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mercoledì 9 ottobre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

NUOVI LIBRI NUOVE PAROLE NUOVI SPAZI 

Come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Come si fa a pensare fuori dagli schemi appresi, fuori dalla cultura che determina il nostro ragionamento senza che sia quasi possibile accorgersi della sua presenza? È una questione nevralgica quella che si pone, poiché è destino di ogni infanzia quella di essere intrisa, ancor prima che educata, di assorbire, ancor prima che imparare. 


Uno degli albi in cui è possibile sperimentare la forza della mentalità che ci permea è Aleph, della grafica Janik Coat. Come suggerisce il titolo, siamo di fronte a un abbecedario, una elencazione degli elementi basilari di un contesto conosciuto e condiviso: a partire dal cerchio per passare ad altre forme geometriche, le tavole quadrate si dispongono una dopo l’altra, pezzettini ancora sospesi, disancorati uno dall’altro, blocchi di un gioco nuovo che ancora non è stato sufficientemente sperimentato per sviluppare un senso. 


Aleph mi è rimasto impresso fin dalla sua prima apparizione per l’esperienza cognitiva che offre al lettore adulto: nello sbigottimento di non saper riconoscere immediatamente, in una narrazione sequenziale, un ordine culturalmente codificato, e non potendone applicare uno già rodato altrove, lo smarrimento si amplifica. Non è infatti confermatorio, l’alfabeto di immagini proposto, fatto per persone che conoscono già la lingua e le parole, quanto piuttosto una giustapposizione di forme e oggetti apparentemente casuale o forse piuttosto riferita, nel suo dispiegarsi, a un ordine più grande che ancora non si è completamente manifestato e di cui noi non siamo a conoscenza. 


Le aspettative narrative, quel senso di percorrere una strada già un po’ vista, di sapere insomma dove si sta andando presenta, ahimè, lo svantaggio di ottundere l’atteggiamento esplorativo e di rendere un po’ ciechi. Cosa c’entra il cerchio con il triangolo, i quadrati coi pallini? Un rombo e un albero?! E perché dopo un bacio viene un girasole?!? 





Per un occhio adulto, la sperimentazione reiterata della sorpresa è, a lungo andare, disorientante. Forse si trasformerà in un senso di fastidio, quasi un’irritazione. È un’emozione da gustare con coraggio, senza posare il libro da parte: superato questo scoglio, si potrà provare a stare, di fronte alle immagini, come forse un bambino sta davanti al mondo, e intendo: con lo sguardo libero da connessioni, registrando le cose per le cose, senza smarrirsi nella loro evidenza casuale, svincolati da un prima e da un dopo, da simbologie, dall’approvazione di chi sta intorno. Poi, e qui sta la vera forza di questo albo, sarà possibile apprezzare l’allentamento della tensione e il piacere che danno invece il riconoscimento, la prevedibilità, la disposizione consueta delle cose per come ce le aspettiamo.
 



In cima al gesto di girare la pagina sta la portata esatta del vuoto che precede la comprensione, e si può per contro prendere la misura di quanto coraggio serva per estendere la mano nell’abisso a raccogliere un significato non già sperimentato. Soprattutto, in Aleph è possibile capire che dietro alla boccata di ossigeno del riconoscere sta, ben nascosta, la minaccia di non saperci più togliere dai confini consueti ed asfittici, quasi tossici, della realtà per come l’abbiamo assorbita quando (ancora) non potevamo opporci. 
Per questo torno a dire: come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Perché succede nell’infanzia, il primo chiudersi. È nell’infanzia e attorno a essa che i modelli hanno più potere: calano attorno all’identità per sostenerla, ma si trasformano presto in cortine difficili da individuare e oltrepassare. Gli schemi appresi ci pervadono, inquinano lo sguardo, corrompono la percezione di quello che sta intorno. Talvolta sfocano persino la percezione della persona che siamo. Questo è anche ciò che accade negli strepitosi racconti di formazione Fenicotteri in orbita, una serie di gemme taglienti la cui ripubblicazione e diffusione sarebbe assolutamente necessaria, di questi tempi. I racconti di Fenicotteri in orbita funzionano esattamente come le immagini di Aleph, per giustapposizioni e abbinamenti che stordiscono perché disattendono le aspettative e i codici di una rappresentazione dell’infanzia cauta, pigra, a volte persino compiaciuta. Essi contribuiscono alla restituzione di un’interezza di visione impossibile da maturare se non opportunamente alfabetizzata.


