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lunedì 8 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAVOLE AL CITOFONO  

Il citofono. Sono Alice e amo una voce, Sara Piazza, dido 
Biancoenero 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"A un certo punto alzo gli occhi e vedo il citofono. Il citofono! 
Perché mi ci è voluto tutto questo tempo per arrivarci? Il citofono è esattamente quello che fa per me. Eccolo, il ponte nascosto verso l'esterno, una specie di buco per la serratura, per ascoltare senza essere visti né sentiti. 
Corro alla cornetta e con grande emozione la sgancio, curiosa di decifrare i suoni confusi che vengono da giù. 
Ogni rumore è interessante, come un indizio." 

Bloccata a casa dalla mononucleosi, Alice - che era in procinto di partire per il campeggio della parrocchia con la sua amica Lucrezia - vede sbriciolarsi la sua vacanza estiva. Finché c'è la febbre, deve restare chiusa in casa. Questa è la sentenza del medico. 
Il campeggio saltato, ma anche le successive due settimane al mare con i genitori sono in serio pericolo, e come se non bastasse, è stata affidata - dalle 9 alle 13 di ogni santo giorno - alla custodia della scontrosissima sorella maggiore diciottenne, Chiara. 
Alice cerca di dare un ritmo alle sue mattinate, ma obiettivamente il tempo non passa mai. Fino al momento in cui capisce che forse una soluzione alla sua noia potrebbe essere proprio il citofono: l'unico canale di comunicazione aperto verso l'esterno. Comincia così una sua esplorazione sonora dell'esterno, ma anche quella, dopo un paio di giorni, esaurisce il suo appeal, così Alice - ragazzina parecchio timida, ma determinata a far scorrere le sue giornate in modo dignitoso - decide di usare la sua voce come gancio che la tenga collegata con l'esterno che le è temporaneamente precluso. L'idea iniziale di recitare poesie a loop dà insperati frutti, tanto che davanti al suo portone si forma nel giro di pochissimo un piccolo ma entusiasta uditorio di vecchietti e vecchiette che ogni giorno dalle ore 9.30 alle ore 10, con puntualità assoluta, si riunisce intorno al suo citofono per ascoltare una o due delle Favole al telefono di Rodari, che con grande maestria Alice legge a voce alta. 
Al gruppo, improvvisamente e inaspettatamente, si aggiunge un uditore 'anomalo', ma altrettanto appassionato che, a lettura terminata e a vecchietti ormai andati, chiacchiera con lei: Tommaso un ragazzino suo coetaneo, la cui voce caratterizzata da una esse blesa, diventa per Alice come un bicchierone d'acqua quando si ha sete. 
Questa è l'estate indimenticabile di una ragazzina schiva che si innamora di una voce... 

Chissà se davvero a Sara Piazza l'idea è venuta pensando di giocare con il titolo di Rodari, Favole al telefono, e riconvertirlo in un più insolito Favole al citofono... E poi costruirci questa bella storia intorno... 
Una serie di cose mi paiono molto divertenti e, soprattutto, piacevolmente insolite. 
La prima è proprio il citofono: strumento ormai desueto che però in modo ostinato continua ad avere una sua residuale funzione e quindi a esistere - per i più ansiosi nella sua forma televisiva di videocitofono - accanto alle porte delle case di ciascuno. Sono rari quelli che ti passano a prendere e ti dicono, ti citofono e tu scendi. Molto più spesso ti senti dire: ti faccio uno squillo e tu scendi. 
La seconda è l'idea di passare del tempo ad ascoltare il mondo fuori, in un modo molto discreto, e nel contempo di provare a leggerlo con le orecchie. Altra esperienza insolita, quanto utile: imparare a leggere i suoni che ci circondano e che di solito tendiamo a ignorare. 
La terza è il passaggio successivo, ovvero quello di dare vita a delle letture condivise e di farlo in un modo del tutto imprevisto: attraverso un gracchiante citofono. 


La quarta è quella di mettere una ragazzina che ha del tempo a disposizione al servizio di una piccola comunità, ossia il gruppetto di vecchietti che gironzolano nel quartiere. E l'idea di metterla lì a leggere storie - seppure solo attraverso un citofono - mi pare vincente. Intendo dire, vincente in assoluto, nonostante l'insolito assortimento delle età dei partecipanti. Ho sempre pensato che mettersi a leggere ad alta voce da una panchina di un parco avrebbe avuto un effetto catalizzante e aggregante per quella popolazione che non ha grande premura e che fa dell'attenzione verso le piccolezze del quotidiano una necessaria occupazione: gli umarel della letteratura. 
La quinta è la deriva tenera che la storia a un certo punto prende. Sulla quale tacerei... 
Ma non posso esimermi dal dire, in assoluto accordo con Sara Piazza, che la voce rappresenta l'ottanta per cento del fascino di una persona (insieme alle mani, ma questo lo dico solo io).

Carla 

Noterella al margine: io, il libro che si 'beve' in un'ora, l'ho letto due volte, ma continua a rimanermi oscura la fine che fa la esse (effe) blesa di Tommafo...

lunedì 26 gennaio 2026

BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CORO PER CLARA

La storia di Clara
, Vincent Cuvellier, Charles Dutetre 
(trad. Irene Scarpati, Roberto Alessandrini) 
Biancoenero edizioni 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Ho lasciato papà, Shlomo e le tue sorelle salire le scale quattro gradini alla volta. Io mi sono fermata, poi ho aperto la porta dell'ascensore e ho appoggiato dolcemente la cesta a terra, per non svegliarti. 
Ahi! Tuo padre grida. Rumore di stivali per le scale. Tua sorella grida. Esco dall'ascensore. Simon cade tra le mie braccia. Un tedesco mi afferra una spalla. Ci scaraventa contro il muro. Da giù, da su, da ogni parte escono poliziotti francesi." 

