Visualizzazione post con etichetta primi amori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta primi amori. Mostra tutti i post

mercoledì 9 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’AMICA MIGLIORE DI TUTTE


“Non ci saremmo mai dimenticate l’una dell’altra ovvio, ma la mancanza si sarebbe affievolita e le cose non sarebbero mai tornate come prima, perché quel periodo era finito.” 

Marie ha concluso la scuola primaria, l’aspetta un nuovo ciclo che coinciderà anche con un trasloco in un’altra città, sua madre infatti per ragioni lavorative si sposta con la famiglia in un paese in fase di costruzione e per l’esattezza in un quartiere in cui molti lotti di case sono ancora da realizzare e gli abitanti attendono anche la costruzione di un primo supermercato. 
La prospettiva di un cambiamento di vita così importante spaventa Marie soprattutto perché significa allontanarsi dalla sua migliore amica, Zoe, con la quale ha condiviso fino ad ora giochi e pensieri da quando erano alla scuola di infanzia. Zoe per lei è la migliore amica quasi sorella, per lei che non ne possiede una di sangue. 
Ma la frustrazione e la tristezza per questo distacco forzato sembrano essere presto dimenticati quando Marie conosce un’altra ragazzina poco più grande di lei, Yente, che abita a pochi passi dalla sua nuova abitazione e che dimostra sin da subito di possedere una personalità molto diversa da quella di Zoe; il rapporto che instaurerà con Marie sarà turbolento, laddove quello con l’altra amica era segnato da momenti soprattutto di condivisione e gioco sereno. D’altro canto tra le due ragazzine ci sono tre anni di differenza che in questo momento della vita possono essere davvero tanti: se da un lato si vive ancora molto forte il desiderio del gioco scanzonato e sfrenato, dall’altro l’affacciarsi di nuove inquietudini e curiosità possono compromettere la tenuta di un rapporto. 
Yente è intrepida e coinvolge Marie in situazioni e giochi spesso anche molto pericolosi, il suo rapporto con i genitori è burrascoso e gli adulti si trovano nella difficile situazione di contenere una ragazzina vulcanica che spesso è preda di crisi di rabbia e accetta mal volentieri qualsiasi tipo di regole e limitazioni. Marie di contro proviene da un contesto familiare completamente diverso, i suoi genitori non si sono mai arrabbiati, lei si è sempre dimostrata attenta e rispettosa. Eppure la ragazzina minuta e dallo sguardo tagliente esercita sulla protagonista una forte attrazione. La relazione che si instaura è tutt’altro che rassicurante, Marie è continuamente messa alla prova, tanto che in più di un’occasione si chiede se debba continuare ad incontrarla. Ma i pomeriggi trascorsi in giochi e corse a perdifiato hanno tramutato un’estate che si prevedeva noiosa e vuota in una vacanza entusiasmante, Marie non riesce ad allontanare quella che è diventata di fatto la sua nuova migliore amica. Ma fino a quando questo avviene nei limiti della loro relazione esclusiva Marie non ne assume consapevolezza e i turbamenti vissuti vengono presto dimenticati e soppiantati da altri di grande allegria. 
Tutto cambia quando il cerchio del gioco si allarga, quando non sono più due bambine a confrontarsi con i fumetti e le caramelle consumate in una buca di esclusiva conoscenza e frequentazione. I nascondigli, che in infanzia rappresentano il baluardo contro il mondo esterno e rispetto al quale delimitano i confini di un tempo e di una vita speciale e fantastica, perdono completamente la loro eccezionalità quando vengono violati e una buca allora torna a essere semplicemente una zona scavata nel terreno che può essere svelata e aperta a tutti. 
Il patto tra amici si rompe, il mondo esterno irrompe gli amici non bastano più a sé stessi. 
L’equilibrio perfetto del gioco si incrina e allora per la prima volta si soffre davanti a un tradimento e l’esclusività di una relazione non è più possibile. Yente è una ragazzina inquieta, per sua natura instabile e che ora si affaccia su un momento della vita che di per sé coincide con la riscrittura della propria persona. E così oscilla tra un mondo infantile rappresentato da Marie (i giochi, le confidenze ingenue) e uno in cui vorrebbe riconoscersi come grande e frequentare anche ragazzi che la considerino come tale.
La sua irruenza non le consente trapassi morbidi, ma solo strattoni improvvisi che creano subbuglio e sofferenza. Ha bisogno di rilanciare continuamente la sfida, non abbassa mai la guardia. 
Sebbene questo personaggio riesca a coinvolgere il lettore e a tenere alta la tensione rispetto a quello che deciderà di fare e o di dire, la qualità più alta della scrittura di Enne Koens mi pare si misuri proprio nell’escludere qualsiasi forma di psicologismo. In un altro tipo di romanzo probabilmente assisteremmo a descrizioni che prendendo per mano il lettore con l’esplicito intento di condurlo verso una riflessione (commiserata) delle inquietudini adolescenziali rispetto alle quali val bene godersi le spiegazioni che in qualche modo vanno per la maggiore al momento.
Niente di tutto questo invece in un romanzo nel quale lo sguardo e la valutazione di un adulto riesce a tenersi a debita distanza, accostandosi e misurandosi invece con quello della protagonista che è stata opportunamente pensata più giovane dell’altra di qualche anno, giusto quello che occorre per godere di una fascinazione inevitabile e al contempo di una complicità ancora possibile. 
L’argomento affrontato è delicato e non esclude nella sua narrazione anche aspetti meno superficiali, tuttavia sceglie di rimanere un passo indietro rispetto a qualsiasi discorso conclusivo e lasciando invece al lettore il grande piacere di assistere a una costruzione della storia lacunosa nel senso buono del termine. 
 

Vale la pena annotare anche una scelta non comune, quella cioè di inserire un breve componimento in versi a introdurre ognuna delle tre parti in cui il romanzo è diviso che, stampata su una pagina di colore giallo (unico colore oltre al grigio), apre il sipario sul racconto di un’estate della quale introduce gli aspetti salienti senza anticiparne alcuno. Romanzo che farà piacevolmente compagnia a lettrici e lettori a partire dai dieci anni. 

Teodosia 

"Quell’estate con Yente" Enne Koens, Maartje Kuiper, (trad. Olga Amagliani), Camelozampa 2025 

lunedì 29 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LESSICO FAMIGLIARE 

Quattro sorelle. Enid, Malika Ferdjoukh (trad. Chiara Carminati) 
Pension Lepic 2021 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Per legge, zia Lucrezia era la loro tutrice, insieme a Charlie. Era stata una decisione del giudice, alla morte dei loro genitori: aveva ritenuto che fosse una responsabilità troppo pesante da addossare solo alla sorella maggiore. In pratica, questo si traduceva in un assegno di zia Lucrezia una volta al mese e in una sua visita una volta ogni morte di papa. Una soluzione che andava bene a tutti. 
Quando Geneviève riattaccò, dopo numerosi ringraziamenti, scoppiarono tutte in una risata che sembrava un nitrito. Era, però, una risata forzata. Troppo esagerata per essere gioiosa, troppo forte per non nascondere un dolore più forte ancora." 

