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martedì 30 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

...TUTTO LO SPAZIO CHE C'È 

Blanche sceglie la danza come suo destino. Sceglie la scuola migliore che c’è, affronta la selezione e riesce a rompere il confine protettivo che i genitori hanno disegnato attorno a lei, teso tra il timore per l’estremo rigore richiesto dalla danza classica e l’accettazione della bruciante passione della figlia. Blanche approda al liceo coreutico di Marsiglia così, un po’ rigida ma senza dubbio rigorosa, per adempiere a un sogno che è anche un compito che si è autoassegnata.



Il romanzo inizia con una poesia, o meglio, con delle parole che, per come sono disposte, ricordano una poesia. Un lettore un po’ curioso e frettoloso come sono a volte io potrebbe a questo punto sospendere la lettura, sfogliare rapidamente il testo e scoprire che in effetti sì, il romanzo procede così: parole libere, che disegnano, che plasmano, tratteggiano, corrono dritte verso il margine per tornare a capo quando vogliono, una sopra l’altra e poi di nuovo in fila prima di spargersi nuovamente qui e là. Tuttavia, il fraseggio, l’accostamento di immagini, il susseguirsi di verbo, soggetto e oggetto non è troppo lontano dalla prosa. Poche le rime, molti i versi liberi che a una lettura silenziosa non assumono per forza un andamento ritmico e cadenzato. Eppure, il gioco dei pieni e dei vuoti, i numerosi a capo, la libertà… pare quasi che dal linguaggio poetico l’autrice abbia mutuato soprattutto la gestione dello spazio, della superficie, la possibilità di muoversi a piacimento tra i margini, stabilendo in questo modo un nesso profondo e significativo tra distribuzione del testo sulla pagina e la presenza di un corpo in movimento in un ambiente, aula, palco o marciapiede che sia. Caratteristica tutta, quest’ultima, dell’arte della danza. Scongiurato quindi l’accostamento che spesso viene fatto tra poesia ed elementi sonori della lingua, Balavoine spalanca il campo all’analogia più desueta ma altrettanto potente tra poesia e danza.
Sovrapponendo la narrazione che Blanche fa di sé a elementi testuali rilevabili con l’occhio ci si approssima alla grammatica dell’albo illustrato: le poesie come immagini, infatti, si susseguono raccontando non solo a parole la vicenda di una ragazza alle prese con la propria ambizione, con i propri limiti, con una scuola di danza che la sottopone alle dovute pressioni ma che le permette anche di conoscere meglio sé stessa e il mondo, dentro e fuori. 
Un testo giustificato al centro assomiglia a una ballerina che ruota in solitaria sul proprio asse per eseguire una piroetta. L’allineamento del capoverso lungo il margine sinistro ricorda la regolarità pedissequa degli esercizi alla sbarra, braccia e gambe libere di flettersi ed estendersi solo da un lato, mentre per rimanere dritto, si appoggia alla parete della sala prove. Oppure, un testo pieno, senza spazi, racconta il ritmo serrato e senza respiro di un’ossessione. 
Al liceo coreutico Blanche ha modo di mettere in pratica tutta la sua dedizione. L’estenuante e disorientante alternarsi di lezioni di classico e hip-hop, storia e anatomia mette alla prova la sua determinazione, il suo talento, la stessa idea di danza. Sarà però l’incontro con Ada a destabilizzarla davvero. Ada, che rappresenta tutto quello che Blanche non è: presenza, ardore, dinamismo. Imprevedibilità. Ada e Blanche intrecciano un’amicizia profonda e misteriosa di cui è difficile cogliere la sostanza a parole. Tuttavia, la disposizione dei versi arriva in aiuto, descrivendo quel qualcosa che manca alla definizione ma che ugualmente avviene nella storia…gli elementi della danza – una spaccata, un flow, una improvvisazione - ispirano la disposizione del testo poetico che diviene raffigurazione di uno stato d’animo non ancora pienamente alfabetizzato, e anticipano la verbalizzazione di pulsioni, desideri e sentimenti di cui Blanche, e noi con lei, non abbiamo piena consapevolezza. 
L’acquisizione più raffinata che è possibile fare è forse proprio questa, l’idea che il corpo possieda un’eloquenza primigenia e primitiva che precede la parola e passando attraverso l’occhio, la rende quasi superflua. Lo dice Blanche quando arriva a Marsiglia, lo sappiamo anche noi quando osserviamo i movimenti degli altri, lo si capisce leggendo il romanzo: non c’è sempre bisogno di nominare, definire, precisare, perché i corpi parlano per noi e a noi: non solo i corpi dei danzatori, ma anche il corpo del testo, soprattutto se svincolato dalle regole e giustificazioni proprie della prosa. 
Grumi di parole materializzano lungo il bordo del foglio i bisbigli delle chiacchiere in un corridoio, liste serrate ricordano gli esercizi ripetuti allo sfinimento per inculcare un movimento, spargimenti di sillabe sembrano visioni dall’alto di teste che si muovono su un palco. 
Quasi fossimo di fronte a uno strano ibrido a cavallo tra romanzo e albo si impara a farsi accompagnare nella storia di Blanche dalla superficie della pagina, con la stessa trepidazione di una ragazza che per la prima volta si muove al centro di una sala, quasi traducendo coreografie silenti in informazioni e contrappunti di vuoti e pieni, che integrano e completano quello che Blanche ancora non sa dire, ma che non per questo smette di provare: il primo amore, la mancanza feroce dell’approvazione di Ada, il desiderio bruciante di lasciarsi tutto alle spalle per compiere un passo ancora più grande e audace. 
E se uscire di casa è stato un gran jeté che richiede tutto il coraggio e la disponibilità muscolare di una ballerina in divenire, vincere un’audizione, accaparrarsi un palco e una carriera da professionista sarà un’avventura possibile solo per chi, in possesso di una tecnica superiore, sarà capace di liberarsi definitivamente da dettami e vincoli e paure per abbracciare l’intera gamma di possibilità di movimento e di vita. 
E così bruciamo è un romanzo di formazione scritto sulla pelle del testo e intendo: sulla parte visibile che, poeticamente, anticipa le vibrazioni messe in moto poi, in seconda battuta, dal significato esplicito delle parole che danzano sul foglio. Una rappresentazione impalpabile dell’adolescenza, età che non ha tempo per riflessioni e ponzamenti approfonditi, ma in cui si risponde, come in un passo a due, alle sollecitazioni per una sperimentazione libera di tutto lo spazio che c’è… 

