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lunedì 13 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUESTA CASA (NON)  È UN ALBERGO

Il mio pazzo amore che brucia
, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Un elenco di cinque cose che sarebbero state più piacevoli che essere innamorato di ADRIAN! 
1. Mettermi nell'occhio delle gocce di tabasco. 
2. Usare come guanti due vespai. 
3. Fare il bagno con un tostapane. 
4. Farmi i buchi nelle orecchie con una perforatrice. 
5. Andare a vivere con un grizzly che ha problemi di aggressività. 
Premetti i palmi uno contro l'altro, intrecciai forte le dita e pregai dio. Dissi che ero disposto a scambiare l'innamoramento per Adrian con uno dei punti della lista." 

Alla soglia dei suoi tredici anni, a meno di due mesi dal campo scuola, a Sigge sta cambiando parecchio la vita. 
Sua madre ha preso la grande decisione di andare a vivere con i suoi tre figli in un appartamento, a debita distanza dal Royal Grand Golden Hotel di Charlotte, ossia dal grande albergo, ossia dall'ampio albergo che sua madre, donna e nonna piuttosto eccentrica, dirige e che attualmente li ospita. 
Sua madre è stata vista armeggiare intorno a Tinder. 
Anche nel cuore di sua nonna ci sono movimenti interessanti quanto insospettati. E anche nella sua casa/albergo sta cambiando parecchio. E forse le due cose sono in qualche misura anche connesse. 
Sua sorella Majken continua a parlare parla e parlare AD ALTISSIMA VOCE,  ma è riuscita a entrare in una squadra di calcio, anzi due. E a diventarne anche la capitana. E a proposito di calcio, lei continua ad avere un'adorazione sconsiderata per suo padre che, da parte sua, pur avendo sfiorato la morte, continua a essere un uomo e soprattutto un genitore quaquaraquà. 
Sua sorella piccola Bobo, al contrario parca di parole, ha deciso, con tutte le ragioni del mondo, di voler chiudere con la terribile scuola materna, ossia con uno dei sorveglianti, che la terrorizza un giorno e l'altro pure. 
L'amicizia con Juno va a gonfie vele e con essa tutti i progetti messi in piedi, di cui il più geniale è l'app per animali solitari. E a questa certezza affettiva si aggiunge una certa qual popolarità in classe, dovuta, almeno al principio, alla sua riconosciuta abilità con la matita in mano. Solo Hugo continua a prenderlo di mira. 
Anche con il pattinaggio - tra lame e roller - le cose sembrano migliorare. Fino al "grande salto", il celebre salto Sigge! 
E poi c'è Adrian. La sua testa si incendia ogni volta che lo vede: quando si incrociano per caso (!), ogni volta che fanno un po' di strada assieme (!), ogni volta che chattano per serate intere (!), ogni volta che, chiacchierandoci, capisce di non essere per lui uno qualunque. 
Questi sono i 58 giorni che lo separano dal campo scuola ad Esterön... 

Si sa, l'estate segna sempre una svolta. Almeno a quell'età. E allora, che estate sarà per questo pugnetto di ragazzini e ragazzine? 
"... casette rosso Falun con spigoli bianchi. Due camere con due letti a castello ciascuna, per un totale di otto posti. Odore di terra e di chiuso. Tappeti fatti al telaio con gli stracci e vecchi pavimenti di legno. Carta da parati giallina che in qualche punto si è staccata. Karl-Johann, Sixten, Adrian e io in una camera. Maja Juno, Bella-Bjö e Miriam nell'altra." 
Non può andar male. 
Il dubbio che mi ha assalito è stato: ma io ho già detto tutto il bene possibile di Jenny Jägerfeld e dei due precedenti romanzi della saga di Sigge, in particolare. Cosa posso aggiungere? E allora mi sono resa conto di aver gioito per Sigge, Adrian e Juno e co. ma non è di questo che vorrei parlare. Lo faranno già tutti gli altri. È nelle pieghe che mi è parso di vedere una cosa cui in precedenza avevo solo accennato: con quanta onestà Jenny Jägerfeld offra a tutti il mondo adulto, drammaticamente vero e fuori dagli stereotipi di comodo: se ne incontrano di grandissimi, di generosi, ma anche di fragili o sgangherati. Li dispone sulla pagina con grazia e cura, dà loro spessore e quindi li offre a chi legge: grande o piccolo che sia. 
Per chiarire, segnalo tre episodi illuminanti. 
Il primo caso è quello di Svedrik (raccontato al quarantaseiesimo giorno dalla partenza), il patrigno di Sigge e padre di Majken e di Bobo. Vede la morte in faccia quando una nocciolina gli si pianta in gola e rischia di soffocarlo. 
Il fatto: è lui stesso a raccontarlo in una patetica videochiamata, lo fulmina "sulla via di Damasco" e gli cambia del tutto (!) lo sguardo sulla propria vita e apparentemente anche su quella dei suoi cari. Da qui: il tatuaggio sulla pelle dei propri figli, li tartassa di sms in cui parla a vanvera di limonate, ma continua a essere un pessimo padre, in fuga dalle responsabilità, in fuga dall'età adulta. 
Una delle più lucide ed esilaranti pagine sul senso dell'essere cattivi genitori che mi sia mai capitato di leggere di recente... 
Il secondo caso riguarda Hannah, la madre dei tre fratelli (raccontato nel ventitreesimo giorno dalla partenza). 
Interno notte, appartamento nuovo di zecca, lievi singhiozzi che si odono dalla cucina al buio. Lì Hannah, con la testa sul tavolo, si chiede che altro possa fare per offrire la giusta e necessaria felicità e pace ai propri figli e nello stesso tempo cercare di garantirsi un briciolo di dignità personale. 
Una delle più lucide e commoventi pagine sul senso dell'essere bravi genitori che mi sia mai capitato di leggere di recente... 
Il terzo e ultimo caso riguarda Charlotte, la nonna dei tre fratelli (raccontato in tre parti: al diciottesimo e al dodicesimo giorno dalla partenza e nell'epilogo). 
Esterno giorno, una cantina, una porta verde che si apre su una parete gialla... 
Una delle più geniali e commoventi pagine sul senso dell'essere bravi genitori, anche a fine carriera, che mi sia capitato di leggere di recente...

Carla

mercoledì 3 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

KLINGE REGALA ALL’UMANITÀ DOMANDE DAVVERO INTRIGANTI 


La follia è quella condizione mentale che si può incontrare in alcune fasi della vita, magari si supera e si torna a una sana normalità, magari invece si conservano alcuni aspetti di quella modalità stramba di guardare le cose e le persone che possono risultare utili. Forse le fasi della vita in cui si è maggiormente disposti ad accettarla di buon grado sono l’adolescenza e la terza età, in modo certamente diverso: nel primo caso, la follia è uno stratagemma che può essere necessario al fine di distanziare un mondo (quello adulto) che non si vuole accettare come approdo inevitabile; nel secondo caso, per rimarcare una presunta superiorità a quello stesso mondo dal quale ci si sente esclusi e rifiutati. 
L’adolescente e l’anziano condividono uno spazio a latere, marginale, rispetto al quale inventano, progettano soluzioni e forme d’essere originali. Il primo rincorre un corpo che vorrebbe adulto e che fatica invece ancora a riconoscere; il secondo quel corpo cerca di superarlo in tutti i modi, cercando di dimenticarne i limiti di forza e di decoro. 