Le cinque sorelle Verdelaine, orfane dei genitori persi in un incidente d'auto diciannove mesi prima, vivono tutte insieme nella loro casa di famiglia, Vill'Hervé, un grande edificio isolato, a un passo da una falesia sull'Atlantico. 
Charlie, all'anagrafe Charlotte, ha ventitré anni ed è l'unica ad avere un lavoro presso un laboratorio farmaceutico. Ed è anche l'unica ad avere un fidanzato, Basile 29 anni, medico timido. Geneviève, per quanto i suoi impegni glielo permettono, dà il suo grande contributo nella gestione della casa, mentre le altre Hortense, quindici anni, Bettina tredici e Enid, appena nove passano le loro giornate tra la scuola, le amiche e i primi innamoramenti, la lettura e scrittura, gli scoiattoli e i pipistrelli. 
Sebbene diversissime tra loro per indole, tutte loro hanno un segreto che le accomuna: tutte chiacchierano con i fantasmi dei genitori. Poche battute ogni tanto, quando loro gli compaiono davanti... 
Questa è la loro magnifica storia che ruota inevitabilmente intorno a quelle potenti quattro mura che sono il loro baluardo di appartenenza: sono casa. 
Questa è la storia di cinque caratteri principali e vari comprimari, il loro lessico famigliare, le loro relazioni interpersonali. Qui basti sapere che è un vero piacere fare la loro conoscenza. 

Nel 2003 Malika Ferdjoukh racconta una porzione della loro vita, dedicando il titolo dei 4 volumi in sequenza a ciascuna di loro: Enid, Hortense, Bettina e, ultima, Genèvieve. Per ognuna di loro una stagione (alla quinta sorella nessuna mezza stagione). 
A turno, capita che la sorella nel titolo si trovi quindi sotto una luce leggermente più intensa delle altre, ma è roba di poco. Come sarebbe anche nella vita vera, le cinque Verdelaine costituiscono un gruppo inscindibile, sotto molti punti di vista. Charlie è l'unica a non avere un volume che porti il suo nome, ma c'è sempre. Fortunatamente per loro e per noi. 
Ad arrivare in Italia i quattro romanzi impiegano quasi vent'anni, infatti Pension Lepic li pubblica tra il 2021 e il 2022, credendoci moltissimo. 
Cerca una traduzione che gli renda merito, e la trova nella penna felice di Chiara Carminati. E un bravo illustratore che fa centro con le quattro copertine. Al suo amato mare non rinuncia ma lo mette solo in quarta: davanti mette sempre lei, la Vill'Hervé, in quattro stagioni diverse, appunto. 
Luca Tagliafico molto saggiamente la considera come fulcro narrativo delle quattro storie. Tutto passa attraverso quelle porte, finestre e scale... 
A riscuotere successo, a giudicare dai timbri dei prestiti in biblioteca, parrebbe sopratutto Enid che ha la fortuna di essere la prima a comparire sulla scena editoriale. 
Le ragioni di Pension Lepic sono molto condivisibili. 
La prima: Malika Ferdjoukh, nonstante abbia scritto cose sempre molto convincenti, finora in Italia non aveva trovato un editore che l'avesse trattata come un personale fiore all'occhiello da mostrare nel catalogo dei titoli pubblicati. Pension Lepic decide di farlo. 
La seconda: la letteratura d'Oltralpe, Lepic scommette su quella francese, almeno la narrativa per i ragazzi, sta qualche passetto avanti rispetto alla nostra, che si districa tra alcuni grandi talenti ed eccellenze, ma anche tra tanto artigianato, talvolta un po' mediocre. 
La terza, invece, ha a che fare con questa storia in particolare. L'idea che una prospettiva del genere - un romanzo che racconti la storia di fratelli/sorelle orfani e soli al mondo - sia un plot vincente. Peraltro ne sono prova provata tanti altri fulgidi esempi. E forse Lepic questo lo sa.
Alcuni dei questi esempi, per certi versi, stupiscono per sovrapponibilità. 
in verità, quando uscì Quattro sorelle.Enid tutti pensarono alle sorelle March della Alcott. Facile, direi quasi banale, il confronto. 
Ma, a ben vedere, c'è ben di più che irrobustisce l'idea di partenza dei quattro romanzi della Ferdjoukh. 
Primo fra tutti, l'indimenticabile Oh, Boy! Anche lì (nel 2000) famiglia azzerata già in partenza e questi piccoli fratelli che al momento di chiaro hanno solo l'intento di non voler essere separati e cercano di fare squadra. La penna felicissima della Murail fece il resto. 
E, a onor del vero, va detto che le due scritture, quella di Murail e quella di Ferdjoukh (il discorso sulla narrativa d'Oltralpe non era dettato da una malcelata esterofilia), si assomigliano parecchio, in quel loro saper essere comiche e commoventi a distanza di poche battute. 
Entrambe sanno essere lievi nel racconto dei fatti e profondissime nelle riflessioni che nascono nelle teste dei loro personaggi. Entrambe sanno stare in silenzio, quando non c'è alcun bisogno di spiegare, entrambe sospendono i loro giudizi e non danno soluzioni. Entrambe sanno dare spessore ai loro personaggi attraverso la famosa regola: Don't tell, show. Infatti entrambe sono eccellenti creatrici di trame e costruttrici di intrecci. 
Orfanezza, fratelli o sorelle, la casa come perno: mi vengono in mente grandi romanzi: Nove braccia spalancate (ed. originale 2004), Hotel Grande A (ed. originale 2014), come pure La casa di Pine Island (ed. originale 2020), quest'ultimo con somiglianze belle forti, anche se non il migliore di Polly Horvath.
Fino a qui le affinità. Ma esistono anche due caratteri che mi paiono del tutto originali, e spettano alla sola Malika Ferdjoukh. 
Il primo: lei è una grande amante dei fantasmi. E l'argomento le è così congeniale che quando può ce ne infila qualcuno...
In Quattro sorelle. Enid  ce ne sono vari, ma i migliori sono quelli di mamma e papà. Malika Ferdjoukh ha saputo giocare, e rendere assolutamente normale, a tratti anche divertente, la relazione tra questi genitori e le loro figlie. Bella chiave per sdrammatizzare. La loro presenza 'fantasmatica', i brevi dialoghi e incontri con le figlie (nessuna delle cinque lo confessa alle altre e quindi pensa di essere l'unica a ricevere le loro visite) e genitori sono righe di pura bellezza. 
Leggere per credere. 
E secondo carattere peculiare: la sua abilità sottile nel non voler troppo definire un preciso momento storico in cui ambientare la storia. 
A tratti, davvero sembra di essere in un romanzo dell'Ottocento (complice anche il formato?) con personaggi che potrebbero essere ottocenteschi, che si muovono in un contesto che a tratti lo potrebbe essere e poi entrano in scena oggetti o situazioni che riattualizzano il tutto al contemporaneo. Ma questa sapiente nebbiolina da brughiera e da falesia che avvolge tutto ha il merito di rendere ancora più universali personaggi e storia in sé. 
Di nuovo, leggere per credere. 