Questa è la voce della madre di quella piccolina che, nella cesta, è appena tornata da una rarissima passeggiata con picnic, fatta dalla sua intera famiglia. 
Oggi a Parigi c'è il sole, il papà indossa la sua giacca migliore, quella con la stella gialla attaccata, i suoi tre bambini saltellano lungo la strada che li sta portando al parco, la loro mamma chiude la fila con la sua ultima nata, che dorme beata nella cesta di vimini. 
Di ritorno a casa, trovano ad aspettarli gli ufficiali della Gestapo che li portano via. 
Non sono valse a nulla le raccomandazioni del padre, di tenere sempre gli occhi bassi davanti ai soldati per cercare di farsi invisibili... 
Li aspettavano sul pianerottolo del loro palazzo, al terzo piano. 
E lì è finito tutto o quasi. 
Nella concitazione forse qualcuno riesce a scappare. Di sicuro, nessuno dei poliziotti né degli ufficiali si è accorto della bimbetta che dorme, silenziosa, nella sua cesta sul pavimento dell'ascensore... 
Comincia così il suo lungo viaggio. 
La piccola Clara - una bebè che a questo punto è sola al mondo - passa attraverso le mani di molte persone e tra queste cresce: dalla vecchia del quarto piano che appunto dall'ascensore la preleva e la custodisce per una notte, dandole da bere il latte del gatto, a una giovane suora che la porta in bicicletta in campagna da un suo cugino contadino. Passa persino per le mani "coscienziose" di un soldato tedesco, fino ad arrivare - a guerra finita, all'età di due o tre anni - nelle amorevoli mani di Madame Nina Jauì, ospite come tanti altri orfani ebrei, nella sua Casa dei bambini... 

La cosa che soprattutto colpisce di questa storia è l'impalcatura che la sostiene. 
Senza per questo nulla togliere al racconto in sé, è lo stesso Vincent Cuvellier a dire che è proprio questo continuo passaggio, questo continuo avvicendarsi di personaggi che, con voci sempre diverse, raccontano il loro pezzetto di storia condivisa con la piccola Clara, ad averlo convinto di aver creato un bel meccanismo narrativo. 
Non si può non dargli ragione. 
Lui, che non è ebreo e non ha nel suo vissuto nulla che lo autorizzi a parlarne con la dovuta consapevolezza, ha chiaro in testa che a scrivere di Olocausto si rischia di cadere nell'ovvio e spesso e volentieri si finisce per non essere appropriato od opportuno. 
Lui non può indossare l'abito del testimone, ma può fare quello che gli riesce meglio, ossia essere un bravo scrittore. Così concepisce questo meccanismo a orologeria quasi perfetto in cui i dieci diversi personaggi cambiano sempre tono di voce (nella traduzione italiana non mi pare così tanto avvertibile, ma è solo il mio parere) e cambiano anche prospettiva, scorrendo passo dopo passo la vita di questa bimbetta ebrea parigina. 
Uno dei migliori libri di sempre - Il bambino oceano - di Claude Mourlevat, datato 1999 (dieci anni prima della pubblicazione in Francia de L'histoire de Clara), funziona esattamente nello stesso modo. Lì il punto di partenza è un novello Pollicino che convince i suoi sei fratelli a fuggire di casa per scampare alla crudeltà dei due terribili genitori. Il loro avventuroso viaggio verso l'oceano è per l'appunto raccontato dalle diverse voci dei personaggi che a vario titolo entrano in relazione con quel pugnetto di ragazzini. 
Come già con Mourlevat, anche il testo di Cuvellier diventa una pièce teatrale. 
Il filo che si dipana attraversa contesti tra loro diversi e di ognuno Cuvellier dà una diversa lettura: una persona anziana che non vuole guai ed è tutta concentrata su di sé e sui suoi acciacchi, piuttosto che un giovane ebreo nascosto da una donna che tutti credono una strega, o ancora un soldato che non riesce proprio a concepire che la guerra lo porti a uccidere anche bambini, seppure ebrei. 
Fino ad arrivare alla stazione finale di Clara, ossia La casa dei bambini, evidentemente ispirata al film di Richard Dembo La maison de Nina, in cui la protagonista si chiama, appunto, Agnès Jaoui. 
Come un cerchio la costruzione di Cuvellier va a chiudersi in tutta la sua quasi perfetta rotondità. 

Carla

venerdì 7 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CI SONO COSE CHE FANNO PAURA

Cinque minuti prima dell'estate. E altre storie horror
Davide Calì, Isadora Bucciarelli 
Biancoenero 2025 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Antonio suonò e qualcuno aprì. Entrò. Cercò subito l'ascensore della scala C, ma era guasto. Sarebbe dovuto salire per le scale...
Antonio inspirò profondamente, poi cominciò la scalata. Primo piano, secondo, terzo, quarto, quinto, ed ecco il sesto. Antonio riprese fiato poi vide che c'erano due corridoi: uno a destra e uno a sinistra. Si diresse verso il corridoio di sinistra ma era quello sbagliato. Da quel lato c'erano le porte dispari, 21 e 23. Andò dall'altra parte ma... qual era il numero? Ah sì, 36. Ma non c'era una porta numero 36. C'erano soltanto 22 e 24. 
Aveva sbagliato piano." 

