolta e risvolta, 
 c'è una casa 
dove dodici bimbi 
sono nati e cresciuti 
andando a gattoni 
 nell'atrio accogliente 
mettendosi in posa 
sui gradini di legno..." 

Lo stipite della porta è segnato a matita con tutte le misure di bimbi in crescenza. Le pareti sono decorate da stampi dipinti con le patate. A essere dipinto adesso è anche il gatto di casa. Sgridate, scuse e un po' di lacrime finiscono in un grande abbraccio. A chi invece si impunta va un po' meno bene. Intorno c'è chi gioca e chi suona. Quando si fa l'ora di andare a letto, nel sottotetto, qualcuno di quei bambini prende un libro da leggere e qualcun altro continua il suo broncio. Ma tutti, da addormentati, sogneranno qualcosa.
La vita va avanti nella grande casa che contiene i loro giochi, i loro sogni di mare, i loro tesori, i loro segreti, i loro dentini caduti. 
La vita va avanti anche nei lavori da fare: mungere, pulire la stalla, allattare i vitellini, raccogliere il fieno sul carro. Ma anche andare a pescare e raccogliere mele per la torta di mamma. I più grandi hanno cullato il bebè, hanno aggiustato i calzini e attaccato bottoni che prima erano conchiglia. 
Se i bambini ogni giorno diventano più grandi, la casa ogni giorno diventa più vecchia: entra l'acqua dal tetto e piano piano si svuota perché ognuno di loro parte per la propria strada. 
E quando anche le ultime due sorelle, ormai vecchiette anche loro, la lasciano per raggiungere il mare tanto sognato, la casa si svuota, diventa silenziosa, ma non per molto... 

Succedono cose molto interessanti in questo libro. 
In ordine sparso: la prima è l'idea di fondo: ossia di raccontare la storia di un grande contenitore - una casa - attraverso il suo contenuto - una famiglia con i suoi animali. Bambini, genitori, gatti, mucche un cavallo si muovono tra le sue mura e con esse interagiscono: dai segni lasciati su uno stipite per segnare le altezze dei bambini, alle coccarde appese che sono state vinte a scuola per buona condotta, dai fiorellini stampati sulle pareti ai segni di una di una foto incorniciata portata via come ultimo ricordo. 


Non è esattamente il primo libro con questa prospettiva, tuttavia con i suoi precedenti, condivide l'intento di dare voce e anima a chi si suppone non ne abbia: un muro, un tetto, una porta... 
Chiunque avrà nei propri ricordi l'attraversamento di una casa disabitata e avrà altresì in mente di averla immaginata abitata e per farlo avrà dovuto cogliere i segni che essa porta sui muri, le tracce sui pavimenti: è una voce silenziosa, ma pure sempre una voce. E come spesso accade sono le assenze, i vuoti a raccontare, come fossero echi di suoni che ora non ci sono più. 
E proprio su questi vuoti Sophie Blackall costruisce la storia di una casa diroccata che era accanto alla vecchia fattoria che lei aveva appena acquistato.
 La casa, così è lei stessa a raccontare, era davvero molto malmessa. Talmente lo era che lei - che tanto ama le cose vecchie - non ha potuto fare diversamente e l'ha fatta demolire (dolore vero). Tuttavia le sue pareti pericolanti avevano conservato nel tempo piccoli o grandi oggetti che invece ha salvato non solo per conservarne il valore come cimeli, ma per farli entrare di nuovo in gioco a rappresentare di nuovo l'arredo della casa, quella disegnata. Pezzetti di stoffa, un bottone di madreperla, tutti possibili frammenti di carte raccolti, sono diventati illustrazione, strato su strato. Oppure sono diventati parole. 