Carla 

Noterella al margine. Complice forse il tipo di lavoro che faccio, complice una mia attenzione maggiore quando si parla di cibo, sono inciampata in quella che a me parrebbe essere una bella svista. Ho verificato anche nell'edizione francese ed effettivamente compare fin dall'originale... Ma a quanto pare, tutti quelli che a vario titolo hanno lavorato sul testo, e quelli che l'hanno letto, non l'hanno notata o hanno preferito soprassedere...
Per me può anche partire un contest: tra pag. 66 a pag, 70, è lì.

giovedì 2 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A CHE PENSI?

La vita comincia alle medie 1.Caterina
, Alice Butaud, Lisa Chetteau, 
(trad. Silvia Turato) 
La nuova Frontiera Junior 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"A lasciare le elementari ci sono anche dei vantaggi come quello della mensa. Prima avevi il tuo piatto e basta. Se non ti piaceva qualcosa, peggio per te, ti attaccavi e ti tenevi la fame per il resto della giornata. Adesso quelli della mensa ci lasciano scegliere, possiamo prendere più di questo e niente di quello. E' una cosa che ti cambia la vita. La prima media è come entrare in un mondo dove spetta a te la scelta. Non è che sia proprio la rivoluzione, è solo l'anticamera, una specie di sala d'attesa. Hai un assaggio di cosa significa essere una persona ed essere considerata come tale, con libero arbitrio sulle patatine fritte o i fagioli." 

L'altra grande novità è l'estinzione della cartella. Alle medie, solo zaini. 
Le medie sono un'altra cosa. 
A Caterina, appena arrivata nella nuova scuola, con i suoi amici - la Banda dei Tonni - e tra questi Esther, la sua miglior amica da sempre, la vita sta cambiando parecchio. Non ultimo per il fatto che le è appena nato un fratello, Jonas che, come tutti i neonati, conosce bene come catalizzare su di sé tutta l'attenzione in casa. Madre e padre sono sfiniti dalle molte notti insonni, dalle pappe, dai rigurgiti, dai cambi di pannolino andati male e dai molti pianti inspiegabili del bebè. I due non hanno molte energie residue da dedicare alla primogenita, Cat, tuttavia a con quel fil di voce che ancora dimostrano di avere, non smettono di chiederle "a che pensi?" e soprattutto le ribadiscono che per lei l'autonomia, e una sua vita privata, arriverà solo a quindici anni: fino a quel momento saranno loro a vegliare su di lei, senza darle la password per poter usare il computer. 
Ma tutto questo è prima. Prima di scoprire che nella nuova scuola c'è Azamat, che nella vita può essere utile mentire ma soprattutto prima di ricevere in regalo dalla signora More, ospite della casa di riposo Gli Amaranti, dove da due mesi anche i suoi nonni soggiornano felicemente, un brutto cappello piuttosto dotato. E solo per essersi finta sua nipote Yolanda con il fine di salvarla da una noiosa lezione di tango... 

George Saunders ha elaborato una interessante teoria riguardo a quello che succede nella nostra testa quando leggiamo. 
Detto in parole molto povere, la nostra mente mentre scorriamo una storia sulle pagine di un libro si barcamena in un continuo trattare tra il nostro esserci dentro e il nostro sentirci fuori, tra l'essere coinvolti e l'essere espulsi. Ossia, più e più volte capita di leggere un frammento di un testo che ci convince a tal punto dal venire percepito come una acquisizione (vuoi per immedesimazione, vuoi perché dice meglio ciò che noi abbiamo in mente ma in una forma più confusa, vuoi...) e altrettanto può capitare di leggere parti in cui siamo noi a sentirci respinti (vuoi perché lo troviamo quel prevedibile, vuoi retorico, vuoi...). Insomma, siamo sempre lì in questo curioso meccanismo per cui durante la lettura non facciamo altro che riempire una borsa ideale di crediti e poi la svuotiamo in nome di debiti che l'autore contrae con noi. 
Alla fine della lettura, se ci siamo sentiti coinvolti e convinti, succede che quel libro entra nel nostro cuore o quanto meno nella nostra biblioteca ideale. Ma a ben vedere in questa continua trattativa la cosa che si scopre è il nostro profilo personale di lettori. Guardando quello che ci convince, capiamo chi siamo. Ma questa è un'altra questione. 
Invece, a proposito di convincimento, mi vengono in mente le parole di Gottschall nel suo ultimo libro Il lato oscuro delle storie, dove tutto converge su un unico punto: noi scriviamo e raccontiamo storie per convincere gli altri. Come al solito, per me il suo pensiero è inoppugnabile. 
Tutto questo pippone teorico è per dire che La vita comincia alle medie mi ha convinto e coinvolto, ovvero nel leggerlo ho guadagnato più di quanto invece io possa aver perso. Infatti ne scrivo. 
Volendo dare concretezza al ragionamento di Saunders e un po' anche a quello di Gottschall forse sarebbe utile mettere in elenco i punti in cui mi sono detta: sì, mi hai convinto, è proprio così. Insomma annotare qui di seguito ciò che mi è piaciuto e che quindi vorrei sostenere. Per convincere gli altri. 
Il primo su tutti: l'elogio della bugia. Se ne trovano di vario tipo e anche i mentitori sono di diverso genere. Per esempio, la signora More è una mentitrice professionista: per non partecipare alle attività sociali della casa di riposo, si inventa una nipote fittizia, Yolanda. Di conseguenza mente anche Cat, impersonando Yolanda. Lei stessa ammette, a proposito: "Personalmente non ho nessun problema con le bugie. Sono come il lievito in una torta. Ne metti un po' per far gonfiare la pasta. Senza bugie la vita sarebbe piatta." Mentono, complici, anche i suoi nonni, alla grandissima. 
 Il secondo: l'elogio del candore, ovvero quella dote che hanno quelle poche persone che credono, a prescindere. Una "ingenuità" che non dubiterebbe mai di un mago o di una veggente o ancora, aggiungo io, che "sa" che i pupazzi sono creature viventi (cfr. il teorema del peluche di Chiara Valerio). 
Appartiene allo stesso candore dell'infanzia (e non solo) quel gioco che Cat fa con se stessa in cerca della prova provata che Azamat la ama: "Se papà si sta lavando i denti quando entro in bagno, allora Azamat mi ama. Se mamma è ancora in pigiama, allora Azamat mi ama. Se Jonas ha sporcato il pannolino, allora Azamat mi ama..." E via andare. 
Il terzo: il lessico famigliare. Per esempio, il gioco che padre e figlia fanno in macchina: "E se non tornassimo a casa?" risposta "E per andare dove?" O ancora, la "carezza colpevole": un genitore dice qualcosa di poco carino a un figlio e poi lo accarezza per farsi perdonare. O ancora, la domanda di una madre, che dovrebbe funzionare come passepartout: "A che pensi?" 
Il quarto: la teoria estetica secondo cui "il bello è già stato di moda. Adesso va il brutto". Secondo detta teoria tutto è molto più comodo perché qualcosa di brutto lo riconosci all'istante. Sul brutto non ci si arrovella nel dubbio, sul bello, sì. Moltissimo. 
Il quinto, complice Baudelaire: "La bellezza è sempre strana". "Non c'è bellezza banale, altrimenti non è vera bellezza." E per rimanere nello stesso ambito, per disegnare, bisogna "guardare tanto prima". 
Il sesto, quello in cui si vede con chiarezza quanto un piccolo che sta diventando grande abbia tutti gli strumenti per mandare a zampe all'aria un genitore. Questo succede per esempio a p. 124... 
Il settimo: come montare un muso nei confronti di un amico e come cercare di uscirne, annaspando. 
A parte questi sette motivi, per convincervi ancora di più, segnalo un piccolo gioiello dell'assurdo, che luccica nel dialogo delirante tra un lattante e sua sorella, a proposito della parola nessuno... 
Degno del miglior Ionesco. 