Finita la scuola, Antonio deve restituire a una sua compagna di classe un libro che lei gli ha prestato: l'indirizzo è Palazzina A, portone B, scala C, sesto piano, porta 36. 
Facile. Difficile perdersi. 
Eppure. 
Una volta capito di aver sbagliato piano, Antonio sale a quello successivo, ma no: lì ci sono solo le porte dal 25 al 28 e a quello ancora successivo non ci sono più porte di appartamento, ma un'unica porta di metallo che porta forse sul terrazzo del condominio. 
Forse è la scala quella che ha sbagliato. Ridiscende, ma controllando le cassette della posta capisce che anche tutte le altre scale si fermano prima del 36. 
Risale e comincia a suonare ai campanelli delle case, ma nessuno risponde. 
Forse è la palazzina che ha sbagliato. Ridiscende, ma i piani che fa sono ben più numerosi di quelli fatti in salita. Forse è arrivato nei sotterranei? Risale, ma i piani che fa sono uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette... 
Possibile? 

Un piccolo quanto perfetto incubo. Attraversare in lungo e in largo, in su e in giù, un luogo che non si conosce e vederlo trasformarsi, modificarsi attraverso la percezione che proviamo. Scale che non finiscono, corridoi che si allungano, porte che si moltiplicano. Unico scopo dell'incubo: non farci arrivare all'obiettivo. E mentre questo accade avere la netta sensazione che il tempo passi mentre ti arrabatti e annaspi senza esito. Quindi l'incubo può raddoppiare: non solo non raggiungere l'obiettivo, ma invecchiarci dietro e ritrovarti solo e pieno di rughe... 
Questo è l'esordio della piccola raccolta di racconti horror. 
Tutto sommato, un avvio soffice. 
Inequivocabile il fatto che le storie che seguono sono di paura. Ma anche la paura può prendere direzioni diverse. 


L'inquietudine che si genera nel momento in cui si capisce di non avere più la situazione chiara sotto gli occhi, quando si capisce che ci sta sfuggendo di mano ciò che pensavamo di essere capaci di dominare... Cose del genere le ho lette in uno dei più bei libri che mi siano capitati tra le mani e che si intitola: Ci sono cose che fanno paura ed è scritto e illustrato da due geni, Florence Parry Heide e Jules Feiffer. 
La cosa che mi aveva colpito all'epoca era questa: le paure che venivano messe in elenco non alludevano a mostri a molte teste, ma al contrario andava a pescare piuttosto nel grande pentolone delle piccole e sottili inquietudini che ci riguardano tutti e che quotidianamente sono in agguato: vedere un cartellone con un avviso importante e non capire cosa c'è scritto; essere l'ultimo rimasto quando nessuno ti ha ancora scelto per la sua squadra; tenere la mano di qualcuno pensando che sia tua mamma e invece non lo è; giocare a nascondino e non trovare nessuno; cercare le tue scarpe sotto al letto e toccare qualcosa che non sai cos'è... 
Calì, nei suoi otto racconti, questo fa.


A parte un omaggio finale alla preistoria dove i ragazzini amanti del genere potrebbero apprezzare l'attraversamento dei vari habitat ricostruiti nel museo da parte di un loro coetaneo sempre più atterrito da triceratopi e da maestre arrabbiate, Calì va a pescare anche lui nel torbido, nell'ambiguo, perfino nel politicamente scorretto. 
Evviva! 
Gioca su questioni importanti e nel racconto ne tende, estremizzandole, a tal punto le possibilità che al lettore non resta altro che saltare sulla sedia e dire: ah, però, fino a qua si può arrivare! 


Come si suol dire: Calì non fa prigionieri, ovvero i protagonisti delle sue storie vanno diritti per la loro strada, hanno nel mirino il loro obiettivo finale e se questo prevede che loro si facciano spazio a spese di qualcuno, beh, lo faranno! 
Evviva! 

Carla 

Noterella al margine. Isadora Bucciarelli alle illustrazioni si inventa ancora un nuovo percorso di ricerca, che si va ad aggiungere a quelli già intrapresi finora. Qui direi che si tratta di immagini fotografiche in bianco e nero, rielaborate e quasi bruciate, tese ed estremizzate al pari dei racconti, per arrivare a quell'effetto di straniamento assolutamente necessario in chi guarda. Non vorremmo mica tranquillizzare il lettore, attraverso le immagini, vero? Evviva!

lunedì 23 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DA LUNEDÌ A LUNEDÌ, PASSANDO DA VENERDÌ

gatto qui gatto là
, Stéphane Servant, Marta Orzel (trad. Irene Scarpati) 
Biancoenero 2025 



NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Insomma, il giorno in cui quel gatto è entrato dalla finestra, l’ho chiamato Lunedì. 
Perché i gatti sono brutti come il lunedì. Sono furbi, ladri e infidi. Li vedo nel mio giardino, scavano la terra, strappano i miei fiori, e fanno i loro bisogni tra i miei porri. Sono insopportabili! 
Insopportabili quasi quanto la ragazzina bionda della casa accanto. Ma io aspetto comunque Lunedì. Perché non è un gatto come gli altri. Non appartiene a nessuno. È un randagio." 

