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mercoledì 19 febbraio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

SPAZIO AL SILENZIO 

Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. 


“Ascoltami quando sto zitto” lo dichiara apertamente: le parole non riescono a dire tutto. Dicono le cose, le mettono ciascuna in un posto dove possono restare più o meno in ordine, ma c’è tanto altro che dentro alle parole non ci sta, e quello che non ci sta rischia di rimanere nascosto o di andare perduto.


Disegnato in bianco e nero con tratti fittissimi e sottili, l’orso ragiona sulla sua esperienza del mondo e lo fa con un testo scarno e poetico sottolineato dalla maestria grafica di Orecchio Acerbo che, nel rigoroso bianco e nero dell’albo, introduce solo un color oro, a cadenzare la lettura, come a introdurre delle pause, come una punteggiatura aggiuntiva che illumina le parole quasi sempre poste al centro esatto di pagine completamente bianche, o totalmente nere. 
L’essenziale. 
Il discorso parte con un monologo riflessivo sul potere e sul limite delle parole lasciando chi legge in una posizione esterna e compiaciuta di tanta poetica consapevolezza ma all’improvviso, nelle ultimissime pagine, si viene richiamati con forza, con un imperativo/esortativo: ascoltami quando sto zitto. 


Il percorso delle immagini ci fa conoscere l’orso narrante inizialmente in relazione con ciò che è fuori da lui: la natura, le cose e noi, che in queste pagine possiamo guardarlo negli occhi. Le illustrazioni successive ci porteranno sulla soglia di luoghi interiori insondabili, chiusi allo sguardo di chi legge (già in copertina il volto dell’orso è esposto ma completamente chiuso) per poi spalancarci gli spazi aperti del silenzio: lo spazio (di intere doppie pagine) occupato dai sogni, dai suoni, dalla luce e molte cose ancora. Un libro con una grande potenza evocativa dove il silenzio (ciò che eccede la parola) apre spazi infiniti, misteriosi, necessari. 


Diverso il silenzio de “La visita” che, coloratissimo e dialogato, racconta un silenzio quasi visibile. 
Qui il silenzio è qualcuno, anzi no: Io non sono nessuno - dirà entrando nella tana di una piccola volpe – Sono semplicemente il Silenzio. 


In questo albo - vincitore nel 2023 del “XVI Premio Internazionale Compostela per albi illustrati” - il silenzio è una presenza, un dialogo, uno spazio: una tana sotterranea che, col procedere del racconto, prenderà la scena della doppia pagina fino a occuparla tutta. 


E anche a superarne il limite, se si tratta di danzarci dentro poiché in silenzio, guarda un po’, si può danzare”! La piccola volpe ha conosciuto uno spazio interiore ampio e gioioso che si fa vivo quando intorno tutto tace. Un racconto certamente rivolto ai più piccoli, molto esplicito ma non banale, per apprezzare un’esperienza che non è fatta di parole, per darle spazio. 
 

“Solo con sé stesso” cambia completamente registro. 
Scritto e disegnato da Geoffrey Hayes nel 1976 ci racconta di un orsetto (un peluche vestito con maglietta e salopette) che, prima ancora che la storia abbia inizio, ci viene incontro uscendo da una porta disegnata nel bianco più totale, quasi a dire, dovunque tu sia, esci, andiamo nel viottolo segreto. 


Il racconto è composto da 23 tavole tutte identicamente quadrate (o quasi: base e altezza differiscono di pochi millimetri). Disegnate a matita grigia e verde pastello, sono collocate nel pieno di pagine bianche tanto da dare l’impressione di sfogliare una raccolta di istantanee, una collezione di momenti, di pensieri, di ricordi. 
C’è un gran silenzio in queste pagine: il peluche non parla ed è sempre solo. Chi legge segue una voce fuori campo che descrivere le singole scene con pochissime parole e il silenzio di ogni singola tavola esplode in scene di spazi aperti, ricchi di natura, di gioco, di contemplazione, di immaginazione.


E pure quando cala la sera, nel chiuso di una stanza, ben piantato nel suo, proprio il suo, letto, anche allora, con il sogno la scena si riapre su un paesaggio, che orsetto attraversa seguendo un ampio sentiero che va verso chissà dove. In "Solo con sé stesso" orsetto sperimenta spazi interiori che sono intimi e allo stesso tempo aperti a orizzonti vasti. 
Il silenzio è uno spazio ampio da percorrere in lungo e in largo.
 