Giorgia

“E così bruciamo” Lisa Balavoine, (traduzione di Eleonora Armaroli), 
Terre di Mezzo Editore 2025 

lunedì 22 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA LINEA È UN PUNTO CHE VA A CAMMINARE

Dove sei? Rime senza fissa dimora
, Gianluca Caporaso, Sergio Olivotti 
Salani 2025 


POESIA 

"Spazi e luoghi. 
All'inizio c'è lo spazio. Lo spazio è geometrico e silenzioso. Punti, linee, superfici. 
Lo spazio è sempre aperto. Come una casa senza porte. Ma è disabitato. Come certe piazze di De Chirico. 
Lo spazio è una vigilia che sogna di riempirsi di uomini, donne, bambini. Di vita. 
Lo spazio dorme. Come le parole nella pagina, come un palcoscenico prima che si apra il sipario. 
Lo spazio è un muto che aspetta il mutamento. 
Quindi arriva l'uomo e dentro vi mette il suo respiro, i suoi sogni, le sue paure, i suoi incontri, i suoi abbandoni. 
Quando arriva l'uomo lo spazio diventa luogo, la crisalide diventa farfalla." 

Sette sale che sono abitate dallo spirito di sette artisti diversi: Kandinskij, Vermeer, Hopper, Klee, Monet, Chagall, De Chirico. 
Ciascuno di loro, o meglio la loro arte, diventa guida ideale attraverso tipologie di spazi e di luoghi differenti. A Kandinskij il compito di aprire e in qualche modo di misurare lo spazio. Anche e forse quello della pagina e della scrittura: punto, linea e superficie. Sala piccola, dunque, ma necessaria. 
A Vermeer gli spazi della vita domestica: case, soffitte, stanze proibite. Ovviamente, ad Hopper il compito di condurci all'interno degli spazi pubblici: bar - chi meglio di lui? e poi chiese con campanili come matite e poi la scuola, raccontata alla lettera (!)


A Klee le strade e le piazze e i giardini. A Monet, l'aria aperta, boschi, fiumi. A Chagall, un doppio compito: lo spazio del cielo ma anche quello del Quartiere Sottosopra. E l'ultimo, la Sala De Chirico ospita rime sui paesaggi interiori. 
Cinquantadue componimenti poetici, tutte quartine rigorosamente in rima baciata, ossia aa bb... 

Catalogare, suddividere, ordinare sono attività che attirano la mia attenzione. 
E qui Gianluca Caporaso ha impostato tutto lo spazio per le sue poesie, secondo un'architettura molto organizzata. Ovviamente l'idea di rendere il percorso una sorta di passeggiata in un museo di pittori meravigliosi colpisce almeno altrettanto. 
Così come non può passare inosservato il fatto che tutto abbia un ritmo cadenzato. 
L'ultima cosa che colpisce è che per essere un libro di poesia c'è molto scritto in prosa: ben quattro pagine iniziali in cui si spiega per benino perché e come si sono formate le affinità elettive tra luoghi e pittori. Interessante legame, anche se forse Hopper avrebbe preferito condividere un po' dell'aria aperta -e della luce su cui tanto aveva lavorato- che invece è tutta di Monet... ma questo è un fatto di sensibilità personale e poco importa. 
Intorno a tutte queste rime che raccontano di porte da calcio e di giardini e di orizzonti c'è Sergio Olivotti in una veste abbastanza insolita.


Un passo indietro rispetto alle sue fantasmagorie da albo illustrato. Qui decide di chiudersi in una bellissima scala di grigi, adatta alla porosa carta Salani, decide di seguire anche lui il gioco dell'affinità elettiva con l'arte visuale, alludendo, citando e lasciando andare libero l'architetto che è in lui. Davvero interessante per quanto insolito. 


Così come Caporaso gioca con le parole, così Olivotti gioca con le forme, con i pieni e i vuoti che si incastrano, con le figure che si scompongono... 
E quale è la relazione che stabilisce tra testo e immagine? 
Deve temporaneamente dismettere i panni dell'illustratore di albi e deve giocarsi tutto con una sola figura. Si sostiene magari a un'unica parola del testo e poi da lì comincia a girarci intorno per costruire, dare forza e senso al suo disegno: un caso su tutti La capanna, un magico guscio. O ancora dà una sua personale lettura quando le rime vagabonde, senza fissa dimora, hanno accanto una donna-chiocciola. 
Come sempre accade, delle poesie non andrebbe detto niente: se non il suggerimento di leggerle - queste soprattutto ad alta voce - e godersele nelle loro rime così cadenzate. 
Ma almeno un paio, anzi tre, preferenze le devo segnalare: La scala verso il cielo. Storia di bambino curioso che non avendo elica o ala per andare a vedere nell'oltrecielo si costruì una scala. Mise in fila una scopa, una conca, un anello, una scarpa, una corda e un vitello. In realtà l'oltrecielo non lo vide mai, ma da lassù - con le gambe nel vuoto - poté scorgere il mondo. 


