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lunedì 25 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

LA RAGAZZA È IL MASSO 

La ragazza e il masso, Kristien In-'t-Ven, Martha Verschaffel (trad. Valentina Freschi) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Sembrava un masso. Un pezzo di montagna. 
Era così anche al tatto. Ruvido e duro come granito. 
Grande e impossibile da spostare. 
Cosa doveva farsene, di un masso che non aveva nemmeno chiesto? 
Proprio niente, pensò. Decise di posarlo e di tornare dentro. Ma non ci riuscì. 
Per quanto ci provasse, il masso non si smuoveva." 

Un fattorino lo ha appena depositato nel vano della porta di casa sua. Lei non ha ordinato nulla, men che meno un masso più grande di lei, eppure su quell'enorme pietra c'è il suo nome e per il corriere non ci sono alternative: è a lei che lo deve consegnare. 
Il masso ovviamente non passa dalla porta ed è maledettamente pesante. 


La ragazza, che un minuto prima era lì che impastava il pane, ora si ritrova fuori di casa con un pietrone da gestire. 
In tutte le maniere lei prova a spostarlo, ma senza successo. Più cercava un modo per liberarsene, più quello si appesantiva... 
La soluzione per lei è trascinarlo in qualche modo fin sull'orlo di un precipizio dove di solito la gente getta le cose che non vuole più avere fra i piedi. 
Il tragitto è faticosissimo e intervallato dai consigli e i giudizi delle persone che la vedono passare. Ma nell'atto di spingerlo al di là del ciglio cade anche lei dietro al masso che rotola in profondità, fino ad arrivare sul fondo, di fatto salvandola da un urto che per lei sarebbe stato fatale. 
Dei bambini si accorgono di quello che è successo e, con un buon lavoro di squadra, tirano su lei e il masso. Ormai è chiaro anche a lei che non ha senso cercare di separarsene. 
Dopo non essere morta, ma dopo aver toccato il fondo ed essere anche tornata a galla grazie ai bambini, si rende conto, forse per la prima volta, che tutti hanno con sé un masso. Piccoli o grandi, portati come zaini sulle spalle o al guinzaglio come cagnetti, i massi fanno parte della vita di molti, di tutti. 
Imparare a conviverci forse è la soluzione? 

Questo libro ha la caratteristica di generare giudizi tra loro contrastanti, in alcuni casi agli antipodi. Alcuni non ne hanno colto subito il senso profondo e la grande metafora che lo attraversa, altri lo hanno considerato "a tema", essenzialmente perché pone una grande questione (cosa altro dovrebbero fare i buoni libri, se non generare domande e mettere in moto le menti dei lettori, spostandoli di un po' dalle loro posizioni iniziali?). Altri ancora lo hanno reputato un libro bellissimo e quindi necessario. Tra questi, gli editori che l'hanno pubblicato nei Paesi Bassi e in Italia. 


Tra i molti che lo hanno considerato un gran libro, con una grande storia raccontata, sono nate interpretazioni molteplici. In sostanza tutti hanno cercato, in base alla propria esperienza, in base al proprio modo di leggere il mondo e la realtà, di dare un senso e un nome a ciò che si nasconde dietro (o forse sarebbe più corretto dire dentro) quel masso. 
Diciamo che, per come ce lo raccontano Kristien In-'t-Ven nelle parole così taglienti e necessariamente ambigue, e Martha Verschaffel nei disegni spigolosi, rigorosamente a matita, e quindi in bianco e nero, il masso è una roba "pesante", "ingombrante" e necessariamente "consistente" o sarebbe più giusto dire "esistente". 
Quindi, già solo l'idea di avere un masso con cui fare i conti significa mettere la protagonista in una condizione di svantaggio. Infatti al principio è proprio un fastidio: le impedisce di tornare al suo impasto, le sottrae l'accesso a casa e di fatto le nega la possibilità di tornare alla sua zona di conforto. 
Eppure. 
Il masso, però, è stato letto non tanto come un fastidio, un guaio arrivato tra capo e collo, ma come qualcosa che ha la facoltà di cambiare lo status di una persona e dal quale non ci si deve separare, al contrario bisogna imparare a tenerne conto. 
 Detto fra noi, se fosse così, troverebbe ancora maggiore senso la circostanza che la ragazza riemerga dal burrone con il masso...


Se così è, e io mi schiero tra coloro che così lo interpretano, il masso è lì a segnare davvero il passaggio da uno status a un altro. 
Sebbene sia pur vero che questo passaggio, spesso improvviso e repentino, avviene perché una sofferenza ti tocca, un dolore ti colpisce, tuttavia le cose potrebbero essere lette anche in altro modo. Faccio esempi concreti: libraie hanno visto in quel masso l'arrivo di un figlio, ragazzi di seconda media lo hanno definito "senso di responsabilità", che in qualche misura con il diventare grandi, o appunto con maternità/paternità ha parecchio a che spartire. 
Altri lo hanno considerato la presa di coscienza di sé stessi. 
Se dovessi dare una mia lettura personale direi: il masso è prima di tutto un impegno che la ragazza si prende, e non è affatto o non solo una difficoltà con cui imparare a convivere. 
O forse, ancora meglio, il masso è lì a dire che lei esiste nel mondo. 
Illuminante per me è stato il ragionamento di un filosofo, uno dei rari esponenti del genere maschile che questo libro lo ha fin da subito apprezzato (tanto da presentarlo alla Fiera di Bologna ad aprile scorso), secondo cui l'arrivo del masso segna un fondamentale passaggio tra quello che è il reale e quello che è la realtà. Laddove il reale è la proiezione che noi abbiamo di ciò che ci aspetta e la realtà è ciò che capita: inaspettata, inattesa, imprevedibile come un corriere che ci consegna un pacco che non avevamo mai richiesto... 


In altre parole, quel masso è lì non solo per salvare la vita di quella ragazza, ma addirittura per attestarne l'inizio dell'esistenza. E quel pane che l'aspetta per essere impastato, cotto e poi mangiato sembra proprio sottolinearlo. 
Noi cominciamo a essere nell'istante in cui il sasso ci trova e diventa parte di noi. 
Il masso è lì a dare misura e peso di ciò che è reale, trasformandolo - malgrado i nostri affanni e le nostre aspettative - in realtà! 

Carla

venerdì 4 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE DOMANDA 

Troppo lunga, Nikola Huppertz, Regina Kehn, (trad. Claudia Valentini) 
Emons raga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'E tu che hai fatto oggi?' mi ha chiesto a un certo punto papà, non trovando più nulla da dire su Malve. Io mi sono stretta nelle spalle. Ho ripensato a Joël e alla Carina, al signor Krekeler che deve sforzarsi di andare a fare jogging (forse), a Snow che mi ha tirato in bici per otto chilometri lungo il canale, con una piccola pausa in mezzo in cui ci siamo seduti sulla riva e io per ringraziarlo gli ho sussurrato delle storie nell'orecchio appuntito e gli ho accarezzato il pelo morbidissimo che ha sotto il muso, e ho subito capito che mamma e papà non avrebbero saputo che farsene di questo racconto." 