Philip Ridley è stato a buon titolo paragonato a Roald Dahl, e in effetti la sua visione d’infanzia si presenta del tutto priva di sconti e buonismi: rifiuta nettamente con empatia cristallina l’idea del bambino buono come quella altrettanto grossolana del bambino cattivo, ribalta con cognizione di causa l’idea di innocenza, fornisce una versione dolente e piena di contraddizione dell’animo umano, che esiste in nuce, udite udite, già da nei cuccioli della nostra specie, 


Ridley è uno di quegli autori che sembrano non aver dimenticato. Con uno sguardo fulminante e una forma mai banale, Ridley riscrive con autorevolezza e compassione la grammatica e la portata dell’idea d’infanzia, rappresentandola come territorio vergine tanto connesso con l’universo e l’immensità quanto progressivamente invaso dal contesto socio-culturale.


 

I racconti sono ambientati perlopiù in contesti disagiati, miseri e violenti, in cui con facilità è individuabile il braccio di ferro tra la voce interna della persona piccola e tutto ciò che gli ruota attorno, una tenzone che coinvolge grandi e piccoli, incessante e indispensabile poiché dalla sua riuscita dipende tutta la sopravvivenza. 


In questi racconti vengono descritti sentimenti che non siamo abituati ad ammettere nel cerchio delle cose nominabili: menzogne dette con la leggerezza di cui solo chi non sa cosa sta facendo è capace, misfatti compiuti in virtù della propria ignoranza, colpe terribili agite per innocenza, in piena innocenza, errori a cui si va incontro in piena coscienza, solo per salvarsi…
 

Con feroce lucidità, Ridley mette sulla pagina una complessità raramente attribuita a bambini e adolescenti; lavora per loro e per noi a realizzazioni impensabili in solitudine, rendendo praticabili territori ridotti al silenzio, in cui altrimenti non ci saremmo inoltrati mai. Fa insomma quello che a sentire certi filosofi dovrebbe fare l’abisso quando lo si guarda fisso, che più ci sporgiamo per intravedere il fondo, più il fondo ci viene incontro.


Bontà e innocenza ci esplodono tra le mani e nella deflagrazione si dissolve quel velo che abbiamo innalzato a nostro vantaggio, per proteggerci forse dal ricordo di quei sentimenti terribili e quelle violenze sottili a cui nell’infanzia si è irrimediabilmente esposti, senza difese e che senza difesa vengono assorbiti e assimilati e perpetuati, come fossero un preciso veleno costitutivo impossibile da evitare.


Innocenza e sensibilità hanno la tendenza a disporsi nel nostro immaginario appiattite prepotentemente al positivo, riducendo spesso i principali portatori di queste caratteristiche – i bambini e le bambine e i ragazzini e le ragazzine – a macchiette in pieno sole, di cui così è difficilmente possibile intravedere la profondità. Concepire per loro l’ombra, la sfumatura, comporta la presa d’atto di territori inesplorati in cui è invece salvifico entrare per dare la possibilità alle persone piccole – ma anche a quelle grandi - di poter essere viste interamente. 


Nulla di più grande e difficile può esservi, se non l’attenzione, lo sguardo veramente aperto, capace di registrare, affiancate, la bellezza e l’orrore, l’innocenza e la colpa. Nulla apre territori nuovi più che il coraggio di affondare la mano nell’ignoto, senza tregua, per recuperare, dal silenzio, ogni ultima parola che serve, per raccontare tutta intera, la persona. 

Giorgia

Noterella al margine. Philip Ridley ha girato anche un film. Si intitola Riflessi sulla pelle e dispiega a piene mani la poetica di questo scrittore. Non vi resta che guardarlo, se ne avete il coraggio…




“Aleph”, J. Coat, Gallucci 2018 
“Fenicotteri in orbita”, P. Ridley, (trad. di A. Ragusa), Salani 2009 
“Riflessi sulla pelle”, scritto e diretto da P. Ridley 1990 

venerdì 5 agosto 2022

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

MESCHENMOSER E BUSTER KEATON

Cik, Sebastian Meschenmoser 
Orecchio acerbo 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"I pulcini, ovviamente, avevano bisogno di una lampada termica e di un recinto vero e proprio. E di un nome. Ma dare il nome giusto a un pulcino non è così semplice. Come si fa a sapere se diventerà gallina o gallo? Ecco come è nata questa storia quasi vera: C’erano una volta sei pulcini in una scatola di cartone. I loro nomi erano Camilla, Calimera, Pola, Enrichetta, Ayla e Cik. Ogni giorno la mamma dava loro da mangiare." 