Mentre nel Quartiere sottosopra l'alba è alla sera, il cielo è verde e il prato è giallo. Gli uomini enormi hanno cuori come castagne, mentre i piccoli ce l'hanno che è infinito. Siccome lì va tutto alla rovescia: il cane migliore è un gatto e quando qualcuno rifiuta, urla Sììììì. 
Ultima, dedicata ai punti cardinali, per orientarsi internamente:

A nord del cuore si trova la gola 
rampa di lancio per ogni parola 
A sud del cuore si trova la pancia 
cupola, circolo, tondo d'arancia... 
A est e ovest ci sono i polmoni 
chi ha fame d'aria la mangia a bocconi 
chi si emoziona la prende a pezzetti 
chi sta volando la beve sui tetti... 


 Carla








mercoledì 19 febbraio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

SPAZIO AL SILENZIO 

Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. 


“Ascoltami quando sto zitto” lo dichiara apertamente: le parole non riescono a dire tutto. Dicono le cose, le mettono ciascuna in un posto dove possono restare più o meno in ordine, ma c’è tanto altro che dentro alle parole non ci sta, e quello che non ci sta rischia di rimanere nascosto o di andare perduto.


Disegnato in bianco e nero con tratti fittissimi e sottili, l’orso ragiona sulla sua esperienza del mondo e lo fa con un testo scarno e poetico sottolineato dalla maestria grafica di Orecchio Acerbo che, nel rigoroso bianco e nero dell’albo, introduce solo un color oro, a cadenzare la lettura, come a introdurre delle pause, come una punteggiatura aggiuntiva che illumina le parole quasi sempre poste al centro esatto di pagine completamente bianche, o totalmente nere. 
L’essenziale. 
Il discorso parte con un monologo riflessivo sul potere e sul limite delle parole lasciando chi legge in una posizione esterna e compiaciuta di tanta poetica consapevolezza ma all’improvviso, nelle ultimissime pagine, si viene richiamati con forza, con un imperativo/esortativo: ascoltami quando sto zitto. 


Il percorso delle immagini ci fa conoscere l’orso narrante inizialmente in relazione con ciò che è fuori da lui: la natura, le cose e noi, che in queste pagine possiamo guardarlo negli occhi. Le illustrazioni successive ci porteranno sulla soglia di luoghi interiori insondabili, chiusi allo sguardo di chi legge (già in copertina il volto dell’orso è esposto ma completamente chiuso) per poi spalancarci gli spazi aperti del silenzio: lo spazio (di intere doppie pagine) occupato dai sogni, dai suoni, dalla luce e molte cose ancora. Un libro con una grande potenza evocativa dove il silenzio (ciò che eccede la parola) apre spazi infiniti, misteriosi, necessari. 


Diverso il silenzio de “La visita” che, coloratissimo e dialogato, racconta un silenzio quasi visibile. 
Qui il silenzio è qualcuno, anzi no: Io non sono nessuno - dirà entrando nella tana di una piccola volpe – Sono semplicemente il Silenzio. 


In questo albo - vincitore nel 2023 del “XVI Premio Internazionale Compostela per albi illustrati” - il silenzio è una presenza, un dialogo, uno spazio: una tana sotterranea che, col procedere del racconto, prenderà la scena della doppia pagina fino a occuparla tutta. 


E anche a superarne il limite, se si tratta di danzarci dentro poiché in silenzio, guarda un po’, si può danzare”! La piccola volpe ha conosciuto uno spazio interiore ampio e gioioso che si fa vivo quando intorno tutto tace. Un racconto certamente rivolto ai più piccoli, molto esplicito ma non banale, per apprezzare un’esperienza che non è fatta di parole, per darle spazio. 
 

“Solo con sé stesso” cambia completamente registro. 
Scritto e disegnato da Geoffrey Hayes nel 1976 ci racconta di un orsetto (un peluche vestito con maglietta e salopette) che, prima ancora che la storia abbia inizio, ci viene incontro uscendo da una porta disegnata nel bianco più totale, quasi a dire, dovunque tu sia, esci, andiamo nel viottolo segreto. 


Il racconto è composto da 23 tavole tutte identicamente quadrate (o quasi: base e altezza differiscono di pochi millimetri). Disegnate a matita grigia e verde pastello, sono collocate nel pieno di pagine bianche tanto da dare l’impressione di sfogliare una raccolta di istantanee, una collezione di momenti, di pensieri, di ricordi. 
C’è un gran silenzio in queste pagine: il peluche non parla ed è sempre solo. Chi legge segue una voce fuori campo che descrivere le singole scene con pochissime parole e il silenzio di ogni singola tavola esplode in scene di spazi aperti, ricchi di natura, di gioco, di contemplazione, di immaginazione.