Il gatto Lunedì arriva e, si piazza sulle ginocchia della vecchia signora che ha una gamba ingessata e sta aspettando anche la sua fisioterapista. 
Lui, come fa di solito, le si accoccola sulle ginocchia e, facendo le fusa, si addormenta. 
Quando un gatto ti si acciambella addosso e ti si addormenta in grembo, puoi essere anche la persona più malmostosa del mondo, puoi detestare tutti (di certo i gatti e le bambine rumorose), ma prima o poi cedi. Ed è quello che è capitato anche a lei, Loretta. 
Temporaneamente bloccata a casa dalla sua gamba ingessata - un ragazzino in bici l'ha stesa per strada vicino a casa - vede solo la fisioterapista, il dottore per la visita di controllo e le sue amiche che da lei vanno a giocare a scarabeo e a mangiarle tutte le torte. Un vicino di casa anziano come lei e quella bambinetta che canta sempre sono per lei tutto il suo mondo che sbircia dai vetri della finestra. 
Finestra che, per l'appunto, è la via d'accesso del gatto nero. 
Oggi è lunedì, ma nel gatto omonimo c'è qualcosa di diverso: ha un nastrino intorno al collo da cui pende un guscio di noce che contiene un brevissimo messaggio, anzi una domanda: come va? 
Il classico granello di sabbia nell'ingranaggio che fino a oggi aveva funzionato sempre allo stesso modo. Nella solitudine della vecchia Loretta si è appena affacciato qualcuno... per di più sconosciuto. 
Vista l'indole, ma anche l'inevitabile curiosità, la signora non resiste e risponde, ma con una rispostaccia perché in cuor suo ha già "capito" chi potrebbe essere: quella impertinente della bambinetta vicina di casa. 
Si sbaglia, lo sconosciuto dichiara di chiamarsi Sofian... 
O forse allora è il vecchio signore che annaffia con amore le sue piante sul balcone?
Comincia così un fitto scambio di bigliettini ed equivoci, alcuni anche molto poetici, che il gatto si premura di recapitare nel corso di una settimana. 
Il lunedì, nel pomeriggio, a gesso tolto, i due, Loretta e Sofian, si incontreranno...Forse. 

L'unico gatto che ho avuto nella mia vita era un siamese "nero" che mia madre odiava perché un gatto nero nella casa di una signora superstiziosa non era proprio l'ideale. Come antidoto al malocchio lo aveva battezzato Venerdì. Ha campato felice e cattivo per 17 magnifici anni! 
Questo è per dire che questo libro mi ha proprio cercato e, finalmente, trovato. Mi si è accucciato sulle ginocchia e ha cominciato a fare le fusa. 
A parte la contingenza di aver avuto un gatto di nome Venerdì, a parte la passione per storie di gatti con più case (dai Sei pranzi di Sid in poi), questo libro colpisce anche per ragioni più generali, che provo a elencare. 
Va subito chiarito che il libro è rigorosamente diviso a metà, come suggerisce il titolo.
C'è un gatto che fa la spola tra due (o forse più) case: di sicuro visita le case dei due interlocutori misteriosi, che "al buio" si stanno scrivendo e si stanno anche un po' raccontando, con le domande e le risposte che viaggiano nella noce. Cosa ami? Ci incontriamo? Facciamo assieme uno spuntino? 
Sebbene sia necessario tacere qui sulla seconda versione della storia, quella di Sofian... è invece utile sottolineare, quelle ragioni più generali. 
Prima fra tutte l'idea, la scintilla che mette in moto tutta la storia. 
Bello e perfetto, il meccanismo a orologeria che ticchetta per tutto il libro, ossia lungo le sue due metà tra loro simmetriche. 
Una grande armonia le tiene insieme, salvo poi "scoppiare" in un fuoco d'artificio finale, inaspettato. Anzi, due. 
Piacevole la leggerezza e contemporaneamente la profondità di scrittura, la sottile ironia che sa stare tutta racchiusa in poche frasi. 
Devi essere un bravo scrittore, e Servant ha dimostrato più volte di esserlo: non è da tutti raccontare un personaggio, anzi due, solo attraverso scambi telegrafici da mettere in un guscio di noce. 
E ancora, in quelle poche frasi che sono i testi dei reciproci bigliettini, Loretta e Sofian sono entrambi affetti dalla stessa "malattia", entrambi un po' troppo soli. 
Argh, la solitudine potrebbe essere un bel tranello, che ti fa cadere nella retorica sul tema. Qui no. 
Bello il modo che Servant ha scelto per raccontare la solitudine, peraltro da due punti di vista anche parecchio distanti. 
Bello è anche il modo - non detto, ma lì sotto gli occhi di ogni lettore attento - in cui i nostri pensieri funzionano nei confronti degli altri: i  preparativi di entrambi, Loretta e Sofian, per arrivare al meglio di sé all'incontro di persona, sono un concentrato di tenerezza. 
A ragion veduta si può parlare di concentrato: in sole 64 pagine, 32 a testa, succede tutto. 
Evviva! 

 Carla

lunedì 15 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LO STRETCHING NELLA LETTURA

La Piuma il Barbuto e il Cattivo
, Beatrice Sesino, Umberto Mischi 
Biancoenero 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 6 anni) 

"Laggiù, nel bollente vecchio West, si muovono silenziosi tre cowboy solitari. 
O meglio: due cowboy e una cowgirl. I tre tipi misteriosi galoppano sui loro cavalli, mentre la polvere del deserto si infila nei loro nasi e li fa starnutire. 
CLOPPETE, CLOPPETE, CLOPPETE. 
Chi sono quei tre? Nessuno conosce i loro veri nomi ma tutti li chiamano La Piuma, Il Barbuto e Il Cattivo. Sono i giustizieri più temuti e coraggiosi di tutti i tempi e combattono i malviventi con la loro furbizia." 

Piuma è leggera come una piuma, Barbuto nasconde nella barba tutto ciò che gli occorre, e il Cattivo è così tanto cattivo che non dice neanche una parola: si limita a ringhiare. 
Sono come sempre in cerca di banditi da catturare. 