Genitorialità consapevole, medico lui, insegnante lei, una sorella maggiore, Malve, sorella maggiore perfetta ed egocentrata, ora alle soglie della maturità, ma con tutt'altro in testa che mettersi sui libri a studiare. Per ora è attratta dalla meditazione, ma non durerà. 
Questo è il piccolo nucleo familiare di Magali Weill, tredicenne piuttosto alta (con la sua statura, 1.82, si colloca al 97esimo percentile) e piuttosto convinta che con questa statura esagerata nessuno avrà mai il coraggio di innamorarsi di lei, figuriamoci di baciarla, magari mettendosi in punta di piedi o, peggio, chiedendole di chinarsi per essere raggiunta... 
I suoi le hanno appena regalato un diario perché ci scriva di sé. Ma lei decide che quel diario è molto più utile per annotare tutto quello che le succede intorno: le vite degli altri.
Magali capovolge lo sguardo e sulle pagine riporta, giorno dopo giorno, quello che accade all'interno della sua piccola comunità condominiale. A parte le litigate tra genitori e figlia maggiore, Magali racconta delle sue passeggiate con Snow, l'husky dei vicini che per lui non hanno mai tempo, visti gli innumerevoli marmocchi che zampettano per casa. 
Magali racconta del suo elegantissimo vicino di casa che, novantottenne, ha ancora voglia di fare jogging ogni mattina. 
Magali racconta del suo amore nascosto per il suo vicino sedicenne, Joël, che non la degna di uno sguardo e trova solo il tempo di litigare sempre e solo in francese, con sua madre che, a sua volta con i gessetti, decora ad arte i marciapiedi intorno al palazzo. 
Questa routine che si ripete grossomodo ogni giorno con poche varianti si inceppa quando il signor Krekeler decide che è arrivato il momento di smettere di fare passeggiate salutari e incominciare a prepararsi alla morte (98 sei fürs Leben zu Lang, così in tedesco, da cui il titolo del libro). 
Con l'eleganza e il garbo di sempre convoca la sua famiglia, ovvero quel che ne resta: suo figlio Louis (tante compagne, molti figli e attualmente abitante in una comune) e il di lui figlio, ossia il nipote del signor Krekeler: Kieran, da adesso in poi KK, poco meno di un metro e sessanta, mingherlino e tutto cerotti. Louis ha il compito di ubbidire al padre in tutto e per tutto, con lo scopo di mettere ordine tra carte e oggetti, prima della prossima dipartita del vecchio. KK invece deve fare solo il nipote. E lo fa magnificamente. 
Questa è la cronaca di un paio di settimane di vita (e di morte) di tutta questa gente: dal 29 marzo al 12 aprile: una settimana di Pasqua indimenticabile. 

Andrebbe letto e poi riletto. Oppure andrebbe ascoltato e poi letto, oppure letto e poi ascoltato. La cosa necessaria da fare è entrarci più e più volte dentro per poterne apprezzare le tante qualità - dalla sceneggiatura - così ben costruita in cui si incastrano a perfezione le molte singole vicende: un piccolo capolavoro di cesello, come spesso sono le storie condominiali - alla scrittura garbata ed elegante che va - tra filosofia e vita di tutti i giorni - a passo sicuro. 
Ogni tanto ci si commuove e ogni tanto si sorride. 
Nonostante il libro abbia un titolo che fa l'occhiolino ai turbamenti di un'adolescente che non ha fatto pace con il suo corpo e la sua crescita, mette nero su bianco anche qualcosa di molto più universale, passeggiando tra grandi domande, grandissime domande. 
In questo l'originale tedesco gioca di più sull'ambiguità di questa lunghezza... le gambe di Magali o la vita del vecchio Krekeler? 
Torniamo alle domande. 
Una su tutte: qual è il senso della vita? Troviamolo e poi possiamo morire con dignità. La grande questione è lì che si affaccia nel momento in cui il signor Krekeler decide che basta: tocca prendere in considerazione l'idea di andarsene. Come ci si deve comportare di fronte alla morte? O per meglio dire, come ci si può organizzare per accettare l'evento con la necessaria naturalezza e dignità? E per chi resta? Quali sono i pensieri che chi vive si vede balenare in testa? Visto che la morte è qualcosa che inevitabilmente a un certo punto busserà alla porta, come ci si può organizzare per non farsi trovare impreparati, ossia quali sono le cose da fare per potersi dire al momento di aver vissuto una vita degna di questo nome? In fondo, la morte non è forse l'ultimo pezzetto della vita? Sì, lo è! 
Tra Seneca e i trenini di legno; tra Rimbaud e le uova da dipingere; tra Stravinskij e le tute da ginnastica; tra Uchermann e il verde pallido di una cameretta è un continuo e piacevolissimo rimbalzo tra la vita vera, quella apparentemente fatta di poco o niente, tra la quotidianità e i massimi sistemi. 
Uno dei libri sulla Grande Domanda, citando Elrbruch, più belli e intelligenti che mi sia capitato di leggere. 

Carla

mercoledì 2 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

A QUATTRO A QUATTRO 


Escono quattro alla volta queste piccole storie di Pension Lepic per la Collana Parole per Posta. 
È da poco arrivata in libreria la seconda quartina: La tovaglia bianca di Françoise Legendre, Colla e io di Mathis, Charly di Sarah Turoche-Dromery e Pensa a mangiare! di Mikaël Ollivier. 
I titoli sono mutuati dalla Collection Petite Poche dell’editore francese Thierry Magnier e propone dei brevissimi racconti, da leggersi in meno di quindici minuti. Sono stampati in un (piccolo) formato che gli consente di essere inseriti in una normale busta da lettera: l’invito infatti è quello di condividerli una volta letti e le ultime pagine sono predisposte per tracciare il viaggio che ogni storia farà, di lettore in lettore.


