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mercoledì 9 ottobre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

NUOVI LIBRI NUOVE PAROLE NUOVI SPAZI 

Come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Come si fa a pensare fuori dagli schemi appresi, fuori dalla cultura che determina il nostro ragionamento senza che sia quasi possibile accorgersi della sua presenza? È una questione nevralgica quella che si pone, poiché è destino di ogni infanzia quella di essere intrisa, ancor prima che educata, di assorbire, ancor prima che imparare. 


Uno degli albi in cui è possibile sperimentare la forza della mentalità che ci permea è Aleph, della grafica Janik Coat. Come suggerisce il titolo, siamo di fronte a un abbecedario, una elencazione degli elementi basilari di un contesto conosciuto e condiviso: a partire dal cerchio per passare ad altre forme geometriche, le tavole quadrate si dispongono una dopo l’altra, pezzettini ancora sospesi, disancorati uno dall’altro, blocchi di un gioco nuovo che ancora non è stato sufficientemente sperimentato per sviluppare un senso. 


Aleph mi è rimasto impresso fin dalla sua prima apparizione per l’esperienza cognitiva che offre al lettore adulto: nello sbigottimento di non saper riconoscere immediatamente, in una narrazione sequenziale, un ordine culturalmente codificato, e non potendone applicare uno già rodato altrove, lo smarrimento si amplifica. Non è infatti confermatorio, l’alfabeto di immagini proposto, fatto per persone che conoscono già la lingua e le parole, quanto piuttosto una giustapposizione di forme e oggetti apparentemente casuale o forse piuttosto riferita, nel suo dispiegarsi, a un ordine più grande che ancora non si è completamente manifestato e di cui noi non siamo a conoscenza. 


Le aspettative narrative, quel senso di percorrere una strada già un po’ vista, di sapere insomma dove si sta andando presenta, ahimè, lo svantaggio di ottundere l’atteggiamento esplorativo e di rendere un po’ ciechi. Cosa c’entra il cerchio con il triangolo, i quadrati coi pallini? Un rombo e un albero?! E perché dopo un bacio viene un girasole?!? 





Per un occhio adulto, la sperimentazione reiterata della sorpresa è, a lungo andare, disorientante. Forse si trasformerà in un senso di fastidio, quasi un’irritazione. È un’emozione da gustare con coraggio, senza posare il libro da parte: superato questo scoglio, si potrà provare a stare, di fronte alle immagini, come forse un bambino sta davanti al mondo, e intendo: con lo sguardo libero da connessioni, registrando le cose per le cose, senza smarrirsi nella loro evidenza casuale, svincolati da un prima e da un dopo, da simbologie, dall’approvazione di chi sta intorno. Poi, e qui sta la vera forza di questo albo, sarà possibile apprezzare l’allentamento della tensione e il piacere che danno invece il riconoscimento, la prevedibilità, la disposizione consueta delle cose per come ce le aspettiamo.
 



In cima al gesto di girare la pagina sta la portata esatta del vuoto che precede la comprensione, e si può per contro prendere la misura di quanto coraggio serva per estendere la mano nell’abisso a raccogliere un significato non già sperimentato. Soprattutto, in Aleph è possibile capire che dietro alla boccata di ossigeno del riconoscere sta, ben nascosta, la minaccia di non saperci più togliere dai confini consueti ed asfittici, quasi tossici, della realtà per come l’abbiamo assorbita quando (ancora) non potevamo opporci. 
Per questo torno a dire: come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Perché succede nell’infanzia, il primo chiudersi. È nell’infanzia e attorno a essa che i modelli hanno più potere: calano attorno all’identità per sostenerla, ma si trasformano presto in cortine difficili da individuare e oltrepassare. Gli schemi appresi ci pervadono, inquinano lo sguardo, corrompono la percezione di quello che sta intorno. Talvolta sfocano persino la percezione della persona che siamo. Questo è anche ciò che accade negli strepitosi racconti di formazione Fenicotteri in orbita, una serie di gemme taglienti la cui ripubblicazione e diffusione sarebbe assolutamente necessaria, di questi tempi. I racconti di Fenicotteri in orbita funzionano esattamente come le immagini di Aleph, per giustapposizioni e abbinamenti che stordiscono perché disattendono le aspettative e i codici di una rappresentazione dell’infanzia cauta, pigra, a volte persino compiaciuta. Essi contribuiscono alla restituzione di un’interezza di visione impossibile da maturare se non opportunamente alfabetizzata.


