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mercoledì 24 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'IMPRONTA DELL'AUTORE  

Grande, bro!, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Forse gli era arrivato addosso lo skate? Arretrai di un altro passo e mi preparai a tornare a razzo al portoncino dopo aver contato fino a tre. Uno, due... Ah già, il portoncino si era chiuso! Rimasi immobile. Lui sputò a terra, si strofinò il mento e imprecò di nuovo. 
 'Porca di quella merda!' 
Aveva un repertorio di imprecazioni notevole, e suonavano anche parecchio dure. 
Poi tacque. Si avvicinò. Mi fissò. Dall’alto in basso. Aveva gli occhi marroni, ma dentro, vicino alla pupilla, intravidi un luccichio dorato. I capelli erano scuri, quasi neri, e ricci. La guancia era attraversata da una cicatrice che somigliava a una J, anzi, più che altro a un amo. Continuò a fissarmi, riuscendo a sembrare incazzato e perplesso nello stesso tempo. Poi mi premette forte lo skate contro il petto e disse qualcosa che, nonostante l’accento scanese, mi sembrò un «ci si vede». E non sapevo se fosse una minaccia o una promessa. 
'Mi chiamo Måns', dissi tendendo di colpo la mano per stringergli la sua." 

Måns e Mikkel si sono conosciuti così. 
Måns, 12 anni, è temporaneamente a Malmö con sua madre, che fa la doppiatrice di cartoni animati: deve registrare per quattro settimane e lui la segue. Contento di andarsene da Stoccolma e di cambiare aria per un po'. Si insediano nella casa di un vecchio amico materno e Måns comincia ad esplorare i dintorni. Un grande cortile interno potrebbe essere un buon posto per sgranchirsi con lo skate. Perché Måns è un drago sullo skate. Eccezion fatta quando gli sfugge da sotto i piedi per eccesso di spericolatezza e finisce sul mento di Mikkel, poco più grande di lui e completamente coperto di tatuaggi, che ha avuto la sfortuna di trovarsi nel cortile del palazzo nel momento sbagliato. 
Nonostante questo rovinoso esordio, Måns e Mikkel cominciano a frequentarsi, seguiti a debita distanza da Nora, che la madre gli mette alle calcagna come babysitter. Lei è la figlia diciassettenne dell'amico che gli affitta la casa. Si forma così una curiosa banda costituita da due ragazzini e due ragazzi di poco più grandi: Nora e Simpson, quest'ultimo il fratello maggiore di Mikkel, eccellente tatuatore. 
Questo è il racconto delle loro giornate estive, tra grandi sfide con lo skate, tra ferite e patti di sincerità e lealtà eterna, una fratellanza siglata con il sangue, gelati e bagni al mare, tra grandi chiacchierate e tatuaggi temporanei. Måns e Mikkel diventano inseparabili. Prendono un buon ritmo quei due. Vanno veloci e sicuri con gli skate e nella loro grande amicizia, fino al momento in cui un 'sassolino' li fa inciampare e cadere... 