Per "Killiok" bisogna innanzi tutto ringraziare Babalibri e Orecchio Acerbo per aver pubblicato i primi titoli italiani di Anne Brouillard.
Detto questo, si può affermare che di silenzio Anne Brouillard ne sa eccome. 
Sono silenzi brulicanti quelli delle sue storie, silenzi pieni di voci della natura, di pensieri e progetti tra sé e sé, di incontri tra amici e di passeggiate nel bosco o intorno al lago, o in treno tra una stazione e l’altra. 
I silenzi delle storie della Brouillard sono piuttosto posture: il modo in cui i personaggi si muovono nel mondo. In questa storia Killiok è solo, ci vorrà qualche giorno ancora prima che torni a casa l’amico Rubin Zuzù (che non apparirà mai nella storia), giusto il tempo per chiacchierare con inaspettati animaletti del prato o per inseguire un piccolo progetto, pensarci un po’ su, parlarne con Gatto Mistero che è passato a trovarlo. 
È un silenzio sempre dialogato: che siano dialoghi interiori, o con i suoni e gli abitanti della natura, o con qualcuno. In "Killiok", per esempio, possiamo godere di un bellissimo silenzio tra una chiacchiera e l’altra con Gatto Mistero. 


Lo spazio della relazione tra i due è disegnato in questa tavola (soprattutto quella di destra) dove Killiok e Gatto Mistero sono in primissimo piano, privati di qualunque contesto, sono intenti a scambiarsi pareri seduti su una banchina scontornata tra le righe del testo. A un certo punto, entrambi restano in silenzio e basterà girare la pagina per stupirsi dello spazio meraviglioso e luminoso che il silenzio apre ai nostri due amici (e felicemente anche a noi): Killiok e Gatto Mistero non si sono spostati di una virgola, sono sempre seduti sulla stessa banchina, solo che ora sono al centro di un paesaggio di rara bellezza (e felicemente anche noi). La tavola è muta: silenzio. 


Dunque il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età. 

Patrizia

“Ascoltami quando sto zitto”, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024 


mercoledì 4 dicembre 2024

UNO SGARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ASCOLTATE CON GLI OCCHI 

Avete mai guardato un video senza audio? 
Potrebbe sembrare una richiesta strana, ma provate…silenziate il ballerino, abbassate a zero l’orchestra, chiudete l’audio lasciando il batterista suonare. 
Guardate, guardate soltanto. Non accadrà subito. Voi però abbiate pazienza, permettete al cervello di mettersi in moto, di recuperare ciò che sa per compensare quel dato che tanto vi ora manca: il suono. Lasciate che arrivi…ascoltate! 
Il gradiente sonoro delle immagini, ovvero tutti quegli elementi rilevabili dagli occhi che hanno la potenzialità di descrivere visivamente quello che percepiamo con l’udito, viene ampiamente sfruttato nei libri dei piccolissimi. 
Prendiamo ad esempio, quel piccolo capolavoro di interdipendenza suono/immagine: L’uccellino fa…
La sua struttura è apparentemente semplice: sulla pagina di destra – immediatamente visibile - un’immagine con altissimo gradiente sonoro…


sulla pagina di sinistra la descrizione letterale del suono, fatta con quel particolare segno che è la scrittura… 

In copertina sta il detonatore, la richiesta che bambini e bambine sentono porre almeno una volta nella vita: 


Segue una carrellata copiosa di figure: ognuna si impone allo sguardo come una domanda la cui risposta è un suono, un verso, un rumore. Se il collegamento non è immediato, il testo fornisce lo spunto per un piccolo ampliamento di indagine con cui connettere ciò che non sembra immediatamente riferito ad un suono a un elemento che sta immediatamente nelle vicinanze, e che invece risuona…


Compreso il gioco però, ben presto il testo può essere by-passato, ed è possibile lasciarsi andare alla riesumazione attiva del rumore rappreso nell’immagine, in un accumulo progressivo che scava, con divertimento e sorpresa, attorno all’esperienza simultanea di osservazione e riproduzione. Si può individuare così un tracciato esperienziale da osservare per capire come deve essere accaduto, che abbiamo intrappolato il suono nelle lettere, nelle note…deve essere stato su una strada lastricata di sublimi sinestesie che si è intrecciato il doppio legame tra un segno muto e un suono senza corpo. 


L’uccellino fa… è infatti una sorta di abbecedario portato all’ennesima potenza, che insiste figura dopo figura sull’analisi attenta delle combinazioni sonore necessarie al successivo sviluppo della parola. Esso precede il meccanismo della lettura, e affonda le radici, per il suo funzionamento, in un territorio di corrispondenze antico, nell’infinito repertorio di lallazioni che trovano proprio nei versi degli animali – anche quelli mai visti o sentiti dal vivo – terreno fertile per una restituzione piena e viscerale dell’informazione contenuta nell’immagine. Qui hanno proliferato le filastrocche, le ninne nanne, le onomatopee. Le immagini contengono suoni e rumori facilmente riproducibili: si attinge al conosciuto, e anche se nella regia di Soledad Bravi non mancano l’ironia e le sorprese, con immagini enigmatiche e interlocutorie che si dispongono a diverse chiavi di interpretazione, è lì che si scava: nel domestico, nel familiare, nel culturalmente codificato. 