Sono tanti i libri per ragazzi che raccontano della spontanea complicità tra nonni e bambini, più rari sono quelli in cui l’affinità si instaura tra un anziano e un adolescente. Forse perché una relazione di questo tipo prevede la costruzione di una zona di convivenza decisamente più problematica, i due soggetti, infatti, mettono in campo forze ed energie che si sviluppano in direzioni imprevedibili. 
La scrittura allora deve fare leva su alcune qualità come il senso dell’ironia e dell’assurdo, portare all’estremo elementi comuni ma che, esasperati, diventano decisamente interessanti e aiutano a fare luce sulla quotidianità dall’aspetto altrimenti sbiadito. 


Il romanzo di Dita Zipfel, autrice tedesca molto amata in patria, mette in campo una ragazza quasi adolescente e un anziano con qualche rotella fuori posto. La giovane Lucie conosce l’uomo grazie a un suo annuncio in cui cercherebbe un dogsitter. Lucie sta cercando disperatamente di racimolare i soldi che le consentirebbero di andare a Berlino. Questa offerta di lavoro sembra perfetta e quindi si reca a casa dell’uomo per proporsi. Peccato che poi questo cane a cui l’annuncio faceva riferimento in realtà non esista e che l’uomo anziano abbia cercato solo qualcuno disposto a trascrivere le sue ricette. 
Klinge, così si chiama l’uomo, appare da subito una persona fuori dal comune, tratta Lucie in maniera sgarbata, si ostina a chiamarla “ragazzina” e non con il suo nome, perché lei dovrebbe sceglierne un altro e non accontentarsi di quello che i genitori hanno deciso per lei. È convinto che ci sia qualcuno lo stia segretamente seguendo e spiando per rubargli quelle ricette; lui ritiene in realtà pozioni magiche. 


Lucie, dopo un’iniziale perplessità, accetta l’incarico (non fosse altro perché non ha un’alternativa); è certa di trovarsi di fronte una persona che lei deve semplicemente assecondare e accontentare nelle richieste a volte bizzarre. Ma sebbene dimostri di essere una ragazza assolutamente giudiziosa e che procede cercando di comprendere tutto della vita riducendo ogni situazione a uno schema chiaro e inoppugnabile, le follie di Klinge finiscono per coinvolgerla realmente. Così, messa a conoscenza delle proprietà di quello che sembra essere un pomodoro in barattolo, ma che Klinge sostiene trattarsi di un cuore di drago, Lucie deciderà di sottrarlo all’uomo e di utilizzarlo come base per una pozione magica che faccia innamorare di sé il ragazzo più corteggiato della classe. 
Ovviamente le cose prenderanno un’altra piega e di qui in avanti gli eventi ai quali assistiamo hanno dell’assurdo e vengono raccontati in prima persona da Lucie in modo da risultare comunque plausibili e giustificabili. Lucie abita alternativamente il mondo di Klinge fatto di draghi e fenici, di cospirazioni e inseguimenti segreti, e quello della sua famiglia sulla quale si infrange tutta la sua fragilità e rabbia. 
Ha una madre gentile e premurosa che ha però compiuto agli occhi di sua figlia l’errore di unirsi a un uomo insopportabile che non riesce in nessun modo a collimare con il resto della famiglia. C’è poi un fratello che sta crescendo e con il quale Lucie non riesce più a trovare la stessa complicità di un tempo. Rispetto al contesto familiare, quello del folle creatore di pozioni magiche, appare un mondo non solo più divertente, ma sicuramente più facile da accogliere, nonostante conservi margini oscuri e indecifrabili. 
Ed è qui il nocciolo della questione: per capire il mondo cosa occorre in fondo? Un approccio analitico e deduttivo, che è quello di cui Lucie è naturalmente dotata (costruisce facilmente griglie ed elenchi che sintetizzano pregi e difetti di ognuno) e che sicuramente rappresenta un approdo rassicurante; o piuttosto qualcosa che dal reale invece è completamente sganciato e che soprattutto non ha alcuna pretesa di esaurirlo in una descrizione o in precise soluzioni? 


Il mondo di Klinge e quello di Michi, compagno della madre, mieloso, sdolcinato, appiccicoso, falsamente accogliente, sono entrambi agli antipodi di quello al quale Lucie è ancorata. Lei compirà il grande passo di riuscire a guardarli da lontano, godendo dell’eredità di cui ognuno di loro riesce a farle dono, quando ammetterà che possa esserci anche nel secondo un po’ della follia presente nel primo. E dunque quando riconoscerà che esistono le sfumature e non solo i bianchi e neri. È quello che la maggior parte degli adolescenti fatica a vedere. 
Il racconto di questa crescita è affidato a una scrittura sempre molto misurata che fa dell’ironia la sua nota più evidente, supportata non poco dalle felici illustrazioni di Rán Flygenring: bicromatiche, dal forte gusto grafico, anch’esse sintetiche e sicuramente divertenti, non costituiscono solo un rinforzo, ma spesso accolgono parti di testo, come fossero pagine di un diario della protagonista. La scrittura in prima persona e le illustrazioni proposte come disegni della stessa protagonista contribuiscono a conferire a questo romanzo il sapore di una confessione leggera ma mai banale, di una confidenza sincera e in alcuni casi timorosa, come quella di chi fatica a riconoscersi ma non per questo rinuncia a prendersi anche un po’ in giro. 
Una storia che ragazze e ragazzi a partire dai 10 anni troveranno divertente e stimolante. 

Teodosia 

Come la follia mi ha spiegato il mondo, Dita Zipfel, Rán Flygenring, (trad. Claudia Valentini), Rizzoli 2026 


lunedì 20 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A DOMANI!

Via da qui, Tamara Bach (trad. Claudia Valentini) 
Emonsraga 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 
 
"Solo quando mamma bussa allo stipite della porta, Kaija si rende conto di essere rimasta lì a guardare il soffitto per un'eternità. 
'Ehi' le dice mamma. 
Si avvicina al letto, le si siede accanto e le chiede di farsi un po' più in là. 
Poi si sdraia di fianco a lei. 'Hai trovato la cassettiera' dice. 
Annuisce. 
'Tutto ok?' chiede. 
'Mmh' fa Kaija. 
'E tu?' 
'Mmh'. 
Se ne restano sdraiate lì per un po', fuori il brulichio della natura, dentro il loro silenzio. 
Restano lì un altro po'. 
Finché mamma non si tira su e guarda Kaija. 
'A domani' dice. 'A domani' dice Kaija."