Philip Ridley è stato a buon titolo paragonato a Roald Dahl, e in effetti la sua visione d’infanzia si presenta del tutto priva di sconti e buonismi: rifiuta nettamente con empatia cristallina l’idea del bambino buono come quella altrettanto grossolana del bambino cattivo, ribalta con cognizione di causa l’idea di innocenza, fornisce una versione dolente e piena di contraddizione dell’animo umano, che esiste in nuce, udite udite, già da nei cuccioli della nostra specie, 


Ridley è uno di quegli autori che sembrano non aver dimenticato. Con uno sguardo fulminante e una forma mai banale, Ridley riscrive con autorevolezza e compassione la grammatica e la portata dell’idea d’infanzia, rappresentandola come territorio vergine tanto connesso con l’universo e l’immensità quanto progressivamente invaso dal contesto socio-culturale.


 

I racconti sono ambientati perlopiù in contesti disagiati, miseri e violenti, in cui con facilità è individuabile il braccio di ferro tra la voce interna della persona piccola e tutto ciò che gli ruota attorno, una tenzone che coinvolge grandi e piccoli, incessante e indispensabile poiché dalla sua riuscita dipende tutta la sopravvivenza. 


In questi racconti vengono descritti sentimenti che non siamo abituati ad ammettere nel cerchio delle cose nominabili: menzogne dette con la leggerezza di cui solo chi non sa cosa sta facendo è capace, misfatti compiuti in virtù della propria ignoranza, colpe terribili agite per innocenza, in piena innocenza, errori a cui si va incontro in piena coscienza, solo per salvarsi…
 

Con feroce lucidità, Ridley mette sulla pagina una complessità raramente attribuita a bambini e adolescenti; lavora per loro e per noi a realizzazioni impensabili in solitudine, rendendo praticabili territori ridotti al silenzio, in cui altrimenti non ci saremmo inoltrati mai. Fa insomma quello che a sentire certi filosofi dovrebbe fare l’abisso quando lo si guarda fisso, che più ci sporgiamo per intravedere il fondo, più il fondo ci viene incontro.


Bontà e innocenza ci esplodono tra le mani e nella deflagrazione si dissolve quel velo che abbiamo innalzato a nostro vantaggio, per proteggerci forse dal ricordo di quei sentimenti terribili e quelle violenze sottili a cui nell’infanzia si è irrimediabilmente esposti, senza difese e che senza difesa vengono assorbiti e assimilati e perpetuati, come fossero un preciso veleno costitutivo impossibile da evitare.


Innocenza e sensibilità hanno la tendenza a disporsi nel nostro immaginario appiattite prepotentemente al positivo, riducendo spesso i principali portatori di queste caratteristiche – i bambini e le bambine e i ragazzini e le ragazzine – a macchiette in pieno sole, di cui così è difficilmente possibile intravedere la profondità. Concepire per loro l’ombra, la sfumatura, comporta la presa d’atto di territori inesplorati in cui è invece salvifico entrare per dare la possibilità alle persone piccole – ma anche a quelle grandi - di poter essere viste interamente. 


Nulla di più grande e difficile può esservi, se non l’attenzione, lo sguardo veramente aperto, capace di registrare, affiancate, la bellezza e l’orrore, l’innocenza e la colpa. Nulla apre territori nuovi più che il coraggio di affondare la mano nell’ignoto, senza tregua, per recuperare, dal silenzio, ogni ultima parola che serve, per raccontare tutta intera, la persona. 