Fin dal principio Cik si dimostra quello con più aspirazioni di tutti - i cosiddetti sogni nel cassetto. 
Ha in progetto di diventare Capo Gallo e allora primeggerà in tutto: mangerà per primo e tutto quello che vorrà; Enrichetta sarà la sua compagna, e con lei faranno tante uova; lui la proteggerà, ma dovrà anche lasciarla a casa spesso per andare nelle pericolose missioni che il destino gli riserverà. 
E dopo aver sentito le storia che la mamma leggeva loro la sera sulla terribile volpe, Cik si convince anche che toccherà a lui difendere l'intero pollaio dagli attacchi dell'infido animale: sarà lui a metterla in fuga, quando lei cercherà di infilarsi nel pollaio per fare una delle sue razzie. 
Cik, ne è ormai certo, si distinguerà dagli altri per la sua cresta imponente e per la coda piena di lunghe e lucenti piume: entrambi vessilli di un eroe senza paura, quale lui si sente! 



Sebastian Meschenmoser, tranne la foto di ordinanza in cui accenna un blando sorriso, in tutte le altre immagini che lo ritraggono appare come un giovane e serio signore tedesco, con barba e occhiali. 
E sempre lievemente spettinato. 


Sia che lo ritraggano mentre dipinge una delle tavole per l'Unendliche Geschichte, sia che accarezzi un giovane cervo imbalsamato, o tenga in braccio un pinguino, o sia seduto tra le sue tele, sia che abbia pulcini fin sulla testa: lui non accenna mai a un sorriso. 
Sembra che sappia che far ridere è un affare molto serio. 
In quasi tutte queste immagini, il suo viso appare imperturbabile, con uno sguardo distante, uno sguardo che punta all'orizzonte. 
Quello stesso sguardo che aveva Buster Keaton. Quello che in gergo si chiama deadpan. La comicità che nasce dal fatto che si ride perché nessuno ride. 


Se non sapessimo chi è, difficilmente potremmo credere che libri come Gordon und Tapir, Lo scoiattolo e la luna, Quei dannati sette capretti e adesso Cik siano usciti dalla testa di un signore così serio. 
Eppure. 
La sua imperturbabilità intride tutti i suoi personaggi: tutti serissimi nel loro ruolo. 
E tutti i suoi libri sono tenuti insieme da questo filo rosso. 
Serio e seriamente preoccupato si dimostra lo scoiattolo convinto di avere la luna davanti alla sua tana, serio e assertivo il lupo che rigoverna la casa dei sette capretti, serio e volitivo (!) il pulcino che punta a diventare gallo. 
La serietà impera in tutti i suoi libri eppure, non mi risulta che ne esistano esempi in cui i lettori, grandi o piccoli che siano, non scoppino in risate fragorose e non saltino almeno una volta sulla sedia per lo stupore. Possibilmente alla fine delle storie che racconta. 
E come Buster Keaton aveva capito molto bene, vedendo che la gente al cinema si sbellicava molto di più alle sue facce inespressive, piuttosto che a quelle sofferenti o arrabbiate, tanto più Meschenmoser dà vita a personaggi che si prendono così tanto sul serio che i lettori non possono fare a meno di ridere di loro! 


Il lato vero della storia di Cik che è quasi vera sta nella professione della moglie che mette insieme, da pedagogista, bambini e animali (api e polli). 
Purtroppo una volpe, a Kreuzberg nel centro di Berlino,  ha fatto una strage nella sua scuola quindi a casa Meschenmoser hanno deciso di prendere dei pulcini per allevarli perché si abituassero il prima possibile alla convivenza con gli umani e non avessero paura dei bambini. 
Come nella storia, li hanno 'battezzati' e come nella storia qualcosa è andata diversamente da come avevano supposto. 
Un fatto però era certo: i polli hanno tra loro caratteri molto diversi. 
E una mamma può essere tale anche con barba e baffi.


Questa circostanza ha suggerito a Meschenmoser di ragionare, con quella profonda serietà e lungimiranza di sguardo che ha, sulla questione dei generi. A voi, scoprire con quanto garbo e senso dell'ironia lo faccia. 
A prescindere da questo suo modo, questa sua prospettiva sempre originale di affrontare anche grandi questioni, Meschenmoser andrebbe portato sempre in palmo di mano per la altissima qualità del suo disegno. 
Si dice cosa nota che lui, accanto alla sua attività di autore/illustratore, abbia una solidissima carriera come artista/pittore. 
Qui in Cik, come anche negli altri albi citati, lascia da parte l'olio - tecnica che richiede un tempo lungo di realizzazione - e opta per la matita e i pastelli. 
Questa storia va veloce e grafite e matite colorate si rivelano vincenti. 
Le stesse 3 tavole a colori, a più colori (+ una in B/N), dedicate ai sogni di Cik, sono diversissime anche come impostazione nella pagina: sono una citazione precisa dei vari stili che contraddistinguono diverse tipologie di fumetto nel corso del tempo, da Little Nemo di Winsor McCay per la prima sequenza a quella dei supereroi della Marvel nella terza. 