Le copertine sono bellissime (e molto diverse da quelle francesi): per la prima quartina, firmate da Katy Couprie, per la seconda quartina da Tiziana Romanin la quale ha pensato bene di collegarle in un unico disegno che tiene insieme i quattro titoli, suggerendo l’idea che le storie sono sempre tutte tessute insieme in un unico grande affresco che è quello dell’esperienza di vivere. 
Allora proviamo a seguire questo affresco. 
E cominciamo dalla storia di una tovaglia. Siamo nel 1910 e Jeanne sta ricamando un tessuto per confezionare la tovaglia del matrimonio della nipote Anne. I capitoli seguono gli anni, la storia e la Storia, passando di generazione in generazione, di guerra in guerra fino a tornare a Jeanne, una piccola Jeanne che nel 2014, dopo 70 anni e 4 generazioni ascolterà la storia di quella tovaglia che nella sua trama e nel suo ordito ha trattenuto le vite e gli eventi, ed è arrivata fino a lei. Poiché da questa parte del mondo siamo abituati a far scorrere la lettura da sinistra verso desta pure quando leggiamo le immagini, arriviamo a raccontare la seconda copertina. 
Qui troviamo una volpe immobile, rannicchiata sulla riva di quello che potrebbe sembrare un corso d’acqua, ed è la volpe che Lucas e il suo fratellino Colla (così soprannominato perché, come spesso accade, non si scolla mai dal fratellone più grande) incontreranno durante una passeggiata. La volpe effettivamente è morta stecchita già preda di mosche voraci. Dunque è una storia di fratellanza, di infanzie che si tengono allacciate per far fronte ad eventi più grandi di loro, ché quando la vita non scorre proprio liscia c’è bisogno di coraggio. 
La leggerezza della scrittura di Mathis dà a Lucas e a Colla la capacità di guardare la vita così com’è, di attraversarla pure quando le risposte non ci sono, e di incrociare le dita quando pare che…dai, potrebbe funzionare. 
Continuiamo a seguire l’affresco in senso orario e arriviamo alla terza copertina che raffigura due uccelli in volo tra cielo e terra, insieme e liberi. Il titolo è Charly . Il narratore è Sam, un ragazzino che per questa estate sta lavorando alla pensione estiva della sua famiglia. Tutto scorre come sempre, i soliti anziani ospiti rendono le sue giornate abbastanza routinarie ma va molto meglio quando, insieme a dei nuovi ospiti - la famiglia Dupont - arriverà Charly, un ragazzino della sua stessa età con il quale scoprirà di condividere davvero tante passioni: i Lego, Dungeons & Dragon, le passeggiate nella natura estrema. Le giornate passano piacevolmente, la condivisione crea una bella e sincera amicizia… peccato che le apparenze a volte ingannino, e i pregiudizi pure! Alla partenza dei Dupont, Sam farà una scoperta che lo obbligherà a rivedere la sua visione del mondo…e ne sarà capace. 
La quarta copertina raffigura una bambina seduta coi gomiti sulle ginocchia e il mento poggiato sulle mani: osserva e pensa. È Emma che pensa al nonno che è stato appena calato in una grande buca. E la domanda si impone imperiosa e grande: ma che si vive a fare se poi bisogna morire? Il padre, la madre, la maestra, la nonna, tutti saranno interrogati, e l’indagine esistenziale della piccola Emma non si placherà con nessuna delle risposte che gli adulti proveranno a formulare. 
Emma pensa e domanda, gli adulti sono sfiniti, le loro occhiaie si fanno sempre più visibili; le diverse risposte vengono vagliate, messe a confronto, generano altre domande. Ma Emma pensa e osserva, e un giorno di pioggia, quando un arcobaleno appare per poi scomparire, la piccola grande pensatrice riuscirà a chiudere il cerchio dei suoi pensieri. 
Negli otto racconti fin qui pubblicati troviamo sempre storie di grandi domande, di infanzie colte in frangenti che rivelano la loro forza fragile e salda al tempo stesso, la capacità indomita di fare esperienza della vita e di costruire autonomamente senso e significato, di non dare niente per scontato: è questo che fa di questa collana una miniera di piccole perle. 


Ne leggiamo di ancor più belle nella prima quartina pubblicata nel 2024: Vedi alla voce felicità di Mathis, Appena un tocco di Hanno, Il grande mistero di Mikaël Ollivier, e L’uomo senza un orecchio, una storiella che pare fare eccezione: nessuna infanzia a raccontare ma un uomo burlone a cui manca un orecchio e che per tutta la vita, alle domande dei conoscenti sul come e perché di orecchie ne ha una sola, risponderà ogni volta con una storia diversa, avventurosa e incredibile ogni volta di più. 
La firma è di Jean-Claude Mourlevat, che conosciamo per la grande capacità immaginativa e per lo spirito ironico e burlone di uno che di clownerie ne sa un bel po’. 
Allora ci affidiamo a queste brevi storie di Parole per Posta confidando nel fatto che ci faranno pensare e sorridere (che è il modo più interessante di attraversare i giorni), e che potranno viaggiare e contagiare da vicino e da lontano senza grossi limiti di età, da 8 a 108 anni. 

Patrizia 

La tovaglia bianca di Françoise Legendre, trad. Livia Rocchi, Pension Lepic, 2025 Colla e io di Mathis, trad. Livia Rocchi, Pension Lepic 2025 
Charly di Sarah Turoche-Dromery, trad. Ettore Malotti, Pension Lepic 2025 
Pensa a mangiare! di Mikaël Ollivier, trad. Angelo Petrosino, Pension Lepic 2025 


venerdì 30 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GIOIELLO 

Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare 
(trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli otto anni) 

"Allora non ci sarebbero stati né il fresco venticello primaverile né il caldo torrido e odoroso di fieno dell'estate. Lollo Mollo non avrebbe potuto arieggiare la casa e lo scheletro sarebbe rimasto nell'armadio per un altro anno. 
Questi pensieri gli fecero venire mal di pancia. Bisognava fare le cose per bene e tirare fuori lo scheletro dall'armadio, proprio come ogni anno. Eppure l'ansia continuava a graffiargli il petto. E se la primavera fosse arrivata dappertutto tranne in quel posticino solitario, lasciandolo immerso nell'alito gelido e ostile dell'inverno? Cosa avrebbe fatto?" 

La questione è complessa. Lollo Mollo ogni anno si prefigge questa incombenza: tirare fuori l'armadio da casa, pesante e scomodo, ma con le fette di patata sotto le zampe ce la fa, e dopo averlo caricato sulla carriola, arrivare sulla collina isolata e solo lì tirare fuori lo scheletro dall'armadio per spolverarlo a dovere, togliere gli eventuali ragni che si sono annidati tra le costole, mettere due palline di antitarme nell'armadio (non si sa mai).
Tutto questo richiede una bell'aria di primavera un bel sole, una collina isolata, appunto, dove nessuno lo veda. 
Questa incombenza va svolta in assoluta solitudine: è sempre stato così e così sarà per sempre. 
Ma quella mattina tutti i segnali, compreso l'entusiastico vociare di Gracchio che annuncia in giro la primavera, confermano che il sole e il caldo sono arrivati. 
Si può procedere. 
Portata a termine la consueta procedura, Lollo Mollo si siede soddisfatto e comincia a pensare quando quello scheletro era apparso per la prima volta nel suo armadio... E mentre è lì che pensa si chiede anche che cosa sarebbe potuto succedere se gli altri abitanti del bosco avessero saputo del suo scheletro nell'armadio... Certo potersi confidare gli sarebbe piaciuto, ma come farlo? E gli sarebbe anche tornato utile che gli altri gli dessero una mano nel trasporto dell'armadio. Ma no! 


La cosa migliore era continuare a conservare il proprio segreto. E mentre lo pensa, temendo la pioggerella primaverile, si sincera che nessuno sia in vista per ricaricarsi l'armadio e rimetterlo a posto in casa. Con lo scheletro dentro. 
Intanto Occhiolungo e Gracchio, non lontano da lì, decidono di non andare al mare perché se Lollo Mollo ha rimesso dentro l'armadio con il suo scheletro, vuol dire che la pioggia sta davvero per arrivare... 