Le cose vecchie portano storie. 
Un bottone un tempo è stato conchiglia. E questa è la seconda cosa interessante che succede. 
La terza è il racconto della vita di quella casa senza le persone, una casa che si fa tana, cuccia, riparo. 
Un orso in cantina, procioni in cucina e scoiattoli alla scordatura dell'organo. 
La quarta è la ricerca da parte di Sophie Blackall delle storie vere della famiglia Swantak. Le raccoglie soprattutto attraverso i racconti dei loro discendenti che quella valle la abitano ancora. E attraverso le storie che ha ascoltato e raccolto ne è nata una poesia illustrata: un unico flusso che attraversa il tempo senza mai fermarsi. Solo qualche virgola qui e lì e un punto alla fine. Lo stesso lo si percepisce nelle immagini che attraversano il tempo con bambini e bambine che crescono. Grandi panorami sinuosi della campagna cui si alternano visioni della casa piena di gente, di mobili e di suppellettili, visti in sezione come se fosse una casa di bambole. E in qualche modo lo vuole essere.


La quinta cosa sono gli indiscussi qualità, spessore e esattezza, di disegno e parola (nella traduzione di Chiara Carminati). 
La capacità di essere semplice e nello stesso modo intenso. Di essere chiaro e profondo. 
In un dialogo, un canto libero tra figure e parole.

Carla

domenica 16 aprile 2023

DI MADRE IN FIGLIA! 



Quest'estate ricevo in regalo un bel libro di ricette. 
Un affettuoso omaggio di una figlia alla propria madre e di una madre alla propria figlia, che poi sono sempre la stessa persona, Eugenia. 
Lei è contemporaneamente figlia e madre e ha collezionato in un grande libro verde le sue ricette del cuore, quelle che ha imparato da sua madre e quelle che affida a sua figlia. 
Per farlo ha costruito la maggior parte dei testi con gli originali scritti su un quaderno a righe dalla sua mamma, si aggiungono alcuni suoi foglietti, che sono quelli passati alla figlia in cerca di ricette di famiglia. 
Belle foto della sua cucina, delle sue pentole, dei suoi ingredienti e dei suoi grandi risultati, portati in tavola con grazia.
In tutto sono 100 ricette, di famiglia, appunto. 
Lo leggo con cura, riconosco alcuni sapori della mia infanzia, forse negli anni Sessanta il soufflé di groviera andava di moda?,  e colgo alcune sfide. 
Su una ci ho lavorato molto ed è diventata una preparazione costante del fine settimana della mia di famiglia, il gelato. 
Nella ricetta originale, si tratta di gelato al caffè dalla quale sono partita per produrre poi un invincibile gelato alla liquirizia che stravince su quello Fiorfiore Coop con la liquirizia di Calabria. Vittoria attestata da regolare contest.
Io metto qui le due versioni, ossia quello originale al caffè della mamma di Eugenia e la mia variante alla liquirizia

Ingredienti 
2 uova 
2 cucchiaini di caffè liofilizzato oppure 
8 caramelle Saila di liquirizia purissima 
2 cucchiai di zucchero 
6 meringhe (da sbriciolare) 
125 gr di panna da montare 

Se volete farlo con la liquirizia, mettete a fuoco basso in un dito d'acqua le 8 saila e lentamente scioglietele del tutto. L'acqua lentamente si ridurrà e le caramelle la tingeranno come inchiostro.
 

Montate con il poco zucchero i 2 tuorli. 
Aggiungete la soluzione di liquirizia, oppure il caffè liofilizzato 
Aggiungete le meringhe che avrete sbriciolato con le mani un po' grossolanamente.
Montate la panna e aggiungetela inglobandola con delicatezza.
Montate le chiare a neve e aggiungetele con la dovuta cura.


Finito, o quasi. 
Versatelo in un contenitore da gelato coop (che non comprerete più) e mettetelo in freezer. 
Ogni ora per un paio di volte tiratelo fuori e rimestatelo come fanno le gelatiere. 
Finito, davvero!

Carla

venerdì 9 dicembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


NON TI SCORDAR DI ME

Viaggi nel mio giardino, Nicolas Jolivot (trad. Francesca Lazzarato)  
Orecchio acerbo editore 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

"Conoscevo poco i nomi di piante e insetti, riconoscevo a stento il canto di tre o quattro uccelli comuni. Nel corso degli anni, la mente altrove, avevo finito per non prestare più attenzione all'ambiente che più mi era vicino. Dovevo rimediare. Nel marzo seguente ho cominciato a dedicarmi al giardino, con l'obiettivo di repertoriare tutto ciò che contiene. Dopo un mese di indagine, mi sono reso conto che il moto perpetuo della natura e l'infinitezza del minuscolo rendono il compito illusorio. Ho capito che il mio giardino di trecento metri quadri, per un osservatore attento, è vasto come la Cina.