Il sassolino in questione è un passaporto, quello di Måns, in cui è scritto a chiare lettere il nome con cui è registrata all'anagrafe, il nome che gli hanno dato i suoi genitori quando è nata: Michelle. 
A una persona che nella sua più profonda profondità sa di essere maschio è toccato in sorte un corpo da femmina. Ad accettare questo fatto alcuni hanno fatto molta fatica, primo fra tutti proprio suo padre che, all'idea che Michelle richieda da sempre e a gran voce di essere trattata da Måns, non vuole abituarsi. Lo stesso, la nonna giustifica le stranezze di Michelle, poi Michi quindi finalmente Måns, considerandole solo una fase... 
Del tutto diverso è il percorso che fa sua madre, la prima che prova a districarsi e a trovare una corretta postura, al principio solo 'formale', esteriore, ma poi sempre più intima e profonda. E in lei lentamente radica la sicurezza che Michelle davvero non sia mai nata, non esista, mentre è Måns il suo bambino. Ed è lui quello che le sta crescendo davanti. 
Bella questione. 
Centoventi pagine che, come sempre è successo con i libri italiani della Jägerfeld, si bevono a grandi sorsate. A libro chiuso, si percepisce la stessa sensazione di appagamento che si prova quando si ha tanta sete e si manda giù dell'acqua. 
Ma la grandezza della Jägerfeld non sta solo nello spessore delle questioni che pone, ma anche nella leggerezza della sua architettura per raccontarle. 
Di queste centoventi pagine decide di dedicarne una prima cinquantina a costruire personaggi e contesto. Quello di partenza, ovvero Stoccolma, traspare qui e là, ma è soprattutto quello di Malmö a prevalere. Riguardo ai personaggi, conosciamo un padre goffo che si comporta da imbecille, sarà lui stesso ad ammetterlo, e una nonna, quella della fase, sullo sfondo. 
A spiccare, invece, è soprattutto la madre e la gente nuova di Malmö. Sono loro i riferimenti della voce narrante, in questa prima parte. Rappresentano l'alternativa a una Stoccolma in cui essere se stessi è faticoso. 
Su tutti loro, giganteggia lui, Måns: un ragazzino che se chiude l'occhio sinistro i colori li vede molto più intensi, mentre se chiude l'altro sono molto più sbiaditi. 
Dov'è la verità? A quale occhio credere? si chiede sul treno che lo sta portando a Malmö. 
Bella domanda. 
Queste cinquanta pagine le sono sufficienti per costruire uno scenario solido, autentico e come sempre attraversato da un grande senso dell'umorismo. 
Poi, nello spazio di due pagine, avviene la grande sterzata. 
Tutto si ferma sul bordo della fontana dove Måns è seduto con un bel taglio in testa, procuratosi contro lo stelo della grande rosa di lamiera (!). 
Lì tutto si blocca perché Mikkel, nel stringere con lui un patto di sangue, lo ha appena definito 'bro' - fratello. 
A parte la bellezza intrinseca del gesto tra i due, che trasforma un'amicizia normale in una fratellanza "epica", Mikkel - inconsapevole come il lettore - attesta di fronte al mondo che Måns sia suo fratello. Un fratello maschio. 
Questo rende oltremodo felice Måns, nonostante il buco in testa. 
In poche righe, la scena è congelata come in un fermo immagine, Måns esce dalla trama, dalla sequenza degli eventi, e ci dice che lui effettivamente è un maschio, ma in un corpo femminile. Un maschio con la vagina. 
Altro che sberla contro la rosa di lamiera! La nostra visione d'improvviso si fa chiara. La Jägerfeld con la naturalezza, il garbo e la leggerezza che la rende strepitosa, ci costringe a fare il gioco dell'occhio sinistro che vede in un modo e dell'occhio destro che vede in un altro e ci illumina su come stanno in realtà le cose. 
Da grande autrice, ancora una volta si fa attraversare dalla vita vera e poi la trasforma in scrittura. 
"Parafrasando" Capasso, si potrebbe parlare qui dell'impronta dell'autore? 
Ora che è tutto molto più chiaro, il fermo immagine non ha più senso di esistere e la storia riparte. Ma con una differenza: noi come quasi tutti i protagonisti del libro adesso sappiamo. L'unico che non sa è Mikkel. 
Ritorna il racconto, ma si fa strada anche il rovello di Måns che non riesce a trovare il coraggio di essere per lui un fratello di sangue come si deve: sincero fino in fondo. 
Ma è davvero così? Ha davvero mentito a Mikkel? 
Arriva la scena del passaporto e tra i due amici si crea la frattura. Måns non riesce a spiegarsi con Mikkel, ma riesce a farlo una volta per tutte con suo padre, che, nel frattempo, lo ha raggiunto a Malmö. Un padre che finalmente pare aver capito. 
Tra rimorsi e malinconie, si torna a casa, alla vita di prima. La scuola e le solite fatiche riprendono. 
Ma a un pizzico dalla fine, mancano una decina di pagine, il ritmo cambia di nuovo. 
Madre e figlio ritornano a Malmö, per ultimare il doppiaggio e la Jägerfeld accende un grande faro per fare di nuovo luce. Mette in mano a Måns una matita rossa e gli fa scrivere un efficace riepilogo della questione. Si tratta di una lettera per Mikkel che Måns, con una inaspettata sicurezza, gli legge sulla porta della camera. 
Ebbene: la purezza delle parole scelte rende questo breve monologo un piccolo capolavoro di semplicità e chiarezza e quindi di efficacia. 
Non solo per Mikkel, ma per tutti. Si potrebbe stampare e diffondere ai semafori. 
Ecco, a proposito di diffusione. Accanto all'impronta dell'autore, ma pare si veda chiarissima anche l'impronta dell'editore. Editore che decide di continuare lungo la propria strada - coraggioso, fiero e ambizioso - nello stampare e diffondere libri così importanti. Necessari. 
E, a proposito di ambizione, torno a Calasso quando sostiene che un buon editore deve "fare bene quello che in precedenza era stato fatto meno bene e fare per la prima volta quello che prima era stato ignorato." 
Mi pare che con Iperborea ci siamo. 