Carla

lunedì 26 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TRA CHATTARE E INTRECCIARE

Il nostro piccolo paradiso, Marianne Kaurin (trad. Lucia Barni) 
La Nuova Frontiera Junior 2023 




NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Vilmer sarà forse il vicino di casa più irritante del mondo, ma se è da un pezzo che sei reclusa in casa, non puoi fare troppo la schizzinosa. Inoltre sembra davvero stupido e buffo mentre danza tutt'intorno sull'asfalto del cortile più brutto della Norvegia. Tiro fuori il telefonino dalla tasca. Cerco il messaggio ricevuto, da un numero sconosciuto, dal ragazzo che sta ancora ballando nella notte estiva, e gli rispondo. 'Niente Tropici' scrivo e osservo dalla finestra cosa succede. Lui interrompe il suo ballo, prende il telefono. Guarda verso di me. E sento un bip. 'Ci vediamo domani?' c'è scritto sul mio schermo." 

Cosa è successo prima. Ultimo giorno di scuola. Arriva un nuovo compagno di classe. Riccioli, grandi occhi, incisivo storto e maglietta improbabile. Ina lo guarda: non è il suo tipo. Troppo sfigato. 
La prof, prima di chiudere l'anno scolastico, chiede a tutti quali saranno le mete delle loro vacanze: fioccano nomi di luoghi esotici e da sogno. Solo lui, il nuovo arrivato che si chiama Vilmer, dichiara di restare a casa perché suo padre è in bolletta. 
In verità anche Ina non andrà in vacanza, perché anche sua madre è al momento disoccupata, ma lei, che patisce la pressione sociale esercitata in particolare da due sue compagne, sfodera una balla dell'ultimo minuto: andrà con sua madre ai Tropici. 
Ora, la sorte vuole che Ina e Vilmer abitino nello stesso grande condominio Trine, con scale che arrivano fino alla lettera J... Vista la sua bugia, a Ina tocca passare le sue giornate tappata in casa per paura di essere scoperta, ma Vilmer, complice la vicinanza, un giorno la vede e capisce che forse i Tropici non è proprio il posto dove lei sta trascorrendo le sue vacanze. 
Questa è la storia della loro vacanza ai Tropici, che effettivamente non sono una località precisa ma piuttosto un luogo in cui ci sia sabbia, una piscina, un lounge bar e tramonti mozzafiato. E si trovi a Sud. 
Forse per quei due, i loro personalissimi Tropici sono anche molto di più: uno stato dell'anima. 
Questo, almeno fino al momento in cui qualcuno non decida di indagare....

Almeno tre sono le questioni che questo libro norvegese, tradotto ovunque e pluripremiato anche con il Deutscher Jugendliteraturpreis nel 2021, mette nero su bianco. 
La prima, decisamente la meno scontata e la più felice anche in senso letterario, è il grande 'progetto' di questi due ragazzini che non vanno in vacanza. 
Pieni di bellezza e tenerezza gli esiti cui porta. 
La seconda, non esattamente una novità nella letteratura rivolta ai più giovani, ruota intorno a una questione centrale: la pressione che ogni persona avverte su di sé da parte del prossimo. In questo caso appare declinata in un contesto in cui ragazzi e ragazze dodicenni, più o meno consapevolmente, la esercitano e la subiscono giorno dopo giorno. Soprattutto tra i banchi di scuola. Va da sé che la storia metta davanti ai lettori la grande domanda: qual è il prezzo che si è disposti a pagare per essere accettati dagli altri? 
La terza, a quest'ultima strettamente connessa, è la questione della comunicazione virtuale. Che è tale nelle sue forme, ma diventa reale nel momento in cui è l'unico canale attraverso cui testimoniare la propria esistenza in vita. E anche in questo caso le procedure per rendersi visibili, per sentirsi vincenti hanno un costo. Spesso alto. 
Salvo poi, leggere tra le righe, che alla resa dei conti tutto quello che passa per la finzione, finzione resta. 
A stravincere sulla distanza non sono le chat, ma le dita intrecciate. 
Tra loro molto diversi, Ina e Vilmer nuotano in queste acque. 
Rispetto a tutti gli altri personaggi di contorno, che forse appaiono troppo semplificati nel loro ruolo, Ina e Vilmer sono un'altra cosa.
Tra loro molto diversi: soprattutto nella percezione del mondo che li circonda, e soprattutto diversamente permeabili nei confronti dell'esterno. 
Forse per storia personale, o forse più semplicemente per carattere, tra Ina e Vilmer c'è una grande differenza nelle modalità scelte per restare a galla. 
Ina è in cerca di affermazione e di successo e pensa che per ottenerlo, anche a costo di mentire, debba entrare a far parte del gruppo dei 'vincenti'. Mente a scuola, ma mente anche a sua madre, facendole credere che è una ragazzina con una vita sociale dignitosa. Non vede altre vie. 
Al contrario, Vilmer della sua condizione non fa mistero e cerca soluzioni personali che possa poi gestire senza nascondersi o mostrarsi per quello che non è. 
Quindi di fronte a un'estate a casa hanno due reazioni ben diverse: una si nasconde, l'altro costruisce l'alternativa. 
La cosa bella è appunto la sua capacità di mettere in piedi 'qualcosa' che abbia un senso, anche se all'apparenza sembra più che altro un gioco da bambini. 
La costruzione da parte sua di uno scenario che possa ricordare i Tropici sognati da Ina è il suo modo di volerle bene, il suo originalissimo modo di dirle che lui è - veramente - dalla sua parte. Lento, ma sicuro, Vilmer la accoglie in un abbraccio fatto di attenzioni, di generosa condivisione di tempo e pensieri cui Ina, la fragile Ina, non sa e poi non vuole sottrarsi. Così anche lei, lenta ma sicura, accetta il gioco, accetta quel bene e, quasi inconsapevolmente, lo ricambia. E addirittura rilancia. 
L'allestimento dei loro personalissimi Tropici la vede parte attiva: piscinetta, tramonto da parati e suppellettili varie sono il suo contributo. Ma la cosa più bella che lei fa è quella di sognare. Di sognare da sola e di sognare in due. Ormai anche lei è dentro al gioco e giocare le piace e le piace farlo con Vilmer. 
Una finzione, uno scenario unico - tutto finto - per contenere qualcosa di meravigliosamente vero. 

Carla

lunedì 5 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SI PUÒ SOLO MIGLIORARE... 