Non riesco mai a non meravigliarmi della potenza intrinseca che questo piccolo albo dalle forme compatte possiede di far deragliare i propri lettori, frantumando la barriera silenziosa che ci separa dalle immagini per legittimare la capacità spontanea di relazionarsi con gli elementi “sonori” dell’immagine per fare rumori. Tuttavia, se apparentemente questo gioco sviluppa un movimento dal dentro al fuori, stimolando rumorosissime letture condivise, esso paradossalmente irrobustisce la relazione interna di corrispondenza segreta tra immagine e suono. Queste immagini – con la loro preminenza solida, la semplicità del tratto, la prossimità piatta al simbolico e al rappresentativo - effettuano sulla questione dinamica e fisicamente estemporanea della vibrazione – che è onda, movimento, percezione immediata e a tutto tondo – quell’incantesimo di sparizione e assorbimento che in un passo successivo condurrà al grafema. Tocca poi a noi ravvivare, gonfiare… permettere all’immagine di risuonare per poter ascoltare – letteralmente – con gli occhi, ed è questo che accade nell’albo SDENG BUM SPLASH! Il grande libro dei rumori.


Si tratta di una tesi di laurea sull’interdipendenza tra l’immagine e il suono, un’indagine quindi approfondita a proposito di quegli elementi grafici e visivi che possono essere sfruttati per trasferire nel visivo ciò che entra dalle orecchie, ma anche al contrario, che dal visivo restituiscono l’elemento sonoro. Nell’introduzione l’autore usa parole semplici (le uniche che incontreremo per un albo che tuttavia è improprio definire silente) per circoscrivere il cuore della questione: “ Riesci a sentire quello che vedi? Sono tutte cose che avrai sentito da qualche parte… qui però, in via eccezionale, i suoni arrivano alla tua testa non attraverso le orecchie, attraverso gli occhi…” Che l’asticella dell’indagine proposta si alzi di molto lo si capisce a partire dai soggetti rappresentati: un cavallino al trotto e una pallina da ping-pong fatta saltare sulla racchetta, una gru che distrugge un palazzo e il cucchiaino che rompe il guscio di un uovo alla coque… 



Per mettere il lettore nelle condizioni di recuperare quei rumori che spesso nemmeno sa di aver ascoltato e incamerato, Benjamin Gottwald procede ordinatamente attraverso l’accumulo di abbinamenti contrapposti che giocano con l’interdipendenza di tutti i sensi, con narrazioni e piccole sequenze che permettono di mettere a fuoco il gradiente sonoro anche minimo contenuto nelle immagini. 



Vengono accostate situazioni analoghe per permettere l’individuazione di timbri simili, oppure, si favorisce la ricostruzione procedendo per contrasto di volume, con ampio utilizzo delle espressioni del viso e delle linee cinetiche di provenienza fumettistica, facendo grande affidamento sui movimenti delle persone – e quante ce ne sono! – e delle cose… 



di sinestesia per sinestesia, si va a ripescare il dato sonoro che abbiamo vissuto e sistematicamente eluso da un ascolto consapevole, nell’l’esperienza di tutti gli altri sensi.
 


Il Grande libro dei rumori è veramente grande. Per ascoltarlo non ci si può limitare a un riflesso condizionato, è necessario osservare, osservare meglio, recuperare, ricostruire, compensare utilizzando una memoria a cui non si ricorre consapevolmente ma che è sempre a disposizione per rendere tridimensionale l’esperienza del mondo: i suoni che abbiamo ascoltato, quelli che ci hanno attraversato senza che ce ne siamo accorti, le mille voci del mondo che ci avvolgono incessantemente, le loro caratteristiche qualitative, estetiche, emotive… 



SDENG BUM SPLASH! ribalta la gerarchia consueta e fa dell’immagine un vettore capace di sviluppare una abilità di ascolto rinnovata, improvvisamente pronta a captare tutto il flusso informativo che, anche nelle illustrazioni e nelle figure, costantemente investe le nostre orecchie e a cui spesso, proprio per la sua onnipresenza a 360 gradi, è difficile prestare la dovuta attenzione. Questo albo chiede tempo per consentire l’emersione della memoria sonora e farne conoscenza, chiede tempo affinché ci si accorga che quella che sembra una semplice esperienza di lettura è in realtà una nuova capacità di ascolto, una esperienza che non si esaurisce tra le pagine, ma continua fuori, nella realtà, con la recuperata consapevolezza di una percezione sonora improvvisamente riattivata…



E se è vero come è vero che la capienza dell’ascolto è fatta dall’ascoltatore, allora dopo la lettura di questi albi il mondo intorno a noi sarà più grande. E ora ditemi…avete poi provato a guardare quel video? 

