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venerdì 8 aprile 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SULLA POTENZIALITA'

Novantanove volte un volto, Lucia Biancalana 
Pièdimosca Edizioni 2022 


ILLUSTRATI PER GRANDI (dagli 11 anni)

"Novantanove volte un volto non è altro che la traduzione illustrata degli Exercices de style - o meglio della sua versione italiana tradotta da Umberto Eco e pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1983. In questa atipica interpretazione, ogni esercizio acquisisce una propria fisionomia in base alle regole linguistiche che lo caratterizzano: testa, occhi, naso, bocca e orecchie diventano le lettere di un nuovo alfabeto sperimentale e dalla scomposizione e metamorfosi di questi elementi prendono vita novantanove volti illustrati, novantanove ritratti stilizzati e caricaturali." 

Chi conosce il libro di Queneau, si trova in lieve vantaggio rispetto a chi non ha mai letto i suoi Esercizi di stile del 1947 quando in Francia con un altro manipolo di belle teste - Calvino, Perec, Cortázar - si occupava di letteratura sperimentale e nel 1960 fondava l'OuLiPo, se ce ne fosse bisogno: Ouvroir de littérature potentielle... 
Il gioco di Queneau è molto chiaro e divertente - e c'è da credere che lo sia stato altrettanto per lui che lo ha concepito prima di giocarci lui stesso: si tratta di un esercizio 'di stile' per riuscire a raccontare la stessa piccola storia in novantanove modi differenti. 


Le regole si percepiscono dopo poche pagine. Per mettere su la sua partita Queneau si avvale di linguaggi diversi, dalle figure retoriche, agli anagrammi, dalle ampollosità alla sintesi telegrafica, dalla lingua dei gastronomi a quella maccheronica, dagli anglismi ai francesismi. 
A prescindere dal divertimento dato dai giochi di parole che si creano, è molto interessante vedere in Queneau convivere pacificamente il rigore logico, la sottomissione obbediente a una regola e nello stesso tempo l'assurdità, il 'surreale' dell'esito. 


Qualcosa di molto simile a quello che in quegli stessi anni Magritte andava mettendo su tela... 
La regola del disegno mimetico con proporzioni di scala esagerata, oppure la regola della resa luminosa di un lampione che illumina un buio che non dovrebbe esserci in una giornata sullo sfondo tanto radiosa, o ancora la mimesi nella resa di oggetti quotidiani e riconoscibili, ma inseriti in contesti del tutto improbabili. 
Ma l'altro fattore che non si può non notare è il valore 'potenziale' che il linguaggio porta con sé e che dimostra nel moltiplicarsi dei suoi crescendo. Questo ragionamento lo si può verificare anche solo nella lettura di Queneau, ma forse può valere la pena vedere quanto 'potenzialmente' altra sia la traduzione fatta da Eco. 
E quindi da uno che era il testo, adesso necessariamente ne sono due. Sul tema della traduzione è meglio qui non approfondire, ma di ragionamenti se ne potrebbero fare un bel po'. 



L'idea di Lucia Biancalana parte anch'essa da un punto dato, quello di Queneau nel 1947 e poi di Eco nel 1983. Lei decide di rielaborarlo con il mezzo che le appartiene, ovvero il disegno. Anche lei come Eco fa propria la regola e la scansione di Queneau, anche lei come Eco decide di cambiare qualcosa, ma come Eco ne dichiara i motivi. Se per Queneau e per i suoi traduttori i tasselli per comporre le diverse figure erano le parole, lei ha il disegno. 
Come Queneau sceglie un modello di partenza che sia il più neutro possibile, al limite del banale: due puntini separati da una lettera U che segna la centralità del naso e una linea orizzontale a fissare una bocca, il meno espressiva possibile. 
A questo strumentario di base lei aggiunge il profilo di una testa, con due orecchie che lo movimentano. Questo forse l'elemento che le permette un certo numero di declinazioni maggiori. Ma non solo: accanto all'immagine lei stessa lavora su un piccolo testo che dia senso a tutto. 