Giorgia

Noterella al margine. Philip Ridley ha girato anche un film. Si intitola Riflessi sulla pelle e dispiega a piene mani la poetica di questo scrittore. Non vi resta che guardarlo, se ne avete il coraggio…




“Aleph”, J. Coat, Gallucci 2018 
“Fenicotteri in orbita”, P. Ridley, (trad. di A. Ragusa), Salani 2009 
“Riflessi sulla pelle”, scritto e diretto da P. Ridley 1990 

venerdì 8 aprile 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SULLA POTENZIALITA'

Novantanove volte un volto, Lucia Biancalana 
Pièdimosca Edizioni 2022 


ILLUSTRATI PER GRANDI (dagli 11 anni)

"Novantanove volte un volto non è altro che la traduzione illustrata degli Exercices de style - o meglio della sua versione italiana tradotta da Umberto Eco e pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1983. In questa atipica interpretazione, ogni esercizio acquisisce una propria fisionomia in base alle regole linguistiche che lo caratterizzano: testa, occhi, naso, bocca e orecchie diventano le lettere di un nuovo alfabeto sperimentale e dalla scomposizione e metamorfosi di questi elementi prendono vita novantanove volti illustrati, novantanove ritratti stilizzati e caricaturali." 

Chi conosce il libro di Queneau, si trova in lieve vantaggio rispetto a chi non ha mai letto i suoi Esercizi di stile del 1947 quando in Francia con un altro manipolo di belle teste - Calvino, Perec, Cortázar - si occupava di letteratura sperimentale e nel 1960 fondava l'OuLiPo, se ce ne fosse bisogno: Ouvroir de littérature potentielle... 
Il gioco di Queneau è molto chiaro e divertente - e c'è da credere che lo sia stato altrettanto per lui che lo ha concepito prima di giocarci lui stesso: si tratta di un esercizio 'di stile' per riuscire a raccontare la stessa piccola storia in novantanove modi differenti. 


Le regole si percepiscono dopo poche pagine. Per mettere su la sua partita Queneau si avvale di linguaggi diversi, dalle figure retoriche, agli anagrammi, dalle ampollosità alla sintesi telegrafica, dalla lingua dei gastronomi a quella maccheronica, dagli anglismi ai francesismi. 
A prescindere dal divertimento dato dai giochi di parole che si creano, è molto interessante vedere in Queneau convivere pacificamente il rigore logico, la sottomissione obbediente a una regola e nello stesso tempo l'assurdità, il 'surreale' dell'esito. 


Qualcosa di molto simile a quello che in quegli stessi anni Magritte andava mettendo su tela... 
La regola del disegno mimetico con proporzioni di scala esagerata, oppure la regola della resa luminosa di un lampione che illumina un buio che non dovrebbe esserci in una giornata sullo sfondo tanto radiosa, o ancora la mimesi nella resa di oggetti quotidiani e riconoscibili, ma inseriti in contesti del tutto improbabili. 
Ma l'altro fattore che non si può non notare è il valore 'potenziale' che il linguaggio porta con sé e che dimostra nel moltiplicarsi dei suoi crescendo. Questo ragionamento lo si può verificare anche solo nella lettura di Queneau, ma forse può valere la pena vedere quanto 'potenzialmente' altra sia la traduzione fatta da Eco. 
E quindi da uno che era il testo, adesso necessariamente ne sono due. Sul tema della traduzione è meglio qui non approfondire, ma di ragionamenti se ne potrebbero fare un bel po'. 



L'idea di Lucia Biancalana parte anch'essa da un punto dato, quello di Queneau nel 1947 e poi di Eco nel 1983. Lei decide di rielaborarlo con il mezzo che le appartiene, ovvero il disegno. Anche lei come Eco fa propria la regola e la scansione di Queneau, anche lei come Eco decide di cambiare qualcosa, ma come Eco ne dichiara i motivi. Se per Queneau e per i suoi traduttori i tasselli per comporre le diverse figure erano le parole, lei ha il disegno. 
Come Queneau sceglie un modello di partenza che sia il più neutro possibile, al limite del banale: due puntini separati da una lettera U che segna la centralità del naso e una linea orizzontale a fissare una bocca, il meno espressiva possibile. 
A questo strumentario di base lei aggiunge il profilo di una testa, con due orecchie che lo movimentano. Questo forse l'elemento che le permette un certo numero di declinazioni maggiori. Ma non solo: accanto all'immagine lei stessa lavora su un piccolo testo che dia senso a tutto. 