Giorgia

 “L’uccellino fa…” Soledad Bravi, (trad. Federica Rocca), Babalibri 2005
“Sdeng Bum, Splash! Il grande libro dei rumori” Benjamin Gottwald, Terre di mezzo 2022


lunedì 25 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LAVORARE CON DESTREZZA 

Quando la sera la luna ci parla, Nicola Cinquetti, Alessandro Sanna 
Lapis Edizioni 2024 


POESIA ILLUSTRATA 

"A me sembra molto strano 
e lo voglio dire piano 
ma per essere sincero 
devo dire che davvero 
sei capace di cantare 
anche se non sai volare 
e rimani fisso al suolo 
disse all’uomo l’usignolo" 

Partirei da qui per questa raccolta di poesie di Nicola Cinquetti. 
Perché la cosa che viene in mente leggendo questa poesia è: ma guarda, quel signore allampanato, accanto alla sua bici, con lo sguardo rivolto all'usignolo che di cantare se ne intende, potrebbe ben essere il Cinquetti... 
Certo, volare non sa, ma a cantare ci riesce, eccome. 
E non credo sfugga a nessuno che in ogni poesia ci sia un canto (come forse anche in ogni canzone c'è un po' di poesia). 
La difficoltà di mettere parole intorno ai libri con i versi dentro ogni volta rinforza il pensiero che la poesia andrebbe letta e punto. 
Tutto quello che essa provoca sarebbe meglio non disturbarlo, circoscriverlo in un discorso. Ma tant'è. 
Varie cose saltano subito agli occhi: l'armonia tra testo e immagine, la qualità alta di entrambi i linguaggi, il gusto per il gioco, il jonglage, che da una parte fa Cinquetti e dall'altra fa Sanna. 
Con le parole innanzi tutto, ma anche con la fantasmagoria delle immagini. E non sto alludendo solo alle tavole di Sanna... 


Partiamo da ciò che è scritto. 
Cinquetti gioca - giocola - con le parole con il loro suono principalmente. 
Per questo a ogni nuova poesia non sai cosa aspettarti. Dal gioco sul verso di un gallo fino alla protesta di una pianta nei confronti di un piede, o meglio della sua pianta... "

"Piantala peste 
disse la pianta 
alla pianta del piede 
che non la piantava 
di pestarle i pistilli" 

Subito dopo il registro cambia e si continua con molto più senso della realtà a ragionare di suono e silenzio: il continuo rumore, un vero disturbo per l'orecchio in cerca di quiete, dei tanti elettrodomestici che tacciono tutti all'istante quando manca la corrente. 


E se qui Cinquetti è serio, sta a Sanna giocolare: inventare con destrezza una figura per illustrare l'impossibile, il silenzio, con un omino che attraversa in bicicletta una città avvolta nel buio. Solo un fanale e forse il ronzio della pedalata. 
E ancora si può leggere di un giro giro tondo che si trasforma in un giro giro tordo con lo scopo di diventare una condivisibile protesta nei confronti degli spari di un fucile, dal suono simile a un petardo, a causa forse di un ritardo, mancano il bersaglio, o forse era un abbaglio? Ma la cosa bella da sapere è che nessuno finisce giù per terra! Perfetto. 
Accanto al gioco delle parole e dei suoni che si trasformano nelle sue mani, Cinquetti è lì che si trastulla con l'altra grande fonte della poesia: la metafora. E quindi diventa qualcosa di ancora diverso: non più divertente, ma stupefacente ed emozionante. Ci si meraviglia e poi ci si emoziona, a sentire di parole che sono lì a tappare le orecchie di chi non vuol vedere una stagione finire, e non vuole neanche sentire il suono del tuono nell'autunno che arriva. 


Ci si emoziona a guardare quel ragazzino al suo ultimo tiro in porta della stagione: sono già andati via tutti, solo il cane a parare... e un uccello a guardare. 
Ed ecco che finiamo con ciò che è disegnato: i versi si sono fatti immagine per le orecchie e intorno l'altra l'immagine, quella visiva, si è fatta figura per lo sguardo. 
Spesso e volentieri inaspettata e potente, come l'acqua che la attraversa. Inaspettata e potente come sono le metafore, appunto. 
Sanna, nel momento in cui è lì davanti al bianco e deve decidere come far muovere i suoi pennelli, dove dirigere il colore, immagina i soggetti e immagina le forme, fa capriole e salti mortali col senso delle parole e per poi atterrare sulla pagina, sicuro e, come spesso credo vada cercando, meravigliato di sé stesso. 
E quindi bravo sempre, ma grandioso qui: 


 Che noia, se non fosse così.

Carla

lunedì 18 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL TROPPO PIENO 

La visita, Núria Figueras, Anna Font (trad. Francesco Ferrucci)
Kalandraka 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"La piccola volpe rimase sola nella tana. Fuori stava calando il buio, ma si sentivano ancora il baccano delle taccole e gli schiamazzi dei passeri. 
All'improvviso bussarono alla porta. Toc, toc, toc. 
- Chi è? - chiese la volpe. 
- Sono il Silenzio. -rispose una voce. 
- Vattene! la mamma mi ha detto di non aprire a nessuno. 
- Mi io non sono nessuno. Sono semplicemente il Silenzio. 
La volpe ci pensò per un po'." 