Da pochi giorni, con il resto della famiglia - madre, padre e la zia della madre - Kaija è andata ad abitare nella vecchia casa materna. In una cittadina di provincia, dove a lei tutto è estraneo. Nuova scuola, nuove persone intorno, nuovi luoghi, nuovi percorsi e - giocoforza - nuove abitudini. 
Si sta lasciando alle spalle la vita precedente, con un bel po' di nostalgia e un vuoto e silenzio intorno che non si aspettava. I suoi vecchi amici tacciono e la chat - ultimo filo che la lega a loro - si interrompe all'improvviso. 
Ora è davvero sola, ossia gli unici punti di riferimento sono la sua famiglia: una vecchia zia bisbetica e non proprio in salute, un padre affettuoso e spesso ai fornelli, una madre molto occupata che in qualche modo di quel 'ritorno a casa' patisce in silenzio i possibili esiti. 
Questa è la loro storia, o forse sarebbe più giusto dire le loro tre storie, quella di Kaija, quella della madre Ruth e quella della vecchia zia Josepha, che si intrecciano reciprocamente in un continuo andirivieni tra passato, presente e futuro. Tutte e tre le donne di questo romanzo devono fare i conti con le loro scelte e confrontarsi, anche a distanza, con il difficile guado cui l'adolescenza ti sottopone. 

Se si superano le prime venti pagine in cui la protagonista piomba nella sua nuova classe e viene fatta oggetto di scherno da parte di alcuni compagni, e si supera quindi l'idea di avere per le mani l'ennesimo libro, un po' stereotipato, sul bullismo, si atterra in una letteratura di altissima qualità: densa, intelligente, sensibile, sofisticata e sottile, costruita con grande sapienza. 
Le cose che colpiscono sono molteplici. 
Innanzi tutto la scrittura (ed evidentemente anche la felice traduzione), che scorre piacevolmente per 180 pagine, senza mai perdere la sua energia, la sua coerenza: profonda, brillante, ironica, esatta e capace di raccontare anche il dettaglio senza mai diventare pedante. 
Spesso e volentieri si potrebbe pensare di avere davanti una sceneggiatura in cui ogni minimo gesto o movimento dei protagonisti viene descritto, per poi diventare guida per gli attori. L'effetto che ne sortisce è davvero visivo: noi siamo lì, come davanti a un film, e vediamo questa famiglia che si muove principalmente nello spazio della vecchia casa e del giardino: li guardiamo mentre tacciono o mentre si scambiano veloci battute. E, come succede al cinema davanti a un buon film, partecipiamo anche noi  all'azione. 
Ah, come è vero il suggerimento di Saunders: show don't tell! 
Colpisce altrettanto la sapiente costruzione dei personaggi che si approfondisce cammin facendo. 
La metà di ogni buona storia sta in questo: a parte il plot in sé, che sicuramente deve essere ben architettato, risiede nella convincente credibilità dei singoli personaggi. 
Nessuno di quelli che qui compaiono - saranno in tutto una decina tra comprimari e comparse - passa inosservato. 
Di ciascuno si percepisce il carattere, l'indole: le forze e le debolezze, i pregi e i difetti, simpatie e antipatie e su tutto la complicità reciproca, fatta di non detti. Fino all'ultimo rigo il lettore è chiamato in prima persona a capire chi sia veramente Kaija, il suo buffo papà americano, oppure Ruth, sua madre,o la zia Josepha, oppure Emily o sua madre Sina. 
Il plot, in qualche modo è stato già detto, non ha nulla di avventuroso e rocambolesco, pur tuttavia tiene il lettore incollato alle pagine, a seguire le varie e diverse voci che il racconto mette a fuoco di volta in volta, attraversando con noncuranza ben tre generazioni di ragazzine, tenute insieme dalla sola genealogia. 
Ultimo ma non ultimo è il grande e complesso ragionamento su quello che è il senso dell'andarsene via e del tornare, il senso ultimo di ogni essere umano nel riconoscere un luogo e chiamarlo casa. 
E ancora, la ricchezza emotiva di una squadra che si può chiamare famiglia. Magnifiche le tantissime pagine costruite sui sottintesi tra loro, fatte delle loro tacite complicità. 
Attraverso le tre età delle protagoniste, il loro presente, ma anche e soprattutto il loro passato, siamo davanti a un perpetuo movimento in avanti o indietro negli anni. Le loro storie si costruiscono intorno a quello che è la delicatezza e l'intensità della vita quando si è adolescenti: le aspettative, i progetti, le fragilità di vedere legami che si spezzano, e l'insopprimibile bisogno di costruirne altri e nuovi. 
Finalmente un gran bel libro: da non perdere, per nessuna ragione al mondo!

Carla

mercoledì 14 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA CI DICE QUELLA DATA? 


I Watson vanno a Birmingham 1963. Ecco, è tutto qui: una famiglia, i Watson, una città, Birmingham e un anno, il 1963 che, nella storia degli Stati Uniti, richiama alla memoria molti importantissimi eventi. 
È quello della Marcia su Washington e del famoso discorso proclamato da Martin Luther King passato alla storia con I have a dream, nel quale si auspicava un futuro nel quale i neri e i bianchi potessero convivere in pace. La città di Birmingham, nell’Alabama, è stata una di quelle più direttamente coinvolte nella battaglia lunga e sanguinosa per l’affermazione dei diritti civili delle persone nere e in generale per tutte le minoranze etniche. 
La scelta di fornire queste informazioni nel titolo dimostra la volontà di inquadrare già da subito la questione, soprattutto in patria. Nel nostro e negli altri paesi in cui il libro è stato tradotto, invece, un ragazzino di 12 anni circa (che è l’età del lettore al quale si rivolge grosso modo Paul Curtis) non ha molto probabilmente idea di cosa sia accaduto quell’anno oltreoceano; sarebbe infatti interessante confrontare la reazione di un adolescente statunitense con uno europeo di fronte a questo titolo, prima, e a conclusione dell’intera storia, dopo. Cosa raccoglie il primo e cosa invece riesce a cogliere il secondo, lontano non soltanto cronologicamente da quei fatti, ma anche da una cultura che si affaccia solo ora, e in modo del tutto differente, su quei problemi. 
Non è un aspetto secondario questo, perché lo scrittore Christopher Paul Curtis ha deciso che questa storia doveva evidentemente parlare a chi già in parte sapeva, doveva raccontare di una vicenda privata a chi già sarebbe stato in grado di inserirla in un contesto storico che le fornisse una significazione completa. 
La famiglia afroamericana Watson è costituita da genitori, due figli maschi e una bambina più piccola. A narrare è il secondogenito Kenny, ragazzo brillante, tranquillo, spesso deriso dal più grande e tormentato fratello Byron, protagonista di numerosi episodi che preoccupano non poco i genitori. 
La famiglia vive nel freddissimo Michigan, ma la signora Watson è originaria di Birmingham, dove ancora risiede sua madre, che ha fama di essere molto severa. In estate, approfittando delle vacanze scolastiche, tutta la famiglia si mette in viaggio per raggiungere proprio la città in Alabama e affidare alla vecchia signora il tremendo Byron, con la speranza che la lontananza da compagnie che hanno una brutta influenza su di lui, da un lato, e il controllo serrato della nonna, possano riuscire a raddrizzare il suo comportamento. 
Il titolo del libro riporta esattamente quello che la signora Watson scrive sul suo diario di viaggio, su un quaderno dove annota i dettagli di ogni tappa di cui è composto, ognuna scelta con cura meticolosa e non casuale (e anche per questo vale la pena leggere la nota introduttiva che spiega alcune cose che diversamente non si riescono a comprendere). 
La conclusione dell’impresa sarà tutt’altro che felice e al tono spigliato, ironico e spesso anche comico, che caratterizza la narrazione fino a questo punto, si sostituisce uno più cupo, quello di un giovane narratore che cerca di riferire il proprio sentire smarrito di fronte a un episodio drammatico al quale fatica a dare senso. 
I Watson si trovano infatti casualmente coinvolti in un attentato che ha comportato la morte di tante persone, molte delle quali giovanissime. Si tratta di un evento frutto di fantasia, ma che riproduce tanti altri che sono avvenuti in quegli anni nello stato dell'Alabama, e non solo. Le ragioni per cui vale la pena leggere questo romanzo non sono solo da ricercare nel suo presunto e/o reale valore informativo e formativo. Curtis ha nutrito questa storia di vissuti personali, ma è riuscito a costruire un romanzo apprezzabile e godibile riuscendo a evitare la trappola della lusinga sentimentale, anche quando gli eventi potrebbero giustificarla. 
L’episodio drammatico, che connoterebbe il romanzo come storico, si colloca soltanto alla fine, tanto che si stenta a considerarlo come il tema principale intorno al quale ruota l’intera vicenda. Né tantomeno possiamo giudicare il resto della narrazione come una preparazione a quell’evento. Le relazioni tra i componenti della famiglia, le difficoltà a scuola e con i coetanei di ognuno dei ragazzi, le ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, non hanno nulla di incompiuto, nulla che non possa sostenere già interamente il senso della storia. 
D’altro canto, che i protagonisti siano afro-americani, ce lo dice l’immagine di copertina (dell’edizione italiana come di quella statunitense), diversamente il lettore potrebbe tranquillamente ignorare questo aspetto e godersi appieno gli episodi di vita familiare visti dagli occhi del giovane Kerry. Sono soltanto pochi gli indizi disseminati nel corso della storia che, sommati l’uno all’altro, ci permettono di comprendere a quale comunità queste persone appartengano e quali siano le ragioni di alcune particolari scelte. 
L’inizio del romanzo è tra le parti più divertenti e permette di entrare subito in relazione con questi genitori affettuosi, ma dai modi educativi in parte superati e discutibili, e con i tre fratelli che vivono quelle situazioni felici e non, che appartengono a tutti i loro coetanei. 
Il pregio di questo romanzo credo sia soprattutto di aver raccontato uno spaccato di vita americana senza piegare tutta la costruzione narrativa all’esposizione di un contenuto valoriale, e di aver poi composto un quadro non banale di un momento storico difficile per quelle persone che ne sono state direttamente coinvolte. Nella reazione del giovane Kerry c’è tutto il dolore e la difficoltà di accettare le brutture di quei gesti terroristici ed assassini. Ma al contempo non c’è niente di consolatorio e buonista. 