Quindi da un lato anche lei sulla forma base aggiunge, sposta, toglie dettagli e tiene alto il ritmo delle scansioni di Eco: notazioni, partita doppia, litoti, metaforicamente, retrogrado, sorprese... ma dall'altro crea un corrispettivo testuale che riverbera in un'eco perenne con il disegno. 
Ulteriore regola che si dà è quella della cadenza: a sinistra al centro un testo (molto disegnato anch'esso), in alto la figura guida di Queneau e poi Eco e a destra, al centro della pagina, la faccia. 
Alcune eccellenze sono: parole composte, distinguo, passato prossimo, la sequenza:apocopi, aferesi, sincopi, vero? enallage, protesi, latino maccheronico, gastronomico e, ovvio, inatteso... 


Un'ultima questione che Lucia Biancalana deve sempre aver presente nelle cose che fa: nelle mani di chi? Va da sé che il desiderio di innescare, o per meglio dire di mantenere vivo e attivo il processo della potenzialità di una prova del genere, è nelle corde di Lucia Biancalana, quindi decide di rilanciare il suo personale 'esercizio di stile' con delle 'pagine gialle' a fondo corsa. 
Come di solito capita con i suoi libri, Cicero per esempio, c'è da augurarsi che arrivi nelle mani giuste di persone curiose, che abbiano uno sguardo originale, e che quindi sappiano vedere in tutto questo materiale una potenzialità. 
Perché è indubitabile che ci sia. 

 Carla

Noterella al margine. Da abitante della capitale ringrazio perché alla voce Volgare il coatto autoctono è perfettamente rappresentato.

mercoledì 29 gennaio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


FARE BELLA FIGURA

Cicero. Guida illustrata alle figure retoriche, Lucia Biancalana
Pièdimosca Edizioni 2019


ILLUSTRATI (dai 10 anni)

"Delle figure retoriche hai certo sentito parlare e il termine metafora non dovrebbe esserti del tutto estraneo. Se poi hai mai detto frasi come 'non ti dico che giornata' o 'è un secolo che non ci vediamo', ti è sicuramente chiaro ciò di cui stiamo parlando.
Dal momento che la retorica è un po' ovunque, si potrebbe pensare che siamo tutti dei grandi oratori. In realtà, c'è una piccola differenza che distingue i versi di un poeta dalla frase che esclamiamo al vicino di casa. Difatti, se parlare per figure retoriche è un'abitudine comune, il saperle riconoscere, interpretare e sfruttare consapevolmente rientra nell'arte oratoria."


'Si fanno più figure retoriche in un giorno al mercato in piazza che in molti giorni in assemblee accademiche.' César Cesneau Du Marsais

Fortunati sono quelli, me compresa, cui capita di frequentare assemblee accademiche in cui le figure retoriche, in particolare le metafore, sono l'aria.
Se in quelle suddette assemblee si parla di letteratura, magari anche illustrata, e magari per l'infanzia non è materialmente possibile lasciarle fuori.
Questo però nulla toglie al fatto quell'uomo 'illuminato' che era Cesneau De Marsais, dicesse una cosa vera: figura retorica e inconsapevolezza vanno a braccetto (metafora?). Canticchiare le anastrofi di Baglioni, oppure le reticenze di Patty Pravo o le enfasi di Mina nel sottolineare il se, fare tutto questo e non averne contezza, almeno non nell'immediato, è la condizione ideale in cui vivere. 


Tuttavia è utile, a posteriori, verificare che le parole sono portatrici di senso (caratteristica su cui troppo poco si riflette), e che non sono lì per caso e soprattutto che ci colpiscono di più, se messe in una sequenza determinata, da precisi criteri. Possibilmente inaspettata e immaginifica.
E qui viene il punto.