Mentre la seconda è una citazione disneyana. 
Insomma qualcosa di molto simile a quello che fa Wiesner (Uisner) nei Tre porcellini quando li fa entrare in un libro dozzinale di filastrocche o in un libro di storie di cavalieri e draghi... 
Attraversare, in scioltezza, i diversi immaginari. Non è roba da tutti.
La quarta sequenza - rigorosamente in bianco e nero ha una chiave tutta sua che esula dal fumetto e si connette invece al cinema: ad Alien in particolare, dove per la prima volta è un'eroina al femminile, Sigourney Weaver,  a risolvere la situazione! 
Insomma il gioco è fatto e il cerchio - per definizione perfetto - si chiude! 

Carla

lunedì 1 agosto 2022

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi ri succede questo. Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO. Come esattamente due anni fa, prendendo il nome dal titolo di un meraviglioso racconto di Saki. E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio, quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog. Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera. Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piedi, Tutto cambia, Vacanze o ancora Oltre il giardino. Ma non è successo. 


Flutti, David Wiesner 
Orecchio acerbo 2022 



ILLUSTRATI 

Non credo che sia necessario soffermarsi sulla trama di questo libro (la conoscono anche i pesci).
Ma sulla sua storia, forse sì.
Su David Wiesner (Uisner) è piuttosto complicato essere brevi, essere esaustivi, essere meno che meticolosi. 
Partiamo dalla brevità e dalla completezza di informazione: Wiesner ha al suo attivo diciassette libri di cui è solo illustratore: sono quelli che hanno segnato l'inizio della sua carriera, ma sono anche quelli di cui non parla volentieri, salvo rare eccezioni (Honest Andrew) e sono quelli che, sullo scorcio degli anni Ottanta, lo hanno fatto decidere per una carriera diversa, di autore unico dei propri libri. Per chi volesse indagare la ragioni per cui, si rimanda ad alcuni esilaranti post in cui lui racconta le difficoltà degli inizi. A questo punto comincia la sua attività di autore unico (a parte la graphic novel Fish Girl, con Jo Napoli ai testi) e al suo attivo ha 13 libri, di cui tre premiati con la Caldecott (uno è Flutti, nel 2006), altri con la Caldecott honor (ossia il secondo posto) e via discorrendo, vari Horn Book, vari NYT Best picture book e via andare. 
Per quanto uno possa impegnarsi, è piuttosto difficile non farsi sfuggire qualcosa. Quindi non resta che puntare sulla meticolosità, perché sappiamo per certo che è una dote che lui apprezza e che pratica da quando era un ragazzino. 


D'altronde sua madre è stata capace di collezionare tutti i disegni del piccolo David, almeno finché hanno vissuto sotto lo stesso tetto. 
Buon sangue... 
Che David Wiesner sia un genio e un talento unico non credo vada dimostrato qui, ma che queste sue doti siano anche il frutto di tanto lavoro puntiglioso di indagine, di riflessione, di ricerca, di studio che anticipa il lavoro creativo in sé, credo vada detto con chiarezza. 
E questa accuratezza e scrupolosità non si vede solo nel tipo di disegno che mette su carta (acquerello a successive velature), ma anche nell'attenzione narrativa, secondo cui tutto deve sempre tornare alla perfezione, avere un proprio senso. 


Come a dire che dietro i voli della sua immaginazione, c'è sempre una logica maledettamente stringente. Logica che gli permette - ed è qui la chiave - di poter raccontare tutto e di essere creduto.


Per far capire il livello altissimo di logica nel concepire un disegno, nel caso di Flutti, si può prendere ad esempio la tavola con la piovra seduta in poltrona. E' una delle foto emerse dal rullino della macchina fotografica a pozzetto subacquea Melville: si vede una enorme piovra sul fondale marino che è seduta su una vecchia poltrona  mentre legge un libro, circondata da pesci su un divano (e, su una poltrona quasi di spalle, c'è un'altra piovra). Tutti la ascoltano e poi pesci lanterna che illuminano l'ambiente sotto i portalampade. 
Ecco: questi sono i salti della sua immaginazione che però trovano la loro ragion d'essere in quel container ammaccato che si vede sullo sfondo. Quel container è caduto da una nave cargo che lo trasportava, è finito in mare, si è squarciato e dalla sua pancia è uscito tutto quel meraviglioso arredo che costituisce il set di quella fotografia. 
O ancora. Una piccola tavola nella sequenza dei panel - vera e propria appropriazione del codice narrativo del fumetto a cui Wiesner fa spesso ricorso - in cui si vede la mano della signorina prendere il rullino da sviluppare e darne uno nuovo al ragazzo perché ricarichi la suddetta Melville. Questo per rispondere a tutti coloro che superficialmente individuano un vulnus in quel preciso punto della narrazione... 