Di giorno cavalcano, cercandoli nel polveroso e vecchio West, di notte montano la tenda e sul fuoco grigliano bistecche di cactus. Quella mattina, arrivando al villaggio, hanno una bella sorpresa: sta per cominciare la famosa Settimana del fagiolo. Impossibile proseguire. Non solo perché i tre sono ghiotti di fagioli, ma anche per spetterà a loro catturare il 'malefico' ladro di fagioli. Nella dispensa del saloon sono sparite tutte le provviste di fagioli che la cuoca avrebbe preparato di lì a poco, trasformando il classico legume in frittelle e pizze ai quattro fagioli. E al loro posto c'è un messaggio minaccioso ricattatorio - manette d'oro dello sceriffo contro lattine di fagioli della cuoca. La meravigliosa festa che richiama folle di persone rischia di andare in fumo, senza fagioli. I tre si presentano all'appuntamento con il terribile malfattore e, come accade spesso nel vecchio e polveroso West, parte la sfida. Fino all'ultimo fagiolo. 

La cosa che colpisce di questa storia: così com'è, potrebbe essere stata scritta da un ragazzino. L'idea di partenza, il ritmo, i continui scarti propri di chi non si sottomette alla briglia della logica, ma anzi preferisce il galoppo libero, e ancora i piccoli dettagli divertenti e assurdi, tutto questo lo attribuirei ad autori che per altezza non superino il metro e trenta. 
Si tratta di uno di quei libri che di certo non ti cambiano la vita, ma che hanno il pregio di farti passare un quarto d'ora in allegria. Un libro spensierato. 
Hanno quell'andatura e quella lunghezza ideale per essere letti sul divano in santa pace, senza chiederti in cambio grandi sforzi. E alla fine ti danno anche la soddisfazione di poter andare in giro sbandierando la notizia che hai letto un libro. Tutto. E tutto da solo. 


Per un bambino, libri così, ossia con una scrittura che sia scorrevole, non banale o sciatta e che sappia tenere il ritmo, con una storia 'esotica' quel tanto che li possa portare altrove con un salto, con personaggi anomali e lievemente esagerati quel tanto che li renda divertenti pur restando coerenti fino all'ultimo rigo, ecco libri così sono necessari così come è necessario lo stretching alla fine di ogni allenamento che ha richiesto sforzo. Libri così allungano i muscoli della lettura e sono defaticanti per i lettori novelli. 
Il ruolo che gioca il contesto è molto importante e richiama all'istante una iconografia e un tipo di lessico (nonostante una piccola svista) che appartiene a un genere ben preciso: il film western. 


In questo i disegni di Umberto Mischi pescano giustamente in un immaginario consueto e diffuso. Fin dal titolo, a lettere cubitali che allude a Il buono, il brutto, il cattivo, canyon di fondo, polvere, saloon, sedie a dondolo, stivali, cappelli a tesa larga, fazzolettoni, colt, baffoni e mascelle forti e l'immancabile mulino a vento americano. Anche le inquadrature: i primi piani degli occhi focosi o degli stivali e le ombre lunghe sono quelle canoniche del cinema western. Insomma, c'è tutto quello che serve. 
La spensieratezza del racconto con alcune punte di follia movimenta un contesto tanto forte. I tre protagonisti sono molto caratterizzati, nomen omen: La Piuma si muove leggera per disorientare l'avversario, il Barbuto nella sua lunga barba rossa (!) nasconde utensili di prima necessità: il tostapane, il cavatappi, la foto di sua nonna, un tagliaunghie e lo spazzolino da denti; ma si vocifera che tra i peli ci sia ben altro. Di certo, un apriscatole di ultima generazione che sfodera al momento opportuno. Il Cattivo, che ha appena 'atterrato' con la sua fionda il gelato di una bambina perché lui è davvero cattivo, non parla ma ringhia moltissimo.


Come vuole la norma i tre, sebbene molto diversi, formano un un unico corpo in scena e anche quando parlano si allineano, rispettando l'ordine gerarchico e il galateo: prima le cowgirl, ultimo chi sa solo ringhiare. 

Carla

venerdì 6 ottobre 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


INQUIETANTI STORIE DI PAURA


Biancoenero editore, casa editrice specializzata per l’utilizzo del font ad alta leggibilità, ha inaugurato una nuova interessante collana dal titolo Fifa Blu, storie di paura indirizzata a lettrici e lettori sopra i dieci anni. Doppiamente meritorio, perché amplia l’offerta editoriale in quello che ingiustamente viene considerato un ‘genere’ minore, il thriller o l’horror; e poi perché risponde alla domanda di letture ‘facilitate’, che non viene solo da lettrici e lettori dislessici, ma anche semplicemente lettori ancora alle prime armi, per vari motivi, a prescindere dall’età.
Ne ho scelti due, entrambi abbastanza paurosi e per la medesima fascia d’età, sopra i dodici anni: ‘Così imparate a uscire di notte’ di François Gravel e Martine Latulippe, e ‘Uccelli del malaugurio’, di Jocelyn Boisvert; gli autori sono franco-canadesi e propongono testi non troppo lunghi, ma ad alta intensità di paura.