Il bello delle figure retoriche, a mio avviso, è che sono soprattutto figure. In questo senso metafore, metonimie, sineddochi, sinestesie, ossimori attingono a un immaginario visuale, in ogni caso sensibile, e come tale lo restituiscono : affari che vanno a gonfie vele, gente senza cervello, bicchieri bevuti, colori caldi e ghiaccio bollente per tutti.
Ed è per questo che di questo libro tascabile, come a suggerirne una vocazione di vedemecum, si è attratti soprattutto dalle immagini che hanno la capacità - seppure sacrificate nello stretto e in un b/n impastato - di mettere immediatamente a fuoco tutto quello che si scrive intorno, ovvero tutto l'apparato testuale che è di certo necessario, ma che odora di didattica, citazioni escluse.


Il divano fatto di cactus che arriva dalla immaginifica campagna di AXN Channel, Relax. If you can, oppure il piccolo omino, il Cicero sottostante in ciabatte da spiaggia e bermuda e giacca a vento con cappuccio di piume, sono un bel modo per fissare nella mente che cosa sia un ossimoro. E il verso noto di Catullo, Odi et amo, completa il quadro. E a proposito di quadri, forse anche l'Empire des lumières di Magritte può essere un ulteriore contributo, o è forse invece un paradosso?


O ancora la sinestesia che prende forma nell'immagine, anche questa ridisegnata della celebre opera di quel genio che è Meret Oppenheim, La colazione in pelliccia, che fa arricciare i denti al solo vederla e al poter immaginare se stessi a utilizzare quella tazza e quel cucchiaino per berci un cappuccino (caldo). Accompagnata dal piccolo Cicero, sempre a bordo foglio, mentre mangia pop corn davanti a un film in 3D.
Geniale.


La forchetta (così debitrice nei confronti di Munari) che è una mano che chiede, metafora per alludere alla richiesta di cibo, in occasione della campagna Unicef per il World Food Day del 2012, disegnata dall'agenzia Saatchi&Saatchi è accanto a una delle tante frasi celebri di Snoopy, che sono ormai patrimonio comune del nostro immaginario.
La bellezza di Cicero dunque dove sta? Nell'intelligenza e in un evidente pensiero divergente che è a monte di questo progetto editoriale.
Brava a Lucia Biancalana che ha saputo creare, nella sua tesi all'ISIA, begli intrecci e ha saputo comporre con sguardo originale materiale complesso. Il suo bagaglio di conoscenze è vario e ampio e lei ha saputo scegliere e mettere insieme cose lontane tra loro (e quindi ha creato 'un'anomalia' sulla pagina) il pop e l'aulico, Mina con la Venere di Willendorf (i maligni pensano non sia un caso), l'arte dei musei con la pubblicità televisiva (che spesso ne è piena, di arte; si pensi a chi canticchia Khachaturian, inconsapevolmente, mentre pulisce con lo sgrassatore universale...), nell'aver mischiato molto, nell'aver saputo spiccare bei salti in direzioni anche molto diverse tra loro. 
Nell'aver trasformato in segno ciò che è parola.


Milton Glaser applaudirebbe!
E bravo anche il collettivo Pièdimosca, microscopica realtà, fatta anch'essa da un gruppo di gagliarde menti, che ha deciso di pubblicarlo.
Bravi tutti nell'aver saputo risparmiare senza aver per questo mai perso di vista una certa qualità formale. E per averla saputa mostrare, quasi con orgoglio (fra le righe si legge tanta cura e passione), questa economia necessaria a chi ha ancora piedini da mosca.
Non si dice nulla di nuovo se si afferma che intelligenza, pensiero divergente, buone metafore, qualche sineddoche, un paio di eufemismi, una litote e tre onomatopee sono materia necessaria per poter dialogare alla pari e con un qualche costrutto con l'infanzia.

Carla


Noterella al margine.
Va da sé che una ulteriore funzione di questo libro da tasca sia quella di generare in chi lo sfoglia e lo legge la curiosità di andarsi a cercare, pagina dopo pagina, gli originali delle opere 'citate': è una bella esperienza. Provare per credere.

lunedì 14 maggio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA MADELEINE DELL'ELEFANTE

La memoria dell'elefante. Il viaggio indimenticabile di Marcello
Sophie Strady, Jean-François Martin (trad. Rosa Vanina Pavone)
Il Castoro 2016


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Marcello è un vecchio, vecchissimo elefante. Ha la pelle grigia e rugosa come quella di tutti gli elefanti: è difficile indovinare la sua età. 'Ma che giorno è oggi?' si chiede stiracchiandosi tutto."