La più bella nuotata della mia vita, Anne Becker (trad. Claudia Valentini) 
Uovonero 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"La gallina ha lanciato un acutissimo coccodè e si è messa a correre per tutto il giardino agitando le ali. E in quel momento ho visto Flo per la prima volta. A voler essere precisi non l'ho vista proprio tutta, anzi, ho scorto a malapena un piede e le unghie smaltate, una gamba ricoperta da almeno un migliaio di lentiggini e... be'... il sedere. Il resto era impigliato nella siepe." 

Jan ha appena traslocato con la sua famiglia: padre, madre, fratellino piccolo e sorella maggiore. 
Non è affatto contento. Diciamo che a tredici anni i cambiamenti - tutti - scombussolano sempre un po'. A Jan, un vero talento nel nuoto, ragazzino dislessico 'non dichiarato', lo aspettano una nuova scuola, dei nuovi compagni, una nuova piscina in cui allenarsi, un nuovo allenatore, nuovi amici (e nuovi rivali), una nuova casa e dei nuovi vicini. E Flo (che secondo il fratellino potrebbe essere il diminutivo di Flotta, Floscia, Flora) è proprio la sua nuova vicina di casa: coetanea, senza peli sulla lingua, ma con una grande testa di capelli rossi, una madre molto assente, un padre che fa quel che può, e - come animali da compagnia - due galline, di cui una spesso fuggiasca. 
Inseguire la suddetta gallina, placcarla e quindi tenerla in braccio non sono cose che a Jan riescono bene - almeno all'inizio, e l'effetto che ne sortisce è un volo sull'erba a pelle di leone. Per uno che vorrebbe non essere notato o, ancora di più, non essere bollato come imbranato, è proprio un bell'esordio, non c'è che dire. 
Ma da qui, si può solo migliorare... 
Se leggere e acchiappare galline non sono cose che a Jan riescano naturali, al contrario tuffarsi nel lago dal pontile gli viene molto bene. Talmente bene che nel diario di Flo (un quaderno pieno solo di grafici, ma lei è un drago in matematica), oltre ad annotare le cose che non vanno proprio come lei vorrebbe, Jan, i suoi ricci e i suoi tuffi sembrano essere il lato positivo delle sue giornate. 
Questo è tenero il racconto di un pezzetto della loro vita in comune, della loro fine dell'estate, dei loro primi giorni di scuola, dei loro primi no, dei loro primi sì, delle loro prime prove di innamoramento. 
Tra galline, amici leali, lavagnette illeggibili, bulletti, corse in bici e bagni notturni. 

Così come l'esordio di Jan nel suo nuovo mondo è segnato da una prevedibile insicurezza, altrettanto dimostra l'esordio di Anne Becker nella scrittura di un romanzo, che, almeno nelle prime pagine stenta a decollare. Ma come accade anche a Jan, che piano piano riesce a trovare in sé una propria sicurezza, una propria coerenza, altrettanto accade alla Becker che, con lo scorrere della narrazione, smette di appoggiarsi a una scrittura in cui tutto viene detto e apre invece una serie di varchi in cui il lettore possa entrare e ambientarsi nella storia. 
I suoi personaggi smettono di essere troppo 'canonici' e prevedibili e cominciano a muoversi con disinvoltura, assumendo così sempre maggiore spessore.
I suoi studi, la sua formazione e la sua professione sono la solida base su cui felicemente l'intero romanzo appoggia: in sostanza quando lei costruisce gli aspetti della dislessia di Jan sa molto bene di cosa racconta, visto che si occupa di didattica per allievi con bisogni speciali e visto che è li l'autrice di un libro che si intitola: Schreiben und Lesen kann jedes Kind: wenn man seinem Lerntyp berücksichtigt! E non credo di andare lontano se penso che dietro la simpatica e 'accogliente' nuova psicoterapeuta di Jan, la dottoressa Papendick con i suoi trucchetti, si nasconda il suo ideale di psicoterapeuta con un approccio alla dislessia che nella sua carriera ha probabilmente lei stessa elaborato, sperimentato e condiviso. Tutti dovrebbero poter contare su una Papendick accanto. 
Detto questo, sono due i principali meriti di questo romanzo di esordio. 
Il primo: essere riuscito a raccontare quanto sia facile poter nascondere, o sottovalutare o mal gestire un disturbo come la dislessia che, peraltro è molto più diffuso di quanto si possa pensare. 
E con questo non mi riferisco solo a chi la dislessia la vive in prima persona, ma anche a tutti quegli adulti con i quali i dislessici hanno a che fare quotidianamente che, per motivi anche tra loro molto diversi, stentano a coglierla e a volerne prendere atto. 
Quindi non si tratta solo del disagio di chi questa condizione la vive sulla propria pelle, come è il caso di Jan, che è abilissimo nel mantenere il segreto - peraltro è poi altrettanto bravo e pieno di coraggio e forza nel dichiararlo expressis verbis davanti alla sua classe, che ammutolisce; ma si tratta anche di quelle persone adulte che la condividono, come per esempio la sua insegnante di tedesco o la madre stessa, che in più di un caso sembra non saper essere all'altezza della situazione. 
Il secondo: l'autenticità, qui davvero poco didascalica, di alcune situazioni e relazioni interpersonali che sono spesso il motore, la forza propulsiva, che fa andare avanti la storia: quei famosi varchi cui si alludeva all'inizio. Sto pensando al rapporto che lega Jan alla sorella oppure al padre, che sa essere sempre affettuoso e comprensivo nei suoi confronti o alla madre, con le sue insicurezze. 
O ancora alla bella amicizia tra Jan e Fabi, vicino e discreto, sempre. 
E, naturalmente, penso anche alla burrascosa e spesso altalenante complicità e intesa che matura tra una maga della matematica e uno che a dorso non lo batte nessuno. 

Carla

venerdì 17 giugno 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

'PRIMA, QUAND'ERO PICCOLO...'

L'ultimo giorno d'estate, Timothée De Fombelle, Irène Bonacina 
(trad. Maria Bastanzetti) 
Terre di mezzo 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

 "Il primo mattino, nel vento della prima discesa, le lacrime mi scivolavano dall'angolo degli occhi fino alle orecchie. Pensavo all'immensa estate che mi si stendeva davanti. Così lunga che non ne vedevi la fine nemmeno se ti arrampicavi sugli alberi. Adoravo i giorni che facevano giri lunghissimi per arrivare più tardi alla sera." 

Ogni estate, lo stesso. Prende il treno da solo, arriva alla stazione, scende e lungo il binario c'è solo lui e lo zio Angelo che è venuto a prenderlo. La casa dello zio sempre piena di cose, ogni anno di più ed è circondata da campi di mais. 
Le giornate questo ragazzino le passa sulla bici che lo zio gli presta. E pedala pedala e pedala e cerca di perdersi. 
Fino al giorno in cui ci riesce davvero e arriva a scoprire che lì c'è il mare. 