L'obiettivo si rivela immediatamente troppo alto, così l'autore decide di frequentare il proprio giardino, che appartiene alla sua famiglia da più generazioni, per due anni della sua vita e di osservarne gli abitanti, quelli vegetali e quelli animali. 
Forse complice anche una sorta di confinamento coatto, quello che avrebbe potuto essere una prigionia si trasforma in una grande opportunità: e quello che poteva essere un recinto si trasforma in una sorta di luogo di pace, un paradiso.

 
Il tempo veloce che aveva contraddistinto la sua vita di prima, vita di artista in giro per il mondo per scoprirne i luoghi, anche più remoti, per poi trasformarli e restituirli dentro le pagine di bellissimi libri illustrati (dal Giappone, alla Finlandia, dalla Cina alle foci del Nilo) ora cambia. 
Diventa un tempo lento, dove al camminare da homo erectus si sostituisce quell'andatura primordiale dell'andare a carponi, a quattro zampe come fanno ancora oggi le nostre sorelle scimmie. La ragione di questo piegare la schiena è dettata dalla volontà di osservare, per minuti, ore e giornate, piccole creature che solcano il prato o si arrampicano sui tronchi degli alberi, oppure osservare il volo e il comportamento degli uccelli. Ma anche di veder spuntare un nuovo germoglio, veder maturare un piccolo pomodoro o sbocciare un iris.


Due anni a osservare la natura che cambia, la natura che cresce, le piante che arrivano o si spostano e quelle che pare siano lì da sempre; il via vai degli animali; il dialogo con alcuni di loro, più socievoli di altri; due anni a registrare piccoli successi nel giardinaggio e nell'orticoltura e molti clamorosi fallimenti. 
Due anni di osservazione e ragionamento che dimostra l'intelligenza della natura, dai più piccoli insetti alle piante che sono in grado di scegliere, all'interno di quei trecento metri quadri, dove crescere (Stefano Mancuso docet).
Il ripetersi delle stagioni con una loro cadenza tutto sommato consueta, si intreccia con una storia che è invece lineare, anche se in costante trasformazione verso qualcosa che è sempre diverso ma che conserva, così come accade alle piante e agli animali, memoria del proprio passato. 
Si tratta della storia del luogo che questo giardino occupa. Una storia, questa ultima, che attraversa più di un secolo e che non è solo la storia di un posto, ma di varie persone e di sei generazioni di una medesima famiglia. 


La casa e il giardino di Nicolas Jolivot appartiene alla sua famiglia dal 1919. Ed è diventata poi parte importante nella sua memoria di bambino, il quale - molti anni dopo il 1919 - in quel giardino, a casa dei nonni, ha passato ore felici della sua infanzia. 
E come accade in natura, anche questo libro, questa esperienza di vita ha la capacità di ibridarsi nelle sue parti: alcune pagine sono dedicate all'osservazione del presente, del quotidiano e altre invece attraversano gli anni, un bel po' di anni e diventano il racconto di più di un secolo: dal 1821 quando il magnifico giardino attuale era solo campagna, quando poi è stato chiuso da alti muri di confine e al suo interno è nata la prima casetta, per ospitare chi lavorava la vigna appena recintata. 
A questa prima rudimentale costruzione con una sola stanza con il camino si è sostituita una casa padronale su due piani, molto austera, ma funzionale a farci abitare una famiglia. 
Persone che si avvicendano fino ad arrivare al 1936 quando il taciturno nonno di Nicolas, nonno Jacques, all'epoca un ragazzetto, viene ritratto nel suo giardino, vestito da calciatore, con l'immancabile berretto in testa che non lo avrebbe più abbandonato. 
Nel 1947 è lui a comprare da sua madre la casa, ma soprattutto il suo giardino, che per quarant'anni non smetterà di frequentare, amare e curare quotidianamente, per poi trasformarne una porzione in rigoglioso e fruttuoso orto, fino al momento che le forze glielo hanno concesso. 
Poi, negli ultimo periodo della sua vita, nel 1985, si è limitato a guardarlo dal secondo gradino della scala di accesso alla casa. 
Quando anche la nonna Jolivot morì nel 1996, Nicolas e la sua compagna decisero che quella casa, quella della sua infanzia di bambino lasciato spesso dai nonni, era perfetta per loro e il loro primo figlio.
Nella scelta a guidarlo non è stata la nostalgia, ma un sano bisogno di avere una casa del genere.
E così il cerchio si è chiuso e la lunga e grande storia e le brevi storie animali e piante sono diventate questo libro. 