O ancora nel pin sulla borsa da mare con la sigla LBI, Long Beach Island, il luogo dove tutto si svolge e dove si sono svolte tutte le estati del piccolo David. 
O ancora. Nella precisione assoluta del racconto che nella sua testa doveva essere un inno alla curiosità e nello stesso tempo una riflessione sull'essere parte di una storia più grande di noi. 
E' lui stesso a raccontare quanto abbia ronzato intorno a questi due fuochi - i flotsam/relitti lasciati dal mare e un legame forte fra ragazzini/e di mondi diversi, lontani nello spazio e nel tempo. 
Sapeva, almeno fin da principio, che in questa storia ci sarebbe stata una macchina fotografica, ma sulla sua funzione non trovava una quadra e ha speso tanto ragionamento (e tanto ha fatto sudare freddo la sua editor parlando di una chatti-camera, una macchiana fotografica parlante...) - fino ad arrivare ad avere l'idea finale e vincente della extraordinary photo che crea il famoso aha moment (parole sue), ovvero quella fotografia che fa sgranare gli occhi al protagonista e gli accende una curiosità enorme, la fotografia della ragazzina con in mano una foto che ne contiene altre nove (se non erro), sempre più piccole e sempre meno a colori: da esplorare al microscopio (sempre la logica che vince su tutto). 
Se tanta meticolosità attraversa questo come molti altri suoi libri, sarà interessante dire solo due parole finali sulla scelta della palette di colori. 


Wiesner è talmente ossessivo nei suoi processi creativi che mette sempre i suoi pennelli in un preciso punto del tavolo, secondo una precisa sequenza, per non avere sorprese. Tuttavia sulla scelta del colore, fino all'ultimo non prende decisioni, non stabilisce nulla a priori. 
E' l'unico ambito dove è lui stesso a volersi stupire. Martedì era una storia notturna quindi fu il blu cobalto a essere il colore guida. 
Qui le prime due tavole (detto fra parentesi, un vero omaggio alla visione e allo sguardo visto che si contano sette occhi, di cui uno ingrandito, una lente, un microscopio, un binocolo) sono piene di luce perché è una splendida mattina su una spiaggia di LBI. 
E luce sia, colori forti accesi (anche un po' contro il suo gusto) fino ad arrivare a quel dentice in primissimo piano, caldmio, che ci guarda - anche lui - come Hal 9000 in 2001 Odissea nello spazio. 
Ma questa è un'altra storia. 

Carla 

Noterella al margine. Per amore di meticolosità, sappiate che tutto nasce da qui, da un paio di versi di una poesia di Odgen Nash intitolata The germ, letta alle elementari dalla sua maestra. 

Does anybody want any flotsam? 
I've gotsam. 
Does anybody want any jetsam? 
I can getsam. 

Una parola, flotsam, e un ragionamento che hanno fluttuato nella sua testa per almeno quarant'anni...

venerdì 25 marzo 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AL DI QUA E AL DI LA'

Il rammendo, Isol (trad. Mirta Cimmino) 
#Logosedizioni 2022 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"Cominciamo dal paese in cui vivo: ci sono alberi da frutta, casette rosse triangolari, un sacco di fiori e un fiume che scorre nel mezzo. Tutto è al suo posto, bello e ordinato. Sembra uno di quei ricami che fa la nonna. Tuttavia, si dice che esista un altro mondo, proprio dietro il nostro, molto più strano, con paesaggi pieni di nodi, fili penzolanti e strani animali. Si raccontano molte storie sul Lato di Dietro e i suoi misteriosi abitanti. Ma solo in sogno è possibile visitare questo luogo. Io sogno spesso il Lato di Dietro."

A raccontare è una bambina che perde molte cose: sciarpe, guanti, matite, chiavi di casa. La sua mamma è piuttosto arrabbiata e non sembra credere alla teoria dei buchi che la bambina cerca di spiegarle. La piccola sostiene che nel mondo di qua, con il passare del tempo, sulla superficie si sono creati dei buchi, un po' come succede al tasche quando la stoffa diventa un po' lisa, ed è in quei buchi che molte delle sue cose sono finite. Ma la soluzione è a un passo, basterà rammendarli in modo che nulla più possa passare dal di qua al Lato di Dietro. 
Ed è così che comincia l'avventura di quella bambina che parte per andare a rammendare tutti i buchi del mondo. Solo un piccolo dettaglio lei non ha considerato: che se nel nostro mondo chiudi tutte le fessure che lo mettono in contatto con il Lato di Dietro, da lì non passerà più niente, né suoni né aria e respirare diventerà pesante e una fitta nebbia ci avvolgerà. Quei buchi vanno assolutamente riaperti, così quella bambina riparte a scucire, là dove aveva rammendato a dovere. L'aria si purifica e tutto torna come prima, anzi meglio di prima, perché quei buchi non sono solo la trappola per gli oggetti perduti, ma sono anche fonte di altre meraviglie, come per esempio un flonKus tondo e color carota. D'altronde è in arrivo il solstizio d'estate e in mezzo al frinire dei grilli tutto può accadere... 