Se un libro di racconti (il genere e passo narrativo che amo di più) esordisce così, con un piccolo gioiello perfetto, da lì in poi la voglia di proseguire nella lettura schizza a mille. E infatti è quello che accade. Due parole sul gioiello. 
Molto giusto che dia il titolo all'intero libro, se lo merita. 
Il ritmo pacato. 


La scrittura esatta al millimetro. 
L'ambientazione che è quella di un gruppo di case tra bosco e mare, tra fiaba e realtà. 
Ed è un contesto che ricorda molto quello di altri potentissimi libri: il migliore tra tutti, Lettere dal bosco di Tellegen. 
Il gioco linguistico che dà l'avvio all'intero racconto e che ne costituisce l'ossatura, lo riempie di una sana follia. Lo scheletro nell'armadio è contemporaneamente metaforico e letterale e su questo si regge l'intero dialogo tra i due significati e di fatto l'intera storia. Bella idea, non l'unica. 
La piacevolezza della lingua delle due traduttrici lo illumina possibilmente ancora di più: una lingua curata, parola per parola. 
Il colpo di teatro finale che ti lascia lì, stupito, sorridente e intenerito. 
Da qui in poi, tutto quello che viene dopo questo gioiello iniziale. 
Siamo piombati nel mezzo di una piccola comunità pacifica di animali diversi - e alcuni piuttosto inconsueti - e una ragazzina, di nome Sipriki, che vale uno come tutti gli altri. 


Vivono insieme, condividono con grazia e gentilezza lo spazio e il tempo comuni. 
Non tutti loro agiscono all'unisono. Ci sono storie a due, per esempio quella di Leprotto e Lupo di mare (!) - sono io che stravedo o potrebbe essere una allusiva declinazione del mito della donna foca? Ci sono storie più corali in cui si impara a conoscere la personalità dei singoli protagonisti. Alcuni di loro portano nel nome la loro fragilità: Goffofredo o Sperperina, per esempio. 
E alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie: Stridulone che non vuole lasciar andare la giornata perfetta. L'inadeguatezza di Farfalla che, per la sua ala a cui manca un pezzetto, non si sente vera e completa...Riccio e il suo problema di misantropia, o Pigolino non proprio convinto che nella vita il traguardo sia tutto.... 
A ben vedere si tratta di grandi questioni che si pongono, tra gli altri, un gatto, Occhiolungo, un corvo, Gracchio, un lumacone, Lollo Mollo, un leprotto, Leprotto, un lupo, Lupo di mare... 


E poi c'è lei: la traduzione, ossia la lingua scritta che tutto tiene insieme. 
Studiata e limata per essere perfetta nel suo essere rispettosa dell'intreccio fittissimo di doppi significati, di allusioni lessicali. 
Tanto per dire: la brillante scelta dell'onomastica dei singoli personaggi è un raffinato lavoro di cesello, che in un gioiello, appunto, ci sta perfetto. 
Libro necessario, da tenere stabile per mesi o anni sul comodino, per leggerlo e rileggerlo ogni sera, prima di fare bei sogni. 

Carla

mercoledì 16 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DEL BENE E DEL MALE 


Martyn, narratore e protagonista di questa storia, ha un cognome che già prima di nascere lo condanna a una vita difficile: si chiama Pig, Martyn Pig ...e vorrei vedere voi! 
Ma al cognome si è ormai abituato, come a tutti i conseguenti sfottò: le risate, i grugniti, gli appellativi (porco, maiale, faccia di lardo, mangia letame…). Pure al resto della sua vita si è abituato: a un quartiere squallido, a una città grigia dove si trascinano esistenze deprivate, alla solitudine, ai cieli grigi, a una madre che se n’è andata già da tempo e a un padre alcolizzato molesto e violento. 
Una esistenza data per scontata, come se in alcun modo sarebbe potuta essere diversa, uno sguardo così lucido da rasentare l’ironia. 
Martyn ha (quasi) 14 anni e ci racconta la sua storia a ritroso, quando tutto è già successo, un anno prima, la settimana che precedeva il Natale: da un mercoledì al mercoledì successivo. 
Tutto è già successo, dunque, e questo "tutto" sta per "tanto", anzi "troppo".  Come sempre, Kevin Brooks ci porta sull’orlo di un baratro dove cerchiamo di restare in equilibrio mentre lui ci scazzotta ben bene all’altezza dello stomaco per vedere quanto siamo disposti ad abitare tra le pagine di periferie aride e adolescenze dolenti, dove se vuoi capirci qualcosa, se vuoi sopravvivere, devi rinegoziare a ogni passo, in ogni pagina, cosa è giusto e cosa non lo è. 
Grigio è il colore di questo racconto, neanche il sangue di chi è morto riesce a colorare la storia, solo grigio, lo stesso grigio delle strade, dei volti anonimi dei vicini, dei passanti, dei negozi. Giusto per dare un’idea provo qui a riportare gli aggettivi con cui Martyn, nello spazio di sei pagine, descrive cose e persone mentre fa un giro in città per recarsi al TuttoSottoCosto: spaventoso, collassato, scheletrico, sgradevole, irritante, orribile, insopportabile, appiccicoso, paralizzante, estraneo, sgraziato, discordante, untuoso, folle, freddo, umido, fradicio, sbronzo, strappato, imbrattato, biancastro
E certamente me ne è sfuggito qualcuno. 
In un paesaggio di tal fatta, umano e urbano, interno ed esterno a Martyn, accade quello che non doveva accadere: nella giornata di quel mercoledì di un anno prima, per evitare l’ira del padre strafatto di alcool come sempre e come sempre violento, Martyn cerca di schivare l’aggressione - una spinta per difendersi - la caduta - la testa sulla pietra del camino. Il padre muore già nel primo capitolo e mi permetto qui di raccontarlo perché è nei capitoli, dunque nei sette giorni, successivi che tutta la storia accade. 
E quello che accadrà sarà determinato da due elementi: la passione per i romanzi noir e polizieschi di Raymond Chandler e Arthur Conan Doyle, e l’amicizia con Alex, la giovane vicina di casa che diventerà coprotagonista degli eventi. Ispirato da Philip Marlowe e da Sherlock Holmes e motivato dall’innamoramento per la bella Alex, Martyn costruirà la sua strategia e il tentativo di riscatto da una situazione senza uscita. “Le cose non succedono così e basta, ci sono delle ragioni. E le ragioni hanno le loro ragioni. E le ragioni delle ragioni hanno una ragione. E poi le cose che succedono fanno succedere altre cose, diventano delle ragioni a loro volta. Niente va dritto per la sua strada, non è mai così semplice.” 
Dentro un determinismo schiacciante Martyn cercherà di inserirsi tra gli eventi costruendo un cinico meccanismo di precisione senza mai svelare in anticipo il suo piano a chi legge. 
Un racconto in prima persona che si sposta dal passato al presente e viceversa, fatto dialoghi in presa diretta che si mischiano a ricordi di infanzia; e mentre si legge si è presi da un flusso continuo di racconto e ci pare di assistere alla scena come se accadesse in quel momento sotto i nostri occhi, poi ogni tanto Martyn si rivolge direttamente a noi, allora ci si ricorda che non si è testimoni di qualcosa che accade nel presente ma che è tutto, tanto, troppo, già accaduto. È solo nell’Epilogo che riusciamo a tornare stabilmente in noi, nel presente di lettori e lettrici chiamati in causa dal narratore. 
Una scrittura magistrale. Un giallo, una detective story, un romanzo sociale, un romanzo di formazione dove ogni svolta del racconto è inaspettata e quello che ti aspetti ti prende allo stomaco: tra illusione e disillusione, ingenuità e strategia, Kevin Brooks ti porta fino all’ultima pagina dove tutto si riapre in un giudizio impossibile, dove bene e male, amicizia e tradimento si ridisegnano come non potevi immaginarti. Ogni adolescenza è impegnata a ridiscutere e ridefinire il bene e il male, a contestarne i luoghi comuni per ricostruirne il senso individuale e collettivo. Questa storia apre uno spazio ampio ed estremo capace di accogliere domande e riflessioni fuori da ogni risposta preconfezionata. 
Per lettori e lettrici con stomaci forti e con una quindicina di anni alle spalle. 