E pure quando cala la sera, nel chiuso di una stanza, ben piantato nel suo, proprio il suo, letto, anche allora, con il sogno la scena si riapre su un paesaggio, che orsetto attraversa seguendo un ampio sentiero che va verso chissà dove. In "Solo con sé stesso" orsetto sperimenta spazi interiori che sono intimi e allo stesso tempo aperti a orizzonti vasti. 
Il silenzio è uno spazio ampio da percorrere in lungo e in largo.
 

Per "Killiok" bisogna innanzi tutto ringraziare Babalibri e Orecchio Acerbo per aver pubblicato i primi titoli italiani di Anne Brouillard.
Detto questo, si può affermare che di silenzio Anne Brouillard ne sa eccome. 
Sono silenzi brulicanti quelli delle sue storie, silenzi pieni di voci della natura, di pensieri e progetti tra sé e sé, di incontri tra amici e di passeggiate nel bosco o intorno al lago, o in treno tra una stazione e l’altra. 
I silenzi delle storie della Brouillard sono piuttosto posture: il modo in cui i personaggi si muovono nel mondo. In questa storia Killiok è solo, ci vorrà qualche giorno ancora prima che torni a casa l’amico Rubin Zuzù (che non apparirà mai nella storia), giusto il tempo per chiacchierare con inaspettati animaletti del prato o per inseguire un piccolo progetto, pensarci un po’ su, parlarne con Gatto Mistero che è passato a trovarlo. 
È un silenzio sempre dialogato: che siano dialoghi interiori, o con i suoni e gli abitanti della natura, o con qualcuno. In "Killiok", per esempio, possiamo godere di un bellissimo silenzio tra una chiacchiera e l’altra con Gatto Mistero. 


Lo spazio della relazione tra i due è disegnato in questa tavola (soprattutto quella di destra) dove Killiok e Gatto Mistero sono in primissimo piano, privati di qualunque contesto, sono intenti a scambiarsi pareri seduti su una banchina scontornata tra le righe del testo. A un certo punto, entrambi restano in silenzio e basterà girare la pagina per stupirsi dello spazio meraviglioso e luminoso che il silenzio apre ai nostri due amici (e felicemente anche a noi): Killiok e Gatto Mistero non si sono spostati di una virgola, sono sempre seduti sulla stessa banchina, solo che ora sono al centro di un paesaggio di rara bellezza (e felicemente anche noi). La tavola è muta: silenzio. 


Dunque il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età. 

Patrizia

“Ascoltami quando sto zitto”, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024 


mercoledì 5 febbraio 2025

FAMMI UNA DOMANDA!

TORNARE, RITORNARE 


Taccuino per un luogo è un libro – laboratorio. E’ uno strumento che offre degli spunti pratici per andare, stare o attraversare i luoghi in modo consapevole e originale. 
Due cose mi sono venute in mente subito aprendo Taccuino per un luogo di Monica Guerra. Una quasi direi banale e un’altra forse legata a un’immagine che da anni mi si è piantata nel cervello e che ricerco continuamente nelle letture che faccio. 
La prima è stata ripensare a Keri Smith e al suo Come diventare un esploratore del mondo, edito sempre da Corraini nel 2011: più che all’accostamento dei due libri in sé, in me è nato naturalmente l’accostamento delle due autrici, anche se oltre a un oceano a dividerle, c’è anche il piano professionale che apparentemente le pone agli antipodi. 
Keri Smith, secondo una sua definizione, è un’illustratrice, artista concettuale, polimaterica. 
Monica Guerra è una professoressa di pedagogia presso l’università Bicocca di Milano. Come fanno a stare insieme questi mondi? Se continuiamo a spulciare nelle definizioni che di sé dà Smith, allora capiamo cosa le accomuna, eccone alcune: esploratrice, ricercatrice ossessiva, lettrice, sperimentatrice, onesta, curiosa, etc. 
La seconda cosa riguarda la prima lettura del Taccuino. A me è venuto in mente Eco, Eco mentre racconta l’incipit dei Promessi Sposi, una lezione famosissima e magistrale dove Eco riconosceva in Manzoni una narrazione cinematografica: con uno zoom narrativo Manzoni procede dall’alto verso il basso, dal cielo alla terra e ai personaggi. Il Taccuino procede allo stesso modo: all’inizio osservando i luoghi da lontano e poi sempre più da vicino, arrivando a toccare gli oggetti che li compongono, le persone, gli odori, i suoni. Propone degli esercizi per stare nei luoghi, per osservarli ma soprattutto per viverli in modo divergente. Si può leggerlo e praticarlo dall’inizio alla fine, perché, come abbiamo visto, ha una direzione. Ma si può anche aprirlo a caso e lasciarsi condurre, tornare indietro, trovare la pratica perfetta per questo momento, che non avrà la stessa perfezione domani. 



Il libro - grande come una mano, con un formato adatto al trasporto, alle tasche, agli zainetti – ha due caratteristiche davvero interessanti e, mi verrebbe da scrivere, deliziosamente anacronistiche. 
La prima è che va contro l’idea di luogo come spazio instagrammabile: in quest’epoca molti luoghi sono diventati location per la maggior parte delle persone e assumono tanto più valore quanto più hanno caratteristiche adatte all’istantanea, alla fotografia, al selfie. Non è importante stare in un luogo, darsi tempo, quanto far vedere che lì si è stati, anche solo per lo spazio di pochi minuti. Il Taccuino insegna invece a stare negli spazi, ad avere la pazienza di osservarli, a chiedere il permesso, porta l’attenzione sui luoghi che frequentiamo spesso e dei quali probabilmente non ci accorgiamo nemmeno più. L’idea stessa di tornare più volte in un luogo, oggi, diventa strana, essendo diventati ormai bulimici consumatori di esperienze di superficie. Ma conoscere uno spazio significa ritornarci ancora e ancora e ripensarlo e immaginarselo. 
Monica Guerra non lavora solo sullo spazio fisico, ma anche su quello mentale, tornando per esempio indietro nel tempo: com’era quel luogo un tempo? Così si aprono gli orizzonti immaginativi e un luogo diventa una storia. 