In breve, le trame: ‘Così imparate a uscire di notte’, tradotto da Gabriella Baldanzi, vede come protagonisti Olivier e la sua amica Matilde, che una sera, mentre gironzolano indecisi se andare ad un festa oppure no, capitano in un cantiere, nella cui recinzione è stato praticato un foro. La curiosità è grande e i due non resistono alla tentazione di dare un’occhiata; in una buca spunta uno zainetto giallo, che contiene diversi oggetti, fra cui una bussola che sembra rotta e una maglietta verde a fiori. Il tutto sembra appartenere a una bambina, ma non una bambina qualunque: potrebbero essere oggetti appartenuti ad Iris, una bimba scomparsa anni prima. Interrompe le loro ricerche un uomo, all’apparenza un guardiano, che li avvicina tenendo al guinzaglio un temibile rottweiler. I due ragazzi, intimoriti, se la danno a gambe, lasciando lì lo zainetto, ma portandosi dietro la maglietta e la bussola.
L’uomo misterioso, di cui apprendiamo da subito le terribili propensioni omicide, segue Matilde fino a casa sua e sembra avere le peggiori intenzioni, che il lettore scopre nelle pagine, a fondo nero, a lui dedicate. Per fortuna arriva il lunedì e prima Olivier, poi Matilde, parlano con la polizia, che viene messa sulle tracce del colpevole di un caso irrisolto.
Naturalmente la storia non finisce qui e tiene incollato alle pagine anche il lettore o la lettrice più distratti; le pagine hanno l’aspetto di un dossier della polizia, riportando le deposizioni dei due ragazzi. Ci sono diagrammi, foto, ricostruzioni più o meno recenti, pagine di deposizioni e del diario di Matilde.


L’altro, ‘Uccelli del malaugurio’, tradotto da Flavio Sorrentino, rimanda chiaramente al capolavoro cinematografico di Alfed Hitchcock, ‘Gli Uccelli’. Qui, abbiamo una famiglia in vacanza, che si sta dirigendo verso un selvaggio Parco Naturale, naturalmente in Canada. La strada che percorrono, lontana dall’autostrada, è pressoché deserta, mentre all’orizzonte compaiono nubi tempestose. La singolarità è rappresentata dal fatto che alcuni uccelli, grigi e neri, sembrano seguirli. Appena decidono di fare una breve sosta, Dan viene spiato da un uccello e, successivamente, si scatena un vero e proprio attacco nei confronti della macchina, che nel frattempo ha finito la benzina. Gli uccelli si sono radunati e in questo caso, lo stormo di storni non evoca riflessioni fisico-filosofiche, ma una grande paura. Dan, il più piccolo, Dafne, la sorella maggiore quattordicenne e i genitori sono chiusi in macchina, mentre si avvicina la tempesta. Non si può davvero svelare lo sviluppo della narrazione, che scorre veloce e intensa. Qui la Natura, ben lungi dall’essere idilliaca, mostra il suo lato più inquietante e misterioso, quello che alimenta leggende e storie di paura, come questa.


Entrambi i romanzi, brevi il giusto, hanno una struttura lineare e una narrazione diretta, semplice, senza complessità linguistiche e strutturali. Oltre al font, hanno un’impaginazione vivace, arricchita dalle illustrazioni. Rappresentano una bella novità, che incontrerà sicuramente il favore di un pubblico finora poco ascoltato.
Consiglio la lettura a chi, a partire dai dodici anni, non teme orchi e uccelli neri, che almeno nei libri possono essere facilmente sconfitti.

Eleonora


“Così imparate a uscire di notte”, F. Gravel e M. Latulippe, trad. G. Baldanzi, Biancoenero edizioni 2023
“Uccelli del malaugurio”, J. Boisvert, trad. F. Sorrentino, Biancoenero edizioni 2023



mercoledì 31 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDEZZA DELLE PICCOLE COSE

Scarpa, dove sei? Tomi Ungerer 
Biancoenero edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)  

"Uno, due 
che strano tiro 
la mia scarpa 
è andata in giro." 

Questo è quello che capita a un bambino, giacca, cravattino e cappellino della scuola, che all'improvviso si trova senza la scarpa destra e il suo calzettone a righe con un filo tirato in cima fa bella mostra di sé. Forse del suo mocassino marrone ne sa qualcosa il cane seduto lì accanto che guarda altrove? 
Comincia così una carrellata di personaggi, animali e oggetti - dalla locomotiva al transatlantico - che nella loro forma ne nascondono almeno un'altra. 
In particolare, vista la situazione del bambino al principio, la forma di cui mettersi in cerca e quella della scarpa: di una o più scarpe. E non ci si illuda, come sarebbe facile pensare, che la soluzione si trova guardando in basso verso i piedi. 
Aguzzare la vista tra musi, becchi e corna. E divertirsi. 

Tomi Ungerer nel 1964 faceva questo. Oltre a molto altro. 
Tomi Ungerer non primissima maniera, per intendersi i Mellops o Crictor, con la linea sottile. 
Ma il Tomi Ungerer dell'epoca de I tre briganti. Il periodo in cui, a distanza di pochi anni dal suo arrivo in USA con pochi dollari in tasca e la cartella dei disegni, è un autore ormai ben noto che ha da dire molto sia con i suoi libri, sia con i suoi poster. Con la sua arte, più in generale. 
La grandezza si vede anche nelle piccole cose. 


Così in un libro tutto sommato semplice si riconoscono tre caratteri fondamentali della poetica di uno dei più grandi. Per alcuni, il più grande. 
Il primo di questi caratteri ha a che fare con l'idea che una forma ne può nascondere molte altre, basta saperle vedere. 
Non credo sia necessario approfondire il discorso che dietro questa lettura che solo apparentemente sembra circoscritta alla forma, Ungerer la applichi al suo modo di interpretare la realtà molto più articolato. Chi ha un minimo di dimestichezza con questo autore segue il ragionamento. 
Di questa sua attitudine si ritrovano radici anche più antiche nella sua arte. 
Basta pensare al suo libro Horrible/Weltschmerz, intorno al 1960 in cui il suo lavoro è quello di creare, attraverso il collage di oggetti di uso comune e una linea sottile e un po' tremolante, a inchiostro di china, che tanto ricorda quella di Saul Steinberg, una forma ulteriore: due forconi fotografati diventano le zampe di un uccellone, un televisore diventa il corpo di un pesce.