Isol e il suo nuovo libro che è di nuovo un magnifico gioco di prestigio, alla fine del quale non puoi che dire: oohhh, ma come ha fatto? 

© Isol

Come tutti i migliori libri che Isol fa, anche Il rammendo mette insieme diversi e stratificati pensieri. Qui, forse complice lo spunto di partenza, si intrecciano anche i suoi diversi stili e voci. Il primo che si incontra è quello che più si conosce di lei: un dialogo serrato tra una madre e una figlia. Già dalle prime battute si ritrova la sua ironia, i suoi bambini, anzi bambine, volitive e propositive, anche se sotto scacco.
Ma già dalla pagina successiva si entra in qualcosa di molto diverso: torna il grande nero di un tessuto fatto a telaio, una porzione di stoffa con un ricamo che - si apprende - è uno di quelli tradizionali palestinesi e che è la decorazione di uno scialle dalle lunghe frange nere che la stessa Isol indossa in una immagine a chiusura del libro. 

© Isol

Ma questa stoffa è, dando retta alla voce della bambina, la sua città, il suo mondo di qua e il punto di contatto visivo sono i ricami rossi e cremisi che davvero sembrano tetti di case e alberi da frutto. A rendere ancora più vero il gioco di illusione contribuiscono i piccoli personaggi che lei ritaglia nella carta, in modo frettoloso e volutamente impreciso. Ma come ogni ricamo, ha un suo lato nascosto dove quegli stessi fili non sono più in ordine ma si incrociano al servizio della bellezza che sta in mostra.
 
© Isol

Ed ecco la seconda magia di Isol: usa un oggetto di uso comune e ne interpreta la forma, secondo un criterio del tutto inaspettato. Il disordine di nodi e fili è effettivamente il lato retrostante, ma assume qui un significato molto più profondo: è il mondo contrapposto al 'di qua', quindi è il mondo ''di là'. 
Ciascuno qui troverà da solo la propria chiave di lettura. Lei ha dedicato il libro a suo padre.
Dietro la realtà c'è tutto un mondo che non si vede, un mondo che è possibile solo immaginare, ma che esiste in ogni cultura... 
La bambina, forte anche dei discorsi fatti con la sua nonna - discorsi che costituiscono il portato mitico, archetipico, di tutta questa vicenda - questo Lato di Dietro lo sogna e si permette anche di arrivare così vicino al suo confine, da poter guardare al di là. 
Ciò che questa bambina immagina a parole, Isol lo disegna con un filo e una matita e fa sì che la illusione continui quando le frange nere diventano bosco da non attraversare. Addirittura varco da non superare. Il gioco visivo si fa ancora più serio quando la bambina costruisce un suo personale immaginario che proprio di stoffa va a parlare. La superficie del mondo che si buca come una tasca lisa, lei che la rammenda, e l'equilibrio che si altera. 

© Isol

Quella permeabilità tra i due mondi - che in chiave filosofica per l'umanità intera è assolutamente necessario che esista - se si interrompe crea una nebbia irrespirabile. E' tutto da rifare: tutti quei bei rammendi turchesi che la bambina ritagliata nella carta cuce sull'immagine di tessuti diversi vanno scuciti perché l'aria e l'immaginazione possano sconfinare e circolare liberamente.

© Isol

Altrettanto liberamente circolano anche gli oggetti: palloni e mazzi di chiavi che spariscono nelle fessure della terra e flonKus che spuntano nell'al di qua. 
Questo andirivieni rivela l'ultimo colpo di teatro dell'Isol illusionista. Anche lei si ispira a un topos consueto in molti libri che del tempo e dello spazio 'sospesi' danno testimonianza concreta nella parte reale del racconto - e penso al pallone che il bambino riceve in dono da Alice e che si ritrova nella sua camera da letto nel bellissimo La notte di Wolf Erlbruch e al pupazzo dal cappello a punta che accompagna il bambino nel suo volo attraverso l'immaginario in Come? Cosa? di Fabian Negrin e finisce sul tavolo della cena. 
Ma fa anche qualcosa in più: fa scoppiare in una risata sonora i suoi lettori proprio un secondo prima di chiudere il libro.
Questa è Isol!