Grande, immenso gli riempie gli occhi. Corre, si spoglia e fa il suo primo bagno: quel giorno è tutta una sorpresa: anche quella bambina - Esther Andersen - che insegue sulla spiaggia il suo cane Boogie. Non si parlano, incrociano solo gli sguardi (lui nell'acqua, lei sulla spiaggia), ma nulla sarà più come prima. Ritrovare la strada di casa, arrivare da zio Angelo che già annotta con la gomma bucata e nessuna voglia di raccontare del mare e della bambina. E poi a letto, nessuna voglia di leggere un libro. Zio Angelo, aggiustata la bici, lo lascia ripartire e comincia così un lungo girovagare per giorni cercando di rivederla.


D'altronde "le vacanze sono come una spirale di una chiocciola, con la casa al centro, e cerchi sempre più grandi per tentare di arrivare al bordo...
E poi qualcosa succede... 

Di rado capita di leggere libri che siano così pieni e al tempo stesso così lievi,  così esatti, libri che contengano un racconto complesso a tal punto da rivelarsi capace di toccare il profondo di chiunque li legga, libri che mostrino anche nella forma una raffinatezza e un'armonia, che spuntano da ogni suo angolino più recondito. 
Di rado capitano libri perfetti. Beh, questo lo è.  A tal punto, che risulta difficile trovare un punto per prendere l'avvio e raccontarne. 
Partiamo dal topos letterario, quello dell'estate di un ragazzino che cresce. Esistono precedenti illustri che, come è giusto che sia, lasciano indietro tutto quello che è stato fino a ieri e mettono il protagonista a un punto di partenza ideale: da solo, senza genitori e senza routine cittadine, in compagnia di un adulto sapiente, accogliente e anche un po' complice. 
La storia gli mette a disposizione tutto lo spazio e soprattutto tutto il tempo possibile e necessario. Lo si dota di una serie di svaghi diversi dai soliti: scatoloni di libri sotto il letto, un monte di oggetti raccolti, una bici grande su cui crescere negli anni.
 

Insomma lo si mette nelle condizioni di passare delle belle estati. Un anno dopo l'altro. 
Ed è esattamente questo il punto di partenza che sceglie Timothée de Fombelle per raccontare. Ideale per un bel romanzo. 
Questo però non è un romanzo. Timothée De Fombelle ha scelto un contenitore diverso: un libro illustrato. 
Ha più pagine di un albo, ma è pur sempre un libro con le figure e con poche righe di testo. Quindi deve condensare tutto il senso della sua storia in due registri diversi: qualcosa di molto vicino alla prosa poetica da un lato e dall'altro il fumetto e una sorta di copione da leggere ad alta voce.
Che idea. 
Il terzo registro, invece, non dipende da lui ed è quello visivo che Irène Bonacina accorda con grande maestria. 


Il silenzio del testo su alcuni momenti importanti. Un silenzio che scende affinché trovi un suo senso attraverso le immagini che raccontano con la medesima delicatezza delle parole: per esempio di un cane ladruncolo e di una bambina gentile, oppure di un incontro desiderato con l'estate agli sgoccioli. Punteggia, davvero in punta di pennino, tutta la gamma di emozioni che Fombelle decide di attraversare: dalla meraviglia davanti all'acqua del mare lì, alla delusione di un incontro mancato.


Irène Bonacina fa molto di più: riempie ogni disegno di minuscoli dettagli - sia il gesto di una mano aperta che sfiora le spighe (chi non lo ha fatto almeno cento volte, di sfiorarle ed averne una fra i denti), sia lo scorrere del tempo su una bici che rimpicciolisce, sia lo zio in attesa sul binario (quelle mani in tasca e quel bavero alzato sono un piccolo capolavoro), sia lo stremo di trascinare una bici bucata con la paura del buio che arriva (quella testa abbassata nello sforzo...), sia lo sguardo pudico di un ragazzino prima dell'ultimo bagno della stagione. 
Non c'è pagina che non sia un solletico per richiamare alla memoria ricordi personali: le lacrime che ti entrano nelle orecchie, le zanzare tra i denti la sera pedalando, gli spaghetti al burro, la cartolina per mamma e papà. 
E qui entra in gioco la capacità che dimostrano entrambi di saper parlare una lingua universale in cui ciascun lettore adulto può riconoscere particole della propria esperienza e contemporaneamente ciascun bambino possa cogliere l'atmosfera di questo racconto, possa sentirne i sapori e gli odori che lo attraversano. Possa immaginare e riconoscere la propria esperienza, persino quella tattile, in quella sabbia in fondo alle tasche o sul carter della bici, appiccicata. 



Che libro.

 Carla

venerdì 1 ottobre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN LIBRO ADATTO


Le scarpe magiche del mio amico Percy, Ulf Stark 
(trad. Laura Cangemi)
Iperborea 2021
 

 
NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni)
 
"Durante le lezioni era nel banco di fianco al mio. Teneva sempre il naso schiacciato contro il vetro della finestra e guardava le nuvole che passavano in cielo, libere di non andare a scuola. Oppure fissava la grande quercia su cui era proibito arrampicarsi a ricreazione. Ogni tanto tendeva la mano dalla mia parte, senza neanche girare la testa, e io gli mettevo nel palmo un frollino, un dolcetto al cocco o un biscotto alle mandorle presi dalle provviste che tenevo in un sacchettino sotto il banco. Mentre mangiava gli fissavo la nuca coi capelli tagliati a spazzola.
I dolci della mia mamma gli piacevano molto."


In classe, nel banco accanto a quello di Ulf, quest'anno è arrivato Percy. Lui è diverso dagli altri amici di Ulf: sa fare a botte, è forte e un po' prepotente, ama il rischio e non ha quasi mai paura, è molto atletico e a ginnastica si dimostra un vero drago. Sa baciare. Sa sputare. E sa anche ricamare. Molto bene.
Insomma sembra avere tutte quelle doti che Ulf sa di non possedere. Lui che come sempre è vessato dal fratello maggiore, Janne. Lui che, un po' troppo cicciottello, è un disastro in qualsiasi attività fisica. Lui che spesso è lo zimbello di altri compagni proprio per la sua proverbiale goffaggine. Lui che, timido e insicuro, non ha il coraggio di dire a Marianne che è cotto di lei. Lui che è il bambino ideale di ogni genitore - il cocco di casa: calmo, assennato, giudizioso. Il bambino che certe cose non le farebbe mai...
Eppure. Come tutti, anche Ulf ha un suo lato oscuro. Talmente oscuro che lui stesso fino a ieri non sapeva di possederlo.
Eppure. Con l'arrivo di Percy, con questo suo fascino da 'duro', Ulf realizza che anche a lui piacerebbe essere così; intravede qualche possibilità di diventare uno tosto, proprio come Percy (magari con nei piedi un paio di scarpe vecchie luride).
Proprio perché tra loro sideralmente diversi, i due inevitabilmente si attraggono. Per ragioni molto diverse: Ulf vorrebbe tanto le scarpe fetenti e distrutte che Percy porta ai piedi e che lui gli confida avere doti magiche, e Percy, nuovo in città e con qualche fragilità in famiglia, vede nella bonomia e devozione che Ulf gli dimostra da subito, un posto caldo in cui passare del tempo.
Questa è la loro storia, la storia di una grande amicizia, di un addio all'infanzia: un bravo bambino alle soglie dell'adolescenza che decide di mettersi in gioco e sfidare se stesso e un ragazzetto parecchio risoluto e un po' solo, che fa ottimi affari e bellissimi cuscini ricamati.