Tomi Ungerer Sans titre, dessin pour Horrible 1960 ca

Questo gioco ha un suo esito tridimensionale in una serie di sculture frutto dell'assemblaggio di materiali di recupero. Senza contare che su questa scia ancora negli anni Ottanta Ungerer firmava con lo pseudonimo KOK (Kunst ohne Künstler) una serie di oggetti, trovati nella spazzatura, poi esposti e venduti all'asta per beneficenza. Oggetti che potevano essere letti da una persona con una buona sensibilità e gusto, come espressione di una sorta di arte naturale. 
Senza Duchamp e Beyus nessuno forse avrebbe messo a fuoco la "banalità celestiale dell'oggetto spazzatura", così come si legge in Tomi Unger, il catalogo della mostra che si tenne nel 1991 al Palazzo delle Esposizioni, curata da Paola Vassalli.

 
Ma se si torna alla forma di uno stivale nel corpo di un'oca, si palesa la seconda costante dell'arte di Ungerer: l'ironia. Che lui dispensa a livello universale: in questo caso particolare, un bambino non deve coglierla necessariamente, ma a un adulto questo plusvalore non dovrebbe sfuggire. 
Quindi, attraverso la forma passa il suo acuto senso dell'ironia con cui chiama dentro i suoi lettori, piccoli e grandi. 
Un bambino, aiutato anche dall'uso del colore, riderà dei decolleté di sua madre che diventano corna di una mucca o teste di serpenti. O sarà contento di vedere babbucce arabe che diventano baffi in perfetta simmetria con quelle ai piedi di un pascià. 


Ai grandi sono riservate altre sottigliezze, come le scarpe di coccodrillo che sono il coccodrillo stesso, lo sgomento del maiale e altri stivali che diventano canne di cannone. 
D'altronde Ungerer non si è mai negato la possibilità di costellare di nessi di senso, spesso urticanti, ma maledettamente veri e quindi necessari, le sue storie e le sue figure. 
E l'ironia è sempre stata il suo mezzo di trasporto privilegiato.
 

Terzo elemento: il gioco. Questo è il suo modo di chiamare dentro i suoi lettori e far loro passare del buon tempo con un libro in mano. Divertirli attraverso lo sguardo che si deve fare acuto in cerca di una propria soddisfazione, che ha il pregio di potersi riproporre tutte le volte che si ricomincia. 
Per questa ragione, ancora prima che One, two where is my shoe? che esce per Harper nel 1964, esce nel 1962 Snail, where are you? che adesso viaggia in coppia, ancora per Biancoenero, con il titolo Lumaca, dove sei? Il meccanismo è il medesimo. Ma qui senza neanche una parola di introduzione al gioco, che parte con il titolo. 
Ursula Nordstrom, a cui il libro è dedicato, editor dal grande fiuto, che per anni ha reso grande il catalogo Harper, di Tomi Ungerer aveva già pubblicato i Mellops nel 1957 e poi quasi tutto il resto.


Lei aveva ben capito che testa e che mano aveva questo trentenne irriverente e rivoluzionario, arrivato in nave dall'Europa, che dichiarava "J'ai toujours voulu faire des livres d'enfants qui ne plasient pas aux parents". 
Lei, lo aveva capito e amato già allora. Lei. 

Carla

sabato 31 dicembre 2022

ECCEZION FATTA!

 I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE
PER FARE RUMORE 
PER FARE MERAVIGLIA 
 
Il meglio di... un anno di libri, un anno di ragionamenti,   
un anno di recensioni su Lettura candita 
Per ogni libro, il nostro perché
(BUM!) 


Luglio 2022


perché
qui lo sguardo è in presa diretta, racconta ciò che lo stesso autore ha vissuto, negli anni venti del secolo scorso, a Bangu. una storia di povertà e di desiderio di riscatto: Zezé ci racconta il suo mondo, le case malandate, il treno che porta in città, il Natale senza regali, e nello stesso tempo il pensiero travolgente, che cambia natura alle cose, che permette di sognare di diventare un giorno poeti.


perché
tutto ruota intorno alla questione di un incontro, ossia c'è qualcuno che è solo e sta sostanzialmente fermo al suo posto e di lì - casualmente - transita qualcun altro che è però diretto altrove. Ma anche qui Stark non si accontenta, perché dal seme dell'incontro fa nascere anche un'altra pianta: quella del desiderio che si ha degli altri (un bisogno che sfiora il confine verso la maternità/paternità). A peggiorare la solitudine della Creatura e ad aumentare ancora una volta i divari tra le due, ritorna la questione tempo. Lei è tanto sola ed è in cerca di un affetto per sempre, mentre la Piccolina ha un'esistenza effimera. Se incontro ci sarà durerà lo spazio di un giorno. 
Altro struggimento per chi legge.