Le bellezze che il libro contiene sono diverse. 


La più evidente è la qualità del disegno che, nonostante Jolivot non si ritenga un disegnatore naturalista, tuttavia colpisce e cattura lo sguardo in queste ariose pagine, brulicanti di piccoli animali, dalle larve di cetonia, alle cornacchie sul camino e ai picchi che becchettano il tronco peloso della palma. 
Ciascuno di loro è ritratto sempre tra una vegetazione che può oscillare dalla pianta invasiva (di cui Jolivot per scelta non si vuole liberare) alla spettacolare alchechengi o la esotica emerocallide citrina che arriva dalla Cina. 
Contemporaneamente una gioia per gli occhi e per l'anima, qualcosa di analogo all'incontro di Jolivot con un convolvolo in fiore, che lui stesso definisce il suo primo choc estetico.
La seconda cosa è la capacità di questo libro di tenere viva la curiosità e lo spirito di osservazione.
La terza cosa che colpisce è l'idea che ne è alla base. Intrecciare le storie: una più grande intorno a cui ne ruotano moltissime altre, molto più piccole e brevi, per fare di questo unico volume contemporaneamente quattro libri diversi: uno di storia, contenente le vicende di un luogo, di un territorio, di una famiglia; uno di botanica per naturalisti in erba - scusate il facile gioco di parole - e di giardinaggio per principianti; uno di etologia per lettori curiosi; un diario di viaggio. 
O forse sarebbe più corretto dire di viaggi. Perché qui si dimostra che a spostarsi non sono solo gli uccelli migratori, ma sono anche le piante (Stefano Mancuso docet). Viaggi di cui lui è testimone attivo, in alcuni casi addirittura vettore: i viaggi delle piante e degli insetti e degli uccelli che abitano il giardino.


Quello di Jolivot, un viaggio di esplorazione in un mondo che per i più - soprattutto coloro che non se ne occupano per professione e coloro che non superano il metro di altezza - non è di nessun interesse. Quanti sono gli adulti che notano le erbe spontanee e vagabonde, come per esempio la piantaggine o la romice, o delle minuscole cimici del nocciolo o la coccinella del melone e di quanti punti abbia sulle sue elitre? Non parliamo del distinguere un esemplare comune da una arlecchino. 
In un legame forte, fatto di attenzione e rispetto, legame stabilito con questi abitanti, ossia le piante e gli animali, Nicolas Jolivot costruisce anche qualcosa di ulteriore: un quinto libro, un piccolo saggio di filosofia dove si mettono a fuoco e si nobilitano alcune attitudini che tendiamo a dimenticare, prima fra tutte la curiosità e l'attenzione per mondi diversi e anche infinitamente più piccoli del nostro, la pazienza, la cura, la lentezza, il rispetto, la capacità di comunicare con altro da noi,  la consapevolezza di essere poca parte di qualcosa di molto più grande che ci sopravvivrà e soprattutto che non ci appartiene, se non per una manciata di anni, il nostro passaggio sulla terra. 


 Carla


lunedì 10 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VIVERE LEGGERI

Quella mattina sono partito, Barroux (trad. Maria Pia Secciani)
Edizioni Clichy 2021 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Mi sono detto: 'Ho bisogno di cambiare aria! Forza facciamo i bagagli!' Tre paia di calzini, un coltello svizzero, una scatola di fiammiferi, un kit di pronto soccorso, una macchina fotografica, due rotoli di carta igienica, una mappa, uno spray antizanzare, una racchetta da tennis, un guanto da doccia, un asciugamano, una forchetta, una borsa termica, la crema solare, un cappello, un taccuino e una penna, un paio di occhiali da sole, una tazza, due bottiglie di acqua minerale, un sacco a pelo, un ombrello, un fucile per proteggermi dagli orsi, una saponetta, una tenda un telefono, una sveglia, un maglione pesante, un costume da bagno, tre paia di mutande, un paio di guanti, una sciarpa di lana, una zanzariera, due paia di pantaloni, una corda, un pettine, le pinne, dentifricio e spazzolino. Ho messo la chiave sotto lo zerbino e, senza voltarmi, sono partito, guardando sempre dritto davanti a me." 