Con questo dubbio il vecchio Marcello fa colazione, poi una doccia, quindi cerca un abito adatto. Si veste, si mette al tavolo nella sua biblioteca e, dando un'occhiata fuori, sente un ticchettio sul vetro. È Ziggy, un colibrì che entra e volando veloce, lo invita ad andare in salone dove un mucchio di scatole e pacchetti ingombra il pavimento. Il pacco dalla forma più insolita contiene un elicone, lo strumento che in gioventù Marcello suonava nel suo gruppo musicale pop.
Rivedere e riprendere in mano quell'elicone solletica mille ricordi nella testa dell'elefante: il suo viaggio in Asia, attraverso il Pacifico fino in Vietnam a trovare un cugino geografo; quindi il suo rientro in Francia e il suo successivo impiego come giardiniere al Jardin du Luxembourg.
Quanti ricordi a Parigi in quel tempo: i cortei e il maggio di libertà. Era il 1968! E mentre Marcello è lì che ricorda, alle sue spalle dagli altri pacchi e pacchetti escono tutti i suoi amici, riunitisi per una festa a sorpresa. Che tanto a sorpresa forse non è....


Questo libro è grande. Per almeno cinque motivi. Anzi sei.
Il primo e il più evidente è che misura 36 cm di altezza e 29 cm di larghezza: d'altronde deve contenere un elefante e una intera enciclopedia...
Il secondo motivo è immediatamente derivante da quanto appena scritto. Questo libro, che a una lettura superficiale può sembrare un'esile racconto di un vecchio elefante in vena di ricordi, è in realtà una vera enciclopedia delle sua vita. Un catalogo selezionato per menti curiose di argomenti svariati che in qualche modo hanno attraversato la sua esistenza: dalla cucina, alla musica, dalla navigazione all'architettura, dalla moda alla botanica e all'ornitologia.


Il terzo motivo che ha a che fare con la grandezza, o forse sarebbe più corretto parlare di profondità, è la sua struttura narrativa. Esiste un filo della trama che è più grande degli altri e segue in senso strettamente narrativo il racconto dell'elefante Marcello. Intorno a questo se ne intrecciano diversi più sottili che non sono vere e proprie narrazioni, ma piccoli box che mettono a fuoco, in più grandi insiemi tematici (ma non sempre), piccole curiosità su argomenti diversi che, però con il racconto principale hanno una qualche connessione. Uno in particolare è sempre dedicato all'approfondimento delle abitudini dei pachidermi (quelli veri).
Ne risulta un tempo narrativo molto diversificato e oltremodo interessante. Si legge, pagina dopo pagina la storia di Marcello, la sua storia di adesso e anche il suo passato, e poi pagina per pagina invece ci si sofferma a leggere le abitudini del picchio, la storia del frac o delle caramelle salate. Che cosa abbiano a che fare picchio, caramelle salate e frac con l'elefante Marcello è già stato detto: sono tutti elementi che in qualche misura hanno attraversato a sua esistenza. Sono porzioni delle sue conoscenze, delle sue esperienze, sono ricordi di cose viste, apprese, sentite, toccate, assaggiate. Un po' come la madeleine dell'altro Marcel...


Se così è, magicamente entra nella testa del lettore un concetto da non sottovalutare: la memoria della propria vita conferisce spessore al nostro essere.
Una lettura così tanto stratificata e complessa la si fa, di solito, con un romanzone russo o francese, di nuovo l'altro Marcel, per le mani, ma con un albo illustrato l'esperienza ha davvero il carattere della novità.
Il quarto motivo di grandezza sta nell'alto valore dell'esperienza estetica di chi lo legge e lo sfoglia.