E poi ha aperto. Quello che si trova davanti e alto e grosso e la guarda dritta negli occhi. 
Entra nella tana e fa la cosa che fa il silenzio: si espande. La piccola volpe si è naturalmente pentita, ma ormai il Silenzio è dentro e la tana e quindi bisogna farci i conti. "Merenda?" propone, pensando che se il Silenzio ha la pancia piena, non avrà voglia di mangiare lei... 
Non sembra pericoloso. "Balliamo?" è la seconda proposta della piccola volpe.
Ma - è ovvio - che se mette la musica lui sparirà. Ma come si balla senza musica? Si può fare, si può fare... Da quando lui è nella tana, tutti i rumori consueti sono spariti dalle orecchie della volpe, uno solo è rimasto: la voce dei suoi pensieri. 
Dai, non è poi così male... anzi è addirittura bello acciambellarsi nel Silenzio e addormentarsi... 

Illustrare una cosa che non è visibile, come lo è il Silenzio, non è una sfida da poco. 
Piuttosto rara è la situazione: pensiamo al vento che è stato la sfida di Fabian Negrin, o il vuoto che è stata quella di Catarina Sobral. 
E di questo libro, sono proprio le due sfide che contiene che mi hanno colpito: provare a parlare del silenzio e provare a disegnarlo. 
Anche la Giuria del premio di Compostela deve averlo notato e lo ha premiato nel 2023. 


Anna Font si è inventata una figurona - il testo lo dice chiaro: il silenzio era alto e grosso. Ma è riuscita a renderla contemporaneamente enorme ed evanescente. Un profilo di matita bianca, tondo, e grande quanto la pagina intera capace di espandersi anche in quelle doppie, occupandole quasi per intero. Proprio come uno potrebbe figurarsi il silenzio. Un 'qualcosa' o un 'qualcuno' che entra in un luogo e lo riempie, ma non si mostra. 
La trasparenza riguardo allo spazio che occupa è lì sotto lo sguardo della volpacchiotta e di noi lettori. 
Se da un lato il testo in sé non mi è parso particolarmente brillante, dall'altro l'idea di parlare ai più piccoli di una cosa che con la pervicacia tipica del mondo adulto viene tenuta a distanza, come se fosse il demonio, mi è sembrata una bella sfida. 


E a questo 'demonio' mi ha fatto pensare sabato mattina Chandra Candiani. 
Parlando dei messaggeri celesti - la vecchiaia, la malattia, la morte e la via che i primi tre fanno per arrivare a noi - argomento del suo ultimo libro - alla domanda di Cimatti su cosa ci tenga istintivamente lontani da loro, Candiani ha risposto con la sua adamantina chiarezza: il troppo pieno. Che porta come conseguenza a uno degli spauracchi più spaventosi del nostro mondo: il vuoto e il silenzio. 
Ed ecco che il cerchio si chiude. 
Percepire e accettare tanto il vuoto, potremmo anche aggiungere la noia, quanto il silenzio non è affatto una condizione scomoda, o peggio deprecabile. Al contrario dovrebbe essere considerata in qualche modo necessaria per poter permettere ai nostri pensieri di essere accoglienti nei confronti di quello che arriva. 


E invece no. Riempiamo di suoni, più o meno gradevoli, più o meno ascoltati, di sicuro distraenti, riempiamo di immagini, più o meno gradevoli, più o meno guardate, di sicuro distraenti, riempiamo di cose da fare, di azioni e attività, dal nuoto alla ceramica a quattro mani, la vita dei più piccoli, ma anche la nostra ben inteso, e non gli/ci permettiamo di potersi/ci annoiare o peggio ancora non gli/ci lasciamo nessuna possibilità di imparare a stare 'in pace' con un po' di silenzio intorno. 
Ragionare con loro, e anche con noi stessi, dello stare in silenzio a non fare, e magari addirittura istigarli a pretendere che questa anomalia nei confronti della consueta frenesia accada nelle loro giovani esistenze già 'troppo piene', potrebbe essere un atto rivoluzionario. 
Potrebbe. 

Carla

mercoledì 20 dicembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CONTROCORRENTE

Come un germoglio di bambù
, Chiara Lorenzoni, Pino Pace, Alice Barberini
Marcos y Marcos 2023 


NARRATIVA E POESIA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Sora e il suo maestro camminano insieme da molto tempo, sono passati giorni. Hanno incontrato guerrieri e delinquenti, signori e mendicanti. Si sono divisi cibi prelibati, frutta o solo qualche radice amara, hanno avuto freddo e caldo. Hanno dormito in palazzi e sotto la luna. 
Una sera una pioggia fitta li sorprende su un sentiero. 
Sora si domanda cosa succederà alle poesie. 'Si scioglieranno tutte le parole' pensa. Di tanto in tanto si erano seduti su una roccia, sullo scalino di un tempio per scrivere con un carboncino sulle pietre che costeggiavano la via. Comporre una poesia e lasciarla lì, donarla a chi passerà Una poesia che la pioggia e il sole scoloriranno. Una poesia che sia piccola e anche immensa". 


