Il citofono. Sono Alice e amo una voce, Sara Piazza, dido
Biancoenero 2026
NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 10 anni)
"A un certo punto alzo gli occhi e vedo il citofono. Il citofono!
Perché mi ci è voluto tutto questo tempo per arrivarci? Il citofono è esattamente quello che fa per me. Eccolo, il ponte nascosto verso l'esterno, una specie di buco per la serratura, per ascoltare senza essere visti né sentiti.
Corro alla cornetta e con grande emozione la sgancio, curiosa di decifrare i suoni confusi che vengono da giù.
Ogni rumore è interessante, come un indizio."
Bloccata a casa dalla mononucleosi, Alice - che era in procinto di partire per il campeggio della parrocchia con la sua amica Lucrezia - vede sbriciolarsi la sua vacanza estiva. Finché c'è la febbre, deve restare chiusa in casa. Questa è la sentenza del medico.
Il campeggio saltato, ma anche le successive due settimane al mare con i genitori sono in serio pericolo, e come se non bastasse, è stata affidata - dalle 9 alle 13 di ogni santo giorno - alla custodia della scontrosissima sorella maggiore diciottenne, Chiara.
Alice cerca di dare un ritmo alle sue mattinate, ma obiettivamente il tempo non passa mai. Fino al momento in cui capisce che forse una soluzione alla sua noia potrebbe essere proprio il citofono: l'unico canale di comunicazione aperto verso l'esterno. Comincia così una sua esplorazione sonora dell'esterno, ma anche quella, dopo un paio di giorni, esaurisce il suo appeal, così Alice - ragazzina parecchio timida, ma determinata a far scorrere le sue giornate in modo dignitoso - decide di usare la sua voce come gancio che la tenga collegata con l'esterno che le è temporaneamente precluso.
L'idea iniziale di recitare poesie a loop dà insperati frutti, tanto che davanti al suo portone si forma nel giro di pochissimo un piccolo ma entusiasta uditorio di vecchietti e vecchiette che ogni giorno dalle ore 9.30 alle ore 10, con puntualità assoluta, si riunisce intorno al suo citofono per ascoltare una o due delle Favole al telefono di Rodari, che con grande maestria Alice legge a voce alta.
Al gruppo, improvvisamente e inaspettatamente, si aggiunge un uditore 'anomalo', ma altrettanto appassionato che, a lettura terminata e a vecchietti ormai andati, chiacchiera con lei: Tommaso un ragazzino suo coetaneo, la cui voce caratterizzata da una esse blesa, diventa per Alice come un bicchierone d'acqua quando si ha sete.
Questa è l'estate indimenticabile di una ragazzina schiva che si innamora di una voce...
Chissà se davvero a Sara Piazza l'idea è venuta pensando di giocare con il titolo di Rodari, Favole al telefono, e riconvertirlo in un più insolito Favole al citofono... E poi costruirci questa bella storia intorno...
Una serie di cose mi paiono molto divertenti e, soprattutto, piacevolmente insolite.
La prima è proprio il citofono: strumento ormai desueto che però in modo ostinato continua ad avere una sua residuale funzione e quindi a esistere - per i più ansiosi nella sua forma televisiva di videocitofono - accanto alle porte delle case di ciascuno. Sono rari quelli che ti passano a prendere e ti dicono, ti citofono e tu scendi. Molto più spesso ti senti dire: ti faccio uno squillo e tu scendi.
La seconda è l'idea di passare del tempo ad ascoltare il mondo fuori, in un modo molto discreto, e nel contempo di provare a leggerlo con le orecchie. Altra esperienza insolita, quanto utile: imparare a leggere i suoni che ci circondano e che di solito tendiamo a ignorare.
La terza è il passaggio successivo, ovvero quello di dare vita a delle letture condivise e di farlo in un modo del tutto imprevisto: attraverso un gracchiante citofono.
La quarta è quella di mettere una ragazzina che ha del tempo a disposizione al servizio di una piccola comunità, ossia il gruppetto di vecchietti che gironzolano nel quartiere. E l'idea di metterla lì a leggere storie - seppure solo attraverso un citofono - mi pare vincente. Intendo dire, vincente in assoluto, nonostante l'insolito assortimento delle età dei partecipanti. Ho sempre pensato che mettersi a leggere ad alta voce da una panchina di un parco avrebbe avuto un effetto catalizzante e aggregante per quella popolazione che non ha grande premura e che fa dell'attenzione verso le piccolezze del quotidiano una necessaria occupazione: gli umarel della letteratura.
La quinta è la deriva tenera che la storia a un certo punto prende. Sulla quale tacerei...
Ma non posso esimermi dal dire, in assoluto accordo con Sara Piazza, che la voce rappresenta l'ottanta per cento del fascino di una persona (insieme alle mani, ma questo lo dico solo io).
Carla
Noterella al margine: io, il libro che si 'beve' in un'ora, l'ho letto due volte, ma continua a rimanermi oscura la fine che fa la esse (effe) blesa di Tommafo...


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