Sebbene sia un argomento molto aperto in ambito critico, l'educazione dello sguardo dei più piccoli nei confronti della bellezza a me pare fondamentale se non addirittura urgente. In termini puramente teorici non qui e non ora bisogna scriverne, tuttavia con questo libro in mano non si può fare a meno di notare quanto Jean-François Martin alleni lo sguardo dei suoi lettori a forme di arte altissima. E non lo fa solo inserendo importanti elementi del design - vere icone - come arredi della casa di Marcello, oppure costruendo skyline o scenari riconoscibili, ma anche nella composizione delle figure animali, forse l'elemento più suggestivo per un bambino, che diventano un meraviglioso gioco di incastri.


Senza contare ancora la figura di questo grande elefante 'umano', perfetto nel solco della tradizione di Babar, caratterizzato qui da un segno 'fuorifuoco' che rende diversa e originale la parte 'narrativa' rispetto alla pulizia e al nitore delle pagine 'informative'.
Ma la grande bellezza di queste ultime sta proprio in questo alternarsi equilibrato di testo, immagine ed elementi di raccordo grafico: veri e propri ricami in cui i vuoti e i pieni si compensano in una tessitura di cornici con motivi sempre diversi, che denunciano una competenza da grafico della carta stampata di grande calibro. 


In questo omaggio visuale alla memoria (di un elefante!) di un tempo passato si innesca una riflessione più grande sul senso del tempo e su quanto esso modelli la nostra esistenza. E qui forse si coglie la quinta grandezza, ovvero la chiave metaforica che permette a un tema del genere di essere capito da tutti: al contrario se fosse stato trattato in senso letterale, sarebbe risultato invalicabile per molti. Invece il grande e vecchio elefante, simbolo per eccellenza del concetto di memoria, diventa con naturalezza simbolo dello scorrere del tempo che modella il senso di una vita. La sua, come quella di tutti.
Tralascio volutamente la sesta grandezza che va riconosciuta agli ideatori di questa architettura mirabolante: Strady e Martin, i quali hanno saputo sfruttare al massimo del suo potenziale l'albo illustrato, inteso come linguaggio complesso che sa parlare a piccoli e grandi, anche attraverso grammatiche differenti. La tralascio perché chi legge queste righe è adulto abbastanza per potersela godere in autonomia.


Carla

Noterella al margine. A questo libro non ho pensato tutti i giorni, ma ci ho pensato spesso in questo ultimo anno. Ho come il sospetto che sia passato sotto silenzio, o quanto meno in sordina, un libro così bello e quindi penso che forse Strady e Martin non ce li meritiamo...e forse mai vedremo nel catalogo Il Castoro il secondo dal titolo: Souvenirs de Marcel au Grand Hôtel.

giovedì 21 settembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PIÙ SI È MEGLIO È

Il piccolo re, Taro Miura (trad. Elena Barboni)
Fatatrac 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Il tavolo da pranzo del Piccolo Re era grande grande.
Ogni giorno il cibo veniva servito in quantità su questo tavolo lunghissimo e il Piccolo Re non riusciva mai a finire tutto.
Il mezzo di trasporto ideale del Piccolo Re era un cavallo bianco grande grande. Come avrebbe mai potuto cavalcarlo?
E ogni volta che ci provava, il Piccolo Re veniva spazzato via dalla coda dell'animale."

Il Piccolo Re è piccolo, nonostante i suoi baffi bianchi e la sua corona giallo oro, tutto gli è abbondante: il castello, i soldati, la vasca da bagno, il letto. Tutto è grande grande per lui così minuto. Soldati alti e minacciosi, letti e vasche da bagno in cui è facile smarrirsi, cibo che non si riesce a finire sono tutte le cose che quotidianamente lo preoccupano un po'. Il Piccolo Re non si perde d'animo e capisce che la soluzione è a portata di mano (di manina).
Si sposa una bella principessa grande grande. Con lei vicino non è più solo e non è più perduto. Con lei mette su una famiglia grande grande con ben 10 bambini e lo spazio si riduce magicamente a tal punto dal farlo decidere di rimandare a casa tutti i suoi soldati (ben felici di farlo). Ora il castello è tutto per loro, il tavolo e il cibo sono finalmente proporzionati e anche il letto con la Grande Regina da un lato e tutti i suoi bambini in mezzo è perfetto per fare sogni d'oro.