Con uno zaino che, come era prevedibile, è molto più grande di lui, si mette in viaggio. Arriva davanti all'oceano e l'acqua è tempestosa e scura, il vento fortissimo gli strappa di mano la mappa. Il primo incontro avviene con un uomo che è seduto all'ombra di un albero e che lo rassicura di essere sulla strada giusta per andare da quella parte. A lui regala la tenda e anche la macchina fotografica non riesce a rimetterla nel bagaglio. Il viaggio continua. 
Il secondo incontro - si guardano dritto negli occhi - è con un orso nella foresta scura attraversata da un fiume. Il fucile che ha tolto dallo zaino, però non lo punta contro l'orso, ma lo dimentica ai piedi di un albero. Il viaggio prosegue. 
E anche nel villaggio assolato scambia tre pezzi del suo bagaglio per un succoso grappolo d'uva. Giorno dopo giorno, passo dopo passo, attraversa il mondo e via via dimentica, regala, scambia tutti gli oggetti che rendevano pesante il suo zaino. Poi, come ha fatto anche Forrest Gump dopo aver corso per 3 anni, 2 mesi, 14 giorni e 16 ore, anche lui si ferma e decide che è arrivato il momento di tornare a casa. Sul fondo del suo zaino, da condividere una manciata di semi e un bel po' di cose da raccontare... 

Breve premessa: Barroux non è uno dei miei autori prediletti, da qui il silenzio sui suoi libri pubblicati in Italia, soprattutto da Clichy. Il tipo di disegno, l'uso del colore, ma soprattutto una qualche subordinazione delle storie raccontate nei confronti dei temi trattati, circostanza questa che più di una volta mi è parso di percepire, sono in sostanza le ragioni che mi hanno tenuta lontano da un autore, che, al contrario, è amatissimo in patria e in ambito internazionale. 
Qui le cose sono andate diversamente. 
Complice forse il tema che mi è particolarmente caro, oppure è dipeso dalla circostanza che personalmente ho sempre sulle spalle uno zaino di ragguardevoli dimensioni che contiene la maggior parte delle cose che potrebbero essermi utili nel corso della giornata: dallo spray contro le zanzare (estate e inverno) al power bank da un chilo, dall'Opinel francese con la punta tonda al coprisella impermeabile, fatto sta che questo libro l'ho guardato e riguardato per mesi, senza mai lasciarlo andare. 


La cosa che colpisce subito è il segno nero, largo, dato con grandi pennellate veloci e il colore dato a rapide campiture di acquerello; mi sembrano, a livello espressivo, molto più efficaci del consueto tratto a china che, come il bagaglio, svanisce strada facendo. Sembra quasi una contaminazione con il Barroux che illustra per i grandi, che lascia dietro i dettagli e la palette di colori consueta. 


Qui c'è una dominante, anzi due, in perfetto contrasto visivo fra loro: il verde che va dal petrolio del mare in tempesta al quasi nero del cielo di New York cui si contrappongono mille diverse varianti di arancione, delle montagne, del deserto, dei grattacieli.


Ma non solo. 
Il tema trattato, ovvero la relazione che abbiamo con gli oggetti e il loro spesso patologico desiderio di possederli e di averli sempre a disposizione, mi è parso altrettanto interessante e in qualche modo più originale e più intrigante rispetto ad argomenti come il peluche per vincere la paura o l'accoglienza di chi è diverso da te. 
Non che queste questioni non abbiano la loro rilevanza, ma è più difficile distinguersi dagli altri millemila libri che ne parlano e affrontare in 32 pagine la complessità della paura e dell'accettazione dell'altro senza cadere in troppo facili soluzioni e stereotipi. 
La questione che Barroux sottopone qui ai suoi lettori in realtà si sdoppia: da una parte c'è la partenza, il viaggio, l'andarsene con il comprensibile desiderio di 'cambiare aria', ma nello stesso tempo si delinea un sentimento molto comune che è quello di portarsi dietro 'la casa'. 