La seconda caratteristica del libro che va controcorrente rispetto alle dinamiche attuali è il farsi da parte dell’autrice. Nel libro è assente la biografia di Monica Guerra, il suo nome in copertina e nelle pagine successive è quasi sussurrato. Il Taccuino è una sottrazione del concetto di Autore e in questa caratteristica sta la grande differenza rispetto ai libri di Keri Smith. Dove là l’autrice canadese in qualche modo segna ogni pagina col proprio stile, con la propria presenza – a partire dalla forte personalizzazione del lettering, fino alle foto e ai disegni delle proprie esplorazioni – qui Monica Guerra gioca a nascondino, scansandosi il più possibile e andando così nella pratica di quella funzione pedagogica, che vale per adulti e bambini, che offre strumenti e guarda poi cosa succede. 
Trovo questa elusione molto bella e stimolante: pone davvero al centro dell’interesse il lettore, dai 12 anni in su, e quindi la sua esperienza. La trovo anche coraggiosa in un mondo editoriale dove la personalizzazione gioca un ruolo molto forte. 
Il Taccuino è fatto per lo più di domande. Non di domande retoriche, Monica Guerra fa domande di cui non conosce le risposte, fa domande per suscitare stupore, per dare strumenti che facciano apprezzare dove stiamo, che facciano far pace, che creino relazioni. Di fatto anche lei vuole a sua volta essere stupita dal lettore, e questa a me pare una grande lezione. 

Valentina

 "Taccuino per un luogo – Pagine per una ricerca quotidiana" Monica Guerra, Corraini 2024 



mercoledì 24 luglio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’OROLOGIO DAVANTI AGLI OCCHI 


Lo scopo dell’arte è spostare impercettibilmente la terra sotto i piedi delle persone. Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica sono il modo in cui facciamo le cose. L’arte è il motivo per cui le facciamo. 
Oliver Jeffers 

Una volta una persona a cui devo molte cose mi ha fatto capire un concetto difficile in un modo semplice: mentre parlavamo ha preso il piccolo orologio analogico che era appoggiato al tavolo, me l’ha messo a due centimetri dagli occhi e mi ha chiesto le ore. Non le vedo, ho risposto. E lui mi ha detto è questo che intendo quando dico che per capire le cose che ci riguardano, dobbiamo fare almeno due passi indietro. Se siamo troppo vicini, diventiamo ciechi. 
Questo episodio è stato il primo pensiero che mi è nato dopo la lettura di Intanto sulla terra… Alla ricerca del nostro posto nel tempo e nello spazio di Oliver Jeffers. 
La storia che racconta Jeffers è apparentemente semplice: un padre chiama i propri figli, devono andare, salutano la mamma, salgono in auto, escono dalla città. La voce narrante però non è quella di nessuno dei tre personaggi rappresentati, pare una voce che da tempo, da ben prima che il libro sia iniziato, stia riflettendo sull’agire umano. 
 Questo è l’incipit del testo: 
“In tutto il cosmo 
questo posto nel nostro sistema solare 
è il posto dove tutte le persone vivono 
da che siamo umani.” 
Tant’è vero che a un certo punto la voce narrante propone ai tre una deviazione dal loro percorso e il padre, nel frattempo irritato dalla litigiosità di fratello e sorella, accetta subito.
 

Il narratore chiede loro di indossare il casco spaziale: direzione la Luna, 400 mila chilometri dalla Terra, un anno di viaggio, come dice la voce, calcolando una velocità media tipicamente automobilista di 60 km orari. 
E in questa parte esplode il colpo di genio di Jeffers: man mano che i nostri tre procedono nel loro viaggio e tanto più tempo ci mettono, tanto più indietro nel tempo storico va il nostro narratore. Come può essere mi chiedete. Ehi, ma questo è un albo illustrato, tutto può essere ed esserlo in modo immediato: per andare sul pianeta Venere ci si mettono 78 anni (sempre viaggiando in auto a 60 km orari), cosa accadeva 78 anni fa sulla Terra? Era la metà del Novecento e l’intero pianeta combatteva una grandissima guerra. Se volete andare su Mercurio in auto, dovete calcolare 150 anni: cosa succedeva 150 anni fa sulla Terra? Un piccolo gruppo di nazioni si divideva un continente intero, era l’epoca del colonialismo. 


E così di pianeta in pianeta, mentre i nostri tre protagonisti avanzano, o meglio si allontanano dalla Terra, tanto più il narratore indietreggia nel tempo storico, raccontando i conflitti che hanno caratterizzato la nostra storia umana. Cosa sta facendo Jeffers? 
Beh, a me verrebbe da dire che sta allontanando l’orologio dagli occhi. 