Patrizia 

Noterella al margine. La copertina è disegnata Truly Design, un collettivo di artisti torinesi che con una palette ridottissima di colori e con un disegno super geometrico riescono a dare profondità e movimento alla scena. Una pur veloce ricerca in rete mostra la loro capacità di ridisegnare gli spazi creando volumi e profondità illusorie e pur credibili. Il nostro Martyn si è forse imbattuto in uno dei loro murales? 

 “Martyn Pig”, Kevin Brooks, trad. Benedetta Reale, Giralangolo 2025 

 

venerdì 6 dicembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TROVARE IL MODO 

I serpenti non fanno rumore, Lucia Carlini 
Kite Edizioni 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Nessuno si era accorto che fosse arrivato. 
Lui era già lì, chissà da quanto. 
La notizia era su tutti i giornali. 
UN SERPENTE DIVORA OGNI COSA 
Un serpente mangia. Cosa ci sarà di così sconcertante? 
Non sarebbe affatto strano se il serpente non fosse stato tanto lungo da non vederne neppure la testa o la coda. Tanto lungo da essere in due paesi contemporaneamente. 
La gente era terrorizzata, non usciva più di casa." 

Dato che i serpenti quando si muovono non fanno quasi rumore, nessuno ne aveva percepito l'arrivo. Chissà, magari era lì da un bel po'. 
Ma adesso tutti si erano accorti della sua presenza e nulla era più come prima. 
Del serpente si parlava in continuazione: si facevano ipotesi sulla sua forma, sulle sue dimensioni sulla sua pericolosità. Alcuni raccontavano strane leggende su di lui: se ci sali sopra, dopo non potrai più scendere, tuttavia il panorama che si sarebbe goduto da lassù sarebbe stato magnifico... 


Nessuno osava toccarlo e se uno lo incontrava, abbassava lo sguardo e cambiava strada. 
Una cosa era certa: nel vederlo la prima volta constatavi che era sempre diverso da come te lo avevano raccontato. Ma se da un lato, lo si temeva e gli si imputavano le sparizioni di mandrie e persone, dall'altra il serpente era diventato un piacevole e sempre fecondo motivo di conversazione. 
Cresceva il serpente e crescevano le congetture su di lui. Lui era silenzioso, ma intorno c'era un gran chiasso.
Il serpente diventò una piccola ossessione, a tal punto che tutto cominciò a ispirarsi alle sue sembianze: dalla pasta alle grandi tele al museo di arte contemporanea. 


Certo, è un fatto che la forma del serpente, così lungo che non si vede la testa e tanto meno la coda, sia di per sé divisiva: c'è un al di qua e un al di là del suo sinuoso corpo. Ed è altrettanto certo che se ci si divide lo si fa perché ci si sente incompatibilmente diversi. Da una parte chi lo adora e dall'altra chi lo teme. 
Tuttavia, tutto questo gran parlare della scomoda presenza, così come era cresciuto nel tempo, lentamente andò perdendo di attualità e importanza e le persone ricominciarono a occuparsi dei fatti loro: spesa, ufficio postale, un gelato, un viaggio. 


Il gran parlare di qualcosa che preoccupa, che inquieta fa così, un po' come i serpenti, arriva e se ne va di soppiatto. Ma di sicuro, divide. 

Per poter ragionare sulle grandi questioni è cosa buona e giusta trovare per loro una buona metafora che le rappresenti, che le trasformi in una storia, in un'immagine, in un simbolo che tutti possano riconoscere. 
Lucia Carlini lo fa. 
Per ragioni diverse da questo libro in particolare, mi è capitato di riflettere con insegnanti ed educatori su quanto si possa dire in un libro per bambini e, una volta stabilito che non ci debbano essere grandi omissioni, ci si è interrogati su quali possano essere i linguaggi più efficaci e utili per discutere di questi argomenti, diciamo così 'scomodi'. 
Insomma, mi pare sia emersa almeno tra chi ha voglia di assumersi la responsabilità di educare, l'esigenza di non mettere troppi paletti intorno alle cose che ci mettono in crisi e ci fanno traballare, ma piuttosto che sia più saggio trovare il giusto modo per discuterne assieme: grandi e piccoli. 
E così, inevitabilmente, torno al punto di partenza: trovare il modo. 
Quello di Lucia Carlini mi pare efficace. 
Già un paio di anni fa aveva messo sulla pagina una questione bella grossa, le cose e il loro possesso, L'importanza delle cose. Lì tutto era partito da un paio di scarpe che la scimmia smarrisce. 
Ma se in quel caso a non convincermi del tutto fu il suo metterci troppe cose diverse intorno a quelle scarpe introvabili, e quindi appesantire il procedere verso una soluzione univoca, qui - con la presenza di questo corpaccione fermo e ingombrante del serpente - le cose sono andate altrimenti. 


Qui mi pare che Lucia Carlini si sia presa tutto il tempo per osservare e non perdere mai di vista la questione centrale, pur considerando tutte le possibili direzioni che il ragionamento potrebbe fare. 
Ma sopratutto in I serpenti non fanno rumore - ed è questo a convincere me - mi pare manchi del tutto la soluzione, una risposta univoca. 
Lucia Carlini si guarda intorno, constata, registra e poi immagina che forma dare a ciò che vede: un serpente diventa la sua grande metafora di quando un intero sistema entra in difficoltà. 


Ma, con coraggio, si ferma e tace al momento giusto, un attimo prima del confine al di là del quale c'è il giudizio, verso il troppo consueto e richiesto arrivare a una morale, un insegnamento, una soluzione. 
Brava, non tutti ne sarebbero stati capaci. 