Carla

venerdì 5 agosto 2022

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

MESCHENMOSER E BUSTER KEATON

Cik, Sebastian Meschenmoser 
Orecchio acerbo 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"I pulcini, ovviamente, avevano bisogno di una lampada termica e di un recinto vero e proprio. E di un nome. Ma dare il nome giusto a un pulcino non è così semplice. Come si fa a sapere se diventerà gallina o gallo? Ecco come è nata questa storia quasi vera: C’erano una volta sei pulcini in una scatola di cartone. I loro nomi erano Camilla, Calimera, Pola, Enrichetta, Ayla e Cik. Ogni giorno la mamma dava loro da mangiare." 

Fin dal principio Cik si dimostra quello con più aspirazioni di tutti - i cosiddetti sogni nel cassetto. 
Ha in progetto di diventare Capo Gallo e allora primeggerà in tutto: mangerà per primo e tutto quello che vorrà; Enrichetta sarà la sua compagna, e con lei faranno tante uova; lui la proteggerà, ma dovrà anche lasciarla a casa spesso per andare nelle pericolose missioni che il destino gli riserverà. 
E dopo aver sentito le storia che la mamma leggeva loro la sera sulla terribile volpe, Cik si convince anche che toccherà a lui difendere l'intero pollaio dagli attacchi dell'infido animale: sarà lui a metterla in fuga, quando lei cercherà di infilarsi nel pollaio per fare una delle sue razzie. 
Cik, ne è ormai certo, si distinguerà dagli altri per la sua cresta imponente e per la coda piena di lunghe e lucenti piume: entrambi vessilli di un eroe senza paura, quale lui si sente! 



Sebastian Meschenmoser, tranne la foto di ordinanza in cui accenna un blando sorriso, in tutte le altre immagini che lo ritraggono appare come un giovane e serio signore tedesco, con barba e occhiali. 
E sempre lievemente spettinato. 


Sia che lo ritraggano mentre dipinge una delle tavole per l'Unendliche Geschichte, sia che accarezzi un giovane cervo imbalsamato, o tenga in braccio un pinguino, o sia seduto tra le sue tele, sia che abbia pulcini fin sulla testa: lui non accenna mai a un sorriso. 
Sembra che sappia che far ridere è un affare molto serio. 
In quasi tutte queste immagini, il suo viso appare imperturbabile, con uno sguardo distante, uno sguardo che punta all'orizzonte. 
Quello stesso sguardo che aveva Buster Keaton. Quello che in gergo si chiama deadpan. La comicità che nasce dal fatto che si ride perché nessuno ride. 