Teodosia

I Watson vanno a Birmingham 1963 di Christopher Paul Curtis,
traduzione di Francesca Matruzzo, 
Edizioni San Paolo 2025 

mercoledì 17 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LAGGIÚ, OVVERO PRENDERE UNA DIREZIONE


“Ogni eroe ha una storia [...] 
Tutti vogliamo vedere un eroe. 
Dargli una pacca sulla spalla, stringergli la mano e dirgli quanto è stato in gamba, quanto gli siamo grati. Vogliamo che sia coraggioso, ma non vogliamo sentire quanto quel coraggio gli è costato. Non vogliamo sapere che sotto tutto quel coraggio c’è la paura, profonda e fredda come il fiume Watauga dopo il primo disgelo di primavera. Non vogliamo sentire la sua storia. O, comunque, non la sua storia vera. Preferiamo raccontare una storia nostra. 
Era così quando i soldati partivano per la guerra e poi tornavano a casa. E fu così anche per Jack.” 

Una storia complessa e parecchio avvincente quella raccontata in prima persona da Danny che ha 13 anni nel 1943 e vive a Foggy Gap. Ci troviamo in una piccola cittadina sul fiume Watauga, al confine coi boschi, nel Nord Carolina. 
Gli Stati Uniti sono nel pieno della seconda guerra mondiale. 
Danny è un adolescente attento che si fa interrogare dagli eventi. 
E gli eventi sono due: la guerra e Jack Bailey. 
La guerra arriva a Danny con la retorica nazionale sull’eroismo nei “campi di battaglia della democrazia”, gli appuntamenti radiofonici con le “chiacchierate al caminetto” di Roosevelt, le prime sussurrate notizie sui lager nazisti. Ma anche con il razionamento dei viveri, l’orto di guerra nel giardino di casa, la raccolta dei metalli per gli armamenti, qualche papà o fratello che si arruola, e qualcuno che già non torna, qualcuno che diserta. 
E poi c’è Jack: il suo migliore ed eroico amico, che però nasconde una storia difficile e una scomparsa misteriosa… compreso l’enigma di un posto chiamato Yonder. 
Il racconto parte da un prologo che apre già a una domanda: che cos’è un eroe? 
Forse quel ragazzo, Jack Bailey, di pochi anni più grande di lui, che quel giorno di qualche anno prima aveva salvato a nuoto le gemelle Coombs dal diluvio che fece esondare il fiume Watauga? L’unico ad avere il coraggio di tuffarsi mentre tutti gli altri del paese restavano immobili? Quel giorno, ci dice Danny, “tutti eravamo d’accordo sul fatto principale: Jack Bailey era un eroe. Nessuno però si soffermò a riflettere su cosa fossimo noi.”
La paura e il coraggio. 
Possiamo dire che è tutta qui la questione nella quale, insieme a Danny, ci imbattiamo attraversando questa storia, che comincia un venerdì di giugno del 1943, e comincia con la misteriosa scomparsa di Jack Bailey. A partire da quel venerdì, Danny cercherà di risolvere quel mistero e in sette giorni porterà avanti una vera e propria investigazione da detective story. 
Ma lasciamo momentaneamente da parte la trama per soffermarci sulla struttura del racconto. 
C’è un prologo in cui Danny ci parla da un tempo presente, quando tutto è già accaduto da un pezzo, poi ci sono i capitoli che narrano i giorni alla ricerca di Jack (da quel venerdì al successivo giovedì del giugno ‘43), e poi ci sono i capitoli -stampati su carta grigia - che intervallano i precedenti, e che raccontano singoli fatti pregressi. Una struttura narrativa ben studiata, costruita su diverse linee temporali che si richiamano e si collegano agganciandosi l’una con l’altra con precisi richiami (al modico prezzo di un leggero stordimento temporale per chi legge). 
Grazie a questo intreccio dei tempi del racconto accadono contemporaneamente due cose. 
La prima: chi legge ha modo di conoscere fatti e antefatti della vicenda narrata procedendo con informazioni aggiuntive che i continui flashback forniscono di volta in volta. 
La seconda: con questo flusso di pensieri e di eventi, con questo andare costantemente tra prima e ora, Danny pare proprio impegnato a stendere ponti tra due sponde che improvvisamente si aprono sotto i suoi piedi, due rive che sembrano allontanarsi sempre più: l’infanzia (prima) e l’adolescenza (l’ora). Grazie a questo andirivieni, Danny può mettere insieme i pezzi di una nuova consapevolezza come se quei flashback fornissero anche a lui delle informazioni aggiuntive su se stesso e sul mondo. Un fitto lavoro interiore che, sulle tracce dell’eroe scomparso, lo porta a cercare risposte a domande che non si era mai posto prima, a fare i conti con la propria paura, con la lealtà, con le violenze nascoste, con le apparenze, coi pregiudizi. Danny scopre che la guerra è dovunque, sui campi di battaglia, ma anche nel suo Paese (Foggy Gap come gli Stati Uniti d’America) ancora invischiato nella segregazione razziale, nella paura che diventa complicità di chi sa e non dice, nella prepotenza dei potenti. O semplicemente nell’indifferenza condivisa, come quel giorno delle gemelle Coombs e del diluvio che se le stava portando via. 
E così Danny, che già conosceva la paura, scoprirà il (suo) coraggio. 
Qualche passaggio didascalico di tanto in tanto (soprattutto nel finale) non toglierà il piacere della lettura di questa storia ben raccontata, con un adolescente attento che abbandona l’infanzia aprendo gli occhi sul mondo. 
Ma Yonder? A Danny gliene aveva parlato Jack, e a Jack lo raccontava spesso sua madre. 
Yonder – raccontava – è “una città perfetta […]. Dove non hanno mai neppure sentito parlare della guerra. Con una tavolata che si stende sulla via principale, così lunga che non riesci a vedere da un capo all’altro. Tutti mangiano insieme. Nelle notti fredde accendono fuochi e la città intera si siede al tavolo a cantare canzoni e raccontare storie. E quando fa caldo, dormono tutti su amache tirate fra gli alberi”. Yonder, in inglese, “laggiù”. Una direzione, un’indicazione verso un luogo dove non siamo ancora, una lunga tavolata ancora da imbandire. 

