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venerdì 19 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI GRAZIA E GENTILEZZA

Baldo prende l'autobus, Inbar Heller-Algazi (trad. Simona Mambrini) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Mamma e papà dormono ancora. Strano: è ora di andare a scuola... 
Be’, vorrà dire che oggi se la caverà da solo! 
Baldo va in bagno a lavarsi i denti, scende le scale senza far rumore, e si prepara per la giornata. 
Mentre in cielo spuntano le prime luci del giorno, ecco che arriva il suo autobus." 

Baldo ci salta su, saluta l'autista e il cane di lei che è acciambellato accanto al grande volante. Si chiama Toto. Baldo si va a sedere nel suo posto preferito: in fondo in fondo. 
E, forse complice il lieve dondolio dell'autobus o il fatto che stamattina si sia svegliato davvero presto, Baldo si appisola sul sedile con lo zainetto di scuola accanto. E quando si risveglia, grazie ai respironi che Toto, gli fa vicino alle orecchie, fatica a uscire da ciò che stava sognando, ma capisce presto di non sapere dove si trova: quello che vede dai finestrini dell'autobus non gli è familiare per niente. 
Il mare, la spiaggia... altro che città, altro che scuola. 
E quando vede l'autista del bus, seduta di schiena su una roccia davanti al mare, con suo figlio accanto e il canetto che scorrazza tra gli ombrelloni e l'acqua, le chiede aiuto. E lei, gentile come d'abitudine, gli spiega che oggi è domenica e che, come ogni domenica, ha portato a divertirsi - prima della corsa di ritorno tra un'ora - il suo piccolino e soprattutto Toto che per l'acqua ha una vera passione. 
In che guaio si è cacciato? Ma forse non lui e non tutto è perduto... 


Questa è la storia di un orsetto che voleva fare tutto da sé e di un'autista dell'autobus parecchio gentile... 

Terzo episodio che ruota intorno a Baldo, un orso-bambino, che Babalibri pubblica in traduzione dal Moumoute originale di Inbar Heller-Algazi. 
Una delle caratteristiche che vengono ascritte a questa autrice berlinese, ma trapiantata a Tolosa, è la sua grande capacità di creare piccoli mondi, piccole società animali in cui convivono con assoluta naturalezza e in grande armonia bestioline e bestiolone tra loro piuttosto diverse: grilli, orsi ed elefanti (ma anche asini, giraffe e ippopotami e lepri). E un cane. 


La naturalezza non dovrebbe stupire più di tanto, ma di certo la diffusa armonia nella convivenza e la gentilezza, invece, sono un valore aggiunto. 
Come spesso succede nei libri per i più piccoli - in questo caso è un libro che anche bambini che ancora non sanno leggere apprezzeranno, ma ancora di più piacerà a chi lo userà come "palestra" di lettura, visto lo stampato maiuscolo - si raccontano piccoli modelli di buon vivere insieme. 
E in Baldo prende l'autobus questo appare molto evidente nella cura che l'autista, una mamma elefante, dedica al piccolo orso, temporaneamente solo soletto e un po' sperduto. 


Pranzano assieme, legano in amicizia il piccolo elefante e il piccolo orso, condividono temporaneamente l'aquilone, ma anche il cane e il cibo per il picnic sulla spiaggia. 
E soprattutto l'autista elefante riallaccia il filo interrotto tra Baldo e i suoi genitori; li chiama, li tranquillizza e si fa carico di riportarlo in città da loro a fine corsa dell'autobus. 
Così anche gli adulti che questo libro lo leggeranno con i propri bambini si potranno sentire rassicurati. Che non è poca cosa. 
La seconda caratteristica che viene riconosciuta a questa giovane autrice è la sua capacità di disegnare in un modo quasi infantile, nascondendo dietro un segno a matita talvolta volutamente incerto, una forza espressiva che prende vita quando organizza i disegni sulla pagina ma soprattutto quando decide di costruire lo spazio di azione, o - più in generale - quando si dedica agli scenari. 