Il libro è del 1991. in Italia esce nel 2006, per Feltrinelli. Ovviamente quella edizione lì, con i disegni di Luciano Mereghetti (sempre la grande Laura Cangemi alla traduzione) e due gambe secche e un po' pelose in copertina, non circola più. Tuttavia alcuni strascichi, ancora nel 2018, si possono cogliere in rete: una recensione di una signora che si firma Valeria e che conclude le 10 righe di motivi per cui NON leggere il libro di Stark, con l'affermazione perentoria che il libro andrebbe ritirato.
Per amor di giustizia, ma anche per un po' di competenza (esperienza?) in questo ambito, diventa non solo utile, ma anche necessario sostenere da qui, che tutte le motivazioni che lei adduce come negative, andrebbero invece considerate come ragioni forti per leggerlo, farlo leggere e diffonderlo nell'aria con gli altoparlanti nei cortili delle scuole.
La questione che solleva la signora che scrive, ruota intorno all'affermazione che il libro non è adatto né per gli adolescenti, men che meno per bambini tra gli 8 e 10 anni (così come suggerisce la quarta di copertina della vecchia edizione Feltrinelli).
La signora Valeria lo deduce già solo dal primo capitolo che con grande lealtà si intitola Donne nude, perché di donne nude effettivamente tratta. Racconta di un gruppo di inservienti di una casa di riposo, che nella pausa, al di là di un boschetto, prendono un po' di sole in topless. Ulf e gli amici, dopo scuola, dopo aver guardato i carri funebri sfilare lucidi verso la cappella ed essersi compiaciuti di essere vivi, dopo aver fatto merenda con le consuete girandole alla cannella della mamma di Ulf, corrono a 'vedere la natura', ovvero si appostano sul tetto di un capanno degli attrezzi per ammirarla in una delle sue molteplici espressioni: seni nudi su un prato.
Altrettanto diseducativi sono giudicati i giochi pericolosi che nel libro si raccontano: uno fra tutti Di corsa davanti alle macchine: un gioco/prova di coraggio che ricorda tanto la passeggiata lungo i binari della ferrovia di un altro gruppo di ragazzini, tutti hanno nel proprio immaginario Stand by me: racconto e film epocali su cui generazioni si sono formate.
Ecco. Se per educativo si intende moraleggiante, didascalico, edificante allora ha ragione lei. Questo libro non lo è, e tanto meno credo sia stato questo l'intento di Ulf Stark nello scriverlo. Ma se invece per educativo s'intende capace di generare pensiero e aprire questioni, capace di essere evocativo e di muovere emozioni, capace di essere onesto nel trasmettere la complessità di cui l'umanità è fatta, ed essere capace quindi di muovere anche corde molto profonde, allora tutto cambia. Insomma se per educativo si intende capace di essere formativo, ovvero importante per la crescita, lo sviluppo e la maturazione di una persona, allora sì che il libro di Ulf Stark è un libro adatto.
 
Carla


Noterella al margine. Di Ulf Stark penso ogni bene possibile. Lo considero un gigante della letteratura e mi pare di aver cercato di argomentare la mia posizione, nell'apprezzamento di libri come: Sai fischiare, Johanna?, Il bambino dei baci, Il bambino Mannaro, Tuono, Il bambino detective, La grande fuga, Piccolo libro sull'amore, Animali che nessuno ha visto tranne noi,   Ulf il bambino grintoso.
 Quindi non posso che gioire alla notizia che il libro non solo non è stato 'ritirato', ma addirittura ripubblicato in una veste rinnovata, con dietro un sapiente editore che, speriamo, prosegua nella saga dedicata a Percy, l'amico di Ulf. Con buona pace della signora Valeria.



lunedì 3 febbraio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA STATUA ANIMATA
 
Senza batter ciglio, Andrea Ferrari (trad. Elena Rolla)
Beisler, 2019


NARRATIVA PER MEDI (dai 10 anni)

"Per qualche giorno ho sfruttato questa mia abilità a non fare niente, finché un pomeriggio, passeggiando nel parco, la soluzione mi è balzata davanti agli occhi: dovevo diventare una statua!
Sono sicura che vi sarà capitato di vederle. Salgono su un piedistallo con un bel costume e la faccia truccata e se ne stanno completamente immobili, senza batter ciglio né grattarsi il naso, finché qualcuno non mette una moneta nella cassetta delle offerte."

Florencia ha dodici anni e un paio di problemi da risolvere: quello che a lei pare il più urgente di tutti è dare un aiuto economico a sua madre che lavora dieci ore al giorno per riuscire a mantenere la famiglia, visto che da mesi il padre se ne è andato e non manda più un soldo a casa. In tutta solitudine, è in cerca di una soluzione, ma non sono molte le cose che sa fare (a parte fare liste o ascoltare i saggi precetti dello zio Antonio) e forse stare ferma per qualche ora in un parco può essere un'occupazione alla sua portata. Ma come in tutte le cose, è meglio avere dei buoni maestri ed è per questo che Flor convince il Re del parco a insegnarle il mestiere e quindi a prenderla in società con lui che, con una corona in testa, fa bei guadagni dopo una giornata di lavoro.
Flor diventa, nonostante le perplessità di tutti gli adulti che ruotano intorno alla vicenda, una bella statua di Principessa perché dimostra di prendere sul serio il lavoro, perché è brava a stare ferma e soprattutto perché al momento ha un posto vacante nel suo cuore.

Se i libri sono buoni libri, anche se con qualche svista dentro, è facile che la storia che raccontano sia fatta dall'intreccio di diversi fili. Tanti più ne contiamo, tanto più essa si dimostra robusta e 'spessa'. È opzione di chi legge, individuarne uno, di norma quello che risulta il più congeniale, e seguirlo attraverso il tortuoso percorso che fa all'interno di una trama.
Di Senza batter ciglio, pubblicato per la prima volta in Argentina nel 2005, il filo che racconta il problema economico a casa, che al principio sembra fondamentale, si assottiglia lentamente, e lascia spazio ad altro: una ragazzina che cresce (a suo dire, ben poco), che deve combattere nei corridoi di scuola, che ha un amore nascosto, che non va bene in matematica, che ha un fratellino turbolento, che ha una madre ansiosa e un padre che non c'è. Ed è proprio ciò che questa assenza genera che mi sembra il filo più interessante da seguire.
Degna di nota la capacità della Ferrari di raccontarlo con una lingua felice e senza didascalie, ma per allusioni.

"Sentivo le persone che parlavano di me.
'È una bambina.'
'Ma quant'è brava, così piccola!' '
Saranno padre e figlia?'