Patrizia 

 “Yonder. Per sognare un mondo senza guerra”, Ali Standish, trad. di Anna Carbone, Mondadori 2025 


mercoledì 11 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CORPO - FORMA – NORMA 

Lorenzo Ghetti arriva al terzo volume di un ragionamento sviluppato a fumetti cominciato nel 2018 con “Dove non sei tu”, poi con “In alto abbastanza” (2021) e ora con “La forma che mi hai dato”. Tutti usciti per Coconino Press. Un ragionamento, si diceva, che sposta le questioni dell’oggi in un tempo futuro e in un contesto fantascientifico dove, attraverso storie agite da giovani protagonisti, Lorenzo Ghetti mette in scena le dinamiche e i temi della costruzione delle identità individuali e collettive. 
Una sorta di trilogia, dunque, che tiene al cento l’adolescenza, le relazioni, gli affetti, i desideri, i corpi, l’immagine di sé, le costruzioni sociali, la tecnologia, l’idea di futuro. 


L’Isola, in cui ci porta con quest’ultimo racconto, è divisa in due parti separate e in tutto e per tutto diverse: c’è un fuori e c’è un dentro. Tra loro c’è un confine che non deve essere attraversato. 
Fuori vivono gli Esploratori, il loro spazio è aperto, connotato da una specie di super esposizione alla luce, i colori sono caldi e accesi e vanno dal giallo all’arancio al rosso. Uno spazio brulicante di corpi celati, quasi del tutto coperti da stole, veli e stracci. Dentro vivono gli Esemplari, in una torre alta e algida: le loro vite sono regolate da una ferrea e gerarchica disciplina, comunicano tra loro in maniera funzionale. Il loro spazio è chiuso, colorato con colori freddi che vanno dal blu al verde. Gli Esemplari indossano tute aderenti che evidenziano la forma dei corpi, perfetti nella loro “normalità”. 


Al centro della storia, al centro esatto del libro, scopriamo il Motore, un nucleo centrale che dà forma all’intero sistema sociale come ai singoli abitanti dell’Isola: un nucleo piatto, tondo, bianco, perfettamente vuoto, uno spazio che si legge per sottrazione in una doppia pagina densa di cavi, elettrodi e varia tecnologia. Quando i primi coloni arrivarono sull’Isola erano un unico equipaggio e furono gli Esploratori ad allontanarsi per primi dal Motore. I loro corpi mutarono a contatto col nuovo ambiente. Da quel momento l’esigenza primaria, per gli uni come per gli altri, sarà quella di preservare la normalità originaria. Gli Esploratori lavoreranno al servizio degli Esemplari per nutrirli e difenderli da eventuali e fantomatici attacchi esterni all’Isola. Gli Esemplari vigileranno sulla propria normalità tenendosi alla larga dal contatto con l’esterno. Un rito ciclicamente ripetuto, la “cerimonia del corpo”, servirà a rinsaldare il legame con la forma originaria dei corpi esemplari, quelli giusti. Nessun dubbio, nessun interrogativo, nessuna eccezione sarà ammessa. Nessuna rivolta. Nessun affetto dovrà mettere in discussione lo status quo. Ciascuno al suo posto, ciascuno schiavo della perfetta normalità, posseduta o anelata. 
Il passato, l’origine, diventerà l’unico motore del futuro. 


Ma… 
È davvero possibile vivere perché nulla cambi? Cosa è normale e cosa non lo è? Chi è il nemico e di chi lo è? Cosa fa di uno schiavo, uno schiavo e di un padrone, un padrone? Esiste una purezza contrapposta alla contaminazione? Cos’è che tiene insieme una società? E cosa tiene insieme un’identità? Le storie di Lorenzo Ghetti sono sempre generative di domande alle quali fortunatamente l’autore non dà risposte univoche. Ci pensa la storia stessa ad esplorare eventi e conseguenze. In questa storia arriveranno due personaggi: Mari, una Esemplare che tempo prima aveva deciso di abbandonare l’Isola e Figura, la cui forma non assomiglia a quella di nessuno, o meglio, può somigliare a quella di tutti perché può diventare come chiunque voglia che lui/lei sia. 


Mari è colorata in scala di Grigi. Figura è dello lo stesso bianco del Motore. Sono loro i personaggi che ci portano nella parte più enigmatica e ricca della storia: Mari ha cercato il coraggio di andare a guardare oltre l’Isola al di là delle forme date e conosciute; Figura non ha una forma propria ed è la capacità di totale contaminazione, il vuoto che può trasformarsi in ogni pieno. La forza del coraggio e la forza della trasformazione saranno deflagranti ed apriranno alla possibilità di un nuovo futuro: una nuova “coppia originaria”, se così possiamo dire, attraverserà un mare giallo e si inoltrerà fuori dalla pagina, nel mondo sconosciuto. 
Insomma una storia ricca di una complessità che trova corrispondenze nei contenuti come nella forma grafica: la scelta dei colori che identificano i personaggi e i contesti, la ripartizione delle vignette che crea un ritmo ogni volta diverso anche nel senso di lettura. Particolarmente interessante è il ragionamento grafico sulle forme geometriche: il cerchio che già appare in copertina ritagliato nella sovracoperta è inscritto sia in un quadrato che in un poligono. Anche la successione dei capitoli è segnata da forme geometriche inscritte in un cerchio: per il primo capitolo vi è solo una retta, per il secondo le rette diventano due incidentali, al terzo si chiuderanno in un triangolo e via via fino a costruire, capitolo dopo capitolo, un poligono con un numero sempre maggiore di lati… che nell’ultimo capitolo disegneranno un cerchio. Pure al centro del petto di Figura c’è un cerchio, vuoto, che con l’andare della storia, con l’avvicendarsi degli eventi sarà segnato, ogni volta di più, da rette che ne disegneranno spicchi. 
Trasformazione, conflitto, complessità, alterità, futuro. 