Per spiegare a cosa si alluda, basterà guardare come ha scelto di disegnare i due scorci di montagne che Baldo vede al di là dei vetri della finestra della sua camera, quello all'alba e quello a sole tramontato, prima di andare a dormire. Forse anche grazie al fatto che sono "incorniciati" nella finestra, ma davvero sono due piccoli quadri ad acquerello, in uno scenario tutto a matita. 
Lo stesso potrebbe dirsi sul cielo e le sue nuvole che, senza parere, sono una sorta di controcanto alla descrizione piuttosto dettagliata dei diversi bagnanti sulla sabbia, sul bagnasciuga e sotto gli ombrelloni. O ancora quello rosato che segna il fondale di uno scorcio prospettico bello bello di un vialone illuminato ancora dalla luce dei lampioni, in una quieta alba domenicale, in una cittadina ad evidenza ancora addormentata, lei... 
E a proposito di dettagli, si converrà che è davvero molto divertente andarne in cerca, nelle diverse illustrazioni: a partire dalla targa dell'autobus che sembra una data di nascita... 
E credo lo sia. 

 Carla

Noterella al margine. Non riesco a non pensare che ben due libri di Babalibri hanno l'autobus nel titolo, e non solo, e che entrambi si caratterizzano per la grazia e la gentilezza diffuse nella storia. Sono due bei contenitori di umanità diversa, che perde o prende l'autobus. Non fa differenza.
Ecco, di recente, la grazia e la gentilezza sugli autobus sembrano essere merce rara: anziane signore autoctone che pretendono il posto da altrettanto anziane signore di importazione, senza che nessuno (o quasi) alzi un dito e dica ba, oppure degli autisti, maschi di uomo, che, al contrario dell'autista magnifica, femmina di elefante, dimostrano al mondo di essere orrendi...

mercoledì 24 luglio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’OROLOGIO DAVANTI AGLI OCCHI 


Lo scopo dell’arte è spostare impercettibilmente la terra sotto i piedi delle persone. Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica sono il modo in cui facciamo le cose. L’arte è il motivo per cui le facciamo. 
Oliver Jeffers 

Una volta una persona a cui devo molte cose mi ha fatto capire un concetto difficile in un modo semplice: mentre parlavamo ha preso il piccolo orologio analogico che era appoggiato al tavolo, me l’ha messo a due centimetri dagli occhi e mi ha chiesto le ore. Non le vedo, ho risposto. E lui mi ha detto è questo che intendo quando dico che per capire le cose che ci riguardano, dobbiamo fare almeno due passi indietro. Se siamo troppo vicini, diventiamo ciechi. 
Questo episodio è stato il primo pensiero che mi è nato dopo la lettura di Intanto sulla terra… Alla ricerca del nostro posto nel tempo e nello spazio di Oliver Jeffers. 
La storia che racconta Jeffers è apparentemente semplice: un padre chiama i propri figli, devono andare, salutano la mamma, salgono in auto, escono dalla città. La voce narrante però non è quella di nessuno dei tre personaggi rappresentati, pare una voce che da tempo, da ben prima che il libro sia iniziato, stia riflettendo sull’agire umano. 
 Questo è l’incipit del testo: 
“In tutto il cosmo 
questo posto nel nostro sistema solare 
è il posto dove tutte le persone vivono 
da che siamo umani.” 
Tant’è vero che a un certo punto la voce narrante propone ai tre una deviazione dal loro percorso e il padre, nel frattempo irritato dalla litigiosità di fratello e sorella, accetta subito.
 

Il narratore chiede loro di indossare il casco spaziale: direzione la Luna, 400 mila chilometri dalla Terra, un anno di viaggio, come dice la voce, calcolando una velocità media tipicamente automobilista di 60 km orari. 
E in questa parte esplode il colpo di genio di Jeffers: man mano che i nostri tre procedono nel loro viaggio e tanto più tempo ci mettono, tanto più indietro nel tempo storico va il nostro narratore. Come può essere mi chiedete. Ehi, ma questo è un albo illustrato, tutto può essere ed esserlo in modo immediato: per andare sul pianeta Venere ci si mettono 78 anni (sempre viaggiando in auto a 60 km orari), cosa accadeva 78 anni fa sulla Terra? Era la metà del Novecento e l’intero pianeta combatteva una grandissima guerra. Se volete andare su Mercurio in auto, dovete calcolare 150 anni: cosa succedeva 150 anni fa sulla Terra? Un piccolo gruppo di nazioni si divideva un continente intero, era l’epoca del colonialismo. 


E così di pianeta in pianeta, mentre i nostri tre protagonisti avanzano, o meglio si allontanano dalla Terra, tanto più il narratore indietreggia nel tempo storico, raccontando i conflitti che hanno caratterizzato la nostra storia umana. Cosa sta facendo Jeffers? 
Beh, a me verrebbe da dire che sta allontanando l’orologio dagli occhi. 