Carla

lunedì 11 ottobre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUESTO FA VENIRE IN MENTE

Infanzia di un fotografo, Massimiliano Tappari
Topipittori 2021



NARRATIVA


1. "A volte chi attraversa un luogo tutti i giorni rischia di non vederlo più, anche se in cuor suo ritiene di conoscerlo meglio di chiunque altro. È per questo motivo che abbiamo bisogno di stranieri, bambini e poeti. Servono occhi nuovi che ci facciano vedere cosa abbiamo sotto gli occhi."
 
2. Questo fa venire in mente Shaun Tan che una volta disse: "sono due le categorie di lettori mi hanno regalato i riscontri più affascinanti e inattesi sui miei libri: i bambini e le persone di altre culture."
Non si interpreta male il pensiero di entrambi, se si afferma che queste categorie (a cui vanno aggiunti i poeti, allineandosi con Tàppari), orientano e volgono il loro sguardo verso l'orizzonte, mossi dal bisogno di capire il mondo, di creare nessi, con gli strumenti di cui dispongono: gli occhi e l'immaginazione. Bambini, poeti e stranieri "sono a loro agio nel disagio dell'interpretazione".
 
3. "Leonardo da Vinci invitava i suoi allievi a considerare muri, macchie nuvole, come palestre d'immaginazione, sostenendo che nelle cose confuse l'ingegno si desta."
 
4. Questo fa venire in mente un pensiero di Milton Glaser sulla necessità di accendere l'attenzione attraverso un mezzo che stimoli lo sguardo, ovvero lo colpisca. "L'ambiguità è uno strumento così utile", affermava...
 
5. "Sono stati i libri e i film, che ho letto e visto quando non ero ancora pronto, a darmi le emozioni più forti che mi porto dentro."
 
6. Questo fa venire in mente l'obbligo che considero morale di interessarmi a libri che spostino il lettore, almeno di un pochino. Ovvero libri che non risolvano la questione, anzi eventualmente ne pongano di nuove. Libri che richiedano un qualche sforzo per essere capiti e magari neanche fino in fondo. Ed è per questo che un adulto mediatore deve avere sempre davanti a sé la responsabilità di proporre traguardi di lettura raggiungibili solo con autentico desiderio e parecchio impegno.
 
7. "Potremmo vivere tranquillamente anche senza i libri, ma senza storie saremmo persi. Perderemmo la nostra umanità."
 
8. Questo fa venire in mente quanto disse una volta Armin Greder a proposito di scrivere, con la felice sintesi che solo uno che non sta usando la sua lingua madre può dire con tanta efficacia: "in un libro, la storia è sovrana". Mi vengono in mente anche le pagine di Gottschall a proposito dell' attitudine naturale che il nostro cervello ha nel generare storie, anche brevissime e migliaia di volte al giorno. E la ragione per cui lo fa, dicono gli scienziati, è per mantenersi in allenamento di fronte alla vita che arriva senza preavviso.
 
9. "La distinzione tra storie vere e storie inventate non ha fondamento. Esistono solo storie che ci piace credere vere. Del resto, 'storia vera' è un ossimoro, una contraddizione in termini."
 
10. Questo fa venire in mente quella bella conferenza di qualche anno fa che tenne Mac Barnett alla TED in cui sosteneva con grandi argomenti che i bambini, ma anche gli adulti, applicano con grande facilità quella che Coleridge definisce come 'willing suspension of disbelief'. Si tratta di un (p)atto di fede da parte del lettore nei confronti della storia. In altre parole chi legge sa che ciò che legge è frutto della creazione di qualcun altro, ciò nonostante ci crede o per meglio dire, ci vuole credere. Così come accade a chi parte per vedere la 'finta' casa del 'finto' Sherlock Holmes in Baker Street o come è accaduto alla bambina Riley che non mangiava mai la frutta durante il campo estivo...
 
11. "In età adulta lo stupore viene estirpato come fosse una pianta infestante."
 
12. Questo fa venire in mente che fortunatamente da adulti si potrebbe continuare ad avere un potere nello sguardo, conferito magari anche dalla pareidolia: la capacità di vedere 'oltre' e individuare forme familiari in immagini disordinate o 'altre'. Cioè a dire da adulti, se si è fortunati a non vederselo estirpato come una pianta infestante, questo talento potrebbe sopravvivere. A Massimiliano Tappari non è stato estirpato, infatti soprattutto sulla pareidolia costruisce il suo lessico comunicativo: fotografa oggetti, luoghi, elementi della natura vedendo nelle loro forme, qualcos'altro. Una chiave di violino in un elastico, due occhi in un riccio di castagna, un igloo nella narice di un naso.
 
13. "Si può essere fotografi anche senza avere in apparecchio fotografico."
 