Una storia che scandaglia, su diversi piani, la costruzione dell’identità individuale e collettiva, il ciclo innovativo delle nuove generazioni e il conflitto che ne deriva, la potenza della ricerca interiore e della sperimentazione. Il tutto in uno scenario distopico, a cui Lorenzo Ghetti ci ha abituato già nei due titoli precedenti, caratterizzato da un segno grafico arrotondato che riesce a tratteggiare personaggi e ambienti familiari eppur futuristici. 
La ricchezza delle metafore, la molteplicità dei punti di vista, lo spessore dei profili individuali, la contrapposizione -niente affatto semplificata- tra individualità e normatività, la costruzione grafica del racconto che incastra vignette che zoomano e vignette che allargano lo sguardo con grande libertà nell’ingombro della pagina, l’originale utilizzo dei balloon, sono gli aspetti che, insieme agli altri che la sensibilità di chi leggerà potrà ritrovare, rendono questa graphic novel molto interessante e adatta alla lettura e alla riflessione di lettori e lettrici a partire dai 14 anni. 

 Patrizia 

 “La forma che mi hai dato”, Lorenzo Ghetti, Coconino Press - Fandango 2025 


mercoledì 16 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DEL BENE E DEL MALE 


Martyn, narratore e protagonista di questa storia, ha un cognome che già prima di nascere lo condanna a una vita difficile: si chiama Pig, Martyn Pig ...e vorrei vedere voi! 
Ma al cognome si è ormai abituato, come a tutti i conseguenti sfottò: le risate, i grugniti, gli appellativi (porco, maiale, faccia di lardo, mangia letame…). Pure al resto della sua vita si è abituato: a un quartiere squallido, a una città grigia dove si trascinano esistenze deprivate, alla solitudine, ai cieli grigi, a una madre che se n’è andata già da tempo e a un padre alcolizzato molesto e violento. 
Una esistenza data per scontata, come se in alcun modo sarebbe potuta essere diversa, uno sguardo così lucido da rasentare l’ironia. 
Martyn ha (quasi) 14 anni e ci racconta la sua storia a ritroso, quando tutto è già successo, un anno prima, la settimana che precedeva il Natale: da un mercoledì al mercoledì successivo. 
Tutto è già successo, dunque, e questo "tutto" sta per "tanto", anzi "troppo".  Come sempre, Kevin Brooks ci porta sull’orlo di un baratro dove cerchiamo di restare in equilibrio mentre lui ci scazzotta ben bene all’altezza dello stomaco per vedere quanto siamo disposti ad abitare tra le pagine di periferie aride e adolescenze dolenti, dove se vuoi capirci qualcosa, se vuoi sopravvivere, devi rinegoziare a ogni passo, in ogni pagina, cosa è giusto e cosa non lo è. 
Grigio è il colore di questo racconto, neanche il sangue di chi è morto riesce a colorare la storia, solo grigio, lo stesso grigio delle strade, dei volti anonimi dei vicini, dei passanti, dei negozi. Giusto per dare un’idea provo qui a riportare gli aggettivi con cui Martyn, nello spazio di sei pagine, descrive cose e persone mentre fa un giro in città per recarsi al TuttoSottoCosto: spaventoso, collassato, scheletrico, sgradevole, irritante, orribile, insopportabile, appiccicoso, paralizzante, estraneo, sgraziato, discordante, untuoso, folle, freddo, umido, fradicio, sbronzo, strappato, imbrattato, biancastro
E certamente me ne è sfuggito qualcuno. 
In un paesaggio di tal fatta, umano e urbano, interno ed esterno a Martyn, accade quello che non doveva accadere: nella giornata di quel mercoledì di un anno prima, per evitare l’ira del padre strafatto di alcool come sempre e come sempre violento, Martyn cerca di schivare l’aggressione - una spinta per difendersi - la caduta - la testa sulla pietra del camino. Il padre muore già nel primo capitolo e mi permetto qui di raccontarlo perché è nei capitoli, dunque nei sette giorni, successivi che tutta la storia accade. 
E quello che accadrà sarà determinato da due elementi: la passione per i romanzi noir e polizieschi di Raymond Chandler e Arthur Conan Doyle, e l’amicizia con Alex, la giovane vicina di casa che diventerà coprotagonista degli eventi. Ispirato da Philip Marlowe e da Sherlock Holmes e motivato dall’innamoramento per la bella Alex, Martyn costruirà la sua strategia e il tentativo di riscatto da una situazione senza uscita. “Le cose non succedono così e basta, ci sono delle ragioni. E le ragioni hanno le loro ragioni. E le ragioni delle ragioni hanno una ragione. E poi le cose che succedono fanno succedere altre cose, diventano delle ragioni a loro volta. Niente va dritto per la sua strada, non è mai così semplice.” 
Dentro un determinismo schiacciante Martyn cercherà di inserirsi tra gli eventi costruendo un cinico meccanismo di precisione senza mai svelare in anticipo il suo piano a chi legge. 
Un racconto in prima persona che si sposta dal passato al presente e viceversa, fatto dialoghi in presa diretta che si mischiano a ricordi di infanzia; e mentre si legge si è presi da un flusso continuo di racconto e ci pare di assistere alla scena come se accadesse in quel momento sotto i nostri occhi, poi ogni tanto Martyn si rivolge direttamente a noi, allora ci si ricorda che non si è testimoni di qualcosa che accade nel presente ma che è tutto, tanto, troppo, già accaduto. È solo nell’Epilogo che riusciamo a tornare stabilmente in noi, nel presente di lettori e lettrici chiamati in causa dal narratore. 
Una scrittura magistrale. Un giallo, una detective story, un romanzo sociale, un romanzo di formazione dove ogni svolta del racconto è inaspettata e quello che ti aspetti ti prende allo stomaco: tra illusione e disillusione, ingenuità e strategia, Kevin Brooks ti porta fino all’ultima pagina dove tutto si riapre in un giudizio impossibile, dove bene e male, amicizia e tradimento si ridisegnano come non potevi immaginarti. Ogni adolescenza è impegnata a ridiscutere e ridefinire il bene e il male, a contestarne i luoghi comuni per ricostruirne il senso individuale e collettivo. Questa storia apre uno spazio ampio ed estremo capace di accogliere domande e riflessioni fuori da ogni risposta preconfezionata. 
Per lettori e lettrici con stomaci forti e con una quindicina di anni alle spalle. 

Patrizia 

Noterella al margine. La copertina è disegnata Truly Design, un collettivo di artisti torinesi che con una palette ridottissima di colori e con un disegno super geometrico riescono a dare profondità e movimento alla scena. Una pur veloce ricerca in rete mostra la loro capacità di ridisegnare gli spazi creando volumi e profondità illusorie e pur credibili. Il nostro Martyn si è forse imbattuto in uno dei loro murales? 