Tanto più ci si allontana tanto più si riesce a leggere la Storia in modo più completo e la Storia è anche (soprattutto?) una storia di conflitti. Tanto più vediamo la Terra come un unicum, tanto più la comprendiamo e comprendiamo che noi siamo tutti e uguali figli di quella palla schiacciata appesa nello spazio. Ok, fin qui ci siamo. 
Quanta complessità, quanto Jeffers. 
Elementi jeffersiani ne abbiamo tanti in questo albo: le relazioni in primis, con questo padre calvo (oh, ma che bella questa rappresentazione dei padri calvi, esistono! Entrano negli albi illustrati! Sempre grati a Jeffers che racconta anche quello che vede) e i due pargoli litigiosi; il tema del volare, del guardare in su, del cielo insomma (dal suo famosissimo Nei guai, in avanti le sue storie sono spesso lassù); il tema del viaggio pure. 
Ma. Ma qualcosa mi sfuggiva ancora. Né una prima lettura, né una seconda, né una terza, mi bastavano. Capivo che la complessità dell’albo andava ancora oltre (lassù!) e io volevo sapere. Sapete quando avete degli indizi che portano tutti da una parte per scoprire il colpevole, e poi qualche elemento qua e là che non si inserisce perfettamente nel vostro quadro? Ecco, io ero a quel punto. 
In esergo al libro c’è una frase di Jeffers: 
Gran parte dell’ispirazione per questo libro viene dai ripetuti tentativi di spiegare la storia e la geografia del conflitto in Irlanda del Nord a persone intelligenti – che non hanno mai saputo nulla di nessuna delle due e non se ne sono mai interessate – a un oceano di distanza.” 
Lui cerca di spiegare un conflitto irlandese (senza mai citarlo nella narrazione del libro), che potremmo definire piccolo se pensato nelle dinamiche storiche e mondiali, appunto aprendo lo sguardo, andando nello spazio a vedere come si vede da lassù. 
Ma il vero punto di svolta nella mia analisi del libro è arrivato per caso


In libreria è arrivato Begin Again - come siamo arrivati qui e dove potremmo andare - la nostra storia umana, finora, edito da Harper Collins (tutte le traduzioni al testo in inglese sono mie) e tra pochissimo pubblicato in italiano sempre da Zoolibri, dove alla fine Jeffers scrive una nota magnifica sulla sua poetica, sulla politica, sugli sguardi, sulla speranza, sull’immaginazione. 
In questo piccolo saggio (che spero verrà riproposto nella versione italiana del libro) Jeffers racconta di aver lasciato l’Irlanda del Nord nel 2007, per New York dove nessuno sapeva niente del conflitto irlandese. Lui non se ne capacitava, si arrabbiava ma soprattutto non capiva: forse il mio amico avrebbe detto che aveva l’orologio troppo attaccato agli occhi. Così ha cominciato ad allontanarsi e a capire che anche per gli stessi irlandesi quel conflitto era diventato qualcosa di diverso, era un uno contro uno. Ma se si allarga lo sguardo, se l’orologio si allontana, si capisce che la storia dell’umanità intera è costellata da questi scontri e si capisce che si può agire, per esempio attraverso l’arte: 
“Possiamo rielaborare il nostro contesto e la nostra motivazione per guardare le cose come se facessero parte di una narrazione diversa e più produttiva. 
Possiamo scegliere di dare un senso agli eventi per essere governati da cose diverse dalla paura o dall'odio, dalla rabbia o dall'indifferenza. Possiamo cambiare la nostra storia.” 
Chi sa meglio di un autore che le storie – e la Storia – si possono cambiare? 
Chi sa meglio di un autore di libri per bambini che tutto cambia e che bisogna spiegarlo per bene agli adulti? Ve lo ricordate il libro di Jeffers Come vola un pinguino? Il pinguino contro tutte le leggi di natura cerca di volare (ancora il volo, è proprio un vizio!), ecco io penso che ora quel pinguino abbia imparato a farlo. 

Valentina

"Intanto sulla terra… alla ricerca del nostro posto nel tempo e nello spazio, una visione cosmica sui conflitti con Oliver Jeffers",  Zoolibri 2024

venerdì 21 ottobre 2022

FAMMI UNA DOMANDA!

QUESTIONI IMPEGNATIVE


Philip Bunting è tornato: uno dei principali autori di divulgazione per piccoli affronta, in un bel libro illustrato, una questione che tanti, grandi e piccoli, si pongono: esiste vita nello spazio? Siamo soli nell’universo?
Per dare una prima approssimativa risposta, l’autore inglese trapiantato in Australia sceglie la strada di una cornice narrativa: protagonista di ‘Datemi un po’ di ...spazio!’, pubblicato da Caissa Italia, è una bambina di nome Uma, che trova la Terra, il nostro pianeta, un po’ deludente: non ha un nome bellicoso, non è veloce come una cometa e così discorrendo. Si attrezza, quindi, a lanciarsi nello spazio, non senza aver salutato il suo pesce rosso di nome Neil, nome non casuale. Dopo una serie di sfortunati tentativi, riesce nell’impresa di avventurarsi nel sistema solare, scoprendo però che i diversi pianeti che lo costellano non sono adatti a ospitare la vita. Delusa da quanto scoperto, riprende il viaggio per imbattersi in un pianeta bellissimo, che viaggia nello spazio con il suo carico, in realtà un po’ fragile, di vita. Si tratta, naturalmente, della Terra e il messaggio è molto chiaro: per quanto sia affascinante il quesito relativo all’esistenza di vita al di fuori della Terra, è di lei, e della vita che ospita, che ci dobbiamo occupare. Chiude il libro, oltre alla consueta dedica ai custodi tradizionali della terra, una citazione di Neil Armstrong, che sottolinea quanto nello spazio ci si senta piccoli, lontani dal nostro pianeta.