14. Questo fa venire in mente quanto detto durante l'incontro al Festival Tuttestorie. Quando con Emanuele Scotto Massimiliano Tappari ha parlato di stereofonia delle immagini e delle parole. Per le immagini si può fare riferimento a Stefan Lorant che ha pubblicato su Lilliput, affiancandole, molte fotografie (di altri) che trovano il loro senso nei nessi che lui ha colto tra i due soggetti. Per le parole, questo sport di doppio senso, doppio suono, di ambiguità latente, di nesso inaspettato Massimiliano Tappari lo pratica con gusto e risultati. A Cagliari, tanto per fare un esempio, i titoli dei suoi incontri erano: Leggere nuvole e Tutto il mondo è palese.
 
15. "Un mattino presto passai accanto a un parco dove un giardiniere tagliava le rose con una cesoia. Il rumore della cesoia era in tutto e per tutto identico a quello che produceva una macchina reflex quando scattava una foto. Fu allora che mi venne da pensare che fotografare era come cogliere le rose senza tagliarle."
 
16. Questo fa venire in mente che queste poche righe - una similitudine che, con capriola, diventa metafora - possano meglio di altre definire il lavoro di Massimiliano Tappari. Che sia una storia vera o no, poco importa. L'importante è crederci.
 
Carla


Noterella al margine. Che il libro sia stato concepito per i grandi, così la pensa Tappari, mi pare una punizione che i piccoli non si meritano. Lo metterei preferibilmente nell'elenco dei libri (da) grandi, e quindi per tutti perché contiene un certo qual numero di perle (di cui qui in corsivo una scelta di quindici esempi) che sarebbe un peccato (dis)perdere.

 

mercoledì 19 maggio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

OGNI STORIA HA UN LUOGO


O viceversa; ma scoprire la storia di un luogo in fondo è opera di ricostruzione storica, ricerca di documentazione. Mentre dare un luogo preciso, per essere esatti una casa, ad una storia è opera almeno in parte di invenzione.

E’ questo l’interessante punto di partenza del libro di Seiji Yoshida, raffinato illustratore giapponese, ora pubblicato da L’Ippocampo: ‘Il libro delle case straordinarie’.
Può essere considerato come un puntiglioso esercizio di stile o come un invito a fantasticare sui luoghi immaginari, in ogni caso abbiamo di fronte un inconsueto repertorio di abitazioni, rappresentate nelle loro facciate, nelle sezioni, in dettagliatissime piantine che spiegano ogni particolare.
Ogni luogo è proprio presentato così con due o più tavole, accompagnate da spiegazioni, didascalie, una breve storia del personaggio che lo abita. Interrompono la sequenza delle tavole due approfondimenti, che riguardano i tetti e i bagni, argomenti in effetti piuttosto interessanti. Alla fine, oltre agli schizzi e ai bozzetti, con il chiarimento su alcuni aspetti tecnici, vengono riportati i riferimenti storici di alcune tavole.



Abbiamo così alcune abitazioni che hanno riferimenti ben precisi: il faro col suo malinconico guardiano, o ‘La torre vicina al confine’, ripresa da costruzioni della Georgia del XIX secolo; o una prodigiosa casa sull’albero del Connecticut di oggi. 




Ma ci possono essere anche ispirazioni più vaghe, ambientate per esempio in Tibet, oppure del tutto fantastiche, come nel caso della ‘Ragazza della città sommersa’, dove si vede una Hong Kong di un ipotetico futuro, o ‘La casa sull’albero del cacao’.


L’abilità dell’autore nel creare queste ambientazioni con analitico realismo è davvero notevole, così come lo è il suo tratto, considerando che tutti i disegni sono fatti a mano libera e colorati sapientemente ad acquerello, proprio quando un soggetto del genere avrebbe potuto essere trattato adeguatamente col disegno digitale.
I personaggi risentono dello stile illustrativo delle ‘anime’, i fumetti giapponesi che hanno visto grandissimi maestri, elemento stilistico che contraddistingue in particolare alcune tavole.



In conclusione questo è un libro che può essere usato in molti modi: come spunto per proprie invenzioni, come studio di tecniche di disegno e pittura applicate al tema della casa, come carrellata storica di ambientazioni diverse.
Le tracce narrative sono brevi accenni, ma bastano a giustificare quel luogo, quella determinata atmosfera. Ci si potrebbe cimentare a seguire questi spunti per vedere dove l’ispirazione può portare il giovane lettore o la giovane lettrice. Può essere apprezzato da chi ama fantasticare, da chi ama il disegno, da chi è curioso di architetture reali e immaginate, direi dai sette ai novantanove anni.

Eleonora


“Il libro delle case straordinarie”, S. Yoshida, L’Ippocampo 2021