La questione, posta in questi termini, sembra dividere l'intera umanità in due parti, bambini compresi: da un lato coloro che vivono il viaggio come un salutare salto in leggerezza verso l'ignoto, e dall'altro coloro che invece, nonostante la bellezza della novità, patiscono il distacco dall'abitudine e dalla propria comfort zone. 
In passato, mi è capitato di discutere di questo anche con ragazzi e ragazze delle scuole medie e le risposte che mi arrivavano circa la programmazione di un ipotetico viaggio erano le più varie. 
Ma l'acme - che ha avuto anche un esito nei fatti - è stato raggiunto quando ho chiesto loro di preparare una valigia ipotetica e di portarla fisicamente a scuola. 
Si sono visti soprattutto zaini come quelli che Barroux mette sulle spalle del protagonista, e in alcuni sporadici casi bagagli poco più grandi di un beauty-case. 
Nessuno di loro aveva lasciato a casa il cellulare e solo due o tre il loro pupazzo dell'infanzia, o il loro talismano. 
Il tema, dunque, è caldo. 
Barroux si schiera e dà anche qui una sua proposta di soluzione, che vede il protagonista lasciare, cammin facendo, tutto quello che lui considera superfluo, anche se si fa fatica ad ammettere che una macchina fotografica e una tenda possano davvero considerarsi tali. 
Vero è che viaggiare leggeri, ma io direi meglio: vivere leggeri, è più stimolante e vivace che appesantirsi e faticare sotto il peso e il vincolo delle cose che possediamo e che ci rallentano nel cammino. Ne parlo con cognizione di causa.


La questione è: quante sono le persone che davvero ci credono e lo praticano? In un emisfero in cui possedere è spesso sinonimo di esistere, una riflessione del genere va davvero in controtendenza. Per questo portare i bambini, fin da piccoli, a ragionarci sopra, è cosa buona e giusta. 
Dopo un viaggio, presentarsi al mondo solo con un pugnetto di semi e tanti bei ricordi da raccontare e nient'altro (neanche una foto!) è una rarità, ma parrebbe essere forse la scelta vincente. 


Soprattutto per chi crede nella fertili novità che può riservare il futuro. 

Carla

lunedì 18 maggio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UNA VALIGIA STRACOLMA DI OGGETTI

Lenticchia. Dall'altra parte del mondo
Claudia Mencaroni, Luisa Montalto
Verbavolant 2020



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Lenticchia è una bambina grande di quattro anni, alta così e larga cosà.
Quando Lenticchia è felice spalanca la bocca, strizza forte gli occhi e vola come un uccellino. Vola per la felicità. Lenticchia vive dall'altra parte del mondo."


Nonostante viva dall'altra parte, non è una bambina a testa in giù. La testa ce l'ha ben su e piena di domande: la principale che le frulla in testa riguarda proprio l'altra parte del mondo. Chiede a suo padre e a sua madre di raccontarglielo, ma nessuno dei due trova le parole giuste, le parole adatte. Non le resta che mettersi in valigia e partire.
Dall'altra parte del mondo sembra essere tutto un po' meglio: alberi più accoglienti, case più piccole, fiori sui davanzali, colori più accesi, acqua e monumenti antichi a ogni angolo e gente che si parla dalle finestre. E c'è anche il mare. Oh. Il mare, che le riempie gli occhi. Quello piccolo in cui si può anche nuotare. Ai suoi genitori, che al ritorno le chiedono come sia il mondo di là, lei mostra la sua valigia stracolma di oggetti, e racconta felice.