Tanto più ci si allontana tanto più si riesce a leggere la Storia in modo più completo e la Storia è anche (soprattutto?) una storia di conflitti. Tanto più vediamo la Terra come un unicum, tanto più la comprendiamo e comprendiamo che noi siamo tutti e uguali figli di quella palla schiacciata appesa nello spazio. Ok, fin qui ci siamo. 
Quanta complessità, quanto Jeffers. 
Elementi jeffersiani ne abbiamo tanti in questo albo: le relazioni in primis, con questo padre calvo (oh, ma che bella questa rappresentazione dei padri calvi, esistono! Entrano negli albi illustrati! Sempre grati a Jeffers che racconta anche quello che vede) e i due pargoli litigiosi; il tema del volare, del guardare in su, del cielo insomma (dal suo famosissimo Nei guai, in avanti le sue storie sono spesso lassù); il tema del viaggio pure. 
Ma. Ma qualcosa mi sfuggiva ancora. Né una prima lettura, né una seconda, né una terza, mi bastavano. Capivo che la complessità dell’albo andava ancora oltre (lassù!) e io volevo sapere. Sapete quando avete degli indizi che portano tutti da una parte per scoprire il colpevole, e poi qualche elemento qua e là che non si inserisce perfettamente nel vostro quadro? Ecco, io ero a quel punto. 
In esergo al libro c’è una frase di Jeffers: 
Gran parte dell’ispirazione per questo libro viene dai ripetuti tentativi di spiegare la storia e la geografia del conflitto in Irlanda del Nord a persone intelligenti – che non hanno mai saputo nulla di nessuna delle due e non se ne sono mai interessate – a un oceano di distanza.” 
Lui cerca di spiegare un conflitto irlandese (senza mai citarlo nella narrazione del libro), che potremmo definire piccolo se pensato nelle dinamiche storiche e mondiali, appunto aprendo lo sguardo, andando nello spazio a vedere come si vede da lassù. 
Ma il vero punto di svolta nella mia analisi del libro è arrivato per caso


In libreria è arrivato Begin Again - come siamo arrivati qui e dove potremmo andare - la nostra storia umana, finora, edito da Harper Collins (tutte le traduzioni al testo in inglese sono mie) e tra pochissimo pubblicato in italiano sempre da Zoolibri, dove alla fine Jeffers scrive una nota magnifica sulla sua poetica, sulla politica, sugli sguardi, sulla speranza, sull’immaginazione. 
In questo piccolo saggio (che spero verrà riproposto nella versione italiana del libro) Jeffers racconta di aver lasciato l’Irlanda del Nord nel 2007, per New York dove nessuno sapeva niente del conflitto irlandese. Lui non se ne capacitava, si arrabbiava ma soprattutto non capiva: forse il mio amico avrebbe detto che aveva l’orologio troppo attaccato agli occhi. Così ha cominciato ad allontanarsi e a capire che anche per gli stessi irlandesi quel conflitto era diventato qualcosa di diverso, era un uno contro uno. Ma se si allarga lo sguardo, se l’orologio si allontana, si capisce che la storia dell’umanità intera è costellata da questi scontri e si capisce che si può agire, per esempio attraverso l’arte: 
“Possiamo rielaborare il nostro contesto e la nostra motivazione per guardare le cose come se facessero parte di una narrazione diversa e più produttiva. 
Possiamo scegliere di dare un senso agli eventi per essere governati da cose diverse dalla paura o dall'odio, dalla rabbia o dall'indifferenza. Possiamo cambiare la nostra storia.” 
Chi sa meglio di un autore che le storie – e la Storia – si possono cambiare? 
Chi sa meglio di un autore di libri per bambini che tutto cambia e che bisogna spiegarlo per bene agli adulti? Ve lo ricordate il libro di Jeffers Come vola un pinguino? Il pinguino contro tutte le leggi di natura cerca di volare (ancora il volo, è proprio un vizio!), ecco io penso che ora quel pinguino abbia imparato a farlo. 

Valentina

"Intanto sulla terra… alla ricerca del nostro posto nel tempo e nello spazio, una visione cosmica sui conflitti con Oliver Jeffers",  Zoolibri 2024

lunedì 29 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI LONTRE E CASTORI. E UN CIGNO

La storia di Greenriver, Holly Webb, Zanna Goldhawk (trad. Clara Serretta) 
La nuova Frontiera junior 2023 



NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Cantare era una di quelle cose che la facevano sentire diversa. Aveva cominciato a canticchiare tra sé e sé come se fosse una sciocchezza, o almeno così le avevano detto, inventando dolci e stupidi versi sulle increspature delle onde e sul vento che soffia tra i giunchi. All'inizio cantava solo per intrattenere gli altri cuccioli, ma adesso ogni tanto i più giovani le chiedevano di esibirsi durante la cena, per tutta la compagnia." 