Carla

lunedì 24 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

HEIDELBACH: UN FATTO PER I RAGAZZINI 

Marina, Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2024 


ILLUSTRATI 

"L'abbiamo trovata in spiaggia mio fratello e io. 
L'abbiamo portata a casa. 
La mamma ha detto che poteva restare a vivere con noi. 
Le ho dato la mia camera e mi sono trasferito da mio fratello. 
L'abbiamo chiamata Marina." 

Marina è una ragazzina che per il momento non fa altro che annuire e scuotere il capo per dire sì o no. Non per questo resta esclusa dalle conversazioni casalinghe, anzi ascolta con attenzione e mangia di buon appetito, sopratutto il pesce. Piano piano comincia a parlare anche lei, poche parole isolate, ma fa rapidi progressi e quando un giorno, con il fratello minore, va al parco e un signore la prende in giro per il colore scuro della sua pelle lei gli addenta una coscia. Tocca scappare alla svelta. Marina fa il bagno con la porta chiusa, tutti i giorni. Un giorno ha cominciato a parlare come un fiume e non ha più smesso. Racconta cose magnifiche della sua vita nel mare: si chiama davvero Marina e suo padre è il re e sua madre la regina dei mari. Con le sue numerose sorelle viveva in castello magnifico con mille attrazioni. Ma poi un litigio con una delle sue sorelle principesse l'ha spinta a fuggire. Il fratello più grande alza gli occhi al cielo, la provoca e non le crede e, quando lei racconta quella che lui crede essere l'ennesima panzana, la offende dicendole che lei in mare non ci è mai stata... 

I libri di Heidelbach non sono mai facili (per i grandi, almeno). E neanche questo fa eccezione. Come sempre accade con le sue storie, la stratificazione di significati si presenta sempre molto impegnativa, a patto che la si voglia vedere e si desideri andare a vedere cosa c'è al di là di quel diffuso senso di inquietudine che gli adulti colgono e che caratterizza il poco testo e le immagini. Spesso, purtroppo, molti di loro, colti da questa vaga sensazione di disagio, si fanno spaventare e mettono giù il libro, dicendosi: naaa, non fa per me... figuriamoci per mio figlio... 
Questo è per dire che il sogno che Heidelbach in Italia sia un autore per tutti resta un sogno: una chimera. E chimera resta il fatto che capiti nelle mani giuste, quelle dei ragazzini. 

© Nikolaus Heidelbach

Tuttavia potrebbe capitare che qui passi qualche adulto più coraggioso e più illuminato. Qualcuno che i rari libri di Heidelbach che valicano le Alpi li aspetta fremente. 
E allora a quel qualcuno si può parlare di Marina
Andiamo a vedere la superficie e la profondità di questa storia. 
In superficie c'è una storia con un 'gancio' più facile, e molto evidente: la bambina emigrata da accogliere. Sempre in superficie ci sono tutti gli elementi consueti delle molte altre storie analoghe: è sola, ha difficoltà a comunicare, ha tratti somatici inconfondibili, su di lei lo stigma di essere diversa. Poi, di fronte alla domanda regina, che è spesso dietro a storie così : è arrivata qui, cosa ci facciamo, adesso (L'isola di Armin Greder docet)? Heidelbach si tuffa e va giù giù. 
Lui, che è lontano mille miglia da ogni retorica, sceglie di raccontare qualcosa di diverso, qualcosa che conosce molto bene: la mette letteralmente nelle mani di due ragazzini, fratelli, che la maneggiano fin dal principio ed è così che noi la conosciamo. Attraverso la loro relazione reciproca tutto assume spessore e senso. Con tutto quello che ne consegue. 
Si contano sulle dita di una mano quegli autori che se ne impipano della spiegazione, dell'insegnamento, della morale, in nome di una lealtà nei confronti dell'infanzia: Heidelbach dimostra ancora una volta di saper raccontare la potenza dell'infanzia con una onestà sconcertante. Sconcertante per i grandi, ovviamente. 
Ecco, questa è la sanissima inquietudine che attraversa le sue storie. 
Così Marina diventa un fatto di ragazzini. E come tale va letto. 
I due bambini, come spesso fanno i bambini, vanno dritti al punto e non si curano più di tanto delle farraginosità in cui potrebbero incappare: la trovano e la portano a casa. La mamma dice che può restare. Arriva una poliziotta e la madre gli inventa qualche scusa e quella se ne va. 

© Nikolaus Heidelbach

E anche in questo Heidelbach si allinea a quel modo di leggere il mondo ed evita tutto quello che potrebbe solo appesantire il percorso verso il nocciolo della questione. 
Il più piccolo, il più bambino dei due, le fa spazio e soprattutto le crede (anche la madre dà a vedere di farlo, ma è tutt'altra cosa). 
Il fratello più grande, che purtroppo ha perso quella capacità di viaggiare sul crinale tra la realtà e l'immaginazione, tra il vero e il possibile, è l'ostacolo, il granello che inceppa il meccanismo... 
E Marina? Heidelbach come le dà vita? Con la stessa sensibilità profonda con cui ci ha raccontato i due fratelli tra loro e i due fratelli con lei. Non c'è una sola parola, o un solo gesto dei due fratelli, che un bambino vero non pronuncerebbe o non farebbe e quindi non riconoscerebbe come suo. L'ho detto fino allo sfinimento: Heidelbach è uno dei migliori narratori di infanzia (e di umanità tutta) che mi sia capitato di incrociare. E anche qui accade lo stesso.
 
© Nikolaus Heidelbach

Il bambino piccolo è tutto fede, il fratello maggiore è tutto disincanto. La madre è tutta cura. Il passante al parco è a suo modo un'icona, di una fetta di popolazione... 
E Marina, dunque? Qui Heidelbach va ancora più in profondità: ne dà un'immagine che tiene conto di un sacco di cose non dette. Cosa l'abbia spiaggiata il giorno in cui i due fratelli la incontrano, possiamo intuirlo - Heidelbach non lo dice di certo ma disegna una copertina e un frontespizio piuttosto eloquenti - di sicuro lei sta scappando da una realtà traumatica e sta cercando di costruirsi una nuova realtà, una nuova identità. E le uniche cose che ha per le mani sono le cose che la circondano. 

© Nikolaus Heidelbach

Forse il poster con la sirena che è sul suo letto rappresenta per lei un punto di partenza... Si tratta dell'unica via di scampo che è in grado di darsi per andare avanti. Ragion per cui i suoi racconti sembrano inverosimili, in quel loro essere specchio "sottomarino" del mondo terrestre che lei ora ha davanti: il regalo per il compleanno, i saldi nel centro commerciale Sirena, le litigate fra fratelli, i parchi, le piscine e gli ottovolanti compresi. Sembrano inverosimili, illogici e impossibili, nelle sue parole, ma sono invece quanto di più autentico e possibile ci possa essere. Rappresentano il desiderio di una ragazzina di inventarsi una verità alternativa, per rimuovere la verità fatta di dolore da cui è appena fuggita. 
Il finale: il finale è ancora più heidelbachiano di tutto il resto. Pieno di mistero, di cose non dette perché i lettori ci possano entrare per farci i conti. Un unico indizio lo dà nelle risposte dei due fratelli, fino all'ultimo quei due son diversi. 