Sia come sia, Flor sembra fare spallucce al problema. Sembra infatti più preoccupata delle conseguenze economiche sull'economia casalinga, che non del fatto in sé. 
Nonostante faccia di mestiere la statua - quanto di meno 'animato' ci sia al mondo - è proprio una statua di Re che dimostra di avere l'anima giusta per questa ragazzina.
La prima cosa corretta che fa, questo ragazzo che si guadagna da vivere facendo la statua negli spazi aperti di Buenos Aires, è ascoltarla e sospendere ogni giudizio (ed evitando ogni compatimento) nei suoi confronti, la seconda è insinuarsi in quel vuoto lasciato da un padre in fuga, e prenderne il posto, giusto per il tempo necessario a Flor di rimettersi in sesto. Senza parere, come fanno le statue 'animate', con impercettibili gesti lenti, cambia posizione e si mette a protezione delle spalle di Flor. Le sta accanto, con delicatezza e giusta distanza, nell'innamoramento con Daniel: il racconto della statua 'animata' di sirena che regala la conchiglia è una pietra preziosa dell'intera storia. È contento e fiero quando la vede emozionarsi. Con altrettanto garbo, contribuisce a distendere certa 'rabbia' che Florencia cova. La rassicura sui suoi sentimenti, sulle sue paure. Le ridà la fiducia in se stessa che aveva un po' perso e nello stesso tempo le chiede impegno, ma mai l'impossibile: in altri termini, pretende da lei che stia immobile per ore, ma le dà anche una sedia, un trono, perché lei lo possa effettivamente fare. E quando intuisce che ormai Flor può riprendere a sostenersi sulle proprie gambe, la guarda alzarsi da quella sedia e camminare di nuovo da sola. E va bene così.

Carla

lunedì 8 luglio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MILIONI DI FARFALLE

Colpo di fulmine, Grégoire Solotareff (trad. Maria Pia Secciani)
Edizioni Clichy 2019



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Quella mattina, alle prime luci del giorno, il riccio Matilde controllò, come d'abitudine, che tutto fosse in ordine intorno alla sua casetta.
Erano le sei, l'ora di andare a dormire. Un lampo in lontananza illuminò il cielo.
Era una mattina tempestosa."

Matilde entra in casa e si organizza per andare a dormire: doccia, pettinata agli aculei, tè, borsa dell'acqua calda e lettino. Già addormentata, qualcuno bussa alla sua porta. Ora molto insolita per ricevere una visita. A quest'ora tutto il bosco dovrebbe essere a dormire.
Mentre apre la porta, tuona. Davanti a lei c'è un giovane riccio, un riccio ragazzo si potrebbe definire, tutto spettinato con una nuvola di farfalle intorno, interessate ai tanti fiorellini infilzati nei suoi aculei. Giù per la collina, inseguito dal temporale, li ha strappati rotolando e ora è in queste condizioni. Matilde è sottosopra per la piacevolezza di questa sorpresa. Due convenevoli balbettati, un po' di rossore per entrambi - fortunatamente coperto dalle farfalle e i due ricci riprendono la loro strada: Matilde verso il letto e Felix verso casa. Per entrambi nulla sarà più come prima. Per Matilde rotolarsi come un tempo giù per la collina in cerca di fiori e di farfalle, per Felix ricapitare di nuovo davanti a quella porta...

Le farfalle e l'innamorarsi sono un binomio consolidato.
Questo di Solotareff sembra un dichiarato riferimento a quello che successe nel 1982 in un librino francese che ha avuto il merito di diventare una storia di culto:
Il mostro, pieno di rabbia cominciò a gonfiarsi,
a gonfiarsi, a gonfiarsi, a gonfiarsi...
..finché esplose in tanti piccolissimi pezzetti
che volarono di qua e di là,
trasformandosi in farfalle di tutti i colori e in fiorellini profumati.
Ed ecco che da sotto la pelle dell'orribile mostro peloso,
comparve un giovanottino, ma così carino, ma così grazioso...

Cosa accade poi alla principessa Lucilla è storia conosciuta.
Qualche anno dopo furono due elefanti a piacersi, circondati da farfalle (un milione di farfalle, E. van de Vendel, C. Cneut, Adelphi 2007).
Stach vide farfalle dorate, farfalle striate, farfalle banderuola, farfalle dall'occhio sereno, farfalle arcobaleno, farfalle salterello, farfalle acchiappine, farfalle mulinello e farfalle sgarzoline, farfalle coccinella e della notte bella...
La sua mamma e il suo papà lo sanno: quando arrivano le farfalle è il momento di andarsene di casa, lungo il sentiero che s'inoltra nel bosco. E anche Stach in qualche modo fa strada, 'rotola giù dalla collina', come Felix.


A parte una copertina meno riuscita di altre, già dalla prima pagina ci si ritrova immersi nel Solotareff che domina la pagina con la sua paletta di colori forti che arrivano dai Fauves e dagli Espressionisti e con quel segno deciso e incisivo che lo rende inconfondibile. Un bosco che ha la notte alle spalle - grigia e nera da cui occhieggia qualcuno - e la luce davanti, con i suoi tronchi magenta, definiti da pochi segni neri di contorno e da qualche sfumatura rossa. Poi arriva il giallo della casetta e della porta, poi l'azzurro della camera di Matilde alle sette meno dieci. E con questa festa di colore, che è appunto 'espressione' degli stati d'animo raccontati nella storia, si circoscrivono personaggi e oggetti, tutti sempre un po' storti, imperfetti e pieni di energia.


Paradossalmente le parti meno riuscite del libro, che in generale direi non arrivi a eguagliare i capolavori del passato, sono proprio quelle che si concentrano sui due ricci che non sanno essere comunicativi a livello visuale come i suoi gatti, i suoi uccelli, i suoi leoni ed elefanti, i suoi conigli. Lo sono invece molto a livello testuale. Compresa l'ironia sul finale e il finale stesso che è un altro esempio da manuale su come chiudere in bellezza una storia.
Questo albo si potrebbe usare come manuale per insegnare un buon modo di costruire una mise en page di altissimo livello.
A metà degli anni Ottanta, Solotareff che è letteralmente circondato in famiglia da artisti, molla il suo lavoro da medico e, in cerca di una maggiore libertà, comincia anche lui a disegnare e sulle sue tavole piene di animali costruisce le storie che essi gli raccontano. 


Diverso il suo segno rispetto a quello della maggior parte dei suoi colleghi nell'eccellente officina dell'Ecole des Loisirs, guarda forse a Claude Boujon ma di certo al grande maestro di tutti, Tomi Ungerer. Da lui sembra ereditare anche il coraggio del punto di vista.
Il punto di vista è una delle peculiarità più interessanti di Solotareff che ha la capacità - onestà e coraggio di nuovo - di rivolgersi all'infanzia senza pudori, senza false illusioni, senza inutili censure o cautele. Lo racconta lui stesso che ha molto viva nella memoria la sua infanzia ed è da questa - evidentemente - che attinge a piene mani. Ed ha altrettanto chiaro che se nella storia non c'è dramma, quella storia non vale granché. Ed è per questo che quando c'è da parlare di paura, va dritto a punto, 'attraversa il bosco' e quando c'è da parlare di relazioni padri e figli va altrettanto sicuro alla meta. E così via.


Forse, in questo senso, quello con cui condivide più affinità è Alan Mets, non ultima la comune scelta programmatica di popolare le storie con un bestiario variegato che racconti l'umanità.
Con vent'anni di scarto, solo Anaïs Vaugelade sembra guardare a Solotareff con ammirata devozione. In molti sensi.
E noi, in questo siamo con lei.

Carla