Questa era una di quelle occasioni: un piccolo gruppo di giovani castori era riuscito a tagliare e trasportare il tronco di una grande quercia che sarebbe stato utilissimo per rinforzare la Roccaforte, il loro rifugio e quartier generale, che in alcuni punti stava cedendo. Tutti erano lì a festeggiare. Serica, come al solito, era ai margini della grande impresa: lei era piccola e debole e soprattutto non aveva (ancora) i denti e la coda adatti per dare il suo contributo. 
Ancora una volta, la piccola - così la chiamava suo padre, Mastro Bigio - si sentiva diversa ed esclusa dalla comunità. Amici ne aveva, Gelo e Macchia per esempio, ma non poteva non notare che tra i castori adulti era guardata con sospetto e tenuta a distanza. Anche il suo stesso padre, seppure a suo modo affettuoso e premuroso con lei, era sempre sfuggente. 
Sta piovendo da giorni, il fiume si ingrossa a vista d'occhio e nella comunità dei castori c'è grande fermento. Ma anche tra le lontre che vivono lungo il corso dello stesso fiume, ma ben più a monte, c'è preoccupazione. La Signora delle sponde, lo spirito delle acque, sembra non voler ascoltare i canti di preghiera delle lontre perché tutto si plachi e non si verifichi un'altra inondazione come quella che si è portata via la piccola sorella di Falasco, Bacca di sambuco. Nonostante lui sia ancora piccolo, non può rassegnarsi all'idea di non essere riuscito a salvarla. Fior di Cardo, la sua tata, non riesce sempre a stargli dietro. Neanche quando lui decide di partire per andare a cercare questa piccola sorella che tutti ma proprio tutti, compresa sua madre, pensano morta... 
Una giovane castoro e un cucciolo di lontra, una a valle e uno a monte dello stesso corso d'acqua impetuoso, entrambi con un grande peso sul cuore e un incubo notturno ricorrente. Tra loro, il grande nido del Cigno che tutto sa e una vecchia lupa, zoppa, quasi cieca e affamata. 
Questa è la loro avventurosa storia. 

Costruito intorno a due comunità e due scenari diversi, la tana dei castori e quella delle lontre, una a valle e una monte del grande protagonista silenzioso della storia, il Greenriver del titolo, il racconto di Holly Webb è una gradevole storia che, racchiusa in una grande bolla metaforica, mette a fuoco una serie di interessanti questioni. 
La scelta di creare un microcosmo selvatico insolito e più articolato rispetto al mondo animale che popola i suoi oltre centoventi libri pubblicati, dedicati a legioni di gattini e cagnetti, le permette di poter agire con una profondità di sguardo diversa. Infatti, sotto metafora, porta l'attenzione su una serie di questioni per i suoi lettori più attenti. 
Naturalmente, con storie come queste si può fare una scelta iniziale: seguire meramente le vicende di due cuccioli che si stanno correndo incontro in una natura che si rivela tutt'altro che accogliente. Neanche per loro che ne sono i legittimi abitanti. 
Oppure si può decidere di gustarne semplicemente l'aspetto avventuroso che stanno vivendo questi due personaggi destinati a ritrovarsi, quasi loro malgrado e nonostante tutto. 
Oppure ancora, godersi proprio questo aspetto non dichiarato esplicitamente se non a metà del racconto, e quindi appassionarsi al gioco nascosto di una "burattinaia" che manovra i fili da dietro le quinte. Si può decidere, per almeno un centinaio pagine, di non voler vedere, di non arrivare alla palese deduzione che la non castora, altri non è che la sorella lontra, strappata via dalla corrente il giorno della grande inondazione, sgusciata dalle zampe del piccolo Falasco. Inconsolabile nel sentirsi addosso la responsabilità di averla perduta per sempre. 
Oppure si può decidere di prestare orecchio al grido dall'allarme per una natura che si sta ribellando, o ancora ragionare di identità, di senso di appartenenza, ma anche di indipendenza, di perdita e di cura.
L'insofferenza di Falasco nei confronti del suo ruolo sociale che gli pesa e verso il quale comunque si sente di dover rispondere; il suo rimorso per non essere stato all'altezza della situazione durante l'inondazione e nel contempo il suo desiderio di autonomia nei confronti degli adulti e il suo desiderio di riscattarsi agli occhi della comunità; oppure ancora il senso di frustrazione di Serica nel non essere capace di essere 'come gli altri'; il suo senso di solitudine che nessuno tra i castori è in grado di lenire; la sua presa di coscienza identitaria che la rende orgogliosa del percorso fatto con tanta fatica e di conseguenza la sua attitudine a non volersi sentire prigioniera di un unico ruolo, la sua autonomia di pensiero che le ha insegnato a scegliere da sola e per sé: tutto questo è lì, avvolto nelle lucenti pellicce di due giovani lontre. 