Taro Miura qui abbandona l'ambito più consueto in cui in Italia è conosciuto: il design applicato all'illustrazione (Ton, Corraini 2004; Arnesi, Corraini 2005; Lavori in corso, Corraini 2007; Workman Stencil, Corraini 2014). E veste i panni del narratore di storie. In perfetta coerenza editoriale abbandona Corraini per Fatatrac.
La creazione sulla pagina di oggetti e personaggi attraverso la scomposizione e giustapposizione di forme geometriche, di silhouette riassuntive che ricordano quelle della segnaletica stradale, di immagini che alludono immediatamente al loro significato e che si imprimono altrettanto rapidamente nella memoria visiva di ciascuno: questo è il repertorio cui ha abituato i suoi lettori Taro Miura nei libri Corraini.
Qui cambia qualcosa e Il piccolo re pare essere un unicum, un diversivo a tutti gli effetti, sebbene esista un suo corrispettivo al femminile, ben meno bello, che si intitola The Big Princess (Walker 2014).
A un autore, che finora ha dimostrato di preferire il segno alle parole e alle sequenze narrative, è venuta voglia di cimentarsi con una storia da scrivere e da illustrare. 


Il registro scelto è la fiaba, narrazione per eccellenza che però permette di mantenere il gusto per la sintesi nei nessi temporali serrati e improbabili, necessari a tenere sempre alta l'attenzione di chi ascolta a scapito di ogni criterio oggettivo di realtà.
Come in ogni fiaba che meriti questo nome, anche qui si saltano le lungaggini delle connessioni e si privilegiano i fatti salienti. E se questo comporta un pizzico di magia, ben venga.
A ogni tema è ascritta una grande tavola. A parte la prima, in cui in un nero profondo galleggia solo soletto il Piccolo Re, tutte le altre sono dedicate alle singole 'stazioni' e sono sempre molto movimentate : il castello, le truppe, il pranzo, il cavallo e così via. In ognuna di queste il piccolo re rimane minuscolo: alle prime, distinte dal fondo nero che allude alla sua inquietudine, fanno seguito quelle coloratissime che segnano la svolta affettiva e in cui compare la gigantesca principessa, di lì a poco regina, e a seguire i dieci marmocchi enumerati con precisione.



Elementi grafici e costruzioni geometriche riempiono le pagine e danno forma al racconto. I piccoli inserti fotografici sono una gioia per chi ama spigolare nelle immagini: nella copertina per esempio una gambetta del re è un raffinato gancio allusivo alla conclusione felice della fiaba. Oppure le mani che, sempre disegnate come cerchi rosa, diventano pugni serrati nel brandire le spade e le alabarde o pugnetti chiusi che tengono il lembo del lenzuolo.
Potere del segno! E Taro Miura è sempre Taro Miura, anche se il nitore dei libri con Corraini qui viene meno.
I colori sono primari e piatti e hanno la prerogativa di dare ulteriore risalto ai rari inserti fotografici o a china o ancora calcografici.


Dietro tutto questo si nasconde una fiaba che per alcuni tratti salienti ricorda quella raccolta dalla tradizione nordica di Pollicino che sposò la Grande Principessa, presente nella Grande Enciclopedia della Favola curata da Gianni Rodari (Editori Riuniti 2002). Sebbene qui manchi il finale tragicomico della prima, in cui il povero Pollicino affoga per ingordigia in una tazza di crema il giorno dello sposalizio, tuttavia rimane in piedi il gioco del minuscolo e del gigantesco che insieme fanno ridere. Inevitabilmente.


Voler vedere a tutti i costi che la morale della storia sia quella per cui nella famiglia si trova la soluzione di ogni problema, circostanza che alcuni critici hanno rilevato, a me pare tutto sommato marginale rispetto ad altri significati effettivamente più condivisibili, quali per esempio l'allontanamento dei soldati che fanno luogo ai giochi dei bambini, o ancora di più la condivisione della ricchezza di cibo e materassi. 


Carla