Maestro e allievo sono in viaggio. 
L'incendio della casa di Bashō, il maestro, lo ha spinto verso la scelta di partire. Nessuna disperazione per tutto quello che è diventato cenere. Piuttosto il desiderio di andare con una gerla con poche cose dentro, dei sandali ai piedi. E tante storie da raccontare. Se qualcuno vorrà ascoltarle, sarà gentile e in cambio offrirà loro una ciotola di riso. Sora il suo allievo lo segue perché anche lui sente un formicolio nell'anima e i suoi occhi chiedono di vedere cose che non hanno mai visto.
La pioggia fitta li spinge verso una luce in lontananza: una fattoria in fondo alla strada, dove un contadino li accoglie e offre loro un giaciglio asciutto nel fienile. 
L'odore di paglia e il fiato degli animali che gli sono intorno li rifocillano. Fino al momento in cui la piccola figlia del contadino porta loro del cibo. 
Una bambina dai capelli lucidi di pioggia tiene in mano una scatola. Si inchina davanti agli ospiti e, aprendola davanti ai loro occhi, esce uno sbuffo di vapore: una zuppa calda e del riso. Il nome di questa bambina è Takenoko, germoglio di bambù. 
Questo è il dialogo poetico tra questa piccolina che sogna di diventare una samurai e un maestro che, nonostante un padre samurai, ha scelto di versare inchiostro e non sangue. Di usare il pennello e non la spada. L'inchiostro racconta storie, il sangue urla e basta. 
Ma questo è anche il racconto di un viaggio e del senso che attraversa ogni partenza, il racconto di tanti incontri: monaci, samurai. 
Ma questo è anche il racconto di come saper trovare la bellezza. Di come saper vivere con poco. Con quasi niente. 

Sono diverse le cose che sollecitano una riflessione. 
Le prime sono la cadenza e l'aria che abitano questa storia. Un ritmo lento e un'aria tersa. 
Lentezza e nitore sono due 'oggetti' di cui in questi tempi si avverte la mancanza. Entrambi vanno in una direzione opposta e contraria alla frenesia e all'appannamento del pensiero che si impadronisce di tutti coloro che nel grande flusso, non riescono a fare neanche una bracciata controcorrente. 
Leggere questo libro in un silenzio voluto e conquistato genera la stessa sensazione che si avrebbe nel respirare una profonda boccata d'aria fresca, dopo aver inghiottito lo smog a un semaforo. 
Ecco. Quello che Bashō e Sora raccontano nel loro diario di viaggio è un paesaggio fatto di aria, natura e poca umanità. Fatto di tanta meraviglia e di poche cose. Bagnato dalla pioggia, illuminato dal sole. Un paesaggio che loro attraversano in cerca di bellezza da raccontare, ossia da dipingere e racchiudere nelle diciassette sillabe di un haiku. 
Una sorta di distillato di parole - in generale questa è la poesia, ma l'haiku lo è ancora di più - che fa piazza pulita del superfluo. Bandito per scelta dai due viaggiatori che hanno con sé solo una gerla leggera con l'indispensabile e forse ancora meno, il superfluo è la punizione della contemporaneità. 
Ragione per cui mi sembrerebbe necessario dare in lettura questa piccola storia a tutti i frettolosi, e in particolare agli accumulatori di oggetti, pacchettini col fiocco compresi.
E ulteriormente la darei da leggere ad altri piccoli germogli che, come Take, coltivano un sogno. 
Non c'è da illudersi che possa essere preso come un libro facile. 
A parte la perfezione degli haiku che punteggiano il racconto, c'è anche una serie di piccole perle che sarebbe bello che ragazzini e ragazzine potessero apprezzare, leggendole e ragionandoci sopra. Se non altro, per guardare le cose da un diverso punto di vista. Cosa che non fa mai male. Anzi. 
Qui di seguito, alcune. 
Ringraziare le proprie scarpe per la strada che ci fanno fare. 
Chiedere alle proprie scarpe di portarci a vedere cose mai viste. 
Dare ascolto ai grilli nel petto. 
Non tenere i grilli in gabbia, ancorché fatta di fili d'erba. 
Basta poco per sentirsi a casa. 
Se sguaini la spada devi essere pronto a morire o a uccidere. 
Per fare il primo passo bisogna perdere l'equilibrio. Almeno per un istante. 
Per viaggiare bisogna essere pronti a perdersi. E per trovare la strada occorre perderla. 
Per trovare amici occorre non aver paura della solitudine. 
Non sempre si può capire tutto. 