Carla 

Noterella al margine. Un ulteriore merito di Holly Webb, e di chi qui l'ha tradotta, sta nella nomenclatura: Serica, Brizzo, Gelo, Macchia, Ruggine, Mastro Bigio, Pezzato, Fulvia, Falasco, Fior di Cardo, Bacca di Sambuco, Silene, Lady Spina, Sterpo, Lady Vimini, Crespino, Rio, Giglio, Selce, Ciottolo, Tormentilla, Salice, Calendula, Cenerina, Fulvio, Vellutino... e sopra tutti, Mostravento e la sua indimenticata Penna.

venerdì 16 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CAMMINARE DRITTO  

Il duello, Inês Viegas Oliveira (trad. Matteo Francini) 
Edizioni Clichy 2023


 ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Spettabilissimo signor Rodin Rostov, ci siamo. 
Mi sembra ancora di sentire la vostra voce, parola per parola, lettera per lettera. 
I vostri affronti hanno ferito le mie orecchie, i miei timpani, il mio cuore, e posti anche più profondi dentro di me, che non si trovano in nessun libro di anatomia. 
Dovevo farlo, capite? Uno, due, tre, quattro, quanti passi ci separano?" 

Schiena contro schiena, con le rispettive pistole rivolte verso l'alto, i duellanti si allontano. 
Solo di uno però possiamo seguire il tragitto. E solo di uno sappiamo i pensieri. Non si rivolge più al signor Rodin Rostov, e lo si capisce perché dalla seconda plurale si passa alla terza persona singolare delle tante domande che si pone. 
Il vento soffierà a suo favore? E i suoi stivali lo renderanno più veloce? 
Le gambe più lunghe saranno un vantaggio per lui? Mentre è lì che mette passo dopo passo, la sua testa si arrovella. 
 Poi, nonostante la distanza, è di nuovo al signor Rodin Rostov che pone una grande questione: circa l'indossare i panni di un altro. Voi signor Rostov avete mai provato per caso a mettervi nei panni di un altro? anche solo per scoprire che sono un po' troppo larghi e terribilmente stretti? 
C'è da dubitare che Rostov lo possa sentire. Riprende così il suo rimuginare tra sé e sé. 
Questa volta è il cibo che cattura i suoi pensieri. Certo che ormai di ore ne sono passate parecchie, magari sta pensando che io sia fuggito o magari perso. 
E dopo tutto questo camminare effettivamente anche i motivi del duello sembrano essersi allontanati e sembrano sopraggiungere una serenità e una disponibilità tutte nuove. Magari dipendono da ciò che gli occhi vedono, il naso annusa e le orecchie sentono? Anche il nome di Rostov sembra addolcirsi, e così il suo ricordo. A tal punto che forse vale la pena scrivergli due righe, affidarle a degli uccelli, per comunicargli che sarebbe bello rivedersi. Come due vecchi amici 
È facile, basta continuare ad andare dritti. Avanti sempre avanti. 

Sophie Van Der Linden, a proposito dei meccanismi che regolano un buon albo illustrato, parla di uno spazio vuoto che deve esistere tra il testo e l'immagine e l'oggetto che ne deriva, ossia il libro in carta e ossa, in modo che, come capita a una qualsiasi articolazione, le singole parti possano muoversi agevolmente e in autonomia non ostacolandosi, pur essendo una dentro l'altra. Lavorare in squadra.
Il duello ne costituisce un esempio eccellente. 