Quindi da un lato anche lei sulla forma base aggiunge, sposta, toglie dettagli e tiene alto il ritmo delle scansioni di Eco: notazioni, partita doppia, litoti, metaforicamente, retrogrado, sorprese... ma dall'altro crea un corrispettivo testuale che riverbera in un'eco perenne con il disegno. 
Ulteriore regola che si dà è quella della cadenza: a sinistra al centro un testo (molto disegnato anch'esso), in alto la figura guida di Queneau e poi Eco e a destra, al centro della pagina, la faccia. 
Alcune eccellenze sono: parole composte, distinguo, passato prossimo, la sequenza:apocopi, aferesi, sincopi, vero? enallage, protesi, latino maccheronico, gastronomico e, ovvio, inatteso... 


Un'ultima questione che Lucia Biancalana deve sempre aver presente nelle cose che fa: nelle mani di chi? Va da sé che il desiderio di innescare, o per meglio dire di mantenere vivo e attivo il processo della potenzialità di una prova del genere, è nelle corde di Lucia Biancalana, quindi decide di rilanciare il suo personale 'esercizio di stile' con delle 'pagine gialle' a fondo corsa. 
Come di solito capita con i suoi libri, Cicero per esempio, c'è da augurarsi che arrivi nelle mani giuste di persone curiose, che abbiano uno sguardo originale, e che quindi sappiano vedere in tutto questo materiale una potenzialità. 
Perché è indubitabile che ci sia. 

 Carla

Noterella al margine. Da abitante della capitale ringrazio perché alla voce Volgare il coatto autoctono è perfettamente rappresentato.

mercoledì 29 gennaio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


FARE BELLA FIGURA

Cicero. Guida illustrata alle figure retoriche, Lucia Biancalana
Pièdimosca Edizioni 2019


ILLUSTRATI (dai 10 anni)

"Delle figure retoriche hai certo sentito parlare e il termine metafora non dovrebbe esserti del tutto estraneo. Se poi hai mai detto frasi come 'non ti dico che giornata' o 'è un secolo che non ci vediamo', ti è sicuramente chiaro ciò di cui stiamo parlando.
Dal momento che la retorica è un po' ovunque, si potrebbe pensare che siamo tutti dei grandi oratori. In realtà, c'è una piccola differenza che distingue i versi di un poeta dalla frase che esclamiamo al vicino di casa. Difatti, se parlare per figure retoriche è un'abitudine comune, il saperle riconoscere, interpretare e sfruttare consapevolmente rientra nell'arte oratoria."


'Si fanno più figure retoriche in un giorno al mercato in piazza che in molti giorni in assemblee accademiche.' César Cesneau Du Marsais

Fortunati sono quelli, me compresa, cui capita di frequentare assemblee accademiche in cui le figure retoriche, in particolare le metafore, sono l'aria.
Se in quelle suddette assemblee si parla di letteratura, magari anche illustrata, e magari per l'infanzia non è materialmente possibile lasciarle fuori.
Questo però nulla toglie al fatto quell'uomo 'illuminato' che era Cesneau De Marsais, dicesse una cosa vera: figura retorica e inconsapevolezza vanno a braccetto (metafora?). Canticchiare le anastrofi di Baglioni, oppure le reticenze di Patty Pravo o le enfasi di Mina nel sottolineare il se, fare tutto questo e non averne contezza, almeno non nell'immediato, è la condizione ideale in cui vivere. 


Tuttavia è utile, a posteriori, verificare che le parole sono portatrici di senso (caratteristica su cui troppo poco si riflette), e che non sono lì per caso e soprattutto che ci colpiscono di più, se messe in una sequenza determinata, da precisi criteri. Possibilmente inaspettata e immaginifica.
E qui viene il punto.