Di nuovo insieme, dopo Seb e la conchiglia, Claudia Mencaroni, Luisa Montalto e Verbavolant.
Tra loro alcune, poche, cose cambiano, alcune cose restano.
Come se fossero una cifra.
Tra le cose cambiate c'è il formato: da libro da parati ora è un albo più tradizionale, all'italiana, ovvero orizzontale. Il formato più congeniale al movimento e all'acqua. Che in questo libro abbonda.
Tra le cose cambiate c'è l'equilibrio tra testo e immagine. Il dialogo tra loro è forte come anche in Seb, ma in Lenticchia sembra quasi che a condurre il gioco non siano più le parole, ma il disegno.
Anche se in Seb e la conchiglia, per ovvie ragioni, il disegno occupava le grandi superfici, tuttavia il loro ruolo era per lo meno paritario nella narrazione.
Qui, no. Il disegno continua a prendersi grandi spazi, pagine intere con bandelle a sorprendere il lettore, ma lo fa spingendo la parola a diventare quasi un sussurro: Oh. Il mare, e a metterla in un angolo, comunque sempre poetica.
Un disegno che si è fatto più potente della parola.
Un po' come a dire che le parole sono sulla pagina a raccontare una storia che hanno sentito dai disegni.
E qual è questa storia? Cercando di mantenere il più possibile 'vergine' lo sguardo su Lenticchia si potrebbe dire che è la storia di una bimbetta che ha capito un paio di cose importanti della vita: la prima è che al mondo ci sono posti tra loro molto diversi. Uno è vissuto principalmente in un 'interno', attraverso le finestre, mentre l'altro è ben più estroverso, tutto raccontato en plein air

 
La seconda cosa che Lenticchia capisce ha a che fare con gli oggetti. Quella bambina sa con chiarezza che gli oggetti sono portatori di storie. Hanno un loro significato che va al di là dell'oggetto in sé. Un sasso non è solo un sasso, ma il segnetto per giocare a campana, un legnetto non è solo un legnetto, ma è quel preciso legnetto trovato su quella precisa spiaggia in quel preciso giorno. Una moneta è quella moneta, una torcia è quella torcia, una girandola è quella girandola.
Ecco tutto questo lo racconta il disegno e le parole tacciono.
Dunque l'equilibrio è cambiato.
Se si abbandona la prospettiva 'vergine' dello sguardo e si ascolta la genesi di questo libro, così come la raccontano le protagoniste, tutto questo che lo sguardo vergine aveva intuito, sembra trovare conferma.
Spigolando, si apprende infatti che Lentichia è la figlia di Luisa Montalto, Anna a cui il libro è dedicato, che, nata a Singapore, dove Silvia ha vissuto per cinque anni, chiedeva ai suoi genitori del mondo di qua, di Roma.
Una domanda grande, per una bambina grande.


La Montalto, come la maggioranza degli illustratori, dice di non avere dimestichezza con le parole, lei quando ha da raccontare disegna, e quindi chiede a Claudia Mencaroni di trovare una risposta narrativa alla questione dell'altra parte del mondo, dei luoghi a cui lei si sente di appartenere, della memoria che ne ha.
Per spiegarlo con un libro a sé e a sua figlia. E magari anche a qualche altro bambino o bambina...
La voce di Claudia racconta quindi - generosamente - un storia che non è sua, ovvero non solo sua.
Al principio si alludeva alle cose che cambiano, e si parlava di equilibri o rapporti di forza tra testo e immagine, tra storia a parole e storie a disegni, si voleva dire proprio questo: nel libro il disegno racconta di più delle parole.
Ma per tornare alle cose che restano, di Claudia Mencaroni rimane la capacità che era stata notata in Seb e la conchiglia, ovvero la sua sensibilità nel 'disegnare' un bambino con pochi tratti. Così come allora, anche adesso Lenticchia è nelle nostre orecchie, nella sua essenza di bambina grande di quattro anni, già dopo poche frasi.


Si riconferma la sua capacità di toccare punte alte, per esempio, nel dare corpo in una sola frase, piccola e perfetta, alla potenza delle sensazioni che si provano per la prima volta davanti al mare. Tuttavia, rispetto a Seb, ogni tanto per me si percepisce qualcosa che scorre meno liberamente: parole che un po' si inceppano in soluzioni che costano fatica, che suonano obbligate da un pensiero 'esterno' che preme per entrare.
E Buongiorno e buonanotte.

Carla