Sfruttando la legatura delle pagine i duellanti si mettono, come vuole l'iconografia, spalla contro spalla e visto che lo fanno dove il foglio si divide, immediatamente si mettono a dialogare con lo spazio della pagina che diventa teatro, ossia scenario. E che scenari! 
Da lì si allontanano in modo quasi speculare, avvolti nella nebbia di circostanza. Il limite della pagina diventa un elemento di attesa nel lettore: cosa può succedere? Entrambi usciranno di scena? No. solo uno sparisce, ma non è difficile immaginarselo mentre conta i passi andando verso sinistra, in direzione opposta al quella del protagonista di cui vediamo l'incedere verso destra, che poi è il senso della lettura, e di cui sentiamo la voce. 
La cosa che succede allo sguardo è quella di notare come le figure colorate si trasformino sotto gli occhi: da alberi spogli si passa a un esercito di soldati in marcia che, girata la pagina diventa una parata di suonatori di trombe e tamburi che subiscono un'altra metamorfosi diventando acrobati da circo, in uno scenario da parco dei divertimenti. Ancora una pagina girata e arrivano i teatri che si affastellano con fondali e scene tutte diverse, davanti a un pubblico rivolto verso la scena con le spalle a noi lettori. Oramai è notte e gli scenari cittadini restituiscono locali dove mangiare: ristoranti, caffè e anche i poster attaccati sui muri pubblicizzano pizza e panini. 


Gli scenari si avvicendano e diventano sempre più complessi. Ma lui continua ad attraversarli fedele alla consegna iniziale. La città è finita. Arriva il verde, gli animali, la campagna sotto la luna è deserta e poi la pioggia. Tutto quel verde trascolora nel celeste dell'acqua del mare che attraversata porta a un'isola verdeggiante da cui spedire la lettera di invito a incontrarsi, dopo aver deposto le armi. 
Parole che vanno in un senso e figure che ne raccontano un altro. Eppure. 
Si sfiorano ancora una volta, i ristoranti quando si parla di cibo, i panni da indossare quando si vedono i teatri, il vento quando si vedono le trombe. 
Non si tratta di coincidenze casuali, ma di una volontà precisa di far parlare le tre lingue in accordo. E così accade che in quello spazio vuoto tra testo, immagini e libro la prima a introdursi è proprio lei l'autrice. Con un obiettivo impegnativo. 
E quindi, brava Inês Viegas Oliveira che giovane già maneggia con tanta disinvoltura un oggetto così complesso, quale può essere l'albo illustrato. 
E ancora più brava si dimostra nell'aver messo su carta una questione potente e averla raccontata in un modo così originale. 


In fondo quello che l'occhio percepisce, quelle forme che si trasformano, quel mondo sempre più colorato, sempre più complesso e vivace che lo sguardo attraversa e quel camminare dritto attraverso, se messi insieme danno il senso a tutto. 
E come se non bastasse, usa proprio tutti gli strumenti che sa di possedere: attraverso lo stemperarsi delle parole, sempre più miti, attraverso la distanza - una giusta distanza - le cose si possono vedere in modo diverso. Attraverso una composizione di alto valore estetico, attraverso un sapiente uso del colore che inversamente all'affievolirsi delle parole, si carica di forza.

E poi tutto, ma proprio tutto, converge a dare coerenza, compresa la linea azzurra che attraversa silenziosa ma piena di significato i risguardi, per non parlare del bel gioco tra copertina e controcopertina... 


Bella prova! 

Carla

venerdì 3 febbraio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I PASSI DA FARE 

L'albero di lillà, María Teresa Andruetto, Mara Cerri 
(trad. I. Carmignani, C, Balestri, E. Casali, R.Cazzato Lombardi, F. Febi, C. Innocenti-Corso FUSP)
Gallucci 2022 


POESIA 

"Lei uscì di casa. 
Attraversò la strada, 
 superò la piazza e passò accanto 
 al lillà in fiore. 
Lanciò un'occhiata all'uomo. 
Poi all'albero. 
Ma non si fermò 
Era uscita a cercare, 
e aveva fretta."

L'uomo che era seduto sotto il lillà la vide allontanarsi e scomparire, perché lei era in cerca. E per cercare nel mondo intero. 
L'uomo incontrato a Nord non era ciò che lei cercava e non lo erano neanche quelli a Sud, a Est e a Ovest. Ciascuno di loro aveva però una caratteristica diversa che la colpiva: le mani di seta, i piedi alati, la voce rotta... 
Fu la zingara incontrata per caso che l'avvertì che colui che lei stava cercando per il mondo era seduto sotto un albero di lillà. 
Lei tornò sui suoi passi e riattraversò il mondo... 