Il bello delle figure retoriche, a mio avviso, è che sono soprattutto figure. In questo senso metafore, metonimie, sineddochi, sinestesie, ossimori attingono a un immaginario visuale, in ogni caso sensibile, e come tale lo restituiscono : affari che vanno a gonfie vele, gente senza cervello, bicchieri bevuti, colori caldi e ghiaccio bollente per tutti.
Ed è per questo che di questo libro tascabile, come a suggerirne una vocazione di vedemecum, si è attratti soprattutto dalle immagini che hanno la capacità - seppure sacrificate nello stretto e in un b/n impastato - di mettere immediatamente a fuoco tutto quello che si scrive intorno, ovvero tutto l'apparato testuale che è di certo necessario, ma che odora di didattica, citazioni escluse.


Il divano fatto di cactus che arriva dalla immaginifica campagna di AXN Channel, Relax. If you can, oppure il piccolo omino, il Cicero sottostante in ciabatte da spiaggia e bermuda e giacca a vento con cappuccio di piume, sono un bel modo per fissare nella mente che cosa sia un ossimoro. E il verso noto di Catullo, Odi et amo, completa il quadro. E a proposito di quadri, forse anche l'Empire des lumières di Magritte può essere un ulteriore contributo, o è forse invece un paradosso?


O ancora la sinestesia che prende forma nell'immagine, anche questa ridisegnata della celebre opera di quel genio che è Meret Oppenheim, La colazione in pelliccia, che fa arricciare i denti al solo vederla e al poter immaginare se stessi a utilizzare quella tazza e quel cucchiaino per berci un cappuccino (caldo). Accompagnata dal piccolo Cicero, sempre a bordo foglio, mentre mangia pop corn davanti a un film in 3D.
Geniale.


La forchetta (così debitrice nei confronti di Munari) che è una mano che chiede, metafora per alludere alla richiesta di cibo, in occasione della campagna Unicef per il World Food Day del 2012, disegnata dall'agenzia Saatchi&Saatchi è accanto a una delle tante frasi celebri di Snoopy, che sono ormai patrimonio comune del nostro immaginario.
La bellezza di Cicero dunque dove sta? Nell'intelligenza e in un evidente pensiero divergente che è a monte di questo progetto editoriale.
Brava a Lucia Biancalana che ha saputo creare, nella sua tesi all'ISIA, begli intrecci e ha saputo comporre con sguardo originale materiale complesso. Il suo bagaglio di conoscenze è vario e ampio e lei ha saputo scegliere e mettere insieme cose lontane tra loro (e quindi ha creato 'un'anomalia' sulla pagina) il pop e l'aulico, Mina con la Venere di Willendorf (i maligni pensano non sia un caso), l'arte dei musei con la pubblicità televisiva (che spesso ne è piena, di arte; si pensi a chi canticchia Khachaturian, inconsapevolmente, mentre pulisce con lo sgrassatore universale...), nell'aver mischiato molto, nell'aver saputo spiccare bei salti in direzioni anche molto diverse tra loro. 
Nell'aver trasformato in segno ciò che è parola.


Milton Glaser applaudirebbe!
E bravo anche il collettivo Pièdimosca, microscopica realtà, fatta anch'essa da un gruppo di gagliarde menti, che ha deciso di pubblicarlo.
Bravi tutti nell'aver saputo risparmiare senza aver per questo mai perso di vista una certa qualità formale. E per averla saputa mostrare, quasi con orgoglio (fra le righe si legge tanta cura e passione), questa economia necessaria a chi ha ancora piedini da mosca.
Non si dice nulla di nuovo se si afferma che intelligenza, pensiero divergente, buone metafore, qualche sineddoche, un paio di eufemismi, una litote e tre onomatopee sono materia necessaria per poter dialogare alla pari e con un qualche costrutto con l'infanzia.

Carla


Noterella al margine.
Va da sé che una ulteriore funzione di questo libro da tasca sia quella di generare in chi lo sfoglia e lo legge la curiosità di andarsi a cercare, pagina dopo pagina, gli originali delle opere 'citate': è una bella esperienza. Provare per credere.