Se non sapessimo chi è, difficilmente potremmo credere che libri come Gordon und Tapir, Lo scoiattolo e la luna, Quei dannati sette capretti e adesso Cik siano usciti dalla testa di un signore così serio. 
Eppure. 
La sua imperturbabilità intride tutti i suoi personaggi: tutti serissimi nel loro ruolo. 
E tutti i suoi libri sono tenuti insieme da questo filo rosso. 
Serio e seriamente preoccupato si dimostra lo scoiattolo convinto di avere la luna davanti alla sua tana, serio e assertivo il lupo che rigoverna la casa dei sette capretti, serio e volitivo (!) il pulcino che punta a diventare gallo. 
La serietà impera in tutti i suoi libri eppure, non mi risulta che ne esistano esempi in cui i lettori, grandi o piccoli che siano, non scoppino in risate fragorose e non saltino almeno una volta sulla sedia per lo stupore. Possibilmente alla fine delle storie che racconta. 
E come Buster Keaton aveva capito molto bene, vedendo che la gente al cinema si sbellicava molto di più alle sue facce inespressive, piuttosto che a quelle sofferenti o arrabbiate, tanto più Meschenmoser dà vita a personaggi che si prendono così tanto sul serio che i lettori non possono fare a meno di ridere di loro! 


Il lato vero della storia di Cik che è quasi vera sta nella professione della moglie che mette insieme, da pedagogista, bambini e animali (api e polli). 
Purtroppo una volpe, a Kreuzberg nel centro di Berlino,  ha fatto una strage nella sua scuola quindi a casa Meschenmoser hanno deciso di prendere dei pulcini per allevarli perché si abituassero il prima possibile alla convivenza con gli umani e non avessero paura dei bambini. 
Come nella storia, li hanno 'battezzati' e come nella storia qualcosa è andata diversamente da come avevano supposto. 
Un fatto però era certo: i polli hanno tra loro caratteri molto diversi. 
E una mamma può essere tale anche con barba e baffi.


Questa circostanza ha suggerito a Meschenmoser di ragionare, con quella profonda serietà e lungimiranza di sguardo che ha, sulla questione dei generi. A voi, scoprire con quanto garbo e senso dell'ironia lo faccia. 
A prescindere da questo suo modo, questa sua prospettiva sempre originale di affrontare anche grandi questioni, Meschenmoser andrebbe portato sempre in palmo di mano per la altissima qualità del suo disegno. 
Si dice cosa nota che lui, accanto alla sua attività di autore/illustratore, abbia una solidissima carriera come artista/pittore. 
Qui in Cik, come anche negli altri albi citati, lascia da parte l'olio - tecnica che richiede un tempo lungo di realizzazione - e opta per la matita e i pastelli. 
Questa storia va veloce e grafite e matite colorate si rivelano vincenti. 
Le stesse 3 tavole a colori, a più colori (+ una in B/N), dedicate ai sogni di Cik, sono diversissime anche come impostazione nella pagina: sono una citazione precisa dei vari stili che contraddistinguono diverse tipologie di fumetto nel corso del tempo, da Little Nemo di Winsor McCay per la prima sequenza a quella dei supereroi della Marvel nella terza. 

Mentre la seconda è una citazione disneyana. 
Insomma qualcosa di molto simile a quello che fa Wiesner (Uisner) nei Tre porcellini quando li fa entrare in un libro dozzinale di filastrocche o in un libro di storie di cavalieri e draghi... 
Attraversare, in scioltezza, i diversi immaginari. Non è roba da tutti.
La quarta sequenza - rigorosamente in bianco e nero ha una chiave tutta sua che esula dal fumetto e si connette invece al cinema: ad Alien in particolare, dove per la prima volta è un'eroina al femminile, Sigourney Weaver,  a risolvere la situazione! 
Insomma il gioco è fatto e il cerchio - per definizione perfetto - si chiude! 