Agosto 2022


perché
Baccalario racconta questa storia che pesca a piene mani nella storia reale di una città, Trieste, e deL  manicomio, rivoluzionato da quel grande psichiatra che è stato Franco Basaglia; la arricchisce a ogni capitolo con un ritratto, fra il vero e l’immaginario, dei degenti giocatori, delle loro parabole di vita, con uno stile che mescola, in giusta dose, commedia e dramma, con quel necessario pizzico d’indignazione, dettata dalle ingiustizie e dai pregiudizi che circondavano queste persone.




perché
La serietà impera in tutti i suoi libri eppure, non mi risulta che ne esistano esempi in cui i lettori, grandi o piccoli che siano, non scoppino in risate fragorose e non saltino almeno una volta sulla sedia per lo stupore. Possibilmente alla fine delle storie che racconta. 
E come Buster Keaton aveva capito molto bene, vedendo che la gente al cinema si sbellicava molto di più alle sue facce inespressive, piuttosto che a quelle sofferenti o arrabbiate, tanto più Meschenmoser dà vita a personaggi che si prendono così tanto sul serio che i lettori non possono fare a meno di ridere di loro! 

Settembre 2022



perché
Scoprire gli animali nascosti nel cielo, fra le stelle e magari chiedersi quali storie possano raccontare; chiedersi anche cosa possano essere quei puntini luminosi che brillano nell’oscurità della notte (sempre che si riesca a vederli!), ecco aperta la strada a un’infinità di domande, che è poi il fine vero di ogni buon libro di divulgazione.


perché
Il racconto di Ahmed, quello di Aziz e in ultimo quello di Sony. Tre voci per un'unica storia. 
Una storia che è contemporaneamente il racconto verosimile di un percorso di crescita, difficile, attraversato dalla guerra, da separazioni, rimorsi, e tentativi di riscatto. 
Ma è anche lo spunto per porre in essere una tragedia - attraversata da un dilemma, come accade in quella classica o in quella shakespeariana. 
E ancora: è una parabola dal tono universale per ragionare sul male che incarna la guerra, senza remissione, senza redenzione. 
Ed è anche una galleria di una umanità diversissima nelle sue sfumature. Al suo interno si riconoscono la debolezza di un padre e la forza di una madre, l'indissolubilità di un legame tra fratelli, la spregiudicatezza di chi decide del destino di altri, l'incertezza e l'ingenuità di chi non sa, di chi della guerra - per sorte - ne ha solo sentito parlare... 
Un libro che dimostra una grande originalità nella struttura e nel suo punto di osservazione che, solo sul finale, arriva a coincidere con gran parte dell'esperienza creativa di chi lo ha scritto: Tremblay non è solo un romanziere, ma anche un drammaturgo di calibro. 

Ottobre 2022


perché
Sono dunque due i fili narrativi che si intrecciano, in un racconto incalzante e avvincente: uno riguarda la crescita di Dima, la maturazione di un senso di alterità e di distanza da quegli adulti che all’inizio ammirava e aveva preso a modello, un sentimento all’inizio confuso e poi, via via, più chiaro di amore per la natura e soprattutto di rispetto per essa.



perché
come sempre dietro l'ironia che lo attraversa, si intravedono anche moltissime altre cose che hanno a che fare con l'umanità intera. Sotto le piume di quell'anatra zoppa e di quella gallina cieca ci siamo tutti noi, per un verso o per l'altro. 
A titolo di esempio, si guardi quell'anatra codarda che preferisce il proprio cortile buio e polveroso, la sua comfort zone, a qualsiasi altro luogo di cui ha contezza solo per sentito dire. Non se ne parla di partire senza una meta. 
Quanti di noi di fronte all'idea di intraprendere un viaggio, mai e poi mai lo farebbero da soli, mai e poi mai andrebbero alla ventura, senza aver già tutto pianificato... 


Novembre 2022



perché
Bomber’ è un romanzo complesso, che affianca alla dimensione avventurosa, che contraddistingue le scelte stilistiche di Dowswell, un intreccio che connette diversi aspetti di un brevissimo lasso di tempo, dall’agosto al dicembre del ‘43: le battaglie nei cieli, la vita nelle città sotto attacco, la guerra combattuta dai civili, dagli eserciti regolari e irregolari.




perché
è segnale di un profondo ragionamento di un genio creativo, nel romanzo si coglie all'istante una sua grande capacità di dare corpo - e soprattutto anima - a tutti quelli che transitano sulla pagina. E di farlo, ed è qui lo scatto di qualità, senza spendere neanche una parola su quello che esula dal mero accadimento. 
Mi spiego. Noi capiamo chi sia Theo solo attraverso quello che Theo fa o dice. Lo stesso accade per il signor Bunchley, per la piccola Victoria, per il signor Jones e il signor Norton e per tutti gli altri: da un punto di osservazione distante quanto basta li vediamo agire, li sentiamo parlare o tacere, dialogare o arrabbiarsi, lavorare, dormire, uscire, tornare, pranzare... e lentamente ma inesorabilmente sappiamo chi sono fino in fondo. 
Non una parola spesa da Raschka per spiegarci le cose. Lui, semplicemente, le fa succedere. Nessuna 'voce fuori campo' che spieghi. 
L'intelligenza del lettore è fatta salva.

Dicembre 2022



perché
Una storia di sentimenti, di emozioni represse, di solitudine raccontata con leggerezza, ironia, poesia. Lilo esprime uno sguardo ingenuo, che coglie però l’essenziale dei rapporti umani, scova la paura, suscita entusiasmo e allegria.




perché
la capacità di saper disegnare così bene i bambini e di saperlo fare attraverso una linea liquida con le trasparenze dell'acquerello. 
E tutto, meraviglia, in digitale. La loro individualità colpisce sopra ogni cosa. Primi piani o visioni di insieme sempre attenti, colti con grande attenzione e sensibilità e restituiti con grande talento e soprattutto onestà. Ed è proprio questa ultima caratteristica che li rende capaci di andare al di là del segno in sé e di muovere le corde dell'emotività. 

[FINE]