 “Martyn Pig”, Kevin Brooks, trad. Benedetta Reale, Giralangolo 2025 

 

mercoledì 26 marzo 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FLUTTUARE NELLO SPAZIO PRIMA DI CADERE
 

“Be’, su di me si sbaglia. Mi fissi pure quanto le pare, ma non riuscirà a guardarmi dentro, perché lì non c’è niente. Il fatto che Alice fosse fuori di testa era sotto gli occhi di tutti. Non voglio parlare male di lei, ma è così. Io, invece, ho avuto solo una brutta giornata e ora tutti me la fanno pagare:” 

Jeff, quindici anni, è il protagonista di questa storia che si svolge nell’arco di quarantacinque giorni, periodo durante il quale è previsto che lui rimanga in una clinica psichiatrica come conseguenza di un tentativo di suicidio, compiuto la notte di Capodanno senza un apparente motivo e fallito grazie al tempestivo intervento dei suoi genitori. 
La sua è una famiglia composta da due genitori che lo amano e da una sorella più piccola con la quale ha un rapporto che potrebbe definirsi normale. 
Il ricovero in psichiatria è stato disposto per supportarlo farmacologicamente e per chiarire a lui e ai suoi parenti come procedere per evitare recidive. 
Di che cosa si parli in questo romanzo è chiaro sin dal titolo, il tentativo di togliersi la vita non rappresenta la conclusione di una vicenda, ma è il suo innesco narrativo. Immediatamente immerso nei pensieri del ragazzo, il lettore incontra subito quegli elementi che dimostrano come non si tratti di una storia semplice, come la posta in gioco non sia bassa e come le questioni che verranno affrontate sono tutt’altro che banali. È della vita che si ragiona, della scelta inaccettabile compiuta da un quindicenne. Ma prima che si arrivi a comprendere cosa abbia potuto scatenare questa volontà funesta occorre che si proceda nella lettura, che si conosca la vita di Jeff, che si accetti che anche un ragazzo che all’apparenza conduce una vita normale, possa maturare tali propositi. Non sarà facile arrivare a capire, dal momento che lo stesso protagonista compie opera di depistaggio. Nel tentativo condotto lungo tutta la narrazione, la sua voce è quella di chi cerca di convincere gli altri e il lettore che quello che ha compiuto è stato sì, un gesto irresponsabile e altamente rischioso, ma che non è il caso di insistere, lui non ha niente a che spartire con quegli altri che come lui sono costretti a sostare in reparto e nulla da dover riferire a medici e infermieri che si ostinano a rivolgersi a lui con atteggiamento premuroso. 
Lo scontro aperto è soprattutto con lo psichiatra che lui, disprezzando, chiama dott. Tanto Pus e verso il quale dimostra una chiusura completa: le sedute sono tutti tentativi del medico di avvicinare la parte più profonda dei pensieri del ragazzo, per riuscire a far emergere quelle criticità che lui si ostina a non vedere e a insabbiare, tentativi ai quali Jeff risponde in modo sprezzante e descrivendo al lettore una figura di medico patetico e inadeguato. 
Non mancano nella storia momenti di ironia e sarcasmo, come non mancano momenti di grande tenerezza, soprattutto nella descrizione di uno dei personaggi più complessi e affascinanti, Sadie, ragazza dall’atteggiamento duro, legata a un destino ineluttabile. Sarà l’amicizia che lo lega a lei, così come la grande sensibilità che Jeff dimostrerà di avere nei confronti della piccola Martha, che pian piano lo ricondurranno a una dimensione di realtà, a fargli abbandonare la posizione ostile e rabbiosa e a condurlo verso un’apertura progressiva. 
Ma come in molti casi accade, l’elemento che scompagina realmente le carte, che conduce appunto alla riscrittura della vita come recita il sottotitolo, e a scontrarsi con un’evidenza che non si può più negare, arriva da dove non ci aspetteremmo. Le sedute di psicoterapia individuale e di gruppo, la ritrovata vicinanza emotiva e affettiva con alcuni degli ospiti del reparto, prepareranno il terreno a quella deflagrazione che avverrà a opera di un altro ragazzo, Rankin, che, come una meteora, sosta in reparto solo per pochi giorni, tempo sufficiente però a determinare il contatto di Jeff con quella parte di sé che ancora non ha trovato piena legittimità. 
La grande questione al centro di questo racconto viene proposta compiendo una scelta di prospettiva molto precisa. La frizione tra individuo alla ricerca del proprio posto nel mondo, da una parte, e schemi sociali consolidati dall’altra, si potrebbe raccontare mettendo in campo entrambi gli attori. Invece Michael Thomas Ford sceglie: 
a) una narrazione in prima persona che consente al lettore di arrivare al nocciolo della questione nel momento in cui ci arriva lo stesso protagonista 
b) esclude di fatto, se non in un breve riferimento nel finale, il problema delle difficoltà che si possono incontrare in un mondo che deve ancora crescere e che, rispetto alle grandi prove di coraggio compiute dagli individui, stenta ad evolversi. Come a dire che questo poi rappresenta il passo successivo, ma che la grande battaglia va prima compiuta sul fronte interno. 
L’inizio del romanzo, la sospensione tra la vita e la morte, alla luce di quanto poi emerge alla fine della storia, assume un significato diverso. Non sono stati i genitori e il personale sanitario a riportare Jeff sulla Terra, ma è stato il suo lento e indubbiamente doloroso percorso di crescita a riportarlo in vita. Prendere atto di quello che si è e di quello che si desidera è il primo passo verso una vita che non dovrebbe avere le caratteristiche di un limbo, ma di un territorio da esplorare in tutti i suoi aspetti, luminosi e bui. 
Quello stesso limbo che in qualche modo può essere accostato all’infanzia, se non addirittura al momento in cui esistiamo accolti nel grembo materno. Nascere è respirare un’aria putrida, ma è anche aprire i polmoni a nuovi odori e sensazioni. 
Per le situazioni raccontate consiglierei la lettura del romanzo a lettori di almeno 14 anni.  

Teodosia 

"Suicide notes. A volte serve riscrivere la propria storia" di Michael Thomas Ford, traduzione di Loredana Baldinucci, Rizzoli 2025 

mercoledì 9 ottobre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

NUOVI LIBRI NUOVE PAROLE NUOVI SPAZI 

Come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Come si fa a pensare fuori dagli schemi appresi, fuori dalla cultura che determina il nostro ragionamento senza che sia quasi possibile accorgersi della sua presenza? È una questione nevralgica quella che si pone, poiché è destino di ogni infanzia quella di essere intrisa, ancor prima che educata, di assorbire, ancor prima che imparare. 


Uno degli albi in cui è possibile sperimentare la forza della mentalità che ci permea è Aleph, della grafica Janik Coat. Come suggerisce il titolo, siamo di fronte a un abbecedario, una elencazione degli elementi basilari di un contesto conosciuto e condiviso: a partire dal cerchio per passare ad altre forme geometriche, le tavole quadrate si dispongono una dopo l’altra, pezzettini ancora sospesi, disancorati uno dall’altro, blocchi di un gioco nuovo che ancora non è stato sufficientemente sperimentato per sviluppare un senso. 