Carla

mercoledì 22 aprile 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

JESSICA


Nuovissimo non è, ma è passato nei banchi delle librerie un po’ in sordina, soverchiato dalle innumerevoli strenne che nel finale d’anno invadono le librerie.
Si tratta dell’ultimo romanzo di John Boyne, ‘Mio fratello si chiama Jessica”, pubblicato da Rizzoli. Il titolo dichiara direttamente il tema, fra i più spinosi da proporre ai ragazzi.
Il protagonista è Sam, un ragazzino di tredici anni, dislessico, che si pone come principale obbiettivo della sua vita scolastica il diventare invisibile, non attirare su di sé l’attenzione di qualche bullo di turno. E’ l’esatto opposto del fratello Jason, popolare, circondato da amici e da ragazze, campione di calcio. E’ il suo fratellone, quello che lo aiuta a leggere e gli infonde sicurezza.
Solo che arriva un giorno fatidico in cui Jason fa outing, dichiara di fronte alla famiglia allibita che Jason non esiste più, c’è Jessica. Questa rivelazione stravolge le vite di tutti: i genitori, più che distratti, si rifiutano di prendere in considerazione la possibilità di avere un figlio transgender.
Qui bisogna aprire una parentesi: uno degli aspetti più gustosi di questo romanzo, scritto con grande leggerezza e ironia, è proprio il ritratto dei genitori, coppia di politici in carriera, che per ogni gesto soppesano quanto potrà favorirne l’ascesa o meno. La madre è una sorta di novella Thatcher, mentre il padre ne è il segretario particolare e tutto nella loro vita, in un paese alle soglie della Brexit, è volto verso l’obbiettivo supremo, varcare la soglia del 10 di Downing Street.
L’ironia feroce verso la coppia di genitori li rende figure a tratti grottesche, mentre lo sconvolgimento del piccolo Sam, protagonista del romanzo e voce narrante, viene trattato con delicatezza. La sua vita viene sovvertita, la sua invisibilità sociale perduta per sempre, l’appoggio del fratello diviene ormai labile. Se Jason/Jessica vive tormentata il suo lento e incerto processo di cambiamento, Sam diventa lo zimbello della classe, è incapace di comprendere le motivazioni del fratello e si fa prendere dalla rabbia, tanto da tagliargli nottetempo la coda di cavallo dei suoi lunghi capelli biondi, senza mai ammettere di averlo fatto.
Un rifiuto in piena regola che non è l’espressione del perbenismo dei genitori, ma del panico causato dalla perdita del suo unico punto di riferimento.
Jason/Jessica se ne va di casa, grazie a una provvidenziale zia hippy, Sam è diviso fra la nostalgia e la rabbia per il presunto tradimento. C’è un percorso da fare e tutta la famiglia, nonostante tutte le resistenze, alla fine lo compirà. Con più affetto e meno certezze.
Come si comprende questo romanzo, non privo di difetti, ha comunque il coraggio di raccontare i problemi di chi nasce in un corpo che non gli corrisponde; ed è una scelta intelligente quella di raccontare questo travaglio dal punto di vista di chi è coinvolto affettivamente e non comprende quella sorta di tradimento che gli viene imposto.
Efficace la descrizione delle ambiguità, dell’incertezza, del travaglio che la scelta del cambio di genere comporta; funziona meno la resa dell’ambiente familiare, in cui è troppo evidente la sottolineatura sarcastica, che ha come obbiettivo una classe politica non molto apprezzata, a discapito di una maggiore credibilità umana.
La difficoltà della famiglia ad accogliere la diversità è un tema caro a Boyne, come per esempio in ‘Che cosa è successo a Barnaby Brocket?’, dove l’assurdo è un modo per rappresentare la distanza degli affetti dalla realtà delle persone, dalla loro singolarità.
Per ovvi motivi, non è un libro che si acquista d’impulso e schiere di mamme e di nonne lo hanno evitato con cura in occasione dei regali di Natale; è un peccato però, è un romanzo che, nonostante certe sue imperfezioni, merita di essere letto per il coraggio di affrontare un tema difficile e per la levità con cui riesce a descriverlo.
Lettura matura per ragazze e ragazzi a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“Mio fratello si chiama Jessica”, J. Boyne, Rizzoli 2019