Quando l'incanto dell'Andruetto incrocia quello della Cerri, questo è quello che può capitare. 
Un grande albo pieno di bellezza allo stato puro che sommerge. 
Provare ad arginare la bellezza entro i confini di una definizione è inutile. 
Provare a restituirla a parole in tutta la sua potenza è inefficace. 
Le uniche cose che si può tentare di fare da qui sono due. 
Partiamo dalla seconda: consigliare di prendere in mano questo libro, in silenzio, guardarlo, leggerlo e farsi inondare. Ognuno per sé.


La prima,invece, è quella di abbassare lo sguardo, puntandolo su singoli dettagli. Pagina dopo pagina, in mia compagnia. 
Il primo verso della prima strofa. Piccolo è l'uomo e nulla si sa di lui. Grande è il lillà con la sua ombra e la sua fioritura. 
Mara Cerri ce lo restituisce così, sottolineando i rapporti di forza: una natura preponderante: carnose le foglie a sinistra, acceso il rosso inaspettato e dissonante dei suoi fiori. La pelle del ragazzo riflette i colori circostanti. L'effetto che provoca è quello di essere assorbito dal verde e dal rosa che lo circondano. 
Nelle successive pagine, nella carrellata dei personaggi che interrogano l'uomo su cosa stia facendo - invece di lavorare, conquistare una donna, giocare, essere felice -, tanto María Teresa Andruetto quanto Mara Cerri spostano lo sguardo sull'umanità. 


Lentamente esce dal testo e dalla scena il giardino e la sua potente natura, entrano i dialoghi e nelle tavole si arriva fino alla pagina bianca con un eco di quel rosso iniziale. Tutto lo spazio va ai personaggi, ai loro volti. 
La seconda strofa è dedicata a colei che è in cerca. 
Come nel testo, così nella grande tavola entra in scena, per uscirne immediatamente dalla sinistra. 
Un gesto e un'occhiata veloci, un abito (ah, averlo...) blu lapislazzuli. Uno sguardo veloce, distratto e trasverso verso chi legge e l'uomo sotto l'albero, dalla parte opposta della doppia pagina, quasi trascolora. Lo si vede esattamente come potrebbe averlo intravisto lei. Occorre cercarlo con attenzione per volerlo notare davvero. 
I versi successivi sono dedicati a cosa noti lui nel vederla attraversare senza fermarsi lo spazio davanti a sé.


Mara Cerri riutilizza la pagina bianca - forse una delle più emozionanti del libro - contrapposta al mare di rosa e di verde che segnano ciò che lui vede, riabbassando lo sguardo dopo che lei è passata senza avvicinarglisi. 
Laddove la poesia accelera, i diversi incontri ai quattro angoli del mondo, e si movimenta, altrettanto fa Mara Cerri che cambia spesso la scala delle proporzioni. 
Poi arriva lei, la terza e ultima strofa che, a livello visivo, ospita l'altra tavola che, fosse anche da sola, sarebbe in grado di sostenere il valore del libro. 
Tanto nel testo quanto nelle tavole, la presenza e le parole della zingara sono necessarie. 


Un luccichio nella bocca, le rughe profonde, un occhio più chiaro che sembra spento. 
Tanto è nitida lei, tanto è ambiguo il volto successivo che si compone di disegni sovrapposti, esattamente come accade nella nostra testa quando torniamo al passato, attraverso la memoria: immagini che si accavallano e si confondono. 
Tutto ritorna da dove è partito: all'albero di lillà e tutto si riempie di nuovo di verde e di rosa, ma anche di occhi grandi pieni di stupore nel constatare che - come in un tango argentino - i passi nella vita devono essere tanti, ma devono essere quelli e non altri. 

Carla 

Noterella al margine. Si legge nella pagina dei crediti, quanto segue a proposito di Mara Cerri: "Dopo aver frequentato la Scuola del Libro di Urbino, si è dedicata all'illustrazione, spinta dalla curiosità di ricercare relazioni tra parole e immagini." Si può dire con sicurezza, obiettivo raggiunto.

domenica 11 aprile 2021

ECCEZION FATTA!