 Carla

mercoledì 7 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MATITA AFFETTUOSA

Che difficile! Guridi (trad. Valentina Mai) 
Kite edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Vorrei dire «ciao» al panettiere, alla mia vicina Anna e alla signora Antonia. 
E aggiungere qualcosa come «Che bel vestito!». 
Però mi riesce solo un sorriso... Sorrido... solo questo. 
È tanto difficile parlare..." 

Quando esce di casa, tutto diventa difficile. 
Per arrivare alla fermata dell'autobus è meglio per lui contare i respiri perché contare lo tranquillizza. Salito sul 21 l'unica cosa da fare è sorridere al conducente che gli chiede sempre come va, poi sedersi e guardarsi le scarpe e soprattutto no guardare chi siede vicino a lui. 
La voce alta delle persone non gli piace e anche il rumoroso arrivo a scuola non fa per lui. 
In classe, al suo banco, non parla e non dice il nome di nessuno. Eppure li sa tutti. 
La sua mamma gli dice di non preoccuparsi perché le parole prima o poi arriveranno. 
Certo, però tutto è così difficile... Ma, magari, sottovoce... 

Ed è così che si scoprono un po' dei pensieri, dei trucchi con i numeri, delle paure, delle sfide che attraversano la testa e il cuore di questo bambinetto. 
Piccolo, in un mondo molto più grande di lui. 


La matita veloce, emotiva e affettuosa di Guridi trasforma le sensazioni in disegno. 
Il grande è molto grande e il piccolo è molto piccolo. E Guridi è un grande disegnatore di piccoli.
Tratti chiusi, come a intrappolarlo, rendono la sua solitudine palpabile. 
La confusione e il rumore appare nella moltiplicazione di facce, tante facce tutte uguali, che con la bocca aperta parlano all'unisono. Fanno paura.  
E anche in classe il solito cerchio lo tiene nella bolla: i compagni tutti azzurri e lui, fuori dalle loro file di banchi, è l'unico senza colore: un solo tratto che lo definisce, lo rende diverso, lo isola. 


Tutto questo 'scarabocchiare', tutti questi segni che si ripetono e che vanno in direzioni sempre diverse sono l'immagine della difficoltà, della confusione. 
È l'esterno di uno che nell'esterno non riesce proprio a muoversi con disinvoltura.
 

I pochi altri colori, al pari del tratto, sono portatori di senso. Il rosso, in particolare, una linea più grossa e anche più precisa, definisce tutto quello che rappresenta agli occhi di quel bambinetto così minuscolo, la sua difficoltà, il mondo che ruota intorno a lui, mamma compresa. 
Nonostante le parole rassicuranti. 
E, a proposito di linee di demarcazione, di linee che dividono una bolla dall'altra sarà utile riflettere solo un momento sul fatto che la relazione con l'esterno, con quell'esterno che arriva appena varcata la soglia della porta di casa, porta ciascuno di noi in direzioni tra loro molto diverse. 


È l'esperienza che mi fa dire. Ho visto bambini che hanno bisogno di tempo per costruire le loro sicurezze verso l'esterno, che hanno bisogno di prepararsi dentro prima di pronunciare una parola che li renda visibili. Ci sono invece bambini che dell'esterno si nutrono. 
Ci sono i bambini timidi e i bambini disinvolti. Ci sono i bambini che anche se solo cerchi di incontrare il loro sguardo, si fanno schivi, cercano di nascondersi dove possono, di solito verso il corpo sicuro di madri e padri. 
Ci sono bambini silenziosi. Ogni tanto, un sorriso. Che forse sono anche stanchi di sentirsi chiedere se qualcuno gli abbia mangiato la lingua. Magari il gatto... 
Ci sono bambini che poi diventano ragazzi che quando è ricreazione restano seduti al banco e da lì guardano gli altri precipitarsi fuori a giocare o a a mangiare qualcosa. 
Ci sono bambini e poi ragazzi che devono forzare loro stessi per andare al telefono a parlare con la zia o ordinare una pizza. 
Ci sono bambini e poi ragazzi che se invitati alle feste di compleanno si mettono in un angolo e dopo un'oretta sarebbero già pronti per andare via. 
Ci sono bambini che, alle loro di feste di compleanno, quando è il momento di soffiare sulle candeline della propria torta, si sentono tutti gli sguardi addosso, e piangono. Invece di soffiare. 
Ci sono bambini che giocano da soli in allegria. Ci sono ragazzi che sanno stare in compagnia ma da soli alle volte si sentono meglio. 
Ci sono bambini, ragazzi e adulti a cui piace circondarsi di silenzio e se vogliono raccontare qualcosa decidono di farlo con le matite, con i disegni, più che con le parole. E magari non lo fanno davanti a tutti, ma li mettono preferibilmente nero su bianco - con un po' di rosso qui e là - su un foglio da disegno e poi li fanno diventare un libro. 


Ecco è a tutti loro, piccoli e anche grandi, che Guridi ha pensato. Con affetto.