Aleph mi è rimasto impresso fin dalla sua prima apparizione per l’esperienza cognitiva che offre al lettore adulto: nello sbigottimento di non saper riconoscere immediatamente, in una narrazione sequenziale, un ordine culturalmente codificato, e non potendone applicare uno già rodato altrove, lo smarrimento si amplifica. Non è infatti confermatorio, l’alfabeto di immagini proposto, fatto per persone che conoscono già la lingua e le parole, quanto piuttosto una giustapposizione di forme e oggetti apparentemente casuale o forse piuttosto riferita, nel suo dispiegarsi, a un ordine più grande che ancora non si è completamente manifestato e di cui noi non siamo a conoscenza. 


Le aspettative narrative, quel senso di percorrere una strada già un po’ vista, di sapere insomma dove si sta andando presenta, ahimè, lo svantaggio di ottundere l’atteggiamento esplorativo e di rendere un po’ ciechi. Cosa c’entra il cerchio con il triangolo, i quadrati coi pallini? Un rombo e un albero?! E perché dopo un bacio viene un girasole?!? 





Per un occhio adulto, la sperimentazione reiterata della sorpresa è, a lungo andare, disorientante. Forse si trasformerà in un senso di fastidio, quasi un’irritazione. È un’emozione da gustare con coraggio, senza posare il libro da parte: superato questo scoglio, si potrà provare a stare, di fronte alle immagini, come forse un bambino sta davanti al mondo, e intendo: con lo sguardo libero da connessioni, registrando le cose per le cose, senza smarrirsi nella loro evidenza casuale, svincolati da un prima e da un dopo, da simbologie, dall’approvazione di chi sta intorno. Poi, e qui sta la vera forza di questo albo, sarà possibile apprezzare l’allentamento della tensione e il piacere che danno invece il riconoscimento, la prevedibilità, la disposizione consueta delle cose per come ce le aspettiamo.
 



In cima al gesto di girare la pagina sta la portata esatta del vuoto che precede la comprensione, e si può per contro prendere la misura di quanto coraggio serva per estendere la mano nell’abisso a raccogliere un significato non già sperimentato. Soprattutto, in Aleph è possibile capire che dietro alla boccata di ossigeno del riconoscere sta, ben nascosta, la minaccia di non saperci più togliere dai confini consueti ed asfittici, quasi tossici, della realtà per come l’abbiamo assorbita quando (ancora) non potevamo opporci. 
Per questo torno a dire: come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Perché succede nell’infanzia, il primo chiudersi. È nell’infanzia e attorno a essa che i modelli hanno più potere: calano attorno all’identità per sostenerla, ma si trasformano presto in cortine difficili da individuare e oltrepassare. Gli schemi appresi ci pervadono, inquinano lo sguardo, corrompono la percezione di quello che sta intorno. Talvolta sfocano persino la percezione della persona che siamo. Questo è anche ciò che accade negli strepitosi racconti di formazione Fenicotteri in orbita, una serie di gemme taglienti la cui ripubblicazione e diffusione sarebbe assolutamente necessaria, di questi tempi. I racconti di Fenicotteri in orbita funzionano esattamente come le immagini di Aleph, per giustapposizioni e abbinamenti che stordiscono perché disattendono le aspettative e i codici di una rappresentazione dell’infanzia cauta, pigra, a volte persino compiaciuta. Essi contribuiscono alla restituzione di un’interezza di visione impossibile da maturare se non opportunamente alfabetizzata.


Philip Ridley è stato a buon titolo paragonato a Roald Dahl, e in effetti la sua visione d’infanzia si presenta del tutto priva di sconti e buonismi: rifiuta nettamente con empatia cristallina l’idea del bambino buono come quella altrettanto grossolana del bambino cattivo, ribalta con cognizione di causa l’idea di innocenza, fornisce una versione dolente e piena di contraddizione dell’animo umano, che esiste in nuce, udite udite, già da nei cuccioli della nostra specie, 


Ridley è uno di quegli autori che sembrano non aver dimenticato. Con uno sguardo fulminante e una forma mai banale, Ridley riscrive con autorevolezza e compassione la grammatica e la portata dell’idea d’infanzia, rappresentandola come territorio vergine tanto connesso con l’universo e l’immensità quanto progressivamente invaso dal contesto socio-culturale.


 

I racconti sono ambientati perlopiù in contesti disagiati, miseri e violenti, in cui con facilità è individuabile il braccio di ferro tra la voce interna della persona piccola e tutto ciò che gli ruota attorno, una tenzone che coinvolge grandi e piccoli, incessante e indispensabile poiché dalla sua riuscita dipende tutta la sopravvivenza. 


In questi racconti vengono descritti sentimenti che non siamo abituati ad ammettere nel cerchio delle cose nominabili: menzogne dette con la leggerezza di cui solo chi non sa cosa sta facendo è capace, misfatti compiuti in virtù della propria ignoranza, colpe terribili agite per innocenza, in piena innocenza, errori a cui si va incontro in piena coscienza, solo per salvarsi…
 

Con feroce lucidità, Ridley mette sulla pagina una complessità raramente attribuita a bambini e adolescenti; lavora per loro e per noi a realizzazioni impensabili in solitudine, rendendo praticabili territori ridotti al silenzio, in cui altrimenti non ci saremmo inoltrati mai. Fa insomma quello che a sentire certi filosofi dovrebbe fare l’abisso quando lo si guarda fisso, che più ci sporgiamo per intravedere il fondo, più il fondo ci viene incontro.


Bontà e innocenza ci esplodono tra le mani e nella deflagrazione si dissolve quel velo che abbiamo innalzato a nostro vantaggio, per proteggerci forse dal ricordo di quei sentimenti terribili e quelle violenze sottili a cui nell’infanzia si è irrimediabilmente esposti, senza difese e che senza difesa vengono assorbiti e assimilati e perpetuati, come fossero un preciso veleno costitutivo impossibile da evitare.


Innocenza e sensibilità hanno la tendenza a disporsi nel nostro immaginario appiattite prepotentemente al positivo, riducendo spesso i principali portatori di queste caratteristiche – i bambini e le bambine e i ragazzini e le ragazzine – a macchiette in pieno sole, di cui così è difficilmente possibile intravedere la profondità. Concepire per loro l’ombra, la sfumatura, comporta la presa d’atto di territori inesplorati in cui è invece salvifico entrare per dare la possibilità alle persone piccole – ma anche a quelle grandi - di poter essere viste interamente. 


Nulla di più grande e difficile può esservi, se non l’attenzione, lo sguardo veramente aperto, capace di registrare, affiancate, la bellezza e l’orrore, l’innocenza e la colpa. Nulla apre territori nuovi più che il coraggio di affondare la mano nell’ignoto, senza tregua, per recuperare, dal silenzio, ogni ultima parola che serve, per raccontare tutta intera, la persona. 

Giorgia

Noterella al margine. Philip Ridley ha girato anche un film. Si intitola Riflessi sulla pelle e dispiega a piene mani la poetica di questo scrittore. Non vi resta che guardarlo, se ne avete il coraggio…




“Aleph”, J. Coat, Gallucci 2018 
“Fenicotteri in orbita”, P. Ridley, (trad. di A. Ragusa), Salani 2009 
“Riflessi sulla pelle”, scritto e diretto da P. Ridley 1990