Carla

lunedì 22 aprile 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IPOTESI SU UN "LETTORE CHE NON SI FIDA" 

The Kissing Game. Short Stories, Aidan Chambers (trad. Marta Barone) 
Equilibri 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Il giorno prima avevo compiuto undici anni. Nel cortile della scuola giocavamo al gioco dei baci. Era una specie di rito. Tiravamo a sorte per decidere le coppie, un maschio e una femmina. Poi, una coppia alla volta, andavamo dietro la palestra dove nessuno poteva vederci e dovevamo restare lì finché gli altri non finivano una delle canzoni della top ten. Pensavamo fosse roba forte! C'era una ragazza che mi piaceva. Era la prima per cui avessi mai preso una cotta. E credevo che lei provasse lo stesso per me. Avevo una voglia matta di baciarla. Fino ad allora, era stato solo un gioco, e la parte dietro la palestra non mi interessava un granché. Ma quel giorno, quando estrassi a sorte, venne fuori lei..." 

Forse nasce da questo episodio, che lui stesso ha scritto su un foglio, la patologica timidezza di James. 
In questa lettera che fa recapitare dal postino complice, a Rosie, la nipote dei suoi vicini di casa, lui le racconta della sua prima fallimentare e traumatica volta al "gioco dei baci". Da quelle poche ma sincere righe traspare tutto il suo impaccio nelle relazioni con le sue coetanee, Rosie inclusa, che ormai dura da anni. Anche lei, però, sembra avere qualcosa che la turba e che l'ha allontanata da casa, facendola arrivare a casa degli zii. A uso e consumo del vicinato è stata messa in giro la voce che Rosie soffra di agorafobia, ma le cose sono in realtà diverse. E sarà proprio Rosie ad aprirsi con James, quello stesso giorno - al di qua e al di là della staccionata di legno che tiene separati i rispettivi giardini. Sarà lei a raccontargli di come anche nel suo caso il "gioco dei baci" sia stato fatale: altro che pochi baci ed effusioni dietro la palestra di scuola per il tempo di una canzone... Per lei una terribile violenza di gruppo, subita qualche tempo prima. Si è trattato di un vero agguato organizzato da quello che lei credeva il suo amato ragazzo con la sua banda di 'compari'. 
Rosie guida James verso quello che sembra un tenero e innocuo gioco fatto perché entrambi possano superare il trauma di quell'altro gioco finito male: la mano destra di lui si intreccia con la sinistra di Rosie attraverso la staccionata, le due teste al di là del bordo si avvicinano verso un bacio dolce e appassionato. E l'esito verso la ricerca di un qualche riscatto nei confronti della vita, trova invece un finale che toglie anche l'ultimo respiro all'innocenza. Ormai è finita. 

Chambers è un autore necessario. 
Ragion per cui in casa Equilibri, forse i più devoti apostoli del chambersianesimo, non si perde occasione di diffondere la sua poetica e soprattutto i suoi pensieri e le sue pratiche intorno alla letteratura: dalla 'rilettura' del diario di Anne Frank in una prospettiva ancora ulteriore che possa servire a una riflessione sull'adolescenza tout court, ai suoi 'manuali' su come far radicare in modo efficace e duraturo la letteratura di qualità nelle terre dove pascolano i lettori difficili.
I suoi romanzi circolano in Italia da trent'anni: la stragrande maggioranza pubblicati da Rizzoli, ma anche Giunti e Einaudi hanno reso merito alla sua scrittura, infatti The Kissing Games, arriva per la prima volta con Giunti nel 2011. Un libro di racconti in grado di racchiudere in sé le diverse qualità che contraddistinguono la visione di Chambers sulla realtà, quella degli adolescenti in particolare, e il suo modo di trasformarla in letteratura. 
La forma del racconto sembra essere la casa ideale dove accogliere il "lettore che non si fida". Lui, "il lettore che non si fida", lo annusa perché quel titolo è un buon gancio, ma poi pensa che possa rappresentare per lui una noia, se non una fatica: più di duecento pagine. Quindi se ne allontana e, a raccogliere storie, va altrove. Ma se solo "il lettore che non si fida" ha fatto il gesto di sfogliare The Kissing Games prende atto di due cose subito evidenti. 
La prima: sono racconti, appunto. Roba breve, nella maggioranza dei casi, che si esaurisce in poche pagine. E, per di più, alcuni sembrano addirittura dei copioni. Dialoghi serrati che si leggono in un fiato: la flash fiction, che si compone di due parole che si accendono luminose nella sua testa di "lettore che non si fida" (E Chambers lo sa bene). E se il caso vuole che gli corra lo sguardo su Tipo vivere il gioco è fatto. 
Lì dentro c'è qualcuno che conosce. E, una volta arrivato in fondo, dopo 20 secondi al massimo, accade la seconda cosa: il "il lettore che non si fida" capisce che quel finale è un buon finale. 
Di solito sono gli incipit e finali a colpire. Quindi, un buon finale, ossia un finale che non ti aspetti, fa il resto. La cosa che potrebbe succedere è che il solito "lettore che non si fida" ne legga un secondo, di flash fiction, diviso in scene, magari Il dibattito su Dio, e in qual caso verificherà che Chambers è anche un buon narratore dell'assurdo. Effettivamente sembra un piccolo pezzo di teatro che odora di Beckett, dove si parla di di Dio e si dimostra il teorema della pistola, ma con una banana. 
Se il "lettore che non si fida" ora decide di fidarsi almeno un po' e quindi andare verso i racconti più lunghi, e comincia con ordine, troverà la storia di una ragazza che sta cercando un suo posto nel mondo e lo fa con prevedibili ingenuità, desiderio, irrequietezza e sfida. Da Cindy (un soprannome che è tutto un programma) a Ursula, lei pensa sia sufficiente mascherarsi con i vestiti di sua sorella per arrivare a essere visti o notati dagli altri... 
Il "lettore che non si fida" oramai ha cominciato a fidarsi e a questo punto va avanti. Segue Chambers che mette in scena in una caffetteria uno scorcio di vita di relazione tra un ragazzo e la sua ragazza, che gli compare davanti con il suo nuovo ragazzo. Oppure "il lettore che adesso un po' si fida" ascolta Chambers mentre gli racconta le difficoltà che gli adolescenti incontrano nei confronti degli adulti: sia che abbiano voglia di raggiungere una qualche indipendenza economica, sia che li sfidino, opponendosi alla loro manifesta stupidità nel volersi attenere per forza a una regola scolastica, palesemente fasulla. 
Poi arriva Kissing Game, che è il cuore pulsante del libro che poi prosegue con altri brevi e splendenti racconti. Uno che fotografa un mondo fuori dagli stereotipi e dalle convenzioni - a costo zero (confesso il mio preferito, per quanto riesce a mettere in crisi il pensiero comune che si può riassumere in consumo quindi esisto) - un altro che rende omaggio alla profondità di pensiero che emerge nella letteratura russa, capace di riassumere in un'unica parola una delle sensazioni più complesse che attraversa l'intricato vivere degli adolescenti: toskà
Da questo punto in poi, il nostro lettore è a un passo dall'averlo letto tutto... 
Arrivato fin qui, speriamo, starà pensando che in fondo valeva la pena fidarsi di Chambers, perché lui scrive buone storie ed è onesto con il suo lettore. 
E in quanto tale, aggiungo, è necessario. 
E questo, solo per chiudere il cerchio. 