COMUNQUE, CI SONO


Le violette, che giù hanno la e chiusa mentre su hanno quella e aperta, crescono dove hanno modo di farlo.
E si chiamano anche mammole... che sia su che giù, si dice uguale.
Potete trovarle brade o a ciuffi nei giardini, oppure - come sono quelle che incontro io tornando a casa, crescono, fitte fitte, in un triangolino strappato all'asfalto proprio a sinistra del mio portone. Sono lì, ordinate, non sconfinano mai oltre la recinzione dell'aiuola. Un po' come se avessero un forte senso della disciplina, ma anche proprio un gran piacere di stare assieme.
Fioriscono quando si sentono pronte. Bum, tutte insieme: viola.
E poi più nulla, solo una distesa di foglie belle verdi, con sempre qualcuna nascosta che si attarda.
E tu che le conosci sai che è solo una questione di tempo. Aspettare in silenzio, ogni tanto una sbirciatina, ma con lo sguardo tranquillo perché loro, comunque, ci sono. Le violette sono una sicurezza.


Valentina Pellizzoni ha scritto di violette: del loro colore viola e delle loro abitudini e delle loro abilità di muoversi lungo le gallerie delle talpe. Ne ha scritto perché le stanno molto simpatiche e ne sa un sacco su di loro (secondo me, sa anche parecchio delle talpe e di qualche toporagno). Anche Valentina, infatti, sa che a loro piace stare in gruppo, e che quando se ne trova una lontana dalle altre dipende dal fatto che ha giocato a soglioletta e ha perso. Soglioletta, con la e larga larga, è un gioco che sembra nascondino, ma a rovescio. A nascondersi è una e tutte le altre la cercano per poi nascondersi con lei. Valentina dice che è una roba da violette e da bambini. Anche di bambini Valentina ne sa tanto. 
 

 
Tutto, o quasi tutto, quello che sa delle violette, lo ha scritto su delle pagine di carta e poi è arrivata Silvia Molteni e ha fatto le figure intorno. A vedere come le ha disegnate, mi pare che anche a Silvia siano simpatiche le violette. A dire il vero a lei piacciono tanto anche i boschi, i prati, gli alberi, i fiori, le foglie, e anche le radici. E tutti quei piccoli animali che gironzolano là intorno. Infatti nelle figure ci ha messo anche due talpe, una libellula, una farfalla, una lumaca e un'ape. E un gatto nero dal pelo lungo, che chiameremo Nino.
 

Il libro è piccolo e sottile - sta comodo in una tasca - e non c'era spazio per altri animali e poi, comunque, questa è la storia delle violette.


Valentina Pellizzoni scrive spesso cose carine. E di solito è un piacere leggere i suoi racconti, che sono pezzetti di vita. Pezzi della sua e di coloro che ha o ha avuto intorno. E di solito, dopo il fatto seguono un po' di righe di ragionamento o anche solo una parola che chiude e mette lì il suo pensiero.
Le cose che mi piacciono di queste sue piccole storie, le stesse che riconosco nel Viola delle violette, sono due. Da una parte la voce che le racconta. Un po' come se uscissero sotto forma di suono prima che si segno, nel loro primo concepimento e stesura e, solo dopo, si adattassero a diventare testo. Mantengono quel po' di indisciplina lessicale e grammaticale che ci concediamo nel parlare, che rende il racconto scritto prima di tutto un racconto: qualcosa che se vuole essere, deve passare per il suono e l'oralità.
Il titolo stesso è una bandiera di questo. Suona, prima di tutto.
La seconda cosa viene anch'essa dal profondo. Ed ha a che fare con gli occhi, con lo sguardo. Valentina, forse grazie agli occhiali che porta, vede benissimo. Vede cose anche piccolissime e cose invisibili a chi è distratto. E da questo suo sguardo si fa incidere, segnare il pensiero e anche un po' l'anima. È brava Valentina ad aver cura, sempre, dei dettagli, e a 'ricamarli', metterli insieme in un quadro che non ti può lasciare indifferente. In altre parole, Valentina è capace di guardarsi intorno e di vedere ciò che c'è anche tutto l'altro che ci potrebbe essere. E dovunque tu ti trovi (e credo che tutti coloro che hanno fatto sì che questo libro da tasca esistesse concordino con me), hai la sensazione che lei ti stia prendendo per mano per fartelo vedere anche a te.
Un po' come le violette che Silvia mette sulle scale e che suggeriscono un percorso a quelle due gambe che si affacciano.
 

Devo essere sincera che a me non importa la distanza che ci tiene lontane, lei su io giù, perché dentro lo so che persone così, come la Vale, comunque, ci sono. Un po' come le violette e, come le violette, belle.
E va bene così.


Carla
 
Il viola delle violette, Valentina Pellizzoni, Silvia Molteni, 
Garage edizioni 2021