Ancora una volta Bunting dimostra di saper affrontare questioni complesse in modo semplice, comprensibile anche per i più piccoli, dai cinque ai sette anni; molto è affidato alle immagini che, come di consueto, contengono già parte della spiegazione, traducendola in chiave visiva. La divulgazione per i piccoli deve per necessità semplificare, ovvero esprimere in forma semplice concetti e spiegazioni complesse, ma semplificare non deve significare banalizzare o, ancor peggio, deformare l’argomento per renderlo più comprensibile. Bunting ha una grande capacità di sintesi e una ancor più grande capacità di integrare armoniosamente testo e immagine e anche questo libro non fa eccezione: accompagna con immagini chiare, dai colori definiti, il piccolo lettore e la piccola lettrice in un viaggio avventuroso i confini del sistema solare, per poi tornare sul nostro pianeta con una più forte consapevolezza della sua bellezza e unicità.

L’editore Caissa propone anche, nella stessa collana Filopiume, un altro libro di divulgazione illustrata, scritto e illustrato da Olga Fadeeva con la revisione di Yuri Garrett e quella, per l’edizione italiana, del magg. Marco Piersanti, meteorologo. L’argomento sembra semplice, ma non lo è: il vento. ‘Buon vento!’ definisce e descrive tutto quanto riguarda un’esperienza assai comune sul nostro pianeta. Racconta, quindi, come si formano i venti, come sono chiamati e le diverse caratteristiche che essi hanno nelle varie latitudini: dagli alisei ai monsoni, passando per le brezze marine, i venti vengono descritti, misurati, segnalati, in modo che lettori e lettrici, di sei, sette anni, si facciano un’idea chiara della potenza che i venti esprimono.
E poi, il vento viene utilizzato dalle piante, dagli animali e dall’uomo, soprattutto per spostarsi, ma, nel nostro caso, anche per produrre energia. Ma produce anche suoni, anima i giochi dei bambini, è stato descritto dai miti antichi ed è presente nella vita quotidiana di tutti noi.


Da una parola apparentemente banale può derivare un mondo di curiosità e di informazioni che non possono non piacere ai lettori e alle lettrici curiosi: più dettagliato e decisamente descrittivo, anche questo libro illustrato va nella direzione di una divulgazione per bambini che non trascuri la qualità dell’immagine, che qui è un efficace sfondo al testo descrittivo. Olga Fadeeva è un’autrice bielorussa, presente nelle selezione della Bologna Children’s Book Fair, che qui si cimenta felicemente con un libro non fiction.
Entrambi questi libri meritano attenzione per la qualità che esprimono e per l’originalità dei rispettivi autori.
Consiglio la lettura a bambine e bambini curiosi, con l’adeguato supporto di genitori e insegnanti.

Eleonora

“Datemi un po’ di...spazio!”, P. Bunting, Caissa Italia 2022
“Buon vento!”, O Fadeeva, Caissa Italia 2022



venerdì 2 giugno 2017

FAMMI UNA DOMANDA!


PICCOLI E GENIALI

Talvolta è nei piccoli progetti, proposti da diverse case editrici, che si trovano delle perle d'intelligenza. Tra questi segnalo una nuova collana delle Edizioni EL: il nome della collana è Supereroi della Scienza, di Tracey Turner, giovane autrice inglese; il formato è tascabile, la struttura è semplice e si ripete nei diversi argomenti.


Sono davvero volumetti agili, una sessantina di pagine e un costo contenuto, con una struttura non sistematica: i due argomenti trattati finora, Spazio e Animali, non vengono esposti secondo un criterio cronologico o contenutistico; vengono semplicemente proposte le biografie di alcuni scienziati, due pagine per ciascuno, con una scheda riassuntiva che come per un personaggio dei giochi di ruolo esprime punteggi diversi che riguardano la determinazione o il coraggio, ma soprattutto l'impatto sul mondo espresso dalle rispettive teorie, con un voto finale complessivo. Qui forse ci sarebbe da discutere su alcune valutazioni, ma quello che conta è che in poche pagine siano riassunte, con un linguaggio chiaro, alcune tappe fondamentali della storia della scienza.


Il taglio è interessante perché di ciascuno scienziato o scienziata vengono messi in evidenza i contributi non solo alla storia della scienza, ma anche a quella che chiamiamo concezione del mondo. Quindi, per esempio, Darwin e Keplero, Linneo e Newton sono come tanti tasselli di un puzzle che ricostruisce la genesi del modo di pensare attuale: il sistema eliocentrico che rimpiazza l'antico e fortunatissimo sistema geocentrico, la teoria dell'evoluzione rispetto alla lettura biblica della storia della Terra. In particolare, grazie anche ad una cronologia finale che mette in fila i diversi personaggi, e a poche pagine di approfondimento, si evidenzia come per arrivare al livello attuale di conoscenza siano stati necessari i contributi di molti, le ricerche, gli esperimenti, i dati raccolti da vari scienziati e scienziate. Per fare un esempio, per arrivare alla teoria dell'evoluzione di Darwin sono stati necessari anche gli studi di Cuvier sui fossili, la consapevolezza, cioè, che la Terra fosse molto più vecchia di quanto all'epoca si pensasse e, nello stesso tempo, la constatazione delle estinzioni. Ovvero, non tutti gli animali erano stati creati contemporaneamente così come li vediamo ora, con buona pace di chi si riferiva all'interpretazione letterale della Bibbia.