Carla

venerdì 16 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CAMMINARE DRITTO  

Il duello, Inês Viegas Oliveira (trad. Matteo Francini) 
Edizioni Clichy 2023


 ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Spettabilissimo signor Rodin Rostov, ci siamo. 
Mi sembra ancora di sentire la vostra voce, parola per parola, lettera per lettera. 
I vostri affronti hanno ferito le mie orecchie, i miei timpani, il mio cuore, e posti anche più profondi dentro di me, che non si trovano in nessun libro di anatomia. 
Dovevo farlo, capite? Uno, due, tre, quattro, quanti passi ci separano?" 

Schiena contro schiena, con le rispettive pistole rivolte verso l'alto, i duellanti si allontano. 
Solo di uno però possiamo seguire il tragitto. E solo di uno sappiamo i pensieri. Non si rivolge più al signor Rodin Rostov, e lo si capisce perché dalla seconda plurale si passa alla terza persona singolare delle tante domande che si pone. 
Il vento soffierà a suo favore? E i suoi stivali lo renderanno più veloce? 
Le gambe più lunghe saranno un vantaggio per lui? Mentre è lì che mette passo dopo passo, la sua testa si arrovella. 
 Poi, nonostante la distanza, è di nuovo al signor Rodin Rostov che pone una grande questione: circa l'indossare i panni di un altro. Voi signor Rostov avete mai provato per caso a mettervi nei panni di un altro? anche solo per scoprire che sono un po' troppo larghi e terribilmente stretti? 
C'è da dubitare che Rostov lo possa sentire. Riprende così il suo rimuginare tra sé e sé. 
Questa volta è il cibo che cattura i suoi pensieri. Certo che ormai di ore ne sono passate parecchie, magari sta pensando che io sia fuggito o magari perso. 
E dopo tutto questo camminare effettivamente anche i motivi del duello sembrano essersi allontanati e sembrano sopraggiungere una serenità e una disponibilità tutte nuove. Magari dipendono da ciò che gli occhi vedono, il naso annusa e le orecchie sentono? Anche il nome di Rostov sembra addolcirsi, e così il suo ricordo. A tal punto che forse vale la pena scrivergli due righe, affidarle a degli uccelli, per comunicargli che sarebbe bello rivedersi. Come due vecchi amici 
È facile, basta continuare ad andare dritti. Avanti sempre avanti. 

Sophie Van Der Linden, a proposito dei meccanismi che regolano un buon albo illustrato, parla di uno spazio vuoto che deve esistere tra il testo e l'immagine e l'oggetto che ne deriva, ossia il libro in carta e ossa, in modo che, come capita a una qualsiasi articolazione, le singole parti possano muoversi agevolmente e in autonomia non ostacolandosi, pur essendo una dentro l'altra. Lavorare in squadra.
Il duello ne costituisce un esempio eccellente. 


Sfruttando la legatura delle pagine i duellanti si mettono, come vuole l'iconografia, spalla contro spalla e visto che lo fanno dove il foglio si divide, immediatamente si mettono a dialogare con lo spazio della pagina che diventa teatro, ossia scenario. E che scenari! 
Da lì si allontanano in modo quasi speculare, avvolti nella nebbia di circostanza. Il limite della pagina diventa un elemento di attesa nel lettore: cosa può succedere? Entrambi usciranno di scena? No. solo uno sparisce, ma non è difficile immaginarselo mentre conta i passi andando verso sinistra, in direzione opposta al quella del protagonista di cui vediamo l'incedere verso destra, che poi è il senso della lettura, e di cui sentiamo la voce. 
La cosa che succede allo sguardo è quella di notare come le figure colorate si trasformino sotto gli occhi: da alberi spogli si passa a un esercito di soldati in marcia che, girata la pagina diventa una parata di suonatori di trombe e tamburi che subiscono un'altra metamorfosi diventando acrobati da circo, in uno scenario da parco dei divertimenti. Ancora una pagina girata e arrivano i teatri che si affastellano con fondali e scene tutte diverse, davanti a un pubblico rivolto verso la scena con le spalle a noi lettori. Oramai è notte e gli scenari cittadini restituiscono locali dove mangiare: ristoranti, caffè e anche i poster attaccati sui muri pubblicizzano pizza e panini. 


Gli scenari si avvicendano e diventano sempre più complessi. Ma lui continua ad attraversarli fedele alla consegna iniziale. La città è finita. Arriva il verde, gli animali, la campagna sotto la luna è deserta e poi la pioggia. Tutto quel verde trascolora nel celeste dell'acqua del mare che attraversata porta a un'isola verdeggiante da cui spedire la lettera di invito a incontrarsi, dopo aver deposto le armi. 
Parole che vanno in un senso e figure che ne raccontano un altro. Eppure. 
Si sfiorano ancora una volta, i ristoranti quando si parla di cibo, i panni da indossare quando si vedono i teatri, il vento quando si vedono le trombe. 
Non si tratta di coincidenze casuali, ma di una volontà precisa di far parlare le tre lingue in accordo. E così accade che in quello spazio vuoto tra testo, immagini e libro la prima a introdursi è proprio lei l'autrice. Con un obiettivo impegnativo. 
E quindi, brava Inês Viegas Oliveira che giovane già maneggia con tanta disinvoltura un oggetto così complesso, quale può essere l'albo illustrato. 
E ancora più brava si dimostra nell'aver messo su carta una questione potente e averla raccontata in un modo così originale. 


In fondo quello che l'occhio percepisce, quelle forme che si trasformano, quel mondo sempre più colorato, sempre più complesso e vivace che lo sguardo attraversa e quel camminare dritto attraverso, se messi insieme danno il senso a tutto. 
E come se non bastasse, usa proprio tutti gli strumenti che sa di possedere: attraverso lo stemperarsi delle parole, sempre più miti, attraverso la distanza - una giusta distanza - le cose si possono vedere in modo diverso. Attraverso una composizione di alto valore estetico, attraverso un sapiente uso del colore che inversamente all'affievolirsi delle parole, si carica di forza.

E poi tutto, ma proprio tutto, converge a dare coerenza, compresa la linea azzurra che attraversa silenziosa ma piena di significato i risguardi, per non parlare del bel gioco tra copertina e controcopertina... 


Bella prova! 

Carla