Carla

lunedì 24 settembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


BAMBINI INTENDITORI

Un silenzio perfetto, Antonella Capetti, Giovanna Zoboli, Melissa Castrillon
Topipittori 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Una mattina il grillo non si alzò. Tutto era come sempre: il sole era nel cielo, l'erba nel prato, l'acqua nel fiume. Ma quella mattina il grillo non si alzò. All'inizio gli altri animali lo lasciarono in pace: solo la libellula a mezzogiorno si affacciò fra le foglie, chiedendogli per quale motivo fosse ancora a dormire."


Il grillo si sta comportando in modo anomalo. Neanche il giorno dopo si alza e così anche quello successivo. Agli animali del prato la circostanza non pare normale. Forse il grillo ha la febbre. Le uniche due parole che proferisce in tutta la giornata sono: non credo. Non crede di avere la febbre. Non lo sa neanche lui che cosa gli prende. Per il terzo giorno consecutivo rimane chiuso in casa, a letto. Il vecchio coleottero senza ali è il solo che passando gli fa un sorriso senza dire nulla. È il quarto giorno, continua a restarsene a casa ma le pressioni degli altri alla sua porta si fanno sentire. Non rispondendo, spera che prima o poi si stanchino. Ed è questo che accade. Tutti se ne vanno e arriva finalmente il silenzio: l'unica compagnia che desidera. 
 

E con lui comincia un dialogo fatto di sguardi, sorrisi, un dialogo silenzioso che dura tre giorni e che ha il potere di infondere nel torace del grillo, a sinistra, un senso di pace. Nessuno arriva alla sua tana, il silenzio è lì accanto al grillo per un altro giorno ancora, fino al momento in cui c'è bisogno di lui altrove. E silenzioso come all'arrivo, se ne va. Quella pace che è ora nel torace del grillo però non lo lascia e con essa si possono affrontare di nuovo anche gli altri, il chiasso degli altri.

Cosa avrebbero da dire i bambini sul silenzio? E sulla pace nel torace, a sinistra? Il silenzio, con la pace che si tira dietro, è una roba che tocca corde profonde, ma che poco viene incoraggiata e che, se associata all'infanzia, sembra addirittura preoccupante: ' hai la febbre? ti senti male?'
Eppure il silenzio è necessario come l'aria. E come l'aria ci riguarda tutti. Bambini compresi.
Il carattere universale della questione alza il tiro e necessariamente il tono della conversazione. Infatti fin dalla prima pagina, il registro è quello della favola -l'universale è fatto salvo- della favola filosofica alla quale ci ha educato Tellegen nelle sue Lettere dal bosco.
L'entrata immediata al centro esatto dell'argomento, come fa lui che è in grado di generare domande o riflessioni su temi universali in meno di mezza pagina di testo, sembra essere il modello di Capetti e Zoboli.
Il vetro non è cristallo e Tellegen è Tellegen. La sua coerenza interna, in assenza totale di qualsiasi cedimento di senso anche nella dimensione dell'assurdo, è trasparente e leggera come il cristallo, in assenza di impurità e di pesantezza.
Non è facilmente raggiungibile, ma aspirarvi è meritorio. Sebbene ci sia una bella idea che lo attraversa, e nonostante i diversi esempi di felice scrittura, in Un silenzio perfetto alcune impurità ci sono.
La prima, e forse la più evidente, sta nella relazione tra un testo che magnificamente cerca di mantenersi 'neutro' rispetto alla condizione anomala del grillo, e che invece la Castrillon interpreta nel disegno come sofferenza: in quella testina china e in quello sguardo sempre triste e mogio del grillo.


A questo si possono aggiungere piccoli grovigli di senso nei ragionamenti di grillo nella sua teiera a proposito del capire e non capire.
Centrato invece è questo tono tellegeniano dell'incipit e del finale, nonché della personificazione volutamente ambigua, liquida, del silenzio, cui Melissa Castrillon offre una più coerente soluzione espressiva. 


Bella la ridondanza, talvolta ironica, del lessico per raccontarlo, bella la definizione di 'occhiolino'. La scrittura è decisamente ispirata e in filigrana si percepisce una ponderata ricerca che tende al nitore.
L'argomento in sé e il desiderio di non banalizzare lo impongono, d'altronde.
Curioso, torna il nitore già notato in Che bello!
Ora resta solo da capire fino a che punto un libro così viaggi a quota bambino.
Bisogna mettersi lì e leggerglielo per vedere che cosa succede.
Antonella Capetti però è una maestra, una brava maestra, e avrà ben valutato questo aspetto. Magari la scintilla iniziale si è sviluppata proprio tra i muri della sua classe. Magari.
C'è dunque da augurarsi che silenzio e pace siano roba vera non solo per i grandi, ma anche per i piccoli e che i bambini empatizzino, come lo scarabeo, con quel grillo lì e sorridano anche solo 'con un sorriso piccolo, appena appena, per intenditori'.

Carla