L'unica perplessità riguarda quella sorta di classificazione dell'importanza dei diversi scienziati: a quota dieci, quindi Grandi Supereroi, ci sono solo Einstein e Stephen Hawking, come se ci fosse una sorta di scala crescente destinata ad arrivare proprio all'attuale livello di conoscenza; come se Aristotele, per dirne uno, non avesse creato un sistema teorico in grado di spiegare quasi tutto il reale, durato per ben millequattrocento anni.
Ma è un peccato veniale, rispetto ai pregi di libri che per certi versi, per lo stile spigliato, per l'ironia, per le illustrazioni spiritose, mi ha ricordato la geniale collana delle Brutte Scienze; libri cioè capaci di attirare lettrici e lettori non ancora pronti per trattazioni più sistematiche, ma curiosi delle cose del mondo. Va detto anche che finalmente viene dato il giusto spazio a tutte quelle scienziate che, pur fondamentali per il loro contributo alla scienza, non hanno avuto il giusto riconoscimento pubblico.
Mi auguro che la collana riceva l'attenzione che merita da lettrici e lettori a partire dai nove, dieci anni.

Eleonora

“Supereroi della Scienza. Spazio”, T. Turner, Edizioni EL 2017
“Supereroi della Scienza. Animali”, T. Turner, Edizioni EL 2017


lunedì 30 maggio 2016

FAMMI UNA DOMANDA!


PERSI NELLO SPAZIO

La ormai celebre coppia Mizielinska e Mizielinski, i due autori polacchi conosciuti soprattutto per Mappe e Sottoterra. Sott'acqua, ritornano sulla scena italiana grazie a Mondadori, che ha pubblicato in questi giorni un testo di qualche anno fa. Voi siete qui! è un'impegnativa passeggiata nel cosmo che si svolge, come nei successivi titoli, mettendo insieme testo e immagine, per rendere più accessibile quello che è indiscutibilmente complesso.


Parliamo dell'universo e dei suoi confini, cominciando, per prima cosa, col definire le dimensioni del sistema solare. E già qui, se qualcuno ritiene che il nostro mondo sia metaforicamente al centro dell'universo, deve velocemente ricredersi: siamo piccoli piccoli, anche nel sistema solare non siamo certo i primi per dimensione. E poi, siamo forse soli nell'universo, argomento su cui presto torneremo, grazie ad un altro libro uscito recentemente, e siamo in grado di colonizzare altri pianeti, ricreando le condizioni di vita terrestri?


Altro argomento importante è quello dell'esplorazione dello spazio, attraverso le sonde e i satelliti, mentre le stazioni orbitanti intorno alla Terra sono degli importanti laboratori di ricerca. Ovviamente, molte pagine parlano dell'universo, dalle galassie ai buchi neri, riferendosi via via agli scienziati che ne hanno parlato: da Stephen Hawking, conosciuto al grande pubblico per i suoi affascinanti testi divulgativi, a Alan Stern, planetologo, o Freeman Dyson, fisico.


Ci sono domande filosofiche, che riguardano l'unicità della nostra esistenza, o più pratiche, se un giorno potremo sfruttare le risorse o abitare su altri pianeti.
Anche qui i due autori propongono una tipologia di testo divulgativo cui siamo poco abituati: si tratta infatti di un testo impegnativo, cento pagine dense di argomenti, proposti in modo semplice grazie all'uso delle illustrazioni, senza per questo togliere nulla alla correttezza delle informazioni. Il limite di questa edizione è data dal formato, più piccolo rispetto a quello usato nei testi successivi, dall'uso di una carta lucida, che non valorizza le immagini e da un rapporto ancora non perfetto fra testo e illustrazioni. Questo non toglie che costituisca una importante proposta per una fascia d'età poco considerata.


Ma se l'esplorazione dello spazio è un argomento affascinante per le nostre giovani lettrici e i giovani lettori, abbinerei alla lettura del testo anche il libro che Samantha Cristoforetti ha scritto insieme a Stefano Sandrelli, con le illustrazioni di Alessandro Baronciani: Nello spazio con Samantha, pubblicato da Feltrinelli.


Sulla traccia della corrispondenza della nostra popolare astronauta con una coppia di ragazzini selezionati all'uopo, il libro ricostruisce le esperienze vissute nello spazio, all'interno della Stazione Spaziale Internazionale. La corrispondenza diventa una sorta di diario, che descrive la vita di bordo, gli esercizi, gli esperimenti, affrontando, in schede di approfondimento, anche alcuni aspetti più teorici legati all'esplorazione dello spazio. Se quindi si svelano dettagli e curiosità della vita di bordo, scopriamo anche molte ricerche, svolte nelle condizioni particolari date dall'assenza di peso.


Tutto è molto scorrevole e all'apparenza naturale, quando in realtà è la descrizione di un'esperienza straordinaria.
Si tratta come si vede di testi impegnativi, che richiedono lettrici e lettori ben motivati, ma che non deluderanno gli appassionati scrutatori del cielo stellato, a partire dai dieci anni.

Eleonora

“Voi siete qui!”, A. Mizielinska e D. Mizielinski, Mondadori 2016
“Nello spazio con Samantha”, S. Cristoforetti e S. Sandrelli, Feltrinelli kids 2016